Archivi del mese: dicembre 2019

Un anno (il 6°) di Djed Medu: le scoperte archeologiche più importanti in Egitto del 2019

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Source: Khaled Desouki/AFP

Ed eccoci, come ogni 29 dicembre, a celebrare il compleanno di Djed Medu e soprattutto a fare il bilancio dei più importanti eventi egittologici verificatisi durante l’anno. Il 2019, ancor più del 2018, è stato un anno caratterizzato dall’impennata mediatica raggiunta dalle missioni archeologiche egiziane che hanno spesso messo in ombra i risultati, seppur importantissimi, dei team stranieri a cui è stata concessa molta meno visibilità. Per questo, la presenza di scoperte di egittologi locali è (e lo sarà sempre di più) decisamente maggioritaria nella lista che presenterò.

Dal punto di vista del blog, è continuata l’esponenziale crescita di pubblico – nonostante il numero di articoli sia diminuito a causa di impegni lavorativi personali – e di questo non posso che ringraziarvi. In tal senso, ad esempio, la pagina Facebook “Djed Medu – Blog di Egittologia” ha da poco raggiunto e superato i 10.000 follower (se non lo avete ancora fatto, unitevi e mettete anche voi un like alla pagina per rimanere sempre aggiornati e fruire di numerosi contenuti che non trovate qui).

Piccola nota negativa, invece, è stata il passaggio di gestione editoriale del sito nationalgeographic.it che, per il lancio della nuova versione responsive ed ottimizzata per i dispositivi mobile, ha rinnovato la veste grafica e i contenuti. Quindi, per il momento, tutti i vecchi articoli, compresi i miei, non sono più disponibili, ma dovrebbero essere ripubblicati prossimamente. È un po’ un dispiacere non leggere più il mio nome su quel prestigioso sito, ma ho comunque recuperato tutti i miei pezzi e li ho messi qui sul blog raggruppandoli sotto la categoria “National Geographic” (la trovate nella colonna di destra). Ringrazio la redazione di National Geographic Magazine Italia, e in particolare Alessandra, per avermi concesso l’onore di collaborare per più di due anni con un’istituzione che da sempre è l’eccellenza nella divulgazione scientifico-culturale mondiale, un magazine che si affida solo ad esperti del settore per la redazione degli articoli, che evita facili sensazionalismi e che indica ogni volta le fonti, verificandole, delle notizie segnalate.

Ma partiamo con la carrellata delle più importanti notizie egittologiche mese per mese:

GENNAIO

immDopo oltre 10 anni di lavoro, sono terminati i restauri delle pitture della Tomba di Tutankhamon effettuati dal Getty Conservation Institute di Los Angeles. I colori sono quindi tornati al loro splendore (quasi) originario, soprattutto grazie a un nuovo trattamento delle macchioline marroni che li coprivano.

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FEBBRAIO

183334779-946895a9-297f-4894-8bed-9db200b724b3Prima, delle tante, scoperte egiziane annunciate con conferenza stampa è stata quella di due tombe, di epoca tolemaica, con oltre 40 mummie di sacerdoti a Tuna el-Gebel. Il ritrovamento segue quelli effettuati nella stessa necropoli consacrata al dio Thot nel 2017 e nel 2018.

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MARZO

55470261_2216871728358465_5526619953484005376_nIl team della New York University Epigraphical Expedition ha effettuato una scoperta che ha ridisegnato la pianta del tempio di Ramesse II ad Abido. Il nuovo ambiente reale, realizzato in mattoni crudi e lastre di calcare, si trova di fronte all’ingresso S-O.

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APRILE

5-khwys-tomb_antechamber-east-and-north-wall-photo-by-mohamed-megahed-1Aprile è stato il mese più pregno di scoperte, dal Nord all’estremo Sud dell’Egitto. Si parte dalla variopinta tomba di un funzionario di V din. a Saqqara (in foto), per poi passare alla sepoltura tolemaica piena di mummie animali a Sohag e alla più grande tomba a saff di Teve Ovest, per finire con i ritrovamenti della nuova missione milanese ad Assuan.

