Archivi del mese: gennaio 2016

Sudan, missione italo-russa scopre cartigli di sovrani meroitici

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Source: nationalgeographic.com.es

Con un po’ di ritardo, segnalo un’interessante notizia che viene, questa volta, dal Sudan. Circa 10 giorni fa, in attesa della pubblicazione ufficiale, sono stati resi noti alcuni risultati dell’VIII campagna di scavo italo-russa ad Abu Erteila, circa 200 km a nord dalla capitale Khartum. La missione, patrocinata dall’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente (IsMEO) e dall’Institute of Oriental Studies of the Russian Academy of Sciences e diretta dal prof. Eugenio Fantusati (“Sapienza” – Università di Roma) e dalla dott.ssa Eleonora Kormysheva, lavora dal 2008 nel sito nubiano sviluppatosi in piena età Meroitica classica (III-I sec. a.C.) nella cosiddetta “isola di Meroe”, all’incrocio tra Nilo, Nilo Azzurro e Atbara. In particolare, le scoperte più rilevanti, effettuate tra novembre e dicembre dello scorso anno, si concentrano in corrispondenza del naos di un tempio del I sec. a.C.-I sec. d.C. la cui divinità non è stata ancora individuata. Qui, infatti, sono stati ritrovati un altare rituale in basalto e un basamento (vedi foto), forse per barca sacra, con figure divine e i cartigli con i nomi, scritti in geroglifico egiziano, del re Natakamani e della regina Amanitore che gli successe (12 a.C.-20 d.C.).

P.S. Ringrazio il dott. Marco Baldi, vice-direttore della missione, per avermi gentilmente fornito queste informazioni (Che strano riprendere in mano il testo del mio primo esame universitario! Fantusati E., Antica Nubia. Storia dell’alta valle del Nilo, Roma 1999).

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Rinviati a giudizio gli 8 responsabili dei danni alla maschera di Tutankhamon

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Ieri (23 gennaio), l’Administrative Prosecution Authority, l’organo egiziano che controlla il comportamento di tutti i funzionari pubblici, ha deciso di rinviare a giudizio 8 ex dipendenti del Museo Egizio del Cairo sospettati di essere i responsabili dei danni provocati nel 2014 alla maschera di Tutankhamon. L’indagine interna ha riscontrato gravi negligenze e violazioni dei normali standard scientifici e professionali durante il “trattamento” di un reperto che ha un valore inestimabile per il Paese. Ricordo che, il 12 agosto 2014, durante la sostituzione dell’impianto d’illuminazione della teca della maschera, era stata staccata per sbaglio la barba posticcia, poi rincollata impropriamente, senza avvertire né i diretti responsabili del museo né i vertici del Ministero delle Antichità, con della resina epossidica. Il materiale legante in eccesso era ben visibile (facendo circolare le prime voci inascoltate fino al gennaio 2015, quando il ministro El-Damaty fu costretto ad ammettere l’incidente fino ad allora negato), così da indurre gli stessi autori del “restauro” a tentare di rimuovere la colla in due occasioni, il 30 ottobre e il 2 novembre, graffiando, però, la superficie del mento.

Alla sbarra del tribunale disciplinare finiranno l’ex Direttore Generale del museo, accusato di aver permesso gli interventi successivi all’errato incollaggio, l’ex responsabile del dipartimento di Restauro, Elham Abdel Rahman (già trasferita al piccolo Museo delle Carrozze Reali), accusata di aver trascurato il suo ruolo di vigilanza e di non aver documentato lo stato della maschera prima e dopo il trattamento, i due restauratori, tra cui il marito della Rahman, che hanno materialmente causato il danno (nella foto) e altri 4 tecnici.

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“Il Faraone” (blooper egittologici)

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Questa volta, vi presento un film di nicchia che difficilmente troverete in TV se non proposto da Ghezzi alle 2 di notte per “Fuori orario”. Al massimo, potete guardare la versione completa in polacco, ma con sottotitoli in inglese, su youtube. Detta così, in effetti, non sembrerebbe invitante, ma io ve lo consiglio vivamente perché è uno delle pellicole più interessanti tra quelle recensite finora per la rubrica “Blooper egittologici”. Parola di Guidobaldo Maria Riccardelli (e vediamo se capite il riferimento!). Però, non sarò io ad analizzare “Il Faraone”, ma lascerò la “tastiera” ad Andrea Fiorini da Bologna dopo aver letto e apprezzato molto il suo lavoro inviatomi via mail.

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“Il Faraone” (“Faraon”) è un film di produzione polacca del 1966 diretto da Jerzy Kawalerowicz, animato da seri propositi filologici che non sempre, nel corso delle oltre due ore di durata, riescono nell’intento.

Il film narra delle vicissitudini che portarono alla conclusione il Nuovo Regno egiziano (1551-1070 a.C.), quando la XX dinastia (1186-1070 a.C.) – nell’interpretazione degli sceneggiatori – termina di fatto con la morte violenta del giovane Ramesse XIII appena salito al trono. Questo re nella realtà non è mai esistito, ma la sua vicenda si pone al servizio della maggiore riuscita drammatica della finzione cinematografica.

