Archivi del mese: settembre 2022

Scoperto il sarcofago del tesoriere di Ramesse II

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Tornano le consuete notizie da Saqqara. Ripresa l’attività di scavo a sud della rampa processionale della piramide di Unis, la missione diretta da Ola El-Aguizy (Università del Cairo) ha scoperto il sarcofago dell’alto funzionario Ptahemuia, la cui tomba era stata individuata lo scorso anno. In realtà, come segnalavo nel 1000° articolo di questo blog, si trattava di una riscoperta in quanto la sepoltura era stata già localizzata e parzialmente documentata da Auguste Mariette intorno al 1858-59, ma poi se ne erano perse le tracce.

Tuttavia, l’indagine del team egiziano ha condotto ad ambienti sconosciuti finora in fondo al pozzo funerario (2,1×2,2 metri, profondo 7), in particolare alla camera sepolcrale principale e al massiccio sarcofago in granito rosso dello “Scriba reale delle divine offerte a tutti gli dèi del Basso e dell’Alto Egitto”, “Grande Sovrintendente al bestiame” e “Sovrintendente al tesoro del Ramesseo” sotto Ramesse II (1279-1212 a.C.). Titoli e nome del defunto sono stati confermati grazie ai rilievi incisi sulla superficie del sarcofago antropoide, insieme a formule funerarie e alle figure di divinità come Anubi e i quattro figli di Horus. Come già notato nelle precedenti campagne di scavo, le tracce della visita di tombaroli sono chiare e il sarcofago è risultato vuoto se non per pochi residui di resina della mummificazione; in particolare, il coperchio era rotto con uno dei frammenti ritrovato a terra in un angolo della stanza (foto in basso). Tuttavia, credo che i ladri abbiano approfittato di una rottura precedente, forse contemporanea all’inumazione di Ptahemuia o relativa a un riutilizzo del sarcofago, perché dalle foto si vedono i segni di almeno quattro grappe a doppia coda di rondine che indicano un antico restauro.

Source: Ministry of Tourism and Antiquities
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Dopo il restauro, il nuovo allestimento del Papiro erotico-satirico di Torino

Source: Museo Egizio, Torino

Il celebre Papiro Erotico-Satirico di Torino è la prima cosa che cito per controbattere chi afferma che gli antichi Egizi erano un popolo cupo e religioso, dal pensiero perennemente focalizzato su morte e aldilà. Sul papiro, infatti, sono ritratte esplicite scene di sesso e vignette con animali intenti in attività umane, come asini e scimmie che suonano strumenti musicali o gatti che allevano oche. Se l’intento chiaramente ironico delle seconde scene, confermato dai tanti ostraka (frammenti di calcare) dipinti con iconografie simili, era volto a rappresentare un assurdo mondo al contrario, spesso la parte erotica è equivocata. Lontani dalla nostra concezione di pornografia, infatti, i grotteschi atti sessuali non dovevano eccitare ma, anche in questo caso, divertire. Lo dimostra il rozzo aspetto dei personaggi maschili, stempiati, con barba trascurata e misure oversize, contrapposto alla bellezza ed eleganza delle donne ritratte.

Il papiro, risalente alla XX dinastia (1190-1077 a.C.) e proveniente da Deir el-Medina, è oggi presentato al pubblico attraverso un nuovo allestimento nel Museo Egizio di Torino (Cat. 2031), dopo un delicato e necessario lavoro di restauro. Il documento, infatti, arrivò nella città sabauda nel 1824, quando fu acquistato dal Console generale di Francia in Egitto Bernardino Drovetti, già in pessimo stato di conservazione, altamente frammentario e intaccato dagli insetti. Così nel corso di due secoli sono stati molti gli interventi conservativi che, tuttavia, spesso si sono rivelati perfino dannosi.

Il primo passo è coinciso con analisi diagnostiche non distruttive (fotografie con filtri infrarossi e ultravioletti, spettrofotometria XRF) effettuate presso il Cento Conservazione e Restaruro “La Venaria Reale”, che hanno permesso di comprendere la natura dei pigmenti originari e i materiali usati per i vecchi restauri. È stato poi portato avanti l’effettivo lavoro di pulitura, restauro e consolidamento grazie a metodi preventivi e reversibili. In tal senso, sono state eliminate le tracce di un pesante rivestimento lucido, colla animale o gelatina, che ha favorito la perdita del colore originario e stressato le fibre del papiro; inoltre, sono state rimosse le strisce di garza, alcune foderate con carta, incollate sul verso per unire i vari frammenti e le macchie di colla con cui questi erano fissati su vetro. Dopo un’attenta pulizia delle superfici, infine, si è proceduto al consolidamento delle fibre e al nuovo fissaggio delle parti con strisce di carta giapponese rimovibili.

