Archivi del mese: gennaio 2022

Assuan, team italo-egiziano scopre una tomba di epoca greco-romana

Ph. Piacentini (Università degli Studi di Milano); Source: ansa.it

Nuovi ritrovamenti sulla riva ovest di Assuan per la missione italo-egiziana diretta dalla prof.ssa Patrizia Piacentini (Università degli Studi di Milano) e da Abdel Monaem Said Mahmoud (Direttore generale delle Antichità di Assuan e della Nubia). Il team dell’EIMAWA – Egyptian-Italian Mission at West Aswan, attivo dal 2018 nella necropoli che si estende attorno al mausoleo islamico di Aga Khan, ha individuato una tomba di epoca greco-romana, ora identificata con la sigla AGH032.

La struttura, come annunciato dal Ministero del Turismo e delle Antichità, si compone di una parte esterna, costruita con blocchi di arenaria e mattoni di fango, che copriva la tomba vera e propria, composta da un corte scavata nella roccia e quattro camere funerarie ipogee. Sulla parete est dell’edificio esterno era ammassata una gran quantità di ossa animali, cocci e tavole iscritte, facendo presupporre che qui si deponessero offerte votive. All’interno della sepoltura (foto in alto), invece, si trovavano circa 20 mummie in buono stato di conservazione, appartenenti a più di una famiglia. Nonostante l’evidente passaggio di ladri, sono comunque stati ritrovati oggetti di corredo, come un sarcofago in terracotta per un bambino, tavole d’offerta, coperture in cartonnage per mummie, statuette in legno raffiguranti, tra l’altro, l’uccello ba e vasi in ceramica. Di un defunto, il cui corpo era stato spostato fuori da antichi tombaroli, è stato possibile risalire al nome, inciso in greco su una placchetta in rame (foto in basso) che indossava al collo: Nikostratos.

Ph. Piacentini (Università degli Studi di Milano); Source: ansa.it

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Scoperte due sfingi colossali nel Tempio funerario di Amenofi III

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Dalle parti di Kom el-Hettan, il sito a Tebe Ovest dove sorgeva il tempio funerario di Amenofi III (1386-1349 a.C.), più noto per i Colossi di Memnone, le grandi scoperte sono quasi all’ordine del giorno, ma era da un po’ che non si avevano news. Finalmente oggi il Ministero del Turismo e delle Antichità ha annunciato una serie di ritrovamenti, tra cui spiccano due sfingi colossali in calcare.

Il team egiziano-tedesco del “The Colossi of Memnon and Amenhotep III Temple Conservation Project”, diretto da Hourig Sourouzian, ha infatti individuato nei pressi del terzo pilone del “Tempio di Milioni di Anni” due grandi sfingi con la testa del faraone che indossa il copricapo reale nemes, barba posticcia e ampio collare (foto in alto). Con una lunghezza stimata di circa 8 metri, le due sculture sarebbero quindi le più grandi del loro tipo, insieme a quella in alabastro di Menfi e ovviamente dopo la Sfinge di Giza. La Sourouzian ipotizza che fossero posizionate all’inizio di una via processionale usata durante la Bella Festa della Valle, una delle più importanti celebrazioni dell’antica Luxor.

In corrispondenza della parte meridionale della Sala ipostila, invece, sono emersi diversi blocchi e porzioni di colonne che, insieme a nuovi elementi delle fondamenta, attestano che l’ambiente fosse più grande di quanto si pensasse. In quest’area, sono stati scoperti rilievi in arenaria con scene di offerta e del giubileo di Amenofi III e 3 busti dell’immancabile Sekhmet, di cui sono state trovate già decine di esemplari nel sito negli ultimi 20 anni di scavo.

Di un’epoca successiva, probabilmente post-amarniana, risalirebbe una piccola statua in granodiorite di un dignitario, scoperta nella zona della corte a peristilio (foto in basso a destra).

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Scoperto nel Sinai un centro di amministrazione per le spedizioni minerarie

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Nello Wadi Nasb, valle situata nel Sinai meridionale, la missione egiziana diretta da Mustafa Nour El-Din ha individuato un edificio di 4000 anni che fungeva da quartier generale per le spedizione minerarie nella zona. Il punto infatti risulta decisamente strategico per la vicinanza con un pozzo d’acqua e diverse miniere di turchese e rame.

La struttura, costruita con blocchi di arenaria durante il Medio Regno, presenta una pianta a base rettangolare di circa 225 m2 suddivisa in diversi ambienti: due ampi saloni, due stanze più piccole, una cucina, un bagno e una scala che conduceva al secondo piano. Abbandonata durante il II Periodo Intermedio, tornò ad essere utilizzata nel Nuovo Regno e ancora in età romana, quando si notano cambiamenti strutturali come lo spostamento dell’ingresso e un’ulteriore parcellazione degli spazi interni. A quest’ultima fase di utilizzo corrisponde l’adattamento dell’edificio a officina per la fusione del rame. Ifatti, in corrispondenza degli strati più alti – e quindi più recenti – sono stati trovati forni, crogioli, scorie di lavorazione e quattro lingotti del metallo di circa 1200/1300 grammi.

