Archivi del mese: marzo 2021

Bufale eGGizie*: esperimenti sulla ghiandola pituitaria nell’antico Egitto

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Ormai non ci si può stupire più di niente. Se le fake news dilagano tra giornali e tv, rendendo spesso difficile valutare l’attendibilità di alcune notizie, assurdità diffuse in internet, che una volta avrebbero strappato solo una risata, trovano oggi dignità in strette cerchie di persone che, tuttavia, si allargano sempre di più. Esemplari sono le varie teorie cospirazionistiche basate su idiozie come terra piatta, rettiliani, Nuovo Ordine Mondiale, scie chimiche, 5G. Succede quindi che un divinità egizia in forma di rana diventi simbolo dell’alt-right (ne ho parlato qui) o che una scherzosa reinterpretazione di una pittura di Nuovo Regno venga presa sul serio.

L’immagine di un egizio che sembra infilare un bastoncino nell’occhio di un altro uomo in realtà gira già da parecchio come meme, in relazione a improbabili tamponi covid che sarebbero stati usati anche nell’antichità. Ma come sempre accade, seppur sia palesemente una trovata goliardica fondata sulla somiglianza di gesti che tra loro c’entrano poco, qualcuno ha creduto nella sua veridicità.

Ultimamente però c’è stata un’evoluzione. Cospirazionisti no-vax hanno addotto il meme a prova “inconfutabile” di fantomatici esperimenti bioingegneristici compiuti ai danni della popolazione inconsapevole. I tamponi infilati nel naso e nella gola per verificare la presenza del coronavirus, infatti, sarebbero invece un tentativo di ripetere una millenaria tecnica di tortura in voga tra gli Egizi. Andando così a danneggiare la ghiandola pituitaria, o ipofisi, si intaccherebbe la corretta produzione di diversi ormoni con un conseguente stato di infertilità, crescità rallentata, affaticamento, vertigini, nausea a vita.

Ovviamente non sono qui per spiegare quanto tutto ciò sia scientificamente assurdo (chiedete a un medico), ma vorrei fare una riflessione prima di andare ad analizzare nello specifico la scena. Che senso ha depotenziare uno schiavo, cioè una tua “proprietà” che dovrebbe invece lavorare al meglio per te? Tanto varrebbe eliminarlo definitivamente a questo punto. Insomma, una punizione più masochista che sadica.

Il disegno in cui l’aguzzino tormenterebbe il naso del povero schiavo (per la questione schiavi vi rimando a un vecchio articolo) è una copia moderna su papiro di una scena dipinta sulla parete nord della camera funeraria della tomba di Ipuy (TT217), scultore di Deir el-Medina vissuto durante il regno di Ramesse II (1279-1212 a.C.).
Nel registro inferiore del muro, sono rappresentati alcuni carpentieri che costruiscono un naos e un catafalco per il tempio funerario di Amenofi I.
Purtroppo l’intonaco è danneggiato proprio nella parte che c’interessa (immagini in basso), ma è comunque visibile uno degli artigiani che si sta occupando del catafalco voltarsi verso un altro uomo, forse un medico, che lo trucca con un bastoncino. Il kohl, infatti, oltre ad essere un cosmetico, serviva a prevenire le infezioni dell’occhio. In alto si vede proprio il tipico doppio tubetto per il kohl, insieme a una cassetta che forse conteneva le materie prime in polvere.

Quindi niente a che vedere con torture, ipofisi o esperimenti bioingegneristici.

L’attuale stato delle pitture (https://bit.ly/2Koe07H) e la ricostruzione della scena di Norman de Garis Davies (“Two Ramesside tombs at Thebes”, New York 1927, pp 66-70, pll. XXXVII-XXXVIII).

