Archivi del mese: luglio 2020

Scoperti blocchi iscritti e statue dall’età ramesside al periodo copto nei pressi di Mit Rahina

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Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Il Ministero del Turismo e delle Antichità ha annunciato una serie di ritrovamenti effettuati dopo un intervento di emergenza nelle vicinanze di Mit Rahina, l’antica Menfi (20 km a sud del Cairo). Gli uomini del Supremo Consiglio delle Antichità hanno scoperto statue e blocchi iscritti in calcare e granito rosa e nero nel terreno di un privato cittadino prima dell’inizio di un progetto edilizio.

La maggior parte dei reperti – come dimostrano i cartigli – proviene da un tempio dell’età di Ramesse II (1279-1213 a.C.), ma ci sono anche pezzi più recenti, databili fino al periodo copto. I blocchi appaiono tutti sbozzati una seconda volta a indicare il loro riutilizzo per costruzioni successive.

Aggiornamento (09/08/2020):

Il proseguimento degli scavi ha portato a nuovi interessanti ritrovamenti come una statua-cubo in granito nero. La scultura, alta 95 cm e larga 45, apparteneva a un sacerdote della dea Hathor.

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Gli Hyksos non invasero l’Egitto: nuovo studio conferma ciò che si sapeva già

Semitic people from Syria-Canaan invading Egypt, tomb wall at Beni Hassan, 1700 B.C, Einwanderung semitischer Familien in Agypte

Rappresentazioni di genti asiatiche, Aamu, con i capi definiti Hyksos, dalla tomba di Khnumhotep II a Beni Hassan,

Gli Hyksos, fenomeno che caratterizzò il II Periodo Intermedio, sono comunemente considerati il perfetto paradigma del popolo straniero invasore che interrompe la pace e la libertà di uno Stato ingiustamente soggiogato. Il filosofo Benedetto Croce, ad esempio, usò la loro presunta invasione dell’Egitto come metafora della parentesi illiberale del fascismo in Italia, “con la sola felice differenza che la barbarie di questi durò in Egitto oltre dugento anni, e la goffa truculenza e tumulenza fascistica si è esaurita in poco più di un ventennio” (Croce B., “La libertà italiana nella libertà del mondo”, in Scritti e discorsi politici: 1943-1947, vol. I).

Ma è proprio vero che le cose andarono così? Che l’Egitto si ritrovò controllato da gente straniera venuta improvvisamente da est? Un recente studio, portato avanti da Chris Stantis e dai colleghi della Bournemouth University e pubblicato su Plose One, sembrerebbe confutare la teoria dell’invasione.

Il team ha cercato di ricostruire l’origine geografica di una settantina di individui sepolti ad Avaris, l’odierna Tell el-Dab’a nel Delta orientale (120 km a NE del Cairo), città che divenne la capitale della dinastia Hyksos, la XV (1640–1530 a.C.). Per farlo ha confrontato la quantità di isotopi di stronzio (87Sr/86Sr) nei denti con il livello medio degli stessi nel suolo locale. Lo stronzio, infatti, è un metallo presente ovunque in natura e viene assorbito in piccole quantità, attraverso cibo e soprattutto acqua, dallo smalto dei denti durante la loro formazione.

Analizzando 36 scheletri di persone vissute nei 350 anni precedenti alla XV dinastia (XII-XIII din., 1991–1649 a.C.), è emerso che ben 24 di esse avrebbero trascorso la loro infanzia fuori dal Delta e dalla Valle del Nilo in generale. Essendo il fiume la fonte principale di stronzio, si presume quindi che ci fossero livelli simili in tutto l’Egitto. Questo dato indica una cospicua presenza straniera, proveniente da diverse zone, ad Avaris già da secoli. Il modello si ripete anche nei 35 individui collocabili nei cento anni di dominazione Hyksos, ma per assurdo diminuisce leggermente la componenente alloctona. Inoltre, in generale, sono state riscontrate più donne che uomini stranieri, particolare che poco si adatterebbe a un’invasione militare.