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

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L’inusuale (e indiretta) mummificazione di un feto

Credits: M. Ożarek-Szilka / Affidea

Di Flavia Bonaccorsi Micoevich

Il 2021 è stato un anno molto proficuo per la ricerca egittologica con numerose e importanti scoperte. Tra le più emozionanti dobbiamo considerare quella che, ad oggi, risulta un unicum: la prima mummia di una donna incinta.

Come abbiamo già visto per l’analisi del corpo di Amenofi I, la tomografia computerizzata risulta un mezzo fondamentale di indagine diagnostica per le mummie egizie, offrendo informazioni che non ledono in alcun modo la loro integrità o quella dei loro sarcofagi, e realizzando vere e proprie autopsie virtuali. Ma tali informazioni possono sorprendentemente ribaltare situazioni date per certe e questo è proprio il particolare caso della nostra mummia.

Il sarcofago del sacerdote Hor-Djehuty – il cui nome è riportato anche nel cartonnage interno – arrivò nel Museo Nazionale di Varsavia (dove tutt’oggi si trova) nel 1917, presumibilmente dalla necropoli tebana. Ma sarà solo ben 99 anni dopo, nel 2016, che la mummia al suo interno verrà analizzata, lasciando i ricercatori assolutamente stupiti.

Lo studio successivo (i cui risultati sono stati pubblicati lo scorso aprile), svolto dal Warsaw Mummy Project e dalla Polish Academy of Sciences, non solo ha rivelato che il sesso del defunto è femminile, ma che ha anche attestato che la donna era al settimo mese di gravidanza, diventando il primo esempio di mummia incinta finora noto.

Le analisi hanno fatto emergere che la mummificazione riservatale è di alta qualità e le uniche deturpazioni che riporta il bendaggio possono essere collegate a tentativi di furto degli amuleti di cui era corredata oppure al trasferimento nel sarcofago di Hor-Djehuty (del quale corpo si sono perse le tracce). Non abbiamo, quindi, alcuna informazione identitaria della donna ad eccezione dell’età approssimativa di circa 20-30 anni, che visse durante il I sec. a.C. e che non riporta alcun segno di morte violenta.

Saranno necessarie ulteriori analisi, ma è molto probabile che il suo decesso sia stato provocato proprio dalla gravidanza che stava portando avanti, fattore non anomalo considerando il tasso di mortalità dell’epoca per insofferenza fetale o infezioni contratte dalle gestanti.

A garantire la conservazione del feto è stato il suo sviluppo raggiunto durante il primo mese del terzo trimestre e la mummificazione al natron – carbonato decaidrato di sodio – che ha alterato notevolmente il pH dell’utero della donna rendendolo molto più acido; ciò ha permesso una mineralizzazione delle piccole ossa (si vede abbastanza chiaramente il cranio di circa 25cm), l’essiccamento di parte dei tessuti (come per mani e piedi) e la produzione, tra i vari prodotti chimici, di acido formico il quale potrebbe aver svolto un ruolo importante, considerando le sue proprietà antibatteriche e di agente conservante.

Restano aperti gli interrogativi sulla decisione presa dagli addetti alla mummificazione di lasciare il futuro nascituro all’interno del corpo di sua madre. Purtroppo, i papiri medici ginecologici non forniscono informazioni dettagliate sul parto né tanto meno sugli interventi da eseguire a seguito di complicazioni. Una prima ipotesi proposta è che il feto non sia stato rimosso dalla madre per garantirgli un aldilà che, altrimenti, non avrebbe potuto avere perché non era di fatto nato né aveva ricevuto un nome.

Quello che sappiamo per certo è che in antico Egitto il feto veniva trattato con grande rispetto e considerazione, come ci testimoniamo i feti trovati nei loro sarcofagi nella tomba di Tutankhamon o ancora il commovente caso del piccolo sarcofago antropomorfo W1013 (Egypt Centre, Università del Galles) contenente un feto di soli quattro mesi deposto insieme alla sua placenta. Possiamo timidamente ipotizzare che al “nostro” feto non sia stato riservato lo stesso trattamento perché non fu mai partorito, ma solo ulteriori esami o futuri ritrovamenti potrebbero dissipare tali quesiti.

Resta indubbiamente affascinante l’importanza che veniva data alla formazione di una nuova vita durante le ere faraoniche e possiamo solo fantasticare su come la donna misteriosa dello studio polacco possa aver affrontato i mesi di gravidanza fino al momento del suo tragico epilogo.

Fonti:

https://www.academia.edu/42783213/PALEO_IMAGING_La_radiologia_tra_innovazione_tecnologica_e_archeologia

https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0305440321001746?via%3Dihub#abs0010

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