approfondimenti

Il cuore mummificato di un visir di 4000 anni

Source: elindependiente.com (ph. Patricia Mora)

Nella primavera del 2017, la missione del Middle Kingdom Theban Project, diretta da Antonio Morales (Universidad de Alcalá), aveva effettuato un curioso ritrovamento nell’area tra el-Asasif e Deir el-Bahari, a Tebe Ovest (link al vecchio articolo). Ripulendo l’angolo nord-orientale del cortile della tomba di Ipi (TT 315) – visir sotto il faraone Amenemhat I (1994-1964 a.C.) –, gli archeologi spagnoli avevano individuato un corridoio lungo 8 metri e largo 3, ancora stipato di contenitori di ceramica. All’interno di questo cubicolo si trovavano 56 giare, già scavate nel 1921-22 dall’egittologo americano Herbert Winlock (Porter-Moss I-1, p. 390) che probabilmente aveva valutato poco interessanti questi reperti portandone in patria solo 4. In realtà, grazie a un’indagine più approfondita, è emerso che i vasi sigillati servissero a conservare resti di bende di lino, sudari, oli, resine e circa 200 sacchetti di natron (40/50 kg in tutto). In sostanza, si trattava di un ambiente accessorio atto a immagazzinare tutto il materiale di scarto del processo di mummificazione che, in quanto impuro, non poteva restare nella tomba vera e propria.

Tra i particolari più interessanti c’era un involucro il cui contenuto era stato già allora identificato come un possibile cuore umano; a distanza di oltre 4 anni, in un’intervista al giornale El Indipendiente, Morales ha confermato l’ipotesi e ha sottolineato la rarità del ritrovamento. La notizia è stata presentata da un pezzo (qui per ulteriori dati e foto), ma vale la pena approfondirla anche sul blog. In una delle giare, infatti, tra i vari sacchetti di natron che servivano a far disidratare il cadavere, c’era un pacchetto in lino che racchiudeva il muscolo cardiaco coperto da uno strato di resina. Il trattamento dell’aorta era particolarmente accurato con un bendaggio attento e la chiusura con un rotolo di lino.

L’imbalsamazione a parte del cuore non è di certo una novità, anzi, si hanno diversi esempi soprattutto per il Terzo Periodo Intermedio; tuttavia, l’organo era sempre riposto nella cavità toracica alla fine del rituale. Diverso è questo caso. Il direttore della missione ha affermato che, se si esclude una mummia nubiana in Sudan, quello della TT 135 sarebbe il primo ritrovamento di un cuore all’esterno del corpo.

Ma allora a cosa è dovuta questa particolarità?

Da scartare subito è l’ipotesi damnatio memoriae. Sembra improbabile che la presenza del cuore tra il materiale impuro sia da imputare a un tentativo di punire il defunto privandolo dell’organo più importante e, di conseguenza, impedendo la sua esistenza nell’aldilà. Mancano infatti nella tomba altre tracce di deturpazione e il nome di Ipi sul sarcofago non presenta alcuna cancellazione, come invece ci si sarebbe aspettato in un caso simile. La spiegazione, invece, potrebbe essere molto più prosaica. Secondo Morales, infatti, i sacerdoti preposti alla mummificazione si sarebbero semplicemente sbagliati, confondendo l’involucro del cuore con uno dei tanti sacchetti di natron e riponendolo in una giara.

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Il frammento perduto dell’Obelisco di Montecitorio recuperato dai Carabinieri

Mercoledì scorso, in occasione del Natale di Roma, la puntata di “Ulisse – Il piacere della scoperta” di Alberto Angela è stata dedicata ad alcune meraviglie dell’Urbe di epoca imperiale. Tuttavia, c’è stato spazio anche per l’antico Egitto e in particolare per uno degli obelischi che ormai da secoli sono parte integrante del paesaggio della capitale. D’altronde Roma con i suoi 13 monoliti in granito – originali faraonici o fatti realizzare dagli imperatori romani – è la città con più obelischi egizi al mondo.

Nello specifico, dopo aver parlato dell’Ara Pacis, il famoso divulgatore si è recato presso la caserma “La Marmora” di Trastevere, una delle sedi del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, e ha mostrato un recente “ritrovamento” (dal min. 17.20). Il generale Roberto Riccardi ha infatti presentato in esclusiva il recupero di uno dei frammenti dell’Obelisco di Montecitorio, “perduto dal ‘700” e restituito spontaneamente alle forze dell’ordine da un antiquario romano.

Se stupisce che di una porzione di un monumento attualmente eretto si siano perse le tracce per così tanto tempo, conviene raccontarne in breve la storia. L’obelisco ha ovviamente origine in Egitto ed è stato realizzato con granito rosa d’Assuan per volere del faraone Psammetico II (595-589 a.C.) per Eliopoli. Quasi sei secoli più tardi, però, Augusto, dopo aver conquistato l’Egitto, fu colpito dall’imponenza di questo genere di opere e inaugurò la ‘tradizione’ del trasloco dei monoliti a Roma. Così nel 10 a.C., l’imperatore fece trasportare via nave l’obelisco di Psammetico II e quello Flaminio, oggi a piazza del Popolo.

Il primo divenne lo gnomone del Solarium Augusti, la gigantesca meridiana situata nel Campo Marzio, a circa 200 metri dall’attuale ubicazione dell’obelisco che, per questo, è chiamato anche Campense. Non è chiaro quando, nel Medioevo, sia caduto. Quel che si legge nelle fonti è che nell’VIII secolo l’obelisco era ancora in piedi, per poi crollare a causa di un terremoto nel IX secolo o per il sacco dei Normanni del 1084. I suoi frammenti gradualmente furono interrati e sparirono dalla memoria collettiva fino a ricomparire all’inizio del Cinquecento nella cantina di un palazzo di Largo dell’Impresa, l’odierna Piazza di Monte Citorio.

Papa Sisto V (1585-1590) cercò invano di rinnalzare l’obelisco come aveva fatto già con quelli Vaticano (in realtà solo spostato perché è l’unico ad essere rimasto sempre in piedi), Esquilino, Lateranense e Flaminio. Ma a questo periodo risalgono le prime copie delle iscrizioni che successivamente furono studiate di persona anche dal celebre gesuita Athanasius Kircher (Obelisci Aegyptiaci: nuper inter Isaei romani rudera effossi interpretatio hieroglyphica, Roma 1666, p. 132), uno dei primi studiosi a tentare la decifrazione dei geroglifici.

A riuscire nell’impresa furono papa Benedetto XIV, che nel 1748 affidò il recupero di 5 grandi frammenti a mastro Nicola Zabaglia (illustrazione in basso), e soprattutto Pio VI che, tra 1789 e 1792, chiamò Giovanni Antinori per l’anastilosi del monolito. L’architetto, che si era già occupato degli obelischi del Quirinale e di quello Sallustiano, eresse il monumento alto 21,79 metri di fronte al palazzo della Camera dei Deputati che, in quel periodo, era la sede della Curia Pontificia e di altri istituti giuridici papali. Ma per farlo dovette colmare le vaste lacune con il granito preso dalla Colonna di Antonino Pio. Basta infatti dare un’occhiata alla foto in alto per capire quante porzioni manchino; in particolare, la base e la faccia nord – quella che dà sul Parlamento – sono completamente mancanti. È possibile quindi che alcuni pezzi siano ancora nel sottosuolo e che altri, invece, siano stati reimpiegati già dal XVI secolo.

L’estrazione dell’Obelisco Montecitorio (source: aboutartonline.com)

Almeno da come è apparso nella puntata di Ulisse, sembra che il frammento sia sparito proprio nel XVIII secolo, in occasione delle operazioni di scavo e restauro. D’altronde, è nota un’altra porzione consistente, ma in cattivo stato di conservazione, della parte inferiore dell’obelisco (215 x 63 x 12 cm), appartenuta al cardinale Stefano Borgia (1731-1804) e confluita nel 1817 nel Real Museo Borbonico (oggi Museo Archeologico Nazionale di Napoli; inv. n. 2326).

Guardando più da vicino il reperto recuperato dai Carabinieri e concentrandosi sulla dimensione minore dei geroglifici e sulla presenza di linee divisorie, che invece mancano sulle colonne superiori, si può ipotizzare che anche questo frammento, come quello di Napoli, provenga dalla base. L’attribuzione all’obelisco di Montecitorio è invece certa grazie al cartiglio con il nome “sa-Ra” di Psammetico II, accompagnato da altri geroglifici scarsamente leggibili che ho cercato di ricostruire nell’immagine qui a destra:

  • mri PsmTk anx mi ra
  • “Amato, Psammetico, che vive come Ra”

Questo brevissimo stralcio di testo mi ha permesso di accorgermi che il pezzo in realtà non è inedito. L’egittologo Sergio Bosticco, infatti, lo pubblicò nel 1957 (“Frammento inedito dell’obelisco campense“, Aegyptus 37/1, pp. 63-64), quando fu contattato dal proprietario in persona per farglielo studiare. Il frammento (24 x 44 x 20 cm) appartenenva alla collezione privata dell’avvocato conte Camillo Orlando-Castellano, figlio del più noto Emanuele, tra le altre cose Presidente del Consiglio dal 1917 al 1919.

Orlando-Castellano aveva acquistato sul mercato antiquario all’inizio del ‘900 il reperto che pare sia stato ritrovato nel XIX secolo nei pressi del luogo di caduta dell’obelisco. Lui stesso ne parla nel 1964 in un articolo su una rivista romana (“Frammento dell’Obelisco di Montecitorio”, L’Urbe 27/5, pp. 13-15), in occasione di esami effettuati per verificare la stabilità del monumento. Quindi non si tratta di una vera e propira sparizione secolare, anche se non ho idea di dove sia finito il pezzo negli ultimi 50 anni. Ma l’importante è che il frammento sia finalmente tornato alla collettività e che ora tutti possano ammirarlo.

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Kek, il “dio-rana” egizio tra i supporter di Trump che hanno assaltato il Campidoglio

Elaborazione grafica di Mattia Mancini (@djedmedu); foto da wikipedia e dal video di @rebtanhs

Abbiamo ancora negli occhi le scioccanti immagini dell’assalto al Campidoglio di Washington DC, sede del Congresso degli Stati Uniti d’America. Nell’eterogenea massa spinta dall’irresponsabile politica populistica di Donald Trump e da mesi di bufale su presunti brogli elettorali, sono emersi grotteschi personaggi che avrebbero certamente generato risate, se non fosse per la gravità dell’attacco al luogo simbolo della più potente democrazia mondiale, per la pesante atmosfera da guerra civile e per la morte di 5 persone.

