“Egitto di Provincia”: la collezione dell’Accademia dei Concordi di Rovigo (mostra “EGITTO RITROVATO. La Collezione Valsè Pantellini”, 14 aprile – 1 luglio 2018)

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È passato un anno esatto dall’ultimo articolo per “Egitto di Provincia”. Troppo. Per questo, trovandomi nei paraggi, non potevo non cogliere l’occasione di andare a Rovigo per vedere “EGITTO RITROVATO. La Collezione Valsè Pantellini”, mostra che si adatta alla perfezione allo spirito di questa rubrica. L’esposizione, infatti, è incentrata su una delle tante raccolte egizie formatesi nel XIX secolo grazie alle donazioni di ricchi viaggiatori e collezionisti colpiti dalla civiltà faraonica. E non è un caso che la curatela sia stata affidata, sotto il coordinamento del prof. Emanuele Ciampini (Università “Ca’ Foscari di Venezia) e della dott.ssa Paola Zanovello (Università di Padova), al team di EgittoVeneto, gruppo di ricercatori che da anni si occupa dello studio e della valorizzazione delle piccole collezioni egizie della regione.

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Source: egittoveneto.veneto.eu

Nella mostra, che si tiene dal 14 aprile al 1 luglio a Palazzo Roncale, è esposta una selezione degli oggetti di solito conservati dall’altro lato della strada, presso l’Accademia dei Concordi. Questo secolare istituto è sempre stato il fulcro della cultura della città, raccogliendo letterati, musicisti, filosofi e studiosi rodigini. Grazie alle donazioni dei soci, nella prima metà dell’800, qui si formò la Pinacoteca che, oltre ovviamente ai dipinti, comprende anche reperti archeologici tra cui spiccano quelli inviati dall’Egitto da Giuseppe Valsè Pantellini (1826-1890; foto a sinistra). Esiliato per la partecipazione ai moti insurrezionali del ’48, l’imprenditore si rifugiò al Cairo dove, tra 1878 e 1879, accolse la richiesta dell’allora presidente dell’Accademia Lorenzoni di inviare oggetti per la creazione di un museo egizio a Rovigo. L’egittomania in Europa era ormai galoppante e già erano nate le più importanti raccolte come quelle di Torino, Parigi, Londra, Berlino ecc. Così Valsè Pantellini spedì in Italia 5 casse di reperti, comprese le due mummie diventate protagoniste della mostra e di cui parlerò meglio dopo: Meryt e Baby. Altre antichità egizie vennero poi donate da Eugenio Piva, Lodovico Bassani e dalla famiglia Silvestri, ma è impossibile avere dati sull’origine dei pezzi, come d’altronde succede quasi sempre per le collezioni d’antiquariato senza contesto di scavo. In totale, con circa 500 unità, quella di Rovigo è la collezione egizia più grande del Veneto.

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Passando al percorso di visita della mostra, il piano terra è dedicato ai più piccoli con le illustrazioni di Sara Michieli che edulcorano l’aspetto delle due mummie con una forma pre-imbalsamazione (immagine a destra). Poi si va, saltando il piano nobile del palazzo, al secondo piano dove sono esposti gli oggetti. Premetto che non è possibile scattare foto e le immagini qui postate mi sono state gentilmente fornite dall’ufficio stampa gestito dallo Studio ESSECI.

La prima sala è dedicata agli elementi architettonici di Antico Regno con frammenti di pilastri iscritti provenienti da mastabe di V dinastia, ma anche con reperti più recenti come stele funerarie di Medio e Nuovo Regno e di Epoca Tolemaica. Nella seconda stanza, invece, si trovano tutti gli oggetti tipici di un corredo funerario egizio: amuleti, bronzetti, statuette in legno, collane, canopi, ushabti (particolare rarissimo quello dei ‘servitori’ di XXV din. con cesto portato sulla testa) e frammenti di sarcofago.

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Ma l’aspetto della mostra che ha avuto maggior riscontro mediatico è la possibilità di assistere in diretta al trattamento delle mummie da parte di Cinzia Oliva, restauratrice del Museo Egizio di Torino, e di altri esperti come gli investigatori della Polizia Scientifica del Triveneto. Affacciandosi nel laboratorio, infatti, a seconda dei giorni (vi consiglio quindi di controllare il calendario degli eventi sul sito web), si ha l’occasione di vedere con i propri occhi tutti i procedimenti volti allo studio e alla conservazione di Meryt, nome fittizio dato a una sconosciuta donna adulta, e di Baby, misterioso involucro di bende di lino che si pensava contenesse il corpo di un neonato (l’ipotesi è stata confermata dalla TAC effettuata il 15 giugno). Quest’ultimo/a era un regalo – e ancora presenta i nastri di cuoio – di Valsè Pantellini per l’amico Minelli che, a quanto pare, non gradì il ‘pacco’ e non lo scartò nemmeno.

Ad esempio, io ho avuto la fortuna di capitare durante le ultime misurazione dei medici dell’Università di Padova prima della spedizione dei due ‘pazienti’ all’Ospedale di Rovigo. Inoltre, era presente anche Claudia Gambino (Università Ca’ Foscari e EgittoVeneto) che ringrazio per la gentilezza con cui ha tolto ogni mia curiosità, mentre rimando voi tutti al sito della mostra e alla pagina Facebook del Progetto EgittoVeneto per ogni futuro aggiornamento sulle analisi effettuate ai corpi imbalsamati che saranno esposti al pubblico l’ultimo weekend di giugno al termine del restauro.

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