Archivi del mese: febbraio 2022

Bufale eGGizie*: il faraone Menes fu ucciso dalla puntura di una vespa

Source: raiplay.it

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Ieri sera, durante la puntata dellEredità, quiz televisivo in onda su Rai 1, è stata fatta una curiosa domanda riguardante l’antico Egitto: “A lungo si è creduto che, circa 5000 anni fa, il faraone Menes fosse morto per una reazione allergica a cosa?”. La risposta esatta, data solo al terzo tentativo, è stata “puntura di vespa”.

Se fosse stato vero, sarebbe il primo esempio documentato nella storia di shock anafilattico. Tuttavia, il conduttore Flavio Insinna ha giustamente specificato che oggi tale teoria è stata rigettata. Ma da dove nasce?

Intanto occorre presentare brevissimamente la figura di Menes. Menes o Meni è un faraone del protodinastico, identificato dalla maggior parte degli studiosi con il Narmer della celebre paletta conservata al Cairo. Sarebbe quindi, seppur con qualche dubbio, il primo re della I Dinastia e, per tradizione, l’unificatore dell’Alto e Basso Egitto intorno al 3000 a.C. Per alcuni egittologi anche il re Aḥa sarebbe da far coincidere con Menes/Narmer, rendendo quindi evidente come siano poche le certezze per una fase così primordiale della formazione dello stato egiziano.

Eppure qualcuno, ormai quasi un secolo fa, era molto più sicuro. Il tenente colonnello Laurence Austine Waddell (1854–1938) fu un chirurgo ed esploratore scozzese che studiò da autodidatta sumero, sanscrito e tibetano e che, occupandosi anche di archeologia senza averne i titoli, è considerabile un precursore della fantarcheologia. Le sue pubblicazioni, infatti, sono sicuramente figlie del loro tempo, essendo pregne di diffusionismo, imperialismo e razzismo verso le culture orientali. Ma si spingono ben oltre, verso un pan-sumerismo che vedeva la civiltà sumera, definita Ariana, come origine della egizia e di quella della Valle dell’Indo, e poi ancora di quelle classiche e perfino dell’antica Britannia. In quest’ottica, Menes sarebbe stato il figlio del primo sovrano sumero, Sargon il Grande, e, dopo aver viaggiato in India, si sarebbe recato in Egitto per fondare la civiltà nilotica. Per arrivare a questa conclusione Waddell si basò, come era di consuetudine tra XIX secolo e inizi del Novecento, su casuali somiglianze onomastiche.

Waddell, “Egyptian Civilization”, p. 8

Se già così la faccenda sembra piuttosto ridicola, nel volume del 1930 Egyptian Civilization: its Sumerian Origin and Real Chronology, and Sumerian Origin of Egyptian Hieroglyphs, l’autore parlò della morte di Menes… che sarebbe avvenuta in Irlanda a causa della puntura di un insetto! Ecco infatti come traduce il testo in quello che definisce “geroglifico transizionale egiziano-sumero” su due etichette in legno scoperte da Flinders Petrie nella supposta Tomba di Narmer (B19) a Umm el-Qa’ab, necropoli di Abido:

“Il re Manash (o Minash), Paraone di Mushsir (Egitto), La Terra delle Due Corone, Colui che è morto ad Ovest della gente del Falco (-del Sole), Aha Manash (o Minash) delle Acque Basse (o del Levante o Orientali) e del Ponente (o Alte o Occidentali) e delle loro Terre e Oceani, il Sovrano, il Re delle Terre di Mushrim (le due Terre d’Egitto), figlio del grande Sha-Gana (o Sha-Gunu) della gente del Falco (-del Sole), il Faraone, il defunto, il Comandante in capo delle Navi. Il Comandante in capo delle Navi (Minash) ha compiuto un viaggio completo verso la Fine delle Terre di Ponente, andando in nave. Egli ha completato l’ispezione delle Terre Occidentali. Egli stabilì (lì) una proprietà (o possedimento) nelle Terre di Urani. Nel Lago della Cima, il fato prese (lui) a causa di un calabrone (o una vespa), il Re delle Due Corone, Manshu. Questa tavoletta incisa su legno appeso è dedicata (alla sua memoria)”.

