antropologia/paleopatologia

Analizzati gli scheletri del sarcofago nero di Alessandria: non solo acqua di fogna ma anche oro

39509799_1915757928469848_8881322421949300736_n

Source: MoA

Ricorderete sicuramente il clamore (immotivato) provocato dalla scoperta e dalla relativa apertura di un sarcofago in granito nero ad Alessandria. Chi si aspettava il corpo di Alessandro Magno o un’improbabile maledizione si era dovuto ‘accontentare’ di tre scheletri immersi in moderni liquami.

39502191_1915758068469834_7266402508061278208_n

Source: MoA

Oggi sono stati finalmente annunciati i risultati dell’esame preliminare sui resti ossei, effettuato dal team di Zeinab Hashish, direttore del dipartimento di Antropologia Fisica del Ministero delle Antichità. Analizzando crani, bacini e ossa lunghe, si è arrivati al genere e all’età dei tre individui deposti, probabilmente in due fasi distinte, nel sarcofago: la prima (foto a sinistra) era una donna morta intorno ai 20-25 anni e alta 1,60-1,64 m; il secondo (foto al centro) un uomo di 35-39 anni, alto 1,60-1,66 m; il terzo (foto a destra) un uomo di 40-44 anni, alto 1,79-1,85 m. In particolare, il più anziano dei tre presenta sulla parte destra del cranio un foro dai bordi arrotondati che indicano che l’uomo è sopravvissuto a lungo alla lesione in gran parte rimarginata. Non il buco di una freccia, come un po’ frettolosamente gli archeologi egiziani avevano dichiarato al sollevamento del pesante coperchio, ma forse le tracce di una trapanazione, pratica chirurgica nota fin dalla preistoria ma piuttosto rara in Egitto.

Inoltre, ripulendo l’interno della bara dal misto di acqua di fogna e resti organici putrefatti, sono spuntate alcune decorazioni in foglia d’oro di circa 5×3 cm (foto in basso).  Per il resto, nei prossimi giorni si procederà a ulteriori test sul liquido rossastro raccolto e a TAC, datazione al Carbonio 14 e analisi del DNA sulle ossa.

2018-636702835308673743-867

Source: MoA

Annunci
Categorie: antropologia/paleopatologia | Tag: , , | Lascia un commento

Analisi su una mummia di Torino rivelano che l’imbalsamazione era praticata già 5600 anni fa

112806276-3bba5848-6984-41ea-847e-9775f546dadd

Foto: torino.repubblica.it

Quando visitate il Museo Egizio di Torino, dopo esser saliti al secondo piano, la prima cosa che incontrate è la mummia ritratta in foto (non quella sulla sinistra che è il sottoscritto). Si tratta del corpo di un uomo, morto 5600 anni fa durante il periodo Naqada I, portato da Gebelein nella città sabauda da Schiaparelli nel 1901. In questo caso, così come per le altre mummie predinastiche (ad esempio “Ginger” del British Museum), di solito si parla di mummificazione naturale: il cadavere, infatti, si sarebbe mantenuto casualmente grazie al clima arido del deserto e all’effetto della sabbia a diretto contatto con i tessuti molli.

Questo almeno è ciò che si pensava finora perché recenti esami, effettuati proprio sul ‘paziente’ di Torino, confermerebbero il sospetto che processi intenzionali d’imbalsamazione fossero utilizzati in Egitto già 1000 anni prima della data tradizionalmente accettata (IV dinastia, 2600 a.C. circa). Ad effettuare lo studio sono stati Stephen Buckley, chimico della University of York, Jana Jones, egittologa della Macquarie University di Sidney, e altri esperti da Oxford, Warwick, Marsiglia, Tübingen, Trento, Pisa e Torino. Gli stessi ricercatori avevano avanzato un’ipotesi simile nel 2014, lavorando su campioni prelevati da resti umani del Bolton Museum provenienti da Mostagedda, ma questa volta hanno potuto effettuare il check-up completo di una mummia perfettamente conservata.