In conclusione, dallo studio – seppur limitato nel numero di campioni e da contestualizzare perché relativo a sole sepolture elitarie – emergerebbe una città multiculturale, caratterizzata da un continuo flusso migratorio già nel Medio Regno. Per questo, diversi giornali online hanno pubblicato articoli sensazionalistici in cui si celebra la scoperta come una sorta di debunking di una bufala storica saldamente radicata nelle convinzioni contemporanee. Peccato che tutto ciò si sapesse già da decenni, almeno da quando gli scavi iniziati nel 1966 della missione austriaca di Manfred Bietak confermarono l’identificazione di Tell el-Dab’a come Avaris.

 

Intanto c’è da fare una precisazione. Il termine Hyksos è la forma grecizzata di Hekau Khasut, cioè “Principi dei paesi stranieri”, epiteto con cui vengono indicati i sovrani della dinastia di Avaris nel Papiro dei Re di Torino e in altri testi presenti, ad esempio, su scarabei. La definizione è quindi relativa ai soli governanti, mentre le comuni popolazioni asiatiche che vivevano nel Delta orientale e nel vicino Levante erano chiamate Aamu.

Con la fine XIII dinastia (1725 a.C. circa), il potere centrale era ormai in crisi e la formazione di centri autonomi governati da signori locali frammentò l’unità dell’Egitto. Nell’area del Delta orientale ne approfittò quindi un’élite di origine straniera, comunque già presente in loco, per conquistare il potere e allargare il proprio dominio fino a Tebe. Con lo stesso meccanismo si formò, durante il Terzo Periodo Intermedio, anche la XXII dinastia (945-717 a.C.), retta dai rappresentanti di quella comunità libica che da tempo era inserita nel tessuto socio-economico egiziano.

Come detto, una progressiva penetrazione di popolazioni siro-palestinesi è attestata già a partire dalla fine della XII dinastia. Cultura materiale, tecnica edilizia, pratiche funerarie e onomastica sono chiare; armi e ceramica, case dalla pianta siriaca, sepolture all’interno dell’abitato, sacrifici di asini, nomi semitici, matrimoni misti indicano un insediamento asiatico ben integrato ad Avaris già almeno dal 1800 a.C. Tracce di distruzione sono invece quasi inesistenti e la città cominciò a dotarsi di una cinta muraria difensiva solo quando le mire espansionistiche dei sovrani tebani della XVII dinastia si facero sempre più pressanti.

Il finale dello scontro è noto: Ahmose, iniziatore della XVIII dinastia, proseguì la vittoriosa campagna di “riconquista” del predecessore Kamose, prendendo la capitale nemica e riunificando l’Egitto. Come si sa, sono i vincitori a scrivere la storia e la successiva accezione negativa degli Hyksos dipende proprio dalla retorica propagandisca dei re del Nuovo Regno. Quasi un secolo più tardi, ad esempio, Hatshepsut per legittimare il suo potere usava ancora il topos della cacciata dello straniero impuro nello Speos Artemidos a Beni Hassan: “Io ho restaurato quello che era distrutto, io ho rialzato quello che precedentemente era andato in frantumi, da quando gli Asiatici erano nel Delta ad Avaris, quando i nomadi andavano distruggendo quello che era stato fatto. Loro regnavano senza Ra”. A questa visione di parte hanno fatto poi riferimento Manetone nel III sec. a.C. e la vecchia storiografia di ‘800 e prima metà del ‘900.

Al contrario, la lettura di un documento coevo fornisce uno scenario completamente diverso della contesa. Nel famoso papiro matematico Rhind, copiato durante il regno del penultimo faraone Hyksos Apofi, c’è una breve nota che aggiorna sullo stato della guerra tra Nord e Sud che caratterizzò la fine del Secondo Periodo Intermedio. Lo scriba, dall’egizianissimo nome Ahmose, indica la data utilizzando ufficialmente gli anni di regno di Apofi e invece apostrafa il suo omonimo futuro riunificatore dell’Egitto, ormai minacciosamente quasi alle porte di Avaris, come “questo principe meridionale”.

D’altronde, anche in uno dei video divulgativi che, con l’associazione VOLO di Pisa, abbiamo realizzato due anni fa, la mia collega Camilla dice proprio: “In conclusione gli Hyksos non invasero l’Egitto in una singola campagna militare, ma s’inserirono nella società locale attraverso un fenomeno migratorio lento e graduale”.