Quindi Menes, dopo aver unito le Due Terre, avrebbe cominciato a rivolgersi verso Ovest, attraversando le Colonne d’Ercole e raggiungendo la lontana Urani/Irlanda. Tuttavia, questo remoto paese sarebbe diventato la sua ultima tappa a causa di vespe che Waddell era convinto di vedere nella documentazione di Petrie (The royal tombs of the first dynasty – Part II, London 1901, III A.5-6):

La fatale vespa (Waddell, “Egyptian Civilization”, p. 64)

Queste etichette erano piccole placche rettangolari o quadrate in avorio, osso, legno o pietra che, grazie a un foro, venivano legate a oggetti come vasi, vestiti o effetti personali a scopo amministrativo, per indicare cioè tipologia, quantità e provenienze della merce. Le prime sono state trovate sempre nel cimitero di Umm el-Qa’ab, in particolare nella tomba U-j del Re Scorpione, e rappresentano i più antichi documenti iscritti in proto-geroglifico (3320-3150 a.C.). Se all’inizio racavano solo uno o comunque pochi segni, con la I Dinastia le etichette crebbero di dimensione e acquisirono funzioni astratte. Le scene, infatti, potrebbero essere la narrazione di eventi, feste o rituali significativi verificatisi durante il regno del faraone, corrispondendo quindi a una dichiarazione del suo controllo ideologico e politico sul Paese.

Nello specifico, con Aḥa si assiste a una suddivisione in tre o quattro registri e alla presenza di iconografie che si ripetono, con l’indicazione del prodotto registrato nell’ultima riga. Proprio a questo gruppo appartengono gli oggetti (mal)interpretati da Waddell che, fra l’altro, aggiunge qualche ala, zampa e pungiglione di troppo nei suoi rilievi per far quadrare la teoria. Le due etichette in legno, conservate presso il British Museum e il Penn Museum, sono incise sostanzialmente con gli stessi simboli che includono il serekh con il nome di Aḥa, un santuario (forse il Tempio di Neith a Sais), un altro edificio religioso, una fila di barche e toponimi. Infine, in basso si trova la tipologia di olio a cui l’etichetta si riferiva (sṯỉ-Ḥr), insieme alla sua quantità. Quindi, i grassi bombi disegnati da Waddell altro non sono che numerali, forse 300 nel primo caso e 100 nel secondo, corredati di tratti inventati.

Etichetta in legno, EA35518 – © The Trustees of the British Museum

Quindi come morì Menes? Non si sa. La pur mitica ricostruzione di Manetone, secondo cui il faraone sarebbe stato ucciso da un ippopotamo, appare comunque più plausibile di uno shock anafilattico a 4500 km da casa.

Per approfondire:

  • Jiménez Serrano A., Royal Festivals in the Late Predynastic Period and the First Dynasty, Oxford 2002.
  • Mawdsley L., “Two labels of Aha: Evidence of a pre-mortuary administrative function for First Dynasty potmarks?”, in Cahiers Caribeens d’Egyptologie 15 (2011), 51-68.
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Da dove viene il pugnale in ferro meteoritico di Tutankhamon?

Ormai da qualche anno si leggono sul web titoli clickbait sull’origine extraterrestre di un pugnale trovato nella tomba di Tutankhamon. Ora se ne stanno aggiungendo altri su una presunta provenienza mitannica.

L’arma, lunga circa 34 cm, era posizionata sopra la coscia destra della mummia del giovane faraone (foto in basso). La guaina d’oro è decorata con motivi a piuma da un lato e floreali dall’altro; il manico, invece, è adornato con granulazione d’oro, intarsi in pasta vitrea e un pomello in cristallo di rocca. Ma quello che colpisce in questo caso è il materiale della lama, la cui origine “spaziale” era stata già confermata da uno studio italo-egiziano del 2016. Il regno di Tutankhamon (1332-1323 a.C.), infatti, è collocato nell’Età del Bronzo, quando non esistevano ancora le tecnologie per la fusione del ferro; pertanto, i rari – e alcune volte anche molto più antichi – casi in cui è attestato l’utilizzo di questo metallo in Egitto derivano da una difficile lavorazione di una materia prima proveniente da meteoriti.