Il Carbonio-14 ha fornito una datazione collocabile tra il 3700 e il 3500 a.C., mentre l’osservazione al microscopio elettronico e diverse analisi chimico-fisiche hanno rilevato un composto speciale che impregnava il lino in cui era avvolto il corpo. In particolare, grazie alla gascromotografia-spettrometria di massa, è stato possibile risalire alla ricetta scelta per proteggere il morto dalla decomposizione:

  • olio vegetale, probabilmente di sesamo;
  • estratti di piante aromatiche (es. balsamo di radice di giunchi);
  • gomma naturale, forse dagli alberi di acacia;
  • resina di conifere.

La resina, forse di pino, oltre ad avere chiare proprietà antibatteriche, testimonia così antichissimi scambi commerciali con il Levante, l’area di approvvigionamento più vicina per quel materiale. Ovviamente siamo lontani dal processo completo d’imbalsamazione che prevedeva l’asportazione degli organi interni e l’essiccazione del corpo nel natron, ma gli ingredienti riscontrati e il loro dosaggio risultano molto simili a ciò che si vedrà solo 2500 anni dopo.

.

Ringrazio molto Federica Ugliano, egittologa Post-Doc dell’Università di Pisa e tra gli autori della pubblicazione, per le informazioni fornite:

Jones J. et al., A prehistoric Egyptian mummy: evidence for an ‘embalming recipe’ and the evolution of early formative funerary treatments, in Journal of Archaeological Science 2018

Categorie: antropologia/paleopatologia, mummie | Tag: , , , | Lascia un commento

Sorpresa a Sidney: una mummia nel sarcofago che doveva essere vuoto

https_blueprint-api-production.s3.amazonaws.comuploadscardimage741902b40b5fd3-f2f0-4495-9bec-0e95740b09e3

Source: Nicholson Museum

4A9665F400000578-5547167-image-a-6_1522116809336

Source: Nicholson Museum

Sarà la vicinanza con la Pasqua, ma in questi giorni i giornali di tutto il mondo stanno rilanciando notizie su ‘sorprese scartate’ in varie collezioni egizie. In particolare, dall’Australia ne arriva una veramente inaspettata. Gli studiosi della University of Sidney, infatti, di certo non pensavano di trovare qualcosa in uno dei sarcofagi egizi conservati nei magazzini del Nicholson Museum. Dopo oltre 150 anni, in occasione dell’allestimento del nuovo museo universitario, la cassa antropoide è stata studiata per la prima volta e il team diretto da Jamie Fraser si è accorto che non era vuota come preventivato: al suo interno, terra e resti umani fortemente disturbati (immagine in alto), forse per l’intervento di un ladro in cerca di amuleti.

I frammenti di mummia appartengono con tutta probabilità a Mer-Neith-it-es, sacerdotessa di Sekhmet durante la XXVI din. (664-525 a.C.) il cui nome compare sul coperchio del sarcofago (foto a sinistra). Lo scavo microstratigrafico del contenuto al momento ha portato solo all’individuazione dei piedi della defunta, ma la TAC ha fornito molte informazioni in più (immagine in basso). Infatti, John Magnussen, radiologo della Macquarie University che ha scansionato il reperto, ha affermato che le ossa indicano un individuo di oltre 30 anni e che è visibile anche il riempimento della calotta cranica con della resina a sostituzione del cervello estratto.

http://sydney.edu.au/museums/publications/muse/Muse-March2018.pdf

_100579093_mer-neith-it-esct

Source: Macquarie University

Categorie: antropologia/paleopatologia, mummie | Tag: , , | Lascia un commento

I più antichi tatuaggi figurativi su una mummia egizia

114420864-9c8992d5-339f-4f1d-b28a-11fd69fba1bb

Source: British Museum

Gebelein Man tattoo (1)_preview

Source: British Museum

Ginger è il primo individuo tatuato al mondo. O meglio, è colui che ha sulla pelle i più antichi segni figurativi finora individuati. Il vero primato, infatti, spetta per poco al nostro Ötzi (3370-3100 a.C.) che però ha solo punti, linee e crocette. La scoperta è stata recentemente pubblicata sul Journal of Archaeological Science, dopo che la mummia del cosiddetto Uomo A di Gebelein (detto appunto Ginger per il colore rossastro dei capelli) è stata sottoposta a nuovi esami.

