approfondimenti

Per la Giornata Internazionale della Donna (e, di conseguenza, anche delle regine egizie)

Anche se spesso travisata, la giornata di oggi, l’8 marzo, è stata istituita per celebrare le conquiste sociali, politiche ed economiche femminili e, soprattutto, per porre l’accento sulle discriminazioni che, ancora oggi, le donne subiscono sul posto di lavoro e tra le mura domestiche. Questo problema si riscontra soprattutto nella evidente sproporzione della presenza maschile nelle cariche dirigenziali. E se nel XXI secolo è così difficile vedere una donna al comando, si può solo immaginare quanto fosse straordinaria la salita al trono – solitaria – di una regina nell’antichità. Così, vorrei celebrare la Giornata Internazionale della Donna ricordando tutti i personaggi storici femminili che riuscirono a governare l’Egitto e diventare faraoni. Ovviamente non sono molte e spesso, a causa della damnatio memoriae subita, è anche difficile avere dati certi sulla loro carica.

.

OLYMPUS DIGITAL CAMERANeithotep (3100)

Risalirebbe alla I dinastia, agli albori della storia egizia, la prima governante donna. A lungo Neithotep è stata considerata  ‘solo’ la moglie di Narmer, ma la recente scoperta di graffiti geroglifici nello Wadi Ameyra, in Sinai, la collocherebbero come sposa di Aha e madre reggente di Djer.

.

.

Merneit_xMer(it)neith (3050) ?

Ancora alla I dinastia, risale una figura che, tuttavia, rimane molto incerta. Merneith è considerata la moglie del faraone Djet e la madre reggente del giovane Den dalla cui tomba ad Abido proviene un sigillo con il nome ‘nebty’ della presunta genitrice. Per questa titolatura si pensa che abbia almeno condiviso il potere. Il problema è che la forma del nome è al maschile, come si vede nella sua stele (immagine a sinistra) conservata presso il Museo Egizio del Cairo.

.

.

Nitocris (2200-2195)

Se della precedente il dubbio cadeva sul sesso, di Nitocris non si è nemmeno sicuri dell’effettiva esistenza. La regina, infatti, compare solo su fonti più tarde, come gli “Aigyptiakà” di Manetone e le “Storie” di Erodoto, che la collocano come ultima sovrana della VI dinastia. Sarebbe quindi figlia di Pepi II, ma mancano documenti coevi originali, se si esclude qualche testimonianza di dubbia interpretazione.

.

downloadNefrusobek (1797-1793)

La prima vera regina egizia di cui si conosce con certezza la carica reale è Nefrusobek, figlia di Amenemhat III e sorella di Amenemhat IV cui successe al trono. Viene collocata alla fine della XII dinastia e, di conseguenza, del Medio Regno.

.

 

Hatshepsut-metmuseumHatshepsut (1478-1458)

Senza dubbio la regina più longeva e di successo tra quelle che si fregiarono del titolo di faraone. Titolo, per altro, usurpato al figliastro Thutmosi III, legittimo erede al trono di Thutmosi II, di cui amministrò il potere per circa un ventennio. Non a caso, per legittimare la sua corona, inventò una genealogia celeste dal dio Amon riportata sul tempio funerario di Deir el-Bahari.

.

28661346_1605997706114411_4640113874867598328_nNefertiti (1334-1332?)

I più assidui lettori di questo blog non si stupiranno, soprattutto dopo che il dibattito è tornato alla ribalta con la ricerca di stanze nascoste nella tomba di Tutankhamon. Se fino a pochi anni fa, per la sparizione del suo nome nei documenti ufficiali, si pensava che la regina fosse morta o caduta in disgrazia nella seconda metà del regno di Akhenaton, grazie alla scoperta nel 2012 di un’iscrizione a Dayr Abu Ḥinnis, Nefertiti è stata identificata come possibile primo co-reggente e successore del marito con il nome di Ankhkheperura Neferneferuaten.

.

TwosretTausert (1191-1189)

Grande Sposa Reale di Seti II, fu co-reggente di Siptah che era ancora adolescente (10-12 anni), fino a diventare di fatto l’ultimo faraone della XIX dinastia quando morì prematuramente il figliastro. Tausert ricoprì anche la carica religiosa di “Divina Sposa di Amon” (come è rappresentata nel tempio di Amada qui a sinistra), funzione che nel III Periodo Intermedio acquisì anche una grande importanza politica.

