approfondimenti

Un nuovo nome per il proprietario della TT 209

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Source: lavanguardia.com

Non proprio la nuova scoperta che sta passando sui giornali spagnoli, ma uno spunto interessante per dimostrare come ricerche del passato possano essere riprese e portare a conclusioni diverse. La notizia, infatti, era nota già dal 2014 e anche io l’avevo riportata su questo blog; tuttavia, sfrutto questa rinnovata attenzione sull’argomento per approfondirlo con qualche dato in più.

Se si consulta il Porter & Moss (PM I.1, pag. 306; planimetria a pag. 292), la TT 209 risulta come una tomba di epoca saitica (XXVI dinastia: 672-525 a.C.) situata nella necropoli di el-Asasif, Tebe Ovest. Oltre al nome del proprietario, Seremhatrekhyt, pochissime altre informazioni:

Nel corso degli anni, però, di questa sepoltura si erano di nuovo perse le tracce, nascoste dal fango delle inondazioni del vicino wadi e dalle macerie del villaggio demolito di Hurubat. Almeno fino all’intervento del “Proyecto Dos Cero Nueve”, missione archeologica partita nel 2012 sotto la direzione di Miguel Ángel Molinero (Universidad de La Laguna, Tenerife). Gli archeologi canari hanno riscoperto l’entrata dell’ipogeo e hanno cominciato l’indagine all’interno individuando, fra l’altro, un ramo laterale non noto a ovest che porterebbe alla struttura accessoria riservata alla madre del defunto principale (confrontare la planimetria in basso con quella del PM).

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Source: proyectodosceronueve.weebly.com

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Nisemro (source: FB @tt209)

Ma il risultato più importante delle prime cinque campagne di scavo è stato la correzione della datazione ipotizzata nei decenni precedenti, spostata, per motivi stilistici e stratigrafici, alla XXV dinastia (747-664). La tomba, quindi, sarebbe più antica del previsto, risalendo alla dominazione dei cosiddetti “faraoni neri”. Da questo dato, poi, si è cercata una corrispondenza dell’onomastica nubiana con alcuni termini stranieri scritti sulle pareti e si è capito che il vero nome del proprietario della TT 209 è Nisemro (più difficilmente Ashemra come annunciato in un primo momento), “Sovrintendente del sigillo” (imy-r xtm, traducibile anche come “tesoriere”). Quindi non l’Hatashemro di  Gardiner e Weigall (A Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes, 1913) né il Seremhatrekhyt – in realtà solo un titolo – indicato negli anni ’50 da Porter e Moss.

 

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Le firme di antichi visitatori nella tomba di Ramesse VI

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Ph. JAKUB KYNCL

“L’ho visitata e non mi è piaciuto niente ad eccezione del sarcofago”.

Non è una recensione scritta da un visitatore deluso su Trip Advisor ma una delle oltre 1000 iscrizioni incise sulle pareti della tomba di Ramesse VI (1144-1136). Un team di archeologi polacchi, diretti da Adam Łukaszewicz (Università di Varsavia), ora le sta documentando per studiare la storia ‘turistica’ dell’ipogeo negli ultimi 2000 anni. Infatti, la sepoltura – checché ne dica l’autore della frase riportata all’inizio, una delle più belle della Valle dei Re – era meta già in antichità di stranieri curiosi che spesso lasciavano una testimonianza del loro passaggio. Come purtroppo succede ancora oggi, evidentemente anche in passato si sentiva il bisogno di incidere la propria firma, spesso corredata di luogo di origine e occupazione. La spettacolare decorazione della KV9 comprende scene tratte da Libro dei Morti, Libro delle Caverne, Libro delle Porte e altri testi funerari, tra cui, per l’appunto, è possibile notare un alto numero di graffiti che vanno dal periodo greco-romano al XIX secolo. Ovviamente, gli autori delle firme appartenevano a classi sociali elevate; compaiono i nomi di filosofi greci, prefetti romani, viaggiatori europei o, addirittura, quello di Amr ibn al-As, il conquistatore arabo dell’Egitto bizantino (640) che, fra l’altro, ha lasciato l’iscrizione più appariscente.

Non mancano nemmeno dialoghi a distanza tra diversi visitatori come il caso in cui qualcuno, alla sconsolata affermazione “Non riesco a leggere i geroglifici”, ha risposto più disincantatamente: “Perché t’importa che non riesci a leggere i geroglifici? Non capisco la tua preoccupazione”.

