Archivi del mese: settembre 2014

Individuate impronte di vasi sanguigni del cervello nel cranio di una mummia

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Source: sciencedirect.com

Ormai, non ci stupiamo più davanti ai risultati, ancora evidenti, delle antiche tecniche d’imbalsamazione egizie, ma, questa volta, parliamo di un caso che nemmeno gli studiosi riescono ancora a spiegarsi. Nella parte interna del cranio di una mummia, sono state individuate le tracce dei vasi sanguigni del cervello. Il reperto, soprannominato W19, appartiene al gruppo di 50 corpi scoperti nel 2010 nella necropoli di Epoca Tarda-periodo tolemaico di Kom el-Ahmar (Sharuna, Medio Egitto). Come negli altri esemplari, il cranio era stato svuotato e riempito con un misto di bitume e lino, ma, in più, ha mantenuto sulle membrane interne le impronte dell’arteria meningea media.

A volte, nelle mummie naturali (come quella del nostro Ötzi), si riscontra la conservazione di parti così delicate, ma, per quelle artificiali, è quasi un unicum. E non si è ancora capito cosa sia sia stato verificato nel processo di mummificazione. Secondo il dr. Albert Isidro, tale condizione potrebbe essere dovuta a una particolare temperatura o acidità del composto usato durante il trattamento funebre.

Per maggiori approfondimenti, è possibile leggere le sue conclusioni sull’ultimo numero di “Cortex”:

http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0010945214002950

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Restauro della Piramide di Djoser, l’UNESCO chiede spiegazioni

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Source: time.com

Nonostante le rassicurazioni del Ministero delle Antichità sullo stato della Piramide di Djoser, la polemica lanciata da alcuni archeologi e agenzie di stampa egiziane ha allertato anche l’UNESCO.  Il restauro della struttura, inclusa nella lista dei patrimoni dell’umanità dal 1979, comincia a preoccupare l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura che ha inviato una lettera al ministro El-Damaty per richiedere informazioni tecniche dettagliate sull’andamento dei lavori. In particolare, come riferisce Tamar Taneishvili, alto funzionario dell’UNESCO al Cairo, sarebbero state pretese delucidazioni sull’effettivo rispetto delle raccomandazioni che l’Organizzazione aveva presentato al governo egiziano nel 2011, dopo l’approvazione del progetto di ristrutturazione.

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“L’Egitto di Provincia”: Creta e i musei di Chania ed Heraklion

Knossos_bullPuntata international per la rubrica “L’Egitto di Provincia”! Questa volta, non recensirò una collezione di un piccolo centro italiano ma due musei che ho visitato a Creta grazie a uno dei tanti viaggi organizzati dall’Associazione VOLO. Trovare reperti egizi a Creta non è per niente strano perché i rapporti dell’isola greca con la Valle del Nilo affondano le radici addirittura nel IV millennio a.C. Infatti, frammenti di vasi litici protodinastici e di Antico Regno (ad esempio una coppa con il cartiglio del faraone di V dinastia Userkaf) sono stati ritrovati in sepolture minoiche, anche se non è dato sapere se corrispondano effettivamente al risultato di scambi commerciali dell’epoca. Più sicure sono le rotte navali del III e, soprattutto, del II millennio, quando, insieme alle merci, viaggiavano anche idee artistiche e religiose che influenzarono entrambe le civiltà.

