Archivi del mese: novembre 2020

Ricordo di Edda Bresciani

La prof.ssa Bresciani nel sito di Medinet Madi

Ieri, 29 novembre, è purtroppo venuta a mancare Edda Bresciani, Professore Emerito dell’Università di Pisa e socia nazionale dell’Accademia dei Lincei. Nel cercare di ricordare una delle figure più importanti dell’egittologia italiana e internazionale, si rischierebbe di cadere in un’infinita lista impersonale di pubblicazioni, scavi e titoli. Così preferisco riproporre le bellissime parole della professoressa Marilina Betrò, sua allieva, che è riuscita a far emergere anche il lato umano, così peculiare, oltre a quello, di altissimo livello, accademico. Aggiungere altro sarebbe solo superfluo.

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Ricordo di Edda Bresciani
di Marilina Betrò

Il mio cellulare è pieno dei suoi whatsapp, stringhe colorate di immagini, messaggi icastici, divertenti, graffianti, punteggiati di emoj, per lei nuovi geroglifici che combinava e dominava, scriba eccellente anche in questi.
Il vuoto enorme del suo silenzio ora lo sommerge, mi sommerge.

Aveva compiuto 90 anni lo scorso 23 settembre, una delle ultime telefonate con lei che già non stava bene, la festa che avrei voluto farle per quell’occasione rimandata “a quella per i 100”, come ci dicemmo.

Per chi l’ha conosciuta e ha studiato alla sua scuola parlarne ora solo come della “egittologa” Edda Bresciani sembra far torto a quello che era il suo spirito multiforme, la cultura immensa, la curiosità versatile, insaziabile.
Egittologa era, certo – e grande: studiosa conosciutissima, ammirata e amata nell’ambiente scientifico internazionale, demotista geniale, archeologa che ha legato il suo nome a siti interi dell’Egitto (la sua Medinet Madi, la Saqqara saitica e persiana, dove con lei ho mosso i miei primi passi, ancora studentessa, Tebe); autrice di libri su cui si sono formate e si formano generazioni di egittologi: Letteratura e poesia dell’antico Egitto. Cultura e società attraverso i testiNozioni elementari di grammatica demoticaI testi religiosi dell’antico EgittoLa porta dei sogni. Interpreti e sognatori nell’Egitto antico.

Ed era tantissime altre cose: Accademica dei Lincei, Socia corrispondente dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres di Parigi, medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica per la Cultura e l’Arte, qui a Pisa Professore Emerito, insignita dell’Ordine del Cherubino, del Campano d’Oro e, come amava dire, “lucchese sì ma anche divenuta pisana dopo aver ricevuto, la Benemerenza di San Ranieri, prima donna ad esserne insignita”.

Ma soprattutto, al di là dei titoli e delle onorificenze, personalità irripetibile, irridente, irriverente, ironica, soprattutto auto-ironica, maestra unica: la provocazione – a pensare, a guardare il mondo da prospettive inedite, da sentieri mai battuti – era la sua maieutica.

Addio, Edda, ti ricordo qui con uno dei tuoi bellissimi haiku, uno dei pochi malinconici:

Bussa alla porta
portato dal vento –
un ramo secco
(Edda Bresciani, Pisa ETS, 2016)

Marilina Betrò
Professoressa di Egittologia e Civiltà Copta

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Il resto dell’articolo su:

https://www.unipi.it/index.php/news/item/19594-in-memoria-di-edda-bresciani

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Individuata una nuova costellazione grazie ai colori originali del Tempio di Esna

Source: uni-tuebingen.de (ph. Ahmed Amin)

Dopo 2000 anni tornano a risplendere i colori originali del Tempio di Esna, con qualche sorpresa.

Ricordo quando nel 2006 visitai il tempio e vidi che le pareti erano completamente annerite da secoli di polvere, fuliggine e guano; per questo mi colpiscono ancora di più le foto pubblicate in questi giorni dal team egiziano-tedesco diretto da Christian Leitz (Università di Tübingen), in collaborazione con Daniel von Recklinghausen e Hisham El-Leithy e Mustafa Ahmed (Ministero del Turismo e delle Antichità). Il progetto di restauro dei rilievi ha visto dal 2018 quattro interventi di pulizia – ma non di ricolorazione – dei rilievi che hanno permesso di documentare al meglio le scene e i testi religiosi che ricoprono ogni superficie.