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Source: Theban Mapping Project

http://scienceinpoland.pap.pl/en/news/news,414643,in-a-pharaoh-tomb-archaeologist-examines-the-inscriptions–of-ancient-tourists.html

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Facciamo un po’ di chiarezza sulla scoperta della tomba di Userhat

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Source: MoA

Quando viene effettuato un’importante ritrovamento archeologico, la stampa si concentra più sulle foto e sul titolo – d’altronde, è ciò a cui bada la gente – che sul contenuto della notizia stessa, a discapito dell’approfondimento del tema e della verifica delle fonti. Così, per rendere più accattivanti gli articoli, alcuni giornalisti – non conoscendo la materia – esagerano con le espressioni e fanno leva sui soliti cliché. È successo – come si vede nei seguenti titoli di giornali nazionali e non – anche stavolta con la recentissima scoperta della tomba di Userhat a Dra Abu el-Naga. Tra travisamenti, errate traduzioni e veri e propri sfondoni, credo sia opportuno fare un po’ di chiarezza. Infatti, al di là di comuni sbagli nelle trascrizioni di nomi di personaggi egizi o di località in arabo e del numero variante di sarcofagi che ancora non è stato definito (al momento, si contano 10 sarcofagi e 8 mummie), purtroppo ho letto dichiarazioni inesistenti, messe in bocca al ministro delle Antichità o al direttore della missione, che rischiano di dare credibilità immeritata a testi non veritieri.

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Ma andiamo in ordine. La tomba in questione era già nota, ma non era mai stata scavata: Friederike Kampp-Seyfried, indicandola con il numero -157- (Die thebanische Nekropole. Zum Wandel des Grabgedankens von der XVIII. bis zur XX. Dynastie, Mainz 1996, p. 708), ha proposto una datazione non certa al regno di Thutmosi III (1457-1425). In ogni caso, gli archeologi egiziani diretti da Mostafa Waziry, eliminando i detriti nella corte esterna, sono riusciti a entrare nell’ipogeo – una classica tomba a T – e a individuare altre due entrate ancora da ripulire. Non è assolutamente una sepoltura reale e i faraoni non c’entrano niente: il proprietario originario, Userhat (se proprio si volesse spezzare il nome, il modo giusto sarebbe Wser-hat), era un alto funzionario della XVIII dinastia (1543-1292) recante il titolo, secondo quanto detto da El-Enany, di qnbty n niwt, “Membro del Consiglio della città (Tebe)”. Si tratta di una carica amministrativa più complessa che, pur comprendendo competenze giuridiche, non si limitava ad esse e quindi non può essere tradotta semplicisticamente con “giudice”. Quindi, sarebbe più consono considerare Userhat un “magistrato” ma con l’accezione romana del termine. La tomba è rimasta inviolata al massimo per qualche secolo perché, durante la XXI dinastia (1069-945), la stanza più interna venne sfruttata per la collocazione di diversi sarcofagi con mummie, come la coeva cachette di Deir el-Bahari (DB320) in cui vennero nascoste oltre 50 mummie di re, regine e dignitari. Riassumendo: la struttura risale alla XVIII dinastia, ma fu riutilizzata durante la XXI. Infine, un capitolo a parte va dedicato al corredo funebre. Leggendo delle oltre mille statue ritrovate, ci si aspetterebbe uno sconfinato schieramento di sculture, simil-“Esercito di terracotta”; in realtà, gli archeologi hanno individuato ‘solamente’ degli ushabti, piccole statuette funerarie di pochi centimetri (come si vede nella foto in basso) che accompagnavano il defunto nell’Aldilà per lavorare al suo posto.

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Source: MoA

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Zivie: la nutrice Maya è la sorella di Tutankhamon

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Source: english.ahram.org.eg

Prima di tutto, una precisazione per evitare che qualcuno si ritrovi di fronte a una porta chiusa. In questi giorni, diverse agenzie di stampa egiziane ed estere hanno pubblicato la notizia seconda la quale la tomba di Maya, a Saqqara, sarebbe stata aperta al pubblico per la prima volta dalla sua scoperta. In realtà, ed è perfettamente comprensibile guardando la foto in alto, la struttura non è ancora pronta ad accogliere turisti; la visita ufficiale al sito, compiuta ieri dal ministro El-Damaty, è servita a celebrare la fine della pulizia dei rilievi parietali. La tomba sarà visitabile, ma a data da destinarsi.

