Archivi del mese: gennaio 2018

Riparte la ricerca delle camere nascoste nella Tomba di Tutankhamon

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Source: Khaled Desouki (AFP) | Atlas

Dopo quasi un anno di fremente attesa, riparte la ricerca delle fantomatiche stanze nascoste nella tomba di Tutankhamon e, con essa, si rimette in moto il gigantesco circo mediatico che ha caratterizzato la vicenda fin dall’inizio. I tecnici italiani diretti da Franco Porcelli (Politecnico di Torino) hanno finalmente ricevuto il via libera dalle autorità egiziane per l’utilizzo del georadar all’interno della KV62. Ci eravamo lasciati a maggio scorso con prospezioni effettuate dall’esterno della tomba grazie al metodo della tomografia di resistività elettrica (ERT: Electrical Resistivity Tomography) e i cui risultati erano stati anticipati per vie traverse già a luglio: due forti anomalie (vuoti?) sarebbero state individuate a nord e a ovest della camera funeraria.

I nuovi esami, che si protrarranno da oggi 31 gennaio fino al 6 febbraio, serviranno proprio a confermare al 99% (parola di Porcelli) queste anomalie e a verificare che siano effettivamente collegate alla tomba e non semplici cavità naturali. La squadra del Politecnico (dipartimenti di “Scienza Applicata e Tecnologia” e “Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture”) utilizzerà tre diversi sistemi di radar con la collaborazione di Università di Torino3DGeoimaging di Torino, Geostudi Astier di Livorno, l’azienda inglese Terravision e, per la consulenza egittologica, del Centro Archeologico Italiano al Cairo (Istituto Italiano di Cultura). Ovviamente, saranno presenti anche membri del Ministero delle Antichità, compreso l’ex ministro Mamdouh Eldamaty che aveva seguito la prima fase della ricerca.

https://poliflash.polito.it/ricerca_e_innovazione/archeo_fisica_della_tomba_di_tutankhamun_da_torino_a_luxor

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Recuperato frammento di Stele di confine di Akhenaton

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Source: 7adramout.net

A Dairut Banub, piccolo villaggio del governatorato di Assiut (Medio Egitto), due fratelli sono stati sorpresi mentre effettuavano scavi illegali sotto la loro abitazione in cerca di antichità da rivendere. Nella profonda buca scavata, insieme a diversi frammenti architettonici, è stato recuperato un pezzo di stele di calcare (165 x 60 x 20 cm; oltre 200 kg) la cui iscrizione geroglifica non lascia dubbi su origine e importanza.

Il luogo dove doveva trovarsi l’oggetto è 17 km più a nord, nella provincia di Minya: Tell el-Amarna. Il frammento, infatti, reca il nome dell’antico nome del sito, Akhetaton (“L’Orizzonte di Aton”), più altre indicazioni geografiche che lo identificano con certezza come parte di una delle Stele di confine della capitale di Akhenaton (1351-1333 a.C.). Questi segnacoli servirono al faraone “eretico” per delimitare – e, di conseguenza, rendere sacra – un’area disabitata dove fondare la sua nuova città e spostare la corte da Tebe. Finora, sono state individuate 15 stele, tre sulla riva occidentale (A, B, F) e 12 su quella orientale (H, J, K, M, N, P, Q, R, S, U, V, X; la Stele L sembra essere solo un riassunto della M) indicate da Flinders Petrie con le lettere dell’alfabeto (immagine in basso). Il celebre egittologo britannico ebbe comunque l’intuizione di lasciare spazi vuoti per futuri ritrovamenti che si sono effettivamente verificati con la Stele X (1901) e H (2006). All’interno di spazi rettangolari con la sommità arrotondata, lo schema classico vede una scena di adorazione del disco solare da parte di Akhenaton, Nefertiti e le loro figlie e diverse righe di testo geroglifico con i decreti di fondazione della città, scritti nel 5° e 6° (con un’integrazione nell’8°) anno di regno. Purtroppo, molte stele sono in pessimo stato di conservazione a causa dell’opera di erosione degli agenti atmosferici e dei danni provocati dai tombaroli. Non stupisce, quindi, che di alcune stele rimanga traccia solo nelle pubblicazioni scientifiche degli studiosi (N. de G. Davies, The Rock Tombs of El Amarna V, 1908; W.J. Murnane e C.C. van Siclen III, The Boundary Stelae of Akhenaten, 1993). L’esempio più eclatante è quello della Stele S, l’esemplare più pregevole del gruppo fino a pochi decenni fa, che è stata fatta letteralmente saltare in aria nel tentativo di staccarne frammenti con l’esplosivo. Niente ha potuto, ironia della sorte, nemmeno il giuramento di Akhenaton al padre divino: “L’iscrizione non verrà cancellata, non verrà lavata via, non verrà scalpellata, non verrà intonacata, non sparirà. Se dovesse sparire, sbriciolarsi, se la stele la porta dovesse cadere, allora io la ripristinerei di nuovo, in questo stesso posto dove si trova”.