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“L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi” (Padova, 25 ott 2019 – 26 lug 2020)

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Per gli amanti dell’antico Egitto una presentazione di Giovanni Battista Belzoni sarebbe completamente superflua; per tutti gli altri il gigante padovano fu una delle figure cardine della nascita dell’egittologia all’inizio del XIX secolo, protagonista di grandi scoperte e altre imprese che, purtroppo, spesso non gli furono riconosciute dai suoi contemporanei.

Così, sulla scia del bicentenario dei tre viaggi in Egitto – effettuati tra 1816 e 1819 – e del ritorno in patria, nella sua città natale è stata organizzata una mostra che ho avuto modo di visitare solo adesso, a pochi giorni dalla chiusura. In ogni caso, avete ancora tempo fino a domani (26 luglio) per fare un salto al Centro Culturare Altinate San Gaetano e vedere “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi”.

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Ritratto di Belzoni, Museo di Arte Medioevale e Moderna di Padova

La mostra, curata da Francesca Veronese e da Claudia Gambino, è incentrata sulla personalità eclettica di Belzoni e ne racconta tutte l’eterogenee avventure: non solo le eccezionali gesta egittologiche – come il trasporto del colosso di Ramesse II al British Museum, l’ingresso nella Piramide di Chefren, l’aver liberato dalla sabbia il Tempio maggiore di Abu Simbel e la scoperta della tomba di Seti I – ma anche il passato da forzuto circense, gli studi di ingegneria idraulica, la vena artistica e l’ultima esplorazione – che gli fu fatale – verso Timbuctù.

L’esposizione comprende 150 oggetti – tra reperti archeologici, pubblicazioni e altri documenti dell’epoca, litografie, acquerelli, modellini – provenienti da Padova e da biblioteche e musei italiani e stranieri come l’Egizio di Torino, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, il Museo Civico Archeologico di Bologna, i Vaticani, il Louvre, il British Museum, la British Library ecc. In realtà, però, la componente più evidente è sicuramente quella grafica, grazie a ricostruzioni ambientali, grandi stampe alle pareti e video interattivi. In effetti, se si considera la lunghezza del percorso, i pezzi non solo molti, con una distribuzione che vede anche alcune sale con un singolo oggetto. Quindi, per lo story telling della mostra si è scelto di utilizzare soprattutto l’apparato visivo, tanto che i reperti sono spesso inseriti – cosa che ho apprezzato – in piccole vetrine come fossero parte dei disegni e dei rilievi riprodotti sui muri.

 

Oltre alle varie vicende relative all’esploratore, ci sono anche le classiche sale tematiche dedicate a religione, vita quotidiana, pratiche funerarie, mummificazione, ognuna raccontata per “bocca” di Belzoni stesso con brani tratti dalla sua autobiografia, il “Narrative of the Operations and Recent Discoveries Within the Pyramids, Temples, Tombs and Excavations in Egypt and Nubia and of a Journey to the Coast of the Red Sea, in search of the ancient Berenice; and another to the Oasis of Jupiter Ammon”. In effetti, ho avuto la sensazione che, a discapito dell’approfondimento della sua vita, Giovanni Battista sia stato presentato quasi come fosse il curatore, l’autore dei testi. D’altronde, il titolo stesso della mostra pone l’accento più sull’Egitto che su Belzoni. Ma va specificato che tale valutazione non tiene in considerazione l’audioguida che non ho utilizzato. Quindi lo stesso ragionamento può essere fatto anche per l’apparato didascalico che non sempre spiega termini tecnici.

Il percorso espositivo, che si sviluppa quasi completamente nel primo piano del palazzo, prosegue al piano terra attraverso le ultime sale e l’ampio chiostro occupato dal modello in scala 1:15 della piramide di Chefren, alto ben 10 metri. Qui è riprodotta la grande firma che Belzoni lasciò nella camera funeraria, a testimonianza della delusione per la paternità rubata di molte scoperte e della voglia di rimarcare finalmente i suoi meriti.

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Scoperte a Taposiris Magna due mummie tolemaiche: vicini alla tomba di Antonio e Cleopatra? No.

