Archivi del mese: giugno 2021

Vulci, scoperto un unguentario “egizio” in una tomba etrusca

Source: ilmessaggero.it

Mi era già capitato di parlare di reperti egizi o egittizzanti scoperti in contesti italiani. Nel 2016, ad esempio, avevo riportato la notizia di due scarabei trovati in una tomba a Vulci (Montalto di Castro, VT), una delle antiche città più importanti dell’Etruria meridionale. Il fenomeno si spiega con il cosiddetto periodo “Orientalizzante” (VIII-VI sec. a.C.), durante il quale ci fu una grande diffusione in tutto il Mediterraneo di materiale proveniente da Egitto, Siria, Cipro, Anatolia e Mesopotamia.

È di pochi giorni fa, invece, l’annuncio del ritrovamento di un unguentario in faience di possibile origine egiziana sempre a Vulci, ma nella vicina Necropoli dell’Osteria, da dove venne fuori un altro scarabeo nel 2013. L’oggetto faceva parte del corredo funebre di una tomba femminile inviolata di inizio VI sec. a.C. (è possibile vedere l’apertura nell’edizione del TGR Lazio del 18 giugno al minuto 9:05). I resti ossei di una giovane donna di 20 anni erano accompagnati da vaghi di collana in ambra, una grande olla chiusa da una coppa greca in stile ionico, e tre buccheri, tra cui un kyathos (attingitoio) e un’oinochoe (brocca da vino).

L’unguentario è invece fatto in faience azzurra e rappresenta una figura androgina accovacciata con una corta parrucca riccioluta, una pelle di leopardo – gialla con puntini neri – legata al collo e un grande contenitore ceramico tra le braccia. Sul vaso si nota il coperchio a forma di rana, di cui però non si è conservata la testa.

Carlo Casi, direttore scientifico dello scavo e della Fondazione Vulci, ha riportato al Messaggero un’ipotesi da lui stesso definita “ardita”. La defunta sarebbe stata un’addetta alla mescita del vino, per la presenza del set da vino e per l’iconografia dell’unguentario che, come vedremo, tuttavia è stata mal interpretata: “Non è un oggetto unico, ma molto raro. È un balsamario in faience, probabilmente egiziano, e rappresenta una figura femminile con la tipica acconciatura e un mantello di pelle maculata, forse di leopardo, allacciato sotto il collo. La donna è accosciata e regge con le gambe un grande vaso, che parrebbe chiuso con un lembo di pelle. Siamo di fronte a un pezzo di grande rarità […] Anche il balsamario, con la chiusura in pelle del vaso rimanda al processo della fermentazione di liquidi (forse la birra) […] Nell’Antico Egitto la birra era molto consumata e per essere prodotta deve subire un lento processo di fermentazione. La chiusura (del balsamario) in pelle serviva a facilitare la fermentazione”.

Questi vasetti plastici antopomorfi, del tipo detto “Nilo“, si diffusero in tutto il Mediterraneo alla fine del VII sec. e nel VI sec. a.C. Ne troviamo esemplari in Egitto ma soprattutto fuori dal paese, come a Rodi, Efeso, Cipro, Samo, Tebe, Cartagine, Campania, Sicilia, Sardegna, Puglia e, per l’appunto, Etruria. L’iconografia prevede uomini dai caratteri androgini e parrucca hathorica, donne con bambini sulla schiena, uomini barbuti dai tratti asiatici, personaggi con corte parrucche (come nel caso di Vulci) e babbuini che, accovacciati, tengono tra le mani una giara. Il vaso di solito è chiuso da un coperchio a forma di rana. Il liquido veniva inserito da un’apertura sulla testa, in genere a forma di fiore, e zampillava dalla bocca dell’anfibio solo se il vasetto veniva scosso o allentando leggermente il tappo. L’ipotesi sulla natura della sostanza contenuta dà il nome stesso alla categoria. Si pensa infatti che questi oggetti servissero in origine a conservare l’acqua sacra del Nilo, proprio come le cosiddette “fiaschette del nuovo anno”, regalate come buon augurio in occasione del capodanno che, in Egitto, coincideva con la piena del fiume. In realtà, analisi scientifiche dei residui al loro interno hanno rilevato la presenza di latte e sostanze oleose; quindi, almeno in una seconda fase, i vasetti divennero unguentari per oli e profumi, a conferma di un contesto di sepoltura femminile. Da qui si capisce come la giara tenuta dalla figurina non abbia niente a che fare con birra o vino e che almeno questo oggetto non può dare alcun indizio per l’identificazione della defunta della necropoli dell’Osteria.