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Concluso il trasporto al GEM del colosso di Ramesse II

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Source: ON Live

Stamattina si è finalmente concluso il lungo viaggio di Ramesse II. Mancavano solo gli ultimi 400 metri, ma che sono costati la bellezza di 14 milioni di lire egiziane (circa 645 mila euro). D’altronde, se sei alto 11 metri e pesi 83 tonnellate, il conto del trasporto non può che essere salato. Così, alla presenza del ministro delle Antichità Khaled el-Enany e di altre autorità locali e ambasciatori stranieri, è stata appena inaugurata la collocazione finale del colosso di Ramses all’ingresso del Grand Egyptian Museum a Giza. La statua, infatti, accoglierà i visitatori del nuovo museo di cui sarà il reperto più voluminoso. C’è voluta oltre un’ora perché l’enorme rimorchio dell’Arab Contractors portasse il suo passeggero nel punto preposto, il tutto accompagnato dalla colonna sonora dell’Aida e da numerosi giornalisti che hanno trasmesso l’evento in diretta tv (in Egitto piacciono molto questi “mega traslochi” mediatici; immagine in alto). Il ministro ha poi tenuto una conferenza stampa in cui ha spiegato in arabo, inglese e francese la lunga e travagliata storia del gigante.

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Source: weekly.ahram.org.eg

Sì, perché non è il primo spostamento che il grande faraone ha subito. Se proprio vogliamo essere pignoli, il tutto inizia nel XIII sec. a.C. ad Assuan, luogo di estrazione del granito rosso di cui è fatta la statua. Poi bisogna aspettare il 1820, quando venne ritrovata nell’area del Grande Tempio di Ptah a Mit Rahina, l’antica Menfi. E qui rimase per decenni a causa di numerosi tentativi falliti di anastilosi. Solo nel 1954, per volere del presidente Nasser, il colosso fu spostato di circa 30 km verso nord e collocato al centro di Bab Al-Hadid, la piazza rinominata Ramses Square che si trova di fronte alla stazione ferroviaria del Cairo. L’immagine in alto può farvi intuire quanto possa essere deleteria per un monumento la collocazione in un punto nevralgico di una metropoli da oltre 10 milioni di abitanti. Infatti, vibrazioni e smog avevano intaccato sensibilmente la superficie del granito; così, già nel 2002, si è cominciato a progettare un ulteriore spostamento verso una zona più periferica, anche in previsione della costruzione del GEM (e questo la dice lunga sulle tempistiche di realizzazione di questo museo). Il penultimo viaggio è stato effettuato, dopo una prova con una riproduzione, il 25 agosto 2006 attraverso un’interminabile processione di 15 km letteralmente a passo d’uomo (5 km/h; foto in basso).

Arrivato a Giza, il colosso è stato restaurato ed è rimasto oltre 10 anni sotto una ‘tettoia’ costruita appositamente, in attesa della conclusione del Grand Egyptian Museum. Fino, appunto, a questi ultimi giorni in cui, per coprire l’ultimo tratto, è stato ripreso proprio lo stesso veicolo dell’Arab Contractors utilizzato nel 2006.