[Ringrazio Melissa e Matteo per avermi segnalato il post]

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Sharuna (Medio Egitto), scoperti blocchi di un tempio di Tolomeo I

Source: Museu Egipcio de Barcelona

A Kom el-Akhmar/Sharuna – sito nel Medio Egitto, 40 km a nord di el-Minya – la missione congiunta dell’Università di Tübingen, del Museu Egipcio di Barcellona e del Consiglio Supremo delle Antichità egiziane ha individuato le tracce della presenza di un tempio tolemaico. Ad annunciarlo è stata oggi la fondazione privata che gestisce il museo catalano. Durante le campagne di scavo del 2019 e 2020 è stata scoperta una sessantina di blocchi in calcare, ognuno del peso di circa 500 kg, che originariamente componevano 4 delle 13 file delle pareti di un edificio fatto realizzare da Tolomeo I (305-282 a.C.).

Il nome e il prenome del faraone sono infatti chiaramente leggibili nei cartigli che si trovano in alcuni finissimi rilievi, tra teste della dea Hathor. Oltre a questi fregi, ci sono porzioni di elementi archittonici, come gole egizie, e testi geroglifici. Tuttavia i blocchi, che vanno a unirsi ad altri trovati già in precedenza, non erano nella loro posizione originaria perché riutilizzati nel VI secolo d.C. per la costruizione di fondamenta e pavimento di una chiesa copta. Nonostante ciò, sembrerebbe possibile ricostruire la pianta del tempio grazie allo studio dei rilievi.

https://www.lavanguardia.com/cultura/20210325/6605551/museu-egipci-encuentra-restos-templo-faraon-ptolomeo-i.html

Per sapere qualcosa in più sul sito di Sharuna: https://www.academia.edu/40366019/Sharuna

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Un antico insediamento monastico nell’oasi di Bahariya

CQA1 – Source: © V. Ghica/D. Lainsney (ifao.egnet.net)

L’ultimo comunicato del Ministero egiziano del Turismo e delle Antichità, seppur non riguardi proprio una nuova scoperta archeologica come indicato ma il frutto di anni di scavi già pubblicati (in fondo trovate i link ad alcuni articoli per approfondire), mi dà modo di parlare di epoca copta, periodo storico più recente che raramente compare su questo blog.

A Ganub Qasr el-Aguz, sito archeologico situato nell’oasi di Bahariya, a 2 km da un villaggio di epoca romana, la missione franco-norvegese diretta da Victor Chiga (MF Norwegian School of Theology, Religion and Society, Oslo) sta indagando sulle tracce del primo insediamento monastico nella zona che risale al IV secolo d.C. In un’area desertica piuttosto isolata, si trovava infatti una laura, un piccolo insediamento a metà strada tra il monachesimo eremitico e cenobitico (cioè tra la vita solitaria e quella comunitaria dei membri), con agglomerati di celle attorno a una o più chiese e a luoghi condivisi come refertori. In questo caso, i nuclei erano 6 – occupati fino alla fine del VI secolo, con utilizzi successivi che arrivano all’VIII – comprendenti edifici in parte scavati nella roccia e in parte costruiti con blocchi di basalto e mattoni di fango.

Il più grande e antico di questi, risalente alla prima metà del IV secolo, si sviluppava sul fianco di una collina (foto in alto) ed era composto da una chiesa centrale, annessi con funzioni liturgiche, due celle, un refertorio-cucina e un locale di distribuzione. Alla prima fase rupestre dell’agglomerato, si aggiunsero poi un’ulteriore chiesa e altri tre spazi. Qui alcuni muri conservano ancora iscrizioni in copto con brani biblici.

CQA2 – Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Il secondo edificio aveva una funzione più prettamente residenziale comprendendo 14 vani, per lo più stanze da letto, ma anche magazzini, cucine e stalle dove venivano allevate pecore e capre (foto in alto). I settori CQA3 e CQA6, invece, sono ancora in fase di scavo. In ogni caso, è stato possibile risalire alle datazioni proposte grazie a monete, iscrizioni in copto e greco anche su ostraka (foto in basso) e dalla ceramica che denota contatti commerciali con altre aree dell’impero bizantino.