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MAGGIO

1352195-2A Giza, la missione diretta dal segretario generale dello SCA, Mostafa Waziry, ha individuato le tombe di due funzionari di V dinastia, Pehenuika e Nui , riutilizzate in Epoca Tarda, per la deposizione di diversi sarcofagi antropoidi che conservano ancora alla perfezione i colori e le relative mummie al loro interno.

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GIUGNO

immagineAncora a Saqqara, sempre nei pressi del complesso funerario di Djoser, la missione polacca dell’Istituto di Egittologia dell’Università di Varsavia ha scoperto una trentina di mummie di oltre 2000 anni (seppur la notizia annunciata risalga al settembre precedente).

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LUGLIO

2019_CKS_17042_0110_005(an_egyptian_brown_quartzite_head_of_the_god_amen_with_the_features_of)Grande risalto mediatico ha avuto la vendita durante un’asta Christie’s  di una testa in quarzite di Tutankhamon in forma di Amon che è stata battuta per 4 milioni di sterline. Le autorità egiziane hanno provato in tutti i modi di bloccare l’asta senza riuscirci.

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AGOSTO

67564675_2438283262883976_129881129585999872_nDopo oltre 95 anni dalla sua scoperta, uno degli ultimi oggetti del corredo funerario di Tutankhamon rimasti ancora in situ ha lasciato la Valle dei Re per essere trasportato nei laboratori del Grand Egyptian Museum. Così è iniziato il restauro del sarcofago esterno in legno dorato di Tut.

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SETTEMBRE

immagineRispetto a molte altre notizie che presento sul blog, questa sembrerebbe meno importante, ma il relativo articolo è diventato il più letto dell’anno e tra quelli più condivisi in assoluto. Nel mare di Pozzuoli, un sub ha scoperto la parte inferiore di una statua egizia naofora in granito.

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OTTOBRE

assasif-wooden-coffin-discovery-by-luxor-times-01I risultati dell’articolo appena citato sono ancora più incomprensibili se paragonati alla portata della scoperta effettuata nella necropoli tebana di el-Asasif: una cachette con ben 30 sarcofagi lignei, ancora sigillati e perfettamente conservati, risalenti all’inizio della XXII dinastia.

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NOVEMBRE

171328394-8a395aa3-2338-45f2-badd-f21dc7eccf01L’altra grande scoperta dell’anno è stata quella di un deposito di Epoca Tarda, nell’area del Bubasteion di Saqqara, con decine di mummie animali, tra cui 5 appartenti a cuccioli di leoni (identificazione confermata da radiografie), numerose statue in legno e bronzo e un grande scarabeo in pietra.

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DICEMBRE

merlin_165794211_9960cc80-2390-4a77-9d43-34e0bdc8182f-jumboL’anno si è chiuso con una ricerca che potrebbe aver messo fine a decenni di dibattito tra egittologi. I caratteristici “coni di profumo“, presenti in numerosi dipinti funerari e non solo, sono stati effettivamente individuati in due tombe di Tell el-Amarna.

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4 sfingi di Karnak e un obelisco di Tanis verso Piazza Tahrir

ph. Mattia Mancini

Nel tentativo di riqualificare l’ormai iconica Piazza Tahrir – piazza al centro del Cairo dove sorge il Museo Egizio – e renderla un’attrazione turistica, le autorità egiziane hanno predisposto il trasferimento di quattro sfingi criocefale (a testa di ariete) dal tempio di Amon-Ra a Karnak.

