Archivi del mese: settembre 2016

Bufale eGGizie*: le piramidi sono state costruite da schiavi (o, volendo, oltre 10.000 anni fa)

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“Fight for Freedom”, 1949 (Source: misterkitty.org)

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Con questo articolo proverò a prendere due piccioni con una fava sfatando due bufale che riguardano il simbolo d’Egitto: le piramidi di Giza. Secondo molti, questi monumenti patrimonio dell’UNESCO sarebbero state costruite da schiavi; secondo altri, ancora più fantasiosi, risalirebbero a un’antichissima civiltà evoluta ormai dimenticata.

Ma partiamo con la prima. L’immagine di migliaia di uomini costretti a trascinare giganteschi blocchi di pietra sotto sferzanti colpi di frusta è forse una delle prime che, purtroppo, balena nella mente a chi pensa all’antico Egitto. In generale, si crede che le piramidi di Giza, come tutte le altre opere monumentali della Valle del Nilo, siano state realizzate grazie al lavoro degli schiavi: niente di più sbagliato. Tale leggenda metropolitana risente ovviamente dell’influenza di cinema e letteratura che, a loro volta, si rifanno a interpretazioni errate degli storici del passato. L’Antico Testamento, soprattutto con il libro dell’Esodo, ha avuto una grande responsabilità nella diffusione di questa diceria raccontando la storia di Mosè e della cattività degli Ebrei (mi sono già occupato dell’argomento recensendo il film “I Dieci Comandamenti”). Ma la fonte principale dell’equivoco è probabilmente Erodoto, storico e viaggiatore greco del V secolo a.C. che, trovatosi di fronte alle spaventose dimensioni delle piramidi, non poté che pensare al progetto di un sovrano megalomane e dispotico:

 «Non vi fu perfidia di cui Cheope non si macchiò. Innanzitutto, egli chiuse  tutti i templi e vietò  agli  Egiziani di sacrificare. Dopo di ciò, li obbligò a lavorare per lui. Alcuni vennero inviati a  cavare  le pietre nei monti d’Arabia, a trascinarle fino al Nilo e a trasportarle su battelli sulla riva  opposta  del fiume; qui altri le ricevevano e le trascinavano fino alla montagna libica. Ogni tre  mesi,  centomila uomini erano impiegati in questo lavoro. Quanto al tempo durante il quale il  popolo fu  così tormentato, si passarono dieci anni a costruire la rampa sulla quale si dovevano  trascinare le  pietre […] La piramide in sé costò vent’anni di lavoro […] Cheope, esausto per queste  spese, giunse  all’infamia di prostituire la propria figlia in un luogo di perdizione e di ordinarle di  ricavare dai  suoi amanti una certa somma di denaro. Non so a quanto ammontasse la somma; i  sacerdoti non  me lo hanno rivelato. Non solo ella eseguì gli ordini del padre, ma volle lasciare ella  stessa un  monumento. Ella pregò tutti coloro che la visitavano di donarle ciascuno una pietra. Fu  con queste  pietre, mi dissero i sacerdoti, che si costruì la piramide che si trova nel mezzo, di fronte  alla grande  piramide, e che ha un plettro e mezzo di lato» (Storie II, 124-26)

Da questo momento in poi, Khufu divenne il prototipo del tiranno assoluto, del governante dissoluto che non bada ai bisogni del popolo. Tuttavia, il culto di Cheope, la cui figura era stata già presentata in maniera contrastante nel Papiro Westcar (P. Berlin 3033), è attestato fino alla XXVI dinastia (672-525), quasi duemila anni dopo la morte del faraone, circostanza che sembrerebbe negare una cattiva considerazione da parte degli Egizi. Quindi, è ovvio che il giudizio di Erodoto, e di altri dopo di lui, si sia basato solo su racconti e su credenze dei contemporanei. Infatti, l’applicazione delle moderne categorie mentali a fatti del passato è spesso la principale causa di errate interpretazioni. Tornando all’oggetto della discussione, effettivamente in Egitto la schiavitù esisteva, ma è difficile inquadrarla nel nostro pensiero occidentale. Partendo dalla semplice definizione, per schiavitù s’intende la condizione giuridica di un individuo che è considerato proprietà privata di un altro e il cui lavoro non è retribuito (sinonimi: servitù, cattività, tirocinio ;D). Il problema è che una vera codificazione sociale di tale status avvenne solo nel Medio Regno e si consolidò soprattutto in epoca ramesside, quando le numerose guerre crearono un afflusso continuo di prigionieri stranieri. Nell’Antico Regno, periodo in cui furono costruite le piramidi di Giza, sembra non esistere una condizione umana corrispondente alla nostra schiavitù, se si esclude quella risultante dalle spedizioni belliche in Nubia organizzate proprio per l’approvvigionamento di manodopera che, in ogni caso, non fu impiegata nella realizzazione delle tombe dei faraoni di IV dinastia.