Il corpo appartiene a ragazzo che morì, tra i 18 e i 21 anni, a causa di una pugnalata alla schiena, nel periodo Naqada II (tra il 3351 e il 3017 a.C.). Il cadavere si mummificò naturalmente per il contatto diretto con la sabbia quando fu sepolto in posizione fetale, semplicemente avvolto in un lenzuolo e stuoie, nella località a 30 km a sud di Luxor. La mummia è esposta dal 1900 nel British Museum (EA32751), ma solo ora, grazie agli infrarossi, si è capito che quella macchia scura indistinta sul braccio destro corrisponde, in realtà, a due animali cornuti: un uro (un grande toro selvatico ormai estinto: Bos taurus primigenius) e una capra berbera (Ammotragus lervia). Senza addentrarmi in difficili valutazioni di tipo ideologico, entrambi gli animali sono tipici dell’arte predinastica. Il pigmento, probabilmente fuliggine, è stato inserito in profondità nel derma con un ago.

Gebelein Woman tattoo_preview

Source: British Museum

Praticamente coeva di Ginger è la mummia della Donna di Gebelein su cui sono stati ritrovati altri tatuaggi, ma di più difficile interpretazione. Sulla spalla sinistra, infatti, ci sono 4 simboli a forma di “S” (foto in alto), mentre, sul braccio destro, un motivo lineare (foto in basso), forse un bastone o comunque un oggetto rituale, che si riscontra sulle ceramiche dell’epoca.

http://www.britishmuseum.org/pdf/Earliesttattoos.pdf

Gebelein Woman stick tattoo_preview

Source: British Museum

Categorie: antropologia/paleopatologia, mummie | Tag: , , , | 1 commento

Cold Case: Ramesse III è stato sgozzato (e forse abbiamo il colpevole)

image-

L’esposizione temporanea al Museo Egizio del Cairo di alcuni reperti, di solito chiusi nei depositi, ha riacceso i riflettori su una mummia particolare che, per aspetto e tecniche d’imbalsamazione, si distingue da tutte le altre: l’“Unknown Man E”, soprannominato la “Mummia urlante”. Questo misterioso individuo è legato a un controverso caso di cronaca nera, riaperto dopo 3000 anni e forse risolto. Per questo, ripropongo un vecchio articolo scritto nel 2012 per l’Archoblog di VOLO, in cui parlo della vicenda del cosiddetto “complotto dell’harem” e del tentativo, a quanto pare riuscito, di uccisione del faraone Ramesse III (1186-1154 a.C.).

I fatti erano già noti grazie al “Papiro giuridico di Torino” (qui la scheda del Museo Egizio), nel quale si racconta del tentativo di congiura ordito da una delle spose di Ramesse III, Tiye, coadiuvata da numerosi altri membri della corte. Il piano consisteva nel colpire il re proprio nell’harem, per poi sostituire il legittimo erede al trono, Ramessu-Hekamaat-Meriamun (il futuro Ramesse IV), con il figlio di Tiye Pentaur. Il complotto venne scoperto e i colpevoli puniti con la pena capitale, ma un particolare ha sempre destato sospetti: il faraone, durante la descrizione del processo, è definito “Dio Grande” (nTr aA), epiteto di solito riservato ai faraoni divinizzati dopo la morte. Che quindi sia stato ucciso durante il tentativo di golpe?

lll

Ora, uno studio pubblicato sul British Medical Journal sembra dirimere ogni dubbio. Un’equipe di ricercatori, composta da Albert Zink, paleopatologo dell’EURAC di Bolzano (centro che ha studiato il nostro Ötzi), Carsten Push, esperto di genetica molecolare dell’Università di Tubinga, e Zahi Hawass (in questo caso non servono presentazioni), sembra aver individuato la causa della morte di Ramesse III. Grazie alle immagini della TAC, si è visto che, sotto le bende, si trova un profondo taglio alla gola che, recidendo trachea, esofago e ogni vaso sanguigno fino alle vertebre, ha causato il decesso istantaneo. Successivamente, durante la mummificazione, è stato inserito nella ferita un amuleto a forma di udjat (indicato dalla freccia nella foto) per permetterne la rimarginazione nell’Aldilà.