I fatti si svolgono in uno dei più controversi momenti della storia egiziana quando la figura stessa del faraone – dio incarnato – viene messa in crisi dal conflitto che la monarchia ebbe con il clero di Amon a Tebe, il più influente del paese. La crisi sfociò nella scissione in due regni (endemica dinamica storica nell’Egitto faraonico), ponendo termine al momento di maggiore gloria dell’Egitto, allorché al nord andò a regnare il re Smendes. Egli regnerà dalla capitale fondata due secoli prima da Ramesse il Grande; il potentato del sud avrà il suo baricentro a Tebe – le insegne del potere in mano al Gran Sacerdote Herihor, già generale dell’esercito, che nel film è uno dei protagonisti. E’ da questo momento che i sacerdoti di Amon divennero i veri detentori del potere su tutta la Valle del Nilo, il così detto Alto Egitto.

Il contrasto tra il clero tebano ed il giovane principe Ramesse sfocia in aperta conflittualità quando le alte gerarchie del Tempio di Karnak scendono a compromessi con alcuni potenti mercanti fenici, doppiogiochisti consiglieri per gli affari esteri del faraone. Essi agiscono da intermediari con gli Assiri – regno mesopotamico in forte ascesa politica e militare – che in realtà si mostrano sprezzanti dinnanzi alle richieste della corona egiziana di fare fronte agli annosi arretrati che devono all’Egitto.

Alla morte dell’anziano re, Ramesse XII (1099-1070 a.C.), il figlio, l’impulsivo ed inesperto Ramesse XIII, per porre fine alle ingerenze di Karnak sulla politica della corona, dando mostra di scarso acume diplomatico, dichiara guerra agli Assiri. Per affrontare le enormi spese necessarie ad organizzare una spedizione bellica in grande stile, come si conviene all’ultimo dei Ramessidi, il neo-faraone dispone parte del depauperamento del tesoro di Stato. L’atteggiamento risoluto di Ramesse, al quale si frappone anche la Regina madre che lo consiglia ad agire con maggiore oculatezza, è teso anche a sfamare il popolo stremato da anni di crisi interna.

Tutto ciò è troppo per l’eminenza grigia di Tebe, e scatena la reazione del sommo sacerdote Herihor che dapprima scioglie i corpi ausiliari dell’esercito, tra cui i contingenti libici (che si danno al saccheggio di Menfi), impedendo poi al re di accedere al Tesoro di Stato, presente negli oscuri meandri sotterranei del tempio di Amon a Karnak. Che si tratti di Karnak si presume, non s’intuisce, dal momento che i fatti si svolgono in maniera sincopata tra una Menfi che mai si intravede ed una Tebe che si potrebbe definire uscita piuttosto dal cinema di Pasolini.

Herihor ponendo fine ad ogni problema (tagliando la testa al Toro possente potremo con ironia sottolineare), servendosi di un perfetto sosia del re, uno spiantato esule greco (?!), addestrato negli anni a muoversi e a parlare come l’originale, decide di eliminare Ramesse XIII. La scena finale che descrive la morte del re è, in assoluto, una delle più coinvolgenti del film.

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Il porre in risalto la contrapposizione tra la corona ed il clero più potente del paese è una palese metafora del dibattito sulla laicità che perdura da oltre un secolo in Europa. Ciò è più vero se si considera come la Polonia, paese produttore della pellicola, facesse parte, negli anni in cui il film fu realizzato, del Blocco Sovietico. E’ comprensibile, allora, e rivista oggi con comprensivo sguardo contemporaneo, come la qualità generale della sceneggiatura risenta in maniera marcata di un approccio ideologico (forse critico?) in chiave marxista.

Il parallelo tra l’Europa del 19° e 20° secolo e l’Egitto appena uscito dall’Età del Bronzo, è però un’evidente forzatura.

In quale misura la vera ragione che portò la scissione dei poteri nel paese del Nilo all’inizio del Primo Millennio a.C., sia stata, in effetti, lo spropositato potere del sacerdozio di Amon, è una realtà storica che gli studi egittologici hanno ricostruito con una certa nettezza (e tale potere partiva da molto lontano). Piuttosto si deve sottolineare come la monarchia ad elezione divina aveva connotati universali tali che, sul puro piano intellettuale, estendeva il proprio dominio su tutte le terre e su tutte le genti del mondo allora conosciuto. Il film di Kawalerowicz non coglie la connotazione culturale dell’Egitto a cavallo tra Nuovo Regno e Terzo Periodo Intemedio, ed, anzi, lo distorce, annullando in tal modo la vera dimensione documentaria che in potenza, poteva avere questo lodevole esperimento d’arte cinematografica.

Il faraone deteneva ogni potere decisionale sugli uomini che gestivano il culto dei templi, da qui uno dei paradossi del film: gli sceneggiatori hanno evidenziato tale assunto nella scena in cui Ramesse XIII appena investito degli attributi regali sceglie in modo arbitrario, nel novero dei presenti nella Sala del Trono, il sacerdote che lo dovrà sostituire nel culto giornaliero.