Come detto, nella fauna dei manifestanti pro-Trump c’erano individui appartenenti a diversi gruppi politici e non, come repubblicani, complottisti, suprematisti bianchi, xenofobi, QAnon ed estremisti dell’alt-right. Spiccavano anche bandiere “dal sicuro sapore nazista” (semicit. La Molisana) che, come vedremo*, hanno un impensabile collegamento con la religione egizia. Il riferimento più immediato è invece quello alla Kriegsflagge, la bandiera militare tedesca della seconda guerra mondiale, per il verde al posto del rosso e 4 K e una E a sostituire la svastica.

Ma cosa mette in relazione i fatti di Capitol Hill con l’antico Egitto? Una rana.

Una bizzarra catena di passaggi in cui sono finiti casualmente videogame, meme, forum, trolling e propaganda politica ha fatto sì che un’antica figura divina, sconosciuta ai più, diventasse l’oggetto di un assurdo culto internettiano, la controparte storica di un personaggio cartoonesco razzista e un mezzo di supporto per la scalata al potere del presidente uscente: Kek.

Kek, o Kuk, è una delle 8 divinità primigenie che compongono l’Ogdoade Ermopolitana, la cosmogonia alla base della formazione dell’universo nella città di Ermopoli – o Khemno in egizio (per l’appunto, la città degli “Otto”) – capitale della XV provincia dell’Alto Egitto. Secondo questo mito, in principio ci sarebbero state solo quattro coppie di entità astratte, hehu, che personificavano elementi tipici del Caos e della natura indistinta del non-creato: Nun e Nunet (le acque primordiali), Kek e Keket (l’oscurità, le tenebre in mancanza della luce), Huh e Huhet (l’illimitatezza, l’infinità degli spazi non ancora determinati), Amon e Amonet (l’invisibilità, la non esistenza). Ogni genio maschile era rappresentato come un uomo dalla testa di rana ed aveva la sua controparte femminile dalla testa di serpente (nell’immagine in cima all’articolo, si vede la rappresentazione di Kek nel soffitto del Tempio di Dendera). I due animali acquatici sono legati all’ambiente in cui si sarebbe formata la vita, sarebbe emersa la collina primordiale di fango e il sole per la Prima Volta.

In questo assurdo, contorto percorso digitale, la parola kek era stata in realtà acquisita inizialmente con un altro significato. Corrisponde infatti alla traslitterazione dell’onomatopea coreana per la risata, ‘kekeke’, ed era diffusissima tra i giocatori asiatici del videogame di strategia online “Starcraft”, tanto da spingere la stessa casa produttrice a utilizzarla nel suo titolo successivo, il ben più noto World of Warcraft. Nel gioco di ruolo multiplayer ambientato in un universo fantasy, gli utenti di tutto il mondo possono interagire, dividersi tra Alleanza e Orda e cooperare per sconfiggere gli avversari; si può chattare liberamente con i membri della propria fazione, mentre i messaggi dei nemici sono criptati, come se fossero scritti in una lingua sconosciuta. L’acronimo anglosassone lol (laughing out loud), ad esempio, se digitato da un Orco, appare come kek nelle chat di Umani, Nani e Gnomi.

Source: Wikimedia Commons

A un certo punto, su 4chan.org, qualcuno si è accorto che questa parola, ormai di uso comune tra i videogiocatori, corrispondeva anche al nome di un dio egizio definito semplicisticamente “del Caos e dell’Oscurità”. In particolare, un utente di /pol/, sub-forum della controversa piattaforma, pubblicò nel 2016 un collage di immagini con una statuetta di rana, l’interpretazione goliardica della sua maccheronica iscrizione geroglifica – che in realtà è la storpiatura del nome di Heqet, altra divinità faraonica anfibia – e Pepe the Frog, su cui torneremo poi (vedi immagine in alto).

Qui nasce la magia/pazzia del web.

/pol/ è infatti un covo di semplici troll ma anche di estremisti di destra e suprematisti bianchi e il luogo da cui è partita la cosiddetta “Guerra dei meme”. Con la candidatura di Trump alla corsa alla Casa Bianca nel giugno 2015, infatti, questa sottocultura internettiana trovò nel ‘tycoon’ il paladino perfetto contro democratici, politically correct e ‘normies’ o, come diremmo qui in Italia, buonisti. Per questo cominciò un’incessante pubblicazione di centinaia di migliaia di post di sostegno per Trump che quasi sempre consistevano in meme e immagini demenziali ‘edgy’. La sconfitta inaspettata di Hillary Clinton è dovuta anche a questi contenuti virali che, seppur creati inizialmente con il solo scopo di trollare, di prendere in giro i perbenisti, sono stati subito sfruttati nella campagna elettorale repubblicana e per fare proselitismo. L’eccezionale velocità di diffusione e il velo d’ironia dei meme hanno reso più semplice l’avvicinamento delle persone a certe idee reazionarie.

Uno dei protagonisti di questa ‘guerra’ è stato sicuramente Pepe the Frog, una rana antropomorfa che nel corso degli anni, a discapito della volontà del suo creatore, si è tramutata in uno squallido personaggio razzista e antisemita, amato dall’alt-right e in alcuni casi perfino con le sembianza di Trump che, dal canto suo, non ha faticato a ricondividere sul suo profilo Twitter.

Il parallelismo automatico tra Pepe e il dio egizio ha poi portato all’ideazione di una vera e propria mitologia satirica dell’inesistente Stato del Kekistan (della cui la bandiera ho parlato all’inizio) e a di una dettagliata religione fittizia chiamata Culto di Kek, Esoterismo keketico o semplicemente Keketismo. Il fine umoristico di questa assurda teologia è palese, a partire dalla traduzione coreana della parola stessa, ma è indubbio che strizzi l’occhio a idee razziste, neonaziste, misogine e anti-liberali. Il destino divino o, meglio, magico-memetico del culto era quello di portare al compimento della profezia di Kek, cioè la vittoria di Trump alle elezioni e l’abbattimento dello status quo democratico abbracciando i principi del Caos e dell’oscurità cari all’alt-right.

E, visti gli ultimi risvolti, è inutile dire che qualcuno ha preso sul serio queste fesserie:

Our Kek who art in memetics
Hallowed by thy memes
Thy Trumpdom come
Thy will be done
In real life as it is on /pol/
Give us this day our daily dubs
And forgive us of our baiting
As we forgive those who bait against us
And lead us not into cuckoldry
But deliver us from shills
For thine is the memetic kingdom, and the shitposting, and the winning, for ever and ever.
Praise KEK

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*Ringrazio Stefania Berutti per avermi segnalato questa chicca.

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Reeves torna all’attacco: un nuovo articolo per ribadire che, secondo lui, Nefertiti è sepolta nella tomba di Tutankhamon

Copyright © Nicholas Reeves 2020 | Layout and animation copyright © Peter Gremse ConzeptZone.de 2020

“If the person you are talking to doesn’t appear to be listening, be patient.
It may simply be that he has a small piece of fluff in his ear”

Nicholas Reeves non si arrende e lo fa capire già dalla citazione iniziale del suo nuovo articolo, presa direttamente da Winnie the Pooh. Pochi giorni fa l’egittologo britannico ha pubblicato sulla sua pagina academia.edu la terza parte, forse conclusiva, della serie “The Burial of Nefertiti?”, trilogia che ha sconvolto il mondo dell’egittologia e non solo con l’affaire ribattezzato Tutfertiti.

Nel 2015 Reeves aveva esposto la clamorosa ipotesi secondo la quale Nefertiti, sposa di Akhenaton, sarebbe ancora nascosta in camere sconosciute della tomba di Tutankhamon. Nello specifico – partendo dallo studio della struttura architettonica della sepoltura e del suo contenuto e dall’analisi delle foto ad alta risoluzione delle pitture parietali messe a disposizione dalla Factum Arte – aveva affermato che la KV62 in origine fosse destinata alla regina, ma che poi, vista la morte improvvisa del giovane faraone, sarebbe stata riciclata con parte del suo corredo per Tut. In un primo momento quest’ipotesi sembrò suffragata da esami preliminari e dalle prospezioni con georadar realizzate da tecnici giapponesi che rilevarono la presenza di vuoti dietro le pareti nord e ovest della camera funeraria.

L’anno successivo, però, una seconda serie di scansioni ad opera di esperti americani della National Geographic Society portò a risultati meno netti, che cominciarono a far serpeggiare qualche dubbio in merito e, di conseguenza, fu necessario richiedere l’intervento di un terzo team per derimere definitivamente la questione. Il compito fu affidato a una squadra italiana diretta da Franco Porcelli (Politecnico di Torino), che nel 2018 escluse categoricamente la presenza di vuoti dietro le pareti della camera funeraria, bocciando quindi la teoria di Reeves.

Faccenda chiusa allora? Neanche per sogno. Reeves ha continuato a rimanere della sua posizione pubblicando un secondo articolo nel 2019, in cui ha aggiunto una particolareggiata valutazione delle decorazioni pittoriche della camera – in cui la figura di Tutankhamon sarebbe stata aggiunta in un secondo momento per coprire quella di Nefertiti – e ha presentato unaa reinterpretazione dei dati della seconda seduta di scansioni. Secondo il geofisico George Ballard, perito esterno scelto proprio per quella serie di esami, le pareti nord e ovest mostrerebbero segni della presenza di muri artificiali diversi dalla roccia pura.

Dopo questa necessaria premessa (trovate tutti gli articoli di approfondimento nei link presenti nel testo), veniamo finalmente al terzo articolo, che comunque non fornisce grosse novità. In generale, vengono riassunte e contestualizzate tutte le informazioni presenti nelle precedenti pubblicazioni. Si ribadisce che Nefertiti avrebbe cambiato nome in Neferneferuaton nella seconda metà del regno di Akhenaton in quanto coreggente del marito e in Smenkhara quando salì al trono da sola. Ad ognuna di queste fasi corrisponderebbe una modifica della planimetria e dell’apparato decorativo della tomba di Nefertiti che avrebbe poi ospitato le spoglie del successore Tutankhamon.

Le prove di questa conclusione sono quelle già illustrate nel 2015 e nel 2019: la pianta anomala della KV62, troppo piccola per essere una tomba della Valle dei Re; linee regolari riconducibili a due aperture nelle pareti nord e ovest; tracce di modifiche nei cartigli e nelle figure ritratte sui muri; un diverso trattamento delle superfici imputato al passaggio dalla roccia a una struttura muraria artificiale.

L’unica vera novità è la proposta di un’ulteriore camera nascosta posta, per esclusione, dietro la parete sud della camera funeraria. Ma questa volta a suffragare l’ipotesi è il solo fatto che mancherebbe un ambiente a Tesoro, Annesso e l’eventuale camera dietro la parete ovest per rispettare le tradizionali quattro stanze-magazzino delle tombe di XVIII dinastia. Oggettivamente un po’ poco, pur tenendo conto che sulla parete meridionale la nicchia che conteneva il mattone magico è più alta delle altre per, secondo Reeves, lasciar spazio alla porta sigillata sottostante. Anche le sovrapposizioni dei volti ritratti nelle pitture con i profili di statue o busti ritraenti Nefertiti e Tutankhamon sembrano forzate.