82535824_1779790608821024_4988354233674760192_nIl trasloco è stato confermato da Mostafa al-Saghir, direttore generale di Karnak, e ha creato non poche polemiche soprattutto tra gli operatori turistici di Luxor preoccupati per la perdita di reperti spostati dalla città verso la capitale. Alle prime accuse apparse sul web ha risposto il Ministero del Turismo e delle Antichità che ha negato che le statue scelte provengano dal Viale delle Sfingi, la lunga passerella cerimoniale che collegava il santuario al Tempio di Luxor. Le sfingi, invece, appartengono al gruppo di 60 (immagine in alto) che in origine si trovava di fronte al secondo pilone e che fu rimosso tra la XXII e la XXX dinastia con la costruzione del primo pilone e degli edifici di culto presenti nel grande cortile porticato.

Al contrario, i lavori di restauro del Viale delle Sfingi sarebbero al 90% e dovrebbero permettere l’apertura al pubblico nel corso del 2020 (anche se c’è da dire che gli annunci di inaugurazioni vanno avanti dal 2013 e che nell’agosto del 2017 si parlava dell’85%).

Le quattro sfingi di Karnak andranno ad unirsi all’obelisco di Ramesse II, portato a Piazza Tahrir due mesi fa circa da Tanis (San el-Hagar, Delta orientale). Il monolite in granito era diviso in 8 blocchi (foto in basso), ma in origine doveva raggiungere i 17 metri d’altezza e le 90 tonnellate di peso.

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Source: english.ahram.org.eg

Aggiornamento (30/12/2019):

Haitham Aboul Ezz al-Hariry, membro del parlamento egiziano, ha inviato una lettera al Primo ministro chiedendo l’annullamento immediato del trasloco delle quattro sfingi e dell’obelisco. Il provvedimento d’emergenza fa appello all’art.7 della Carta di Venezia per il restauro e la conservazione di monumenti e siti del 1964 (riferimento principale della Convenzione UNESCO del 1972 che è stata sottoscritta anche dall’Egitto) che dice:

“Il monumento non può essere separato dalla storia della quale è testimone, né dall’ambiente in cui si trova. Lo spostamento di una parte o di tutto il monumento non può quindi essere accettato se non quando la sua salvaguardia lo esiga o quando ciò sia giustificato da cause di eccezionale interesse nazionale o internazionale”.

Aggiornamento (2/01/2020):

Critiche sull’iniziativa sono arrivate anche da ambienti internazionali. Mai bint Mohammed Al Khalifa, presidentessa dell’Autorità per la Cultura e le Antichità del Bahrain e del Comitato per il Patrimonio Mondiale della Regione dei Paesi Arabi, ha condannato il trasferimento e consigliato un piano alternativo dicendo che, prima di effettuare qualsiasi modifica al proprio patrimonio culturale, i rappresentanti di un Paese dovrebbero consultare l’UNESCO.

 

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“Il carro da caccia di Firenze” (Frammenti d’Egitto 2)

Ho il piacere di presentarvi il primo episodio della seconda stagione di “Frammenti d’Egitto”, progetto di video didattici sull’antico Egitto dell’associazione studentesca VOLO – Viaggiando Oltre L’Orizzonte.

Attraverso brevi filmati si parlerà in modo semplice e diretto della civiltà faraonica e, in particolare, si descriveranno alcuni tra i reperti più rappresentativi della collezione egizia del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, la seconda in Italia dopo quella di Torino.

Nel primo episodio vi parlo del Carro da caccia di Firenze, uno dei reperti più importanti dell’intera raccolta egizia del MAF. Questa puntata di apertura è visibibile sulla pagina Facebook (https://www.facebook.com/associazioneVOLO/) e sul canale YouTube di VOLO (https://www.youtube.com/ user/VOLOAssociazione) e sarà seguita da altri 7 episodi.

 

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Accorpati Ministeri delle Antichità e del Turismo

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Source: Egypt Today

Stamattina, la camera dei rappresentanti egiziana ha approvato un rimpasto di governo con l’aggiunta di alcuni ministeri. Tra i provvedimenti presi c’è anche l’accorpamento del Ministero delle Antichità con quello del Turismo che passano entrambi sotto la direzione di Khaled el-Enany (in foto), già ministro delle Antichità dal 23 marzo 2016. Rania al-Mashat, invece, passa dal Turismo alla Cooperazione Internazionale. I due dicasteri tornano quindi uniti come dal 1964 al 1966.

