“L’Egitto di Provincia”: Museo di Scienze Naturali e Umane, L’Aquila

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Convento di S.Giuliano, chiostro maggiore

Andrebbe aggiunto un sottotitolo, “Recensione di un museo non visitabile”, ma andiamo per ordine.

Approfittando del bel tempo e delle “Giornate FAI di Primavera”, stamattina ho deciso di visitare uno dei luoghi aperti per l’occasione (qui la lista delle 750 aperture straordinarie tra oggi e domani), il più vicino a casa mia: il convento di San Giuliano a L’Aquila. Il monastero, che sorge nella periferia nord della città ai piedi del monte di Castelvecchio, fu fondato nel 1415 da Giovanni da Stroncone ed è il primo complesso abruzzese dell’Ordine dei frati minori. La struttura, come in molti altri casi, ha subito numerose modifiche nel corso dei secoli e per questo appare disomogenea dal punto di vista architettonico. L’originale chiesa neo-gotica, infatti, si presenta oggi con l’aspetto barocco della fine del ‘600. Ci sono due chiostri, il più grande dei quali (vedi foto in alto) è decorato con scene affrescate della vita di San Giovanni da Capestrano. Il nucleo più antico,invece, è costituito dal Conventino, piccolo edificio simile a un eremo. Purtroppo sono ancora evidenti i segni del tristemente famoso terremoto del 6 aprile 2009 e il restauro è ancora lontano dall’essere completato.

Nonostante l’edificio sia un piccolo gioiello, lo scopo principale della mia “gita” era il Museo di Scienze Naturali ed Umane ospitato in locali annessi al convento. L’allestimento risale al 1997, quando Padre Gabriele Marini decise di rendere fruibile al pubblico il materiale didattico del liceo classico del Seminario. Queste collezioni scientifiche, raccolte a partire dagli anni ’30 del XIX sec., si dividono in 5 sezioni: etnologico-artistica (arte sacra dal XVI al XVIII sec.), biologica (animali imbalsamati dell’entroterra abruzzese), mineralogica, paleontologica (compresa una zanna di Elephas meridionalis) e archeologica. Quest’ultima comprende reperti appartenenti ai siti dell’aquilano e a civiltà del Mediterraneo e del Mesoamerica, “souvenir” delle missioni apostoliche in giro nel mondo, compreso l’Egitto. Per questo motivo mi sono svegliato presto, ho fatto un’ora in pullman, ho camminato per un’altra ora tra i vicoli ancora spettralmente deserti del centro storico (tra cui Vicolo della Sfinge); ma, arrivato, mi sento dire che il museo è chiuso e che, diversamente da quello che è scritto sul sito del FAI, la visita comprende solo il convento. Viaggio a vuoto? Fortunatamente no perché, grazie al gentilissimo Padre Marco, ho potuto vedere lo stesso la piccola collezione egittologica.

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I reperti egizi sono solo una trentina (non ho capito se ce ne siano altri impacchettati) e occupano la parte superiore della vetrina che, come si vede, non è stata toccata per quasi cinque anni ed è sommersa da scatoloni di oggetti ancora in attesa di essere ricollocati. Fanno parte della collezione di Padre Gabriele Giamberardini che aveva completato gli studi classici a S.Giuliano e che, tra il 1950 e il 1969, aveva ricoperto varie cariche istituzionali al Cairo (fra le altre cose, fu Direttore del Centro di Studi Orientali Cristiani). Durante il suo soggiorno in Egitto, il frate raccolse una gran quantità di antichità, purtroppo prive di dati sull’acquisizione, prima conservate presso il Pontificio Ateneo “Antonianum” di Roma e poi, alla sua morte nel 1978, trasferite in parte all’Aquila.

036I reperti sono tutti di dimensioni ridotte e di bassa qualità e, in generale, di Epoca Tarda o greco-romana. Solo in pochissimi casi è conosciuta la provenienza. Ci sono quattro scarabei, due piccole stele, due stampi fittili, cinque amuleti in faience (tra cui un ibis e Bes), cinque ushabti e una statuetta di Khnum (a sinistra) in ceramica, due bronzetti di Osiride, un frammento di sarcofago dipinto, una sfinge in calcare, un vaso cinerario doppio con sfinge (s’intravede a sinistra), un ostrakon con una lettera in copto di un monaco (VI sec.), un frammento in calcare con testo geroglifico (in basso)  e una mummia di ibis in cattivo stato di conservazione. E’ inutile aggiungere che per la normale visita del museo ci vorranno ancora anni.

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