Archivi del mese: maggio 2014

Luxor, Riaperte al pubblico due tombe di XX dinastia

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Source: OsirisNet

Questa settimana, a Luxor, dopo un lungo periodo di chiusura per restauro, sono state riaperte al pubblico due tombe risalenti alla XX dinastia. La prima è la tomba di Titi (QV52), moglie di Ramesse III (1185-1153), nella Valle delle Regine. La struttura è composta da un corridoio di accesso che porta a una camera sepolcrale circondata da sale laterali, mentre le decorazioni parietali ritraggono la regina mentre venera diverse divinità. Tra le scene più particolari ce n’è una molto rara in cui la defunta è rappresentata con l’aspetto da adolescente, più giovane della realtà.

La seconda apertura riguarda la tomba di Inerkhau (TT359) a Deir el-Medina. Il defunto era un importante funzionario sotto i regni di Ramesse III e Ramesse IV (1153-1146), tanto che, nonostante la crisi economica dell’epoca, riuscì a farsi costruire anche una seconda tomba per la famiglia (TT299). Come si vede nell’immagine in alto (Inerkhau e la moglie Webet, sorridenti si godono la musica di un arpista), i colori mantengono ancora l’intensità originale.

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“Indiana Jones e i Predatori dell’Arca Perduta” (blooper egittologici)

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Nei giorni scorsi, ricadeva l’anniversario di uscita, 30 e 25 anni, di due tra i più famosi film di Hollywood, rispettivamente “Indiana Jones e l’Ultima Crociata” e “Il Tempio Maledetto”. Così, ho pensato di parlare del capostipite della trilogia  che racconta le avventure del Prof. Jones (damnatio memoriae su “I Teschi di Cristallo”), perché è una pellicola in gran parte ambientata in Egitto: “I Predatori dell’Arca Perduta”. Era il 1981 quando, da un’idea di George Lucas e grazie alla regia di Steven Spielberg, nacque un cult iconico che ha influenzato il mondo cinematografico (basti vedere quante imitazioni sono state girate nel tempo) e la cultura popolare. Da quel momento, milioni di bambini hanno cominciato a sognare di diventare archeologi credendo che sullo scavo si lavori con frusta e revolver. Ovviamente, non c’è niente di più lontano dalla professione archeologica, anche rispetto a quella degli anni ’30, periodo in cui è ambientato il film. Indy è molto più vicino agli esploratori ottocenteschi come Giovanni Belzoni piuttosto che a un docente universitario (insegna a Princeton). Lo scopo principale del protagonista è la ricerca di rare reliquie senza badare alla stratigrafia o al contesto circostante (una divertente lettera immaginaria elenca tutti i motivi per cui il professore avrebbe perso la sua cattedra).

Detto questo e avvertita la gente (soprattutto chi deve scegliere cosa fare da grande) che la realtà non è così, non posso non ammettere che “I Predatori dell’Arca Perduta” sia una pietra miliare (attenzione, non ho scritto “capolavoro”) della settima arte. Sono la persona meno oggettiva per fare una critica del genere, ma penso che tutti (o quasi) gli elementi siano perfetti: il soggetto, la regia, la colonna sonora di John Williams, la faccia di Harrison Ford (e pensare che per il ruolo era stato scelto Tom Selleck che, però, rifiutò perché impegnato con “Magnum P.I”) e, soprattutto, l’ironia con cui il film non si prende mai sul serio rendendo, per assurdo, accettabili anche le peripezie più esagerate. Alcune scene, come quella iniziale del masso gigante rotolante o quella della pistolettata al sicario egiziano (altra casualità: Indiana avrebbe dovuto bloccare la scimitarra con la frusta, ma tutta la troupe era stata colpita dalla dissenteria e lo stesso Ford pensò di semplificare così le cose), sono entrate nel mito nel periodo più pop della storia del cinema americano (gli anni ’80 hanno sfornato, tra gli altri, “Ghostbuster”, “Ritorno al Futuro”, “Terminator”, “E.T.”, “Guerre Stellari”).

Ma basta con lo zucchero e cominciamo a fare i pignoli. Di seguito riporterò i riferimenti, giusti o sbagliati, alla civiltà egizia presenti nel film e, quindi, sarò costretto a fare degli spoiler (ma tanto chi è che non l’ha mai visto?). Gli errori storici sono tanti e riguardano anche la situazione geo-politica tra le due guerre mondiali e l’allora stato tecnologico degli armamenti, ma sono spunti che lascio agli esperti del settore.