Il Tempio di Esna è un santuario che si trova 60 km a sud di Luxor. Dedicato al dio Khnum, alle sue consorti Menhit e Nebtu, al loro figlio Heka, e alla dea Neith, fu costruito nella sua forma definitiva in epoca tolemaica e decorato soprattutto nel periodo romano (I-III sec. d.C.). Tuttavia, ne rimane solo la parte frontale, il pronao, perché nel XIX secolo fu utilizzata come deposito per il cotone. Il resto è stato espoliato per ricavarne pietra da costruzione o è ancora 9 metri sotto il livello della moderna città che ha completamente inglobato la struttura.

Source: uni-tuebingen.de (ph. Ahmed Amin)

La documentazione fotografica delle pareti così ripulite servirà anche a completare e aggiornare il lavoro di pubblicazione dei testi del tempio, portato avanti per anni dall’egittologo francese Serge Sauneron (Esna, vol. II-IV, VI, VII) che ha potuto vedere solo la forma in rilievo dei geroglifici ma non i particolari dipinti.

Così, dal famoso soffitto astronomico sono emersi nomi di costellazioni che erano disegnati e non incisi, come quelle dell’Orsa Maggiore (msxtyw; a forma di coscia di toro, nella foto in cima all’articolo) o di Orione (sAH). Finora sconosciuta era invece una nuova costellazione chiamata “Oche di Ra” (Apdw n Ra) che, purtroppo, non essendo accompagnata da una raffigurazione grafica, è per il momento impossibile da identificare.

https://uni-tuebingen.de/en/fakultaeten/philosophische-fakultaet/fachbereiche/altertums-und-kunstwissenschaften/institut-fuer-die-kulturen-des-alten-orients-ianes/forschung/aegyptologie/projekte/the-temple-of-esna/

Source: uni-tuebingen.de (ph. Ahmed Amin)
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Scoperte 30 monete d’oro di oltre 1000 anni nel Fayyum

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Per una volta, l’utilizzo della parola “tesoro” – o meglio, “tesoretto” – riferita a una scoperta non è improprio. Nel gergo archeologico, infatti, un tesoretto è un gruppo di monete nascosto in antichità, ma mai più recuperato.

In questo caso, il gruzzolo è davvero consistente perché la missione egiziano-russa a Deir el-Banat, sul bordo sud-orientale del Fayyum, ha ritrovato un sacchetto di lino, ancora chiuso con un sigillo in argilla, che contenevale 33 monete risalenti alla dinastia abbasside.

Tra queste ci sono 28 dinar d’oro coniati durante i califfati di Al-Mu’tasim Bi’llah (833-842), Al-Muqtadir Bi’llah (908-932) e Al-Radi Bi’llah (934-940). Si tratta sicuramente di una delle più importanti scoperte effettuate nel sito da quando, nel 2003, è partita la prima campagna di scavo, all’inizio solo russa. Nell’area, negli anni scorsi sono state individuate anche mummie di epoca greco-romana e altre testimonianze di età copta e islamica.

http://www.cesras.ru/deyatelnost/arheologiya/fajjum-dejr-al-banat

Source: Ministry of Tourism and Antiquities
Source: Ministry of Tourism and Antiquities

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Un trattamento ginecologico di quasi 4000 anni

Ph. Patricia Mora Riudavets

Ultimamente la missione spagnola a Qubbet el-Hawa, Necropoli dei Nobili ad Assuan Ovest, sta facendo parlare di sé con scoperte curiose e inusuali. Dopo il deposito con 11 mummie di coccodrillo, è il turno di quello che potrebbe essere un vero e proprio primato della medicina: il più antico caso di trattamento ginecologico individuato in un contesto archeologico.

La scoperta della “paziente”, in realtà, risale al 2016 (ne ho parlato qui), quando il team di Alejandro Jiménez Serrano (Universidad de Jaén) trovò il sarcofago di Sat-tjeni, prominente nobildonna vissuta nella seconda metà della XII dinastia e già nota da fonti epigrafiche. Sat-tjeni V, infatti, era la sposa del governatore di Elefantina Heqaib II e madre di altri due nomarchi sotto il regno di Amenemhat III (1853-1809 a.C.), Heqaib III e Ameny-Seneb, nelle cui tombe è presente il nome della donna.