Al di là della debolezza di una dinastia che, è bene sottolinearlo, è stata composta vieppiù da sovrani la cui durata di regno fu assai breve, e che quindi aveva esplicite responsabilità sulla crisi della Corona, il clero di Amon a Karnak non era uno Stato nello Stato, come la storiografia della prima metà del 20° secolo ha con perniciosa insistenza sostenuto.

Tale pensiero, si diceva, veniva a riflettere non di meno ciò che che avvenne in Europa per effetto delle teorie marxiste, quando, dallo scontro tra Stato e Chiesa, verrà a dipendere il panorama storico di cui oggi il mondo occidentale è erede. In quest’ottica diviene forzatura anche la presenza nel film della giovane ebrea che darà l’erede a Ramesse.

La laicità non fu propria dell’Egitto dei Faraoni, e un Ramesse XIII, personaggio fittizio, che fa abbattere i portali del tempio è immagine improponibile, ancorché anacronistica.

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C’è un ulteriore aspetto del tutto ignorato da Kawalerowicz; una sfumatura che, nel complesso, avrebbe dato un carattere storico realmente filologico al film: l’omessa presenza di una figura fondamentale per gli equilibri politici nell’Egitto dell’epoca , ovvero la “Divina adoratrice di Amon”. Costei, figlia del faraone, veniva data in sposa, nell’Egitto dell’epoca, al Grande Sacerdote di Amon, quale matrimonio “diplomatico” teso ad unire, anche nella teologia, e nel rituale, le due parti in contrasto: monarchia/clero di Amon. La dinastia delle Divine adoratrici (chiamate anche “Spose di Dio”), diverrà, attraverso i secoli del Terzo periodo intermedio prima, e del Tardo periodo dopo, le reale detentrice del potere a Tebe, a cui verranno attribuiti tutti i crismi del potere che fu dei Faraoni.

Con la presenza di una Divina Adoratrice si può sostenere che il film avrebbe assunto tutt’altro spessore. Piuttosto, l’aspetto del Sacro Femminino, così peculiare nella teologia cosmica e faraonica (basti pensare ad Hathor e ad Iside), nell’opera di Kawalerowicz viene deputato alla presenza di una fantomatica sacerdotessa di Astarte, infida tessitrice di macchinazioni dietro le quinte della Sala del Trono. Ci sembra troppo poco.

Il film ha grandi meriti, primo fra tutti l’avere approcciato un Egitto antico lontano dai triti, assurdi stereotipi di altro tipo di cinematografia – vedi Hollywood e dintorni -, e, seppure con le sue falle, ha tentato di avvicinarsi con degne intenzioni (tentar non nuoce) alla civiltà egizia, descrivendo una realtà tanto lontano quanto diversa dalla nostra.

Vi sono scene che agli occhi dei più smaliziati conoscitori della cultura egizia appaiono inverosimili, come, ad esempio, mostrare i templi di Tebe nello stato di rovina attuale, quando invece all’epoca degli eventi narrati nel film questi avevano pochi secoli di vita, ed erano splendidi nella loro integrità – ma ciò crediamo sia dipeso dai costi di produzione. Questo è l’approccio artistico di cui si parlava all’inizio, che forse prende in prestito il cinema di Pier Paolo Pasolini.

Altre incongruenze si riscontrano qua e là, come nella scena di Palazzo dove si svolge una festicciola tra gli intimi di Ramesse, mentre fuori la città (quale?) è messa a fuoco e fiamme dalla dispersa soldataglia dello smantellato Corpo libico.

Tale scena è emblematica, in prima istanza nel marcare la decadenza della cerchia dei nobili, privilegiata casta che indugia, al sicuro tra mura inviolabili, in decadenti sollazzi mentre il popolo è vittima delle iniquità del sistema. Il secondo aspetto, in apparenza più superfluo, indugia piuttosto nell’antropologia documentaria che pare trarre spunto iconografico dal celebre libro di J.G. Wilkinson, Manners and Customs of the Ancient Egyptians. Ci riferiamo alla descrizione dell’ambiente nel quale la festicciola (o sarebbe più giusto parlare di orgia?) ha luogo: attraverso una tecnica di ripresa tutta giocata sull’effetto-capogiro, la suggestione scenica induce lo spettatore ad entrare a contatto con gli astanti accaldati e sovraeccitati dall’opprimente atmosfera di piacere, dove le ragazze divengono materiche nella loro sensualità di bronzee bellezze egizie. E la musica: il motivo di sottofondo, fatto soltanto di leggere percussioni, porta a ritenere incongrua a se stessa l’arte musicale che gli egizi stessi ci hanno tramandato, e davanti agli occhi appare, giocoforza, come immagine richiamata dalla coscienza mnemonica, il famoso dipinto della tomba di Nakht a Tebe delle Tre suonatrici. Dov’è che ci vuole condurre Kawalerowicz? Qual è, dove è, l’afflato che ha spinto il regista polacco a restituirci l’Egitto antico? E’ romanticismo, il suo? O cosa? Sappiamo quindi, anche grazie a Wilkinson, che gli Egizi invece usavano già strumenti a corda e a fiato, e la musica doveva avere un suo valore orchestrale ben più complesso e variegato.