Siamo nel 1936 e Indiana, di ritorno da una sfortunata missione in Perù, viene contattato dai servizi segreti statunitensi in merito a un interessamento di Hitler per l’Arca dell’Alleanza, la cassa che conterrebbe le Tavole della Legge di Mosè. Effettivamente, il nazismo era caratterizzato da una corrente mistica che si nutriva di credenze occultistiche ed esoteriche, tanto che vennero finanziate missioni archeologiche in Francia  alla ricerca del Santo Graal e in Tibet per arrivare alla mitica patria degli Ariani (consiglio di leggere “Egyptology from the First World War to the Third Reich“). Tornando alla storia, gli agenti informano Jones e il suo collega Marcus Brody che i tedeschi sono riusciti ad individuare la città di Tanis in Egitto dove, secondo la leggenda, si troverebbe l’Arca. Tanis, l’attuale San el-Hagar, era una città del Delta nord-orientale già nota nell’800 grazie agli scavi di Petrie e Mariette, quindi ben prima degli anni ’30 del XX secolo, e dove Montet scoprì nel 39-40 le ricchissime tombe intatte di Psusenne I, Amenemope e Sheshonq II. Corrisponde all’antica Djanet, luogo di nascita di Smendes (1078-1043 a.C.), fondatore della XXI dinastia, e capitale anche durante la XXII, in pieno Terzo Periodo Intermedio, ma probabilmente risale alla fine del Nuovo Regno quando venne abbandonata la ramesside Qantir (le numerose testimonianze di materiale di riuso attribuibili a Ramesse II, infatti, l’avevano fatta erroneamente interpretare come Pi-Ramesse).

Nella spiegazione che Jones e Brody danno della leggenda, s’intromette lo scempio del doppiaggio italiano che spazza via la ricostruzione storica, la tradizione religiosa ebraica e la credibilità del film stesso. Si viene a sapere che un fantomatico faraone di nome Shisha (il narghilè egiziano; scontata la domanda su cosa si sia fumato il responsabile delle traduzioni dei testi) nel 98 a.C. (quando in realtà regnava Tolomeo X) conquistò Gerusalemme e riportò a Tanis il tesoro del Tempio di Salomone, Arca inclusa. In realtà, la versione originale cita uno Shishak e lo colloca al 980 a.C., in riferimento al passo biblico (Re 14:25-26) che racconta la vera invasione di Canaan di Sheshonq I (XXII din., 945-924). Quando uno zero e una k in meno possono stravolgere il senso di un racconto… L’Arca, poi, sarebbe stata nascosta in una camera segreta, il “Pozzo delle Anime” (esiste veramente una cavità chiamata così, ma a Gerusalemme, sotto la “Cupola della Roccia”), per un anno, fino a quando l’ira di Dio si sarebbe abbattuta su Tanis distruggendola con una tempesta di sabbia. Dagli scavi, invece, sappiamo che la città fu abitata fino al VI sec. d.C., quando subì le inondazioni del vicino lago di Manzana. Altri errori sulle Sacre Scritture riguardano le due tavole dei Dieci Comandamenti che non vengono collocate rotte nell’Arca, ma riconsegnate di nuovo integre da Dio a Mosè (Deuteronomio 10:1-5) sul monte Oreb e non Herob. In più, non è scritto da nessuna parte che l’Arca possa “spianare le montagne e portare alla distruzione intere regioni”, ma immagino si dovesse cercare un appiglio per giustificare l’intervento del Führer.

Headpiece_of_the_Staff_of_RaIndiana Jones accetta l’incarico di arrivare per primo alla reliquia, ma per farlo sa che dovrà utilizzare un amuleto, l’Asta di Ra, composto da un bastone sormontato da un medaglione (qui a sinistra una ricostruzione dallo stampo originale degli Elstree Studios) scoperto nel 1926 dal Dott. Ravenwood, suo defunto insegnante nonché padre dell’ex fiamma Marion. Appare subito che il manufatto abbia poco di egizio, inoltre, l’iscrizione del bordo è in alfabeto fenicio. Non chiedetemi il perché. La pietra rossa al centro serve a indirizzare la luce del sole verso l’ubicazione del Pozzo delle Anime, a patto di collocare l’amuleto all’ora e nel punto giusti nella “Stanza del Plastico” (Map Room), sala già scavata dai nazisti dove è conservata la riproduzione in scala di Tanis. Così, dopo essere passato per il Nepal dove recupera ragazza e medaglione, il nostro eroe arriva al Cairo. Quella che appare, però, non è la metropoli egiziana ma Kairoum in Tunisia. Infatti, nessuna scena è stata girata in Egitto. Comunque, l’esimio professore di archeologia non è in grado di decifrare l’iscrizione e viene portato dall’amico Sallah presso un vecchio imam. Anche qui non chiedetemi perché un imam cairota debba conoscere una lingua morta. In ogni caso, il testo dice: «Non si deve violare l’Arca dell’Alleanza» e «Alta 6 Kadam, ma togliete un Kadam per onorare il Dio degli Ebrei a cui appartiene l’Arca». Viene specificato che 6 kadam corrispondono a circa 72 pollici (1,82 m), quindi 5 cadam sono 1,52 m (il calcolo non è inutile; ricordatevi questa misura).