Source: Ministry of Tourism and Antiquities
Source: Ministry of Tourism and Antiquities

https://www.ifao.egnet.net/archeologie/tell-ganub/

https://www.academia.edu/45075673/Ganub_Qasr_el_Aguz_Bahariya_Oasis_

https://www.academia.edu/41452950/Ganoub_Qasr_el_Agouz_oasis_de_Bahariya_

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Identificato il più antico manuale di mummificazione, con un trattamento del volto finora sconosciuto

disegno di Ida Christensen; foto papiro: The Papyrus Carlsberg Collection, University of Copenhagen

Sappiamo tutti quanto fosse importante per gli antichi Egizi la mummificazione. L’integrità del corpo fisico del defunto, infatti, era fondamentale perché l’anima continuasse a vivere nell’aldilà. Tuttavia, nonostante la mole di documenti scritti che sono arrivati fino a noi, conosciamo veramente poco del processo d’imbalsamazione e paradossalmente le principali fonti sulle tecniche impiegate dai sacerdoti per trattare i cadaveri sono indirette. Nelle “Storie” di Erodoto (II, 86-88), in particolare, leggiamo dei tre tipi di mummificazione in base al prezzo/qualità, dell’estrapolazione del cervello dal naso, dell’estrazione degli organi dall’addome, dei canonici 70 giorni nel natron; Diodoro Siculo, invece, nella “Biblioteca storica” (I, 91), dice che il cuore veniva lasciato nel petto, descrive i tipi di oli e unguenti usati per profumare il corpo e aggiunge il particolare delle ingiurie e della sassaiola rituale nei confronti di chi incideva il fianco del morto.

Al di là dei resoconti degli storici classici, finora le testimonianze egizie originali erano pochissime, e in particolare ricordiamo il “Rituale d’imbalsamazione”, disponibile in tre versioni di epoca romana (P. Boulaq 3, P. Louvre 5158, P. Durham 1983.11+P.San Pietroburgo 18128), i papiri demotici di epoca tolemaica dei cosiddetti “Archivi degli imbalsamatori” da Hawara e, seppur riferito a un animale, il “Rituale d’imbalsamazione di Api” (P. Vindob 3873). Per questo colpisce la recente scoperta di un nuovo manuale di mummificazione, effettuata da Sofie Schiødt, egittologa dell’Università di Copenaghen. Nella sua tesi di dottorato, la Schiødt si è occupata dell’edizione di un papiro medico di Nuovo Regno, il cosiddetto Papiro Louvre-Carlsberg, chiamato così perché una metà è conservata a Parigi e l’altra appartenente alla collezione Carlsberg, oltre 1400 manoscritti – molti dei quali ancora da studiare – conservati presso l’università danese. Il testo, dedicato all’erboristeria e a malattie della pelle, ha inaspettatamente rivelato anche tecniche finora sconosciute per la conservazione dei corpi; così oltre ad essere il secondo papiro medico più lungo con i suoi 6 metri, è quindi il più antico manuale sulla mummificazione conosciuto risalendo al 1450 a.C..

Tale definizione non è impropria perché il testo sembra un vero e proprio promemoria per chi effettivamente doveva occuparsi dei vari procedimenti, tanto che i passaggi più semplici, come l’uso del natron, sono omessi. Colpisce in particolare l’attenzione rivolta nel trattamento del viso con tecniche quasi da moderna estetista. A intervalli di quattro giorni, dopo una processione rituale, il volto veniva coperto da un panno di lino rosso imbevuto in una soluzione profumata e antibatterica di oli vegetali e leganti cotti insieme. È la prima volta che si legge di questo procedimento che, tuttavia, trova corrispondenza archeologica nelle mummie dell’epoca che spesso presentano resina e stoffa incollata sulla faccia. Tornano poi i famosi 70 giorni di Erodoto, questa volta a coprire l’intero periodo di mummificazione che è diviso in due fasi: 35 giorni per l’essicazione e 35 per il bendaggio. Mantenendo l’ulteriore partizione dei 4 giorni, al 68° la mummia era pronta ed era collocata nel sarcofago, dando il tempo per gli ultimi rituali prima della chiusura della tomba.