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Lo scetticismo di matrice egittologica prende il sopravvento quando (cioè molto spesso) vengono mostrati gli interni sia degli edifici civili sia dei templi (si presume, sempre, quello di Karnak), con certe forzature interpretative – qui poco sostenute da genuina vis filologica – che esse siano sale di rappresentanza di palazzo o stanze private. Il tema cromatico dominante è uno spento color ocra grigiastro, quando sappiamo invece che i santuari sfolgoravano nel loro caldo e vivo bianco perlaceo sul quale spiccavano estesi e spettacolari rilievi multicolori. E le pareti delle stanze di Palazzo o solo delle abitazioni signorili erano dipinte con scene di ispirazione naturalistica dai toni vivaci e dai bellissimi colori, arricchite, non ultimo, con mobilio di elevata qualità artigianale.

Ma la dicotomia più appariscente del film sta nell’osservare la costante presenza della sabbia anche laddove invece, a fare da cornice alle abitazioni come ai templi, ai villaggi come alle città, la lussureggiante vegetazione della piana alluvionale del Nilo, con i suoi sconfinati palmizi, colorava di verde e dei colori della natura ogni angolo dell’ambiente vivibile ed ogni momento dell’esistenza di un popolo che con la natura stessa era ancestralmente compenetrato di simbiosi mistica, e che sfumava, tra l’altro, nei giardini delle case, microcosmi di delizia a cui ogni egizio non poteva fare a meno.

Per ultima, ma non ultima, mossa com’è da involontaria ironia, la scena, comunque suggestiva, in cui il vecchio Ramesse XII, a Palazzo, varca una progressiva e, dal punto di vista scenografico, ben studiata serie di porte. Queste si schiudono (pare per magia, e così forse è) una per una, per poi palesarlo nella sua viva regalità, accompagnato da un inno cantato che lo presenta come Osiride. “Osiri Ramsete” canta l’inno, “Osiri Ramseteee“. Se la regalità del faraone è, come detto, viva, perché egli è Osiride? Un-nefer era un epiteto del Dio della rinascita, “Essere compiuto, perfetto, bello”, in quanto rinato nell’Egitto eterno, quello oltremondano dei Campi di giunchi. Il film ha avuto la consulenza di Kazimierz Michalowski, forse l’egittologo polacco più autorevole del tempo; ebbene lo studioso non poteva correggere (almeno) questo passaggio della sceneggiatura? Far presente agli autori che Osiride era il Signore dell’oltretomba, e associare al suo nome qualcuno ancora in vita significava considerarlo piuttosto come un’entità dell’altro mondo? D’accordo che Ramesse XII nel film appare più là che di qua, e che magari la scena sia stata immaginata nell’ottica di un’imminente dipartita del vecchio re, sta di fatto che un antico egizio avrebbe fatto mille scongiuri e si sarebbe appellato con riverenza al proprio dio sentendosi definire “Osiride” ancora vivo, e vegeto (va beh, non nel caso del nostro…).

Ripetiamo, il film è bello ed ottimamente diretto, coinvolge, e i dialoghi sono scritti molto bene, così come è ben recitato dai bravi e credibili attori, senza eccezioni. Per un cultore dell’antico Egitto “Il faraone” è, allo stato attuale, l’unica opera cinematografica del mondo occidentale realizzata con tutta la cura ed il rispetto che si devono a quello straordinario trionfo dell’Uomo che fu l’Egitto dei Faraoni. Del fatto che le intenzioni siano andate in parte deluse l’abbiamo già espresso, è inutile tornarci.

Molto bella la scena d’apertura in cui due scarabei stercorari fanno ruzzolare sul terreno riarso dal sole la loro palletta di sterco al cui interno vi sono le uova che garantiranno la sopravvivenza della specie. La loro presenza sul campo di battaglia per ordine di Herihor, farà deviare il percorso dell’esercito guidato dal principe Ramesse in addestramento onde evitare di recare loro disturbo, in quanto ipostasi divina. Sin dall’inizio del film, allora, lo spettatore è partecipe dell’insanabile insofferenza che separa il giovane nobile dalla classe sacerdotale.

Ecco il riferimento ad Akhenaton, quando e come il re eretico della XVIII dinastia diviene strumentale all’approccio ideologico del film. “Libero Stato in libera Chiesa” era il mantra del laicismo europeo fino alla caduta del Muro; ma che senso ha un faraone miscredente o ateo, alla fine del Nuovo Regno? Comunque Akhenaton non era ateo, anti-casta forse, ateo di certo no. “Il faraone”: un bel film; una buona intenzione, sacrificata sull’altare dell’ideologia, quindi svilita, e mortificata.