sala del plasticoGrazie a quest’informazione, Indiana s’intrufola nell’enorme cantiere dei nazisti diretto dal rivale francese Belloq e si cala nella Sala del Plastico (vedi foto in alto), una struttura ipogea con volta a botte che somiglia molto alle tombe di Deir el-Medina (infatti, la coppia di sciacalli Anubi/Upuaut nella lunetta di fondo ricorda la decorazione della sepoltura di Senndjem, la TT1). Lungo le pareti ci sono scene chiaramente riprese dalle vignette del Libro dei Morti, come il particolare con Osiride della psicostasia nel Papiro di Hunefer. Per quanto riguarda il modellino, si vedono una piccola piramide, due obelischi sproporzionatamente alti, un tempio da un’improbabile facciata porticata e due colossi solitari (dietro il primo obelisco) che, come originariamente anche quelli di Memnone, avrebbero dovuto trovarsi davanti a un pilone. Una tavola traforata, invece, funge da base per l’Asta di Ra e, per sua fortuna, l’archeologo questa volta riesce a tradurre l’iscrizione geroglifica (non sarò così pignolo da dire che i segni non hanno alcun significato), anche grazie ad appunti scritti sulla sua agendina, magari copiati dalla prima edizione dell’Egyptian Grammar di Gardiner (1927). Alle 9:00 in punto, la luce del sole passa attraverso l’occhio del volatile (ma l’asta sormonta Harrison Ford che è alto 1,85 m) e punta in maniera un po’ scontata sull’altare nella corte del tempio principale.

AnubisDopo aver preso le misure, Jones individua con un teodolite il luogo dove scavare su una collinetta (anche se nel plastico sembrava fosse tutto in piano). Alla rimozione di una lastra, viene aperto l’accesso al Pozzo delle Anime con la comparsa di un pupazzoso colosso di Anubi con ghigno e bocca spalancata verso l’alto, uno dei quattro telamoni che sorreggono il soffitto. Questa scelta si allontana moltissimo dalle rappresentazioni statiche egizie ed è un evidente punto di contatto, forse anche voluto, con i peplum degli anni ’50. Finalmente siamo al dunque! In fondo alla stanza c’è il sarcofago in pietra nera che contiene l’Arca. Ma qui vanno segnalate due divertenti easter egg che rimandano a “Guerre Stellari” (il cui regista, ricordo, è anche l’ideatore del soggetto di Indiana Jones). Su uno dei pilastrini dorati che circondano il sarcofago, si vede un bizzarro segno geroglifico che rappresenta la principessa Leila mentre inserisce i piani segreti della Morte Nera dentro C1-P8 (a sinistra nella foto in basso). In uno dei rilievi alle pareti, invece, c’è ancora il piccolo robot insieme a C-3PO (a destra).

wwwPrima di passare alla scoperta dell’Arca, riporterò la descrizione dell’oggetto data dalla Bibbia (Esodo 25:10-21):

[10]Faranno dunque un’arca di legno di acacia: avrà due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza. [11]La rivestirai d’oro puro: dentro e fuori la rivestirai e le farai intorno un bordo d’oro. [12]Fonderai per essa quattro anelli d’oro e li fisserai ai suoi quattro piedi: due anelli su di un lato e due anelli sull’altro. [13]Farai stanghe di legno di acacia e le rivestirai d’oro. [14]Introdurrai le stanghe negli anelli sui due lati dell’arca per trasportare l’arca con esse. [15]Le stanghe dovranno rimanere negli anelli dell’arca: non verranno tolte di lì. [16]Nell’arca collocherai la Testimonianza che io ti darò. [17]Farai il coperchio, o propiziatorio, d’oro puro; avrà due cubiti e mezzo di lunghezza e un cubito e mezzo di larghezza. [18]Farai due cherubini d’oro: li farai lavorati a martello sulle due estremità del coperchio. [19]Fa’ un cherubino ad una estremità e un cherubino all’altra estremità. Farete i cherubini tutti di un pezzo con il coperchio alle sue due estremità. [20]I cherubini avranno le due ali stese di sopra, proteggendo con le ali il coperchio; saranno rivolti l’uno verso l’altro e le facce dei cherubini saranno rivolte verso il coperchio. [21]Porrai il coperchio sulla parte superiore dell’arca e collocherai nell’arca la Testimonianza che io ti darò.