.

.

.
800px-GD-EG-Alex-MuséeNat065Come appena detto, la carica di “Divina Sposa/Adoratrice di Amon” subì un’evoluzione a partire dall’VIII sec. a.C., quando queste sacerdotesse (Shepenupet I, Amenirdis I, Shepenupet II -nella foto a sinistra-, Amenirdis II, Nitocris I, Ankhnesneferibra e Nitocris II) controllarono di fatto la Tebaide per conto dei loro padri (o fratello nel caso di Amenirdis I), faraoni in altri territori durante la XXIII, XXV e XXVI dinastia.

.

.

.

.

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Infine, non vanno dimenticate le regine tolemaiche che mantenero la reggenza del governo insieme a mariti e figli fino a Cleopatra VII (51-30), ultima grande esponente dei Tolomei prima dell’arrivo dei Romani.

Annunci
Categorie: approfondimenti | Tag: , , | Lascia un commento

Contro l’attacco al Museo Egizio di Torino

f_sito_orizz

Source: museoegizio.it

Avrei voluto evitare di tornare sull’argomento, lasciando la mia opinione a qualche breve post sui social, ma evidentemente il messaggio non è passato. E, mentre scrivo queste parole, sono ancora titubante sulla loro effettiva utilità perché i professionisti della polemica si nutrono di condivisioni e risposte, a favore o contrarie che siano. In un mondo ideale, una tra le maggiori istituzioni culturali e scientifiche italiane non dovrebbe essere costretta a rispondere ad attacchi strumentali scagliati da uno o più partiti politici. In un mondo ideale – multiculturale, aggiungo -, un’iniziativa d’inclusione sociale (con ovvi risvolti di marketing, nessuno lo nega) non sarebbe sfruttata per fomentare pregiudizi xenofobi. In un mondo ideale, le persone s’informerebbero prima di sputare veleno sul web. Per questo ho deciso di fare un po’ di chiarezza, sperando di ‘convincere’ almeno uno di quelli che si è trovato a scrivere sulla propria bacheca facebook «Perché gli Arabi entrano gratis e gli Italiani no?».

Ricapitolando brevemente, il Museo Egizio di Torino, così come l’anno scorso, ha lanciato una campagna promozionale temporanea a favore degli oltre 30.000 cittadini di lingua araba residenti nella provincia: 2 biglietti al prezzo di 1 per le coppie. Apriti cielo! Un determinato schieramento politico ha colto la palla al balzo, seguito questa volta da un altro partito alleato, per fare campagna elettorale in vista del 4 marzo. Reiterando una collaudata strategia populistica, ha cercato di colpire allo stomaco gli elettori, provocando indignazione e facendo presa sullo spirito nazionalistico. «È una discriminazione nei confronti degli Italiani!» hanno tuonato esponenti politici che, solo qualche mese fa, sembravano ben lontani da quest’orgoglio patriottico e molto più concentrati sul proprio orticello quando si opponevano al trasferimento di alcuni reperti dell’Egizio a Catania. L’odio nei confronti del museo è poi cresciuto esponenzialmente con la pubblicazione di un video, a quanto pare fake, che ha costretto la Fondazione Museo delle Antichità Egizie a cautelarsi per vie legali.

Fortunatamente, in questi giorni sono state molte le prese di posizione in difesa dell’Egizio, a partire dallo stesso ministro Franceschini. Oggi stesso, sulle pagine della Stampa (23/01/2018, pag. 27), è stata pubblicata una lettera in merito firmata da Andrea Augenti (Università di Bologna), Maria Rosaria Barbera (presidentessa del Comitato tecnico-scientifico per l’Archeologia del MiBACT), Marilina Betrò (Università di Pisa e presidentessa del Comitato scientifico del Museo Egizio), Daniele Manacorda (Università di Roma Tre), Valentino Nizzo (direttore del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia), Carlo Tosco (Politecnico di Torino) e Giuliano Volpe (Università di Foggia e presidente del Consiglio Superiore “Beni Culturali e Paesaggistici” del MiBACT, che già si era espresso su Huffington Post). Proprio da questo articolo voglio partire per fare alcune considerazioni:

  • In uno scenario geopolitico sempre più funestato da un anacronistico scontro tra civiltà, l’apertura reciproca e la diffusione della conoscenza tra le diverse comunità, veicolate dalla cultura, sono le uniche soluzioni al problema dell’integrazione degli immigrati.
  • A tal proposito, è sbagliato tirare in ballo la religione perché non tutti gli arabofoni sono musulmani. Molti egiziani, ad esempio, sono cristiani copti, senza considerare i non credenti. Tuttavia, mi permetto di fare una piccola critica – che comunque non giustifica in nessun modo la strumentalizzazione politica – a chi ha elaborato la campagna pubblicitaria: la presenza di una donna in hijab sui cartelloni equivale all’utilizzo di un cliché islamico che ha scoperto il fianco agli attacchi di chi non aspettava altro. È triste ammetterlo, ma ormai la maggior parte delle persone si ferma alle immagini e ai titoli degli articoli e chi si occupa di comunicazione deve tenerne conto.
  • Bisogna ricordare che i reperti del Museo Egizio provengono, per l’appunto, dall’Egitto ed è in tal senso che si è cercato, anche attraverso – primo caso in Europa – didascalie e audioguide in arabo, di coltivare il legame con i cittadini del paese di origine di questo straordinario patrimonio storico-archeologico. Qualcuno fiaterebbe se il Louvre pensasse a sconti diretti ai nostri connazionali per andare a vedere la Galleria dei pittori italiani?
  • Passando a questioni più venali, ogni museo cerca di allargare il proprio pubblico andando a pescare, con strategie ad hoc, in nuovi bacini di utenza. Oltre alle classiche riduzioni, iniziative analoghe sono state prese per visitatori di lingua inglese; inoltre, l’ingresso è gratuito per tutti nel giorno del proprio compleanno e il 2×1 funziona per ogni coppia a San Valentino. Al di là delle intenzioni filantropiche, si tratta di puro marketing atto a fidelizzare i visitatori e aumentare il numero di biglietti strappati…
  • …biglietti che rendono l’Egizio, caso più unico che raro, completamente autosufficiente. Non sono “le nostre tasse a pagare l’ingresso degli arabi” perché, dal 2015, gli incassi coprono il 112% delle spese del museo. Questo surplus di budget è impiegato per restaurare gli oggetti, assumere nuovi giovani curatori, finanziare borse di dottorato e assegni di ricerca.

Fortunato chi parla arabo? No, fortunato chi ragiona con il cervello e non con la pancia. Ora alzate le dita dalla tastiera e andate a visitarlo, l’Egizio; avrete modo di farvi un’opinione libera dagli slogan propagandistici che, statene certi, spariranno dopo il 4 marzo (per ricomparire alle prossime elezioni).

 

Categorie: approfondimenti, mostre/musei | Tag: , , | 7 commenti

Un nuovo nome per il proprietario della TT 209

img_astrid_20171204-115829_imagenes_lv_terceros_tumbatt209-k00C--656x287@LaVanguardia-Web

Source: lavanguardia.com

Non proprio la nuova scoperta che sta passando sui giornali spagnoli, ma uno spunto interessante per dimostrare come ricerche del passato possano essere riprese e portare a conclusioni diverse. La notizia, infatti, era nota già dal 2014 e anche io l’avevo riportata su questo blog; tuttavia, sfrutto questa rinnovata attenzione sull’argomento per approfondirlo con qualche dato in più.

Se si consulta il Porter & Moss (PM I.1, pag. 306; planimetria a pag. 292), la TT 209 risulta come una tomba di epoca saitica (XXVI dinastia: 672-525 a.C.) situata nella necropoli di el-Asasif, Tebe Ovest. Oltre al nome del proprietario, Seremhatrekhyt, pochissime altre informazioni:

Nel corso degli anni, però, di questa sepoltura si erano di nuovo perse le tracce, nascoste dal fango delle inondazioni del vicino wadi e dalle macerie del villaggio demolito di Hurubat. Almeno fino all’intervento del “Proyecto Dos Cero Nueve”, missione archeologica partita nel 2012 sotto la direzione di Miguel Ángel Molinero (Universidad de La Laguna, Tenerife). Gli archeologi canari hanno riscoperto l’entrata dell’ipogeo e hanno cominciato l’indagine all’interno individuando, fra l’altro, un ramo laterale non noto a ovest che porterebbe alla struttura accessoria riservata alla madre del defunto principale (confrontare la planimetria in basso con quella del PM).