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Kom el-Hettan, scoperta statua colossale di Horus

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Source: MoA

Per una volta Sekhmet deve cedere il passo a Horus.

La missione egiziano-tedesca del “The Colossi of Memnon and Amenhotep III Temple Conservation Project”, diretta da Hourig Sourouzian, ha scoperto una grande statua in granodiorite del dio dalla testa di falco a Kom el-Hettan, Tebe Ovest.

Il colosso, alto 1,85 m, è fratturato all’altezza delle gambe, più o meno verso la fine del gonnellino, e non conserva più le braccia. Il ritrovamento è stato effettuato nell’area dove sorgeva la sala ipostila del “Tempio di Milioni di Anni” di Amenofi III (1388-1350)  dove, in oltre 20 anni di lavori, sono state individuate decine di statue della dea leonessa Sekhmet.

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Scoperta sfinge a Tuna el-Gebel

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Source: MoA

Nel sito di Tuna el-Gebel, nei pressi di el-Minya, la missione egiziana diretta da Sayed Abdel Malek, capo ispettore di Mallawi, ha individuato durante una ricognizione una piccola sfinge reale in calcare.

La scultura è stata ritrovata più precisamente nell’area di Kom el-Luli insieme ad amuleti in faience e vasi in ceramica e alabastro. Della sfinge sono state indicate solo le misure, 35 cm di altezza e 55 di lunghezza, ma non la datazione, anche se le vicine tombe di sacerdoti di Thot, recentemente scoperte, e le fattezze stesse del reperto potrebbero collocarlo tra la fine del Periodo Tardo all’Epoca tolemaica.

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Source: MoA

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Individuati per la prima volta due “coni di profumo”

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Source: Amarna Project

Sono tra gli oggetti più peculiari della produzione iconografica dell’antico Egitto, ma, per assurdo, non se ne aveva nemmeno un singolo esemplare tangibile… almeno fino ad oggi: i coni di profumo.

user915_pic1169_1235393309Dalla XVIII dinastia (1550 a.C. circa) fino all’età tolemaica (30 a.C.), nelle rappresentazioni pittoriche su pareti delle tombe, stele o sarcofagi si notano spesso questi caratteristici “copricapo”, di solito bianchi con striature scure a zig zag, sulle teste dei defunti banchettanti, ma anche di ballerine, musiciste e sacerdoti. La mancanza di un riscontro reale da un contesto archeologico, unita al fatto che non si conosce nemmeno la parola adottata dagli Egizi per definire questi oggetti, ha da sempre creato un acceso dibattito tra gli egittologi. Alcuni studiosi, infatti, dubitavano addirittura dell’esistenza concreta dei coni considerandoli un mero espediente iconografico per esprimere una simbologia legata alla sessualità e fertilità, alla rinascita dopo la morte, all’ostentazione di un determinato stato sociale o alla rappresentazione del ba del defunto.

In genere, però – per via dell’analisi iconografica delle scene, in cui spesso i coni sono collegati ai fiori, e di comparazioni con le abitudini di tribù africane moderne – si è sempre ipotizzato che fossero cupolette di grasso misto ad oli o resine che, sciogliendosi per il caldo, avrebbero impregnato i capelli (veri o parrucche) con un profumo gradevole. A sua volta, questa interpretazione prevede anche un possibile riscontro simbolico con l’utilizzo del profumo come paradigma di purificazione del corpo.