Non si sa precisamente come gli artigiani forgiassero il ferro meteoritico, ma i ricercatori giapponesi del Chiba Institute of Technology hanno cercato di trovare una risposta al quesito grazie a un recente studio sul pugnale, pubblicato su Meteoritics & Planetary Science. Grazie ad analisi chimico-fisiche non distruttive, come la spettrofotometria XRF, è stato stabilito che l’oggetto potrebbe essere stato lavorato a bassa temperatura, cioè inferiore ai 950° C.

Inoltre, è stata evidenziata una quantità di nichel tipica delle ottaedriti e che le piccole macchie scure ricche di zolfo sulla lama sarebbero inclusioni di troilite, frequenti ancora una volta nelle meteoriti ferrose. Quindi, confermata la genesi meteoritica del ferro… e qui bisognerebbe fermarsi. L’articolo, però, in un modo un po’ troppo speculativo, va oltre e parla di una provenienza straniera per l’utilizzo dell’intonaco di calce come fissante delle decorazioni dell’elsa; inoltre, si spinge a ipotizzare un’origine mitannica (fra l’altro sbagliando a posizionare il regno in Anatolia). Se è vero che in due lettere (EA 22 I, EA 22 III) che il re dei Mitanni Tushratta inviò al nonno di Tut, Amenofi III, siano menzionati oggetti simili al pugnale tra i doni effettuati in occasione del matrimonio del faraone con la principessa mitannica Tadukhipa, non è possibile definirne una corrispondenza sicura con quello trovato nella KV 62.

L’articolo completo: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/maps.13787

Source: Griffith Institute, University of Oxford
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Nuove scoperte nei pressi del Tempio di Luxor

Source: Ministry of Torism and Antiquities

Ricorderete la vicenda dello storico palazzo di Tawfiq Pasha Andraos che, costruito nel 1897 a due passi dal Tempio di Luxor, era stato demolito lo scorso agosto perché pericolante. Dallo sgombero delle macerie erano emerse testimonianze archeologiche risalenti a diverse epoche, in particolare ai periodi romano e bizantino.

La missione del Supremo Consiglio delle Antichità ha continuato a scavare e ieri il segretario generale Mostafa Waziry ha presentato le ultime scoperte sui suoi social, confermando la datazione dell’area. L’egittologo ha infatti mostrato in un video una grande fornace in mattoni cotti, profonda 4 metri, probabilmente utilizzata per la fusione dei metalli (foto in basso a destra), e un’abitazione di epoca romana che in origine doveva avere due piani. L’edificio presenta diversi elementi più antichi di reimpiego come una stele in granito nero, raffigurante i faraoni Thutmosi IV e Amenofi II (1400 a.C. circa) in atto di offrire pane, acqua e incenso ad Amon-Ra (foto in basso a sinistra), e un frammento di rilievo tolemaico con la figura di Tolomeo III (246-222 a.C.).

Tra gli altri ritrovamenti ci sono alcuni contenitori in ceramica e pietra, una macina in granito connessa con una gran quantità di grano e lenticchie e una tavola d’offerte di liquidi (acqua o latte) in calcare di epoca romana, riutilizzata come architrave di una porta (foto in basso al centro).

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“Assassinio sul Nilo”, 2022 (blooper egittologici)

Da due settimane è nelle sale italiane “Assassinio sul Nilo”, film tratto dall’omonimo romanzo (intitolato anche “Poirot sul Nilo”) di Agatha Christie e reboot di una pellicola del 1978 di cui ho già parlato sul blog. Da amante dei gialli e avendo letto il libro, aspettavo con impazienza quest’uscita, prevista per il 2020 ma rimandata a causa del Covid-19 e per strane vicende che hanno investito Armie Hammer, uno degli attori principali, accusato di molestie e addirittura di cannibalismo.