Ma allora chi? Non schiavi nubiani, libici o asiatici, ma liberi cittadini egiziani che erano momentaneamente dirottati dalle loro occupazioni quotidiane verso le opere pubbliche. La corvée, infatti, era un sistema di servizio di Stato obbligatorio attraverso cui il popolo, senza distinzione di genere, era utilizzato nella creazione e manutenzione di infrastrutture (strade, canali, dighe), nell’estrazione di materie prime in cave e miniere, nelle campagne militari, e, ovviamente, nell’erezione di edifici monumentali. Spesso, essendo la maggior parte della popolazione dedita all’agricoltura, questo periodo coincideva con la stagione dell’inondazione, Akhet, quando la piena del Nilo rendeva impraticabili i campi. Il lavoro era comunque coatto, ma i contadini erano nutriti meglio del resto dell’anno e avevano una copertura medica. Inoltre, esistevano perfino decreti reali che esentavano singoli o categorie di persone da quest’obbligo.

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Tornando nello specifico, è stato calcolato che per le tre piramidi siano stati necessari 20-30.000 operai  per un periodo non continuativo di circa 80 anni (2589-2504). Così, pur senza arrivare alle cifre di Erodoto, appare ovvio che servisse una grande struttura logistica per l’organizzazione del lavoro e, soprattutto, per l’alloggiamento degli uomini. Già nel 1880-82, Flinders Petrie era convinto di averla trovata quando scavò, a ovest della piramide di Chefren, le cosiddette “Baracche degli operai” che, però, si sono rivelate semplici magazzini. La vera svolta è arrivata solo tra il 1988 e il 1990 con la missione di Mark Lehner (Ancient Egypt Research Associates) e quella egiziana di Zahi Hawass. L’archeologo americano individuò, 400 metri a S-E della Sfinge, quella che poteva essere la “Città della piramide” nota già dalle fonti epigrafiche, con abitazioni, magazzini, un’officina per la lavorazione del rame, due grandi forni per la produzione in vasta scala di pane, un’area per il trattamento del pesce e un edificio amministrativo (immagine in alto; per l’originale mappa interattiva: AERA). Il sito era separato dalla necropoli reale da un possente muro in pietra (alto 10 m e lungo almeno 200) detto in arabo Heit el-Ghorab “Muro del corvo”. Nella parte nord, una serie di gallerie con piccole stanzette è stata interpretata come dormitorio in grado di ospitare, a rotazione, 1600-2000 lavoratori. Inoltre, sembra ci fossero due villaggi distinti: l’Orientale con abitazioni più piccole per gli operai semplici e l’Occidentale che presenta case più grandi per artigiani e supervisori. I due centri erano divisi da un palazzo nel quale sono state ritrovate impronte di sigilli di Chefren e Micerino e silos per i cereali. Purtroppo, il fronte di scavo copre solo il 10% della città (5000 m²) per la presenza di un moderno cimitero, di un campo da calcio e del sobborgo cairota di Nazlet es-Semman che avanza sempre più minacciosamente verso ovest.