Altre informazioni sono arrivate dalle analisi del DNA che hanno collegato Ramesse III al misterioso “Unknown Man E”, la cui mummia (foto a sinistra) fu scoperta da Maspero nella caschette di Deir el-Bahari nel 1886. Questa mummia era stata imbalsamata con un procedimento rudimentale e, contro ogni tradizione, avvolta solo da pelle di capra. Sembra quindi che il ragazzo, morto intorno ai 18-20 anni, abbia ricevuto un trattamento volutamente inefficace e impuro che comprendeva la semplice disidratazione nel natron e il versamento di resina nella bocca aperta; inoltre, mani e piedi erano legati con lacci di cuoio. Il torace gonfio e la pelle del collo compressa farebbero pensare a un’impiccagione o comunque allo strangolamento, possibile punizione per aver partecipato al complotto. Già da tempo si pensava che la mummia appartenesse a Pentaur e la codifica del genoma ha confermato la parentela con il faraone, ma per la certezza matematica servirebbe il corpo della madre Tiye che, però, non è mai stato ritrovato.

http://www.bmj.com/content/345/bmj.e8268

Categorie: antropologia/paleopatologia, mummie | Tag: , , , , | 2 commenti

I “Due Fratelli” di Manchester sono in realtà fratellastri

Dopo oltre 100 anni, è stata finalmente fatta chiarezza sul grado di parentela di due tra i più famosi inquilini del Manchester MuseumKhnum-nakht e Nakht-ankh (rispettivamente a sinistra e destra nella foto). I due aristocratici vissuti durante la XII dinastia (1900-1780 a.C.) sono stati considerati fratelli fin dalla scoperta della loro sepoltura – ribattezzata appunto “Tomba dei Due Fratelli” – avvenuta nel 1907 a Deir Rifeh, sito del Medio Egitto poco a sud di Assiut. La tomba intatta fu individuata da Erfai, operaio egiziano alle dipendenze di Ernest MacKay e Flinders Petrie, e subito si rivelò tra le meglio conservate del Medio Regno. I testi sui sarcofagi di Khnum-nakht e Nakht-ankh indicano che erano figli di un anonimo governatore locale e della stessa madre, Khnum-aa, così si pensò fossero fratelli. Tuttavia, quando l’anno dopo l’intero corredo funebre fu spedito a Manchester, l’egittologa Margaret Murray mise in discussione quest’ipotesi dopo aver analizzato le mummie senza aver trovato somiglianze tra gli scheletri (celebre è lo sbendaggio di Khnum-Nakht davanti a 500 spettatori; foto in basso).

unwrap2

Nonostante ciò, la nomenclatura è rimasta sempre la stessa, fortunatamente a ragione vista la conferma arrivata dall’analisi del DNA. Nel 2015, Konstantina Drosou (School of Earth and Environmental Sciences, University of Manchester) ha sequenziato il corredo genetico estratto dai denti, riuscendo per la prima volta per mummie egizie a leggere sia il DNA mitocondriale dipendente dalla madre sia le sequenze del cromosoma Y ereditate dai padri. Si è capito così che Khnum-nakht e Nakht-ankh erano per la precisione fratellastri, avendo la stessa madre e padri diversi.