Il mio personale hype è salito anche per le buone recensioni che hanno caratterizzato il primo film della serie (“Assassinio sull’Orient Express”), sempre diretto e interpretato da Kenneth Branagh, e ovviamente per l’ambientazione egiziana. La trama infatti, senza fare troppi spoiler, gira attorno a una crociera sul Nilo del 1937, in cui sul lussuosissimo piroscafo Karnak la ricca ereditiera Linnet Ridgeway (Gal Gadot) trascorre la luna di miele con il marito Simon Doyle (Hammer). Tuttavia, durante il viaggio che, dal Cairo ad Abu Simbel, tocca alcuni tra i luoghi più iconici d’Egitto, si verificano dei delitti che il celebre investigatore belga Hercule Poirot (Branagh) dovrà risolvere indagando tra tutti i presenti, ognuno dei quali mostra possibili motivi per uccidere. Inutile mentirvi: chi ha letto il romanzo sa già come andranno più o meno le cose, seppur ci siano parecchie modifiche alla trama originaria. Il flash back introduttivo e il finale sono completamente inventati; alcuni fatti sono stati tagliati, stirati, compressi o completamente reinterpretati; il cast ha subito uno sconvolgimento figlio della recente – imposta e forse ipocrita – attenzione hollywoodiana alle minoranze. Se infatti i personaggi di Agatha Christie sono tutti bianchi e ricchi – o almeno presunti tali -, testimoniando la società colonialista europea dell’epoca, nel film alcuni importanti ruoli sono affidati ad attori di colore e viene presentata una relazione omosessuale tra due donne che nel romanzo non esiste. In tutta questa reinterpretazione è stato eliminato anche Guido Richetti, l’unico archeologo e per giunta italiano. Un’altra ‘novità’ introdotta dal regista è l’estesa esplorazione dell’animo e dei turbamenti di Poirot, a discapito dell’approfondimento degli altri personaggi e dell’ambiente circostante.

Per assurdo, infatti, proprio per questo motivo c’è pochissimo Egitto in “Assassinio sul Nilo”.

Da appassionata della storia del Vicino Oriente e avendo sposato in seconde nozze l’archeologo Max Mallowan (apprendista di Leonard Woolley nel sito di Ur), Agatha Christie frequentò diversi cantieri di scavo in Iraq e Siria e visitò più volte l’Egitto. Ne derivano una grande attenzione nella narrazione delle ambientazioni archeologiche orientali che si ripetono spesso nelle sue opere (“Non c’è più scampo”, un’altro romanzo su Poirot intitolato nell’originale “Murder in Mesopotamia”; sempre su Poirot, la storia breve “La maledizione della tomba egizia”; il giallo ambientato nella Tebe del 2000 a.C. “C’era una volta”; l’opera teatrale “Akhnaton”) e una minuzia di particolari nella descrizione di luoghi che la scrittrice visse in prima persona.

Questa atmosfera si respira nel film di Guillermin del 1978, dove gli attori si muovono effettivamente tra piramidi e templi; nella versione di Branagh, invece, non ci sono scene girate in Egitto e ci si deve accontentare di una brutta computer grafica o al massimo di ricostruzioni in teatri di posa. Inizialmente la produzione aveva pensato di andare in Egitto, per poi virare, visto le difficoltà riscontrate, verso gli Atlas Studios in Marocco (dove sono state girate alcune pellicole di cui mi sono occupato, come “La Mummia“, “Asterix & Obelix – Missione Cleopatra“, “Exodus – Dei e re“); ma alla fine si è deciso di restare in Inghilterra.

Uno scorcio impossibile a Giza

Se nel 1978 Peter Ustinov & Co. sono stati filmati sulla vera nave PS Sudan, a cui la Christie si ispirò per la Karnak, e nello storico Old Cataract Hotel (Sofitel Legend) di Assuan, nella versione del 2022 abbiamo monumenti e paesaggi in palese CGI o attrazioni da parco dei divertimenti. Il sito di Giza sembra lo sfondo di un videogame con evidenti licenze sulla posizione della sfinge – troppo vicina alle piramidi – e simmetrie forzate (basti guardare la piramide di Micerino che è un duplicato speculare di quella di Cheope; immagine in alto). Gli edifici dell’isola di File appaiono troppo piccoli. Ma i principali errori si trovano nella resa del Tempio Maggiore di Ramesse II ad Abu Simbel che, come dicevo, in alcune inquadrature sembra più “Ramses il risveglio” di Gardaland. La struttura interna è completamente inventata, con giganteschi mascheroni del faraone e piani superiori che fanno gioco alla sceneggiatura. Segnalo soprattutto una specie di terrazzo panoramico tra i due colossi di destra, che non esiste nella realtà, dove i due sposini salgono grazie a una scalinata nascosta per trovare un po’ di intimità… se non fosse per… (immagine in basso).

