Archivi del mese: luglio 2018

Beni Hasan, (ri-?)scoperte le camere funerarie di due governatori di XI dinastia

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Source: MoA

Nonostante il torrido caldo estivo, in Egitto si continua a lavorare e ad effettuare scoperte… o forse riscoperte. A Beni Hasan, nei pressi di el-Minya, durante le operazioni di pulizia e restauro di due tombe, la missione egiziano-australiana diretta da Naguib Kanawati (Macquarie University, Sydney) ha individuato le rispettive camere funerarie. Il sito in questione è la celebre necropoli di Medio Regno dove erano sepolti i governatori del 16° nomo dell’Alto Egitto, quello dell’Orice, tra cui i due nomarchi dell’XI dinastia (intorno al 2050 a.C.) Ramushenty (BH27) e Baqet II (BH33).

Nella BH27, liberando dai detriti uno dei 6 pozzi funerari della camera principale, gli archeologi sono arrivati a un’altra stanza, profonda 17,5 metri, che a sua volta conduce alla camera funeraria dopo un ulteriore pozzo di 3 metri. L’ambiente a base rettangolare presenta anche due piccoli annessi sugli angoli est e ovest dove sono stati ritrovati contenitori ceramici per derrate alimentari. Niente di più perché il corredo funerario, compreso il sarcofago che doveva essere collocato nella fossa al centro del pavimento, è stato probabilmente prelevato nel 1890 dalla missione epigrafica dell’Egypt Exploration Fund diretta da Percy Newberry (“Beni Hasan” II, pag. 30-31, pl. XXVI).

Per quanto riguarda la BH33, invece, nell’ultima settimana della campagna si è riusciti a scavare solo la parte superiore della camera funeraria che tuttavia è sufficiente a capire come la struttura sia la stessa di quella della tomba di Ramushenty. Oltre a qualche vaso, a colpire qui è la perfetta conservazione delle pitture parietali che, seppur semplici, rappresentano Baqet II (foto in alto)e una serie di portatori di doni come capi di bestiame (foto in basso). Lo scavo riprenderà a gennaio 2019 (“Beni Hasan” II, pag. 37-40, pl. XXXIV).

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Source: MoA

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“Egitto di Provincia”: i musei archeologici nazionali di Tarquinia, Cerveteri e Vulci

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Source: infoviterbo.it

Questa volta, più che occuparmi di un singolo museo, parlerò di un’intera area geografica e delle sue principali raccolte archeologiche in cui sono presenti anche reperti egizi: l’Etruria Meridionale. Tale scelta è dovuta dall’origine comune degli oggetti in questione, tutti provenienti dalle necropoli dell’Alto Lazio, tra le provincie di Viterbo e Roma. Come già spiegato in precedenza, infatti, non è così strano trovare scarabei, amuleti o altri pezzi faraonici nelle tombe etrusche, anzi. Nel cosiddetto “periodo orientalizzante” (VIII-VI sec. a.C.), le civiltà italiche cominciarono a diventare sempre più strutturate con l’avvento di nuovi classi sociali elitarie che, per ostentare ricchezza e potere, acquistavano veri e propri status symbol portati dall’Oriente dai mercanti greci e fenici.

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Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia

davNello splendido scenario del quattrocentesco Palazzo Vitelleschi (foto in alto), è esposta una delle più importanti raccolte di antichità etrusche al mondo. Il Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia è stato fondato nel 1924 con la fusione di due collezioni ottocentesche, la comunale e quella privata dei conti Bruschi-Falgari, e poi è cresciuto grazie al frutto degli scavi archeologici nelle numerose aree sepolcrali della città, tra cui spicca la Necropoli dei Monterossi che è patrimonio UNESCO. Per quanto ci riguarda, esiste una stanza completamente dedicata ai rapporti dell’antica Tarch(u)na con il bacino del Mediterraneo. Qui si possono ammirare gli oggetti orientali comparsi nella città-Stato già alla fine dell’VIII secolo quando, con la cosiddetta “Età dei Principi”, anche Tarquinia completò il suo sviluppo urbano e intraprese floridi scambi commerciali con Greci e Levantini. In cambio di legno, metalli e derrate alimentari, arrivavano beni di lusso come le uova di struzzo (foto in basso a destra dalla “Tomba del Pettorale d’Oro”, necropoli dei Monterozzi, metà del VII sec.). Tra gli onnipresenti scarabei e piccoli amuleti, l’oggetto egizio più rappresentativo è la “Situla di Bocchoris”, contenitore rituale per l’acqua realizzato in faience e recante il cartiglio del faraone della XXIV dinastia (720-715 a.C.): il re Bakenrenef è condotto prima per mano da Horus e Thot (foto a sinistra) e poi è rappresentato tra Neith e ancora Horus, mentre nel registro inferiore prigionieri nubiani sono legati in un palmeto pieno di scimmie. Il vaso è stato scoperto in una tomba chiamata per l’appunto di Bocchoris anche se apparteneva a una donna morta intorno al 700-690. In ciò che rimaneva del corredo, si trovavano anche due pendenti in forma di Bes incastonati nell’argento e 45 amuleti in faience usati per una collana (foto in basso a sinistra).

http://www.tarquinia-cerveteri.it/museo-e-necropoli-di-tarquinia/museo

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Museo Nazionale Cerite

Anche la ‘location’ del museo di Cerveteri non è male: la rocca trecentesca dei principidav Ruspoli. La collezione qui è decisamente più piccola, ma può fregiarsi di capolavori dalla fama internazionale come il cratere e lakylix di Eufronio, finiti illegalmente negli USA e, dopo un contenzioso di decenni, restituiti all’Italia rispettivamente dal Metropolitan Museum di New York e dal J.P. Getty Museum di Malibu. Tuttavia, il simbolo scelto per il museo ceretano è un unguentario in faience in forma di riccio (foto a destra). Scoperto nella Tomba 20 (VI sec.) della Necropoli di Monte Abatone, questo piccolo contenitore spiega alla perfezione come il fenomeno dell’orientalizzante non comprendesse solo il commercio di oggetti realizzati in Egitto, Anatolia, Levante e Mesopotamia ma anche la loro imitazione. Il riccio, infatti, non viene dalla Valle del Nilo, ma è stato importato dall’isola di Rodi.

