Archivi del mese: marzo 2018

Sorpresa a Sidney: una mummia nel sarcofago che doveva essere vuoto

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Source: Nicholson Museum

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Source: Nicholson Museum

Sarà la vicinanza con la Pasqua, ma in questi giorni i giornali di tutto il mondo stanno rilanciando notizie su ‘sorprese scartate’ in varie collezioni egizie. In particolare, dall’Australia ne arriva una veramente inaspettata. Gli studiosi della University of Sidney, infatti, di certo non pensavano di trovare qualcosa in uno dei sarcofagi egizi conservati nei magazzini del Nicholson Museum. Dopo oltre 150 anni, in occasione dell’allestimento del nuovo museo universitario, la cassa antropoide è stata studiata per la prima volta e il team diretto da Jamie Fraser si è accorto che non era vuota come preventivato: al suo interno, terra e resti umani fortemente disturbati (immagine in alto), forse per l’intervento di un ladro in cerca di amuleti.

I frammenti di mummia appartengono con tutta probabilità a Mer-Neith-it-es, sacerdotessa di Sekhmet durante la XXVI din. (664-525 a.C.) il cui nome compare sul coperchio del sarcofago (foto a sinistra). Lo scavo microstratigrafico del contenuto al momento ha portato solo all’individuazione dei piedi della defunta, ma la TAC ha fornito molte informazioni in più (immagine in basso). Infatti, John Magnussen, radiologo della Macquarie University che ha scansionato il reperto, ha affermato che le ossa indicano un individuo di oltre 30 anni e che è visibile anche il riempimento della calotta cranica con della resina a sostituzione del cervello estratto.

http://sydney.edu.au/museums/publications/muse/Muse-March2018.pdf

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Source: Macquarie University

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L’iscrizione di Beyköy? Un clamoroso falso

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Qualche mese fa, sulle testate giornalistiche di tutto il mondo, sono comparsi titoli sensazionalistici sulla famigerata iscrizione di Beyköy, un lungo testo in geroglifico anatolico che avrebbe parlato di Popoli del Mare e della fine dell’Età del Bronzo. Perché, nonostante il fenomeno interessi anche l’Egitto, non ho riportato la notizia sul blog? Perché era una bufala. L’intera vicenda mi è subito apparsa sospetta, viste la mia esperienza con le fake news egittologiche e la familiarità con l’argomento che avevo scelto per la tesi di triennale. Ma spiego meglio il tutto sull’articolo che ho scritto per National Geographic Italia con cui – colgo l’occasione per annunciarlo a chi segue solo il blog e non i social relativi (che aspettate a farlo!?) – collaboro dallo scorso settembre:

http://www.nationalgeographic.it/mondo-antico/2018/03/26/news/l_iscrizione_di_beyko_y_e_un_clamoroso_falso-3916440/

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Individuato rilievo di Hatshepsut nei depositi della Swansea University

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Source: The Egypt Centre, Swansea University

In archeologia, si sa, capita spessissimo che le scoperte siano effettuate casualmente. Questo non succede solo nei cantieri edili ma anche nei magazzini dei musei. E l’ennesima conferma di tale regola potrebbe venire dal Galles, più precisamente dall’Egypt Centre della Swansea University. Ken Griffin, docente di Arte e Architettura Egiziana, si è infatti ritrovato tra le mani quello che potrebbe essere un reperto dall’importanza inaspettata: un rilievo di Hatshepsut.

L’egittologo aveva scelto due frammenti di calcare dai depositi del museo, notandoli per la forma inusuale in una vecchia foto in bianco e nero. I pezzi sarebbero serviti per una handling session con i suoi studenti, cioè un’esercitazione pratica su oggetti reali. In effetti, ci si accorge subito che le due parti del rilievo hanno un taglio strano, con la porzione superiore che sembra combaciare con quella inferiore. Sulla faccia anteriore è visibile una testa maschile, un ventaglio e parte di un’iscrizione geroglifica; sul retro della parte alta, invece, si trova il completamento del volto della persona rappresentata (immagine in basso). A come tutto ciò sia possibile ci arriveremo dopo.