Durante il Nuovo Regno, e in modo particolare sotto Tuthmosi III (1479-1424), sono attestate perfino visite di emissari di Keftiu (come gli Egizi chiamavano Creta) alla corte dei faraoni, rappresentate sulle pareti delle tombe dei funzionari di Tebe. In quella del visir Rekhmira, ad esempio, la meticolosità nella realizzazione dei particolari non lascia alcun dubbio sulla provenienza di alcuni dei portatori di tributi (a sinistra, una riproduzione dell’originale dipinta da Nina de Garis Davies e conservata presso il Metropolitan Museum di New York). Acconciature, gonnellini, decorazioni dei vasi sono il sintomo di una perfetta conoscenza di quelle popolazioni settentrionali, anche se le scene fanno parte di una convenzione propagandistica che vede l’Egitto a capo di tutto il mondo conosciuto.   Come spesso accade nell’archeologia, i corredi funebri sono lo specchio delle società a cui appartengono e, in questo caso, rappresentano strumenti fondamentali per studiare questi contatti. A Creta, come in tanti altri luoghi del Mediterraneo, scarabei, amuleti e statuette egizie accompagnano la ceramica e gli altri oggetti di produzione locale e i musei archeologici di Chania ed Heraklion ne conservano alcuni esempi.   chania-archaeological-museum-3Il Museo Archeologico di Chania è situato a NO dell’isola, nella città che, dal XIII al XVII secolo, rimase sotto il dominio dei Veneziani. Ed è proprio di origini veneziane l’edificio che ospita la collezione, cioè lo splendido convento di San Francesco (XV sec.), convertito a moschea dagli Ottomani e, nel XX secolo, prima sede di un cinema, poi magazzino militare e, infine, museo dal 1962. I reperti esposti nelle tre navate della chiesa sono stati tutti scoperti nei dintorni di Chania negli ultimi 50 anni e vanno dal Neolitico al periodo romano, passando per le varie fasi della storia minoica ed ellenistica. I pezzi corrispondono soprattutto a contenitori ceramici, sigilli, impronte di sigillo, monete e tavolette in “lineare A” e “lineare B”, ma ci sono anche statue e mosaici greco-romani. La musealizzazione lascia un po’ a desiderare; spesso mancano cartelli descrittivi e gli oggetti sono ammassati in gran numero dietro le vetrine, ma una nuova sede è in fase di realizzazione. ???????????????????????????????Le antichità egizie si limitano a una decina di scarabei, tra cui ne spicca uno (vedi immagine a sinistra) in faience blu-verde annerita dal fuoco che presenta il cartiglio di Amenofi III (1403-1364). Grazie allo stampo su gesso, si legge il preanomen Neb-Maat-Ra (“Ra è signore di giustizia”) completato dalla formula Mery-Ra, “Amato da Ra”. Invece, gli altri scarabei, come qualche altro amuleto, sono solo sigilli minoici egittizzanti, cioè copie locali in pietra.   799px-Archäologisches_Museum_Iraklio_02Di spessore completamente diverso è il Museo Archeologico di Heraklion, sede della più vasta e importante collezione minoica del mondo. Nell’edificio modernista dell’architetto Patroklos Karantias (1937-40), sono esposti tutti i capolavori della storia cretese, come il “Disco di Festos”, le figurine delle cosiddette “Dee dei Serpenti” e gli affreschi del Palazzo di Cnosso (compresa la taurocatapsia all’inizio dell’articolo). ??????????????????????????????? In quasi tutte le venti stanze, ho scovato qualche oggetto familiare. Particolarmente apprezzati erano gli scarabei in pietra dura e i vasi in alabastro o diorite che erano offerti nelle tombe ai defunti o nei santuari agli dèi. Esempio illustre è l’anfora in alabastro (vedi foto a sinistra), trovata nella necropoli presso il palazzo di Katsambas (Periodo Palaziale Finale, 1450-1300), con il doppio cartiglio di Thutmosi III: Men-Kheper-Ra e Djehuty-Mes. Statuette di divinità egizie, invece, soprattutto di Bes e Osiride, realizzate in avorio, ceramica o bronzo, vennero importate fino al II sec. a.C. Ma sono tante anche le produzioni, sia locali che levantine, che imitano il gusto egiziano, come un curioso sistro in terracotta (foto in basso). http://odysseus.culture.gr/h/1/eh151.jsp?obj_id=3327 ??????????????????????????????? CAM00169

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La scoperta di uno scarabeo egizio confermerebbe informazioni della Bibbia (?)