A corredo di ogni paragrafo ci sono link a 5 video su YouTube (1, 2, 3, 4, 5), in cui i dati vengono illustrati tramite ricostruzioni virtuali del graphic designer Peter Greemse. Ma ciò che mi ha colpito di più dell’articolo è la parte finale in cui Reeves risponde a Porcelli, quasi prendendola sul personale, con una veemenza che giustifica il titolo clickbait di questo post. Del professore, e per estenzione di tutto il suo team, vengono criticati l’approccio macchiato da aspettative preconcette, l’eccessiva sicurezza iniziale e la fiducia incondizionata negli strumenti utilizzati. L’effettiva mancanza di vuoti rilevata dalla terza serie di scansioni al georadar sarebbe spiegata, anche da Ballard, semplicemente con riempimenti di macerie compattate. Così i risultati degli italiani, secondo Reeves, sarebbero tutt’altro che definitivi ma, al contrario, “terribilmente sopravvalutati”.

L’attacco è sicuramente duro, diretto, volto a mettere in dubbio l’infallibilità dello studio effettuato e dei mezzi scientifici adottati; atteggiamento che, però, non ho notato quando i risultati giapponesi confermavano l’ipotesi di Reeves. Restano comunque molte suggestioni e la faccenda ancora da chiarire delle altre due anomalie rilevate nei pressi della KV62; quindi sono sicuro che l’affaire Tutfertiti non finisca qui.

https://www.academia.edu/44309046/The_Tomb_of_Tutankhamun_KV_62_Supplementary_Notes_The_Burial_of_Nefertiti_III_2020_

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Reeves non si arrende: “Nella tomba di Tutankhamon era sepolta Nefertiti”

tut

Source: highres.factum-arte.org/Tutankhamun/

Nonostante sia stato fatto fuori dal progetto di ricerca da lui iniziato, ostracizzato dall’attuale direzione del Ministero delle Antichità e smentito dall’ultima serie di scansioni con il georadar nella KV62, Nicholas Reeves non si arrende, anzi rilancia: la tomba di Tutankhamon era stata pensata per seppellire Nefertiti e nasconde ambienti ancora sconosciuti.

Nella sua ultima pubblicazione, scritta il 13 luglio 2019, “The decorated north wall in the tomb of Tutankhamun (KV62) – The burial of Nefertiti? II”, l’egittologo britannico rivisita l’articolo originario del 2015 che scatenò la querelle “Tutferiti” e aggiunge nuovi dati a favore della sua tesi, concentrandosi sull’analisi della decorazione della parete settentrionale della camera funeraria. Inoltre, si avvale anche delle valutazioni del geofisico che era stato scelto come consulente esterno durante la seconda seduta di scansioni.

Secondo quanto riporato nel testo, il corpo di Tutankhamon sarebbe stato collocato in una stanza secondaria dell’ultima dimora di Nefertiti, prima diventata co-reggente e poi, alla morte del marito Akhenaton, faraone vero e proprio con il nome di Ankhkheperura Smenkhkara-Djeser-Kheperu. La decorazione della camera, quindi, sarebbe stata modificata per accogliere le spoglie del nuovo re.

Reeves, già nel 2015, osservando le scansioni ad alta risoluzione della Factum Arte, aveva notato delle differenze tra le pitture della parete nord (quella che nasconderebbe l’accesso al resto della tomba) e quelle degli altri muri, rilevando due fasi realizzative: una prima tardo-amarniana con figure disegnate con canone a griglia di 20 quadrati su fondo bianco; una seconda post-amarniana con griglie a 18 quadrati e fondo giallo. Quindi, in origine, la stanza avrebbe avuto una sola parete dipinta, quella nord, che poi sarebbe stata aggiornata per il nuovo proprietario aggiungendo un fondo giallo, cambiando figure, cartigli e parte dei testi e procedendo con la decorazione delle pareti sud, ovest ed est.

Immagine

Source: highres.factum-arte.org/Tutankhamun/ (modificato da @djedmedu)

Per avvalorare la sua ipotesi, Reeves entra nel particolare e analizza le tre scene della parete nord. Nella prima, quella a destra, il nuovo faraone Ay compie il rito dell’apertura della bocca sulla mummia di Tutankhamon, suo predecessore. Il volto di Ay, che doveva avere già un’età avanzata, sembra invece più giovane di quello di Tut, morto intorno ai 18 anni. Ay non è raffigurato maturo come nella sua tomba ad Amarna (TA25), ma presenta la tipica pinguedine (1 nella figura in alto) del sottomento che caratterizza le altre immagini di Tutankhamon. Quest’ultimo qui ha viso snello, mento appuntito, piega all’angolo della bocca (2), corpo allungato e gambe corte, tutte peculiarità femminili delle rappresentazioni tardo-amarniane di Nefertiti. Anche il cartiglio di Ay sarebbe stato alterato: s’intravedrebbero infatti tracce del segno “i” di Imn (3), l’ultima parte del nome del ‘faraone bambino’ che, per motivi di rispetto per il dio Amon, andava scritta per prima.

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Source: highres.factum-arte.org/Tutankhamun/ (modificato da @djedmedu)

Nella seconda scena, quella al centro, Tutankhamon, accolto nell’aldilà dalla dea Nut, sembrerebbe essere stato rappresentato con due metri di proporzione: un canone amarniano per le gambe e uno post-amarniano per busto e testa che, per questo, è troppo grande rispetto alle altre. Secondo Reeves, quindi, la parte superiore della figura sarebbe stata ridipinta. Inoltre, le strane frange del suo gonnellino (4) sono compatibili con la tipologia di veste femminile di regine e altre donne della corte di Akhenaton che, in questo caso, sarebbe stata coperta con il fondo giallo (5).

Immagine

Source: highres.factum-arte.org/Tutankhamun/ (modif. da @djedmedu)

Nell’ultima scena, quella a sinistra, Tutankhamon e il suo ka si mostrano a Osiride che, secondo Reeves, sarebbe stato ristretto in un secondo momento (8) per far posto alla figura del faraone. Il numero di pieghe del gonnellino bianco di Tut coincide con quello di personaggi presenti sulle altre pareti, quindi dipinti nella seconda fase. In quella originaria, invece, ci sarebbe stata solo una figura femminile, Nefertiti, al cospetto di Osiride, perché la parrucca tripartita (6) del Ka è utilizzata spesso per le donne d’alto rango in epoca amarniana. Solo dopo sarebbe stata nascosta la veste e aggiunto l’attributo del ka sulla testa (7).

In aggiunta alle osservazioni stilistiche iconografie, ci sarebbero incongruenze anche nella disposizione del testo che, oltre ad avere tracce di cartigli modificati, non è sempre sulla stessa linea. Quindi, Reeves è sempre più convinto che il progetto iniziale della KV62, pensato per Nefertiti, prevedesse una struttura più canonica con un corridoio ad L (figura in basso) in cui Anticamera e Camera funeraria erano unite. Solo dopo la morte improvvisa di Tutankhamon, si sarebbe deciso di chiudere una parte della tomba e modificare il resto rimasto accessibile scavando nuovi spazi per allargare le due stanze e aggiungere Anesso e Tesoro.

Immagine

Reeves N., The burial of Nefertiti? II, p. 58, Fig. 33

L’articolo è corredato da una revisione dei risultati delle tre tornate di analisi al georadar (1, 2, 3) di George Ballard, geofisico del GB Geotechnics Group che era stato interpellato nel 2016 dalla National Geographic per dare una valutazione indipendente ai dati acquisiti durante la seconda serie di scansioni. Premetto, come sempre, che non essendo un esperto della materia mi limito solo a riportare quanto letto senza dare giudizi.

La relazione di Ballard indicava prove consistenti che il muro settentrionale della camera funeraria, nella parte est, non fosse composto di solido calcare naturale, come nella porzione occidentale, ma di elementi separati di varia grandezza. Lo stesso ragionamento sarebbe valso anche per la parte terminale nord del muro occidentale. Quindi, secondo il geofisico, ci sarebbero dati sufficienti a provare l’esistenza di due pareti artificiali, costruite con pietre di calcare di diversi formati, che avrebbero obbliterato due possibili porte. In particolare, nell’ipotizzato corridoio chiuso dalla parete nord, il non rilevamento di un vuoto sarebbe spiegabile con la presenza di macerie che ostruirebbero il passaggio. Questi frammenti di calcare sarebbero il prodotto dello scavo della nuova stanza funeraria, poi spinti indietro e arginati con una sorta di muretto di sostruzione poi foderato e coperto con quello nuovo dipinto. La natura stessa di questi scarti in calcare fornirebbe quindi alcune risposte agli impulsi degli strumenti simili a quelle del banco di roccia naturale.

Ballard parla anche delle due anomalie individuate nelle vicinanze della KV62 dal team italiano, utilizzandole come ulteriori dati per avvalorare la sua ipotesi. Nonostante la squadra diretta dal prof. Porcelli abbia affermato che non ci sono prove dirette che i vuoti siano collegati alla tomba di Tutankhamon, Ballard è convinto invece che appartengano alla stessa struttura e critica soprattutto l’interpretazione come frattura naturale di un’anomalia individuata dietro la parete nord.

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Questa pubblicazione crea ancora più attesa alla luce della nuova serie di scansioni nell’area della tomba di Tutankhamon portata avanti alla fine di giugno dall’ex ministro delle Antichità Mamdouh el-Damaty, grande sostenitore dell’ipotesi di Reeves prima che fosse destituito dalla sua carica. Voci ufficiose hanno parlato della presentazione dei risultati dopo due mesi, quindi non ci resta che aspettare la fine di agosto. Inshallah.

https://www.academia.edu/39903971/The_Decorated_North_Wall_in_the_Tomb_of_Tutankhamun_KV_62_The_Burial_of_Nefertiti_II_2019_?

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Camere nascoste nella/vicino la tomba di Tutankhamon: facciamo chiarezza

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Kenneth Garrett, National Geographic

Ultimamente, a causa di alcuni articoli diventati abbastanza virali sul web, sono tornate alla ribalta le celeberrime camere nascoste nella Tomba di Tutankhamon. Sapete bene che la questione è stata definitivamente chiusa nel maggio del 2018 con la terza serie di scansioni con georadar, ma la notizia riportata nei succitati articoli è un’altra: la possibile presenza di possibili vuoti nei pressi della KV62.