Non pensiamoci più, e torniamo alla scena degli scarabei: gli sceneggiatori hanno colto alla perfezione lo spirito di un popolo che nella natura riconosceva il simbolo dell’eternità ciclica ed il mito del suo lineare essere sulla terra. In quella palla rotolata si riconosce il sole che viaggia dall’aurora della nascita al tramonto della sua scomparsa, fin dunque nel viaggio nei perigli delle tenebrose ore notturne in cui rischia di essere inghiottito dalle forze del Caos. Quella palla di sterco, nobile materia, contiene la vita del Mondo che ritorna con il sole all’alba.

E’ la rinascita, della vita, e della speranza.

Andrea Fiorini

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L’Egitto di Provincia: “Tracce di Egitto ad Alba Fucens” (21/01/2016 – Museo Paludi di Celano)

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Appuntamento fuori dal normale per la rubrica “L’Egitto di Provincia”. Questa volta, infatti, non ci sarà alcuna descrizione di una piccola collezione ma la segnalazione di un incontro in cui spiegherò di persona la presenza egizia in una città romana nel cuore dell’Abruzzo, a due passi da casa. Ho il piacere di invitare voi tutti a partecipare a “Tracce di Egitto ad Alba Fucens”, appuntamento organizzato dalla Soprintendenza Archeologia dell’Abruzzo – Nucleo Operativo della Marsica nell’ambito di “Fucino 2016, Archeologia a chilometro zero”, progetto di valorizzazione del patrimonio archeologico dell’area del Fucino che comprenderà, per tutto l’anno, visite guidate ai numerosi siti della zona e molti altri eventi gratuiti.

iniziative Fucino 2016Tornando a noi, il 21 gennaio, dalle 15:30 alle 17:00, presso il deposito della Soprintendenza nel Museo Paludi di Celano (AQ), vi illustrerò cosa lega la Valle del Nilo ad Alba Fucens, spettacolare colonia romana fondata intorno al 304 a.C. ai piedi di Monte Velino (il gruppo montuoso innevato che si vede sullo sfondo della foto). Ovviamente, avrete modo di vedere da vicino i reperti egizi o egittizzanti ritrovati nel sito. Vi aspetto!

Per maggiori informazioni e la lista degli altri eventi: https://www.facebook.com/Fucino-2016-Archeologia-a-chilometro-zero-464471010411787/?fref=ts

 

 

 

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Esposte al Cairo le antichità recuperate dall’estero negli ultimi due anni

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Source: MSA

Domani (14 gennaio), in occasione della “Festa degli Archeologi”, il ministro El-Damaty inaugurerà una mostra speciale presso il Museo Egizio del Cairo. In “Repatried Objects Exhibition: 2014-2015”, sarà possibile vedere, nella Sala 44 fino al 29 febbraio, 226 reperti archeologici tra quelli prima illegalmente esportati all’estero e poi recuperati negli ultimi due anni grazie ad azioni legali e diplomatiche con paesi come Francia (242), USA (154), Germania (56), Gran Bretagna (17), Danimarca (8),  Belgio (1), Austria (1) e Sud Africa (1).

Il caso vuole che il periodo preso in considerazione per la mostra coincida con l’attività del mio blog, quindi le vicende di molti degli oggetti esposti sono state raccontate qui nella categoria “traffico di antichità“.

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Un database digitale per combattere il traffico di antichità

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Source: english.ahram.org.eg

Dal 25 gennaio 2011, l’Egitto è entrato in una delle peggiori crisi della sua storia e ancora stenta a riprendersi. La “Primavera araba”, gli scontri di piazza, i giochi di potere tra uomini del vecchio regime, istituzioni religiose ed esercito hanno creato una grave instabilità politica e un abbandono del controllo del territorio. Questa situazione, acuita dalla crisi economica, è diventata così il campo d’azione ideale per tombaroli e commercianti di antichità che si sono ritrovati con siti archeologici praticamente abbandonati e confini nazionali sempre più penetrabili.

Frequenti sono le notizie di reperti sequestrati alla dogana, ma continuano a restare troppi i lotti dall’origine dubbia messi all’asta in Inghilterra, Svizzera, Israele e USA. Per cercare di arginare queste esportazioni illegali, il Ministero delle Antichità, in collaborazione con l’American Research Center in Egypt e con Antiquities Coalition, gruppo internazionale che combatte i crimini contro i beni culturali, sta per lanciare un progetto che, però, appare tardivo. Nell’ancora incompleto Museo Nazionale della Civiltà Egiziana, situato in località Al-Fustat al Cairo (nell’immagine in alto, come dovrebbe apparire terminati i lavori), verrà istallato il Museum Digitization and Documentation Center con lo scopo di creare un database digitale con schede descrittive di tutti gli oggetti esposti nei musei archeologici del paese. Ogni dato (misure, materiale, collocazione, provenienza, datazione) sarà inserito in una sorta di “carta d’identità” del reperto facilmente consultabile in caso di sospetta compravendita del bene, così da velocizzare le procedure ufficiali di recupero. La digitalizzazione, finanziata con un milione di dollari, partirà a breve anche grazie a una serie di esperti del British Museum che formeranno funzionari e archeologi egiziani.