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Source: journal.antiquity.ac.uk

Passeggiare nel deserto e trovare sul terreno uno scarabeo di 3000 anni… anche questo succede. A Khirbat Hamra Ifdan (Giordania, 50 km a sud del Mar Morto), uno studente dalla vista aguzza della University of California di San Diego ha scorto tra le scorie di fusione di rame un amuleto in steatite recante il nome del faraone Sheshonq I (943-922 a.C.), il fondatore della XXII dinastia. Il sito, infatti, corrisponde a un centro di lavorazione del metallo già attivo nel Bronzo Antico (3000-2000 a.C:), ma con tracce di occupazione fino all’Età del Ferro. Proprio su quest’ultimo periodo si concentrano le ricerche di Thomas Levy, il professore che accompagnava lo studente,  convinto fin dal 2008 che la fine dello sfruttamento del centro sia coincisa con le campagne militari asiatiche di Sheshonq I. Ora, questa fortuita scoperta confermerebbe le sue tesi.

Effettivamente, il faraone si vanta delle sue conquiste nella terra di Canaan attraverso le iscrizioni nel cosiddetto “Portico di Bubasti” a Karnak. Inoltre, viene fatto coincidere con il biblico Shishaq che, cinque anni dopo la morte di Salomone (931), sarebbe arrivato fino alle porte di Gerusalemme (I Re 9.15-19). Proprio per questo motivo, qualcuno ha parlato, un po’ troppo imprudentemente, della scoperta delle leggendarie “Miniere di Re Salomone”. Comunque, fino ad ora, le attestazioni archeologiche di Sheshonq I in Cis-Transgiordania si limitavano a un frammento di stele scoperto a Megiddo nel 1925.

Decisamente troppo poco per accampare ipotesi così roboanti, soprattutto se si pensa che lo scarabeo non era in situ e che, quindi, non può fornirci alcun dato dalla stratigrafia. Non resta altro che aspettare novità dallo scavo.

L’articolo sull’ultimo numero di Antiquity Journalhttp://journal.antiquity.ac.uk/projgall/levy341

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Scoperta industria del ferro del Regno di Kush

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Source: popular-archaeology.com

La notizia, in realtà, risale all’inizio dell’estate, ma ho avuto modo solo ora di leggere i particolari. Ad Hamabab, a 3 km da Meroe in Sudan, rilevazioni archeometriche hanno permesso di individuare un centro di produzione del ferro del Regno di Kush (IX sec. a.C. – IV sec. d.C:). Chris Carey, ricercatore presso la University of Brighton, ha applicato, per la prima volta nell’archeo-metallurgia, una combinazione di gradiometria (analisi delle variazioni dei campi magnetici) e misurazione della resistività elettrica per scovare strutture antropiche nel sottosuolo. Grazie a questi dati, Jane Humphris della UCL Qatar ha liberato dalla terra un laboratorio di fusione del ferro dove, per mezzo di due forni, venivano realizzati strumenti, armi e ornamenti. Un’istallazione del genere è molto rara e sarebbe solo la terza scavata nei pressi di Meroe. Ora, verranno effettuate analisi geochimiche e isotopiche sulle scorie di lavorazione per vedere se fossero trattati anche altri titpi di metallo.

 

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Amarna: le extension e i capelli tinti degli scheletri di 3300 anni