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Source: Arrow Media

Ormai ogni singolo ritrovamento effettuato ad Alessandria e dintorni fa gridare alla scoperta eccezionale. Qualsiasi tomba venga fuori è subito collegata dai media ad Alessandro Magno o a Cleopatra e Marco Antonio. Ricorderete ad esempio il sarcofago nero che, secondo i giornali, avrebbe potuto conservare il corpo del condottiero macedone e che invece era pieno di ossa e liquami.

L’ultima notizia di questo tipo viene da Taposiris Magna, sito archeologico a una cinquantina di chilometri a ovest da Alessandria, che da anni è caratterizzato da speculazioni simili. L’apertura di una camera funeraria ancora sigillata con all’interno due mummie di età tolemaica, per giunta appartenenti a un uomo e a una donna, ha fatto incautamente pensare all’ultima dimora della regina e del triumviro.

Autori della scoperta sono i membri del team diretto dal 2005 da Kathleen Martínez, avvocatessa dominicana che – cito – ha trasformato la sua passione da tempo libero in una vera e propria missione archeologica. Probabilmente aiutata dal suo autofinanziamento, ha cominciato a scavare il tempio di Taposiris, dedicato a Iside da Tolomeo IV (222-204 a.C.), convinta di poter trovare la tomba di Cleopatra VII,  in barba alle fonti letterarie che la collocano ad Alessandria.

Tornando al topic dell’articolo, l’aperura di una piccola camera, scavata nella roccia e inclusa in una struttura ipogea multipla individuata a 500 metri dal tempio, è stata recentemente mostrata nel documentario di Channel 5 “The Hunt for Cleopatra’s Tomb” (in particolare dal minuto 20.00). Ancora sigillata da un muretto in blocchi di calcare, è la prima tomba inviolata scoperta nel sito e conteneva solo due mummie in cattivo stato per le infiltrazioni di acqua (foto in alto). Quella messa peggio, a sinistra, presentava i fragili resti di una copertura in cartonnage con la raffigurazione di uno scarabeo alato (imm. in basso a destra), e a un primo esame antropologico, è parsa appartenere a un uomo. È stato invece possibile trasportare fuori quasi interamente la Mummia 1, sulla destra, che è stata sottoposta a radiografia. Sotto la copertura, che conserva ancora tracce di foglia d’oro, è stato rilevato il corpo di una donna con ancora tutti gli organi interni.

Tipo di sepoltura, tecnica d’imbalsamazione e copertura in oro indicano che i defunti appartenevano ad alte classi sociali durante il periodo greco-romano. La Martínez va oltre, ipotizzando che i due possano essere stati sacerdoti preposti al culto di Cleopatra. La sepoltura fa infatti parte di una necropoli che si sviluppa attorno al cosiddetto “faro” o “torre di Abusir” (immagine in basso), una struttura che, sempre secondo la direttrice, sarebbe il segnacolo monumentale del tempio funerario dell’ultima regina tolemaica.

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Source: Channel 5

Senza sminuire l’importanza dell’ultimo ritrovamento, appare eccessivamente sensazionalistico lo stile comunicativo che accompagna da anni ogni risultato della missione. Ciclicamente tabloid e documentari parlano di indizi sulla fantomatica tomba di Cleopatra e ogni volta la scoperta è effettuata nell’ultima settimana di campagna, rimandando necessariamente a sviluppi futuri. Non bastano qualche moneta con l’effige della regina e i resti dell’armamentario di un soldato romano; in archeologia non si scava in cerca di qualcosa spinti da una convinzione pregressa, perché di Schliemann ce n’è uno solo.

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Scoperta la causa di morte della Mummia Urlante

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Source: Dr. Zahi Hawass Facebook

Tra le olre 50 mummie scoperte nel 1881 nella cachette reale di Deir el-Bahari (DB320), due in particolare colpiscono per le loro fattezze raccapriccianti. In entrambi i casi, i volti sono deformati da un urlo reso eterno dal processo d’imbalsamazione. Ma se per l’individuo maschile, il cosiddetto “Sconosciuto E”, sono già stati fatti esami ed è stata proposta una teoria che lo identificherebbe come Pentaur, figlio di Ramesse III coinvolto nella famosa “congiura dell’harem”, della “Sconosciuta A” fino ad ora si conosceva ben poco.