Da non considerare invece le castronerie che i vari personaggi dicono visitando i siti archeologici: la mastaba di Nefertari, le 8 spose di Ramesse II o le regine che sarebbero state sepolte vive insieme ai faraoni non sono errori storici da imputare agli sceneggiatori ma le classiche chiacchiere che i turisti si scambiano quando conoscono poco la materia egittologica. Ho sentito di peggio.

Infine, anche se capisco il facile riferimento, trovo leggermente ridicola la scena conclusiva con i cadaveri delle vittime portati giù dal battello bendati come mummie, perfino con le braccia incrociate.

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“Dall’Egitto a Pisa: Gaetano Rosellini e le sue collezioni” (Pisa, Collezioni Egittologiche “Edda Bresciani”, 19 febbraio – 31 agosto 2022)

Testa di statua femminile in calcare, XIX din; parte di sarcofago in granito nero, fine XVIII din.; frammento di rilievo dalla tomba dello sculture Ken di Deir el-Medina, XIX din. (Opera della Primaziale Pisana)

Questa mattina, presso l’Aula Magna Nuova di Palazzo della Sapienza, è stata presentata la mostra “Dall’Egitto a Pisa: Gaetano Rosellini e le sue collezioni” che, dal 19 febbraio al 30 agosto 2022, si terrà nella sede delle Collezioni Egittologiche “Edda Bresciani” dell’Università di Pisa. Prima di tagliare il nastro, sono intervenuti Paolo Maria Mancarella, Rettore dell’Università di Pisa, Gianluca De Felice, Segretario Generale dell’Opera della Primaziale Pisana, Pierpaolo Magnani, Assessore alla Cultura del Comune di Pisa, Salvatore Settis, Accademico dei Lincei e professore emerito della Scuola Normale Superiore, Marilina Betrò, Presidente del Corso di laurea magistrale di Orientalistica: Egitto, Vicino e Medio Oriente all’Università di Pisa, Chiara Bodei, Presidente del Sistema Museale di Ateneo dell’Università di Pisa, e Flora Silvano, Direttrice delle Collezioni Egittologiche, che hanno ricordato la storica tradizione egittologica dell’ateneo toscano e illustrato le sinergie che hanno portato all’organizzazione dell’esposizione.

La mostra, infatti, vede la riunione di due nuclei di antichità egizie che erano rimasti separati per due secoli, seppur se solo, almeno negli ultimi decenni, da poche centinaia di metri: la Collezione Picozzi e tre oggetti in prestito dall’Opera della Primaziale Pisana.

Il patrimonio delle Collezioni egittologiche dell’Università di Pisa, che festeggiano proprio oggi i 60 anni dalla fondazione, comprende tra l’altro un gruppo di oggetti arrivati in Italia nel 1829 grazie a Gaetano Rosellini, zio del più noto Ippolito e membro della Spedizione franco-toscana in Egitto. Se il grosso dei reperti – circa 2000 – provenienti da quella missione finì al Museo Egizio di Firenze, una piccola parte rimase a Gaetano, ma oggi possiamo ammirarla in via San Frediano 12 perché fu donata all’Università di Pisa nel 1962 dalla nipote Laura Birga Picozzi.

Tuttavia, Gaetano Rosellini aveva già ceduto nel 1830 alcuni pezzi della sua raccolta privata a Carlo Lisinio, celebre incisore e conservatore del Camposanto Monumentale. Questo piccolo nucleo di oggetti egizi è stato conservato dal 1986 presso il Museo dell’Opera del Duomo, fino a quando, con il recente riallestimento, è stato spostato nei locali dell’OPA in attesa di una nuova sede espositiva.

Da oggi, quindi, tre di quei 10 reperti (foto in alto) si trovano per la prima volta accanto al meraviglioso mobiletto egittizzante che custodisce la Collezione Picozzi, riunendo così temporanemante un prezioso patrimonio archeologico poco conosciuto, ma che merita senz’altro di essere visto.