Perché la questione importante è capire di chi sia la testa che, per la presenza dell’ureo, non può che appartenere a un faraone. Griffin è convinto che il rilievo raffiguri la celebre regina Hatshepsut (1478-1458) e che provenga dal suo tempio funerario di Tebe Ovest. La teoria si basa su considerazioni di tipo stilistico che riguardano la tipologia del ventaglio, la capigliatura a piccole ciocche e il diadema intrecciato, tutti elementi attestati a Deir el-Bahari. La decorazione parietale sarebbe così stata staccata nel XIX secolo, prima che il tempio fosse scavato dalla missione dell’Egypt Exploration Fund (oggi Egypt Exploration Society) tra 1902 e 1909, e poi sarebbe stata acquistata dall’antiquario londinese Sir Henry Wellcome (1853-1936), la cui collezione è arrivata a Swansea nel 1971. Se questa ipotesi fosse confermata, si dovrebbe poi cercare la posizione originaria del rilievo; per questo Griffin si è già rivolto alla missione polacca che lavora nel tempio di Hatshepsut da oltre 50 anni.

Invece, il mento barbuto sul retro altro non è che un’aggiunta posteriore, una contraffazione effettuata – tagliando e girando uno dei due pezzi – per rendere la figura completa aumentandone il valore di mercato. L’autore, quindi, potrebbe essere stato il venditore o Wellcome stesso. Poi, una volta arrivato in Galles, evidentemente il rilievo è tornato com’era prima per volere dei curatori dell’Egypt Centre. Altra particolarità: l’handling session si è tenuta l’8 marzo, Giornata Internazionale della Donna.

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Source: bbc.com

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MOSTRA: “Egizi Etruschi” (Centrale Montemartini, Roma)

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Source: centralemontemartini.org

Lo scorso fine settimana, approfittando di un passaggio a Roma, ho visitato una mostra che m’incuriosiva da mesi. Presso la Centrale Montemartini, splendida sede appartenente al sistema dei Musei in Comune (ne avevo parlato qui), già dal 21 dicembre e fino al 30 giugno, sono messe a confronto due tra le civiltà più affascinanti dell’antichità: Egizi ed Etruschi. “Egizi Etruschi. Da Eugene Berman allo Scarabeo dorato” è la prima mostra temporanea allestita nei nuovi spazi espositivi inaugurati per il ventennale del museo e comprende 250 reperti provenienti da contesti archeologici e dal collezionismo antiquario. Come si può evincere dal titolo, la gran parte degli oggetti appartenevano a Eugene Berman, pittore, illustratore, scenografo russo che donò la sua collezione alla Soprintendenza nel 1952, dopo aver vissuto per quasi 20 anni nella Capitale.

Questi pezzi, insieme a prestiti dal Museo Egizio di Firenze e ad altri dai nuclei ottocenteschi di Augusto Castellani e Giovanni Barracco, sono utilizzati per illustrare in linea di massima le culture egizia ed etrusca, estranee al museo, enfatizzandone le somiglianze. La mostra, infatti, ha un carattere divulgativo semplice adatto ai non esperti e, senza un vero e proprio filo conduttore e con qualche errore nelle didascalie, fornisce elementi base per la conoscenza di religione e vita quotidiana dei due popoli. In particolare, ho apprezzato l’espediente della scelta di alcuni reperti campione per rappresentare le diverse epoche delle due linee temporali e per segnare il punto in cui, durante il periodo orientalizzante (VIII-VI sec. a.C.), Egizi ed Etruschi entrarono in contatto (foto in basso).

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Proprio da questo momento, nelle tombe degli esponenti dell’élite italiche, cominciano a vedersi scarabei e altri amuleti nilotici che, insieme ad oggetti da Siria, Mesopotamia, Anatolia e Cipro, si diffondono in tutto il Mediterraneo grazie al commercio e diventano veri e propri status symbol delle classi sociali più ricche e potenti. Quindi, la cosa più interessante della mostra è vedere i corredi funerari riuniti di principi e principesse etrusche e accorgersi come non mancasse mai qualche pezzo faraonico. In particolare, spiccano i ritrovamenti da Vulci, in provincia di Viterbo, in alcuni casi così recenti da avermi permesso di occuparmene prima per l’Archeoblog di VOLO e poi per Djed Medu. La Tomba dello Scarabeo dorato, ad esempio, scoperta nel febbraio del 2016, deve il suo nome alla presenza di un sigillo con un crittogramma acrofonico (un rebus con il nome di Amon) e di un altro scarabeo in faience.