https://theantiquitiescoalition.org/problems-and-solutions/museum-digitization-and-documentation-center-in-egypt/

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Museo Egizio del Cairo: sarà possibile scattare foto per 50 LE

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Source: nilemagazine.com

Ieri, si è concluso il periodo di concessione speciale che, dal 1 dicembre, ha permesso di tornare a scattare gratuitamente fotografie nel Museo Egizio del Cairo dopo 10 anni dall’ultima volta. Dal 2005, infatti, i visitatori erano costretti a lasciare le loro macchine fotografiche in un deposito all’ingresso del museo. Ma da oggi sarà comunque possibile usufruire di questa possibilità, ovviamente senza usare il flash, pagando una licenza giornaliera di 50 lire egiziane (poco meno di 6 euro). Ad annunciarlo, sul suo profilo Facebook, è stato il Dott. Nigel Fletcher-Jones, direttore dell’ American University in Cairo Press. Sicuramente una buona iniziativa intrapresa per favorire il turismo in calo ormai da anni.

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“Warsaw Mummy Project”: al via il più esteso studio su mummie egizie

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Source: scienceinpoland.pap.pl

Sulla scia di altre iniziative simili, anche la Polonia lancia un progetto di studio multidisciplinare su mummie di uomini e animali provenienti dall’Egitto raggiungendo il più grande numero di “pazienti” per un’operazione del genere, almeno per quanto riguarda i resti umani. Il “Warsaw Mummy Project” sarà portato avanti da Wojciech Ejsmond, Kamils BraulińskaMarzena Ożarek-Szilke (dottori di ricerca in archeologia e archeobiologia presso l’Università di Varsavia; nella foto) in collaborazione con oncologi e radiologi dell’International Cancer Centre “Affidea” di Otwock, struttura medica scelta per gli esami ai raggi X e le TAC. Delle 42 mummie che provengono dal Museo Nazionale di Varsavia, si verificherà prima di tutto l’autenticità, visto che non è così raro trovare falsi sotto le bende. Poi, si studierà sesso, età, condizioni di vita, eventuali patologie, causa di morte e, per gli animali, la specie. Un particolare apporto verrà dai nostri Carabinieri che si occuperanno di dattiloscopia forense, cioè il rilievo delle impronte digitali che possono fornire importanti dati sull’occupazione del defunto e su quale mano fosse la preferita. Infine, l’ultima fase del progetto prevederà il prelievo di campioni di tessuto per i test del DNA. I risultati finali verranno presentati nel 2018 tramite un’esposizione speciale presso il museo della capitale.

http://warsawmummyproject.com/

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Da rifare il processo a Erdmann e Görlitz

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Source: mz-web.de

Ricordate il caso Görlitz-Erdmann? I due ciarlatani beccati a rubare campioni di roccia all’interno della Grande Piramide di Giza per provarne la datazione a 13.000 anni fa? Se non ne avete mai sentito parlare, qui potete trovare tutti i particolari della vicenda. In ogni caso, i due tedeschi, più il loro cameraman, erano stati condannati in contumacia (ovviamente perché scappati dall’Egitto) a 5 anni di carcere, soprattutto per aver raschiato pigmenti di un cartiglio di Cheope. Ma, nonostante la richiesta ufficiale all’Interpol di un mandato di cattura internazionale, in patria se l’erano cavata solo con una multa di 1200 euro. I sei egiziani accusati di averli aiutati, invece, sono stati puniti con 22 mesi di reclusione. Ora, però, il quotidiano regionale della Bassa Sassonia Mitteldeutsche Zeitung fornisce qualche speranza ai due “pseudo-archeologi” segnalando che gli avvocati di uno dei complici, il tour operator Fergany Al Komaty, sono riusciti a far riaprire il caso e a far liberare il loro assistito dopo 18 mesi. Poi, sono stati rilasciati anche gli altri cinque, tre ispettori del Ministero delle Antichità e due guardiani del sito. Sembra, infatti, che alcuni capi d’imputazione siano stati messi in dubbio e che, per questo, sia necessario iniziare un nuovo processo. Erdmann e Görlitz sperano che cada l’accusa più grave che loro hanno sempre rigettato, cioè quella di aver danneggiato il cartiglio reale tracciato in rosso nella “Campbell’s Chamber”.

http://www.mz-web.de/mitteldeutschland/archaeologe-dominique-goerlitz-aegypten-laesst-alle-helfer-von-sachsens-indiana-jones-frei,20641266,32950342.html

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Bufale eGGizie*: la maledizione di Tutankhamon

 

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Source: rarenewspaper.com

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

 

Il 2015 è stato senza dubbio l’anno di Tutankhamon e sono sicuro che questo trend sarà confermato anche per i prossimi mesi con il proseguimento delle indagini sulle camere nascoste. Quindi, colgo l’occasione per aprire il 2016 chiarendo alcune leggende metropolitane che circolano da quasi un secolo attorno alla KV62 e che, tutt’oggi, sono ancora materia prima per libri e documentari. La straordinaria importanza del ritrovamento della tomba scatenò da subito una vera e propria tutmania che influenzò l’arte e la moda dell’epoca. Ovviamente, una sepoltura intatta piena di tesori spettacolari e migliaia di altri oggetti mai toccati da millenni non poteva non attirare l’attenzione dei giornali che, ben presto, cominciarono a pubblicare strane notizie che accrebbero in modo esponenziale la curiosità dei lettori: nacque così la maledizione di Tutankhamon.