Giza Plateau Mapping Project: http://www.aeraweb.org/projects/lost-city/

Rapporti di scavo: http://oi.uchicago.edu/research/projects/giza-plateau-mapping-project-gpmp-0

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Quasi contemporaneamente e poco più a ovest, Zahi Hawass scopriva le sepolture dei costruttori delle piramidi che avevano abitato i due villaggi. Un secondo gruppo è stato individuato nel 2009. Anche in questo caso, si è vista una netta divisione in due settori: il cimitero inferiore raccoglieva le tombe degli operai che trasportavano i blocchi, mentre quello superiore era riservato a tecnici come scultori, disegnatori e altri artigiani. È chiaro che una posizione così prossima alla necropoli reale fosse un privilegio che non sarebbe mai spettato a degli schiavi. L’enorme cimitero inferiore conta, oltre a 60 tombe più grandi forse appartenute a capisquadra, 600 semplici fosse scavate nella roccia (1 x 0,5 m) con coperture di diverso tipo. L’analisi dei corpi non mummificati ha evidenziato individui provenienti da tutte le zone d’Egitto con una bassa aspettativa media di vita (40-45 anni per gli uomini, 30-35 per le donne) che risente della forte mortalità infantile. Inoltre, le ossa recano evidenti tracce di usura da trasporto di carichi pesanti (es. vertebre schiacciate) ma anche segni di fratture curate, cosa che conferma un’assistenza medica per i lavoratori.

Il cimitero superiore, poco più a sud, include 43 tombe più grandi, in parte ipogee e in parte costruite con calcare, mattoni crudi e altro materiale di scarto dai cantieri reali (granito, basalto). La presenza di false porte, statue, iscrizioni e, in generale, di corredi più ricchi testimonia un più alto livello sociale per i defunti di questo settore il cui ruolo è chiarito dai loro titoli: disegnatore, architetto, “Ispettore dei costruttori della tomba”, “Direttore dei lavori della tomba”, “Supervisore del lato della piramide”, “S. degli artigiani”, “S. degli operai che trainano la pietra”, “S. della biancheria”, “S. del porto”, “S. dei carpentieri”, “S. del distretto amministrativo”.

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Se tutto ciò non bastasse a convincere i più scettici, nel 2013 a Wadi el-Jarf, costa occidentale del Golfo di Suez, la missione franco-egiziana diretta da Pierre Tallet (Sorbona) e Sayed Mahfouz (Università di Assiut) ha effettuato un ritrovamento eccezionale che fornisce la prova definitiva sugli autori della piramidi di Giza: frammenti di papiro risalenti al 26° anno di regno di Cheope. Con circa 4600 anni, sono i più antichi papiri iscritti mai individuati e contengono testi amministrativi che registrano le presenze mensili dei lavoratori del porto impiegati anche nel trasporto di blocchi di calcare verso il cantiere della Grande Piramide.

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Dopo questi dati, dovrebbe essere assodato che gli schiavi non c’entrarono niente; ma neanche alieni o Atlantidei. Un’altra bufala che circola attorno alle piramidi, infatti, è quella che le retrodaterebbe, insieme alla Sfinge, al 10.500 a.C. Questa teoria nasce soprattutto da improbabili studi degli autori di best-seller fantarcheologici Robert Bauval e Graham Hancock che prendono in causa analisi geofisiche mai provate e ipotetici allineamenti con la costellazione di Orione (approfondirò il discorso in futuro). Come visto, la città dei costruttori ebbe una vita brevissima, circa 35-40 anni sotto i regni Chefren e Micerino, e fu abbandonata a lavori completati con l’asportazione di tutto il materiale edile riutilizzabile, come soglie di pietra, colonne di legno e perfino mattoni. La datazione è supportata, oltre al ritrovamento dei già citati sigilli, dallo studio cronotipologico della ceramica e dal C14. Ma ancor prima di questi sviluppi più recenti,  ad esempio, all’interno delle camere di scarico della Grande Piramide, erano stati già scoperti graffiti degli operai che si definivano “Amici di Cheope” (ricorderete lo scandalo dei due tedeschi accusati di aver prelevato campioni da un cartiglio del re; immagine in alto). Allo stesso modo, nella piramide più piccola abbiamo la firma degli “Ubriaconi di Micerino”! Queste iscrizioni, oltre a legare inequivocabilmente le opere ai faraoni, ci forniscono utili informazioni sull’organizzazione dei lavoratori che erano suddivisi in squadre, a loro volta  frazionate in 4 o 5 gruppi più piccoli detti phyles e, infine, in unità di 10-20 uomini.