arcaNoterete da soli le differenze. Se è più difficile regolarsi con le dimensioni (l’Arca del film sembra non corrispondere ai 110×66 cm dichiarati nell’Esodo), è chiaro che ci sia un errore nella collocazione degli anelli, al centro invece che alla base, e dei cherubini, sopra al coperchio piuttosto che all’estremità. La modanatura a gola egizia, invece, non è così fuori luogo perché utilizzata anche nel Levante e poi gli Ebrei in fuga erano pur sempre egiziani di nascita. L’Arca finisce in mano ai tedeschi e Indiana, rimasto intrappolato nel Pozzo, si crea un varco facendo cadere uno dei pupazzoni di polistirolo su un muro. La via di fuga passa per un corridoio pieno di mummie stile “copertina degli Iron Maiden” in piedi (i sarcofagi sono verticali solo nei musei) e sbocca in un naos che affiora in superficie (Belloq proprio non se ne era accorto?). E qui termino la lista degli bloopers “egittologici” con il rilievo sulla facciata della cappella che rappresenta una classica scena amarniana con Akhenaton e il disco solare (vedi in basso), anacronismo di circa 400 anni.

akhenaton

Il resto della storia è ben noto e si svolge fuori dall’Egitto. Nonostante tutti questi errori, “Indiana Jones e i Predatori dell’Arca Perduta” rimane un gran film, anche se, secondo me, non il migliore della serie. E voi cosa ne pensate? Avete notato qualche particolare che mi è sfuggito? O volete che analizzi altre pellicole? Fatemi sapere commentando l’articolo.

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Vaso scoperto da Petrie rispunta in un garage

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Source: theguardian.com

E’ proprio il caso che vada a dare un’occhiata nella soffitta dei nonni! Una coppia di High Wycombe (località poco a nord di Londra) si è ritrovata tra le mani un reperto egizio pulendo il garage… e non è la prima volta che succede. Infatti, Guy Funnel ha trovato tra le cianfrusaglie del padre un antico vaso accompagnato da un cartellino altrettanto interessante che fa il nome di Flinders Petrie. L’uomo, che aveva da poco visto in TV un documentario sull’archeologo britannico, ha riconosciuto l’oggetto e ha subito contattato via mail Alice Stevenson, curatrice del Petrie Museum. Da qui, la Stevenson ha cominciato l’indagine per ricostruire a ritroso il percorso del piccolo contenitore ceramico. I coniugi Funnel pensano possa trattarsi di una sorta di pagamento per una serie di corse con il taxi dell’ormai defunto Charles. Un altro indizio, invece, si può ricavare dal testo del cartellino:

«CERAMICA LIBICA, scoperta (1894-5) dal Professor W. M. FLINDERS PETRIE tra Ballas e Naqada, circa tre miglia a nord di Tebe sulla riva ovest del Nilo. La ceramica è modellata a mano, senza il sussidio del tornio, e la sua datazione stimata è del 3000 a.C. circa».

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Source: blogs.ucl.ac.uk/museums/files/2014/03/libyan-pot-1a.jpg

L’accuratezza delle informazioni è tipica di colui che ha introdotto la metodologia nell’egittologia classificando migliaia di contenitori ceramici per creare la cronologia relativa delle tombe scavate. Petrie aveva trovato numerosi vasi di questo tipo nella necropoli di Naqada (governatorato di Qena) e, osservandoli diversi dagli altri, li aveva interpretati come il segno di un’invasione straniera dal deserto libico. Ora sappiamo che si sbagliava perché questa tipologia, la “Bocca nera” o “B-ware”, è pienamente autoctona e risale al Predinastico, circa 5600 anni fa. Ma ciò che più c’importa è il numero 1754 scritto a matita, il codice identificativo della tomba da cui proverrebbe il reperto. Negli archivi del Petrie Museum, sono annotati anche gli altri oggetti del corredo e tra questi si sa solo che un frammento di cristallo di rocca e due conchiglie forate sono nello stesso museo, mentre una ciotola “Red polished” o “P-ware” è conservata presso l’Ashmolean Museum di Oxford. In particolare, quest’ultima fu acquisita negli anni ’50 dalla collezione di Joseph Grafton Milne, vice-curatore della sezione numismatica del museo. Milne era stato ospite di Petrie in Egitto nel 1895-6 e lì potrebbe aver ricevuto in dono i due vasi, di cui uno sarebbe stato usato da lui stesso o da un familiare per pagare il taxi.