http://www.tarquinia-cerveteri.it/museo-e-necropoli-di-cerveteri/museo

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Museo Archeologico Nazionale di Vulci

digInfine, una breve menzione va fatta anche per il Museo Archeologico Nazionale di Vulci che si trova nel Castello dell’Abbadia, edificio dall’origine benedettina diventato dal XII secolo un palazzo fortificato a riparo dello strategico “Ponte del Diavolo” (III sec. a.C.). Nel 1975, lo Stato ha deciso di utilizzarlo per conservare i reperti provenienti dagli scavi dell’area urbana di Vulci e delle sue necropoli, ma l’attuale percorso espositivo risale solo al 2016. Nella sala dedicata alla “città dei morti”, è stato ricreato il corredo della Tomba G della Necropoli di Marrucatello (fine VIII sec.). L’oro e gli oggetti d’importazione come l’ambra collocano chiaramente la defunta nell’emergente aristocrazia; non mancano piccoli reperti egiziani come uno scarabeo in faience blu incastonato in un anello d’argento e due pendenti che rappresentano Horus in forma di falco e un’egida con la testa di Hathor.

http://www.archeologialazio.beniculturali.it/it/278/museo-archeologico-nazionale-di-vulci

 

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Valle dei Re, Zahi Hawass scaverà nei pressi della tomba di Tutankhamon

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Valle dei Re

Mentre ancora aspettiamo novità dalla Valle delle Scimmie (la relativa docuserie, “Valley of the Kings”, di Discovery Channel è prevista per l’inizio del 2019), è stata annunciata una nuova campagna di scavo diretta da Zahi Hawass nel ramo principale della Valle dei Re. Il celebre egittologo, infatti, inizierà i primi di settembre a indagare due aree nei pressi della tomba di Tutankhamon (KV62) e di quella di Merenptah (KV8). Non a caso, pur smentendo definitivamente l’esistenza di camere nascoste nella sepoltura di Tut, il team di Franco Porcelli aveva comunque rilevato anomalie immediatamente a sud.

Senza volermi, questa volta, lasciare andare a precoci entusiasmi, dico solo che mancano all’appello le tombe di diversi faraoni e regine di Nuovo Regno, come quelle di Thutmosi II, Ramesse VIII o Ramesse XI. In ogni caso, la missione avrà una larga copertura mediatica dello Storied Media Group, nuovo gruppo hollywoodiano che si è accaparrato l’esclusiva e finanzierà gli scavi in cambio della realizzazione di una serie di documentari e, forse, anche eventi live per la TV.

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Il custode della cultura materiale egiziana: il Museo Egizio di Torino

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Foto di La Fune

L’articolo che segue fornisce una interessante panoramica generale sulla nascita e l’evoluzione del Museo Egizio di Torino, la cui collezione è seconda solo a quella del Cairo. L’autrice del pezzo è Elisabetta Colombo, laureata magistrale in Egittologia proprio nella città dove sorge il museo, presso l’Università degli Studi di Torino.

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Il fascino dell’antico Egitto ha colpito ripetutamente nel corso dei secoli. La magnificenza dei monumenti sopravvissuti, assunti a testimoni di un passato glorioso, unita al mistero emanato dalla scrittura geroglifica, per molto tempo rimasta incomprensibile, hanno contribuito ad accrescerne il prestigio. L’Egitto appariva, in un certo senso, come uno scintillante scrigno chiuso da una combinazione impossibile da decriptare. Proprio per questo motivo, le dinastie europee del XVI secolo guardavano a quel mondo come a un universo mitico e inarrivabile, utile a nobilitare il proprio potere: non fa eccezione quella Savoia, impegnata proprio in quegli anni nella fortificazione della nuova capitale del proprio Ducato: Torino. A seguito della scoperta di una iscrizione recante il nome della dea Iside, gli intellettuali del tempo si profusero in fantasiose genealogie mitologiche, secondo cui Augusta Taurinorum avrebbe avuto origini egiziane. Tra costoro si possono citare Filiberto Pingone o Emanuele Tesauro.  È tuttavia solo nel XVII secolo che i Savoia decisero di abbellire la città con un gran numero di opere d’arte, inaugurando la “Grande Galleria” delle antichità greche e romane, in cui sarebbe stata ospitata anche parte della collezione reale. Quest’ultima era costituita da oggetti di diversa provenienza, alcuni dei quali acquistati dai sovrani, in particolare da Carlo Emanuele I. 800px-Bembine_Table_of_IsisTra i reperti probabilmente presenti in questo ensemble, si annovera anche quello che è ritenuto l’oggetto fondante della collezione del futuro Museo Egizio: la Mensa Isiaca (disegno a destra tratto da “Œdipus Ægyptiacus” di Athanasius Kircher). Si tratta di una tavola d’altare in bronzo ageminato in argento, rame e niello, riportante raffigurazioni e segni egittizzanti, all’epoca scambiati per veri geroglifici. La tradizione vuole che sia stata salvata dal sacco di Mantova del 1527 e che, dopo essere stata di proprietà del cardinale Pietro Bembo, sia stata venduta dal figlio ai Gonzaga. I Duchi di Mantova l’avrebbero poi donata ai Savoia. La provenienza dell’oggetto è tuttavia misteriosa, dal momento che negli atti del 1631 non viene menzionata, sebbene si ritenga che sia stata donata tra il 1626 e il 1630; si può quindi verosimilmente ipotizzare che non facesse parte del nucleo di Carlo Emanuele I, ma che avesse una provenienza diversa, per noi, oggi, ancora ignota. Lo stupore e la curiosità prodotti da tale oggetto fomentarono la propaganda sabauda di una “Torino egiziana”, rimasta poi anche nei secoli successivi e testimoniata dal carro funebre reale, di sapore decisamente egittizzante. Studiosi e intellettuali cercarono di decifrare i segni riportati sulla Mensa, ma non riuscirono ad arrivare a una conclusione soddisfacente. Ad oggi sappiamo che la tavola bronzea non è di fattura egiziana, bensì di probabile produzione romana: risalirebbe al I secolo d.C. e risponderebbe al gusto occidentale per i culti isiaci, molto in voga in quell’epoca. Si ipotizza addirittura che potesse essere collocata nell’ Iseo Campense di Roma per la sua ricchezza tanto di materiali quanto di particolari.