13895020_1338757849487028_5277333486702263671_n

Source: proyectodosceronueve.weebly.com

13669823_1321570851205728_4738423078726334644_n

Nisemro (source: FB @tt209)

Ma il risultato più importante delle prime cinque campagne di scavo è stato la correzione della datazione ipotizzata nei decenni precedenti, spostata, per motivi stilistici e stratigrafici, alla XXV dinastia (747-664). La tomba, quindi, sarebbe più antica del previsto, risalendo alla dominazione dei cosiddetti “faraoni neri”. Da questo dato, poi, si è cercata una corrispondenza dell’onomastica nubiana con alcuni termini stranieri scritti sulle pareti e si è capito che il vero nome del proprietario della TT 209 è Nisemro (più difficilmente Ashemra come annunciato in un primo momento), “Sovrintendente del sigillo” (imy-r xtm, traducibile anche come “tesoriere”). Quindi non l’Hatashemro di  Gardiner e Weigall (A Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes, 1913) né il Seremhatrekhyt – in realtà solo un titolo – indicato negli anni ’50 da Porter e Moss.

 

Categorie: approfondimenti | Tag: , , , , | Lascia un commento

Le firme di antichi visitatori nella tomba di Ramesse VI

Ramesses_4-Egypt-Jakub-Kyncl-large-featured

Ph. JAKUB KYNCL

“L’ho visitata e non mi è piaciuto niente ad eccezione del sarcofago”.

Non è una recensione scritta da un visitatore deluso su Trip Advisor ma una delle oltre 1000 iscrizioni incise sulle pareti della tomba di Ramesse VI (1144-1136). Un team di archeologi polacchi, diretti da Adam Łukaszewicz (Università di Varsavia), ora le sta documentando per studiare la storia ‘turistica’ dell’ipogeo negli ultimi 2000 anni. Infatti, la sepoltura – checché ne dica l’autore della frase riportata all’inizio, una delle più belle della Valle dei Re – era meta già in antichità di stranieri curiosi che spesso lasciavano una testimonianza del loro passaggio. Come purtroppo succede ancora oggi, evidentemente anche in passato si sentiva il bisogno di incidere la propria firma, spesso corredata di luogo di origine e occupazione. La spettacolare decorazione della KV9 comprende scene tratte da Libro dei Morti, Libro delle Caverne, Libro delle Porte e altri testi funerari, tra cui, per l’appunto, è possibile notare un alto numero di graffiti che vanno dal periodo greco-romano al XIX secolo. Ovviamente, gli autori delle firme appartenevano a classi sociali elevate; compaiono i nomi di filosofi greci, prefetti romani, viaggiatori europei o, addirittura, quello di Amr ibn al-As, il conquistatore arabo dell’Egitto bizantino (640) che, fra l’altro, ha lasciato l’iscrizione più appariscente.

Non mancano nemmeno dialoghi a distanza tra diversi visitatori come il caso in cui qualcuno, alla sconsolata affermazione “Non riesco a leggere i geroglifici”, ha risposto più disincantatamente: “Perché t’importa che non riesci a leggere i geroglifici? Non capisco la tua preoccupazione”.

isis-and-nephthys-with-the-rising-ositis-and-re-chapter-four-of-the-book-of-the-cavverns-tomb-of-ramses-v-vi-ancient-egypt-thethebanmappingproject

Source: Theban Mapping Project

http://scienceinpoland.pap.pl/en/news/news,414643,in-a-pharaoh-tomb-archaeologist-examines-the-inscriptions–of-ancient-tourists.html