Passiamo alla “notizia” vera e propria. Nel 1996, gli archeologi  della Mission archéologique française du Bubasteion (MAFB) diretti da Alain Zivie scoprirono a Saqqara una tomba di XVIII dinastia poi riutilizzata, tra la XXX dinastia al periodo romano, per inumare migliaia di mummie di gatto dedicate alla dea Bastet. Si capì che apparteneva a una donna di nome Maya, nutrice di Tutankhamon (eh sì, quest’anno non riusciamo a liberarcene…). Alcune iscrizioni originali, purtroppo, erano state coperte da quelle aggiunte durante i riutilizzi successivi della sepoltura; ora, però, grazie ai lavori di restauro, è stato possibile leggere un nuovo epiteto della defunta che ha fatto nascere nuove ipotesi. Maya è definita “Grande dell’Harem”, attributo che potrebbe collegarla alla famiglia reale. Zivie si è spinto oltre affermando, addirittura, che Maya potrebbe essere un nome alternativo di Meritaten, figlia di Akhenaton e Nefertiti. Non basta. Dato per assunto che Tutankhamon sia il figlio della coppia amarniana (ma i test del DNA non sono riconosciuti da tutti), di conseguenza, Maya sarebbe anche sua sorella maggiore. Per confermare questa ipotesi, l’egittologo francese  ha trovato, nelle rappresentazioni della nutrice e del “faraone bambino, analogie nei tratti somatici e nei troni su cui sono seduti. Ha aggiunto, inoltre, che nella Tomba Reale di Amarna, sarebbe rappresentata proprio Maya/Meritaten che sorregge il piccolo Tutankhaton durante le celebrazioni funebri per la morte di un’altra principessa, Meketaten (nell’immagine in basso). Altri, però, in mancanza di iscrizioni che attestino i nomi dei personaggi rappresentati, li interpretano come Kiya e Smenkhara. Sembra, quindi, che al momento la teoria lanciata non sia supportata da sufficienti basi e che possa voler sfruttare il clamore mediatico scatenato da Reeves. Inoltre, sembra che non ci sia niente di nuovo visto che lo stesso Zivie, nel 2009, in una pubblicazione intitolata proprio “La Tombe de Maïa: Mère Nourricière du roi Toutânkhamon et Grande du Harem” (pag. 86), parla dello stesso epiteto trovato su un frammento di canopo.

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Source: amarnaproject.com

Il sito della MAFB: http://www.hypogees.org/

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16 Febbraio 1923: la camera funeraria di Tutankhamon è aperta

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Carter e Lord Carnarvon fotografati da Harry Burton (Griffith Institute)

Dopo quasi tre mesi impiegati a sgomberare l’anticamera dalle centinaia di oggetti che la riempivano, Howard Carter poté finalmente concentrarsi sulla Camera Funeraria della tomba di Tutankhamon. Facendo attenzione a conservare il più possibile dei sigilli con il cartiglio del faraone, l’archeologo britannico, osservato da una folta schiera di collaboratori e funzionari locali, demolì il muro d’ingresso con l’intenzione di verificare ufficialmente se la KV62 fosse una tomba reale. Tuttavia, la certezza di trovare il sarcofago tardò ad arrivare perché, dietro il muro, apparve un’altra parete, questa volta di legno ricoperto d’oro e pasta vitrea blu: la cosiddetta “Prima Cappella”.

 

Il diario di Carter:

http://www.griffith.ox.ac.uk/gri/4sea1no2.html

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Studio sull’origine del “blu egiziano”

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Particolare della decorazione del tempio di Hatshepsut a Deir el-Bahari

Il più antico pigmento artificiale utilizzato dall’uomo è il cosiddetto “blu egiziano”. Questo composto, un tetrasilicato di calcio e rame o cuprorivaite (CaCuSi4O10), è attestato per la prima volta in una tomba di I dinastia (2900 a.C.) a Saqqara, ma cominciò a essere impiegato costantemente nelle decorazioni parietali e per la faience dalla IV dinastia (2600), per poi diffondersi in tutto il Vicino Oriente e nel bacino del Mediterraneo fino al Rinascimento. Un recente studio spagnolo ha analizzato proprio la composizione chimica originale del colore e i possibili collegamenti con altri pigmenti simili utilizzati in antichità. Pablo García, Antonio Aramburu e Miguel Moreno dell’Universidad de Cantabria hanno pubblicato i risultati nell’articolo “Origin of the Exotic Blue Color of Copper-Containing Historical Pigments” sul numero di gennaio di Inorganic Chemestry. In particolare, la brillantezza così peculiare del blu sarebbe dovuta all’aggiunta di sabbia nel composto. Per maggiori delucidazioni e dati tecnici, che non sono assolutamente in grado di fornire, potete leggere l’articolo nel link seguente:

http://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/ic502420j?journalCode=inocaj