Orario di visita della mostra

  • Martedì: 9:00 – 13:00
  • Mercoledì – venerdì: 9:00 – 13:00 e 15:00 – 18:00
  • Sabato, domenica: 10:00 – 13:00 e 15:00 – 18:00
  • Lunedì: chiusura settimanale

https://www.egitto.sma.unipi.it/dall-egitto-a-pisa/

Per maggiori info sulle collezioni egizie a Pisa: https://djedmedu.wordpress.com/2014/05/07/legitto-di-provincia-le-collezioni-di-pisa/

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“Ib”: il cuore nell’antico Egitto

Amuleto “ib”, diaspro rosso, Nuovo Regno (https://www.metmuseum.org/art/collection/search/545420)

Di Flavia Bonaccorsi Micoevich

Già da qualche giorno siamo bombardati da immagini romantiche legate alla festa degli innamorati: allora quale occasione migliore per parlare del cuore, simbolo indiscusso di questa data? Plachiamo immediatamente gli animi: no, il popolo della Valle del Nilo non aveva una festività analoga, nonostante disponiamo di notevole letteratura a tema amoroso proveniente per lo più dall’epoca del Nuovo Regno. Ma il cuore era un organo estremamente importante, tanto per la vita terrena quanto per quella dopo la morte, e proprio in quest’ottica ci apprestiamo a parlarne.

Come prima cosa bisogna ricordare che il cuore, in antico-egiziano “ib”, era il luogo in cui gli Egizi credevano fosse racchiuso il carattere della persona. Vi risiedevano le emozioni dalle quale scaturivano i sentimenti, l’intelletto che generava le azioni e, soprattutto, conteneva la memoria. Di conseguenza, il cuore serbava anche la morale dell’individuo, che doveva rimanere quanto più “giusta” possibile in previsione del momento della sua pesatura al cospetto degli dèi.

Tra gli organi interni, il cuore era dunque quello che vantava il privilegio di rimanere (quasi sempre) dentro il corpo del defunto durante il processo di mummificazione. In aggiunta, tra le bende venivano anche posti amuleti con la sua forma e, nella fase finale del processo, molti incantesimi venivano pronunciati per proteggerlo e renderlo forte per il momento del giudizio.

Forse non tutti, però, sono a conoscenza del fatto che le fattezze scelte per tali amuleti, che derivavano dal corrispettivo segno geroglifico, appartengono in realtà a un cuore bovino. Gli Egiziani sapevano comunque benissimo come fosse fatto il muscolo cardiaco ed ebbero delle brillanti intuizioni sul suo funzionamento. Nel papiro Smith, ad esempio, il cuore viene descritto come una massa di carne che dà origine alla vita e come centro del sistema vascolare; pulsando, “parla” ai vasi e alle membra del corpo. Tali vasi (“metu“) passano per tutto l’organismo e confluiscono nell’intestino trasportando i fluidi corporei, l’aria, il sangue e l’acqua; tuttavia, sono anche il “mezzo di trasmissione” degli spiriti maligni esterni che sarebbero potuti entrare nel corpo compromettendone le funzionalità.

Per un individuo era perciò fondamentale comunicare col proprio cuore per poter esprimere i suoi sentimenti o comprendere un eventuale stato di malessere. Possiamo trovare un ottimo riassunto di quanto detto finora nei primi versi della seconda stanza della raccolta “Inizio dei componimenti della grande gioia del cuore” nel papiro Chester Beatty I:

Con la sua voce,

il mio amato turba il mio cuore,

e fa che di me s’impadronisca la malattia.

Ritorniamo così in pieno tema romantico per la nostra giornata, soprattutto immaginando idilliaci scenari che facevano da sfondo alla recitazione cantata, con accompagnamento musicale, delle liriche d’amore. Mantenere il proprio cuore “puro”, lontano dalle nefandezze, dai cattivi propositi e dagli spiriti malvagi, era un precetto fondamentale per poter vivere nella giustizia di Maat. Dialogare con esso, ed esternare quanto da lui suggerito attraverso la poesia, era un delicato modo per donare quanto di più profondo e prezioso posseduto, magari alla persona amata.

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Breve bibliografia

  • Bresciani E., Letteratura e poesia dell’antico Egitto. Cultura e società attraverso i testi, Torino 2020.
  • Contin F.,  La medicina nell’Antico Egitto, in Antrocom 1/2 (2005).
  • Nunn J. F., Ancient Egyptian Medicine, Norman 2002.
  • Redford D. B., The Oxford Encyclopedia of Ancient Egypt, Oxford 2001.
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“Saudade tolemaica”: un webcomic in cui Cleopatra è intrappolata in un moderno museo romano

Quando si è un creatore di contenuti web, la speranza è sempre quella di vedere che ciò che si pubblica non si perda inutilmente nell’etere, ma che lasci il segno in più “follower” possibili, a maggior ragione se si cerca di fare divulgazione scientifica o culturale. Potete quindi immaginare la mia felicità quando, qualche mese fa, mi arrivò una proposta che mi lasciò letteralmente senza parole.