Verrebbe da pensare che i vasetti fossero prodotti nell’area del Delta in epoca saitica e trasportati in Europa dai mercanti. In realtà, molti studiosi credono che questa categoria di oggetti sia originaria dell’isola di Rodi nella metà del VII secolo, come reinterpretazione greca di elementi egizi, ma anche fenici. La parrucca hathorica, infatti, è legata anche alla dea cananea Astarte. Poi c’è la pelle di leopardo che è un attributo di Bes, dio rappresentato in recipienti per trucco di Nuovo Regno che sarebbero alla base di questo modello. Fra l’altro, la postura arcuata delle gambe e i piedi animaleschi della figurina appena trovata a Vulci si adattano più a Bes o a una scimmia che a un umano e per me sono un ulteriore esempio del mescolone greco d’iconografie egizie.

Source: ilgazzettino.it

Per approfondire:

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In un appartamento di Zamalek la polizia scopre quasi 2000 reperti archeologici e oggetti della famiglia di Muhammad Ali

Source: youm7.com

Da una settimana sui media egiziani è scoppiato un dibattito su quello che è stato ribattezzato il caso della “Caverna di Ali Babà”. In un appartamento a Zamalek, il ricco quartiere centrale del Cairo, le autorità locali hanno trovato e – per il momento – sequestrato un vero e proprio tesoro composto da migliaia di gioielli, opere d’arte e antichità.

La scoperta casuale è stata effettuata quando la polizia ha fatto irruzione nella casa per un’altra operazione giudiziaria, imbattendosi in 1204 reperti archeologici – databili dal predinastico all’epoca islamica – e 787 pezzi appartenenenti alla dinastia di Muhammad Ali (1805-1952), oltre a 3707 oggetti preziosi in oro, argento, bronzo, platino, diamanti e pietre dure.

Il proprietario dell’immobile, Ahmed Abdel Fattah Hassan, è un ex vicepresidente del Consiglio di Stato e ha ricoperto incarichi giudiziari in Egitto e in Kuwait, dove attualmente risiede. Intervistato in diverse programmi televisivi, il suo avvocato ha affermato che il possesso di tale patrimonio sarebbe perfettamente legale, derivando dall’eredità dei suoi illustri parenti e dall’acquisto in diverse aste. La famiglia di Assan, infatti, comprende alcuni importanti personaggi che si fregiano del titolo onorifico di Pascià e che hanno ricoperto cariche governative durante la monarchia: il padre, Abdel Fattah Hassan Pascià, è stato ministro degli Affari Sociali sotto re Faruq, mentre il nonno, Ahmed Ali Pascià, ministro della Giustizia sotto Fuad I.