 

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6 dicembre 1912: Borchardt scopre il busto di Nefertiti

il-ritrovamento102 anni fa, Ludwig Borchardt scoprì uno dei capolavori indiscussi dell’arte dell’antico Egitto: il busto di Nefertiti. L’archeologo tedesco stava scavando a Tell el-Amarna, l’antica Akhetaton, e, per la precisione, nell’area dove sorgeva la bottega dello scultore Thutmose. Infatti, nonostante la sua straordinaria bellezza, il busto policromo in calcare potrebbe essere “solo” un modello incompleto per la realizzazione di sculture ufficiali, trovato insieme ad altre famose opere che ritraggono Amenofi III, Kiya, Ay e ancora la Grande Sposa Reale di Akhenaton.

Il reperto, insieme a gran parte delle scoperte di Borchardt, finì in Germania provocando le prime polemiche già nel ’24, quando le autorità egiziane ne chiesero la restituzione. Il busto, infatti, era diventato proprietà di James Simon (qui la sua storia), mecenate ebreo che aveva finanziato la missione ad Amarna e che poi, nel 1920, donò la sua intera collezione ai musei della capitale tedesca. Gli Egiziani continuarono a pretendere il rimpatrio fino a quando, nel 1989, il presidente Mubarak definì Nefertiti come “la migliore ambasciatrice per l’Egitto” a Berlino. Però, la disputa si riaccese nel 2003, in occasione della realizzazione dell’istallazione artistica The body of Nefertiti in cui una coppia di scultori denominata Little Warsaw ricostruì in bronzo il corpo della regina. L’allora Segretario Generale dello SCA, Zahi Hawass, parlò di dissacrazione del retaggio storico e culturale dell’Egitto e interpellò anche l’UNESCO perché convinto dell’illegalità dell’esportazione dell’oggetto. Ma, nonostante escano tutt’oggi a cadenza regolare richieste simili, il busto è ancora conservato nell’Ägyptisches Museum und Papyrussammlung presso il Neues Museum.

 

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26 Novembre 1922: “Cose meravigliose”

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I 9 metri del corridoio vennero ripuliti velocemente, fino ad arrivare alla seconda porta sigillata. Carter fece un foro nell’angolo superiore sinistro e v’infilò una sbarra di ferro: vuoto! Sarebbe potuta essere una camera, così allargò il buco e nell’oscurità più completa accese una candela. La fiammella si agitava tanto per l’aria calda che fuoriusciva dall’interno quanto per il tremore della mano dell’archeologo. Ormai, tutti erano accalcati alle sue spalle e aspettavano con ansia un segnale qualsiasi che tardava ad arrivare. Così, dal diario personale di Carter si legge che Carnarvon, impaziente, chiese: “Can you see anything?”. La risposta è leggendaria: “Yes, it is wonderful”.

Infatti, mano mano che gli occhi si abituavano al buio, compariva “uno strano e meraviglioso miscuglio di oggetti belli e straordinari accatastati l’uno sull’altro”.

Era stata aperta l’anticamera stracolma di oggetti (circa 700) ancora perfettamente conservati, tra cui i carri, i tre letti zoomorfi, il trono e le due statue dei guardiani.

E il meglio doveva ancora venire…

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25 Novembre 1922: la tomba di Tutankhamon è di nuovo aperta

p0002aUna volta scoperta la tomba, Howard Carter aveva dovuto aspettare due settimane prima di poter riprendere lo scavo, ma, finalmente, Lord Carnarvon e sua figlia arrivarono a Luxor. Così, il 24 novembre 1922, dopo che tutti i 16 scalini furono liberati dalla terra, apparve la prima porta. Ben presto, però, l’archeologo britannico si accorse che i sigilli originali con il nome del faraone erano solo su un lato della porta, mentre sull’altro, che era stato aperto e richiuso due volte, c’erano i sigilli reali della necropoli tebana (ecco un esempio). Anche questa tomba era stata saccheggiata dai ladri.