Chiara Raimondi, una giovane disegnatrice piena di talento e già con alle spalle un eccezionale curriculum di pubblicazioni e collaborazioni internazionali, mi chiese di poter realizzare un fumetto su un racconto breve che scrissi nel 2017 nell’ambito del progetto ArcheoRacconto delle amiche Stefania Berutti e Marina Lo Blundo. Quella volta mi feci ispirare dalla visita della Centrale Montemartini, uno dei musei più suggestivi di Roma e non solo, e buttai giù un piccolo pezzo ironico, immaginando cosa avrebbe potuto pensare la grande Cleopatra VII se obbligata a restare fissa, nella nostra contemporaneità, tra le altre statue e i vecchi macchinari industriali della struttura.

Mi è bastato veramente un attimo per farmi convincere dal tratto peculiare di Chiara e accettare quindi la proposta. Ecco così che, con grandissimo piacere e orgoglio, presento “Saudade tolemaica”, un webcomic in cui alla mia idea iniziale è stata data nuova vita, trasformando le parole in immagini. Colgo l’occasione per invitarvi a dare un’occhiata al portfolio di Chiara, non solo per leggere il fumetto in modo forse più comodo, ma anche per godervi gli altri suoi spettacolari lavori: https://www.behance.net/chiararaimondi

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Abusir, scoperto grande deposito di materiale per la mummificazione

ph. Petr Košárek, © archives of the Czech Institute of Egyptology

Ad Abusir, 30 km a sud di Giza, la missione dell’Istituto Ceco di Egittologia della Univerzita Karlova di Praga diretta da Miroslav Bárta, ha scoperto un enorme deposito di materiale per imbalsamazione. Secondo quanto riferito dal vice-direttore Mohamed Megahed, si tratterebbe addirittura della più corposa cachette di questo tipo mai trovata in Egitto.

Nell’angolo occidentale di una necropoli di XXVI-XVII dinastia (seconda metà del VI sec. a.C.), era stato recentemente individuato un gruppo di grandi pozzi funerari e, in uno di questi, dalla sezione quadrata di 5,3 x 5,3 metri e profondo 14, erano deposti 370 grandi vasi di ceramica, posizionati a spirale su vari livelli, tra i 4 e i 12 metri di profondità, lungo i bordi della struttura. I contenitori, infatti, erano divisi in 14 gruppi comprendenti da 7 a 52 unità, al cui interno erano conservati utensili e materiale residuo del processo di mummificazione. Al momento non è stata ancora specificata la natura di questi prodotti, ma suppongo che si tratti di bende di lino, natron, resine e impacchi vari utilizzati per uno o più proprietari delle grandi sepolture vicine che non sono state ancora scavate.

ph. Petr Košárek, © archives of the Czech Institute of Egyptology

Un indizio potrebbe venire dallo strato superiore che consisteva in quattro vasi canopi in calcare (foto in basso), vuoti e mai usati ma iscritti con il nome di Uahibramerineith, figlio di Irturu (madre). Non è noto alcun personaggio a cui corrispondano questa identità e il matronimico, ma è evidente che, a giudicare dalla quantità di reperti, fosse un altissimo funzionario, forse sepolto nella struttura funeraria adiacente che verrà indagata in futuro.

https://cegu.ff.cuni.cz/en/2022/02/09/the-largest-embalming-cache-ever-found-in-egypt-unearthed-at-abusir/

ph. Petr Košárek, © archives of the Czech Institute of Egyptology
ph. Petr Košárek, © archives of the Czech Institute of Egyptology
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Finalmente libero il lato Sud della Piramide di Cheope

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Finalmente, dopo 40 anni il lato sud della Grande Piramide è libero. Era infatti dal 1982 che il versante meridionale dell’ultima delle Sette meraviglie del mondo antico non risultava sgombro da una vista quanto meno impattante.