Questa è la prima volta che viene letta la metà “danese” del papiro (P. Carlsberg 917), mentre la parte della del Louvre (P. Louvre E 32847) è stata pubblicata una traduzione preliminare nel 2018 (Bardinet T., “Médecins et magicient à la cour du pharaon”); ma l’edizione finale completa è prevista per il 2022.

https://news.ku.dk/all_news/2021/02/ancient-egyptian-manual-reveals-new-details-about-mummification/

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“Valley of the Kings. The Lost Tombs”: il documentario sulle ‘ultime’ scoperte di Zahi Hawass nella Valle delle Scimmie

Ieri è stato lanciato sulla piattaforma discovery+ “Valley of the Kings: the Lost Tombs”, il tanto atteso documentario sugli scavi di Zahi Hawass nella Valle dei Re e in particolare nel ramo occidentale chiamato “Valle delle Scimmie”. Vi dico subito che non è disponibile, almeno per il momento, sul catalogo italiano di Discovery Channel e per vederlo ho dovuto usare una VPN e abbondarmi al servizio americano.

Inizialmente si era parlato di una docuserie prevista per i primi mesi del 2019, tanto che, già nell’agosto del 2018, era stato rilasciato il trailer ufficiale. Il prodotto che invece è stato pubblicato ieri, con un ritado di due anni, è uno speciale di quasi un’ora e mezza in cui si racconta la ricerca da parte di Hawass delle tombe perdute di alcuni familiari di Tutankhamon. Ma se in origine l’attenzione, come si vede nel primo trailer, era rivolta alla moglie Ankhesenamon, questa volta il focus è completamente incentrato sulla matrigna Nefertiti. D’altronde, fino a poco tempo fa il celebre archeologo egiziano asseriva con certezza che la tomba della regina amarniana non fosse da cercare a Luxor; al contrario, fin dalla scoperta di quattro depositi di fondazione nella Valle delle Scimmie era convinto di essere vicino all’ultima dimora di Ankhesenamon.

Ma tutto questo hype si è poi effettivamente concretizzato in scoperte inedite?

Purtroppo no. Il documentario non presenta niente che non si conoscesse già. Si raccontano infatti i risultati della campagna 2017-2018, finanziata fra l’altro da Discovery Channel, già annunciati nell’ottobre del 2019 (link 1, 2): il centro funerario con 30 capanne, ognuna specializzata nella produzione di un oggetto del corredo funerario; due anelli in argento e bronzo; le placchette in oro e pasta vitrea appartenute a un sarcofago di XVIII dinastia; un frammento di mummia umana; attrezzi di costruttori di tombe; due assi in legno con il titolo reale di “Signore delle Due Terre”; un taglio nella roccia di una sepoltura incompiuta.

L’idea di scavare nella Valle delle Scimmie, quasi mai indagata tra le uniche due tombe complete, quelle di Amenofi III e Ay, è sicuramente stimolante; tuttavia la gran parte degli oggetti ritrovati, seppur di origine elitaria, è fuori contesto, frutto dell’attività dei tombaroli, e quindi di scarsa utilità per ricavare dati definitivi. Nonostante non si arrivi a niente di concreto, l’intero documentario è intervallato da continui riferimenti a Nefertiti, fin dal palese utilizzo del suo busto nella locandina. Vengono trovate ceramiche di XVIII dinastia? Potrebbero essere un collegamento a Nefertiti. Emerge il fianco di una donna con una buona mummificazione? Potrebbe essere una regina, quindi Nefertiti. Viene scoperto un anello con un’iscrizione promettente? Potrebbe leggersi Nefer-t-t. Peccato che subito dopo ci si corregga dicendo che, invece, il castone presenta un titolo di Amenofi III (rettifica che è ovviamente omessa nel trailer). L’impressione generale è che, viste le premesse (“Sono sicuro al 100% che Nefertiti sia qui. Ma la domanda è dove”), i risultati siano stati al di sotto delle aspettative e per questo i produttori del documentario abbiano voluto puntare su una figura storica più conosciuta, affascinante e dibattuta, soprattutto dopo il recente polverone scoppiato per le teorie di Nicholas Reeves.

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