 

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Contro l’attacco al Museo Egizio di Torino

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Source: museoegizio.it

Avrei voluto evitare di tornare sull’argomento, lasciando la mia opinione a qualche breve post sui social, ma evidentemente il messaggio non è passato. E, mentre scrivo queste parole, sono ancora titubante sulla loro effettiva utilità perché i professionisti della polemica si nutrono di condivisioni e risposte, a favore o contrarie che siano. In un mondo ideale, una tra le maggiori istituzioni culturali e scientifiche italiane non dovrebbe essere costretta a rispondere ad attacchi strumentali scagliati da uno o più partiti politici. In un mondo ideale – multiculturale, aggiungo -, un’iniziativa d’inclusione sociale (con ovvi risvolti di marketing, nessuno lo nega) non sarebbe sfruttata per fomentare pregiudizi xenofobi. In un mondo ideale, le persone s’informerebbero prima di sputare veleno sul web. Per questo ho deciso di fare un po’ di chiarezza, sperando di ‘convincere’ almeno uno di quelli che si è trovato a scrivere sulla propria bacheca facebook «Perché gli Arabi entrano gratis e gli Italiani no?».

Ricapitolando brevemente, il Museo Egizio di Torino, così come l’anno scorso, ha lanciato una campagna promozionale temporanea a favore degli oltre 30.000 cittadini di lingua araba residenti nella provincia: 2 biglietti al prezzo di 1 per le coppie. Apriti cielo! Un determinato schieramento politico ha colto la palla al balzo, seguito questa volta da un altro partito alleato, per fare campagna elettorale in vista del 4 marzo. Reiterando una collaudata strategia populistica, ha cercato di colpire allo stomaco gli elettori, provocando indignazione e facendo presa sullo spirito nazionalistico. «È una discriminazione nei confronti degli Italiani!» hanno tuonato esponenti politici che, solo qualche mese fa, sembravano ben lontani da quest’orgoglio patriottico e molto più concentrati sul proprio orticello quando si opponevano al trasferimento di alcuni reperti dell’Egizio a Catania. L’odio nei confronti del museo è poi cresciuto esponenzialmente con la pubblicazione di un video, a quanto pare fake, che ha costretto la Fondazione Museo delle Antichità Egizie a cautelarsi per vie legali.

Fortunatamente, in questi giorni sono state molte le prese di posizione in difesa dell’Egizio, a partire dallo stesso ministro Franceschini. Oggi stesso, sulle pagine della Stampa (23/01/2018, pag. 27), è stata pubblicata una lettera in merito firmata da Andrea Augenti (Università di Bologna), Maria Rosaria Barbera (presidentessa del Comitato tecnico-scientifico per l’Archeologia del MiBACT), Marilina Betrò (Università di Pisa e presidentessa del Comitato scientifico del Museo Egizio), Daniele Manacorda (Università di Roma Tre), Valentino Nizzo (direttore del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia), Carlo Tosco (Politecnico di Torino) e Giuliano Volpe (Università di Foggia e presidente del Consiglio Superiore “Beni Culturali e Paesaggistici” del MiBACT, che già si era espresso su Huffington Post). Proprio da questo articolo voglio partire per fare alcune considerazioni:

  • In uno scenario geopolitico sempre più funestato da un anacronistico scontro tra civiltà, l’apertura reciproca e la diffusione della conoscenza tra le diverse comunità, veicolate dalla cultura, sono le uniche soluzioni al problema dell’integrazione degli immigrati.
  • A tal proposito, è sbagliato tirare in ballo la religione perché non tutti gli arabofoni sono musulmani. Molti egiziani, ad esempio, sono cristiani copti, senza considerare i non credenti. Tuttavia, mi permetto di fare una piccola critica – che comunque non giustifica in nessun modo la strumentalizzazione politica – a chi ha elaborato la campagna pubblicitaria: la presenza di una donna in hijab sui cartelloni equivale all’utilizzo di un cliché islamico che ha scoperto il fianco agli attacchi di chi non aspettava altro. È triste ammetterlo, ma ormai la maggior parte delle persone si ferma alle immagini e ai titoli degli articoli e chi si occupa di comunicazione deve tenerne conto.
  • Bisogna ricordare che i reperti del Museo Egizio provengono, per l’appunto, dall’Egitto ed è in tal senso che si è cercato, anche attraverso – primo caso in Europa – didascalie e audioguide in arabo, di coltivare il legame con i cittadini del paese di origine di questo straordinario patrimonio storico-archeologico. Qualcuno fiaterebbe se il Louvre pensasse a sconti diretti ai nostri connazionali per andare a vedere la Galleria dei pittori italiani?
  • Passando a questioni più venali, ogni museo cerca di allargare il proprio pubblico andando a pescare, con strategie ad hoc, in nuovi bacini di utenza. Oltre alle classiche riduzioni, iniziative analoghe sono state prese per visitatori di lingua inglese; inoltre, l’ingresso è gratuito per tutti nel giorno del proprio compleanno e il 2×1 funziona per ogni coppia a San Valentino. Al di là delle intenzioni filantropiche, si tratta di puro marketing atto a fidelizzare i visitatori e aumentare il numero di biglietti strappati…
  • …biglietti che rendono l’Egizio, caso più unico che raro, completamente autosufficiente. Non sono “le nostre tasse a pagare l’ingresso degli arabi” perché, dal 2015, gli incassi coprono il 112% delle spese del museo. Questo surplus di budget è impiegato per restaurare gli oggetti, assumere nuovi giovani curatori, finanziare borse di dottorato e assegni di ricerca.

Fortunato chi parla arabo? No, fortunato chi ragiona con il cervello e non con la pancia. Ora alzate le dita dalla tastiera e andate a visitarlo, l’Egizio; avrete modo di farvi un’opinione libera dagli slogan propagandistici che, statene certi, spariranno dopo il 4 marzo (per ricomparire alle prossime elezioni).

 

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I “Due Fratelli” di Manchester sono in realtà fratellastri

Dopo oltre 100 anni, è stata finalmente fatta chiarezza sul grado di parentela di due tra i più famosi inquilini del Manchester MuseumKhnum-nakht e Nakht-ankh (rispettivamente a sinistra e destra nella foto). I due aristocratici vissuti durante la XII dinastia (1900-1780 a.C.) sono stati considerati fratelli fin dalla scoperta della loro sepoltura – ribattezzata appunto “Tomba dei Due Fratelli” – avvenuta nel 1907 a Deir Rifeh, sito del Medio Egitto poco a sud di Assiut. La tomba intatta fu individuata da Erfai, operaio egiziano alle dipendenze di Ernest MacKay e Flinders Petrie, e subito si rivelò tra le meglio conservate del Medio Regno. I testi sui sarcofagi di Khnum-nakht e Nakht-ankh indicano che erano figli di un anonimo governatore locale e della stessa madre, Khnum-aa, così si pensò fossero fratelli. Tuttavia, quando l’anno dopo l’intero corredo funebre fu spedito a Manchester, l’egittologa Margaret Murray mise in discussione quest’ipotesi dopo aver analizzato le mummie senza aver trovato somiglianze tra gli scheletri (celebre è lo sbendaggio di Khnum-Nakht davanti a 500 spettatori; foto in basso).

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Nonostante ciò, la nomenclatura è rimasta sempre la stessa, fortunatamente a ragione vista la conferma arrivata dall’analisi del DNA. Nel 2015, Konstantina Drosou (School of Earth and Environmental Sciences, University of Manchester) ha sequenziato il corredo genetico estratto dai denti, riuscendo per la prima volta per mummie egizie a leggere sia il DNA mitocondriale dipendente dalla madre sia le sequenze del cromosoma Y ereditate dai padri. Si è capito così che Khnum-nakht e Nakht-ankh erano per la precisione fratellastri, avendo la stessa madre e padri diversi.