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Disegno di M. Nicolosino (1832) che ricostruisce il primo allestimento della collezione Drovetti

Nel 1724, Vittorio Amedeo II fece poi spostare tutta la collezione, composta come descritto sopra, nel nuovo Museo dell’Università: vi erano qui ben cinque aree distinte, di cui una dedicata agli oggetti rari. Nel nucleo sabaudo emerse allora un altro oggetto che destò notevole curiosità: si tratta di una testa, attribuita ad Iside, con incisioni misteriose sul volto. Ritenendo tali segni geroglifici, gli studiosi avvalorarono sempre di più l’ipotesi di una “Torino egizia”. Anche questa volta, però, si trattò di un errore. La testa in questione era in realtà seicentesca e i segni presenti riconducibili alla cabala. Pochi anni dopo, tuttavia, Carlo Emanuele III, immerso in un clima culturale nuovo e misterioso come quello della massoneria e dell’esoterismo, decise di finanziare una spedizione in Egitto con un duplice scopo: in primis, informarsi su quali fossero le condizioni del paese da un punto di vista delle risorse primarie per appurare se fosse possibile trarne qualche vantaggio economico; in secondo luogo, acquisire oggetti e opere antiche insieme a conoscenze naturalistiche per la creazione di un Orto botanico. Per questa spedizione fu scelto Vitalino Donati, giovane botanico il cui Giornale di Viaggio

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Iside di Coptos

originale non è purtroppo giunto fino a noi, sebbene ve ne siano due copie che ci consentono di conoscerne il contenuto. Oltre all’ingente opera di catalogazione dello studioso, quello che ritornò in patria furono tre pezzi artistici, fondamentali per la costituzione del futuro Museo Egizio: una statua di Iside trovata a Coptos (immagine a destra) e risalente alla XVIII dinastia, una statua di faraone incedente, di epoca tutmoside ma riutilizzata in epoca ramesside, ritrovata a Karnak e quella che viene descritta come «la schiava nera», ovvero una Sekhmet seduta, rinvenuta nel tempio di Mut nella medesima località della precedente. Oltre a questi reperti di notevole importanza, furono riportati anche altri oggetti minori che arricchivano la collezione. Alla fine del ‘700, quindi, la collezione del futuro Museo Egizio era costituita dalla Mensa Isiaca e dai reperti riportati da Donati. È tuttavia l’‘800 ad essere il secolo in cui l’insieme dei reperti raggiunse un numero e un’importanza tali da diventare secondo solo a quello del Cairo. Questo fu possibile grazie a due brillanti personalità: Bernardino Drovetti prima ed Ernesto Schiaparelli poi.

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Bernardino Drovetti

Drovetti arrivò in Egitto nel 1803 come fervente sostenitore di Napoleone Bonaparte e con il titolo ufficiale di Sottocommissario alle Relazioni Commerciali per la Francia. La situazione dell’Egitto era però ormai disastrosa: dopo la battaglia di Abukir del 1801 e la disfatta delle truppe francesi, gli Inglesi avevano requisito le antichità raccolte dai nemici, mandandole in Inghilterra. Tra queste vi era anche la famosa Stele di Rosetta, la cui scoperta stimolò una corsa alla decifrazione dei geroglifici, conclusasi soltanto nel 1822 ad opera di Champollion. Divenuto amico del viceré Mohammed Ali, Drovetti iniziò un’attività di raccolta di antichità ed oggetti preziosi con l’ambizione e la speranza di poterli vendere alle casate reali europee, le quali, a quel tempo, gareggiavano per accaparrarsi i pezzi migliori. Egli intraprese pertanto un viaggio lungo tutto l’Egitto, visitando alcuni siti e lasciando segni indelebili del suo passaggio: l’archeologia scientificamente strutturata non esisteva ancora, purtroppo.

 

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Incisione di Jean-Pierre Granger che testimonia l’incontro tra Drovetti e il conte de Forbin

Nel 1818, si svolse un incontro decisivo: Drovetti e il Conte di Forbin, Direttore dei Musei Reali di Francia, si incontrarono a Tebe per discutere i dettagli della compravendita della collezione fino ad allora creata. Complice la cattiva fama del funzionario italiano, dovuta principalmente alle sue simpatie politiche per Napoleone, ormai sconfitto, e la cifra esorbitante richiesta, la Francia non si aggiudicò i reperti. Essi furono invece acquistati l’anno successivo dai Savoia su consiglio di Carlo Vidua: questa avrebbe reso l’Italia un grande paese, dotato di una grande collezione romana a Roma, una rinascimentale a Firenze e una egiziana a Torino.

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Ernesto Schiaparelli

La collezione sabauda si ampliò dunque notevolmente grazie alle ricerche di Drovetti, ma il nucleo maggiore di reperti si deve all’opera di ricerca di Ernesto Schiaparelli, direttore del Museo dal 1894 al 1928: sono più di 40 000 i reperti riportati dalle campagne di scavo intraprese da costui in Egitto, durate per più di vent’anni. L’attività sul campo, condotta sotto l’egida della M.A.I., la Missione Archeologica Italiana, fondata da Schiaparelli stesso nel 1903, è testimoniata in tutti i suoi particolari dai diari di scavo. A questi si affiancano poi lastre fotografiche ad oggi importantissime, dal momento che permettono di contestualizzare correttamente i manufatti nel luogo di ritrovamento. Tra i ritrovamenti più importanti vanno indubbiamente citati la città di Deir el-Medina – chiamata in antico Set-Maat, «il Luogo della verità», sede di 120 famiglie di operai impiegati nella decorazione delle tombe della Valle dei Re e delle Regine –  e la vicina tomba intatta di Kha, capo architetto del Nuovo Regno, il cui corredo comprendeva ben 550 oggetti.

 

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Lo “Statuario” nel 1900

La storia del Museo Egizio durante il ‘900 è più difficile da ricostruire, soprattutto per quanto riguarda gli anni delle due guerre mondiali. Sotto la direzione di Giulio Farina tuttavia l’attività di ricerca continuò in modo molto proficuo: il sito di Gebelein fu indagato a fondo e fu scoperta la cosiddetta Tela di Gebelein costituita, ad oggi, da frammenti di tessuto di epoca predinastica con disegni di barche e ippopotami. L’antichità del reperto, seppur frammentario, ha generato molto stupore nella comunità scientifica che, dopo un restauro radicale, si è subito profusa in uno studio attento e puntuale del manufatto. Durante il secondo conflitto mondiale, invece, dopo le numerose pressioni del direttore al Governo Italiano affinché concedesse l’evacuazione dei reperti per salvarli dai bombardamenti, il Museo ottenne l’autorizzazione per spostare la collezione nel Museo di Agliè, dove rimase fino a che le condizioni furono idonee per un ritorno in città.