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Source: livescience.com

Era già nota la cura che le donne egizie avevano per i capelli, ma ancora non si era visto un campionario così vario come quello presentato da Jolanda Bos nel suo ultimo articolo sul Journal of Egyptian Archaeology. Lo studio si basa sull’analisi di 28 dei 100 teschi scoperti ultimamente nella “necropoli sud” di Akhetaton dagli archeologi dell’Amarna Project di Barry Kemp. Questi resti, pur mancando di ogni processo di mummificazione, presentano ancora i capelli conservatisi grazie al clima caldo e secco del deserto. In particolare, spicca una donna con una complessa acconciatura composta da 70 extension fissate insieme su diversi strati e lunghezze (vedi immagine). La Bos pensa che fosse una particolare pettinatura riservata alla sepoltura e alla vita nell’aldilà. Anche altri scheletri hanno ancora trecce posticce, quasi sempre più corte di 20 cm. Sembra, infatti, che, nella capitale di Akhenaton (1353-1335), fossero apprezzati i capelli corti. Per le “messe in piega”, ci si serviva del grasso per fissare le forme scelte. Non mancava nemmeno la fobia, ancora attuale, dei capelli grigi che erano coperti con delle tinte rosso-arancioni all’henné.

Per vedere altre foto: http://www.livescience.com/47834-egyptian-hairstyles-photos.html

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76 reperti egizi messi all’asta da Christie’s

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Altro giro, altra corsa… Il 1° ottobre, il giorno prima dell’asta di Bonhams di cui avevo già parlato, presso la Christie’s Auction House di Londra, verranno messi in vendita 76 reperti egizi. I pezzi sono inclusi in un lotto di 189 antichità, classiche e orientali, che vanno dal IV millennio a.C. al VII d.C. e che raggiungono prezzi che sfiorano i 400.000 € come per una testa di statua maschile romana tardo-repubblicana. La maggior parte del catalogo egizio corrisponde alla “Collezione Rudolf Schmidt”, una volta appartenuta al collezionista svizzero che, tra gli anni ’30 e ’50, raccolse soprattutto oggetti predinastici e protodinastici. I suoi discendenti riscuoteranno una discreta somma con la vendita di palette e vasi in diorite, alabastro, gneiss che partono dagli 800/900 €  e arrivano fino ai 38.000-63.000 € di una giara in calcare della II-III dinastia.

Da altre collezioni provengono statuette, blocchi iscritti, frammenti di sarcofago, ushabti, contenitori ceramici e altri oggetti databili dall’Antico Regno al periodo greco-romano. Tra questi, quelli con la base d’asta più alta sono: il rilievo in calcare dalla tomba di Penbuy, “Guardiano della Dimora della Verità” sotto Ramesse II (vedi immagine. 11.000-15.000 €), una sfinge tolemaica in marmo (13.000-19.000 €), un vaso hes in bronzo del Nuovo Regno (13.000-19.000 €), un busto tolemaico di Iside (16.000-23.000 €), una figurina lignea femminile della XXVI dinastia (19.000-25.000 €), un frammento di talatat con cartiglio (19.000-31.000 €), un frammento di placchetta policroma in faience del regno di Akhenaton (32.000-44.000 €) e una statua lignea di un funzionario di VI dinastia (38.000-63.000 €).

http://www.christies.com/salelanding/index.aspx?intSaleID=24670

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L’Archaeological Institute of America mette in vendita corredo funebre di Medio Regno

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Source: bonhams.com

Come previsto, il caso Sekhemka ha spalancato le porte a un preoccupante andazzo: musei e altre istituzioni cominciano a mettere in vendita i loro reperti archeologici. Ora è il turno dell’Archaeological Institute of America – St. Louis Society che ha affidato alla casa d’aste londinese Bonhams un intero gruppo di un corredo funebre di Medio Regno. Si tratta di 37 oggetti (immagine a sinistra) provenienti dalla tomba 124 di Harageh, sito del Fayyum nei pressi di Lahun. La sepoltura è databile alla XII dinastia, probabilmente al regno di Sesostri III (1897-1878), ed è stata scoperta nel 1913 dalla missione diretta da Flinders Petrie e da Reginald Engelbach.