Tutti questi dubbi sembrano essere stati fugati l’altro ieri grazie a una pubblicazione su Antiquity di un gruppo di ricerca diretto da Anna Stevens (Monash University in Melbourne, Australia). Recenti esami spettroscopici (XRF e DRIFTS) hanno infatti rivelato la natura di due coni scoperti nel 2010 e nel 2015 in tombe non elitarie delle necropoli, rispettivamente meridionale e settentrionale, di Tell el-Amarna, l’antica capitale di Akhenaton (1347-1332). Il primo è stato scoperto ancora in situ (foto in alto) sulla testa di una donna morta tra i 20 e i 29 anni ed era alto 8 cm e largo 10. Il secondo, invece, si trovava in frammenti in una sepoltura violata dove il corpo del defunto, il cui sesso è inidentificabile, era stato completamente rimestato.

Le analisi hanno mostrato che gli oggetti non erano fatti né di grasso né d’incenso ma in cera, probabilmente d’api, rivestiva da strisce di lino ormai quasi del tutto perdute. Tuttavia non è stato possibile rilevare tracce di profumo, ma questo non vuol dire che non ci sia mai stato. L’interpretazione della funzione dei coni rimane comunque difficile. Il contesto molto povero di semplici fosse scavate nella sabbia esclude necessariamente l’identificazione di status symbol, ma tutte le altre ipotesi restano in piedi. Gli autori dell’articolo pensano che i coni – forse solo modellini – potessero essere sia simboli di rinascita dopo la morte sia, visto l’accostamento ad almeno una donna adulta, un auspicio di fertilità nell’altro mondo.

 

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Scoperta rara statua del ka di Ramesse II

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Source: MoA

Qualche giorno fa, avevo segnalato il ritrovamento a Mit Rahina, l’antica Menfi, di blocchi probabilmente appartenenti al Grande tempio di Ptah fatto costruire da Ramesse II.

Proprio allo stesso faraone appartiene una rarissima statua in granito scoperta nel medesimo contesto. Il frammento di scultura (105 x 55 x 45 cm) rappresenta infatti il ka del re, riconoscibile dall’inconfondibile segno delle braccia aperte sulla testa. Il ka è una delle “anime” della tradizione religiosa dell’antico Egitto, la forza vitale che si trasmetteva di padre in figlio.

Sul retro, il pilastro dorsale reca inciso il nome di Horo di Ramesse II: Kanakht-Merimaat, “Toro possente, amato da Maat”. L’eccezionalità del ritrovamento sta nella sua rarità. Si conosce infatti un solo precedente del genere, cioè la statua lignea del Ka di Hor I, faraone di XIII dinastia, oggi al Museo Egizio del Cairo (JE 30948).

 

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Mit Rahina, scoperti blocchi del Grande tempio di Ptah

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Source: MoA

Questa mattina sono iniziati gli scavi di emergenza portati avanti dal Ministero delle Antichità in un terreno privato nei pressi dell’area archeologica di Mit Rahina, l’antica capitale di Menfi. Proprio ieri, infatti, la Polizia del Turismo e delle Antichità aveva arrestato il proprietario mentre cercava di estrarre dal fango blocchi iscritti.

In totale, sono stati recuperati 19 blocchi, in granito rosa e calcare, coperti da testi geroglifici e scene religiose che mostrano Ramesse II (1279-1213 a.C.) e in particolare il dio Ptah, protettore della città.

La presenza di questa divinità e la posizione stessa dell’area fa ipotizzare che i resti appena ritrovati appartengano a un’estensione del vicino Grande tempio di Ptah, il santuario anticamente chiamato Hut-ka-Ptah (= “Casa del ka di Ptah”) che ha dato origine con la sua forma grecizzata (Αἴγυπτος) alla parola Egitto.

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Svelati gli ultimi segreti della Pietra di Palermo

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Pietra di Palermo (Recto): visione di dettaglio, implementata tramite RTI, della parte inferiore, con i registri (anni di regno) del faraone Snefru, padre di Cheope (inizi IV dinastia, 2600 a.C. circa)

Uno dei più importanti documenti storici dell’antico Egitto si trova curiosamente nel capoluogo siciliano, da quando, nel 1877, l’avvocato e collezionista d’arte Ferdinando Gaudiano donò all’allora Regio Museo Archeologico una lastra di basalto interamente ricoperta da geroglifici. Oggi, la cosiddetta “Pietra di Palermo” è uno dei reperti principali del Museo archeologico regionale “Antonio Salinas” e continua a fornire preziose informazioni su una delle più remote fasi della civiltà faraonica.