Con entusiasmo calante la prima porta venne aperta il 25 novembre, entrando per la prima volta dopo millenni nella tomba. Era solo il corridoio di accesso ingombro di detriti e Carter non poteva nemmeno immaginare cosa si celasse dietro il secondo varco…

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Mummie: è giusto esporre resti umani nei musei?

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Mummia di Ramesse II (Museo Egizio del Cairo). Source: http://www.aegypten-fotos.de/luxor/ramses_e.htm

Ieri è stata inaugurata “Ancient Lives: new discoveries”, mostra del British Museum incentrata sulle nuove analisi scientifiche su otto tra le centinaia di mummie conservate nel museo. La visibilità che ha avuto l’evento ha riacceso una disputa ideologica che spesso nasce in simili circostanze: è giusto esporre resti umani nei musei? Si tratta del legittimo risultato di ricerche archeologiche o dell’irrispettosa profanazione di cadaveri?  Molti sono stati gli articoli scritti sull’argomento e anch’io ho deciso di cogliere l’occasione per riportare la mia opinione. Naturalmente mi concentrerò sul mondo dell’egittologia che è quello più vicino alla mia formazione, anche se il discorso potrebbe essere allargato alle migliaia di collezioni archeologiche, antropologiche e di storia della medicina del mondo.

Prima di tutto, però, va fatta una considerazione generale sul rapporto che la società occidentale ha avuto e tuttora ha con la morte. Nel corso della storia, si è quasi sempre cercato di non mescolare l’ambito dei viventi con quello dei defunti creando appositi luoghi, fuori dai contesti abitativi, dove deporre le salme. Il motivo di fondo è semplice, cioè evitare che la decomposizione dei corpi possa diffondere malattie contagiose o avvelenare le fonti d’acqua e di cibo. Esistono delle eccezioni, come le inumazioni “casalinghe” nella Gerico neolitica o come nel caso dei Dani (le cosiddette “tribù delle mummie”), gruppi primitivi della Papua Nuova Guinea che ancora oggi vivono con i corpi imbalsamati dei loro antenati; ma, in generale, le tombe sono sempre extra moenia. Tale consuetudine è stata ufficializzata anche da celebri provvedimenti legislativi, tra cui spiccano la Tavola X delle duodecim tabularum leges del 451-450 a.C. («Hominem mortuum in urbe ne sepelito neve urito») e l’Editto di Saint Cloud emanato da Napoleone Bonaparte nel 1804 (come non ricordare “I Sepolcri” di Ugo Foscolo). Oltre alle basilari motivazioni igienico-sanitarie, ci sono di mezzo anche i retaggi culturali e religiosi che hanno plasmato il nostro rapporto con la morte. Il Cristianesimo predica la sacralità del corpo umano come dono di Dio; per questo la cremazione è mal vista o addirittura vietata in previsione della resurrezione finale dopo il Giudizio Universale. Ma, anche nel Cattolicesimo, esistono casi a parte come nel Convento dei Frati Minori Cappuccini di Via Veneto a Roma in cui le ossa dei monaci sono state utilizzate per secoli come semplice materiale da costruzione per realizzare decorazioni architettoniche (vedi foto in basso). Qui, il corpo era considerato un semplice involucro dell’anima che, dopo il trapasso, perde ogni importanza.

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Source: turismoroma.it/cosa-fare/il-convento-dei-frati-minori-cappuccini-di-via-veneto

Se avessero conosciuto il loro destino, molti Egizi avrebbero preferito la stessa sorte dei frati romani e diventare un lampadario. Infatti, le mummie sono sempre state usate come combustibile, alla stregua di pezzi di legno; inoltre, tra XVII e XVIII sec., venivano polverizzate e spacciate per rimedi medicamentosi da ingoiare (quindi non lamentatevi quando trovate che alcune pillole siano amare!). Fin dall’antichità, invece, i tombaroli le distruggono o le bruciano alla ricerca dei preziosi amuleti in esse nascoste (qui un esempio nella cachette recentemente scoperta). Il vero interesse dell’Europa per questi “reperti esotici”, però, andò di pari passo con la nascita dell’egittologia tra ‘800 e primi del ‘900. Frammenti di corpi mummificati erano inclusi tra i mirabilia delle wunderkammern già nel XVI secolo, ma è solo con l’istituzione delle prime grandi collezioni egittologiche che la gente scoprì la morbosa passione per i cadaveri del Nilo. Musei di tutto il mondo cominciarono a fare a gara per accaparrarsi sarcofagi e canopi (possibilmente pieni), mentre nella gotica Inghilterra vittoriana si diffuse una moda che coinvolgeva un vasto pubblico di curiosi: lo sbendaggio delle mummie. Alla presenza di centinaia di persone, studiosi toglievano mano mano ogni involucro dell’imbalsamazione, dalla copertura in cartonnage fino alle bende di lino, lasciando il corpo “nudo” (nella foto in basso, l’egittologa Margaret Murray sbenda la mummia del sacerdote Khnum-Nakht nel Manchester Museum davanti a 500 spettatori).