In realtà, anche in questo caso non c’è niente di nuovo perché il rilevamento di anomalie geofisiche nelle immediate vicinanze della tomba di Tutankhamon risale al 2017 ed è il frutto del lavoro dello stesso team italiano che ha bocciato la tesi di Nicholas Reeves. Diretto dal prof. Franco Porcelli (Politecnico di Torino), in collaborazione con esperti di Università di Torino, 3DGeoimaging di Torino, Geostudi Astier di Livorno, l’inglese Terravision e, per la consulenza egittologica, Centro Archeologico Italiano al Cairo (Istituto Italiano di Cultura), il “Progetto VdR Luxor”, mirato all’intera mappatura geofisica della Valle dei Re, era partito proprio dall’indagine della tomba più famosa d’Egitto. In quest’ottica, era stata usata la tomografia di resistività elettrica (ERT) sulla superficie esterna come metodo diagnostico complementare al georadar nella camera funeraria ed erano stati acquisiti dati interessanti.

Io ve ne avevo già parlato l’anno scorso (potete comunque leggere l’articolo scientifico pubblicato sul Journal of Cultural Heritage) e poi ho avuto la fortuna di approfondire il discorso direttamente con Porcelli durante l’incontro che ho mediato alla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto. Ma, vista la recente attenzione ri-scoppiata e la gentilezza del professore che mi ha inviato l’ultima pubblicazione del suo team, vale la pena far chiarezza una volta per tutte.

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Fischanger F. et al., Geophysical anomalies detected by electrical resistivity tomography in the area surrounding Tutankhamun’s tomb, in JCH 36 (2019), fig. 2, p. 65

La ricerca con ERT è stata effettuata nel maggio del 2017 in un’area che comprende il piazzale di fronte gli ingressi delle tombe di Tutankhamon e di Ramesse V e Ramesse VI (KV9), la collina in cui sono state scavate le due sepolture (foto in alto) e parte del canyon che porta alla tomba di Merenptah (KV8). In un complesso mix di depositi alluvionali naturali e rimaneggiamenti antropici dovuti a secoli di scavi, sono emerse due anomalie che potrebbero avere importanti risvolti archeologici (immagine in basso). L’Anomalia 1, di circa 5 x 8 metri, si trova a una profondità di 6 metri sotto la collina, a 12 metri dal muro nord della camera funeraria di Tut. Le dimensioni e i valori di resistività portano a pensare che si tratti di un vuoto di origine umana in un’area mai interessata da scavi archeologici, vicino alla KV62 ma – importante sottolinearlo – non direttamente connesso. L’Anomalia 2, invece, è più difficile da inquadrare: ha una forma di ellisse allungata di 15 x 4 m a una profondità di 5 metri sotto il piazzale ai piedi della collina, in una zona quindi già scavata. Questi esami ovviamente non sono sufficienti a tirare conclusioni definitive, per questo la squadra è tornata a Luxor nell’autunno del 2018 per nuove prospezioni.

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Ivi, fig. 8, p. 69

Tornando invece alla terza serie di scansioni con georadar nella tomba di Tutankhamon, ho potuto leggere la pubblicazione dello studio – ancora in fase di stampa (una versione digitale è consultabile qui: Sambuelli L. et al., The third KV62 radar scan: Searching for hidden chambers adjacent to Tutankhamun’s tomb, in JCH, in press) – gentilmente inviatami dal prof. Porcelli.

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Kenneth Garrett, National Geographic

Chiamato a dare un’opinione definitiva dopo le discordanti campagne giapponesi e americane, il team italiano ha realizzato nel febbraio 2018 una serie di scansioni con tre tipologie di frequenza, così da poter avere un numero maggiore di dati da incrociare: basse (15-200 MHz), medie (600-900 MHz) e alte (1500-3000 MHz). Dopo la calibrazione degli strumenti su vuoti noti (Annesso e Tesoro), si è passati alle misurazioni verso le pareti nord e ovest della camera funeraria che, secondo Reeves, avrebbero nascosto l’accesso a ulteriori vani. Le autorità egiziane non hanno permesso che i georadar fossero poggiati direttamente sulle superfici dipinte, quindi sono stati posizionati a 5-10 cm dai muri. I risultati li conoscete già, ma entriamo nel dettaglio.

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Sambuelli et al. 2019, Fig. 3

Le misurazioni fatte ad alte frequenze non hanno rilevato discontinuità sul piano verticale tra la roccia naturale e le ipotetiche porte tamponate in muratura. Quelle a media e bassa frequenza, invece, hanno avuto una risposta omogenea per 3 o 4 metri di profondità. Tradotto: non ci sono stanze né altri tipi di vuoti. Le uniche anomalie riscontrate sono state una frattura naturale (C nell’immagine in basso) due metri dietro la parete nord e un antico appianamento della stessa (A) che era già conosciuto dagli egittologi.

Ma allora cosa aveva visto Watanabe nel novembre del 2015? Non dovevano esserci una camera e un corridoio, con addirittura tracce di oggetti in legno e metallo? A quanto pare, i risultati della prima scansione sono stati fuorviati da “segnali fantasma”. Per prima cosa, lo spazio tra antenna e muro ha abbassato l’accuratezza di misurazione della posizione. Ma la vera causa dell’errore starebbe nelle diverse proprietà elettromagnetiche dell’intonaco dipinto rispetto a quelle della roccia calcarea. Contenente umidità e materiale organico (paglia), il supporto delle pitture è molto probabilmente in grado di condurre elettricità provocando così il fenomemo fisico della guida d’onda. Infatti, solo una parte delle onde elettromagnetiche emesse dallo scanner ha attraversato la roccia; molte altre sono scivolate lungo l’intonaco e, viste anche le ridotte dimensioni della camera funeraria (6 x 4 x 3 m), sono rimbalzate sulla parete opposta o sul grande sarcofago in quarzite portando all’antenna dello strumento un risultato ovviamente sballato.

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Sambuelli et al. 2019, Fig. 5

 

 

 

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La scoperta della tomba di Tutankhamon e l’affermazione dell’identità nazionale egiziana

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Più di una volta è capitato che un mio articolo sia stato usato come riferimento per blog post, pezzi di giornali o riviste, addirittura voci di Wikipedia. Ma questa volta sono particolarmente orgoglioso di essere finito nella bibliografia di una tesi. Diversamente da quello che si potrebbe credere, però, il lavoro in questione non riguarda l’egittologia né  l’archeologia in senso stretto, ma si tratta di una tesi triennale in Storia contemporanea. Sì, perché nessun’altra scoperta archeologica come quella della tomba di Tutankhamon ha avuto un’influenza sulla società che l’ha vissuta e sulle vicende politiche del paese in cui è stata effettuata. Lascio così con piacere la ‘tastiera’ a Rebecca Stagno, studentessa presso la Sapienza di Roma, che ci parlerà di come sia stato importante quest’evento per l’affermazione dell’identità nazionale di un Egitto che si era appena liberato dall’occupazione britannica.

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Sebbene l’Egitto fosse diventato indipendente dalla Gran Bretagna nel gennaio del 1922, i sentimenti antibritannici dei nazionalisti egiziani erano tutt’altro che sopiti. Si trattava, infatti, di un’indipendenza puramente formale, in cui l’ingerenza straniera possedeva ancora una forte presa sui gangli principali del Paese.

È in questo contesto politico-sociale che si situa la scoperta della tomba di Tutankhamon, un evento destinato ad influenzare non soltanto la politica nazionalista, ma l’intera storia dell’Egitto contemporaneo. Nelle forze in gioco dell’inizio del XX secolo, infatti, Howard Carter rappresentava la Gran Bretagna, la tomba di Tutankhamon l’Egitto. Ma fino a che punto la figura di Howard Carter è stata elevata a simbolo dell’ingerenza britannica sul Paese?

Andiamo con ordine.

Howard Carter_Wikipedia

Howard Carter (wikipedia)

In seguito alla scoperta della KV62 (avvenuta nel novembre del 1922), lord Carnarvon, finanziatore della lunga campagna di scavi, prese una decisione che si rivelò fatale: firmò un contratto con il Times che diventava così il veicolo informativo ufficiale. Il quotidiano britannico, in pratica, aveva diritto a notizie e materiale relativi alla tomba (fotografie o disegni) in esclusiva. Il resto della stampa, compresa quella egiziana, avrebbe dovuto rifarsi al Times e pubblicare informazioni di seconda mano. Un tale stato di cose non fece che inasprire ulteriormente i rapporti tra i nazionalisti e il Regno Unito. Era assurdo per un egiziano, infatti, rifarsi a un quotidiano inglese per poter ricevere notizie su una tomba appartenente all’antica storia del suo Paese. Per questo, non appena si diffuse l’annuncio del contratto in esclusiva, Carter e Carnarvon vennero investiti da una valanga di accuse e proteste. Vennero accusati, ad esempio, di prostituire la scienza in cambio di denaro e di trattare un bene pubblico come una proprietà privata [1].  La risonanza politica fu immediata.

I rappresentanti della stampa egiziana si precipitarono nello studio di Pierre Lacau, allora direttore generale del Servizio delle Antichità, per protestare e rivendicare i propri diritti, mentre numerosi esponenti del Partito Nazionalista aprirono un’indagine per assicurarsi che nessuno dei reperti avesse lasciato l’Egitto. Ormai era chiaro che, indipendentemente dall’esistenza di una legge che regolava la spartizione dei reperti tra Egitto e ricercatori stranieri, i tesori di Tutankhamon sarebbero dovuti restare all’interno del Paese. Improvvisamente, Carter si era trasformato nello spettro dell’ingerenza britannica e la porta d’acciaio che aveva montato a difesa della tomba non poteva che essere la testimonianza di un male non ancora estirpato.

Lacau, pressato dalla stampa locale, chiese più volte all’archeologo londinese di riservare ad essa una giornata di visita alla tomba, ma l’archeologo rifiutò per non compromettere il buon andamento dei lavori. Carter era tra i migliori nel suo campo, ma di certo non era un diplomatico. Mentre i reperti più fragili venivano estratti indenni dal sepolcro, grazie alla meticolosità che mostrava nel lavoro, i suoi rapporti sociali si incrinavano inesorabilmente.

Le conseguenze a cui la sua testardaggine rischiava di condurlo erano ormai note a tutti, tranne che a lui. Un giorno, gli giunse persino un’accorata lettera dall’uomo più impensabile, un suo ex collega di nome Arthur Weigall che a quel tempo godeva di una pessima reputazione poiché sembrava che fosse coinvolto nel commercio di opere d’arte. Tuttavia, in quel momento, la sua fu la voce della ragione. Nella lettera, questi esortava i due soci a considerare il contesto politico in cui versava allora l’Egitto e ricordava loro, non senza utilizzare un chiaro tono di rimprovero, che non potevano pretendere di trattare una tomba egizia come una proprietà privata [2] (piccola precisazione: Weigall non era del tutto disinteressato poiché seguiva lo scavo per conto del Daily Mail e alcune sue fake news contribuirono alla nascita della leggenda sulla maledizione; Mattia Mancini).