“Il Salinas è un museo molto variegato”, spiega la sua direttrice, Caterina Greco, “che nasce in un panorama culturale nuovo che vede nel museo il centro propulsore della cultura e della ricerca archeologica, nonché l’istituzione che ha lo scopo di raccontare al pubblico la storia del Mediterraneo”.

La Pietra di Palermo (circa 43 cm di altezza x 25 di larghezza x 6,5 cm di spessore) è il più antico esempio conosciuto di “annale regale” e reca iscritti su entrambi i lati – unico caso nel suo genere – i nomi dei faraoni delle prime cinque dinastie (dal 3200 al 2350 a.C. circa), i principali eventi storicin accaduti durante i relativi anni di regno e i livelli raggiunti dalle piene del Nilo.

Questo frammento faceva parte di un’iscrizione più grande, a cui sembrerebbero appartenere altri 6 pezzi, di cui 5 attualmente conservati presso il Museo Egizio del Cairo e uno al Petrie Museum di Londra. La porzione “siciliana” è sicuramente la più grande e meglio conservata e sulla sua lettura si basa la stragrande maggioranza delle informazioni storiche, solo in alcuni casi confermate anche da scoperte archeologiche, su oltre 700 anni che coprono il Periodo Protodinastico e buona parte dell’Antico Regno.

L’eccezionale valenza storica del documento ha attratto, nel corso dei decenni, l’attenzione di diversi studiosi che, tuttavia, hanno dovuto fare i conti con lo stato di conservazione non ottimale della Pietra – in particolare della parte posteriore o ‘verso’ – e con la mancanza di informazioni sulle origini del reperto. Tra tutti i 7 frammenti, infatti, solo uno, oggi al Cairo, è stato ritrovato in un contesto archeologico (a Mit Rahina, l’antica Menfi), mentre gli altri provengono dal mercato antiquario.

Un recente studio, tuttavia, ne sta svelando gli ultimi segreti grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie. A partire dallo scorso settembre 2018, un’equipe diretta dall’egittologo Massimiliano Nuzzolo (Università Carlo IV di Praga) ha iniziato un lavoro di riconsiderazione globale di tutti i frammenti dell’annale regale, e in particolar modo della Pietra di Palermo, nell’ambito di un progetto di ricerca sul culto solare e l’ideologia regale nell’antico Egitto finanziato dalla Czech Science Foundation.

L’obiettivo primario della ricerca è stato la rilettura del testo geroglifico iscritto su tutti i frammenti tramite la nuova tecnica di analisi fotografica digitale chiamata “Reflectance Transformation Imaginig” (RTI), da poco applicata con ottimi risultati anche per lo studio dei papiri carbonizzati di Ercolano.

La tecnologia RTI consiste nello scattare un elevato numero di fotografie ad altissima risoluzione di uno stesso oggetto senza variare la posizione della fotocamera, ma modificando la fonte di luce e le sue angolature. In questo modo, un software è in grado di ricomporre virtualmente l’oggetto investigato rendendolo di gran lunga più leggibile e mostrando dettagli invisibili ad occhio nudo grazie al movimento delle diverse fonti di luce. “Nel nostro caso” spiega Massimiliano Nuzzolo, “la nuova tecnologia ci ha permesso finalmente di vedere tutte le iscrizioni geroglifiche riportate su di essa, e particolarmente sul Verso, svelando gli ultimi segreti legati a quella parti dell’iscrizione che prima non erano del tutto visibili e comprensibili.”