Categorie: approfondimenti | Tag: , , , , , | Lascia un commento

Facciamo un po’ di chiarezza sulla scoperta della tomba di Userhat

Imm

Source: MoA

Quando viene effettuato un’importante ritrovamento archeologico, la stampa si concentra più sulle foto e sul titolo – d’altronde, è ciò a cui bada la gente – che sul contenuto della notizia stessa, a discapito dell’approfondimento del tema e della verifica delle fonti. Così, per rendere più accattivanti gli articoli, alcuni giornalisti – non conoscendo la materia – esagerano con le espressioni e fanno leva sui soliti cliché. È successo – come si vede nei seguenti titoli di giornali nazionali e non – anche stavolta con la recentissima scoperta della tomba di Userhat a Dra Abu el-Naga. Tra travisamenti, errate traduzioni e veri e propri sfondoni, credo sia opportuno fare un po’ di chiarezza. Infatti, al di là di comuni sbagli nelle trascrizioni di nomi di personaggi egizi o di località in arabo e del numero variante di sarcofagi che ancora non è stato definito (al momento, si contano 10 sarcofagi e 8 mummie), purtroppo ho letto dichiarazioni inesistenti, messe in bocca al ministro delle Antichità o al direttore della missione, che rischiano di dare credibilità immeritata a testi non veritieri.

111.jpg

Ma andiamo in ordine. La tomba in questione era già nota, ma non era mai stata scavata: Friederike Kampp-Seyfried, indicandola con il numero -157- (Die thebanische Nekropole. Zum Wandel des Grabgedankens von der XVIII. bis zur XX. Dynastie, Mainz 1996, p. 708), ha proposto una datazione non certa al regno di Thutmosi III (1457-1425). In ogni caso, gli archeologi egiziani diretti da Mostafa Waziry, eliminando i detriti nella corte esterna, sono riusciti a entrare nell’ipogeo – una classica tomba a T – e a individuare altre due entrate ancora da ripulire. Non è assolutamente una sepoltura reale e i faraoni non c’entrano niente: il proprietario originario, Userhat (se proprio si volesse spezzare il nome, il modo giusto sarebbe Wser-hat), era un alto funzionario della XVIII dinastia (1543-1292) recante il titolo, secondo quanto detto da El-Enany, di qnbty n niwt, “Membro del Consiglio della città (Tebe)”. Si tratta di una carica amministrativa più complessa che, pur comprendendo competenze giuridiche, non si limitava ad esse e quindi non può essere tradotta semplicisticamente con “giudice”. Quindi, sarebbe più consono considerare Userhat un “magistrato” ma con l’accezione romana del termine. La tomba è rimasta inviolata al massimo per qualche secolo perché, durante la XXI dinastia (1069-945), la stanza più interna venne sfruttata per la collocazione di diversi sarcofagi con mummie, come la coeva cachette di Deir el-Bahari (DB320) in cui vennero nascoste oltre 50 mummie di re, regine e dignitari. Riassumendo: la struttura risale alla XVIII dinastia, ma fu riutilizzata durante la XXI. Infine, un capitolo a parte va dedicato al corredo funebre. Leggendo delle oltre mille statue ritrovate, ci si aspetterebbe uno sconfinato schieramento di sculture, simil-“Esercito di terracotta”; in realtà, gli archeologi hanno individuato ‘solamente’ degli ushabti, piccole statuette funerarie di pochi centimetri (come si vede nella foto in basso) che accompagnavano il defunto nell’Aldilà per lavorare al suo posto.

Tomb 157

Source: MoA

Categorie: approfondimenti | Tag: , , , , , | 3 commenti

Zivie: la nutrice Maya è la sorella di Tutankhamon

2015-635863023847334047-733

Source: english.ahram.org.eg

Prima di tutto, una precisazione per evitare che qualcuno si ritrovi di fronte a una porta chiusa. In questi giorni, diverse agenzie di stampa egiziane ed estere hanno pubblicato la notizia seconda la quale la tomba di Maya, a Saqqara, sarebbe stata aperta al pubblico per la prima volta dalla sua scoperta. In realtà, ed è perfettamente comprensibile guardando la foto in alto, la struttura non è ancora pronta ad accogliere turisti; la visita ufficiale al sito, compiuta ieri dal ministro El-Damaty, è servita a celebrare la fine della pulizia dei rilievi parietali. La tomba sarà visitabile, ma a data da destinarsi.