In questi giorni, infatti, è stata completata la demolizione del Museo della barca solare di Cheope, dopo che, nello scorso agosto, si era proceduto allo spettacolare trasporto dell’imbarcazione verso la nuova sede espositiva del Grand Egyptian Museum. In realtà, seppur l’inaugurazione dell’edificio risalga al 6 marzo 1982, l’intrusione visiva dell’area è da spostare almeno al 1961, quando iniziarono i travagliati lavori di costruzione su progetto dell’architetto italiano Franco Minissi.

Nei mesi scorsi, invece, era stato smantellato il laboratorio temporaneo in cui, dal 2013, il team egiziano-giapponese diretto da Sakuji Yoshimura (Waseda University) si è occupato del restauro preliminare e del prelievo dei 1700 frammenti della seconda barca di Cheope. Il trasferimento, ancora una volta verso il GEM, di tutti i fragili pezzi lignei era stato portato a termine nel giugno 2021.

La vista del lato sud della Grande Piramide nel 2019, con il laboratorio della seconda barca in primo piano e, dietro, il Museo della Barca Solare (ph. M.Mancini)
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Identificato il primo caso di bendaggio medicale in una mummia

https://bit.ly/35R9Fof; C: ©SMB, Agyptisches Museum und Papyrussammlung, Foto: Sandra Steiß

Di Flavia Bonaccorsi Micoevich

Ancora importanti informazioni egittologiche grazie all’applicazione della tomografia computerizzata nell’analisi dei corpi imbalsamati. Come nel caso della mummificazione indiretta di un feto di cui si era parlato lo scorso mese, si tratta di bambini e, nuovamente, di un unicum scientifico.

Albert Zink, direttore dell’Istituto per gli studi sulle mummie di Bolzano (celebre per lo studio e la conservazione del corpo di Ötzi), è tornato ad offrirci sorprendenti risultati diagnostici per mezzo della TAC che già nel 2012 gli aveva permesso di rintracciare sul corpo di Ramesse III la mortale ferita alla gola, causa inequivocabile della sua morte.
Questa volta il suo studio si è concentrato sulle mummie di 21 bambini, ben conservate, risalenti al periodo tolemaico e al periodo romano, riscontrando la morte per setticemia causata da infezioni. In particolare, il secondo caso analizzato ha rivelato un particolare inaspettato e finora inedito: una ferita fasciata sotto gli strati di lino dell’imbalsamazione.

Il corpo in questione, trovato nel Faiyum, ad Hawara, presso la “tomba di Alina”, appartiene a una bimba con età stimata tra i due anni e mezzo e i quattro, vissuta tra il I e il II secolo d.C. L’analisi tomografica ha mostrato un rigonfiamento della parte inferiore della piccola gamba sinistra e pus essiccato nei tessuti molli in concomitanza con quella che è stata identificata come una ferita, proprio in corrispondenza con il bendaggio “anomalo” (immagine in alto). La presenza del pus si è rivelata la chiave per riconoscere l’antica medicazione: secondo lo stesso Zink, è molto probabile che una diagnosi simile non sia mai stata effettettuata prima di oggi per via dei “limiti” dei sistemi d’indagine che, in assenza di materiale purulento visibile, potrebbero aver portato i ricercatori a confondere un vero e proprio medicamento con un semplice bendaggio più spesso del solito.

L’importanza della scoperta è evidente perché fornisce un esempio di messa in pratica di quelle tecniche che, nei papiri medici, sono dettagliatamente illustrate proprio per curare lesioni cutanee infette. Inoltre, per il team di Zink è plausibile che l’infezione della ferita sia continuata anche dopo la morte della bambina e che il bendaggio sia stato applicato dagli imbalsamatori nel tentativo di preservare al meglio il corpo della piccola per l’aldilà.

Occorrerebbero ulteriori analisi per poter verificare l’eventuale presenza di unguenti, balsami o natron utilizzati per placare l’infezione, ma ciò comporterebbe la necessità di sbendare la mummia – pratica che sappiamo bene non essere più privilegiata – oppure di effettuare un prelievo di campione dalla zona interessata. Per questo, pare che il team stia ancora valutando la seconda opzione per preservare il corpo al meglio. Resta comunque un significativo passo in avanti nella comprensione della vasta pratica medica egizia, che siamo certi che ci offrirà molte altre soprese.

L’articolo originale sull’ultimo numero dell’International Journal of Paleopathology: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1879981721000942?via%3Dihub

Categorie: antropologia/paleopatologia, mummie | Tag: , , , , | Lascia un commento

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