All’interno della bella cassa parallelepipeda dipinta in legno di cedro del Libano, il corpo della donna, morta intorno ai 30 anni, era in stato scheletrico con qualche traccia di bende e della maschera funeraria in cartonnage. I suoi resti sono stati studiati da antropologi dell’Università di Granada che hanno pubblicato i risultati delle loro ricerche sull’ultimo numero di Zeitschrift für Ägyptische Sprache und Altertumskunde.

Tra i dati più interessanti c’è una lesione traumatica al bacino che provocava forti dolori a Sattjeni, oltre ad averne pregiudicato la possibilità di avere figli. Più che come rimedio definitivo alla frattura, sarebbe un palliativo la ciotola trovata tra le sue gambe (foto a sinistra). Il contenitore di ceramica, infatti, presenta evidenti segni di bruciature compatibili con le fumigature che avrebbero mitigato la sofferenza della donna anche nell’aldilà.

Secondo i ricercatori spagnoli, sarebbe quindi la prima traccia archeologica di una pratica già conosciuta su papiri medici in cui si consiglia l’uso del fumo per favorire la fertilità e risolvere problemi ginecologici. Nel coevo Papiro di Kahun, ad esempio, si prescrive di esporre la “parte in questione” al fumo della carne arrostita o di un mix di incenso, grasso, birra dolce e datteri (pubblicato in Griffith F. Ll., The Petrie Papyri: hieratic papyri from Kahun and Gurob ; principally of the Middle Kingdom I: Text, London 1897, pp. 6 e 9). Il papiro, scoperto a Kahun da Petrie nel 1889, contiene una serie di rimedi risalenti al 1800 a.C. circa per problemi femminili e riguardanti fertilità, maternità e contraccezione.

http://www.ujaen.es/investiga/qubbetelhawa/index.php

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Una nuova grande scoperta a Saqqara? Provo a spoilerarla

Immagini: @Netflix e @mohamedraoufegy; elaborazione grafica: Mattia Mancini/Djed Medu

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“Scoperta a Saqqara la tomba di un funzionario di Antico Regno”

Questo è il titolo di un ipotetico articolo che potrei pubblicare a dicembre o gennaio. A Saqqara, infatti, gli scavi continuano e c’è ancora una scoperta inedita che, secondo il ministro del Turismo e delle Antichità, sarà annunciata tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo. Io però voglio anticiparlo e proverò a spoilerarvi l’oggetto del ritrovamento.

Nella bulimica serie di notizie provenienti dalla missione nell’area del Bubasteion, l’attenzione di tutti si è naturalmente rivolta verso l’eccezionale numero di sarcofagi e il loro perfetto stato di conservazione. Tuttavia, qualcosa di potenzialmente interessante è passato sotto traccia: due statue in legno che subito mi sono sembrate fuori contesto. Già nelle settimane precedenti alla conferenza stampa di sabato scorso (14 novembre), Mostafa Waziry, segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità, aveva postato alcune foto, senza aggiungere informazioni in merito, di una statua molta più antica rispetto ai sarcofagi di XXVI dinastia individuati dal suo team. Si trattava di una scultura funeraria privata che dovrebbe risalire all’Antico Regno, quindi a quasi 2000 anni prima degli altri ritrovamenti della missione (foto a sinistra; © Caterina Turroni / Smithsonian Channel).

Al momento dell’ultima presentazione ufficiale, la statua era in vetrina insieme ad un’altra scultura in legno più alta, ma sempre collocabile nello stesso periodo. Poi è arrivato il comunicato ufficiale che le ha definite come statue in legno di acacia, alte 120 e 75 cm, appartenenti a un “giudice” effettivamente vissuto 4300 anni fa. Un terzo esemplare, che presenta ancora parte dello stucco che ricopriva la “pelle”, non è stato esposto per, immagino, motivi di conservazione (foto in basso). I nomi affibbiati all’uomo dai social del Ministero e dalle varie testate giornalistiche locali risentono dei classici problemi di trascrizione dall’arabo all’inglese: Phnomus, Bennu-mes, Benu-mis, Ben-mis, Ben-to-bi-mis ecc. (per questo, non andrebbero presi per oro colato i termini antico-egiziani che si leggono anche su quotidiani nazionali e internazionali).