A differenza del presunto Pentaur, la donna ha beneficiato di una buona mummificazione, con bende di lino puro su cui sono scritti in ieratico il titolo di figlia e sorella reale e il nome Meritamon che, però, appartenendo a più principesse, non ne permette il riconoscimento sicuro.

Così, nell’ambito del progetto di studio delle mummie del Museo Egizio del Cairo, il celebre Zahi Hawass e Sahar Saleem, professore di Radiologia presso la Cairo University, hanno analizzato la “Mummia urlante” tramite radiografie e TAC, ricavando nuovi dati interessanti. Intanto l’età della morte è collocata tra i 50 e i 60 anni; poi è stato evidenziato il metodo di mummificazione che è consistito nell’eviscerazione, la sostituzione degli organi interni con impacchi, resine e spezie profumate e la mancata asportazione del cervello, ancora presente essicato sul lato destro del cranio. Quest’ultima pratica si adatterebbe di più, secondo Hawass, alla Meritamon figlia di Seqenenra Ta’o, faraone della fine della XVII dinastia. La prof.ssa Marilina Betrò (Università di Pisa), grazie allo studio incrociato di documenti editi ed inediti, già nel 2007 ipotizzava che la mummia appartenesse alla regina Ahmes-Meritamon, figlia di Ta’o e sorella e moglie di Kamose e che la tomba DB 358, dove è stata sepolta l’omonima moglie di Amenofi I, fosse in origine destinata a lei.

Ma il risultato più importante riguarda la causa di morte e il conseguente motivo dell’urlo. La donna è forse deceduta sul colpo a causa di un infarto; è stata infatti rilevata una grave forma di aterosclerosi con l’avanzata calcificazione delle pareti delle arterie coronarie destra e sinistra, iliache, del collo, degli arti inferiori e dell’aorta addominale. La mummificazione sarebbe iniziata quando il corpo era ancora contratto per il rigor mortis. Per questo la donna ha le gambe accavallate e leggermente flesse, la testa reclinata verso destra e la mandibola abbassata.

Tuttavia, i risultati dello studio sono stati messi in dubbio da altri ricercatori: https://gizmodo.com/how-did-this-screaming-mummy-really-die-1844454580

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Tombaroli scoprono muro tolemaico a Nag Hammadi

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Source: Ministry of Tourism and Antiquities

La polizia egiziana ha arrestato 4 uomini intenti a scavare illegalmente resti archeologici a Nag Hammadi, località della provincia di Qena subito a nord dell’ansa del Nilo. I fermati avevano scoperto un muro di arenaria completamente coperto da geroglifici dal chiaro stile tolemaico. La datazione della struttura, che sarà scavata da una missione archeologica del Ministero delle Antichità, è stata confermata dai cartigli di Tolomeo IV (222/221-204 a.C.).

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Source: Ministry of Tourism and Antiquities

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Abido, scoperte inusuali camere scavate nella roccia

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Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Stavano indagando un’area desertica a sud del cimitero reale di Umm el-Qa’ab, ad Abido, alla ricerca di antica attività umana, quando i membri del team egiziano diretto da Mohammed Abd el-Badi ha scorto una strana fila di buchi sulla falesia. Si tratta di una serie di aperture, tutte alla stessa altezza, che conducono a camere scavate nella roccia. Queste stanze, alte al massimo 1,20 m, sono singole o unite in gruppi di due, tre o cinque tramite finestre sulle pareti interne.

La datazione dell’insolita struttura, forse risalente al Periodo Tardo e tolemaico, è fornita dalla ceramica presente e da un unico graffito che cita il nome di un certo Khonsuenhorus, di sua madre Amenirdis e della nonna Neshorus. Per il resto, a esclusione di qualche nicchia e panca ricavate dalla roccia, non c’è nessun tipo di decorazione.

Anche la funzione è alquanto incerta. Le camere non dovrebbero essere sepolture; al contrario, secondo Matthew Adams, co-direttore della vicina North Abydos Expedition, la posizione nella Valle Sacra e la connessione a pozzi e a vene d’acqua naturali potrebbero suggerire un ruolo religioso.