In ogni caso, per apporfondire l’argomento, il link seguente porta a una vastissima bibliografia di articoli scaricabili gratuitamente: http://www.gizapyramids.org/static/html/authors_list.jsp

 

 

 

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Eliopoli, scoperti altri blocchi di un tempio di Ramesse II

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Source: MSA

Da Eliopoli arrivano ulteriori conferme della presenza di un secondo tempio di Ramesse II (1279-1213). Dopo quelli scoperti lo scorso maggio nel sito di Matariya, la missione egiziano-tedesca, diretta da Ayman Ashmawi e Dietrich Raue, ha individuato altri blocchi iscritti attribuibili al faraone della XIX dinastia, presentato qui con la rarissima variante “Paramessu” (il nome originario di Ramesse I). Infatti, come si può vedere nell’immagine in alto, accanto al classico praenomen Usermaatra Setepenra (cartiglio a sinistra), si trova il nomen Paramessu Meriamon che, quindi, ingloba l’articolo “pA”. I frammenti farebbero parte della decorazione delle stanze più interne dell’edificio che si trova 450 metri a ovest dell’obelisco di Sesostri I.

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Karnak, ricostruita cappella per barca sacra di Thutmosi III

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Source: CNRS-CFEETK 2016

Alla presenza del ministro El-Enany, ieri è stato ufficialmente inaugurato un nuovo monumento nel Museo all’aperto del complesso di Karnak. Nell’area dell’angolo N-E della cinta di Amon-Ra preposta all’esposizione delle strutture ricostruite (come la “Cappella Bianca” di Sesostri I o la “Cappella Rossa” di Hatshepsut), da oggi è possibile ammirare anche la cappella in calcite di Thutmosi III (1458-1424) ritrovata in frammenti, tra il 1914 e il 1954, nel riempimento del 3° pilone e nei pressi del 9° pilone. Il sacello originariamente era  posto di fronte al 4° pilone come stazione intermedia per accogliere la barca sacra di Amon durante le processioni, prima di essere smantellato e riutilizzato come materiale di reimpiego. La ricostruzione della cappella è stata affidata al team del Centre Franco-Égyptien d’Étude des Temples de Karnak (CFEETK) che aveva iniziato nel 2010 rimontando i pezzi delle pareti per poi passare, lo scorso anno, al difficile ricollocamento della lastra del soffitto, pesante 76 tonnellate (qui il video del procedimento). I lavori di restauro e pulizia finale si sono conclusi nelle scorse settimane.

http://www.cfeetk.cnrs.fr/index.php?page=anastylose-chapelle-thoutmosis-iii

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Source: MSA

Con l’occasione, è stato aperto al pubblico anche il Tempio Orientale di Ramesse II (1279-1212), costruito attorno all’Obelisco Unico nell’estremità est della cinta di Amon, prima del portale di Nectanebo I. Modificato da Taharqa (690-664) e da Tolomeo VIII (170-163), il santuario consisteva in un pilone e una sala ipostila.

Per la ricostruzione virtuale: http://dlib.etc.ucla.edu/projects/Karnak/feature/RamessesIIEasternTemple

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Riaperto il Mallawi Museum dopo l’assalto del 2013

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Source: MSA

Stamattina, alla presenza del ministro El-Enany, delle più alte cariche politiche locali e di archeologi egiziani e stranieri, è stato ufficialmente riaperto il Mallawi Museum. Il museo, situato 40 km a sud di El-Minya, in Medio Egitto, conservava 1089 reperti provenienti dai vicini siti di Tuna el-GebelHermopolis, Antinopoli e Amarna. Di questi, ben 1040 furono rubati il 14 agosto 2013 da un’orda incontrollata di persone che approfittarono del caos scoppiato dopo la destituzione del presidente Morsi. Gran parte dei pezzi spariti (950) è stata recuperata grazie ai sequestri della polizia o alle restituzioni spontanee da parte di chi, evidentemente, non era riuscito a piazzare una refurtiva così scomoda (link 1, link 2, link 3, link 4, link 5, link 6, link 7). Anche l’edificio subì gravi danni, ma ora, dopo tre anni di restauro, è tornato ad aprire le porte ai visitatori. Il progetto di rinnovo è costato 10 milioni di lire egiziane (circa 1 milione di euro), in parte finanziati dal Governo italiano.