Il “tesoro” è diventato, come spesso succedeva all’epoca, la ricompensa, da parte del governo egiziano, per il lavoro svolto dall’istituto; ricompensa che, dopo 100 anni, verrà messa all’asta il 2 ottobre con una valutazione stimata di 100.000-150.000 €. Così, il futuro acquirente si accaparrerà cinque oggetti da cosmesi in travertino striato (tre piccoli contenitori, un coperchio e un cucchiaino a forma di ankh), 21 pendenti di collana in argento a forma di conchiglia (due tipi, uno dei quali ha anche pietre dure incastonate), 10 elementi di pettorale in argento con intarsi di lapislazzuli, corniola e vetro (tra cui due api, un cartiglio di Sesostri II, un falco sul segno neb e un udjat) e un gioiello a forma d’ape in argento forgiato a tutto tondo, di nuovo con lapislazzuli, corniola e vetro.

Quale sarà la prossima svendita?

https://www.bonhams.com/auctions/21928/lot/160/

Intanto, in una nota ufficiale, l’Archaeological Institute of America si è detto sbalordito e preoccupato dalla decisione della St. Louis Society, presa senza consultare la direzione nazionale. La società “no-profit” è indipendente dall’AIA che comunque sta valutando con urgenza un intervento per bloccare l’asta.

 http://www.archaeological.org/news/advocacy/16847

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“Visitando” l’Egitto con Google Street View

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Le Google Cars (in questo caso le Google Bikes) sono arrivate in Egitto. Finalmente, il servizio di Street View  è disponibile anche per alcuni tra i principali siti archeologici e culturali della Valle del Nilo. Da oggi, sarà possibile “visitare” con il solo movimento del mouse la Piana di Giza, la necropoli di Saqqara e alcuni tra i più importanti luoghi della storia cristiana e islamica del nord del Paese. Oltre alla Sfinge e alle di piramidi di Cheope, Chefren, Micerino e Djoser (sono evidenti gli interventi del restauro…), il tour virtuale di Google Maps comprende anche la cittadella medievale e la Chiesa “Sospesa” della Vecchia Cairo, il complesso di monasteri copti di Abu Mena e la fortificazione del XV secolo di Qaitbat ad Alessandria.

http://googleitalia.blogspot.it/2014/09/a-spasso-tra-le-piramidi-con-street.html

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Studio sulle estinzioni dei mammiferi nell’antico Egitto

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Particolare della “Paletta degli Avvoltoi”, British Museum

Leoni, cani selvatici, elefanti, giraffe, orici e antilopi una volta abbondavano in Egitto, ma cambiamenti climatici e aumento della popolazione umana hanno fatto sì che, negli ultimi 6000 anni, si siano estinte 29 delle 37 specie originarie di mammiferi di grandi dimensioni. Un recente studio, pubblicato ieri (8 settembre) su “Proceedings of the National Academy of Sciences”, analizza l’impatto di queste scomparse sulla stabilità dell’ecosistema locale nel corso dei millenni. Il primo autore, Justin Yeakel (University of California, Santa Cruz), ha sfruttato anche le rappresentazioni di questi animali sui reperti archeologici dal Predinastico in poi. Partendo dalla raccolta di esempi dello zoologo Dale Osborne nel libro “The Mammals of Ancient Egypt”, Yeakel  ha realizzato modelli informatici delle variazioni ecologiche e dei rapporti tra prede e predatori. Il progressivo, ma non graduale, inaridimento del clima ha falcidiato le specie erbivore e, di conseguenza, i grandi carnivori.

Si è visto che più animali si estinguono più l’ecosistema diventa sensibile alle variazioni. In modo particolare, sarebbero stati cinque gli eventi più catastrofici che hanno influenzato questo declino, a partire dalla prima desertificazione repentina del 3500 a.C., quando i monsoni si spostarono più a sud. Poi ci sono i due cambiamenti climatici che coincidono con la fine dell’Antico e del Nuovo Regno; infine, l’ultimo si è verificato solo 100 anni fa.

L’articolo originale: http://www.pnas.org/content/early/2014/09/03/1408471111 

 

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