 

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Google lancia il primo traduttore automatico di geroglifici

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Se ne parla ormai da qualche anno, ma finalmente è stato lanciato il primo traduttore automatico di geroglifici!

Già prima dell’uscita nel 2017 di Origins, penultimo capitolo della saga videoludica di Assassin’s Creed, l’azienda sviluppatrice Ubisoft aveva anticipato un ambizioso progetto che prevedeva la creazione di un sistema in grado di tradurre l’antica scrittura egizia, proprio come fa Google Translate con le lingue attuali. E a quanto pare, quel progetto si è concretizzato grazie alla collaborazione con gli egittologi della Macquarie University.

Pochi giorni fa, infatti, sulla piattaforma di Google Arts & Culture è stato pubblicato Fabricius, un tool che riconosce segni geroglifici da immagini e che identifica intere parole e frasi, migliorando esponenzialmente grazie all’apprendimento automatico dell’intelligenza artificiale. Il machine learning si basa sull’interazione con gli utenti, quindi più lo strumento sarà usato più il risultato sarà preciso e affidabile. Il nome deriva da Johann Albert Fabricius, bibliotecario tedesco vissuto a cavallo tra XVII e XVIII secolo e fondatore della storiografia nell’ambito della letteratura greca e latina.

L’applicazione su mobile presenta anche sezioni per imparare giocando i rudimenti del geroglifico, ma quello che più m’interessa è il traduttore, disponibile solo su desktop in inglese e arabo. Sarà veramente, come da proclami, un utile strumento per velocizzare il lavoro degli studiosi? Vediamolo insieme.

Ho cercato una foto in cui i segni fossero chiari e facilmente leggibili. La scelta è ricaduta su una stele funeraria e in particolare sulla sua parte iniziale. L’incipit “ḥtp-di-nswt” è una diffusissima formula traducibile con “l’offerta che il re fa” per conto del defunto, identificato con Osiride. Ho usato di proposito un testo semplice conscio che, allo stato attuale, il sistema potrebbe ancora non funzionare al meglio.

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Una volta caricato il file, si seleziona l’area da tradurre e con un filtro si evidenziano i segni scegliendo il livello di sensibilità.

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Il risultato sarà, per forza di cose, poco nitido e sporcato da fratture e altre imperfezioni. Per questo bisogna limarlo, con gomma e pennello, per definire quanto più possibile i singoli segni, sperando che lo scriba avesse una calligrafia compatibile con la lista del Gardiner, testo di riferimento del tool. Ho trovato questa operazione, al netto della mia scarsa pratica con lo strumento, un po’ troppo lunga e macchinosa. E se l’obiettivo era velocizzarci il lavoro… ancora non ci siamo. Qualche intoppo c’è stato anche per aver utilizzato un file piuttosto pesante che, ogni tanto, ha bloccato il programma.

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Il terzo step è dividere le varie parole con strumenti di selezione rettangolare o poligonale. Da ciò si capisce come Fabricius non sia rivolto a tutti ma solo a chi abbia almeno delle basi di antico egizio sufficienti a riconoscere i singoli termini.

Poi si spera di essere stati abbastanza precisi e si fa partire la ricerca di corrispondenza. Il sistema propone un suggerimento più due alternative, altrimenti, qualora l’identificazione del segno non fosse giusta, bisogna procedere con la selezione manuale nella lista dei geroglifici. Non ho trovato nei setting un modo per indicare il senso di lettura che resta da sinistra verso destra, ma si può comunque cambiare l’ordine dei segni o delle parole.  Su 7 geroglifici, ne sono stati correttamente identificati solo 3, quasi 4, ma è comprensibile visto lo stato iniziale del progetto.

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La traduzione automatica, invece, è andata a buon fine producendo un risultato accettabile, ma mi riservo di provare di nuovo con frasi più complesse. Tutto sommato, il sistema funziona, ma, almeno allo stato attuale, più che uno strumento lavorativo applicabile all’epigrafia, sembra un divertente passatempo per nerd dell’egittologia.