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E oggi? Dopo un grande restauro e una massiccia risistemazione dell’intero Museo negli anni ’90, nel 2015 si è proceduto a un nuovo allestimento della collezione. La cultura materiale di cui questa istituzione è custode viene ora reinterpretata secondo due categorie: prosopografica, ovvero seguendo la storia degli individui cui sono correlati gli oggetti, e archeologica, mediante la descrizione di siti e ricostruzione di alcuni contesti. A questi si aggiungono i disiecta membra, ovvero tutti gli oggetti che appartengono a corpora un tempo unitari e che oggi sono stati smembrati nei diversi musei del mondo. La ricchissima collezione torinese, composta quindi dai grandi nuclei di Donati, Drovetti e Schiaparelli e della M.A.I., è così di nuovo al centro dell’attenzione. Il nuovo approccio moderno permette infatti di affiancare didattica e ricerca, intrattenimento e arricchimento, in un’ottica di fruizione culturale diretta sia a specialisti sia ad amatori. Non possiamo che augurare d !

Elisabetta Colombo

Bibliografia per approfondire

  • AA. VV., Museo Egizio, Catalogo, Modena 2015.
  • Greco C., Il nuovo Museo Egizio: tra passato e futuro, in Rivista MuseoTorino 7 (2014), 32-35;
  • Moiso B., La storia del Museo Egizio, Modena 2016;

 

 

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“Asterix & Obelix – Missione Cleopatra” (blooper egittologici)

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A una settimana dal trionfo bleu ai mondiali di calcio, credo sia doveroso omaggiare la Francia, a modo mio, cioè demolendo un film transalpino a tema egittologico trovandone tutti gli errori! No, scherzo. La mia cattiveria per la rubrica “Blooper egittologici” è direttamente proporzionale alla serietà delle pellicole prese in esame e poi, si sa, i Galli sono suscettibili! Chiaramente parlerò di “Asterix e Obelix: missione Cleopatra”, remake del 2002 del lungometraggio animato “Asterix e Cleopatra” (1968), a sua volta adattamento del celebre fumetto ideato da René Goscinny e Albert Uderzo.

Asterix_e_CleopatraLa storia è nota: siamo intorno al 50 a.C. e la Gallia è stata quasi completamente conquistata dall’esercito di Giulio Cesare; quasi perché, all’estremità dell’odierna Bretagna, un piccolo villaggio resiste strenuamente all’avanzata romana grazie a una pozione magica, prodotta dal druido Panoramix, che rende invincibile chi la beve. Così, i soldati che hanno assoggettato gran parte del mondo conosciuto diventano semplici punchball che schizzano in aria ai pugni di Asterix, il biondo baffuto protagonista del fumetto, e Obelix, il suo grosso amico caduto nella pozione da piccolo. In particolare, nel 6° albo della serie, “Astérix et Cléopâtre” del 1965, i nostri eroi finiranno addirittura in Egitto, dove conosceranno la celebre regina Cleopatra VII, a soli due anni dall’uscita dell’iconico film di Mankiewicz. Non a caso, Goscinny e Uderzo, sia nel fumetto che nel cartone del ’68 diretto da loro stessi, s’ispirarono moltissimo al colossal hollywoodiano facendo continui asterix1riferimenti soprattutto alla figura di Liz Taylor (basti vedere la copertina dell’albo, qui in alto, che scimmiotta la locandina di “Cleopatra”). Purtroppo questa caratteristica si è persa nella versione di Alain Chabat, che ha ripreso in blocco la precedente di 72 minuti e, con l’aggiunta di qualche scena inedita (come, verso la fine, il combattimento marziale  in stile “La Tigre e il Dragone”), l’ha allungata a 107′ rendendola il film francese più costoso fino ad allora. Io preferisco senza dubbio il cartoon – anche se nella versione italiana c’è il solito vizio di stravolgere i testi e i nomi (il cagnolino Idefix diventa Ercolino) – che ha la lunghezza giusta e mantiene la geniale trovata dei dialoghi espressi in geroglifico nelle nuvolette.

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La narrazione si apre ad Alessandria d’Egitto con un’accesa discussione tra Cleopatra (Monica Bellucci) e Cesare (interpretato dal regista in persona; forse perché alla fine dovrà pomiciare con la bella attrice italiana?). In realtà, il generale romano arriverà in Egitto solo un paio di anni dopo la data fornita nell’incipit. In ogni caso, l’argomento del litigio tra i due è la grandezza del popolo egiziano, ormai decaduta secondo Cesare che è convinto che le monumentali opere come le piramidi appartengano a un passato perduto. Per dimostrare il contrario, Cleopatra lo sfida assicurando che avrebbe fatto costruire un grandioso palazzo in soli tre mesi. 6Il problema è che, oltre alle tempistiche ristrette, il progetto è affidato all’architetto più incompetente del regno, Numerobis (Jamel Debbouze). L’impresa appare subito impossibile senza un intervento magico; per questo Numerobis, in bilico tra l’essere ricoperto d’oro o gettato in pasto ai coccodrilli, si reca in Gallia per chiedere una mano a Panoramix (Claude Rich), vecchio amico del padre. Così, il druido accetta di aiutare l’alessandrino e, insieme ad Asterix (Christian Clavier), Obelix (Gérard Depardieu) e Idefix, parte per l’Egitto.

Il tempo stringe, ma gli operai sembrano comunque in grado di completare il palazzo nei due mesi restanti, anche perché, grazie alla pozione, riescono a trasportare a mano i pesanti blocchi di pietra. Una nota di merito, in questo caso, va a Goscinny e Uderzo per non aver menzionato gli schiavi e per aver fatto riferimento al primo sciopero della storia, verificatosi sotto il regno di Ramesse III (qui per approfondire). I lavori, infatti, vengono interrotti dal perfido Stocafis (gioco di parole già presente nella traduzione italiana del fumetto che sostituisce l’originale Amonbofis), altro architetto geloso di Numerobis che sobilla gli uomini inducendoli a chiedere un trattamento migliore, come il ricevere meno frustate. Divertente qui è la scena del passaggio di turno degli operai che s’invertono nel ruolo di trainatore e fustigatore scambiandosi la parrucca.

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Tra i tentativi di sabotaggio di Stocafis, c’è anche la corruzione del fornitore del materiale da costruzione, che costringe i Galli ad andare a risolvere il problema direttamente alla cava. Durante la navigazione del Nilo verso sud, il gruppo si ferma anche a Giza, dove veniamo a sapere perché la Sfinge abbia perso il naso: non per colpa dei soldati di Napoleone né per iconoclastia islamica, ma a causa di un goffo Obelix che si arrampica in cerca di una vista panoramica!