Passiamo alla “notizia” vera e propria. Nel 1996, gli archeologi  della Mission archéologique française du Bubasteion (MAFB) diretti da Alain Zivie scoprirono a Saqqara una tomba di XVIII dinastia poi riutilizzata, tra la XXX dinastia al periodo romano, per inumare migliaia di mummie di gatto dedicate alla dea Bastet. Si capì che apparteneva a una donna di nome Maya, nutrice di Tutankhamon (eh sì, quest’anno non riusciamo a liberarcene…). Alcune iscrizioni originali, purtroppo, erano state coperte da quelle aggiunte durante i riutilizzi successivi della sepoltura; ora, però, grazie ai lavori di restauro, è stato possibile leggere un nuovo epiteto della defunta che ha fatto nascere nuove ipotesi. Maya è definita “Grande dell’Harem”, attributo che potrebbe collegarla alla famiglia reale. Zivie si è spinto oltre affermando, addirittura, che Maya potrebbe essere un nome alternativo di Meritaten, figlia di Akhenaton e Nefertiti. Non basta. Dato per assunto che Tutankhamon sia il figlio della coppia amarniana (ma i test del DNA non sono riconosciuti da tutti), di conseguenza, Maya sarebbe anche sua sorella maggiore. Per confermare questa ipotesi, l’egittologo francese  ha trovato, nelle rappresentazioni della nutrice e del “faraone bambino, analogie nei tratti somatici e nei troni su cui sono seduti. Ha aggiunto, inoltre, che nella Tomba Reale di Amarna, sarebbe rappresentata proprio Maya/Meritaten che sorregge il piccolo Tutankhaton durante le celebrazioni funebri per la morte di un’altra principessa, Meketaten (nell’immagine in basso). Altri, però, in mancanza di iscrizioni che attestino i nomi dei personaggi rappresentati, li interpretano come Kiya e Smenkhara. Sembra, quindi, che al momento la teoria lanciata non sia supportata da sufficienti basi e che possa voler sfruttare il clamore mediatico scatenato da Reeves. Inoltre, non ci sarebbe niente di nuovo visto che lo stesso Zivie, nel 2009, in una pubblicazione intitolata proprio “La Tombe de Maïa: Mère Nourricière du roi Toutânkhamon et Grande du Harem” (pag. 86), parla dello stesso epiteto trovato su un frammento di canopo.

akhmourning.jpg

Source: amarnaproject.com

Il sito della MAFB: http://www.hypogees.org/

Categorie: approfondimenti | Tag: , , , , , , , , , | Lascia un commento

16 Febbraio 1923: la camera funeraria di Tutankhamon è aperta

525526_444706762266993_837642878_n

Carter e Lord Carnarvon fotografati da Harry Burton (Griffith Institute)

Dopo quasi tre mesi impiegati a sgomberare l’anticamera dalle centinaia di oggetti che la riempivano, Howard Carter poté finalmente concentrarsi sulla Camera Funeraria della tomba di Tutankhamon. Facendo attenzione a conservare il più possibile dei sigilli con il cartiglio del faraone, l’archeologo britannico, osservato da una folta schiera di collaboratori e funzionari locali, demolì il muro d’ingresso con l’intenzione di verificare ufficialmente se la KV62 fosse una tomba reale. Tuttavia, la certezza di trovare il sarcofago tardò ad arrivare perché, dietro il muro, apparve un’altra parete, questa volta di legno ricoperto d’oro e pasta vitrea blu: la cosiddetta “Prima Cappella”.

 

Il diario di Carter:

http://www.griffith.ox.ac.uk/gri/4sea1no2.html

Categorie: approfondimenti | Tag: , , , , | 2 commenti

Studio sull’origine del “blu egiziano”