Lo studio della Drosou – scritto con Campbell Price, curatore della sezione egizia del Manchester Museum, e il genetista Terence A. Brown – è stato pubblicato sull’ultimo numero del Journal of Archaeological Science:

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2352409X17305631

 

Categorie: antropologia/paleopatologia | Tag: , , | Lascia un commento

TAC alle mummie di Qubbet el-Hawa mostra i più antichi casi di tumore al mondo

597164_0

Source: almasryalyoum.com

Più di una volta mi sono trovato a parlare della missione del Proyecto Qubbet el-Hawa e delle relative scoperte effettuate dal team di Alejandro Jiménez Serrano (Universidad de Jaén) nella necropoli dei nomarchi di Elefantina. Questa volta, però, dal polveroso cantiere archeologico si è passati all’ambiente asettico (più o meno, viste le tante persone presenti nella foto) dell’ospedale universitario di Assuan. Quattro delle mummie ritrovate nelle precedenti stagioni sono state sottoposte a TAC fornendo a medici ed egittologi conferme e interessanti novità. Infatti, le analisi hanno permesso, in modo assolutamente non invasivo, di conoscere maggiori dettagli sullo stato di salute dei “pazienti” e sulle tecniche d’imbalsamazione nelle diverse epoche.

16-kscH--220x220@abc

Source: abc.es

Le mummie più recenti e meglio conservate risalgono al Periodo Tardo, più precisamente alla fine del VI sec. a.C. Entrambi gli individui sarebbero morti di un’infezione acuta, forse di tipo gastrointestinale, per la mancanza di segni di traumi su ossa e tessuti molli. Di Hor-Udja è stata definita l’età (9 anni) grazie alla visione della dentatura attraverso il meraviglioso sudario intarsiato di perline in faience. Dedusatet, invece, era una donna negroide (siamo al confine con la Nubia) di 25 anni, mingherlina, con carenze nutrizionali, forte usura dei denti (ma questa è una costante dovuta alla dieta) e diverse patologie.

Dalle due mummie più antiche, in realtà solo scheletri, sono arrivati i dati più interessanti. Le ossa di una donna denotano evidenti segni di un tumore al seno, il più antico mai “diagnosticato”. Questo conferma l’ipotesi effettuata già due anni fa dall’antropologo dell’Universidad de Granada Miguel Botella, anche se la datazione è stata spostata all’inizio del Medio Regno (1950 a.C. circa). Sempre allo stesso periodo risalirebbe il più antico caso di mieloma multiplo che, colpendo il midollo, ha devastato le ossa di un uomo morto intorno ai 48 anni.

Categorie: antropologia/paleopatologia | Tag: , , , | Lascia un commento

All’Hermitage, lei è in realtà un lui… castrato

4507863D00000578-4947516-image-a-24_1507121212364

Source: TVC

Gli esami autoptici effettuati sulle mummie egizie spesso regalano sorprese. Ad esempio, una volta deciso di studiare i resti di una donna vissuta oltre 2500 anni fa, può capitare anche di farle una TAC e di trovargli qualcosa di troppo; o meglio, solo le tracce di quel qualcosa… È successo ai curatori dell’Hermitage e ai medici dell’Ospedale n°122 di San Pietroburgo, convinti di analizzare il corpo imbalsamato di Babat -aristocratica tebana e cantante di Amon-Ra durante le dinastie XXV-XXVI (755–525 a.C. circa)- e ritrovatisi, invece, con un uomo di mezz’età senza gli attributi sessuali. Ad annunciare la notizia è stato il direttore stesso del museo russo, Mikhail Piotrovsky, che ha presentato anche ulteriori dettagli degli esami. L’uomo, al di là della sua menomazione, godeva di un ottimo stato di salute e poteva fregiarsi di una dentatura molto più sana rispetto alla media dei suoi contemporanei. Non è chiaro, però, se la castrazione sia stata effettuata prima o dopo la morte. Così, oltre ad approfondire questo dettaglio non da poco, bisognerà capire anche a chi appartenga la mummia. La prima ipotesi formulata la identificherebbe con quella di Pa-kesh -sacerdote e “Capo dei guardiani del faraone”-  perché il suo sarcofago fu acquisito dall’Hermitage intorno al 1890 insieme a quello coevo di Babat.

http://hermitagemuseum.org/wps/portal/hermitage/news/news-item/news/2017/news_257_17/?lng=en

Categorie: antropologia/paleopatologia, mummie | Tag: , , , | Lascia un commento

È egiziana la più antica protesi ortopedica conosciuta

01-prothese_gross_1000x500

Source: unibas.ch

Quando si dice il caso. Giorni fa, ho ripostato sulla pagina Facebook del blog un vecchio articolo del 2012 che parlava di uno studio della University of Manchester su una protesi ortopedica di circa 3000 anni. L’alluce, costruito in tre parti con legno e cuoio, era stato trovato a Sheikh Abd el-Qurna, Tebe Ovest, ancora attaccato al piede destro della mummia della figlia di un sacerdote vissuta tra il 950 e il 710 a.C. Alla sacrosanta domanda di un follower sul perché ci fosse un “forse” nel titolo, ho risposto che le analisi andassero verificate per appurare l’effettiva efficacia dell’oggetto.