Inutile dire che Carter, invece che prestare orecchio al consiglio di Weigall, montò su tutte le furie. Lord Carnarvon, invece, acconsentì a stabilire per il 26 gennaio una giornata di visita per la stampa locale. Eppure, era ormai chiaro che si era andati troppo oltre. La miccia era stata accesa e gettarle sopra un po’ d’acqua non avrebbe fermato l’esplosione che, da lì a breve, sarebbe stata devastante.

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New York Times, 17 febbraio 1923 (Source: rarenewspapers.com)

Il 5 aprile 1923, lord Carnarvon passò a miglior vita. Subito, i giornali di tutto il mondo attribuirono la causa della morte alla maledizione di Tutankhamon, anche questa conseguenza dell’accordo in esclusiva stipulato con il Times. Si diceva che, nell’istante esatto in cui il conte era morto, la città del Cairo fosse piombata nel buio. Nello stesso momento, nella sua residenza di Highclere Castle, il figlio avrebbe visto il cane preferito di suo padre spirare all’improvviso con un agghiacciante ululato. La superstizione che si era sparsa in ogni angolo del mondo si tramutò presto in isteria, tanto che venne persino interrogato il celebre scrittore Conan Doyle, creatore del personaggio di Sherlock Holmes e appassionato di occultismo. Egli avvertì il mondo intero che, sulla porta del secondo sacrario, esisteva una terribile profezia vergata in geroglifici che annunciava morte immediata per chiunque fosse entrato nel sepolcro [3]. Nessuna scritta del genere era stata trovata all’interno della tomba, ma ormai il morbo si era diffuso. È significativo, d’altronde, che ancora oggi molti si riferiscano alla maledizione di Tutankhamon con un certo timore referenziale (per approfondire la storia della maledizione: bufale eGGizie).

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Lord Carnarvon (wikipedia)

Per Carter, rimasto solo, la situazione che si era venuta a creare aveva uno spirito tutt’altro che mistico. Non si trattava di fantasmi, ma di politica.

Tornato a Londra in seguito alla morte del suo finanziatore, Carter trascorse l’estate ad Highclere Castle in compagnia di John Maxwell, consigliere di Carnarvon, e la vedova lady Almina, alla quale era stato chiesto di mantenere la concessione succedendo al marito.

Nel frattempo, l’astio della stampa non si era placato e ci si interrogava costantemente sulla maledizione o sulla sua decisione riguardo alla mummia del faraone. Su quest’ultimo punto, Carter fu irremovibile: la mummia, qualora fosse stata trovata, sarebbe rimasta all’interno del suo sarcofago e della sua tomba.

L’8 ottobre, l’archeologo tornò in Egitto per dare inizio alla seconda stagione di lavoro. Tre giorni dopo, si incontrò con James Quibell, che faceva le veci di Pierre Lacau, per rinnovare la concessione. Durante la riunione, Carter informò Quibell che aveva assunto Arthur Merton, corrispondente del Times, come membro ufficiale dello staff così da farlo entrare nella KV62 senza suscitare critiche o rancori tra i corrispondenti degli altri giornali. Inoltre, Carter si impegnò a inoltrare gratuitamente informazioni quotidiane sull’andamento dei lavori alla stampa egiziana. Infine, per quanto concerneva il problema dei turisti che chiedevano di visitare il sepolcro, ne fu garantita l’apertura al pubblico quando si fossero smantellati i sacrari e giunti al sarcofago. Quibell si mostrò perplesso circa quest’ultimo punto spiegando infatti che molte delle richieste di visita alla tomba venivano dagli egiziani, i quali non avrebbero accettato di essere esclusi dalla storia della loro terra per volere di un inglese. Carter, come sempre, fu irremovibile, ma, quando il giorno dopo si recò ad Alessandria per firmare i documenti ufficiali dell’accordo preso, gli venne detto che c’erano state delle obiezioni e che, per accondiscendere alla necessità di entrambe le parti, il Servizio delle Antichità avrebbe avuto bisogno di più tempo; tuttavia, certi che nessun altro, se non Carter, avrebbe potuto svolgere un adeguato lavoro alla tomba e per evitare le ire del Times, alla fine si forzò la decisione dei membri in suo favore. Non venne detto all’archeologo che le obiezioni erano tante e che non riguardavano soltanto la questione delle visite, ma anche la presenza di Merton come membro ufficiale dello staff.

L’accordo mostrò tutta la sua precarierà nell’arco di pochi giorni. Non solo Carter fu informato che qualcuno del Servizio sarebbe giunto ogni mattina nei pressi del sepolcro per vigilare discretamente sul suo lavoro, ma gli fu anche proposta la pubblicazione di un bollettino serale con il resoconto giornaliero del lavoro. In questo modo, pubblicando le notizie alle nove di sera, nessun giornale europeo o inglese avrebbe potuto gareggiare con il Times che, a quell’ora, avrebbe già redatto la sua esclusiva.  Ma nonostante le proteste, si decise anche di togliere il nome di Merton dalla lista dei collaboratori.

La situazione si inasprì ulteriormente quando il potere venne assunto dal governo nazionalista di Sa‘d Zaghul, deciso a mantenere i reperti della tomba in Egitto. Il ruolo di ministro dei Lavori Pubblici, dal quale dipendeva l’intero dipartimento di Lacau, fu quindi ricoperto da un nazionalista, un copto di nome Morcos Bey Hanna.

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Sa’d Zaghlul Pascià  (Wikipedia)

Il 12 febbraio, Carter si apprestò a sollevare il coperchio del sarcofago rinvenuto all’interno della camera sepolcrale, formato da due grossi pezzi di granito. Con l’aiuto di alcune corde strette intorno ai due blocchi, essi vennero sollevati sopra la bara così da poter consentire a Carter di esplorarne l’interno. Coperta da veli di lino, c’era la bellissima immagine del faraone con le braccia incrociate forgiata sul primo di una serie di tre sarcofaghi.

Entusiasta per quell’incredibile scoperta, Carter organizzò una conferenza stampa per il giorno seguente e chiese al sottosegretario di Stato al Ministero dei Lavori Pubblici il permesso di visita al sepolcro per le mogli dei ricercatori prima della conferenza. Il sottosegretario gli rispose che avrebbe telefonato al ministro e che gli avrebbe fatto sapere, ma il giorno successivo arrivò una lettera in cui il permesso veniva negato. Per concretizzare l’ordine, erano stati inviati tre ufficiali affinché, cortesemente, impedissero alle donne di entrare nella tomba. L’archeologo, per protesta, non solo chiuse il sepolcro, ma portò con sé le uniche chiavi esistenti. Si rivelò un errore fatale. Da una parte, infatti, la stampa egiziana lo accusò che, scioperando, avrebbe potuto mettere in pericolo i tesori custoditi nella tomba, dall’altra, il fatto che avesse portato con sé il solo mazzo disponibile sembrò testimoniare il suo egoismo piuttosto che la sua reale preoccupazione per la sicurezza del sepolcro. Inoltre, Morcos Bey Hanna affermò che la sua richiesta riguardo al permesso di visita per le mogli dei suoi collaboratori risultava “discriminatoria”[4] nei confronti degli egiziani. Sottolineò poi che il governo aveva un reale interesse per la salvaguardia della tomba e che, al contrario degli archeologi britannici, si riferiva ad essa considerandola un patrimonio pubblico e non privato.

Carter tentò di correre ai ripari ricorrendo alle vie legali e affermando che l’unico vero rischio per la tomba era causato dal governo egiziano. Nel frattempo, poiché risultava che, con il suo sciopero, era venuto meno ai termini di concessione, il primo ministro Zaghul prese la situazione nelle proprie mani e decise di aprire la tomba alla popolazione egiziana.

In quel marasma di liti e accuse reciproche, la KV62 stava davvero correndo un enorme rischio: le funi che tenevano sollevato il coperchio del sarcofago sopra la bara rischiavano di spezzarsi da un momento all’altro. Una settimana più tardi, giusto in tempo per scongiurare un danno di enorme gravità, Lacau e le forze governative forzarono i lucchetti, entrarono nella tomba e riabbassarono il coperchio sopra il sarcofago.

Per confermare la piena vittoria del popolo egiziano, il 6 marzo venne organizzata una cerimonia di riapertura della tomba che assunse i toni di una manifestazione politica [5].

Carter, a questo punto, deciso a riprendere la conduzione degli scavi e a ottenere la metà dei tesori ritrovati (o il loro equivalente in denaro), si rivolse a un avvocato inglese di nome F.M. Maxwell che esercitava al Cairo ed era rinomato per la sua conoscenza delle leggi egiziane.

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Lady Almina Carnarvon (Wikipedia)

Nel corso di una lunga disputa legale, che sembrava, per il momento, favorire Carter, Maxwell commise un grave errore: accusò gli egiziani di essersi comportati da “banditi” nel costringere l’archeologo ad abbondare la tomba. L’accusa di brigantaggio fu così grave da provocare una violenta rivolta nella capitale durante la quale si registrarono parecchi feriti e si rischiò persino l’intervento dell’esercito.

Tuttavia, nonostante l’ostilità che il popolo nutriva nei confronti di Carter, ben presto la stampa locale perse fiducia nei confronti di Morcos Bey Hanna e sottolineò che questi non era in grado di gestire autonomamente gli scavi. Era palese che, nonostante tutto, Carter fosse l’unico a poter portare a termine i lavori nella tomba e, di fronte alla pressione della stampa, Morcos Bey Hanna assicurò che, se lui e il suo avvocato avessero presentato al governo delle scuse ufficiali, gli avrebbe accordato una nuova concessione.

Nel frattempo, temendo che Carter, provato dalla situazione e non più in grado di ragionare lucidamente, potesse agire di impulso, i suoi collaboratori gli consigliarono di lasciare l’Egitto. Così, mentre in Egitto il suo team si dava da fare per risolvere la delicata questione legale, l’egittologo partì per una serie di conferenze in America dove fu accolto con tanti onori e gli fu addirittura conferito il titolo di membro onorario del Metropolitan Museum of Art di New York e una laurea ad honorem all’Università di Yale. Eppure, nonostante la fama e il successo, Carter desiderava tornare ai suoi scavi e, durante il suo viaggio di ritorno verso l’Inghilterra a bordo del Mauretania, firmò la sua resa garantendo la rinuncia ad ogni azione legale e pretesa sul tesoro [6].

Ovviamente, anche lady Almina Carnarvon rinunciò alla sua parte e alla causa di risarcimento, ma suggerì di tornare sull’argomento della spartizione quando i lavori alla tomba fossero finiti. Il governo, in risposta, le assicurò che poi avrebbe potuto scegliere tra i doppioni dei reperti in modo che il complesso degli oggetti destinati al Museo Egizio del Cairo sarebbe rimasto completo.