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Giovanni Romanin: la storia del cavatore che diede la vita per salvare Abu Simbel

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48 anni fa (22 settembre 1968), René Maheu, l’allora Direttore Generale dell’UNESCO, dichiarava ufficialmente conclusa una delle più grandi imprese ingegneristiche della storia, una vera e propria corsa contro il tempo per salvare un monumento patrimonio dell’umanità. Dopo quattro anni di duro lavoro, oltre 2000 uomini venuti da tutto il mondo erano riusciti a strappare dalla minacciosa avanzata delle acque del Nilo i templi di Abu Simbel.

Il salvataggio del complesso ramesside è il simbolo dell’iniziativa di 113 Paesi che, rispondendo all’appello lanciato dall’UNESCO con l’invio di denaro, tecnologie e professionalità di ogni tipo, si adoperarono alla protezione dei siti archeologici del Sud dell’Egitto e del Nord del Sudan che rischiavano di essere inghiottiti dal Lago Nasser. Infatti, con la costruzione della Grande Diga di Assuan, iniziata nel 1960, si sarebbe creato un enorme bacino idrico artificiale della superficie di circa 6000 km² in un’area ricchissima di testimonianze storiche. La campagna internazionale durò 20 anni, fino al 10 marzo 1980, e vide lo spostamento in punti più sicuri di 22 monumenti, come i templi di File che furono ricollocati sulla più alta isola di Agilkia. Tutto ciò che non si sarebbe potuto salvare fu documentato grazie a decine di missioni archeologiche, compresa quella italiana (Università di Torino, Milano e Roma “La Sapienza”) che, sotto la direzione di Sergio Donadoni, scavò nei siti di Demhit, Kalabsha, Kubban, Ikhmindi, Korosko-Qasr Ibrim, Tamit e Sonqi Tino. Il governo egiziano, poi, in segno di riconoscimento per l’aiuto ricevuto, donò interi edifici alle nazioni che si erano distinte nelle operazioni di salvataggio: il Tempio di Debod alla Spagna (Madrid), di Dendur agli USA (Metropolitan Museum di New York), di Taffa all’Olanda (Rijksmuseum van Oudheden a Leida), la porta del Tempio di Kalabsha alla Germania (Ägyptisches Museum und Papyrussammlung di Berlino) e il santuario rupestre di Ellesija all’Italia (Museo Egizio di Torino). Il nostro Paese, in particolare, ebbe un ruolo di primaria importanza proprio ad Abu Simbel grazie all’avanzata perizia ingegneristica e, soprattutto, alla maestria in un mestiere secolare come quello dei cavatori di marmo.

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Febbraio 1966

I due templi si trovano 280 km a sud-ovest di Assuan, in pieno deserto. Fatti scavare nella roccia da Ramesse II (1279-1212) nel 26° anno di regno, servivano a celebrare la divinizzazione in vita del faraone e di Nefertari. Il Tempio Maggiore, con la facciata occupata dai quattro colossi alti 20 metri, era dedicato a Ptah, Amon-Ra, Ramesse II e Ra-Harakti; il Tempio Minore, poco più a nord, era consacrato ad Hathor e alla regina. Le dimensioni degli edifici e l’asprezza del luogo in cui sono ubicati rendono evidente come sia stato arduo realizzarli; difficoltà che incontrò 3000 anni dopo (1 agosto 1817) anche Giovan Battista Belzoni che fu il primo a riuscire a liberare il Tempio Maggiore dalla sabbia e a trovarne l’entrata; così, proseguendo fino al secolo scorso, la campagna dell’UNESCO, costata quasi 42 milioni di dollari, può essere considerata la terza grande impresa che ha interessato il complesso. Egittologi, epigrafisti, fotografi e disegnatori documentarono ogni singolo centimetro delle strutture per poi lasciar campo libero a ingegneri, architetti e operai in un gigantesco puzzle da 1041 tessere di 20 tonnellate! I templi, infatti, andavano letteralmente fatti a pezzi (alcuni dei quali raggiungevano il peso di 33 T) e rimontati in un punto che, 208 metri indietro e 65/67 più in alto, non sarebbe stato raggiunto dall’acqua. Durante le operazioni di smantellamento, terminate a febbraio/marzo 1966 (immagine in alto), fu costruito uno sbarramento che rallentasse l’avanzamento del lago. Ogni blocco numerato fu ricollocato al suo esatto posto tanto da mantenere l’allineamento che permette ancora il ripetersi, due volte l’anno (22 febbraio e 22 ottobre), seppur con uno sfasamento di un paio di giorni, del cosiddetto “Miracolo del Sole”, il fenomeno durante il quale, alle prime luci dell’alba, i raggi del sole attraversano tutto il Tempio Maggiore e illuminano tre delle quattro statue del sancta sanctorum. Il tutto, poi, fu ricoperto da due gigantesche cupole in cemento armato, dalla campata di 50 e 24 m, e dalla montagna artificiale che ricrea il paesaggio originario.