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Corredo della Tomba dello Scarabeo dorato (sulla sinistra)

 

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Restaurate 7 mummie dall’Oasi di Dakhla

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Source: MoA

(Attenzione: le immagini presenti nell’articolo potrebbero impressionare le persone più sensibili)

Gli esperti dell’Egypt’s Mummies Conservation Project hanno recentemente restaurato 7 mummie dalla necropoli di El-Muzawaka. Il cimitero, risalente al periodo greco-romano, si trova nell’Oasi di Dakhla ed è composto da una serie di tombe, la più famosa delle quali è quella di Petosiris, spesso in pessimo stato. In particolare, i corpi imbalsamati sono stati abbandonati per decenni tra sabbia e spazzatura, senza alcuna protezione dai turisti (immagine in basso). Per questo è stato necessario procedere a un’intervento di restauro che conclude la prima fase del progetto di conservazione delle mummie stipate nei vari magazzini del Ministero delle Antichità. In precedenza, erano stati trattati ‘pazienti’ da Kom Aushim nel Fayyum, dal Museo Nazionale di Alessandria e dal deposito di Mustafa Kamel sempre nella stessa città.

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Source: journey-to-world.blogspot.it

Gharib Sonbol, capo del progetto, ha fatto notare la particolarità di tre mummie: due presentano la bocca aperta (in basso a destra), mentre una ha le mani legate con una corda (in basso a sinistra). Queste caratteristiche, non ascrivibili al normale processo di imbalsamazione, fanno pensare a un’esecrazione, cioè a una maledizione ricevuta in vita per un qualche tipo di reato o peccato. La stessa cosa è riscontrabile nella cosiddetta “Mummia urlante”, probabilmente il corpo di uno dei sospettati dell’omicidio di Ramesse III.

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Per la Giornata Internazionale della Donna (e, di conseguenza, anche delle regine egizie)

Anche se spesso travisata, la giornata di oggi, l’8 marzo, è stata istituita per celebrare le conquiste sociali, politiche ed economiche femminili e, soprattutto, per porre l’accento sulle discriminazioni che, ancora oggi, le donne subiscono sul posto di lavoro e tra le mura domestiche. Questo problema si riscontra soprattutto nella evidente sproporzione della presenza maschile nelle cariche dirigenziali. E se nel XXI secolo è così difficile vedere una donna al comando, si può solo immaginare quanto fosse straordinaria la salita al trono – solitaria – di una regina nell’antichità. Così, vorrei celebrare la Giornata Internazionale della Donna ricordando tutti i personaggi storici femminili che riuscirono a governare l’Egitto e diventare faraoni. Ovviamente non sono molte e spesso, a causa della damnatio memoriae subita, è anche difficile avere dati certi sulla loro carica.

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Risalirebbe alla I dinastia, agli albori della storia egizia, la prima governante donna. A lungo Neithotep è stata considerata  ‘solo’ la moglie di Narmer, ma la recente scoperta di graffiti geroglifici nello Wadi Ameyra, in Sinai, la collocherebbero come sposa di Aha e madre reggente di Djer.

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Ancora alla I dinastia, risale una figura che, tuttavia, rimane molto incerta. Merneith è considerata la moglie del faraone Djet e la madre reggente del giovane Den dalla cui tomba ad Abido proviene un sigillo con il nome ‘nebty’ della presunta genitrice. Per questa titolatura si pensa che abbia almeno condiviso il potere. Il problema è che la forma del nome è al maschile, come si vede nella sua stele (immagine a sinistra) conservata presso il Museo Egizio del Cairo.