Lo studio della Drosou – scritto con Campbell Price, curatore della sezione egizia del Manchester Museum, e il genetista Terence A. Brown – è stato pubblicato sull’ultimo numero del Journal of Archaeological Science:

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2352409X17305631

 

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El-Alamein, scoperta tomba di epoca romana

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Source: youm7.com

Il nord dell’Egitto ci riserva un’altra scoperta fortuita di una tomba durante la realizzazione di infrastrutture urbane. A El-Alamein – città sul Mediterraneo del governatorato di Matruh, scenario di celebri battaglie della seconda guerra mondiale -,  è stata individuata una sepoltura scavata nella roccia del I-II sec. d.C. L’ipogeo è costituito da una scalinata che conduce alla camera funeraria, le cui pareti presentano diversi loculi in cui erano deposti i corpi dei defunti. La tomba è stata ingrandita in un secondo momento con l’aggiunta di un’ulteriore stanza a destra dell’ingresso. La parete sud è decorata con il rilievo in stucco di una cornucopia (immagine in basso al centro), simbolo di ricchezza e fertilità, dipinta con foglie e fiori. La direttrice generale del sito, Naema Sanad, ha elencato i reperti ritrovati all’interno, tra cui spiccano due lucerne, diversi contenitori ceramici e una serie di monete che hanno permesso la datazione della struttura.

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Al via gli scavi di Zahi Hawass nella Valle delle Scimmie

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Source: drhawass.com

Preparatevi a future notizie importanti… o anche no. Ormai ho imparato a contare fino a 10 (mila) prima di entusiasmarmi per una news proveniente dalla Valle dei Re. Eppure, le premesse per una grande scoperta ci sarebbero. Il celebre Zahi Hawass ha annunciato sul suo sito web la ripresa degli scavi nella Valle delle Scimmie – il ramo occidentale della necropoli reale – proprio dove, tra 2007 e 2009, aveva individuato quattro depositi di fondazione. La stessa area è stata indagata dalla squadra diretta da Franco Porcelli (Politecnico di Torino) e Gianfranco Morelli (Geostudi Astier di Livorno) e incaricata dal Ministero delle Antichità di mappare tutta la Valle dei Re e, soprattutto, di mettere la parola fine alla querelle ‘Tutfertiti’. Sotto la supervisione del direttore del Mallawi Museum, Ahmed El-Laithy, i tecnici italiani, tra il febbraio e il maggio del 2016, hanno effettuato una serie di prospezioni con la tecnica della tomografia di resistività elettrica (ERT: Electrical Resistivity Tomography) che avrebbero portato subito a risultati sorprendenti, anche se non del tutto confermati.

Infatti, senza che ci sia stato alcun annuncio ufficiale dal Ministero, il documentarista Brando Quilici ha riportato sul suo recente libro (“Enigma Nefertiti. Il più grande mistero dell’antico Egitto”, scritto insieme allo stesso Hawass) che le indagini avrebbero confermato l’esistenza di un’anomalia di circa 6 metri, 4 m dietro la parete Nord della camera funeraria di Tut. E c’è di più. Tornando nella Valle delle Scimmie, la ERT avrebbe individuato un possibile vuoto nelle vicinanze della tomba di Ay: una nuova sepoltura? L’ex Segretario generale dello SCA è convinto di sì, ipotizzando che appartenga ad Ankhesenamon, sposa di Tutankhamon che, alla morte del ‘faraone bambino’, si sarebbe unita al successore e, per questo, sarebbe stata poi inumata accanto alla KV23. Nell’ultimo capitolo del libro di Quilici, Hawass parla addirittura di scalini di pietra non ancora scavati. Non resta che aspettare…

http://www.drhawass.com/wp/valley-of-the-monkeys-excavations/

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Source: drhawass.com

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Tanis, scoperta stele di Ramesse II

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Source: MoA

In occasione di una visita ufficiale a Tanis (San el-Hagar, Delta Orientale), il segretario generale dello SCA Mostafa Waziry ha annunciato la scoperta di una larga porzione di una stele di Ramesse II (1279-1213 a.C.). Il blocco in granito rosso (che tuttavia sembra appartenere a un muro) mostra il re in atto di fare offerte agli dei. Il ritrovamento è stato effettuato durante i lavori di ampliamento del museo all’aperto del sito che conserva già molte statue e altri reperti attribuibili al grande faraone della XIX dinastia. Infatti, seppur sviluppatasi alla fine della XX dinastia fino a diventare la capitale della XXI e XXII dinastia, l’antica città di Djanet presenta una gran quantità di materiale di reimpiego dalla vicina Qantir che ingannò i primi egittologi che scavarono l’area, tra cui perfino Flinders Petrie (1883-1886) e, inizialmente, Pierre Montet (1929-1951), portandoli a pensare che corrispondesse a Pi-Ramesse.