In ogni caso, il defunto è rappresentato in piedi, con la gamba sinistra portata in avanti, mentre indossa un gonnellino e due tipi di corte parrucche. Occhi, capelli, collana e i particolari della stoffa dello shendit sono resi anche grazie alla pittura che si è conservata in molte parti della superficie del legno. La versione più piccola appare già pesantemente restaurata rispetto alle prime foto, con il riempimento della spaccatura che attraversava tutto il corpo della statua. Quella più grande, invece, è ancora corredata di un bastone tenuto nella mano sinistra, l’impugnatura dello scettro aba (simbolo di potere e alto rango) in quella sinistra e la base originale.

Base di una delle due statue (dal video di @SmithsonianChan, ruotato)

Proprio quella base mi ha fatto scattare un collegamento mentale. Infatti, nel trailer di “Tomb Hunters”, mini-serie in 4 episodi di Smithsonian Channel che sarà trasmessa nel 2021, s’intravede per un attimo il parallelepipedo di legno su cui sono incisi titoli onorifici che avevo già visto altrove (immagine in alto). Purtroppo non si legge il nome, ma i pochi segni illuminati erano apparsi in due video: quello girato in occasione della visita del Primo Ministro al sito (foto a destra) e soprattutto in “Secrets of Saqqara Tomb“, documentario di due ore ancora disponibile su Netflix.

Questo documentario si chiude proprio con il più classico dei colpi di scena che lascia la strada aperta a una seconda puntata (che, però, a questo punto credo sia sostituita dalla serie di Smithsonian Channel): a due giorni dalla chiusura della campagna di scavo del 2019, gli operai scoprono una nuova tomba (immagine in alto). Dalla sabbia emerge un pannello scolpito nella parete rocciosa con iscrizioni geroglifiche e due fessure da cui, come in un serdab, si può sbirciare all’interno della sepoltura. L’ingresso, ancora sigillato con un muro di mattoni crudi, è sulla sinistra e dà accesso a una camera per lo più grezza e senza decorazioni.

Nel filmato si vede Waziry entrare e guardare in basso, all’interno di un pozzo funerario, e poi avvicinarsi a una magnifica falsa porta dipinta con geroglifici estremamente particolareggiati e dai colori ancora vividi (immagine a sinistra). Qui il defunto è rappresentato tre volte in compagnia dei figli e della moglie. E colpisce come la prima figura a destra sia la perfetta versione bidimensionale della più alta delle statue che, a questo punto, sono certo provengano da qui (immagine in cima al post).

Il testo geroglifico presenta numerosi titoli di carattere amministrativo-religioso, alcuni dei quali sono compatibili, a ulteriore conferma, con i pochi segni visibili sulla base di una delle statue. Il proprietario della tomba era quindi un alto dignitario della V o VI dinastia, sacerdote e scriba, “Intimo del re” (rx-nsw.t), “Giudice che tiene i conti” (sAb nxt-xrw), “Giudice preposto all’elargizioni” (sAb Hry-wDb), “Giudice anziano della sala delle udienze” (sAb smsw hAyt).

Ma cosa più importante, si legge finalmente il nome corretto del defunto che si ripete per cinque volte sulla falsa porta (vedi in basso), oltre ad essere presente anche sul pannello esterno: Penmes.

Scritto con o senza il complemento fonetico “s” finale (per la lettura della prima parte: Wb I, 508, 5), il nome è piuttosto raro (Ranke I, 420, 7), essendo attestato solo due volte per personaggi vissuti durante le ultime due dinastie dell’Antico Regno, a Giza (nominato nella falsa porta JE 56994 di Tefnen, proprietario della mastaba G 1304; vd. Cherpion in BIFAO 82, p. 132, pl. XVI) e proprio a Saqqara (Lepsius, tomba 15, Abth. II, B1, taf. 46).