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Ahmad Ziwar Pascià (Wikipedia)

Proprio quando si era finalmente aggiunti ad un accordo pacifico, Morcos Bey Hanna perse il suo incarico a causa dell’attentato del 19 novembre 1924 a Lee Stack, governatore generale del Sudan. Mentre questi passava con la sua auto per le vie del Cairo, un gruppo di nazionalisti gli sparò e lo uccise a causa della questione del possesso del Sudan, nodo cruciale delle tensioni tra Egitto e Gran Bretagna [7]. Di fronte ad un evento tanto grave, cinque giorni più tardi Zaghul fu costretto a dare le sue dimissioni e il suo incarico venne quindi ricoperto da Ahmad Pascià Ziwar.

Nel giro di breve tempo, Carter venne informato che la nuova amministrazione desiderava riaprire la tomba per risollevare la reputazione politica della Gran Bretagna agli occhi degli egiziani. Tuttavia, per fare questo, era necessario che Carter e lady Almina rinunciassero anche ai doppioni, permettendo all’Egitto di godere in toto dei propri tesori. Naturalmente, precisò Ziwar, in futuro la questione sarebbe stata discussa nuovamente e il governo avrebbe potuto dimostrare a lady Almina tutta la propria riconoscenza concedendole i famosi doppioni. Così, il 13 gennaio, a Carter fu rilasciata una nuova autorizzazione della durata di un anno.

Come è noto, oggi i tesori di Tutankhamon si trovano nella loro completezza nelle teche del Museo Egizio del Cairo perché,  proprio durante gli ultimi lavori alla tomba nel 1930, tornarono al potere i Nazionalisti e, come primo atto legale, promulgarono una legge che vietava di portare fuori dall’Egitto qualsiasi oggetto del corredo, compresi i doppioni. Alla vedova Carnarvon, quindi, vennero inviate 36.000 sterline in sostituzione dei tesori che le erano stati promessi.

Quegli stessi tesori, e in particolare la maschera d’oro del faraone, sono oggi il simbolo di un’identità nazionale.

Rebecca Stagno

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Breve bibliografia


Campanini M., Storia del Medio Oriente contemporaneo, Bologna 2014;

Campanini M., Storia dell’Egitto dalla conquista araba ad oggi, Bologna 2017;

Carter H., Tutankhamen, Milano 1991;

Gelvin J. L., Storia del Medio Oriente moderno, Torino 2009;

Hourani A., Storia dei popoli arabi. Da Maometto ai nostri giorni, Milano 1998;

Hoving T., Tutankhamon. Una storia sconosciuta, Milano 1995;

Pizzo P., L’Egitto agli egiziani! Cristiani, musulmani e idea nazionale (1882-1936), Bologna 2017;

Rogan E., Gli arabi, Milano 2012;

Schulze R., Il mondo islamico nel XX secolo. Politica e società civile, Milano 2004;

Vandenberg P., Tutankhamen. Il faraone dimenticato, Varese 1992;

Winstone H.V.F., Alla scoperta della tomba di Tutankhamon, Roma 1994;


[1] Cf. le parole del Daily Express in T. Hoving, Tutankhamon, pag. 150.

[2] La lettera integrale può essere visionata in T. Hoving, Tutankhamon, pp. 157 – 159.

[3] Cf. T. Hoving, Tutankhamon, pag. 217.

[4] Citato in T. Hoving, Tutankhamon, pag. 280.

[5] T. Hoving, Tutankhamon, pp. 284 -285.

[6] Cf. T. Hoving, Tutankhamon, pag. 323.

[7] Cf. E. Rogan, Gli arabi, pag. 268.

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Corn-mummies: le figurine germinanti di Osiride

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“Corn-mummy” nel suo sarcofago, Epoca romana, British Museum, EA41553 (ph. Maria Linda Pessolano)

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“Corn-mummy”, Epoca Tarda, British Museum, EA60745 (ph. Maria Linda Pessolano)

“Momies d’Osiris”, “Grain Osiris figures”, “Kornmumien”, “Kornosirise”, “Osiris vègètant”: queste sono solo alcune delle definizioni che sono state utilizzate nel tempo per indicare una particolare categoria di reperti mummiformi, composti da una miscela di terra, cereali, bende di lino e resine, che la storia degli studi più recente definisce corn-mummies.
Queste figurine misurano dai 35 ai 50 cm e quasi sempre sono fornite di attributi in cera, legno o terra disposti al di sopra del bendaggio e raffiguranti maschere con volto umano e barba posticcia, corone regali (atef o hedjet), urei, pugni che reggono uno scettro sul petto o falli eretti (foto a sinistra).
Accanto alla mummia sono stati a volte ritrovati anche altri elementi accessori, come figurine con volti di cera, in genere nel numero di quattro (raffiguranti i Figli di Horo), scarabei o piccole sfere di terra.
Spesso rinvenuti all’interno di un sarcofago ligneo con testa di falco (foto in alto) e coperchio decorato, per questa ragione le corn-mummies sono state erroneamente alcune volte catalogate come mummie infantili o di rapace.
Ciò, insieme al numero relativamente limitato di reperti noti e di indagini scientifiche effettuate su di essi, ha reso particolarmente complessa la ricerca di risposte riguardo al panorama cronologico, geografico e culturale in cui collocarli.
Tuttavia, l’analisi stilistica ha permesso di datare le corn-mummies tra il tardo Terzo Periodo Intermedio (950-656 a.C.) e l’inizio dell’Età Tolemaica (300-200 a.C.), consentendo inoltre di individuare una cronologia più ristretta per i singoli esemplari in base a determinate caratteristiche decorative dei sarcofagi e agli attributi in cera.

Osiride e il grano

Gli elementi regali e il ricorrere, sui sarcofagi, di iscrizioni recanti il nome di Osiride e i suoi epiteti Khenty-Imentit e Wennefer hanno portato all’interpretazione delle corn-mummies come rappresentazioni del dio dei morti.
Inoltre, le necropoli identificate come contesti di provenienza di corn-mummies (Tehne, Meydum, El-Sheik Fadl, Tuna el-Gebel and Wady Qubbanet el-Qirud) mostrano la presenza, in epoca tarda, di attività cultuali dedicate ad Osiride.
Un’analisi approfondita delle scene rappresentate, degli attributi, dei colori e dei materiali utilizzati ha dimostrato come ogni dettaglio del processo di realizzazione delle figurine fosse stato pensato per perseguire due obiettivi: rievocare l’idea di fertilità e proteggere il dio nel suo processo di rinascita.
I cereali, componente essenziale delle corn-mummies, rappresentano la metafora più immediata del ciclo di vita e morte della natura, assumendo connotazioni simboliche associate ad Osiride, in ambito funerario, sin dal Nuovo Regno: esemplari al riguardo sono i cosiddetti “letti di Osiride” (foto in basso), sagome lignee che riproducono la forma del dio di profilo, all’interno delle quali era fatto germogliare il grano. Sono stati rinvenuti principalmente in contesti funerari e un esempio celebre proviene dalla tomba di Tutankhamon.
Le indagini archeobotaniche hanno dimostrato che i semi presenti negli impasti delle corn-mummies appartengono ad una specie di orzo (Hordeum vulgare) coltivata in Egitto sin dal Neolitico e comunemente presente in contesti funerari, in forma di collane vegetali disposte sulle mummie, a simboleggiare la rinascita del defunto, oppure germogliato per scopi rituali connessi al culto di Osiride.

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“Letto di Osiride”, XVIII dinastia, dalla tomba di Maiherpera (KV36), Museo Egizio del Cairo (CG 24061)

Il Festival di Khoiak

Il rituale in cui le corn-mummies dovevano essere presumibilmente realizzate e utilizzate sembra richiamare il contesto culturale del “festival di Khoiak”.
Questa festività prende il nome dal quarto mese della stagione dell’inondazione (Akhet), in cui le celebrazioni in onore di Osiride avevano luogo in tutto il regno, dal 12° al 30° giorno del mese. Era in questo periodo che la piena del Nilo arretrava e le colture iniziavano a germogliare.
Da un’originaria chiave di lettura essenzialmente agricola del festival, che sarebbe stato volto ad assicurare la fertilità dei campi attraverso l’identificazione tra Osiride e il grano, si è gradualmente posto l’accento, negli studi più recenti, sul valore simbolico del mito osiriaco e della sua commemorazione, il cui scopo sarebbe stato celebrare la vita e preservarla, attraverso il mantenimento dell’ordine cosmico durante il ciclo annuale della natura.
Noto sin dal Medio Regno (vi fanno riferimento numerose stele private datate a quest’epoca), il festival è tuttavia descritto nel dettaglio soltanto in fonti tarde.
Essenziali per la comprensione delle varie fasi del rito sono i testi riportati nel tempio di Hathor a Dendera, datati all’epoca romana. Alcuni passi riportano istruzioni specifiche sui tempi, i materiali e le modalità da adottare per la creazione di figurine di Khenty-Imentit, otre che di Sokar e delle “Membra Divine” (spy-nTr).

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“Mattone di Osiride”, Epoca Tarda, British Museum (EA 54364)

In tale ambito, le corn-mummies sono state spesso associate ai “mattoni di Osiride” (foto a destra), chiamati così per la forma, il materiale e le dimensioni analoghe a quelle dei mattoni da costruzione. Essi presentano una cavità centrale che richiama la forma del dio di profilo e costituiscono probabilmente un’evoluzione tarda dei “letti di Osiride” precedentemente citati.
Sebbene in passato fossero stati interpretati come matrici per la creazione di figurine, la presenza di lino, terra e semi germogliati nelle cavità di alcuni esemplari (foto in basso), nonché il loro rinvenimento negli stessi contesti archeologici delle corn-mummies, ha portato a concludere che i “mattoni di Osiride” siano in realtà veri e propri oggetti votivi. Contemporanei o di poco anteriori alle corn-mummies, come quest’ultime dovevano essere realizzati annualmente e ritualmente sepolti.
In realtà, numerose incongruenze e ambiguità si presentano nel confronto tra il dato archeologico e quello testuale, tali da portare a dubitare dell’effettiva identificazione delle corn-mummies con le figurine di Khenty-Imentit di cui parlano i Testi di Dendera.
Il quadro è ulteriormente complicato dal rinvenimento di sepolture di altre figurine di Osiride realizzate in diversi materiali, probabilmente connesse con la partecipazione pubblica e personale del popolo alla ritualità del festival e al culto della divinità.
Se è possibile che queste incongruenze siano dovute alle naturali differenze tra teoria letteraria e pratica, l’effettiva complessità prospettata dall’analisi e la combinazione di tutte le fonti archeologiche, iconografiche e testuali potrebbe anche suggerire la presenza di varianti locali nella celebrazione del festival e del culto, ulteriormente evolutesi nel corso del tempo.
Resta indubbio, in ogni caso, il coinvolgimento delle corn-mummies in un rituale volto alla rigenerazione di Osiride, con il quale esse condividevano lo stesso destino di “morte” e “resurrezione”, attraverso cui poteva essere assicurato il continuo rinnovamento della Ma’at.