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Nitocris (2200-2195)

Se della precedente il dubbio cadeva sul sesso, di Nitocris non si è nemmeno sicuri dell’effettiva esistenza. La regina, infatti, compare solo su fonti più tarde, come gli “Aigyptiakà” di Manetone e le “Storie” di Erodoto, che la collocano come ultima sovrana della VI dinastia. Sarebbe quindi figlia di Pepi II, ma mancano documenti coevi originali, se si esclude qualche testimonianza di dubbia interpretazione.

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downloadNefrusobek (1797-1793)

La prima vera regina egizia di cui si conosce con certezza la carica reale è Nefrusobek, figlia di Amenemhat III e sorella di Amenemhat IV cui successe al trono. Viene collocata alla fine della XII dinastia e, di conseguenza, del Medio Regno.

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Hatshepsut-metmuseumHatshepsut (1478-1458)

Senza dubbio la regina più longeva e di successo tra quelle che si fregiarono del titolo di faraone. Titolo, per altro, usurpato al figliastro Thutmosi III, legittimo erede al trono di Thutmosi II, di cui amministrò il potere per circa un ventennio. Non a caso, per legittimare la sua corona, inventò una genealogia celeste dal dio Amon riportata sul tempio funerario di Deir el-Bahari.

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28661346_1605997706114411_4640113874867598328_nNefertiti (1334-1332?)

I più assidui lettori di questo blog non si stupiranno, soprattutto dopo che il dibattito è tornato alla ribalta con la ricerca di stanze nascoste nella tomba di Tutankhamon. Se fino a pochi anni fa, per la sparizione del suo nome nei documenti ufficiali, si pensava che la regina fosse morta o caduta in disgrazia nella seconda metà del regno di Akhenaton, grazie alla scoperta nel 2012 di un’iscrizione a Dayr Abu Ḥinnis, Nefertiti è stata identificata come possibile primo co-reggente e successore del marito con il nome di Ankhkheperura Neferneferuaten.

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TwosretTausert (1191-1189)

Grande Sposa Reale di Seti II, fu co-reggente di Siptah che era ancora adolescente (10-12 anni), fino a diventare di fatto l’ultimo faraone della XIX dinastia quando morì prematuramente il figliastro. Tausert ricoprì anche la carica religiosa di “Divina Sposa di Amon” (come è rappresentata nel tempio di Amada qui a sinistra), funzione che nel III Periodo Intermedio acquisì anche una grande importanza politica.

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800px-GD-EG-Alex-MuséeNat065Come appena detto, la carica di “Divina Sposa/Adoratrice di Amon” subì un’evoluzione a partire dall’VIII sec. a.C., quando queste sacerdotesse (Shepenupet I, Amenirdis I, Shepenupet II -nella foto a sinistra-, Amenirdis II, Nitocris I, Ankhnesneferibra e Nitocris II) controllarono di fatto la Tebaide per conto dei loro padri (o fratello nel caso di Amenirdis I), faraoni in altri territori durante la XXIII, XXV e XXVI dinastia.

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Infine, non vanno dimenticate le regine tolemaiche che mantenero la reggenza del governo insieme a mariti e figli fino a Cleopatra VII (51-30), ultima grande esponente dei Tolomei prima dell’arrivo dei Romani.

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Nuova mostra all’Egizio di Torino: “Anche le statue muoiono” (9 aprile – 9 settembre 2018)

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Source: Museo Egizio, Torino

Domani (8 marzo) alle 18:00, sarà inaugurata la terza mostra temporanea della nuova gestione del Museo Egizio di Torino. Come promesso alla fine del riallestimento dell’edificio, ogni anno gli spazi del piano soppalcato sono stati usati per un’esposizione speciale (“Il Nilo a Pompei” e “Missione Egitto 1903-1920”) che stavolta avrà il titolo: “Anche le statue muoiono. Conflitto e patrimonio tra antico e contemporaneo”. L’evento, che durerà dal 9 marzo al 9 settembre 2018, è stato organizzato in collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e i Musei Reali – le altre due sedi di questo progetto espositivo diffuso -, oltre al Centro Scavi dell’Università di Torino. Citando il direttore Christian Greco – curatore della mostra insieme a Paolo Del Vesco, Enrica Pagella, Elisa Panero, Stefano De Martino e Irene Calderoni – l’evento porterà a «una riflessione sulla fragilità dei tesori d’arte, sul museo come luogo di memoria e conservazione, ma anche di distruzione, in un dialogo tra reperti del passato e creazioni contemporanee». Reperti antichi saranno esposti accanto a lavori di artisti di paesi mediorientali come Siria, Egitto, Libano, Turchia.