Immagine: Netflix; elaborazione grafica: Mattia Mancini/Djed Medu

Tutto questo “puzzle investigativo” ovviamente è stato per me più un divertimento che una vera previsione. Non so se la tomba di Penmes sarà pienamente annunciata durante la prossima conferenza stampa o se abbiano qualche altro colpo in canna. Quel che è certo è che negli ultimi anni, anche a causa dell’intersificarsi delle notizie, la comunicazione delle scoperte in Egitto è sempre più confusionaria, con la ricerca della spettacolarità che va a inficiare l’approfondimento delle informazioni. Spero solo che il ritardo nella comunicazione sia dovuto al proseguimento della ricerca – magari per lo scavo dei pozzi funerari – piuttosto che a esclusive televisive.

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Scoperti a Saqqara oltre 100 sarcofagi ancora sigillati

@AhmedMagdyPage

Pochi minuti fa, con la maestosa Piramide a gradoni di Djoser sullo sfondo, il ministro del Turismo e delle Antichità, Khaled el-Enany, e il segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità e direttore della missione archeologica a Saqqara, Mostafa Waziry, hanno finalmente annunciato quella che era stata definita nei giorni scorsi come “la più grande scoperta archeologica del 2020”: oltre 100 sarcofagi ancora sigillati.

@AhmedMagdyPage

Decine di giornalisti e ambasciatori da tutto il mondo hanno assistito anche all’apertura di una delle bare e all’analisi in diretta della mummia al suo interno tramite uno scanner portatile a raggi-X che ha permesso di osservare il processo di imbalsamazione e alcune caratteristiche identificative dell’età approssimativa e del sesso del defunto (immagini in basso).

القناة الأولى المصرية

Ormai da tre anni siamo abituati a leggere di scoperte straordinarie dalla missione archeologica egiziana nell’area del Bubasteion a Saqqara, spesso annunciate in conferenze stampa-show come quella di stamattina e poi rilanciate dalla stampa internazionale o dal recente documentario di Netflix. In un sito consasacrato nel Periodo Tardo alla dea gatta Bastet, ma utilizzato già 2000 anni prima come luogo di sepoltura, sono state individuate tombe millenarie dalle pitture ancora intatte, depositi con centinaia di mummie animali – alcuni dei quali piuttosto rari, come scarabei, manguste e leoni – e, nell’ultimo anno, cachette con decine e decine di sarcofagi sigillati.

La scoperta odierna era stata anticipata in occasione della visita a Saqqara del Primo Ministro egiziano Mostafa Kemal Madbouly, quando erano state mostrate alcune foto scattate all’interno di 3 pozzi funerari. I sarcofagi, dai colori ancora vividi, erano letteralmente accatastati all’interno di camere sotterranee; alcuni corpi, invece, erano semplicemente deposti in nicchie scavate lungo le pareti. Al loro interno, mummie perfettamente conservate, coperte da variopinti cartonnage e in alcuni casi ancora adornate da ghirlande di veri fiori e piante (foto in basso).

Rispetto a quello che si pensava, però, non tutti i defunti sono vissuti durante il Periodo Tardo. Seppur gran parte dei corpi appartengano a sacerdoti e funzionari della XXVI dinastia (672-525 a.C.), Mostafa Waziry ha affermato che ci sarebbero anche mummie dell’inizio del Periodo tolemaico (IV-III sec. a.C.), indice che i pozzi sarebbero stati usati per secoli. E lo straordinario numero di inumati, superiore alle 100 unità, non sarebbe nemmeno definitivo perché lo scavo non si è ancora concluso.

Insieme ai sarcofagi, gli archeologi egiziani hanno trovato anche ushabti in faience, maschere funerarie, molte casse canopiche per gli organi del defunto (tra cui una dall’inusuale forma piramidale), cassette porta-ushabti e circa 40 statue in legno, molte delle quali di Ptah-Sokar-Osiride. Ma spiccano soprattutto due statue funerarie private, alte 120 e 75 cm, risalenti addirittura all’Antico Regno (4500 anni fa) raffiguranti uomini in posizione stante (foto a sinistra e in basso). Non è chiaro se siano state ritrovate nello stesso contesto che è molto più recente.

Alcuni sarcofagi e oggetti del corredo saranno momentaneamente trasferiti al Museo Egizio del Cairo in occasione, domani 15 novembre, delle celebrazioni per il 118° anniversario dell’apertura del museo in piazza Tahrir.

Una mummia ancora coperta da ghirlande vegetali
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