Per altre aree più danneggiate della pietra, invece, per cui nemmeno la RTI è stata sufficiente a chiarire dettagli del testo geroglifico, gli egittologi del team hanno utilizzato un microscopio digitale (Dino-Lite USB).

“Quest’ultima tecnologia” spiegano Kathryn Piquette e Mohamed Osman, i due studiosi che insieme a Nuzzolo hanno eseguito le indagini sulla Pietra di Palermo, “combinata con la tradizionale fotogrammetria e con le indagini al microscopio, ci ha permesso di studiare come mai prima era stato fatto le caratteristiche materiali del manufatto, quali la sua composizione chimica o la tecnologia utilizzata per incidere i segni geroglifici su di esso, oltre a fornirci una casistica straordinaria per lo studio della paleografia delle iscrizioni, elemento principale per dirimere la questione più importante relativa alla Pietra di Palermo, la sua datazione”.

A differenza di quasi tutte le iscrizioni monumentali che si trovano nella terra del Nilo, la Pietra di Palermo è infatti iscritta con geroglifici di dimensioni molto ridotte, nell’ordine di uno o due centimetri di grandezza, qualche volta anche meno. “Questo fa assomigliare la Pietra di Palermo” aggiunge Nuzzolo, “più a un testo papiraceo che a un’iscrizione monumentale su pietra e pone non pochi problemi di identificazione della mano dello scriba (paleografia, ndr.), o degli scribi, che l’hanno prodotta”.

La ricerca ha portato a numerose novità: fra le più interessanti, c’è sicuramente la menzione di spedizioni commerciali, finora sconosciute, effettuate durante il regno di Sahura, secondo faraone della V dinastia (2450 a.C. circa).

“Accanto alle già note spedizioni verso la terra di Punt” spiega sempre Massimiliano Nuzzolo, “siamo adesso in grado di leggere anche la menzione di viaggi effettuati verso est, alla ricerca di una specifica qualità di rame utilizzata per fabbricare oggetti di culto (statue) del sovrano”. Queste campagne erano rivolte a una zona desertica, probabilmente compresa tra Sinai (Egitto), Giordania e Israele, dove, in un’epoca posteriore, si svilupperà il noto sito metallurgico dello Wadi Feynan, tra i più importanti per il rame di tutto il Vicino Oriente.

Ma le nuove ricerche sulla Pietra di Palermo hanno fornito altri importanti dati inediti, come la citazione dei “Campi di Ra”, un tempio, ancora non scoperto dagli archeologi, che Sahura dedicò al dio sole Ra, o la riprova dell’esistenza di almeno due forme di datazione degli anni. Finora, infatti, si credeva che l’unica forma di datazione adottata dagli Egizi, fra l’altro riportata più volte dalla Pietra stessa, fosse quella della conta del bestiame, una specie di censimento che si ripeteva a cadenza biennale nell’intero paese. Adesso sappiamo invece che, in casi eccezionali, gli anni potevano essere datati anche sulla base di eventi che erano quindi percepiti come particolarmente significativi, come ad esempio una spedizione commerciale per l’approvvigionamento del turchese, materiale ampiamente utilizzato dagli Egizi sia per la fabbricazione di amuleti, gioielli e altri oggetti di lusso, sia nelle pratiche medico-magiche.

Infine, va sicuramente riportata una conferma: gli Egizi, alla fine del IV millennio a.C., praticavano sacrifici umani o, più probabilmente, come sembra evincersi dal testo della Pietra di Palermo, sacrifici rituali su statue o altri simulacri che dovevano agire da sostituti delle vittime vere e proprie che, invece, sono attestate nelle sepolture di alcuni sovrani della I dinastia.

Insomma, le nuove ricerche effettuate sulla Pietra di Palermo stanno riaprendo un capitolo della storia più remota della civiltà dei faraoni su cui resta ancora molto da scoprire. Aspettiamo quindi la pubblicazione dei risultati dello studio di tutti i frammenti per conoscere ulteriori novità su questo antichissimo documento.

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