Archivi del mese: giugno 2014

Scoperta città romana nel Delta del Nilo

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Source: MSA

Non una tomba, non un tempio, ma un’intera città! E’ la nuova scoperta realizzata nel Delta del Nilo, grazie a prospezioni geomagnetiche, da una squadra internazionale composta, tra gli altri, dal Centro Archeologico Italo-Egiziano e dalle Università di Siena e Padova. Sotto uno spesso strato di limo, sono state individuate strutture architettoniche risalenti all’epoca romana. Il sito in questione si trova nell’area di Kom al-Ahmer e Kom Wasit, 25 km a sud della città di Rosetta.

La città, sviluppatasi in due fasi alla fine dell’età tolemaica e all’inizio di quella romana, si estende attorno a un edificio centrale a pianta rettangolare con funzioni amministrative o religiose.

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Sequestrati 24 reperti egizi a collezionista tedesco

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Source: ahram online

Domani, 24 reperti di età faraonica, illegalmente esportati in Germania, torneranno in Egitto. Ad annunciarlo è stato il neo-ministro El-Damati. Tre mesi fa, infatti, un privato collezionista tedesco aveva offerto al Museo dell’Università di Lipsia frammenti di statuette in ceramica, perline in pasta vitrea (vedi foto) e lastre di pietra incisa senza, però, fornire un’adeguata documentazione sul legittimo possesso delle antichità. Così, gli amministratori del museo hanno deciso di denunciare l’uomo e di avvertire le autorità egiziane. Dai primi studi, sembra che gli oggetti provengano da scavi illegali nell’area di Malqata (Tebe Ovest).

Nel frattempo, ieri, la polizia turistica ha sequestrato altri reperti nel Fayyum. Nell’abitazione di un uomo sono stati ritrovati 85 pezzi, tra statue e ceramiche, pronti per il mercato nero.

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“L’Egitto di Provincia”: Kenamun e il Museo di Storia Naturale e del Territorio dell’Università di Pisa, Calci (PI)

10414929_691494364231421_6040645674822002271_nAppuntamento particolare per la rubrica “L’Egitto di Provincia” perché, questa volta, non parlerò di una collezione permanente ma di una mostra temporanea nata da un singolo reperto conservato, e nemmeno esposto fino a qualche mese fa, presso il Museo di Storia Naturale e del Territorio dell’Università di Pisa a Calci (PI). Il museo nacque a Pisa addirittura nel ‘500 come galleria di mirabilia per poi inglobare con il tempo le raccolte paleontologiche, mineralogiche e zoologiche dell’università. Nel 1986, venne spostato presso l’attuale sede della Certosa di Calci, ex convento fondato nel 1366, ma il cui aspetto si deve soprattutto alle decorazioni barocche del XVII secolo.

10003511_10152110725182800_284019685358021610_nIn questo splendido scenario, si sta tenendo la mostra “Kenamun. L’undicesima mummia”  (fino al 29 giugno; avete ancora poco tempo per visitarla), già presentata in un precedente articolo, ma per la quale vale la pena approfondire il discorso. La scelta della Certosa non è stata casuale perché è proprio da qui che parte la storia, o meglio, una delle tappe che hanno portato il povero Kenamun a ritrovarsi chiuso per quasi due secoli dentro una scatola. Nel novembre del 2012, fu rinvenuta nei magazzini del Museo di Storia Naturale una cassa contenente resti ossei sconosciuti e, se non fosse stato per un particolare, avremmo avuto l’ennesimo cold case irrisolto.  Infatti, sul teschio è inciso «3064. Scheletro di una delle mummie portate d’Egitto dal Prof. Rosellini» (foto a sinistra), nota  che ha permesso alla Prof.ssa Marilina Betrò (Università di Pisa) di iniziare le sue ricerche. Qualche mese prima, nell’ambito del “Progetto Rosellini“, aveva scoperto a Praga la lista delle antichità portate a Livorno dalla spedizione franco-toscana in Egitto (1828-29), tra cui spiccavano proprio una mummia e un sarcofago nero con decorazioni gialle di cui non si avevano più tracce. Quindi, spuntato il corpo, non restava altro che cercare il sarcofago che è stato individuato in pessimo stato di conservazione e senza coperchio nei magazzini del Museo Egizio di Firenze.