La storia è contorta e, secondo me, non è poi così fondamentale sapere come il vaso sia finito in quel garage. L’importante è che sia stato riscoperto e che potrà essere esposto al pubblico a partire dal “Festival of Pots”  del 7 giugno.

http://blogs.ucl.ac.uk/museums/2014/03/11/a-piece-of-a-giant-jigsaw-a-newly-re-discovered-pot-from-naqada/

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Inaugurato il museo della “Valle delle Balene”

Concedetemi un piccolo sconfinamento di disciplina (ricordo che gli archeologi non sono paleontologi; non scavano dinosauri o qualsiasi altro tipo di fossile), ma la notizia è interessante e riguarda anche l’Italia. Alla presenza delle autorità locali, è stata appena inaugurata la messa in posa della prima pietra del Museo dello Wadi el-Hitan, esposizione all’aperto nella cosiddetta “Valle delle Balene” (deserto occidentale, governatorato del Fayyum). Il sito paleontologico, patrimonio UNESCO dal 2005, è caratterizzato dalla presenza di centinaia di fossili di archeoceti, antenati delle balene vissuti 42 milioni di anni fa (decisamente più antichi dei reperti di cui parlo di solito in questo blog). Il progetto del museo, invece, nasce da una collaborazione del Ministero dell’Ambiente egiziano e il governo italiano e comprende anche la costruzione di una centrale a pannelli solari nella riserva naturale.

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Rinvenuto il più grande sistema di latrine della Nubia medievale

Ad Al-Ghazali, sito sudanese nello Wadi Abu Dom, gli archeologi polacchi diretti da Artur Obłuski hanno effettuato una scoperta particolare in un complesso monastico paragonabile, per dimensioni, al Monastero di S.Caterina nel Sinai. In questa struttura della prima metà del VII secolo doveva vivere un folto gruppo di frati e pellegrini che avevano “bisogno” di un adeguato sistema sanitario. Nel lato sud del monastero, infatti, gli archeologi hanno individuato una fila di 15 latrine, il gruppo più grande di tutta la Nubia medievale, composte da fori nel terreno e contenitori ceramici (vedi foto). La stanza era nascosta da mura perimetrali che fornivano un minimo di privacy.

Il complesso era completato da due chiese: una più grande costruita con blocchi di arenaria a nord (la maggiore del Sudan in età bizantina) e una più piccola in semplici mattoni di fango a sud. Qui, dopo la rimozione di uno strato di terra sulle pareti, è riapparso il fondo bianco in gesso con pitture che rappresentano i quattro arcangeli (Gabriele, Michele, Raffaele e Uriele). Inoltre, sui muri ci sono numerosi graffiti con preghiere e richieste di grazia e aiuto in ogni attività quotidiana.

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Museo di Budapest acquista reperti provenienti da scavi illegali

Il Ministero delle Antichità ha annunciato che sarebbero stati individuati 5 importanti reperti che erano stati scavati illegalmente e contrabbandati nel 2002. Gli oggetti proverrebbero dal sito di Tabbet el-Gesh, a sud di Saqqara, dalla tomba di Haw-nefer, sacerdote del tempo di Pepi I (2330-2280 a.C.). La sepoltura era stata ritrovata dalla missione francese dell’IFAO che avrebbe confermato l’annuncio di Ibrahim. I rilievi fanno parte dell’ingesso della tomba.

Due pezzi sono ancora in una casa d’asta francese, mentre gli altri tre sono stati acquistati recentemente dal “Museo delle Belle Arti” di Budapest (Szépművészeti Múzeum), la cui collezione egittologica è tra le più importanti dell’Europa centrale. Il museo ungherese aveva comprato all’inizio dell’anno i reperti (qui l’annuncio e altre immagini) da un’altra casa d’aste che sostiene di averli ricevuti nel 1974. Il primo rilievo (quello nella foto in alto), lungo 220 cm e alto 46, mostra il defunto seduto mentre tiene in mano il bastone simbolo dell’alta classe sociale. Il testo geroglifico, invece, è diviso in due parti e, per motivi di simmetria, va letto da sinistra a destra e da destra a sinistra. Hau-nefer era un “Sacerdote Lettore”, cioè colui che recitava le formule sacre durante le cerimonie.