Proprio per questo, media e opione pubblica si sono spaccati tra chi vorrebbe che i reperti e le opere d’arte fossero a disposizione della collettività in un museo e chi crede che il collezionismo di antiquariato sia perfettamente legittimo se supportato dalla giusta documentazione. Ed è proprio qui, in attesa della fine delle indagini, che ci sarebbero i problemi per il proprietario dell’appartamento. Intervistato da un’emittente satellitare Sada El Balad (video in fondo), il segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità, Mostafa Waziry, ha sottolineato come il possesso di questi oggetti non sia stato correttamente segnalato entro i termini di legge, scaduti in questo caso alla fine del 2010. Inoltre, ci sarebbe anche un’accusa di scarsa attenzione alla conservazione dei pezzi più delicati come quelli in legno. Waziry ha poi fatto l’elenco di alcuni dei reperti archeologici della collezione, tutti valutati come autentici dagli archeologi del Ministero del Turismo e delle Antichità: oggetti predinastici di oltre 5000 anni, 24 scarabei tra cui uno di Hatshepsut e uno di Thutmosi III, due maschere funerarie della XXVI dinastia, collane del periodo faraonico, vasi in ceramica e alabastro di diverse epoche, monete, lucerne e figurine in terracotta di età greco-romana, icone copte, un raro dirham del califfo omayyade Abdel Malik ibn Marwan (685-705), ecc.

Ringrazio Phil Essam per avermi segnalato la notizia e per la traduzione degli articoli in arabo.

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Terminato il prelievo della seconda barca solare di Cheope

Source: @drmostafawaziry

Il porto* di Giza è in fermento.

Mentre sono stati avviati i preparativi per il trasferimento della prima barca solare di Cheope dal suo attuale museo al Grand Egyptian Museum, il segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità, Mostafa Waziry, ha annunciato la fine dell’asportazione della seconda barca dalla fossa in cui è stata deposta oltre 4500 anni fa. Nell’ambito del “Khufu Solar Boat Restoration Project”, affidato al team giapponese di Sakuji Yoshimura (Waseda University), sono stati infatti prelevati tutti i 1700 frammenti dell’imbarcazione che si tenterà di rimontare sempre presso il GEM.

La fase preliminare era stata lanciata nel 2008, ma era iniziata solo nel 2011 con operazioni di analisi e monitoraggio dell’ambiente sotto i pesanti blocchi di calcare che sigillavano la camera ipogea e con pulizia, disinfestazione e consolidamento del legno di cedro del Libano in situ. Nel 2013 è poi partita la seconda fase che prevedeva, per l’appunto, il prelievo e il trattamento del fragile materiale nel grande laboratorio temporaneo collocato lungo il lato sud della piramide di Cheope (foto in fondo all’articolo). All’interno della struttura si sono svolti i primi interventi di restauro in un’atmosfera controllata che simula temperatura e umidità originarie del pozzo.

*La definizione iniziale di porto era ovviamente ironica. Le due barche di circa 45 metri, che accompagnarono le spoglie del faraone durante i riti funebri e nel suo viaggio nell’aldilà, erano infatti sepolte in due fosse a sud della Grande Piramide. La prima fu scoperta nel 1954 dall’archeologo egiziano Kamal el-Mallakh e per riassemblarla ci vollero 13 anni, fino al 1982, quando la barca fu esposta in un museo costruito appositamente su progetto dell’architetto italiano Franco Minissi (a questo punto ci si augura che la vista meridionale del monumento sia definitivamente liberata da questa ingombrante presenza). La seconda, invece, è stata individuata con precisione nel 1987 grazie all’uso del georadar, ma a causa del peggiore stato di conservazione del legno, evidente dalle immagini riprese da telecamere endoscopiche (foto in alto), si è aspettato solo gli ultimi anni e tecnologie più avanzate per procedere con il restauro.

http://www.egyptpro.sci.waseda.ac.jp/e-khufu.html

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Zahi Hawass scaverà nei pressi dell’iscrizione di Ramesse III in Arabia Saudita

Source: see.news (elaborazione grafica: M. Mancini)

Questa volta è proprio il caso di chiamarlo… Zahi d’Arabia.

L’archeologo più famoso d’Egitto sta per “espatriare” momentaneamente per dirigere, il prossimo novembre, una missione in Arabia Saudita. Ad annunciarlo è stato lo stesso Hawass dopo un incontro con Jasir al-Harbash, capo della Commissione Patrimonio storico saudita (nella foto in alto). La campagna di ricognizione e scavo si terrà per almeno tre mesi a Tayma, oasi nel nord del paese dove, nel 2010, è stata scoperta la prima iscrizione in geroglifico egiziano in Arabia Saudita.