A tal proposito, sono di questi giorni le dichiarazioni del ministro Khaled el-Enany e di Tarek Tawfik, direttore del Museo Egizio del Cairo, che hanno rassicurato sul futuro del museo della capitale. Nonostante il massiccio trasferimento di reperti verso il nuovo Grand Egyptian Museum, lo storico palazzo di piazza Tahrir continuerà ad accogliere visitatori e proprio il tesoro di Tanis (i ricchissimi oggetti scoperti da Montet nelle tombe intatte di Psusenne I, Amenemope e Sheshonq II) potrebbe prendere il posto nell’esposizione che ancora per poco sarà occupato dal corredo di Tutankhamon.

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Tell Edfu, individuata base per le spedizioni nel deserto orientale del faraone Djedkara Isesi

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Source: MoA

A Tell Edfu, governatorato di Assuan, la missione americana diretta da Nadine Moeller e Gregory Marouard (Oriental Institute – University of Chicago) ha individuato i resti di due edifici monumentali in mattoni crudi risalenti alla fine della V dinastia. Nonostante la vicinanza – soli 20 metri – con il celebre tempio di Horus, il sito non aveva funzioni cultuali ma amministrative; si trattava, infatti, di una base logistica per le spedizioni minerarie verso il deserto orientale e di un centro di stoccaggio delle materie prime conseguentemente recuperate. I muri sono ben conservati con alzati che arrivano fino a 2 metri e, in un caso, con uno spessore di 2,5 metri. Le due costruzioni sono circondate da mura difensive e cortili in cui si effettuavano diversi tipi di attività, come la produzione di pane e birra e la fusione dei metalli.

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Source: MoA

Lo scopo di questo centro era legato alla posizione strategica della città di Behdet, punto di partenza delle vie carovaniere che univano la Valle del Nilo al Mar Rosso e al Sinai. Inoltre, si tratta della più antica frequentazione del sito finora scoperta (precedentemente ci si era fermati alla seconda metà della VI dinastia) che corrisponde al regno di Djedkara Isesi (circa 2400-2350). Il nome del faraone compare su 220 sigilli impressi sui mattoni (nella foto a sinistra, il suo nome di Horo: Djedkhau), insieme a titoli ufficiali che menzionano i sementiu, un gruppo di lavoratori specializzati nella ricerca di miniere e nelle attività estrattive. Non a caso, il re è ricordato per la sua intensa politica ‘estera’, avendo organizzato diverse spedizioni verso lo Wadi Maghara (Sinai S-O) per l’approvvigionamento di turchese e rame, Abu Simbel per la diorite, Biblo (attuale Libano) per il legname e la favolosa terra di Punt per prodotti esotici. Il ‘bottino’ di questi viaggi – conchiglie del Mar Rosso, ceramica nubiana e nuclei di rame grezzo – sono stati ritrovati nei magazzini e nelle aree aperte della struttura.

https://telledfu.uchicago.edu/news/press-release-jan-2018-submitted-dec-2017

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Source: MoA

 

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Scoperte tombe greco-romane ad Alessandria d’Egitto

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Source: MoA

Ad Alessandria d’Egitto, archeologi locali hanno scoperto una serie di tombe rupestri risalenti all’epoca greco-romana. Il ritrovamento è stato effettuato nella necropoli di Al-Abd, nella parte orientale della città, più nota per la presenza dei resti di un teatro ellenistico e per le polemiche scaturite tre anni fa in occasione della demolizione di sepolture scavate nel 2013.

Ibrahim Metwally, direttore della missione che lavora nell’area, ha riferito che negli ipogei si trovavano diversi contenitori ceramici e lucerne figurate (vedi foto in basso). Ma il reperto più significativo è una lapide di chiusura (immagine a sinistra)  decorata con un rilievo in gesso dipinto: due lesene inquadrano una facciata di tempio composta da una scalinata d’accesso verso una porta chiusa e due colonne che reggono un architrave a gola egizia con disco solare alato.

 

 

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