Grazie alla decifrazione dei geroglifici, la Prof.ssa Betrò è riuscita finalmente a ricostruire la storia del defunto: Kenamun era un importante funzionario della XVIII dinastia, “Gran Maggiordomo”, governatore della città di Perunefer (il principale porto del Delta) e fratello di latte del faraone Amenofi II (1424-1398 a.C.). La sua carriera, però, durò poco tempo perché Kenamun morì giovane, tra i 20 e i 30 anni, probabilmente dopo essere caduto in disgrazia come testimoniano le tracce di damnatio memoriae nella sua tomba a Tebe (TT93). Deve averla fatta grossa… In ogni caso, 3200 anni dopo, la mummia venne imbarcata ad Alessandria insieme ad altri 2000 pezzi diretti in Italia; ma, durante il viaggio, una falla nella chiglia della nave provocò un’infiltrazione di acqua marina nello scafo che danneggiò irreparabilmente una parte del carico. E’ per questo motivo che oggi abbiamo solo uno scheletro (i tessuti molli sono stati scarnificati per interrompere la decomposizione) e una bara con evidenti segni di asportazione dei punti più rovinati. Rosellini probabilmente si vergognò di presentarsi al Granduca Leopoldo II con questo materiale e deve aver regalato la mummia al suo amico Paolo Savi, l’allora direttore del Museo di Calci.

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La mostra celebra il ritorno di Kenamun nel suo sarcofago con la ricostruzione di un contesto funerario di XVIII dinastia e quasi 40 oggetti provenienti dal Museo Egizio di Firenze e dalle Collezioni Egittologiche dell’Università di Pisa: strumenti da toilette, vasi, sandali, ushabti, collane, amuleti, uno scarabeo del cuore, un poggiatesta, una stele e i quattro canopi con i Figli di Horo. Il Sarcofago di Kent illustra meglio la tipologia “a vernice nera”, la stessa di quello di Kenamun. Inoltre, è possibile ammirare gli altri due reperti provenienti dalla TT93: al momento della scoperta della tomba, Rosellini non era a Luxor e gli operai fecero sparire tutto tranne un arco e un rarissimo cocchio da corsa (gli altri 7 sono al Museo Egizio del Cairo, 6 dalla tomba di Tutankhamon e uno da quella di Yuya e Tuya),  il più antico mai ritrovato in Egitto. La fragilità del carro, però, non avrebbe permesso il trasporto da Firenze, così si è deciso di esporre una copia a grandezza naturale realizzata nel 2008.

http://www.msn.unipi.it/

Aggiornamento:

Dal 16 dicembre 2014, Kenamun e il suo sarcofago si trovano nelle Collezioni Egittologiche dell’Università di Pisa (via S.Frediano 12).

 

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Scoperte armi napoleoniche nel mare di Alessandria

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Source: Luxor Times Magazine

A largo del porto di Alessandria, più precisamente a nord dell’isola di Pharos, sono state recuperate alcune armi risalenti alla fine del XVIII secolo. Le pistole e i fucili potrebbero provenire dalla “Patriot”, una delle navi francesi usate per la campagna d’Egitto (1798-1801) di Napoleone Bonaparte. La scoperta è stata effettuata da una missione russa che sta scandagliando il fondale alla ricerca di relitti di imbarcazioni affondate. Ed è curioso notare che la data di oggi, 22 giugno, corrisponda all’ultima abdicazione dell’imperatore dopo la battaglia di Waterloo nel 1815.

http://luxortimesmagazine.blogspot.it/2014/06/napoleon-sunken-weapons-discovered-on.html

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Corte d’Appello USA rifiuta sequestro della maschera di Ka-Nefer-Nefer