Maria Linda Pessolano

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“Mattone di Osiride”, Epoca Tarda,  Metropolitan Museum di New York (20.2.30)

 

BREVE BIBLIOGRAFIA

  • Centrone, M. C. 2007. Corn-mummies: a case of “figuring it out”, in Goyon, J. and Cardin, C. Proceedings of the ninth International Congress of Egyptologists, Grenoble 6-12 September 2004. Leuven: Peeters, pp. 293-301.
  • Centrone, M. C. 2006. Corn-mummies, amulets of life, in Szpakowska, K. Through a glass darkly: Magic, Dreams and Prophecy in Ancient Egypt. Swansea: Classical Press of Wales, pp. 33-45.
  • Raven, M. J.; Wasylikova, K.; Jankun, A.; Klosowska, A. 1997. Four Corn-Mummies in the Archaeological Museum at Cracow; Identification of barley from the Ancient Egyptian corn-mummies in the Archaeological Museum in Cracow; The Conservation and Technical Examination of Three Corn-Mummies at the Archaeological Museum in Cracow, in Materiały Archeologiczne vol. XXX. Cracovia, pp. 5-23.
  • Teeter, E. 2012. Religion and ritual in ancient Egypt. Cambridge, Mass: Cambridge Univ. Press.
    Tooley, A. M. J. 1996. Osiris Bricks,  in JEA 82, no. 1. Londra: Egypt Exploration Society, pp. 167-79.
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Il custode della cultura materiale egiziana: il Museo Egizio di Torino

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Foto di La Fune

L’articolo che segue fornisce una interessante panoramica generale sulla nascita e l’evoluzione del Museo Egizio di Torino, la cui collezione è seconda solo a quella del Cairo. L’autrice del pezzo è Elisabetta Colombo, laureata magistrale in Egittologia proprio nella città dove sorge il museo, presso l’Università degli Studi di Torino.

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Il fascino dell’antico Egitto ha colpito ripetutamente nel corso dei secoli. La magnificenza dei monumenti sopravvissuti, assunti a testimoni di un passato glorioso, unita al mistero emanato dalla scrittura geroglifica, per molto tempo rimasta incomprensibile, hanno contribuito ad accrescerne il prestigio. L’Egitto appariva, in un certo senso, come uno scintillante scrigno chiuso da una combinazione impossibile da decriptare. Proprio per questo motivo, le dinastie europee del XVI secolo guardavano a quel mondo come a un universo mitico e inarrivabile, utile a nobilitare il proprio potere: non fa eccezione quella Savoia, impegnata proprio in quegli anni nella fortificazione della nuova capitale del proprio Ducato: Torino. A seguito della scoperta di una iscrizione recante il nome della dea Iside, gli intellettuali del tempo si profusero in fantasiose genealogie mitologiche, secondo cui Augusta Taurinorum avrebbe avuto origini egiziane. Tra costoro si possono citare Filiberto Pingone o Emanuele Tesauro.  È tuttavia solo nel XVII secolo che i Savoia decisero di abbellire la città con un gran numero di opere d’arte, inaugurando la “Grande Galleria” delle antichità greche e romane, in cui sarebbe stata ospitata anche parte della collezione reale. Quest’ultima era costituita da oggetti di diversa provenienza, alcuni dei quali acquistati dai sovrani, in particolare da Carlo Emanuele I. 800px-Bembine_Table_of_IsisTra i reperti probabilmente presenti in questo ensemble, si annovera anche quello che è ritenuto l’oggetto fondante della collezione del futuro Museo Egizio: la Mensa Isiaca (disegno a destra tratto da “Œdipus Ægyptiacus” di Athanasius Kircher). Si tratta di una tavola d’altare in bronzo ageminato in argento, rame e niello, riportante raffigurazioni e segni egittizzanti, all’epoca scambiati per veri geroglifici. La tradizione vuole che sia stata salvata dal sacco di Mantova del 1527 e che, dopo essere stata di proprietà del cardinale Pietro Bembo, sia stata venduta dal figlio ai Gonzaga. I Duchi di Mantova l’avrebbero poi donata ai Savoia. La provenienza dell’oggetto è tuttavia misteriosa, dal momento che negli atti del 1631 non viene menzionata, sebbene si ritenga che sia stata donata tra il 1626 e il 1630; si può quindi verosimilmente ipotizzare che non facesse parte del nucleo di Carlo Emanuele I, ma che avesse una provenienza diversa, per noi, oggi, ancora ignota. Lo stupore e la curiosità prodotti da tale oggetto fomentarono la propaganda sabauda di una “Torino egiziana”, rimasta poi anche nei secoli successivi e testimoniata dal carro funebre reale, di sapore decisamente egittizzante. Studiosi e intellettuali cercarono di decifrare i segni riportati sulla Mensa, ma non riuscirono ad arrivare a una conclusione soddisfacente. Ad oggi sappiamo che la tavola bronzea non è di fattura egiziana, bensì di probabile produzione romana: risalirebbe al I secolo d.C. e risponderebbe al gusto occidentale per i culti isiaci, molto in voga in quell’epoca. Si ipotizza addirittura che potesse essere collocata nell’ Iseo Campense di Roma per la sua ricchezza tanto di materiali quanto di particolari.

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Disegno di M. Nicolosino (1832) che ricostruisce il primo allestimento della collezione Drovetti

Nel 1724, Vittorio Amedeo II fece poi spostare tutta la collezione, composta come descritto sopra, nel nuovo Museo dell’Università: vi erano qui ben cinque aree distinte, di cui una dedicata agli oggetti rari. Nel nucleo sabaudo emerse allora un altro oggetto che destò notevole curiosità: si tratta di una testa, attribuita ad Iside, con incisioni misteriose sul volto. Ritenendo tali segni geroglifici, gli studiosi avvalorarono sempre di più l’ipotesi di una “Torino egizia”. Anche questa volta, però, si trattò di un errore. La testa in questione era in realtà seicentesca e i segni presenti riconducibili alla cabala. Pochi anni dopo, tuttavia, Carlo Emanuele III, immerso in un clima culturale nuovo e misterioso come quello della massoneria e dell’esoterismo, decise di finanziare una spedizione in Egitto con un duplice scopo: in primis, informarsi su quali fossero le condizioni del paese da un punto di vista delle risorse primarie per appurare se fosse possibile trarne qualche vantaggio economico; in secondo luogo, acquisire oggetti e opere antiche insieme a conoscenze naturalistiche per la creazione di un Orto botanico. Per questa spedizione fu scelto Vitalino Donati, giovane botanico il cui Giornale di Viaggio

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Iside di Coptos

originale non è purtroppo giunto fino a noi, sebbene ve ne siano due copie che ci consentono di conoscerne il contenuto. Oltre all’ingente opera di catalogazione dello studioso, quello che ritornò in patria furono tre pezzi artistici, fondamentali per la costituzione del futuro Museo Egizio: una statua di Iside trovata a Coptos (immagine a destra) e risalente alla XVIII dinastia, una statua di faraone incedente, di epoca tutmoside ma riutilizzata in epoca ramesside, ritrovata a Karnak e quella che viene descritta come «la schiava nera», ovvero una Sekhmet seduta, rinvenuta nel tempio di Mut nella medesima località della precedente. Oltre a questi reperti di notevole importanza, furono riportati anche altri oggetti minori che arricchivano la collezione. Alla fine del ‘700, quindi, la collezione del futuro Museo Egizio era costituita dalla Mensa Isiaca e dai reperti riportati da Donati. È tuttavia l’‘800 ad essere il secolo in cui l’insieme dei reperti raggiunse un numero e un’importanza tali da diventare secondo solo a quello del Cairo. Questo fu possibile grazie a due brillanti personalità: Bernardino Drovetti prima ed Ernesto Schiaparelli poi.

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Bernardino Drovetti

Drovetti arrivò in Egitto nel 1803 come fervente sostenitore di Napoleone Bonaparte e con il titolo ufficiale di Sottocommissario alle Relazioni Commerciali per la Francia. La situazione dell’Egitto era però ormai disastrosa: dopo la battaglia di Abukir del 1801 e la disfatta delle truppe francesi, gli Inglesi avevano requisito le antichità raccolte dai nemici, mandandole in Inghilterra. Tra queste vi era anche la famosa Stele di Rosetta, la cui scoperta stimolò una corsa alla decifrazione dei geroglifici, conclusasi soltanto nel 1822 ad opera di Champollion. Divenuto amico del viceré Mohammed Ali, Drovetti iniziò un’attività di raccolta di antichità ed oggetti preziosi con l’ambizione e la speranza di poterli vendere alle casate reali europee, le quali, a quel tempo, gareggiavano per accaparrarsi i pezzi migliori. Egli intraprese pertanto un viaggio lungo tutto l’Egitto, visitando alcuni siti e lasciando segni indelebili del suo passaggio: l’archeologia scientificamente strutturata non esisteva ancora, purtroppo.

 

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Incisione di Jean-Pierre Granger che testimonia l’incontro tra Drovetti e il conte de Forbin

Nel 1818, si svolse un incontro decisivo: Drovetti e il Conte di Forbin, Direttore dei Musei Reali di Francia, si incontrarono a Tebe per discutere i dettagli della compravendita della collezione fino ad allora creata. Complice la cattiva fama del funzionario italiano, dovuta principalmente alle sue simpatie politiche per Napoleone, ormai sconfitto, e la cifra esorbitante richiesta, la Francia non si aggiudicò i reperti. Essi furono invece acquistati l’anno successivo dai Savoia su consiglio di Carlo Vidua: questa avrebbe reso l’Italia un grande paese, dotato di una grande collezione romana a Roma, una rinascimentale a Firenze e una egiziana a Torino.

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Ernesto Schiaparelli

La collezione sabauda si ampliò dunque notevolmente grazie alle ricerche di Drovetti, ma il nucleo maggiore di reperti si deve all’opera di ricerca di Ernesto Schiaparelli, direttore del Museo dal 1894 al 1928: sono più di 40 000 i reperti riportati dalle campagne di scavo intraprese da costui in Egitto, durate per più di vent’anni. L’attività sul campo, condotta sotto l’egida della M.A.I., la Missione Archeologica Italiana, fondata da Schiaparelli stesso nel 1903, è testimoniata in tutti i suoi particolari dai diari di scavo. A questi si affiancano poi lastre fotografiche ad oggi importantissime, dal momento che permettono di contestualizzare correttamente i manufatti nel luogo di ritrovamento. Tra i ritrovamenti più importanti vanno indubbiamente citati la città di Deir el-Medina – chiamata in antico Set-Maat, «il Luogo della verità», sede di 120 famiglie di operai impiegati nella decorazione delle tombe della Valle dei Re e delle Regine –  e la vicina tomba intatta di Kha, capo architetto del Nuovo Regno, il cui corredo comprendeva ben 550 oggetti.