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Source: pasthorizonspr.com/index.php/archives/12/2012/unwrapping-the-mummy-performance-and-science

I “Mummy Unwrapping Parties” e la “Tutmania” esplosa dopo la scoperta di Howard Carter riflettevano il gusto dell’orrido e l’attrazione verso la morte che, purtroppo ancora oggi, spesso caratterizza chi entra in un museo e si trova di fronte a una teca che contiene resti umani; esattamente come chi guarda un horror o segue con attenzione ogni aggiornamento di cronaca nera. La cultura popolare, infarcita di romanzi, film e leggende metropolitane, ha insinuato nel grande pubblico un pregiudizio difficile da estirpare, cioè che la cultura egizia fosse ossessionata dall’aldilà. Non c’è niente di più sbagliato e, per rendersene conto, basterebbe leggere una delle tante poesie d’amore tradotte o dare un’occhiata al “Papiro erotico” di Torino. Il fatto che, in Egitto, la maggior parte dei contesti archeologici sia di tipo templare o funerario è spiegabile con conformazione geografica del Paese. L’esiguità delle terre fertili ha fatto sì che le stesse aree siano state sfruttate per millenni per gli insediamenti abitativi, con la conseguente cancellazione di quelli più antichi. Quindi, gli Egizi non erano perennemente incupiti in attesa di stirare le cuoia, ma mangiavano, si ubriacavano, cantavano, facevano l’amore come tutti gli altri.

Source: telegraph.co.uk

Source: telegraph.co.uk

Dopo queste considerazioni sembrerebbe tutt’altro che etico esporre al pubblico i corpi di persone distolte dal loro riposo eterno e trasformate in curiosi oggetti da ammirare. Ma è proprio qui che si inserisce il ruolo del professionista. Archeologi, antropologi, restauratori, curatori di musei devono ridare dignità a questi uomini e donne non trattandoli come gli altri reperti. L’oggetto deve tornare soggetto. Non basta mettere la mummia in vetrina accompagnandola con una semplice targhetta che ne specifichi la datazione, ma va ricreato tutto il contesto cercando di estrapolare ogni dato possibile che possa farci conoscere la vita e non solo la morte. In realtà, rileggendo ciò che ho appena scritto, mi rendo conto che questo discorso andrebbe applicato su ogni singolo vaso, amuleto o sandalo, ma io riserverei una particolare cura sui nostri avi. In questo ci aiuta la tecnologia. Senza dover per forza togliere le bende, raggi X, TAC e altri metodi non invasivi oggi permettono di capire cosa mangiasse il “paziente”, che tipo di attività lavorativa facesse, di che mali soffrisse e la causa del decesso. Informazioni non solo utili nel particolare ma che, messe tutte insieme, possono riscrivere i libri di storia. Bisogna ricordare che, secondo la religione egizia, l’integrità del corpo era fondamentale per sperare in una vita ultraterrena e, infatti, esisteva un’infinità di formule funerarie per scongiurare problemi al cadavere. Quindi, in un certo senso, la cura dei moderni studiosi nel conservare le salme potrebbe far comodo agli spiriti che si trovano nella Duat.

Così, secondo me, mostre come quella del British, incentrate sulle storie più che sui reperti, non ledono la dignità dei protagonisti e, anzi, possono “educare” il pubblico. Certo, ci sarà sempre chi andrà a vedere la mummia con in testa la maledizione di Tutankhamon o la musichetta di John Williams, ma tutti gli altri potranno considerare con più rispetto persone che una volta vivevano e che, in questo modo, potranno ottenere l’immortalità (almeno nella memoria) tanto agognata.

Questa è solo la mia opinione, ma mi piacerebbe che anche voi riportaste la vostra commentando l’articolo.

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