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Asterix e Obelix dovranno vedersela anche con i soldati romani che Cesare invierà per non perdere la scommessa, ma ovviamente, dopo la classica scazzottata a senso unico, il tutto si concluderà nel migliore dei modi: Stocafis verrà sconfitto, il sontuoso palazzo sarà completato, Numerobix ricompensato e il generale romano dovrà ammettere la grandezza del popolo egiziano durante il banchetto finale.

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I numerosi geroglifici presenti nel film sono puramente estetici e non hanno alcun significato, ma Alain Chabat, durante un’intervista (minuto 52:38), ha dichiarato che da qualche parte ci sarebbe un’unica iscrizione sensata da tradurre così: “Celui qui lit ça est un égyptologue”. Effettivamente, nei titoli di coda appare come consulente anche Guillemette Andreau-Lanoë, membro anziano dell’IFAO e direttrice della sezione egizia del Louvre dal 2007 al 2014. Tuttavia, io non l’ho scovata; avvertitemi se doveste riuscirci voi!

 

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Kom Ombo, scoperto un laboratorio di vasaio con il più antico tornio in pietra d’Egitto

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Nicholson, Shaw, Ancient Egyptian Materials and Technology, pag. 126; foto MoA

Ieri, con il clamore provocato dall’apertura del sarcofago di Alessandria, un’importante notizia è passata in sordina. A Kom Ombo, durante i consueti lavori di abbassamento della falda freatica, è stata effettuata un’altra scoperta fortuita: un laboratorio di produzione di ceramica risalente alla IV dinastia (2630-2510 a.C.). Oltre a diversi vasi e stampi per l’argilla, il vero ritrovamento eccezionale consiste in una ruota in calcare forata al centro. Quest’oggetto – secondo Mostafa Waziry, segretario generale dello SCA – sarebbe il più antico tornio in pietra mai ritrovato in Egitto, più o meno coevo di quello in terracotta scoperto ad Abusir nei primi anni ’90 del secolo scorso dalla missione cecoslovacca di Verner. Il disco, come si vede già in alcune rappresentazioni di Antico Regno (come dalla mastaba di Ti a Saqqara; disegno in alto a sinistra), veniva fatto ruotare ruotare con le mani o con i piedi su un asse sollevato e sopra di esso si plasmava in modo più veloce e preciso la forma dei contenitori.

 

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Aperto il sarcofago in granito nero di Alessandria

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Source: MoA

Una mummia maledetta? I resti di un nephilim? Il corpo di Alessandro Magno? Niente di tutto questo… L’ormai celebre sarcofago di Alessandria è stato aperto ed ecco cosa hanno ritrovato all’interno:

http://www.nationalgeographic.it/mondo-antico/2018/07/19/news/alessandria_d_egitto_aperto_il_sarcofago_di_granito_nero-4052323/

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La farmacopea egizia: rimedi naturali nei papiri medici del Nuovo Regno (di Elena Urzì)

Oggi, per la rubrica “Parola all’Esperto”, parleremo di medicina, in particolare dell’utilizzo delle piante nella farmacopea dell’antico Egitto, argomento del progetto di ricerca di Elena Urzì, dottoranda in Filologia e Storia del Mondo Antico presso la “Sapienza” Università di Roma.

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Vaso contenente una miscela di olii, XVIII din. (Museo Egizio di Torino: S. 8623; fonte: museoegizio.it)

Numerosi i documenti a carattere medico sono giunti fino a noi in forma di papiri o ostraka più o meno conservati: i più antichi risalgono al Medio Regno[1] e testimoniano un corpus completo composto da ricette ormai codificate con indicazioni precise sulla cura di diverse patologie. Dalla lettura dei testi si evince come gli antichi Egizi avessero una profonda conoscenza sia del corpo umano sia di quello animale[2] e che attribuissero a cause impersonali e involontarie molte malattie a cui erano soggetti.

Ad esempio, il Papiro Ebers fornisce una testimonianza sulle patologie più comuni, tra cui i disturbi agli occhi, ai denti, alle orecchie, alla pelle, la stipsi, i parassiti intestinali, il mal di testa, così come anche problemi legati a morsi di animali, a ustioni, fratture o ascessi. Si trovano inoltre rimedi per contrastare la perdita dei capelli o per permetterne la crescita, per combattere la scarsa circolazione alle gambe e addirittura soluzioni per prevenire l’acre odore del sudore. Ciò che colpisce è la totale assenza, per questo tipo di affezioni, di ingredienti che richiamino la sfera magica (soprattutto di origine animale, quale bile, sangue, urina e perfino escrementi). Per quelle, infatti, esistevano peculiari cure mediche che prevedevano un quantitativo di sostanze superiori ai quattro o cinque ingredienti e, qualora lo si ritenesse necessario, l’aggiunta di formule magiche specifiche di volta in volta. Ancora diverso è il caso della preghiera alla divinità, invocata solamente nelle vere e proprie formule magiche e nei testi di protezione, la cui menzione di specifici ingredienti è più rara. Esistono, invece, casi di ricette in cui il farmaco è stato creato da una divinità per se stessa o per un’altra: di solito, chi riceve la cura è il dio Ra che l’assume dopo che questa viene preparata da lui stesso o da Iside, Nut, Geb, Shu o Tefnut. Ciò ci porta a guardare al mondo divino come a una comunità di esseri che, sebbene sovrannaturali[3], sono entità con un ciclo vitale: possono ammalarsi[4], invecchiare[5] e morire[6]. Dunque, poiché tutto ciò che esiste sulla terra possiede in sé una parte, seppur piccola, del supremo creatore – fin dalle origini o per acquisizione – gli ingredienti utilizzati sono validi sia per la divinità sia per l’essere umano.

Vi è un evidente parallelismo con la convenzionale pratica medica moderna. Il swnw Immagine, termine egizio che indica la persona che applica la cura, basava il proprio metodo sull’osservazione autoptica del paziente e sulla comparazione di analoghe sintomatologie. Possiamo suddividere il metodo di diagnosi in tre step:

  1. ascoltare i sintomi del malato e quindi esaminarli usando gli occhi e le mani. Sia il papiro Ebers sia, soprattutto, il papiro Edwin Smith offrono svariati esempi in merito: «Dovrai quindi porre le tue mani sul suo stomaco. Troverai il suo stomaco tirato (sic). Esso va e viene sotto le tue dita»;
  2. formulare la diagnosi: di solito, la sezione della ricetta che la riguardava era introdotta sempre dalla frase “Dovrai quindi dire su di lui (o su di esso)”;
  3. prescrivere il trattamento: esso principalmente si basava sulla passata esperienza dei pazienti con simili condizioni e il papiro Ebers spesso contiene la frase “veramente efficace – un milione di volte!”.