Ka-Nefer2Sfruttando l’atmosfera dei Mondiali, si potrebbe scrivere: USA-St. Louis Art Museum 0-2. Il governo americano, infatti, perde di nuovo nella causa fratricida contro il museo per la gestione della maschera funeraria di Ka-Nefer-Nefer. La bellissima maschera in cartonnage con foglie d’oro e inserti vitrei apparteneva a una donna della XIX dinastia (1200 a.C. circa) e fu scoperta nel 1952 a Saqqara. Poi, se ne persero le tracce tra il 1966 e il 1973 quando fu spedita al Cairo per essere restaurata. Infatti, non si sa come abbia lasciato l’Egitto e sia finita alla Phoenix Ancient Art, galleria specializzata nella vendita di reperti archeologici, che nel 1998 l’ha ceduta al St. Louis Museum per 499.000 $.

Da quel momento, è iniziata la disputa legale con una prima richiesta di restituzione nel 2006 da parte di Zahi Hawass e con la causa civile intentata dal governo degli USA che ha provato a sequestrare il reperto ai sensi delle leggi doganali sulle antichità rubate (19 U.S.C. § 1595a). La Corte Distrettuale aveva rigettato la richiesta perché non esistono prove del furto (è nota la cattiva usanza dei funzionari egiziani di usare i reperti come doni o merce di scambio) e, inoltre, aveva redarguito il governo per non aver saputo applicare il regolamento e per aver voluto intromettersi nelle competenze del museo.

Così, i legali di Washington hanno provato a ritoccare la richiesta, ma è arrivata la seconda sconfitta perché la Corte d’Appello dell’8° Circuito (Missouri) ha rifiutato la richiesta di modifica di denuncia per la scadenza dei termini. Quindi, a causa di questo ritardo, la maschera rimarrà a Saint Louis.

http://www.artlawreport.com/2014/06/12/appeals-court-rules-mask-of-ka-nefer-nefer-will-stay-at-st-louis-art-museum-because-government-missed-deadlines/

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Sequestrati probabili reperti rubati dal Museo di Mallawi

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Ieri, la Polizia per il Turismo e le Antichità ha arrestato due uomini che nascondevano in casa reperti antichi da vendere al mercato nero. Grazie a una soffiata, gli agenti hanno fatto irruzione nell’abitazione a Beni Mazar, cittadina a nord di Minya (Medio Egitto), e hanno scoperto quelli che potrebbero essere alcuni oggetti rubati dal Mallawi Museum. Lo scorso agosto, infatti, il museo era stato assaltato e distrutto da una folla inferocita che provocò un morto e portò via 1040 pezzi sui 1089 esposti. Nel corso dei mesi, ne sono stati recuperati circa 500 anche grazie all’intervento dell’UNESCO (qui la lista non aggiornata delle antichità sparite).

Quest’ultima refurtiva sequestrata comprende una mummia all’interno di un sarcofago ligneo con iscrizioni geroglifiche, amuleti e statuette di età faraonica, oggetti islamici come un pugnale d’argento e sette monete greco-romane. Evidentemente, l’attenzione rivolta al caso di Mallawi e l’incompetenza degli uomini arrestati non hanno permesso di far esportare le antichità all’estero.

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Donna americana restituirà reperti all’Egitto

BqhN5ABCMAA2x0ECynthia Croasdaile, americana ed ex residente di Alessandria, restituirà la sua collezione di ushabti dopo aver letto l’articolo del New York Times che, nello scorso marzo, aveva riportato la richiesta d’aiuto dell’Egitto per arginare i saccheggi esplosi dopo il 2011. Colpita dalla pessima situazione del patrimonio archeologico egizio, la donna ha deciso di privarsi della sua piccola “collezione” di famiglia, composta da pezzi della XXVI din. (685-525 a.C.), che apparteneva al padre quando negli anni ’70 lavorava per la Phillips Petroleum nel deserto occidentale. Un gesto sicuramente da sottolineare più per il simbolo che per l’effettiva importanza dei reperti che torneranno in patria. La notizia è stata ufficializzata durante una conferenza stampa presso l’Ambasciata d’Egitto a Washington.

http://www.egyptembassy.net/

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Spiegato il mistero dell’armata persiana perduta nel deserto (?)