 

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“Firenze Archeofilm” (14-18 marzo 2018)

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Nuovo appuntamento con la divulgazione archeologica che vede come protagonista il mezzo cinematografico. Nell’ambito delle manifestazioni organizzate da Archeologia Viva per tourismA,  tra il 14 e il 18 Marzo 2018, si terrà la prima edizione di Firenze Archeofilm – Festival Internazionale del Cinema di Archeologia Arte Ambiente. La rassegna vedrà la proiezione di decine di film a carattere archeologico che potranno essere fruite gratuitamente da tutti presso il cinema La Compagnia (via Cavour 50r, Firenze). Ovviamente non mancherà l’antico Egitto che verrà raccontato attraverso 5 pellicole:

Mercoledì 14

CEAlex, 25 anni
(Sala Piccola, 11:30)
Creato nel 1990 da Jean-Yves Empereur, direttore di ricerca al CNRS, il Centro di Studi Alessandrini (CEAlex) fa capo a diverse missioni, organizzate in collaborazione con il Ministero di Antichità Egiziane, per la salvaguardia e la valorizzazione dell’eccezionale patrimonio di Alessandria. 25 anni dopo la sua fondazione, il CEAlex conta più di 80 persone: ingegneri, tecnici, ricercatori… J-Y Empereur rievoca la creazione del Centro e le tappe più importanti, grazie a immagini di archivio, anche inedite.

Giovedì 15

Le statue di Alessandria si muovono
(Sala Grande, 11:30)
Ad Alessandria le statue si muovono. E anche gli obelischi… I Tolemei, che hanno governato l’Egitto in età ellenistica, le hanno fatte scolpire per decorare la loro nuova capitale. In seguito, queste pietre millenarie hanno viaggiato fino a Roma, Londra e New York, dove si trovano attualmente. In età moderna sono state commissionate statue in marmo e in bronzo a Parigi e ad Atene per decorare le piazze di Alessandria. Anche queste statue sono comparse, scomparse e riapparse nel corso della storia della città.

Fotografare l’invisibile
(Sala Grande, 22.45)
La ricerca dell’invisibile interessa anche gli archeologi. Fotografie di oggetti, tombe, sarcofagi, mummie, lasciano intendere che sono andati persi alcuni elementi pittorici. D’altra parte, alcune tecniche di ripresa e di trattamento delle immagini permettono di rendere visibili tracce scomparse da secoli. André Pelle, ingegnere del CNRS, illustra questa avventura e ci porta ai confini dell’invisibile, tra l’archeologia, la fisica, e l’arte.

Venerdì 16

Alla scoperta del tempio di Amenophis III
(Sala Piccola, 10:00)
A Luxor, i colossi di Memnone, segnano l’ingresso del maestoso tempio di Amenophis III. A partire dall’inizio degli anni 2000, una équipe internazionale ha ridato vita a questo tempio, di cui, a parte i due colossi, ben poco era rimasto visibile. Seguiamo, insieme a tutta la squadra di archeologi, le grandi tappe di questa impresa, filmata a partire dal 2004, e prendiamo dunque consapevolezza del carattere grandioso di questo tempio, costruito da un faraone durante il suo regno pacifico e prospero.