Prendiamo, ad esempio, l’estratto del Papiro Ebers, citato nel punto 1 (Ricetta 189, 36, 17-37, 4):

Fig. 1

a) Se tu procedi all’esame di un uomo che viene colpito alla bocca dello stomaco mentre tutti i diversi punti del suo corpo sono appesantiti come colti da un accesso di debolezza. Dovrai quindi porre la tua mano sul suo stomaco. Troverai il suo stomaco tirato (sic.). Esso va e viene sotto le tue dita.
Dovrai dire al riguardo:
«Si tratta di affaticamento nell’ingestione, che non permette al paziente di nutrirsi da un po’ di tempo».

b) Tu dovrai preparare per lui (questo rimedio) con tutto ciò che permette di aprire il suo stomaco, come: nocciolo (= forse è da intendersi come succo) di datteri. Questo verrà filtrato con la birra. Il suo appetito tornerà.

c) Se tu procedi all’esame del paziente dopo aver operato come detto sopra e se noti che quel punto del corpo è caldo, mentre l’interno del corpo è alla giusta temperatura corporea dovrai dire: «L’affaticamento nell’ingestione è finito».
Dovrai assicurarti che il paziente non mangi carne cotta”[7].

Fig. 2

Phoenix dactylifera L. (fonte: gbif.org/species/6109699)

Fig. 3

L’utilizzo dei frutti della Phoenix dactylifera L., comunemente chiamata palma da datteri, grazie alla quantità di fibre solubili e insolubili, è un ottimo rimedio per favorire la digestione; è anche utile contro la stipsi a causa delle proprietà lassative dei datteri, i quali in questo caso vengono accompagnati dall’assunzione della birra che purifica l’acqua utilizzata, aiuta a depurare il corpo e, per merito delle calorie che contiene, dona nutrimento durante la convalescenza del degente.

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Da ricette come questa si può notare che in realtà i papiri medici non sono altro che compendi utili sia a colui che, già esperto, necessita di consultare un particolare caso, sia all’apprendista che ha bisogno di sapere come agire nella maniera migliore sulla base del confronto con situazioni precedenti caratterizzate dagli stessi sintomi. La maggior parte dei rimedi presenti nei papiri a nostra disposizione mostra una struttura schematica sempre uguale, che può essere suddivisa in tre punti:

  1. scopo del farmaco;
  2. ingredienti (a volte con l’aggiunta di indicazioni specifiche sulle dosi di ognuno);
  3. istruzioni sull’applicazione.

Portiamo, per esempio, un estratto del Papiro di Berlino 3038, ricetta 31 (3, 6-7):

Fig. 4

“Un altro rimedio per trattare la tosse: panna (letteralmente pelle di latte) e cumino mescolato con il miele. Somministrare il preparato al malato per un periodo di quattro giorni”.[8]

Fig. 5

Cuminum cyminum L. (fonte: goo.gl/2PsLNB)

Fig. 6Il Cuminum cyminum L., o comunemente chiamato cumino, ha proprietà carminative e digestive e può essere utilizzato anche contro i gonfiori e le coliche addominali; esso è anche utile per combattere i sintomi della tosse e per stimolare l’appetito. L’ingerimento avviene tramite quelli che sono solitamente nominati veicoli, ossia qualsiasi tipo di ingrediente che permette l’assunzione del farmaco da parte del paziente. Generalmente sono sostanze liquide o semi liquide, come l’acqua, il vino, la birra e il miele. Quest’ultimo, in particolare in questa ricetta, viene utilizzato sia per la somministrazione del composto (così come la panna) sia per le sue proprietà disinfettanti che aiutano a calmare l’infiammazione. In più, comunque, come nel precedente caso della birra, il miele fornisce insieme alla panna nutrimento e calorie per il paziente debilitato.

Fig. 8

Ceratonia siliqua L (Fonte: gbif.org/occurrence/1805395800)

La somministrazione della cura avveniva attraverso cinque modalità differenti tra cui l’assunzione orale – citata nei due casi appena riportati -, per via rettale, vaginale, per applicazione esterna (unguenti) e fumigazione.

Nei casi precedenti tutti gli ingredienti utilizzati sono stati individuati grazie all’identificazione della malattia e perché sono sostanze molto comuni citate diverse volte in varie fonti. L’ultimo esempio che propongo pone delle difficoltà di interpretazione non indifferenti che ancora oggi non sono state spiegate in maniera soddisfacente.

Papiro Ebers 355 (57, 15-17):

Fig. 7

“Altro rimedio per far scomparire una formazione-pedet (orzaiolo?) in un occhio: galena 1; malachite 1; djaret (carruba) 1; aloe (o legno marcio) 1; galena-gesefen 1. Mischiare con acqua e applicare sulle palpebre”[9].

Ceratonia siliqua

Carrubo

In questa prescrizione si può notare come la malattia stessa sia solo ipotizzata, dal momento che il termine egiziano è poco perspicuo. Tuttavia, se effettivamente si trattasse di orzaiolo, come è stato teorizzato da diversi studiosi, la malachite, la pianta djaret[10] e l’aloe vera (Aloe barbadensis Miller) sarebbero ingredienti con proprietà antisettiche e anti infiammatorie[11]. Meno chiaro è l’utilizzo della galena e della galena-gesefen, ma ciò è dovuto anche alla difficoltà d’interpretazione di questa componente.

Fig. 10

Aloe barbadensis Mill. (Fonte: goo.gl/4CHd9o)

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Si può notare che in questa ricetta sono precisamente riportate le quantità da inserire per ogni ingrediente. Secondo il mito, il trono di Osiride venne conteso tra Horus e Seth: durante la colluttazione, quest’ultimo cavò un occhio al nipote (secondo altre versioni si tratterebbe del fratello minore) e lo distrusse in piccoli pezzi. Successivamente Thot, divinità della scrittura e della scienza, raccolse l’occhio distrutto e ne ricompose sessantatré pezzi, l’ultimo dei quali fu aggiunto magicamente. Nei papiri medici le quantità degli ingredienti sono rappresentate dalle diverse parti dell’occhio udjat, che, quando completo, rappresenta l’unità perfetta.