DSCN2061-Copia

Particolare della decorazione del tempio di Hatshepsut a Deir el-Bahari

Il più antico pigmento artificiale utilizzato dall’uomo è il cosiddetto “blu egiziano”. Questo composto, un tetrasilicato di calcio e rame o cuprorivaite (CaCuSi4O10), è attestato per la prima volta in una tomba di I dinastia (2900 a.C.) a Saqqara, ma cominciò a essere impiegato costantemente nelle decorazioni parietali e per la faience dalla IV dinastia (2600), per poi diffondersi in tutto il Vicino Oriente e nel bacino del Mediterraneo fino al Rinascimento. Un recente studio spagnolo ha analizzato proprio la composizione chimica originale del colore e i possibili collegamenti con altri pigmenti simili utilizzati in antichità. Pablo García, Antonio Aramburu e Miguel Moreno dell’Universidad de Cantabria hanno pubblicato i risultati nell’articolo “Origin of the Exotic Blue Color of Copper-Containing Historical Pigments” sul numero di gennaio di Inorganic Chemestry. In particolare, la brillantezza così peculiare del blu sarebbe dovuta all’aggiunta di sabbia nel composto. Per maggiori delucidazioni e dati tecnici, che non sono assolutamente in grado di fornire, potete leggere l’articolo nel link seguente:

http://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/ic502420j?journalCode=inocaj

 

Categorie: approfondimenti | Tag: , , , , | 2 commenti

6 dicembre 1912: Borchardt scopre il busto di Nefertiti

il-ritrovamento102 anni fa, Ludwig Borchardt scoprì uno dei capolavori indiscussi dell’arte dell’antico Egitto: il busto di Nefertiti. L’archeologo tedesco stava scavando a Tell el-Amarna, l’antica Akhetaton, e, per la precisione, nell’area dove sorgeva la bottega dello scultore Thutmose. Infatti, nonostante la sua straordinaria bellezza, il busto policromo in calcare potrebbe essere “solo” un modello incompleto per la realizzazione di sculture ufficiali, trovato insieme ad altre famose opere che ritraggono Amenofi III, Kiya, Ay e ancora la Grande Sposa Reale di Akhenaton.

Il reperto, insieme a gran parte delle scoperte di Borchardt, finì in Germania provocando le prime polemiche già nel ’24, quando le autorità egiziane ne chiesero la restituzione. Il busto, infatti, era diventato proprietà di James Simon (qui la sua storia), mecenate ebreo che aveva finanziato la missione ad Amarna e che poi, nel 1920, donò la sua intera collezione ai musei della capitale tedesca. Gli Egiziani continuarono a pretendere il rimpatrio fino a quando, nel 1989, il presidente Mubarak definì Nefertiti come “la migliore ambasciatrice per l’Egitto” a Berlino. Però, la disputa si riaccese nel 2003, in occasione della realizzazione dell’istallazione artistica The body of Nefertiti in cui una coppia di scultori denominata Little Warsaw ricostruì in bronzo il corpo della regina. L’allora Segretario Generale dello SCA, Zahi Hawass, parlò di dissacrazione del retaggio storico e culturale dell’Egitto e interpellò anche l’UNESCO perché convinto dell’illegalità dell’esportazione dell’oggetto. Ma, nonostante escano tutt’oggi a cadenza regolare richieste simili, il busto è ancora conservato nell’Ägyptisches Museum und Papyrussammlung presso il Neues Museum.

 

Categorie: approfondimenti | Tag: , , , , , , , , | 1 commento

26 Novembre 1922: “Cose meravigliose”

p0012

 

I 9 metri del corridoio vennero ripuliti velocemente, fino ad arrivare alla seconda porta sigillata. Carter fece un foro nell’angolo superiore sinistro e v’infilò una sbarra di ferro: vuoto! Sarebbe potuta essere una camera, così allargò il buco e nell’oscurità più completa accese una candela. La fiammella si agitava tanto per l’aria calda che fuoriusciva dall’interno quanto per il tremore della mano dell’archeologo. Ormai, tutti erano accalcati alle sue spalle e aspettavano con ansia un segnale qualsiasi che tardava ad arrivare. Così, dal diario personale di Carter si legge che Carnarvon, impaziente, chiese: “Can you see anything?”. La risposta è leggendaria: “Yes, it is wonderful”.

Infatti, mano mano che gli occhi si abituavano al buio, compariva “uno strano e meraviglioso miscuglio di oggetti belli e straordinari accatastati l’uno sull’altro”.

Era stata aperta l’anticamera stracolma di oggetti (circa 700) ancora perfettamente conservati, tra cui i carri, i tre letti zoomorfi, il trono e le due statue dei guardiani.

E il meglio doveva ancora venire…

Categorie: approfondimenti | Tag: , , , , | 2 commenti

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.