Sabato 17

L’harem del Faraone del Sole
(Sala Grande, 17:45)
Nel gennaio del 2011, mentre la regione del Cairo subiva gli attacchi della rivoluzione egiziana, l’Università di Basilea realizzava due importanti scoperte nella Valle dei Re: una cripta contenente decine di corpi e una tomba fino a quel momento sconosciuta. Mentre gli archeologi e gli studiosi riflettono sull’identità dei resti contenuti in queste tombe, giungono a una conclusione stupefacente…

Per il programma completo: http://www.firenzearcheofilm.it/programma-completo/

 

Inoltre, tra i vari premi che verranno assegnati nella giornata conclusiva, ho il piacere di presentare la menzione speciale “WebAward” che verrà data «al film che più ha saputo coniugare l’intento didattico con quello divulgativo e ha presentato la scoperta o lo studio archeologico come facente parte del tessuto storico e sociale di una comunità». La giuria sarà composta dal sottoscritto e da altri archeoblogger:

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Nuovi musei a Marsa Matruh e Tell Basta

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Source: english.ahram.org

Nel tentativo di rianimare il turismo calante in Egitto, continuano le iniziative che sfruttano l’immenso patrimonio storico del Paese. Nell’arco di due giorni, ad esempio, sono stati inaugurati due nuovi musei archeologici. Il primo è stato ufficialmente aperto giovedì scorso a Marsa Matruh, famosa località balneare nord-occidentale sul Mediterraneo. La chiara intenzione del governo, rappresentato per l’occasione dal presidente Al-Sisi in persona, è di spingere chi arriva per il mare a visitare anche centri culturali. Nei due piani del museo (foto in alto), sono esposti circa 1000 reperti per lo più scoperti in zona ma anche provenienti da altri musei (Cairo, Alessandria, Suez) per sottolineare il ruolo di vicinanza con il confine con la Libia. Tra questi, spiccano statue di Ramesse II, Thutmosi IV, Tutankhamon e Sheshonq.

Sabato, invece, è stato il ministro delle Antichità Khaled el-Enany a tagliare i nastri del museo archeologico di Tell Basta (foto in basso), a Zagazig nel Delta centro-orientale. In questo caso, l’apertura dell’edifico è stata più travagliata perché l’inizio dei lavori risale al 2006 mentre il completamento al 2010. Come il precedente, il museo accoglie pezzi locali, dalla provincia di Sharqiya e in particolare dal sito dell’antica Bubastis, capitale del 18° nomo del Basso Egitto e città consacrata alla dea gatta Bastet.

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Source: MoA

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I più antichi tatuaggi figurativi su una mummia egizia

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Source: British Museum

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Source: British Museum

Ginger è il primo individuo tatuato al mondo. O meglio, è colui che ha sulla pelle i più antichi segni figurativi finora individuati. Il vero primato, infatti, spetta per poco al nostro Ötzi (3370-3100 a.C.) che però ha solo punti, linee e crocette. La scoperta è stata recentemente pubblicata sul Journal of Archaeological Science, dopo che la mummia del cosiddetto Uomo A di Gebelein (detto appunto Ginger per il colore rossastro dei capelli) è stata sottoposta a nuovi esami.

Il corpo appartiene a ragazzo che morì, tra i 18 e i 21 anni, a causa di una pugnalata alla schiena, nel periodo Naqada II (tra il 3351 e il 3017 a.C.). Il cadavere si mummificò naturalmente per il contatto diretto con la sabbia quando fu sepolto in posizione fetale, semplicemente avvolto in un lenzuolo e stuoie, nella località a 30 km a sud di Luxor. La mummia è esposta dal 1900 nel British Museum (EA32751), ma solo ora, grazie agli infrarossi, si è capito che quella macchia scura indistinta sul braccio destro corrisponde, in realtà, a due animali cornuti: un uro (un grande toro selvatico ormai estinto: Bos taurus primigenius) e una capra berbera (Ammotragus lervia). Senza addentrarmi in difficili valutazioni di tipo ideologico, entrambi gli animali sono tipici dell’arte predinastica. Il pigmento, probabilmente fuliggine, è stato inserito in profondità nel derma con un ago.

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Source: British Museum

Praticamente coeva di Ginger è la mummia della Donna di Gebelein su cui sono stati ritrovati altri tatuaggi, ma di più difficile interpretazione. Sulla spalla sinistra, infatti, ci sono 4 simboli a forma di “S” (foto in alto), mentre, sul braccio destro, un motivo lineare (foto in basso), forse un bastone o comunque un oggetto rituale, che si riscontra sulle ceramiche dell’epoca.

http://www.britishmuseum.org/pdf/Earliesttattoos.pdf

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Source: British Museum

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