La fase più delicata dell’intero progetto fu probabilmente il sezionamento dei templi, soprattutto delle superfici a vista, che fu affidato agli Italiani: decine di esperti cavatori da Carrara e da Mazzano (BS) diressero gli operai egiziani in questo delicato compito. I tagli, infatti, dovevano essere il meno larghi possibile raggiungendo al massimo i 15-20 mm per le porzioni interne e addirittura 8 per le parti visibili. Per raggiungere una simile precisione, si poteva utilizzare esclusivamente la sega a mano; un lavoro a dir poco infernale se si considerano anche le temperature che possono superare i 45° (per questo, spesso si cominciava di notte), la sabbia che ostruisce le vie respiratorie e il vento tagliente del deserto che sferza la pelle. I reporter dell’epoca si stupivano del fatto che gli Italiani, al contrario degli operai locali, non usassero quasi mai occhiali protettivi e mascherina per “sentire meglio” la pietra. E pensare che molti di loro non avevano mai lasciato il loro paesino prima di allora e, di certo, non erano abituati a un clima del genere. Condizioni ambientali che, invece, conosceva benissimo Giovanni Romanin, uno dei protagonisti dell’impresa e alla cui memoria è dovuta la decisione di scrivere questo articolo. Perché ogni grande evento della storia è composto da migliaia di piccole esperienze intrecciate l’una all’altra, assemblate proprio come i blocchi dei templi ricostruiti, e quella di Giovanni si lega indissolubilmente ad Abu Simbel.

Giovanni, infatti, è stato uno di quei cavatori chiamati in Egitto dall’Italia dove, purtroppo, tornò privo di vita ancor prima del completamento dei lavori. Era nato il 4 maggio 1909 a Forni Avoltri (UD), un piccolo centro della Carnia la cui economia è da sempre basata sulle miniere e le cave alpine. Non a caso, Giovanni e il fratello Virginio vivevano proprio dell’estrazione della pietra locale e, per la loro esperienza, negli anni ’30 furono chiamati a lavorare in Etiopia. Ad Addis Abeba rimasero 13 anni durante i quali provarono le difficili condizioni climatiche che avrebbero ritrovato nel 1964 quando, dopo essere ritornati a casa, furono contattati dall’Impre.Gi.Lo (Impresit-Girola-Lodigiani), società specializzata in grande opere che, insieme ad altre 4 aziende, era stata incaricata dall’UNESCO per il trasloco. I due fratelli erano perfetti per quel ruolo grazie alle solide competenze professionali e al periodo passato in Africa; in particolare, Giovanni doveva amare veramente ciò che faceva perché, nelle foto, dove è riconoscibile dall’immancabile berretto nero, appare sempre sorridente (vedi in basso). Purtroppo, però, è impossibile trovarlo sorridente anche nelle foto di gruppo ufficiali scattate durante la cerimonia di chiusura del 22 settembre 1968: era spirato due anni prima senza la soddisfazione di veder coronati i suoi sforzi. Il 16 luglio 1964, infatti, fu colpito da un infarto e a nulla servì la corsa verso un ospedale di Assuan dove, unica vittima dell’intero corso del cantiere, arrivò già morto. Ma, più che ricordarlo per questo triste primato, a Giovanni Romanin vanno tributati tutti gli onori del caso per aver contribuito, perfino con la sua vita, al salvataggio di una delle meraviglie più rappresentative dell’antico Egitto.

Vorrei ringraziare di cuore la figlia Virginia che mi ha raccontato la storia del padre, purtroppo perso da bambina; una storia che merita di essere conosciuta da tutti e ricordata ogni qual volta ci si trovi di fronte a una foto dei quattro colossi di Ramesse.