Ora, le autorità egiziane hanno messo in moto la lenta macchina burocratica per richiederne il rimpatrio.

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Bolton Museum, copia della tomba di Thutmosi III realizzata con i soldi delle lotterie

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Source: thebanmappingproject.com/database/image.asp?ID=18208

Come era in progetto dal 2012, il Bolton Museum sta per terminare i lavori di espansione della Galleria egittologica, anche se con un po’ di ritardo rispetto ai piani preventivati. La nuova area espositiva costruita sulla Central Library (qui i particolari) dovrebbe essere pronta per la fine dell’anno invece che ad agosto. In più, quella che è una delle più importanti collezioni inglesi di reperti nilotici si doterà anche di una copia a grandezza naturale della KV34, la tomba di Thutmosi III (vedi il particolare in foto. Fra l’altro, è la mia preferita di tutta la Valle, n.d.r.). A differenza della replica della camera sepolcrale di Tutankhamon, questa operazione è prettamente commerciale ed ha come unico scopo attirare sempre più visitatori. Parte del budget necessario di 1.800.000 £ è stato coperto dall’ “‘Heritage Lottery Found”, un fondo di donazione proveniente dalle tredici maggiori lotterie della Gran Bretagna.

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Mummie: è giusto esporre resti umani nei musei?

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Mummia di Ramesse II (Museo Egizio del Cairo). Source: http://www.aegypten-fotos.de/luxor/ramses_e.htm

Ieri è stata inaugurata “Ancient Lives: new discoveries”, mostra del British Museum incentrata sulle nuove analisi scientifiche su otto tra le centinaia di mummie conservate nel museo. La visibilità che ha avuto l’evento ha riacceso una disputa ideologica che spesso nasce in simili circostanze: è giusto esporre resti umani nei musei? Si tratta del legittimo risultato di ricerche archeologiche o dell’irrispettosa profanazione di cadaveri?  Molti sono stati gli articoli scritti sull’argomento e anch’io ho deciso di cogliere l’occasione per riportare la mia opinione. Naturalmente mi concentrerò sul mondo dell’egittologia che è quello più vicino alla mia formazione, anche se il discorso potrebbe essere allargato alle migliaia di collezioni archeologiche, antropologiche e di storia della medicina del mondo.

Prima di tutto, però, va fatta una considerazione generale sul rapporto che la società occidentale ha avuto e tuttora ha con la morte. Nel corso della storia, si è quasi sempre cercato di non mescolare l’ambito dei viventi con quello dei defunti creando appositi luoghi, fuori dai contesti abitativi, dove deporre le salme. Il motivo di fondo è semplice, cioè evitare che la decomposizione dei corpi possa diffondere malattie contagiose o avvelenare le fonti d’acqua e di cibo. Esistono delle eccezioni, come le inumazioni “casalinghe” nella Gerico neolitica o come nel caso dei Dani (le cosiddette “tribù delle mummie”), gruppi primitivi della Papua Nuova Guinea che ancora oggi vivono con i corpi imbalsamati dei loro antenati; ma, in generale, le tombe sono sempre extra moenia. Tale consuetudine è stata ufficializzata anche da celebri provvedimenti legislativi, tra cui spiccano la Tavola X delle duodecim tabularum leges del 451-450 a.C. («Hominem mortuum in urbe ne sepelito neve urito») e l’Editto di Saint Cloud emanato da Napoleone Bonaparte nel 1804 (come non ricordare “I Sepolcri” di Ugo Foscolo). Oltre alle basilari motivazioni igienico-sanitarie, ci sono di mezzo anche i retaggi culturali e religiosi che hanno plasmato il nostro rapporto con la morte. Il Cristianesimo predica la sacralità del corpo umano come dono di Dio; per questo la cremazione è mal vista o addirittura vietata in previsione della resurrezione finale dopo il Giudizio Universale. Ma, anche nel Cattolicesimo, esistono casi a parte come nel Convento dei Frati Minori Cappuccini di Via Veneto a Roma in cui le ossa dei monaci sono state utilizzate per secoli come semplice materiale da costruzione per realizzare decorazioni architettoniche (vedi foto in basso). Qui, il corpo era considerato un semplice involucro dell’anima che, dopo il trapasso, perde ogni importanza.