Prima di arrivare alla maledizione, però, va fatta una veloce carrellata degli eventi che portarono alla scoperta. Il tutto partì dai problemi fisici di George Edward Stanhope Molyneux Herbert, V conte di Carnarvon (che, per ovvi motivi, da ora in poi chiamerò solo Lord Carnarvon), costretto a recarsi in Egitto fin dal 1903 per svernare nei mesi più freddi e alleviare una grave affezione respiratoria. Qui, dotato di un forte amore per l’antiquariato, fondi illimitati e tanto tempo libero, si mise a scavare per conto suo ma con scarsi risultati; così, su consiglio del direttore generale delle Antichità egizie Gaston Maspero, si affidò a un giovane Howard Carter che, a causa di un incidente diplomatico con alcuni turisti francesi, era rimasto senza impiego. I due riuscirono a ottenere una concessione per lavorare nella Valle dei Re solo nel 1917 e passarono anni senza soddisfazioni… fino al 4 novembre 1922 e a quegli scalini che condussero alla più grande scoperta archeologica del XX secolo. La vera portata dell’evento, però, fu chiara solo il 26 novembre quando Carter, aprendo un piccolo varco nella seconda porta sigillata, esclamò la celeberrima frase: «Yes, it is wonderful». Parole diffuse al mondo per la prima volta il 30 novembre dal giornalista Arthur Merton sulle pagine del Times a cui Lord Carnarvon poi venderà, il 9 gennaio, l’esclusiva per 5000 sterline e il 75% di tutti i profitti derivanti dalla vendita degli articoli all’estero. Il resto della stampa era costretto a pubblicare quasi sempre notizie di seconda mano e lo stesso governo egiziano si ritrovò nella paradossale situazione di leggere su quotidiani stranieri ciò che accadeva sul proprio territorio nazionale. Come anticipato, Tutankhamon si rivelò un vero business da subito e gli altri giornali fecero di tutto per spartirsi la torta dei guadagni, come raccontare misteriosi avvenimenti accaduti ai membri della missione archeologica. Ad esempio, quando la maledizione non aveva ancora mietuto alcuna “vittima”, il New York Times riportava che, il giorno dell’apertura della tomba, il canarino di Carter era stato inghiottito da un cobra reale (qui l’articolo del 22 dicembre 1922). Non è chiaro se a raccontare questa storia sia stato James Henry Breasted, che aveva anch’egli lavorato alla KV62, ma è sicuro che un altro egittologo, Arthur Weigall, l’abbia interpretata come un presagio nefasto. Senza ammetterlo direttamente, insinuando il dubbio come fanno oggi alcune trasmissioni televisive, scrisse che si trattava di una strana coincidenza, soprattutto se riportata al fatto che Meretseger, la dea protettrice della Valle dei Re, aveva proprio le fattezze del rettile. Purtroppo, la cosa diede una certa credibilità a tutti gli eventi sovrannaturali seguenti proprio perché confermata da uno studioso del campo; ma pochi sanno che Weigall era stato assunto dal Daily Mail come corrispondente a Luxor per seguire le fasi dello scavo. Evidentemente, in questo caso, il professionista aveva anteposto il denaro alla deontologia.

Era solo la prima avvisaglia che esplose in una serie di titoli sensazionalistici (come quello in foto del Detroit News del 6 aprile) dopo la morte di Lord Carnarvon avvenuta il 5 aprile 1923 a causa di una puntura d’insetto sul volto tagliata durante la rasatura della barba che portò a setticemia e a polmonite. Due settimane prima, quando il conte era già ricoverato in condizioni critiche in un ospedale del Cairo, la scrittrice Marie Corelli pubblicò una lettera sul magazine New York World :

«I cannot but think some risks are run by breaking into the last rest of a king in Egypt whose tomb is specially and solemnly guarded, and robbing him of his possessions. According to a rare book I possess … entitled The Egyptian History of the Pyramids [an ancient Arabic text]… the most dire punishment follows any rash intruder into a sealed tomb. The book names “secret poisons enclosed in boxes in such wise that those who touch them shall not know how they come to suffer”. That is why I ask, Was it a mosquito bite that has so seriously infected Lord Carnarvon?»