Proprio la scorsa settimana, un altro studio ha probabilmente tolto ogni dubbio sul primato di antichità di questa protesi. Nell’ambito del progetto Life Histories of Theban Tombs, ricercatori dell’Università di Basilea hanno sottoposto il reperto – oggi conservato nel Museo Egizio del Cairo – alle più avanzate analisi tecnologiche (microscopio elettronico, raggi X e TAC) dell’Istituto di Medicina Evoluzionistica dell’Università di Zurigo. A quanto pare, il dito artificiale è stato riparato e perfezionato più volte per adattarlo al meglio alla forma del piede e la cinghia di cuoio risulta ben robusta per una presa salda. Quindi, questo certosino lavoro artigianale mirava al miglioramento dell’estetica e del comfort rendendo la protesi non una semplice aggiunta simbolica post mummificazione ma uno strumento funzionale all’uso in vita.

https://www.unibas.ch/en/News-Events/News/Uni-Research/A-Wooden-Toe-Swiss-Egyptologists-Study-3000-Year-Old-Prosthesis.html

Categorie: antropologia/paleopatologia | Tag: , , , , , , | 1 commento

Lavoro minorile ad Amarna

3837

Source: amarnaproject.com

Che le condizioni di vita ad Amarna, la capitale di Akhenaton, fossero proibitive era già chiaro dallo scavo diretto da Barry Kemp delle tombe non elitarie della Necropoli Meridionale. Le centinaia di corpi ritrovati, infatti, presentano le chiare tracce derivanti da una grama esistenza caratterizzata da lavoro duro, dieta scarsa, malattie e frequenti infortuni. Tuttavia, la situazione potrebbe essere stata addirittura peggiore, soprattutto per i più piccoli.

Nel 2015, è iniziata l’indagine di un’altra necropoli popolare, quella Settentrionale, con sepolture ancora più povere. I defunti erano semplicemente avvolti in stuoie e deposti in fosse, spesso in gruppo, mostrando pessime condizioni dell’apparato scheletrico. Infatti, recentemente sono stati resi noti i primi risultati degli esami paleopatologici di Gretchen Dabbs (Southern Illinois University) sui primi 105 individui che, per il 90% dei casi, sono bambini, adolescenti e giovani dai 7 ai 25 anni, con la maggioranza under 15. Questo curioso dato va contro il normale andamento demografico di un cimitero che vorrebbe più neonati e adulti ‘anziani’ (relativamente all’epoca) che invece sono assenti. Così, la presenza di soli esponenti delle fasce d’età più resistenti è forse dovuta al loro impiego nelle vicine cave di pietra. Si è ipotizzato, quindi, un massiccio impiego di lavoro minorile, ancora maggiore alla normale consuetudine – vorrei ricordare a chi si fosse scandalizzato che stiamo parlando di 3300 anni fa – perché richiesto dalla fretta di costruire dal nulla la nuova città di Akhetaton. Per spiegare la mancanza di adulti, si è parlato della possibilità di una dispensa dalla corvée a sopraggiunti limiti di età o, più semplicemente, di una bassissima aspettativa di vita. D’altronde, quasi tutti i corpi presentano traumi o patologie degenerative come osteoartriti da imputare al trasporto di carichi pesanti; il 17% dei morti prima dei 15 anni ha addirittura fratture alle vertebre. Ulteriori informazioni arriveranno con l’analisi del DNA.

Categorie: antropologia/paleopatologia | Tag: , , , , | Lascia un commento

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.