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Source: turismoroma.it/cosa-fare/il-convento-dei-frati-minori-cappuccini-di-via-veneto

Se avessero conosciuto il loro destino, molti Egizi avrebbero preferito la stessa sorte dei frati romani e diventare un lampadario. Infatti, le mummie sono sempre state usate come combustibile, alla stregua di pezzi di legno; inoltre, tra XVII e XVIII sec., venivano polverizzate e spacciate per rimedi medicamentosi da ingoiare (quindi non lamentatevi quando trovate che alcune pillole siano amare!). Fin dall’antichità, invece, i tombaroli le distruggono o le bruciano alla ricerca dei preziosi amuleti in esse nascoste (qui un esempio nella cachette recentemente scoperta). Il vero interesse dell’Europa per questi “reperti esotici”, però, andò di pari passo con la nascita dell’egittologia tra ‘800 e primi del ‘900. Frammenti di corpi mummificati erano inclusi tra i mirabilia delle wunderkammern già nel XVI secolo, ma è solo con l’istituzione delle prime grandi collezioni egittologiche che la gente scoprì la morbosa passione per i cadaveri del Nilo. Musei di tutto il mondo cominciarono a fare a gara per accaparrarsi sarcofagi e canopi (possibilmente pieni), mentre nella gotica Inghilterra vittoriana si diffuse una moda che coinvolgeva un vasto pubblico di curiosi: lo sbendaggio delle mummie. Alla presenza di centinaia di persone, studiosi toglievano mano mano ogni involucro dell’imbalsamazione, dalla copertura in cartonnage fino alle bende di lino, lasciando il corpo “nudo” (nella foto in basso, l’egittologa Margaret Murray sbenda la mummia del sacerdote Khnum-Nakht nel Manchester Museum davanti a 500 spettatori).

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Source: pasthorizonspr.com/index.php/archives/12/2012/unwrapping-the-mummy-performance-and-science

I “Mummy Unwrapping Parties” e la “Tutmania” esplosa dopo la scoperta di Howard Carter riflettevano il gusto dell’orrido e l’attrazione verso la morte che, purtroppo ancora oggi, spesso caratterizza chi entra in un museo e si trova di fronte a una teca che contiene resti umani; esattamente come chi guarda un horror o segue con attenzione ogni aggiornamento di cronaca nera. La cultura popolare, infarcita di romanzi, film e leggende metropolitane, ha insinuato nel grande pubblico un pregiudizio difficile da estirpare, cioè che la cultura egizia fosse ossessionata dall’aldilà. Non c’è niente di più sbagliato e, per rendersene conto, basterebbe leggere una delle tante poesie d’amore tradotte o dare un’occhiata al “Papiro erotico” di Torino. Il fatto che, in Egitto, la maggior parte dei contesti archeologici sia di tipo templare o funerario è spiegabile con conformazione geografica del Paese. L’esiguità delle terre fertili ha fatto sì che le stesse aree siano state sfruttate per millenni per gli insediamenti abitativi, con la conseguente cancellazione di quelli più antichi. Quindi, gli Egizi non erano perennemente incupiti in attesa di stirare le cuoia, ma mangiavano, si ubriacavano, cantavano, facevano l’amore come tutti gli altri.

Source: telegraph.co.uk

Source: telegraph.co.uk

Dopo queste considerazioni sembrerebbe tutt’altro che etico esporre al pubblico i corpi di persone distolte dal loro riposo eterno e trasformate in curiosi oggetti da ammirare. Ma è proprio qui che si inserisce il ruolo del professionista. Archeologi, antropologi, restauratori, curatori di musei devono ridare dignità a questi uomini e donne non trattandoli come gli altri reperti. L’oggetto deve tornare soggetto. Non basta mettere la mummia in vetrina accompagnandola con una semplice targhetta che ne specifichi la datazione, ma va ricreato tutto il contesto cercando di estrapolare ogni dato possibile che possa farci conoscere la vita e non solo la morte. In realtà, rileggendo ciò che ho appena scritto, mi rendo conto che questo discorso andrebbe applicato su ogni singolo vaso, amuleto o sandalo, ma io riserverei una particolare cura sui nostri avi. In questo ci aiuta la tecnologia. Senza dover per forza togliere le bende, raggi X, TAC e altri metodi non invasivi oggi permettono di capire cosa mangiasse il “paziente”, che tipo di attività lavorativa facesse, di che mali soffrisse e la causa del decesso. Informazioni non solo utili nel particolare ma che, messe tutte insieme, possono riscrivere i libri di storia. Bisogna ricordare che, secondo la religione egizia, l’integrità del corpo era fondamentale per sperare in una vita ultraterrena e, infatti, esisteva un’infinità di formule funerarie per scongiurare problemi al cadavere. Quindi, in un certo senso, la cura dei moderni studiosi nel conservare le salme potrebbe far comodo agli spiriti che si trovano nella Duat.