 

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Lo “Statuario” nel 1900

La storia del Museo Egizio durante il ‘900 è più difficile da ricostruire, soprattutto per quanto riguarda gli anni delle due guerre mondiali. Sotto la direzione di Giulio Farina tuttavia l’attività di ricerca continuò in modo molto proficuo: il sito di Gebelein fu indagato a fondo e fu scoperta la cosiddetta Tela di Gebelein costituita, ad oggi, da frammenti di tessuto di epoca predinastica con disegni di barche e ippopotami. L’antichità del reperto, seppur frammentario, ha generato molto stupore nella comunità scientifica che, dopo un restauro radicale, si è subito profusa in uno studio attento e puntuale del manufatto. Durante il secondo conflitto mondiale, invece, dopo le numerose pressioni del direttore al Governo Italiano affinché concedesse l’evacuazione dei reperti per salvarli dai bombardamenti, il Museo ottenne l’autorizzazione per spostare la collezione nel Museo di Agliè, dove rimase fino a che le condizioni furono idonee per un ritorno in città.

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E oggi? Dopo un grande restauro e una massiccia risistemazione dell’intero Museo negli anni ’90, nel 2015 si è proceduto a un nuovo allestimento della collezione. La cultura materiale di cui questa istituzione è custode viene ora reinterpretata secondo due categorie: prosopografica, ovvero seguendo la storia degli individui cui sono correlati gli oggetti, e archeologica, mediante la descrizione di siti e ricostruzione di alcuni contesti. A questi si aggiungono i disiecta membra, ovvero tutti gli oggetti che appartengono a corpora un tempo unitari e che oggi sono stati smembrati nei diversi musei del mondo. La ricchissima collezione torinese, composta quindi dai grandi nuclei di Donati, Drovetti e Schiaparelli e della M.A.I., è così di nuovo al centro dell’attenzione. Il nuovo approccio moderno permette infatti di affiancare didattica e ricerca, intrattenimento e arricchimento, in un’ottica di fruizione culturale diretta sia a specialisti sia ad amatori. Non possiamo che augurare d !

Elisabetta Colombo

Bibliografia per approfondire

  • AA. VV., Museo Egizio, Catalogo, Modena 2015.
  • Greco C., Il nuovo Museo Egizio: tra passato e futuro, in Rivista MuseoTorino 7 (2014), 32-35;
  • Moiso B., La storia del Museo Egizio, Modena 2016;

 

 

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Tiye: da Regina a Dea

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Testa di statuetta in legno di Tiye (ÄM 21834, Ägyptisches Museum und Papyrussammlung, Berlino)

Tra i lettori del blog, ci sono molti studenti di Egittologia che spesso dimostrano la voglia di scrivere a loro volta qualcosa per Djed Medu. È il caso, ad esempio, di Federica Ruggiero, classe 1991, che si è laureata alla triennale in Storia presso l’Università degli Studi di Milano e che sta per iniziare la magistrale in Archeologia all’Università degli Studi di Bologna. Le lascio spazio proprio per raccontare in breve l’argomento della sua tesi, discussa da poco, perché sono sicuro v’interesserà vista la prominenza della figura storica trattata.

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Donna determinata, forte, dal carattere dominante, una delle più importati regine nella storia dell’Egitto faraonico…  e non era nemmeno di sangue reale: Tiye. Figlia di Yuya, uomo di umili origini che divenne funzionario della città di Akhmim (capitale del IX nomo dell’Alto Egitto), e di Tuia, nobildonna lontanamente imparentata con la linea dinastica ahmoside, venne elevata al rango di “Grande Sposa Reale” quando, ancora bambina, si congiunse ad Amenhotep III nel suo secondo anno di regno (1390 a.C.). Nonostante non appartenesse alla corte, infatti, inserire gli influenti genitori nel consiglio volto alla reggenza del regno fu una mossa da considerarsi decisamente astuta da parte del faraone.

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Bottone con cartiglio di Tiye (Ägyptisches Museum und Papyrussammlung, Berlino)

Tale matrimonio fornì a Tiye un ruolo di fondamentale importanza per la gestione sociopolitica dell’Egitto dato che, per la prima volta, una regina affiancava il re ponendosi al suo stesso livello. Durante la XVIII dinastia ebbe infatti inizio una pratica inusuale fino a quel periodo, ossia il ritrarre la Grande Sposa Reale accanto al marito in numerose occasioni ufficiali: Tiye è citata sugli scarabei commemorativi, indossa la corona della dea Hathor, il suo nome viene inciso all’interno dei cartigli (immagine a sinistra), viene rappresentata con il corpo di sfinge. L’utilizzo, in tali scene, di dimensioni pari a quelle del consorte conferma quanto fosse prominente il suo status. Fu proprio Tiye ad essere la figura chiave di questo cambiamento, rispetto all’inizio della XVIII dinastia, quando, a partire da Ahmose Nefertari, era più importante il ruolo della Regina Madre. Crebbe inoltre l’enfasi per il culto del sole e della natura divina del faraone. In Nubia, ad esempio, la coppia reale fece erigere due templi strettamente legati che prefigurano il complesso di Abu Simbel di Ramesse II e Nefertari: il santuario di Soleb dedicato al re e quello di Sedeinga consacrato alla consorte.

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Placca in corniola da braccialetto che mostra Tiye in forma di sfinge (26.7.1342, Metropolitan Museum di New York)

Finché la coppia restò in carica, l’Egitto raggiunse l’apogeo del potere, della ricchezza, della raffinatezza artistica e soprattutto del prestigio internazionale. Crebbe esponenzialmente il predominio sulla Siria, anche grazie alla politica matrimoniale. Ad esempio, Amenhotep III prese in sposa Gilukhipa, figlia di Shuttarna II di Mitanni (nord della Mesopotamia), regno con cui ebbe rapporti diplomatici e di amicizia. Dopo l’ascesa al potere di Tushratta a Mitanni, i rapporti si strinsero ulteriormente e la principale testimonianza di ciò sono le note “lettere di Amarna”, preziosa raccolta di documenti che narra le vicissitudini e le evoluzioni nei rapporti di politica estera. D’importanza fondamentale è la lettera EA 26, in cui Tushratta risponde direttamente a Tiye che, evidentemente, desiderava accertarsi del mantenimento dei buoni rapporti fra i loro regni a seguito della morte del faraone.

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Frammento di statuetta in steatite con Tiye accanto ad Amenofi III (E 25493, Louvre)

La Grande Sposa Reale trascorreva gran parte del suo tempo nella città di Tebe, dove disponeva di un’amministrazione chiamata “la Casa della Regina”, parte della “Casa del Faraone”, che si presentava come un complesso di servizi medici, magazzini, botteghe e laboratori di orefici, falegnami, panettieri, birrai e addirittura di un tesoro. Aveva al suo servizio maggiordomi gestiti in maniera quasi imprenditoriale, tra cui spicca il nome di Kheruef, la cui eterna dimora (tomba TT192) ci ha donato due magnifiche rappresentazioni del Giubileo di  Amenhotep III, nelle quali la regina incarna Hathor ma anche la Maat, contemporaneamente armonia indistruttibile del cosmo e base inviolabile sulla quale è costruita la società egizia.

Come detto, Tiye sopravvisse a suo marito e fece da coreggente al figlio Amenhotep IV (meglio noto come Akhenaton), seguendolo persino nella sua “rivoluzione”. È citata per l’ultima volta in una iscrizione datata 21 novembre del 12º anno di regno di Akhenaton (1338 a.C.), proprio quando una grave epidemia sconvolse l’Egitto e, probabilmente, anche la famiglia reale.

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Mummia della “Elder Lady” (Museo Egizio del Cairo)

Il ritrovamento della sua mummia fa parte di una scoperta sensazionale: l’egittologo Victor Loret, infatti, la trovò nel 1898 nella tomba di Amenhotep II (KV35), adagiata al suolo accanto agli altri corpi imbalsamati che erano stati deposti in un secondo momento in questa cachette. In realtà, l’identificazione definitiva di Tiye con la cosiddetta “Elder Lady” (nominata così per distinguerla dalla dibattuta “Younger Lady”) è molto recente. Il primo che effettuò studi sulla sua mummia fu l’anatomista Grafton Elliot Smith nel 1912. Una manciata di anni dopo, nel 1922, nella tomba di Tutankhamon venne ritrovato un piccolo sarcofago che custodiva una ciocca di capelli color rame quasi perfettamente conservati, dopo più di tre millenni! Il collegamento fu presto fatto grazie al nome scritto sull’oggetto: i capelli appartenevano alla regina Tiye. Ma bisognerà aspettare il 2010, quando, grazie a TAC e analisi del DNA effettuate a diverse mummie reali nell’ambito del “Family of King Tutankhamun Project”, un sottile filo rosso ha collegato tra loro una serie di personaggi, riordinando i tasselli di un puzzle di cui si era da molto tempo persa memoria. Quella ciocca di capelli per Tutankhamon doveva essere una vera e propria reliquia, tenendo conto soprattutto del fatto che sua nonna Tiye, insieme a suo marito, era stata divinizzata: il “Faraone Bambino” possedeva quindi la ciocca di capelli di una dea.

Federica Ruggiero

Bibliografia:

  • Davis T. M., Maspero G., Smith G. E., Ayrton E., Daressy G., Jones E. H., 1910, The tomb of Queen Tîyi. The Discovery of the Tomb, London 1910;
  • Hawass Z., Silent images: Women in Pharaonic Egypt, Cairo 1995;
  • Hawass Z., Gad Y. Z., Ismail S. et al., Ancestry and Pathology in King Tutankhamun’s Family, in JAMA 33 n. 7 (2010), pp. 638-646;
  • Hawass Z., Saleem S., Scanning the Pharaohs: CT Imaging of the New Kingdom Royal Mummies, Oxford 2015;
  • Piacentini P., Orsenigo C., La Valle dei Re Riscoperta. I giornali di scavo di Victor Loret (1898-1899) e altri inediti, Milano 2004;
  • Piacentini P., Orsenigo C. (a cura di), Egitto: La Straordinaria Scoperta del Faraone Amenofi II, Milano 2017;
  • Rice M., Who’s Who in Ancient Egypt, London 1999;
  • Smith G. E., Catalogue of the Royal Mummies in the Museum of Cairo, Cairo 1912;
  • Tallet P., 12 reines d’Egypte qui ont changé l’Histoire, Paris 2013.
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