Puoi mettere anche questa se ti piace di più ma non mi ricordo più da dove l'ho presa

Fonte: goo.gl/gffvj8

Gli ingredienti utilizzati nelle ricette sono di derivazione minerale, animale e vegetale. I minerali solitamente venivano polverizzati con altre sostanze o ingeriti interi sotto forma di piccoli cristalli. L’effetto biochimico sul paziente poteva essere diretto o indiretto tramite l’interazione con gli altri elementi del farmaco. I componenti minerali solitamente avevano anche una valenza magica; ciò è testimoniato dalla grande mole di amuleti realizzati in pietra dura ritrovati con sopra incise delle formule di protezione. Le componenti di origine animale erano utilizzate come veicoli o per rispondere a un’aspettativa magica, come l’assimilazione delle qualità dell’animale. Come accennato precedentemente, alcune sostanze oggi considerate poco consone all’utilizzo medico erano sfruttate con accezione sicuramente religiosa, per allontanare cosiddetti “demoni malattia”. Da ultimo troviamo ingredienti di origine vegetale, utilizzati non solo per le loro proprietà mediche ma anche come narcotici, sedativi e palliativi. In generale tutte le piante di cui si è riusciti a capire un qualsiasi collegamento con le divinità sono utilizzate a scopo terapeutico.

Molti sono i problemi legati alla traduzione di queste componenti poiché i termini utilizzati sono davvero variegati e di difficile comprensione per noi studiosi moderni. In particolare, per quanto riguarda i minerali, è possibile che nel tempo siano stati cambiati i materiali utilizzati o per la somiglianza di colore o per la poca reperibilità sul territorio. Per quanto concerne la sfera botanica, invece, in alcuni casi viene specificata la parte della pianta utilizzata, ma non è ancora stata trovata una traduzione sicura; questo pone un grande problema di interpretazione, perché ogni specie vegetale ha degli impieghi ben precisi a seconda della parte utilizzata (foglie, fiori, corteccia etc.). Negli ultimi anni l’attenzione degli studiosi si è concentrata sull’interpretazione dei termini che indicano la sfera botanica: tuttavia, le indagini sulla farmacopea egizia sono tutt’altro che concluse e questo campo di ricerca viene ora ridiscusso a livello metodologico e approfondito dal punto di vista dell’analisi filologica, in una prospettiva sinottica capace di integrare le fonti testuali con quelle iconografiche e archeologiche.

Elena Urzì

[1] 2055-1650 a.C. circa.

[2] Il papiro di Kahun riporta anche informazioni circa nozioni di veterinaria.

[3] Nei testi funerari e nei miti, gli dei vengono descritti con la pelle d’oro zecchino, i capelli d’argento e gli occhi di lapislazzuli.

[4] Nei papiri medici, Horus bambino è la figura che rappresenta l’uomo infermo.

[5] Nel mito di “Ra divenuto vecchio e della dea Iside”, il dio è descritto talmente anziano da trascinarsi mentre cammina e con la bava che cola dalla bocca.

[6] Osiride è il dio morto per eccellenza.

[7] Testo tradotto e adattato da Bardinet 1995, p. 276.

[8] Bresciani, Del Tacca 2005, p. 148.

[9] Bresciani, Del Tacca 2005, p. 142.

[10] Indagini recenti hanno ipotizzato che si tratti di Ceratonia siliqua L., la pianta del carrubo.

[11] La malachite è in effetti un potente disinfettante per gli occhi che veniva aggiunto al kohl, il tipico trucco che vediamo in tutte le raffigurazioni egizie.

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Breve bibliografia

  • Bardinet T., Papyrus médicaux  de l’Égypte pharaonique: Traduction intégrale et commentaire. Paris, 1995.
  • Bresciani E., Del Tacca M., Arte medica e cosmetica alla corte dei faraoni, Pisa, 2005.
  • von Deines, Grapow H., Westendorf  W., Grundriß der Medizin der Alten Ägypter, 9 Bände, Berlin, 1954-1973.
  • Manniche L., An Ancient Egyptian Herbal, London, 1989.
  • Nunn John F., Ancient Egyptian Medicine, London, 1996.
  • Westendorf W., Handbuch der altägyptischen Medizin. 1.-2. Band, Leiden etc., Brill = Handbuch der Orientalistik/ Handbook of Oriental Studies. Erste Abteilung: Der Nahe und Mittlere Osten/ The Near and Middle East, 36/1-2, 1999.
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Tiye: da Regina a Dea

Tiye Neues Museum

Testa di statuetta in legno di Tiye (ÄM 21834, Ägyptisches Museum und Papyrussammlung, Berlino)

Tra i lettori del blog, ci sono molti studenti di Egittologia che spesso dimostrano la voglia di scrivere a loro volta qualcosa per Djed Medu. È il caso, ad esempio, di Federica Ruggiero, classe 1991, che si è laureata alla triennale in Storia presso l’Università degli Studi di Milano e che sta per iniziare la magistrale in Archeologia all’Università degli Studi di Bologna. Le lascio spazio proprio per raccontare in breve l’argomento della sua tesi, discussa da poco, perché sono sicuro v’interesserà vista la prominenza della figura storica trattata.

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Donna determinata, forte, dal carattere dominante, una delle più importati regine nella storia dell’Egitto faraonico…  e non era nemmeno di sangue reale: Tiye. Figlia di Yuya, uomo di umili origini che divenne funzionario della città di Akhmim (capitale del IX nomo dell’Alto Egitto), e di Tuia, nobildonna lontanamente imparentata con la linea dinastica ahmoside, venne elevata al rango di “Grande Sposa Reale” quando, ancora bambina, si congiunse ad Amenhotep III nel suo secondo anno di regno (1390 a.C.). Nonostante non appartenesse alla corte, infatti, inserire gli influenti genitori nel consiglio volto alla reggenza del regno fu una mossa da considerarsi decisamente astuta da parte del faraone.