Così, secondo me, mostre come quella del British, incentrate sulle storie più che sui reperti, non ledono la dignità dei protagonisti e, anzi, possono “educare” il pubblico. Certo, ci sarà sempre chi andrà a vedere la mummia con in testa la maledizione di Tutankhamon o la musichetta di John Williams, ma tutti gli altri potranno considerare con più rispetto persone che una volta vivevano e che, in questo modo, potranno ottenere l’immortalità (almeno nella memoria) tanto agognata.

Questa è solo la mia opinione, ma mi piacerebbe che anche voi riportaste la vostra commentando l’articolo.

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Sekhemka, l’assurdo caso della statua venduta dal suo stesso museo

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Source: sekhemka.blogspot.it

Da quasi due anni, una notizia sta indignando l’opinione pubblica. Il Consiglio del Distretto Amministrativo di Northampton (città 100 km a N di Londra) ha infatti deciso di mettere all’asta uno dei pezzi più pregiati del museo locale per finanziare il progetto di restauro e ampliamento (primo paradosso) del Northampton Museum & Art Gallery e dell’Abington Park Museum. Per colmare almeno una parte dei 14 milioni di sterline necessarie, nel novembre del 2012 è stata scelta come vittima sacrificale la statua di Sekhemka.

La statua in calcare è alta 76 cm e raffigura Sekhemka, funzionario della V dinastia (2400-2300 a.C.). L’importanza del personaggio è testimoniata dai titoli incisi nella pietra che lo qualificano come “Ispettore degli Scribi della Casa della Donazione, colui che è onorato davanti al Grande Dio”. Lo scriba è seduto su un seggio cubico e ha sulle ginocchia un papiro aperto con una lista di offerte da fare ai defunti: oli, fiori, lino, incenso, oche, vitelli, pane, birra ecc. Ai suoi piedi, c’è la moglie Sit-merit,  mostrata in ginocchio e in scala minore, mentre il figlio Shesem-Nefer è rappresentato sulla parte frontale della base. La statua era stata acquistata in Egitto nel 1850 da Spencer Compton, II Marchese di Northampton, e poi era stata donata al museo nel 1880 dal IV Marchese.

Oltre alle considerzioni di bilancio già esposte, il Consiglio si è giustificato anche con l’eccessiva somma per assicurare il reperto e, già nel settembre del 2012, aveva tolto sospettosamente la statua dall’esposizione per generici “motivi di sicurezza”. Il canale di vendita scelto è Christie’s che dovrebbe metterere all’asta Sekhemka il 10 luglio insieme ad altri capolavori. Inizialmente valutato 2 milioni di sterline, il prezzo ora dovrebbe aggirarsi addirittura tra i 4 e i 6 M£. Questa somma andrebbe divisa tra il Consiglio (55%) e l’attuale Lord Compton (45%), pronipote del IV Marchese di Northampton, che, sulle prime, si era detto contrario alla vendita (tirano più 2.700.000 £ che un carro di buoi…).

Ovviamente, subito sono nate manifestazioni di protesta e petizioni contro questo provvedimento. Tra i primi ad organizzarsi, c’è stato il Save Sekhemka Action Group, seguito poi da numerose altre associazioni inglesi e internazionali. Contraria è anche la UK Museums Associations, ma l’opposizione più “pesante” è quella dell’Arts Council England che, deluso per il fatto che un museo possa perdere la fiducia come istituzione che deve prendersi cura delle collezioni ad esso affidate, ha recentemente minacciato Northampton di tagliare i finanziamenti che in parte dovevano coprire il progetto museale del 2016 (quasi 800 mila sterline all’anno).

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Sequestrate antichità nascoste in una copia della maschera di Tutankhamon

An attempt to smuggle ancient egyptian antiquities by Luxor Times 2

Source: Luxor Times Magazine

Quando gli agenti di dogana del servizio postale di Attaba (Cairo) si sono ritrovati tra le mani la copia della maschera di Tutankhamon (a sinistra nella foto) in spedizione verso la Svizzera, avranno pensato fosse uno dei tanti oggetti kitsch che in ogni suq d’Egitto i commercianti cercano di rifilare ai turisti. A un’osservazione più attenta, però, si sono insospettiti per il peso eccessivo del busto e hanno analizzato il pacco ai raggi X scoprendo che nell’involucro erano occultati alcuni reperti antichi come una statuetta in calcare di 30 cm e sette composizioni decorative in perline (a destra) probabilmente appartenenti a retine funebri per mummia. Ora i reperti sequestrati saranno studiati per individuarne datazione e provenienza.

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