Come è possibile che 50.000 uomini spariscano nel deserto senza lasciare alcuna traccia? Questa è la domanda che da due secoli si pongono archeologi, viaggiatori e avventurieri e che forse potrebbe aver trovato una risposta con gli studi di Olaf Kaper dell’Università di Leida. L’enigma riguarda un avvenimento raccontato da Erodoto: intorno al 524 a.C., l’imperatore achemenide Cambise II avrebbe inviato in Egitto, che all’epoca era sotto il controllo persiano della XXVII dinastia, un’armata che, però, fu investita da una tempesta di sabbia nelle vicinanze di Tebe. La notizia non è mai stata verificata da nessun ritrovamento archeologico né da altre fonti scritte.

Alcune scoperte casuali potrebbero darci una spiegazione. Grazie alla decifrazione dei testi del tempio locale, Kaper pensa che il sito di Ahmeida, nell’Oasi di Dakhla (vedi foto), possa essere stato una roccaforte dei “partigiani” egiziani contro la dominazione straniera. Quindi, Cambise potrebbe aver mandato l’esercito a sedare la rivolta ricavandone solo una sconfitta per mano di Petubasti III, poi fattosi incoronare faraone a Menfi. Questa effimera ribellione, però, durò solo due anni, fino a quando Dario il Grande riconquistò con la forza le terre perse dal suo predecessore. A questo punto, la versione di Erodoto, che scrisse circa 75 anni dopo i fatti, appare come il frutto di una ricostruzione propagandistica dei Persiani che avrebbero preferito coprire l’onta di una sconfitta con l’intervento di elementi naturali.

http://www.news.leiden.edu/news-2014/leiden-egyptologist-unravels-ancient-mystery.html

 

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Nominato nuovo Ministro delle Antichità Egiziane

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Ennesimo cambio al Ministero delle Antichità, il quarto in tre anni. Il neoeletto presidente Al Sisi ha nominato ministro il Dr. Mamdouh Mohamed Gad Eldamaty che sostituirà Mohamed Ibrahim. Eldamaty è stato professore di archeologia presso l’Università del Cairo, Direttore Generale del Museo Egizio della capitale e Presidente del Comitato Internazionale dei Musei Arabi (ICOM-Arab).

http://www.el-balad.com/1002903

 

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Luxor, Trovate le tracce della “Peste di Cipriano”

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@Nataša Cijan

In Egitto sarebbero state individuate tracce della pandemia che sconvolse il mondo conosciuto nel III sec. d.C., la cosiddetta “Peste di Cipriano“. Questa epidemia, che uccise anche gli imperatori Ostiliano (251) e Claudio il Gotico (270),  prende il nome dal vescovo di Cartagine che la descrisse come prima avvisaglia della fine del mondo, anche se, in realtà, si trattava di morbillo o vaiolo. La “peste” potrebbe essere arrivata almeno fino a Tebe secondo i risultati della Missione Archeologica Italiana a Luxor diretta da Francesco Tiradritti che ha analizzato i resti umani scoperti tra il 1997 e il 2012 nel complesso funerario di Harwa (TT37) e Akhimenru (TT404) a el-Asasif. La struttura, infatti, sembra essere stata riutilizzata come fossa comune per la sepoltura dei cadaveri infetti prima carbonizzati e poi ricoperti da calce per bloccare la diffusione della malattia. Purtroppo non è stato possibile estrarre il DNA dalle ossa perché danneggiato, quindi non si ha la conferma sulla patologia, ma l’accostamento con l’infausto evento è stato verificato con la datazione della ceramica.

La tomba di Harwa, la sepoltura privata più estesa d’Egitto con una superficie di circa 4000 m², apparteneva al “Gran Maggiordomo” della Divina Adoratrice Amenirdis I della XXV din. (inizi VII sec. a.C.) a cui successe Akhimenru che si fece inumare nella stessa area.

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