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Bottone con cartiglio di Tiye (Ägyptisches Museum und Papyrussammlung, Berlino)

Tale matrimonio fornì a Tiye un ruolo di fondamentale importanza per la gestione sociopolitica dell’Egitto dato che, per la prima volta, una regina affiancava il re ponendosi al suo stesso livello. Durante la XVIII dinastia ebbe infatti inizio una pratica inusuale fino a quel periodo, ossia il ritrarre la Grande Sposa Reale accanto al marito in numerose occasioni ufficiali: Tiye è citata sugli scarabei commemorativi, indossa la corona della dea Hathor, il suo nome viene inciso all’interno dei cartigli (immagine a sinistra), viene rappresentata con il corpo di sfinge. L’utilizzo, in tali scene, di dimensioni pari a quelle del consorte conferma quanto fosse prominente il suo status. Fu proprio Tiye ad essere la figura chiave di questo cambiamento, rispetto all’inizio della XVIII dinastia, quando, a partire da Ahmose Nefertari, era più importante il ruolo della Regina Madre. Crebbe inoltre l’enfasi per il culto del sole e della natura divina del faraone. In Nubia, ad esempio, la coppia reale fece erigere due templi strettamente legati che prefigurano il complesso di Abu Simbel di Ramesse II e Nefertari: il santuario di Soleb dedicato al re e quello di Sedeinga consacrato alla consorte.

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Placca in corniola da braccialetto che mostra Tiye in forma di sfinge (26.7.1342, Metropolitan Museum di New York)

Finché la coppia restò in carica, l’Egitto raggiunse l’apogeo del potere, della ricchezza, della raffinatezza artistica e soprattutto del prestigio internazionale. Crebbe esponenzialmente il predominio sulla Siria, anche grazie alla politica matrimoniale. Ad esempio, Amenhotep III prese in sposa Gilukhipa, figlia di Shuttarna II di Mitanni (nord della Mesopotamia), regno con cui ebbe rapporti diplomatici e di amicizia. Dopo l’ascesa al potere di Tushratta a Mitanni, i rapporti si strinsero ulteriormente e la principale testimonianza di ciò sono le note “lettere di Amarna”, preziosa raccolta di documenti che narra le vicissitudini e le evoluzioni nei rapporti di politica estera. D’importanza fondamentale è la lettera EA 26, in cui Tushratta risponde direttamente a Tiye che, evidentemente, desiderava accertarsi del mantenimento dei buoni rapporti fra i loro regni a seguito della morte del faraone.

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Frammento di statuetta in steatite con Tiye accanto ad Amenofi III (E 25493, Louvre)

La Grande Sposa Reale trascorreva gran parte del suo tempo nella città di Tebe, dove disponeva di un’amministrazione chiamata “la Casa della Regina”, parte della “Casa del Faraone”, che si presentava come un complesso di servizi medici, magazzini, botteghe e laboratori di orefici, falegnami, panettieri, birrai e addirittura di un tesoro. Aveva al suo servizio maggiordomi gestiti in maniera quasi imprenditoriale, tra cui spicca il nome di Kheruef, la cui eterna dimora (tomba TT192) ci ha donato due magnifiche rappresentazioni del Giubileo di  Amenhotep III, nelle quali la regina incarna Hathor ma anche la Maat, contemporaneamente armonia indistruttibile del cosmo e base inviolabile sulla quale è costruita la società egizia.

Come detto, Tiye sopravvisse a suo marito e fece da coreggente al figlio Amenhotep IV (meglio noto come Akhenaton), seguendolo persino nella sua “rivoluzione”. È citata per l’ultima volta in una iscrizione datata 21 novembre del 12º anno di regno di Akhenaton (1338 a.C.), proprio quando una grave epidemia sconvolse l’Egitto e, probabilmente, anche la famiglia reale.

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Mummia della “Elder Lady” (Museo Egizio del Cairo)

Il ritrovamento della sua mummia fa parte di una scoperta sensazionale: l’egittologo Victor Loret, infatti, la trovò nel 1898 nella tomba di Amenhotep II (KV35), adagiata al suolo accanto agli altri corpi imbalsamati che erano stati deposti in un secondo momento in questa cachette. In realtà, l’identificazione definitiva di Tiye con la cosiddetta “Elder Lady” (nominata così per distinguerla dalla dibattuta “Younger Lady”) è molto recente. Il primo che effettuò studi sulla sua mummia fu l’anatomista Grafton Elliot Smith nel 1912. Una manciata di anni dopo, nel 1922, nella tomba di Tutankhamon venne ritrovato un piccolo sarcofago che custodiva una ciocca di capelli color rame quasi perfettamente conservati, dopo più di tre millenni! Il collegamento fu presto fatto grazie al nome scritto sull’oggetto: i capelli appartenevano alla regina Tiye. Ma bisognerà aspettare il 2010, quando, grazie a TAC e analisi del DNA effettuate a diverse mummie reali nell’ambito del “Family of King Tutankhamun Project”, un sottile filo rosso ha collegato tra loro una serie di personaggi, riordinando i tasselli di un puzzle di cui si era da molto tempo persa memoria. Quella ciocca di capelli per Tutankhamon doveva essere una vera e propria reliquia, tenendo conto soprattutto del fatto che sua nonna Tiye, insieme a suo marito, era stata divinizzata: il “Faraone Bambino” possedeva quindi la ciocca di capelli di una dea.

Federica Ruggiero

Bibliografia:

  • Davis T. M., Maspero G., Smith G. E., Ayrton E., Daressy G., Jones E. H., 1910, The tomb of Queen Tîyi. The Discovery of the Tomb, London 1910;
  • Hawass Z., Silent images: Women in Pharaonic Egypt, Cairo 1995;
  • Hawass Z., Gad Y. Z., Ismail S. et al., Ancestry and Pathology in King Tutankhamun’s Family, in JAMA 33 n. 7 (2010), pp. 638-646;
  • Hawass Z., Saleem S., Scanning the Pharaohs: CT Imaging of the New Kingdom Royal Mummies, Oxford 2015;
  • Piacentini P., Orsenigo C., La Valle dei Re Riscoperta. I giornali di scavo di Victor Loret (1898-1899) e altri inediti, Milano 2004;
  • Piacentini P., Orsenigo C. (a cura di), Egitto: La Straordinaria Scoperta del Faraone Amenofi II, Milano 2017;
  • Rice M., Who’s Who in Ancient Egypt, London 1999;
  • Smith G. E., Catalogue of the Royal Mummies in the Museum of Cairo, Cairo 1912;
  • Tallet P., 12 reines d’Egypte qui ont changé l’Histoire, Paris 2013.
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Una rara maschera d’argento tra le scoperte di Saqqara

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Source: Amr Nabi / AP

Per approfondire la notizia che ho riportato due giorni fa:

http://www.nationalgeographic.it/mondo-antico/2018/07/15/foto/egitto_scoperti_a_saqqara_laboratorio_per_l_imbalsamazione_e_oltre_35_mummie_di_xxvi_dinastia-4046371/1/

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