Durante il processo, inoltre, grazie allo studio dei restauratori e filologi coinvolti, è stata rivista la ricostruzione del papiro grazie allo spostamento di alcuni frammenti che erano stati posizionati in modo erroneo in passato.

Particolare con scene erotiche (Museo Egizio, Torino)
Particolare con scene degli animali (Museo Egizio, Torino)

Per approfondire: https://collezioni.museoegizio.it/it-IT/material/Cat_2031/

https://collezionepapiri.museoegizio.it/section/Collezione-Papiri/What-s-on/Papiro-del-mese/

Il nuovo allestimento del Papiro Erotico-Satirico (Museo Egizio, Torino)

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Il ramo prosciugato del Nilo che aiutò la costruzione delle piramidi

Credits: Alex Boersma/Proceedings of the National Academy of Sciences (2022)

È ormai assodato, grazie a fonti scritte e passate ricerche archeologiche, che gli oltre 2 milioni di pesanti blocchi di calcare e granito utilizzati per la costruzione delle piramidi di Cheope, Chefren e Micerino furono trasportati dalle cave attraverso rampe e poi per via fluviale. Tuttavia, l’attuale corso del Nilo, lontano 7 km da Giza, faceva presupporre l’esistenza di canali ormai asciutti che si avvicinassero al sito. Un recente studio, diretto da Hader Sheisha (CEREGE, Université Aix-Marseille), ha tracciato la storia paleoambientale del cosiddetto “ramo di Khufu” che collegava l’alveo principale del Nilo a un porto fluviale a ridosso dell’area funeraria.

I ricercatori hanno tracciato le variazioni del livello dell’acqua negli ultimi 8000 anni raccogliendo campioni di antichi pollini e analizzando dati di studi precenti. L’aumento dell’altezza sarebbe coinciso con il Periodo Umido Africano (Ahp), tra 14.800 e 5.500 anni fa, quando, per via di variazione dell’orbita della Terra attorno al Sole, gran parte del deserto del Sahara fu coperto da graminacee, alberi e laghi. Tuttavia, anche intorno a 4700-4200 anni fa, periodo in cui rientra la costruzione delle piramidi, il bacino restò comunque navigabile, trattenendo il 40% della capienza d’acqua, senza il pericolo di inondazioni.

Tale conclusione è derivata dalla presenza, in zone ormai desertiche, di pollini di 61 specie di vegetazione che di solito costeggiano il fiume, come piante erbacee e palustri quali la tifa e il papiro. Successivamente, però, una lunga fase d’inaridimento portò alla graduale cancellazione del ramo di Khufu e al conseguente ‘allontanamento’ del Nilo, fino a renderlo completamente secco in periodo tolemaico (IV-I sec.).

L’articolo originale su Proceedings of the National Academy of Sciences: https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2202530119

Credits: Proceedings of the National Academy of Sciences (2022)
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Al via il rimontaggio della seconda barca solare di Cheope

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Terminato il prelievo e il trasferimento presso il Grand Egyptian Museum di tutti i pezzi della seconda barca solare di Cheope, è stata annunciata ufficialmente la seconda fase che porterà all’esposizione dell’imbarcazione accanto alla prima che, fino a un anno fa, era ai piedi della Grande Piramide.

Il comunicato stampa è stato rilasciato lo scorso 31 agosto, in occasione della visita al GEM dell’ambasciatore giapponese in Egitto, Oka Hiroshi, accompagnato da autorità egiziane. La missione incaricata, ormai dal 2008, di portare avanti il “Khufu Solar Boat Restoration Project” è infatti nipponica ed è diretta da Sakuji Yoshimura (Waseda University). È previsto che ci vorranno circa 4 anni per riassemblare i 1698 frammenti.

Le due barche di circa 45 metri, che accompagnarono le spoglie del faraone durante i riti funebri e nel suo viaggio nell’aldilà, erano infatti sepolte in due fosse a sud della Grande Piramide. La prima fu scoperta nel 1954 dall’archeologo egiziano Kamal el-Mallakh e per riassemblarla ci vollero 13 anni, fino al 1982, quando la barca fu esposta in un museo costruito appositamente su progetto dell’architetto italiano Franco Minissi (a questo punto ci si augura che la vista meridionale del monumento sia definitivamente liberata da questa ingombrante presenza). La seconda, invece, è stata individuata con precisione nel 1987 grazie all’uso del georadar, ma a causa del peggiore stato di conservazione del legno, evidente dalle immagini riprese da telecamere endoscopiche (foto in alto), si è aspettato solo gli ultimi anni e tecnologie più avanzate per procedere con il restauro.

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