 

I giornali non aspettavano altro e rilanciarono il testo ovunque. Quando poi anche Arthur Conan Doyle si occupò dell’accaduto, fu lanciata ufficialmente la Maledizione del faraone. L’autore di Sherlock Holmes aveva già parlato della morte di un suo amico, il dottor Bertram Fletcher Robinson, secondo lui dovuta a qualche male che lo avrebbe colpito dopo aver compiuto degli studi su una mummia del British Museum. Così, intervistato da un giornalista del Times anche sulla dipartita del conte, aggiunse che poteva essere stata causata da una “maledizione” o comunque dall’intervento di qualche “spirito elementale” invocato a protezione della tomba dagli antichi sacerdoti. In tempi molto più recenti, alcuni hanno addirittura collegato questa morte con quella della contessa Vacca Augusta avvenuta nel 2001 nella Villa Altachiara di Portofino, fatta costruire nel 1874 per Carnarvon e quindi considerata maledetta… Tornando a noi, poco contava che Doyle si guadagnasse da vivere inventando storie fantastiche (fra l’altro, in “Lot n°249” del 1892, scrisse proprio di una mummia che si risveglia a Oxford dopo la lettura di una formula magica su un papiro); titoli con “The Curse of King Tut” cominciarono a vedersi associati a sempre più numerose scomparse o fatti misteriosi: improvvisi blackout al Cairo e a Londra, una macchia scura sulla guancia della mummia di Tut nello stesso punto in cui Carnarvon era stato punto, la morte del cane del conte e la scoperta di maledizioni legate ad Anubi. Secondo i quotidiani dell’epoca, “La morte scenderà su agili ali per colui che profanerà la tomba del faraone”, o varianti simili, sarebbe stato il testo inciso su una delle porte sigillate che avrebbe spinto gli operai a mettere in guardia Carter. Tralasciando il fatto che dubito che i locali sapessero leggere l’arabo, figuriamoci il geroglifico, non esiste alcuna iscrizione del genere nella tomba di Tutankhamon. Per rendersene conto, basta vedere le foto originali di Harry Burton.

Sebbene esistessero rare formule d’esecrazione nei confronti dei profanatori di tombe, leggende nate attorno a questo tipo di maledizioni nacquero ben prima della decifrazione della lingua egiziana da parte di Champollion e quindi della possibilità di leggerne il contenuto. Forme di superstizione legate ai luoghi di sepoltura sono esistite fin dall’antichità non solo in Egitto e si sono evolute nei racconti del terrore della, per certi versi macabra, epoca vittoriana e nei primi film horror con la nascita del cinema. “La mummia” del 1932 con Boris Karloff sfruttò il clamore che ancora non si era spento dieci anni dopo la scoperta di Carter, ma ancor prima erano stati girati “Die Augen der Mumie Ma” nel 1918 e il cortometraggio Cléopâtre” addirittura nel 1899. Quindi, la Maledizione di Tutankhamon è nata da un background di credenze già esistenti e non dalla conoscenza degli antichi testi egizi.

Il fattore sovrannaturale che colpì maggiormente il pubblico fu la lunga serie di morti inspiegabili tra le persone che, per un verso o per l’altro, avevano avuto un ruolo nella scoperta. Malattie, avvelenamenti, omicidi, incidenti erano riportati quotidianamente fino a superare le 20 scomparse dal 1923 al 1935, come quella del coautore con Carter della prima pubblicazione, Arthur Cruttenden Mace, o il curatore della collezione egizia del Louvre, Georges Aaron Bénédite, entrambi deceduti nel 1926. Gli scettici più frettolosi hanno provato a giustificare queste dipartite con l’istoplasmosi, cioè l’infezione polmonare provocata dall’inalazione di spore velenose contenute nel guano dei pipistrelli. Infatti, un tale pericolo è concreto per chi lavora in  ambienti sotterranei, ma la tomba era sigillata e non presentava resti di volatili. Allora come spiegare questo concatenamento di morti? Più semplicemente, basta scorrere la lista delle vittime della maledizione e fare un paio di calcoli. Qualcuno ci ha pensato prima di me. Ad esempio, Mark Nelson, in un articolo pubblicato nel 2002 sul British Medical Journal, ha evidenziato che tra i 25 europei presenti all’ingresso nella tomba, all’apertura del sarcofago o all’autopsia della mummia, l’età media di morte supera i 70 anni dopo un ventennio circa dal “contatto”. Carter, primo indiziato per un’eventuale vendetta del faraone, morì a 65 anni nel 1935; Lady Evelyn, figlia del conte, arrivò al 1980; Richard Adamson, capo sicurezza della spedizione, addirittura al 1982. Appare evidente, quindi, che si trattasse solo di trovate pubblicitarie, di espedienti degli editori per far vendere più copie in mancanza di notizie vere monopolizzate dal Times. Ma i giornalisti non si fermarono alla fantasiosa interpretazione esoterica di morti vere; spesso, inventarono quelle di personaggi mai esistiti o scrissero “coccodrilli” per uomini vivi e vegeti. Avranno fatto gli scongiuri, ad esempio, il chimico forense Alfred Lucas e l’anatomista Douglas Derry, fatti fuori da diversi pennivendoli, compreso Weigall, subito dopo la loro partecipazione all’autopsia dell’11 novembre 1925 e che, invece, vissero rispettivamente fino a 78 (1945) e 87 anni (1969).

 

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