Su una parete rocciosa archeologi locali avevano individuato due colonne e una linea di segni con i cartigli, alti 60 cm, del faraone Ramesse III (1186-1155 a.C.):

1. nswt bity nb tAwy Wsr-MAat-Ra mry Imn
2. sA Ra nb xaw Ra-ms-s(w) HqA Iwnw
3. mry HqA aA (n) tA nb
1. Re dell’Alto e Basso Egitto, Signore delle Due Terre Usermaatra amato da Amon
2. Figlio di Ra, Signore delle Corone, Ramesse Principe di Eliopoli
3. Amato dal “grande principe di tutte le terre”

L’iscrizione è simile ad altre 2 trovate nel Sinai (Wadi Abu Gada) e una nel sud del Deserto del Negev (Themilat Radadi), a indicare il possibile tracciato di una pista carovaniera orientale. D’altronde, di Ramesse III sappiamo già dal Papiro Harris I che organizzò spedizioni commerciali a Punt e proprio verso est, alla ricerca di rame a Timna e di turchese nelle miniere di Serabit el-Khadim. Ma è indubbia l’importanza di una testimonianza così estrema e lontana dalla costa del Mar Rosso (ben 400 km dal Golfo di Aqaba) che potrebbe far pensare a una via commerciale verso il sud della penisola arabica, luogo da dove proveniva il prezioso incenso.

La presenza dell’iscrizione a Tayma non è casuale. Tra le aree archeologiche più importanti dell’Arabia Saudita, l’oasi era frequentata già a partire da 85.000 anni fa, ma in epoche meno remote divenne uno snodo economico fondamentale dove confluivano diverse vie commerciali. Tayma è infatti citata nelle fonti babilonesi e assire e le rocce dell’area conservano la tracce del passaggio di una moltitudine di genti che hanno lasciato petroglifi e incisioni nelle loro lingue (come quelli a sinistra dei cartigli). Inoltre, già gli archeologi sauditi e quelli tedeschi del Deutsches Archäologisches Institut avevano trovato in zona scarabei di epoca ramesside e amuleti in faience databili dal XII al IX sec. a.C.

Per approfondire:

EN: https://www.jstor.org/stable/41623650

EN: https://www.academia.edu/9185284/_A_road_to_the_Arabian_Peninsula_in_the_reign_of_Ramesses_III_in_F_Förster_H_Riemer_Desert_Road_Archaeology_Africa_Praehistorica_27_2013

FR: https://halshs.archives-ouvertes.fr/halshs-01175620/document

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Ismailia, contadino scopre stele di XXVI dinastia

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Dopo la scorpacciata mediatica dello scorso aprile in cui, in rapida successione, abbiamo assistito alla parata delle mummie reali e allo scavo del villaggio di Amenofi III a Tebe Ovest, c’è stato un periodo piuttosto scarso di scoperte.

Curiosamente, bisognava aspettare un contadino per tornare a parlare di un importante ritrovamento archeologico. L’altro ieri, infatti, un uomo di Ismailia, città sulla riva occidentale del canale di Suez, ha individuato casualmente un blocco di pietra mentre stava arando il suo campo. L’oggetto si è rivelato poi essere una stele in arenaria di 2,30 x 1,03 x 0,45 m, risalente alla XXVI dinastia e, salvo qualche scheggiatura, in buonissimo stato di conservazione. Sulla sua faccia anteriore si legge la titolatura reale di Apries (589-570 a.C.; lo stesso dell’Obelisco della Minerva a Roma), nome grecizzato di Haaibra Wahibra. I cartigli del faraone sono incisi nella lunetta e nella prima delle 15 linee di testo geroglifico in cui si celebrano campagne militari verso Est. Si tratta infatti di una stele di confine sulla frontiera orientale d’Egitto.

L’uomo ha fortunatamente avvertito la polizia e il reperto è stato trasportato nel locale museo archeologico.

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