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“XXVII Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico” (Rovereto, 4-8 ottobre 2016)

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Torna l’appuntamento annuale con la divulgazione archeologica a mezzo cinematografico: a Rovereto (TN), dal 4 all’8 ottobre, si terrà la “27ª Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico”. La manifestazione, organizzata dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto con la collaborazione della rivista Archeologia Viva, vedrà la presenza di 50 film da tutto il mondo appartenenti al “settore della ricerca archeologica, storica, paletnologica, antropologica e comunque aventi come scopo la tutela e la conservazione dei beni culturali”. Tra questi, tre pellicole si occupano di tematiche inerenti all’antico Egitto: “A la dècouverte du temple d’Amenhophis III” del fotografo e cineasta francese Antoine Chéné che da anni lavora con il Centre Franco-Égyptien d’Études de Temples de Karnak, ma che, questa volta, si è occupato del tempio funerario di Kom el-Hettan;  “Ancient Egypt – Life and Death in the Valley of the Kings”, i due documentari realizzati da Ian Hunt per la BBC con protagonista l’egittologa Joann Fletcher.

A margine delle proiezioni, Francesco Tiradritti, direttore della Missione Archeologica Italiana a Luxor (MAIL), terrà una conferenza dal titolo “Ricerche nel cenotafio di Harwa: iniziazione e resurrezione nell’Egitto del VII secolo a.C.”, confermando, così, Tebe Ovest come filo conduttore dell’egittologia presente a Rovereto nell’edizione 2016.

Il pubblico presente in sala eleggerà il film vincitore del consueto Premio “Città di Rovereto – Archeologia Viva” e si conferma la menzione speciale* conferita da una giuria di archeoblogger di cui ho l’onore e il piacere di far parte insieme a:

Inoltre, quest’anno avrò la possibilità di essere presente di persona all’evento e di accedere all’importante banca dati fotografica del Museo Civico che contiene oltre 30.000 scatti di Maurizio Zulian da diverse località di Alto e Medio Egitto. Quindi, continuate a seguirmi qui sul blog e sui vari social (Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat: @djedmedu) per essere informati dei prossimi aggiornamenti.

Per il programma completo: http://www.rassegnacinemaarcheologico.it/rica_context.jsp?ID_LINK=114023&area=316&id_context=406393&page=2

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*La menzione speciale archeoblogger è stata conferita a: “Alla scoperta del Trentino. Luoghi e simboli del territorio: la Preistoria” (S. Uccia, 2015)

 

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Individuati elementi metallici nella seconda barca solare di Cheope

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Source: thenews.com

Ieri, durante una visita ufficiale a Giza, il ministro El-Enany ha annunciato un’importante scoperta effettuata dal team giapponese di Sakuji Yoshimura (Waseda University) che sta lavorando all’estrazione dei frammenti lignei della seconda barca solare di Cheope. Una delle ultime tavole prelevate, lunga 8 metri e larga 40 cm, presenta 11 ganci metallici (vedi foto), circolari o “ad U”, forse utilizzati come supporti per i remi. Si tratta del primo ritrovamento del genere in quanto la prima barca, oggi esposta nell’apposito museo accanto alla Grande Piramide, non presenta alcun elemento metallico. Questo particolare ha spinto Yoshimura a ipotizzare che l’imbarcazione sia stata realizzata per navigare effettivamente e non solo a scopo funerario. Tuttavia, è ancora presto per arrivare a conclusioni e bisognerà aspettare che tutta la barca sia portata nei laboratori del Grand Egyptian Museum dove verrà restaurata e rimontata. Infatti, ci vorranno ancora 8 anni per il completamento del “Khufu Solar Boat Restoration Project” perché, al momento, solo 700 pezzi su 1450 sono stati trasferiti al GEM.

Le due barche di 47 metri furono scoperte nel 1954 da Kamal el-Mallakh in fosse a sud della Piramide di Cheope, ma la seconda è rimasta sigillata nel suo pozzo fino al 1987 a causa del pessimo stato di conservazione. Solo nel 2009 è iniziato il progetto di rimozione che ha visto una prima fase di pulizia, disinfestazione e consolidamento in situ e poi, solo dopo aver abbassato il livello di umidità del legno al 55%, la seconda fase di spostamento dei pezzi.

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