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Bufale eGGizie*: la misteriosa tomba piena di oggetti d’oro

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(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

 

Con gli anni ho imparato a non dare tutto per scontato. Molti concetti che ritengo ovvi, per molti altri possono non essere così semplici. Non è solo una questione di cultura generale o di conoscenza dello specifico argomento (in questo caso, l’egittologia), ma anche di processi mentali e collegamenti che magari funzionano solo nella mia testa. Nonostante ciò, però, non ho mai voluto eccedere in semplificazioni e spiegazioni perché mi piacerebbe che i miei lettori approfondissero ciò che trovano sul blog altrove o chiedendomi informazioni con domande dirette. Ed è per questo che, ad esempio, non sto a scrivere in ogni articolo – e non lo farò nemmeno ora – cosa sia un ushabti.

08c20101-0285-4e8f-a421-9d28ca671b2aTuttavia, per l’ennesima volta mi è stato inviato un video che circola ormai da anni sui social, ma che ho sempre ignorato bollandolo come una palese buffonata. Nel filmato si vede quella che dovrebbe essere una tomba egizia stracolma di oggetti d’oro, la cui ricchezza farebbe impallidire perfino il corredo di Tutankhamon… se fossero veri. Si tratta infatti di un mucchio di paccottiglia mal assortita da suq, di souvenir per turisti che riproducono, più o meno bene, reperti realmente esistenti o addirittura pacchiane reinterpretazioni inventate. Come detto, però, ciò che per me è un palese fake per molti è la testimonianza di un’eccezionale scoperta, quindi vale la pena occuparsene.

Che poi, a guardar bene, ci sono diverse versioni del documento con gli oggetti disposti in due modi. Ad esempio, le due grandi statue che nel primo video sono in piedi al centro della camera funeraria, nel secondo sono a terra parzialmente coperte dalla sabbia; il sarcofago di destra, invece, è avvolto da un telo solo in un caso .

Video 1:

Video 2:

La più vecchia variante del video a cui sono riuscito a risalire è stata pubblicata il 21 settembre 2014 sulla pagina Facebook di un uomo palestinese; non è un caso che la “scoperta” sia spesso collocata in Palestina.

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Tra le altre fantastasiose ubicazioni della tomba che, di volta in volta, compaiono in post o articoli web c’è addirittura la Turchia in riferimento a una farneticante storia che vedrebbe Nefertiti fuggita in Anatolia nel 10.000 a.C. Ma i presumibilmente veri luogo e data del filmato sono palesati all’inizio del video 1 in cui si vedono una banconota da 5 sterline egiziane e un foglio su cui è scritto in arabo “giovedì 21 novembre 2013” e il nome “Farid”.

Tornando agli oggetti, facendo finta che non bastino la loro rozza fattura plasticosa e i geroglifici senza senso, abbiamo un insieme incoerente sia dal punto di vista temporale che funzionale. Appaiono infatti alcuni reperti, come statuette votive di divinità o sculture reali a grandezza naturale, che dovrebbero appartenere a un contesto templare e non funerario. Poi ci sono copie di pezzi che risalgono a periodi molto lontani tra loro. Nella prima foto in alto s’intravede il cartiglio di Amenofi III (1388-1351 a.C.), ma al tempo stesso ci sono ushabti e figurine di gatti tipicamente tardi (712-332); un modellino della statua in trono di Ramesse II (1279-1213) del Museo Egizio di Torino (imm. in basso a destra) è insieme a una testa amarniana (in basso al centro); il vaso in alabastro per unguenti di Tutankhamon (1333-1323; imm. in basso a sinistra) figura con un’improbabile versione tridimensionale di una scena dipinta nella tomba tebana di Sennedjem (prima del XIV secolo a.C.) che rappresenta Anubi chinato sulla mummia del funzionario (seconda foto in alto). L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma credo che questi esempi siano più che sufficienti a definire con certezza falsi sia la tomba che tutto il suo contenuto.

Più difficile è invece capire il motivo per cui sia stato girato il video. Credo sia imbrobabile che si tratti del set di un film; più verosimile è un tentativo di truffa. A volte, infatti, mi arrivano mail e messaggi privati su Facebook di cittadini egiziani che cercano di piazzarmi antichità – il più delle volte finte – allegando foto e video. Anche questo, quindi, potrebbe essere qualcosa del genere, soprattutto perché il foglio e la banconota all’inizio sembrano un espediente per dare maggiore credibilità al ritrovamento.

 

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