Kek, il “dio-rana” egizio tra i supporter di Trump che hanno assaltato il Campidoglio

Elaborazione grafica di Mattia Mancini (@djedmedu); foto da wikipedia e dal video di @rebtanhs

Abbiamo ancora negli occhi le scioccanti immagini dell’assalto al Campidoglio di Washington DC, sede del Congresso degli Stati Uniti d’America. Nell’eterogenea massa spinta dall’irresponsabile politica populistica di Donald Trump e da mesi di bufale su presunti brogli elettorali, sono emersi grotteschi personaggi che avrebbero certamente generato risate, se non fosse per la gravità dell’attacco al luogo simbolo della più potente democrazia mondiale, per la pesante atmosfera da guerra civile e per la morte di 5 persone.

Come detto, nella fauna dei manifestanti pro-Trump c’erano individui appartenenti a diversi gruppi politici e non, come repubblicani, complottisti, suprematisti bianchi, xenofobi, QAnon ed estremisti dell’alt-right. Spiccavano anche bandiere “dal sicuro sapore nazista” (semicit. La Molisana) che, come vedremo*, hanno un impensabile collegamento con la religione egizia. Il riferimento più immediato è invece quello alla Kriegsflagge, la bandiera militare tedesca della seconda guerra mondiale, per il verde al posto del rosso e 4 K e una E a sostituire la svastica.

Ma cosa mette in relazione i fatti di Capitol Hill con l’antico Egitto? Una rana.

Una bizzarra catena di passaggi in cui sono finiti casualmente videogame, meme, forum, trolling e propaganda politica ha fatto sì che un’antica figura divina, sconosciuta ai più, diventasse l’oggetto di un assurdo culto internettiano, la controparte storica di un personaggio cartoonesco razzista e un mezzo di supporto per la scalata al potere del presidente uscente: Kek.

Kek, o Kuk, è una delle 8 divinità primigenie che compongono l’Ogdoade Ermopolitana, la cosmogonia alla base della formazione dell’universo nella città di Ermopoli – o Khemno in egizio (per l’appunto, la città degli “Otto”) – capitale della XV provincia dell’Alto Egitto. Secondo questo mito, in principio ci sarebbero state solo quattro coppie di entità astratte, hehu, che personificavano elementi tipici del Caos e della natura indistinta del non-creato: Nun e Nunet (le acque primordiali), Kek e Keket (l’oscurità, le tenebre in mancanza della luce), Huh e Huhet (l’illimitatezza, l’infinità degli spazi non ancora determinati), Amon e Amonet (l’invisibilità, la non esistenza). Ogni genio maschile era rappresentato come un uomo dalla testa di rana ed aveva la sua controparte femminile dalla testa di serpente (nell’immagine in cima all’articolo, si vede la rappresentazione di Kek nel soffitto del Tempio di Dendera). I due animali acquatici sono legati all’ambiente in cui si sarebbe formata la vita, sarebbe emersa la collina primordiale di fango e il sole per la Prima Volta.

In questo assurdo, contorto percorso digitale, la parola kek era stata in realtà acquisita inizialmente con un altro significato. Corrisponde infatti alla traslitterazione dell’onomatopea coreana per la risata, ‘kekeke’, ed era diffusissima tra i giocatori asiatici del videogame di strategia online “Starcraft”, tanto da spingere la stessa casa produttrice a utilizzarla nel suo titolo successivo, il ben più noto World of Warcraft. Nel gioco di ruolo multiplayer ambientato in un universo fantasy, gli utenti di tutto il mondo possono interagire, dividersi tra Alleanza e Orda e cooperare per sconfiggere gli avversari; si può chattare liberamente con i membri della propria fazione, mentre i messaggi dei nemici sono criptati, come se fossero scritti in una lingua sconosciuta. L’acronimo anglosassone lol (laughing out loud), ad esempio, se digitato da un Orco, appare come kek nelle chat di Umani, Nani e Gnomi.

Source: Wikimedia Commons

A un certo punto, su 4chan.org, qualcuno si è accorto che questa parola, ormai di uso comune tra i videogiocatori, corrispondeva anche al nome di un dio egizio definito semplicisticamente “del Caos e dell’Oscurità”. In particolare, un utente di /pol/, sub-forum della controversa piattaforma, pubblicò nel 2016 un collage di immagini con una statuetta di rana, l’interpretazione goliardica della sua maccheronica iscrizione geroglifica – che in realtà è la storpiatura del nome di Heqet, altra divinità faraonica anfibia – e Pepe the Frog, su cui torneremo poi (vedi immagine in alto).

Qui nasce la magia/pazzia del web.

/pol/ è infatti un covo di semplici troll ma anche di estremisti di destra e suprematisti bianchi e il luogo da cui è partita la cosiddetta “Guerra dei meme”. Con la candidatura di Trump alla corsa alla Casa Bianca nel giugno 2015, infatti, questa sottocultura internettiana trovò nel ‘tycoon’ il paladino perfetto contro democratici, politically correct e ‘normies’ o, come diremmo qui in Italia, buonisti. Per questo cominciò un’incessante pubblicazione di centinaia di migliaia di post di sostegno per Trump che quasi sempre consistevano in meme e immagini demenziali ‘edgy’. La sconfitta inaspettata di Hillary Clinton è dovuta anche a questi contenuti virali che, seppur creati inizialmente con il solo scopo di trollare, di prendere in giro i perbenisti, sono stati subito sfruttati nella campagna elettorale repubblicana e per fare proselitismo. L’eccezionale velocità di diffusione e il velo d’ironia dei meme hanno reso più semplice l’avvicinamento delle persone a certe idee reazionarie.

Uno dei protagonisti di questa ‘guerra’ è stato sicuramente Pepe the Frog, una rana antropomorfa che nel corso degli anni, a discapito della volontà del suo creatore, si è tramutata in uno squallido personaggio razzista e antisemita, amato dall’alt-right e in alcuni casi perfino con le sembianza di Trump che, dal canto suo, non ha faticato a ricondividere sul suo profilo Twitter.

Il parallelismo automatico tra Pepe e il dio egizio ha poi portato all’ideazione di una vera e propria mitologia satirica dell’inesistente Stato del Kekistan (della cui la bandiera ho parlato all’inizio) e a di una dettagliata religione fittizia chiamata Culto di Kek, Esoterismo keketico o semplicemente Keketismo. Il fine umoristico di questa assurda teologia è palese, a partire dalla traduzione coreana della parola stessa, ma è indubbio che strizzi l’occhio a idee razziste, neonaziste, misogine e anti-liberali. Il destino divino o, meglio, magico-memetico del culto era quello di portare al compimento della profezia di Kek, cioè la vittoria di Trump alle elezioni e l’abbattimento dello status quo democratico abbracciando i principi del Caos e dell’oscurità cari all’alt-right.

E, visti gli ultimi risvolti, è inutile dire che qualcuno ha preso sul serio queste fesserie:

Our Kek who art in memetics
Hallowed by thy memes
Thy Trumpdom come
Thy will be done
In real life as it is on /pol/
Give us this day our daily dubs
And forgive us of our baiting
As we forgive those who bait against us
And lead us not into cuckoldry
But deliver us from shills
For thine is the memetic kingdom, and the shitposting, and the winning, for ever and ever.
Praise KEK

.

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*Ringrazio Stefania Berutti per avermi segnalato questa chicca.

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