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Bufale eGGizie*: le sirene nell’antico Egitto

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Source: nuwaupianism.com

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Bufala veloce veloce che sfrutta il clamore mediatico scoppiato alla notizia della scelta di un’attrice di colore (Halle Bailey) per il ruolo di Ariel nel nuovo reboot in live action de “La Sirenetta”. Beh, secondo alcuni le sirene esisterebbero (o sarebbero esistite) e gli antichi Egizi lo avrebbero saputo. Il tutto parte da un documentario, “Mermaids: The Body Found”, andato in onda nel 2012 su Animal Planet e – manco a dirlo – su Discovery Channel. La trasmissione racconta la ricerca di presunti scienziati che alla fine scoprono una di queste creature fantastiche, anche grazie alle tracce provenienti dal passato. Tra quest’ultime, spicchano disegni ritrovati in una caverna in Egitto che mostrerebbero strane figure umane con coda di pesce.

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Source: wikipedia.org

Peccato che tutta l’operazione sia palesemente un mockumentary, cioè un falso documentario – come è perfino riportato nei titoli di coda – che usa attori, fatti inventati e ricostruzioni digitali a mero scopo d’intrattenimento. Il problema è che l’ammissione è volutamente ambigua per fare più audience e che la gente spesso è poca attenta; per questo, a volte bisogna specificare anche l’ovvio. I dipinti rupestri mostrati non sono altro che alterazioni di quelli realmente esistenti nella cosiddetta “Caverna dei nuotatori” a Gilf Kebir (immagine a sinistra), sito neolitico di 10.000 anni del Deserto Occidentale al confine con la Libia.

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L’immagine all’inizio dell’articolo, invece, si liquida veramente in due secondi perché è un classico utilizzo pareidolico dei geroglifici da parte di chi non conosce la lingua egizia e si basa solo su somiglianze iconografiche (recentemente, ad esempio, è tornata alla ribalta la questione di rilievi egiziani che rappresenterebbero spermatozoi). La figura al centro, quindi, non è una sinuosa sirena ma un povero uomo legato – o, più precisamente, incaprettato – che corrisponde a una variante del segno A13 della lista di Gardiner, determinativo di parole come “nemico”, “ribelle”, “prigioniero” ecc.

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Bufale eGGizie*: Omm Sety, la reincarnazione di una sacerdotessa egizia

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(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

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Di questa persona, forse l’ultima figura romantica nel mondo dell’egittologia, mi avete chiesto in tanti di parlare, praticamente da quando ho cominciato a scrivere sul blog. Una donna in cui coesistevano in egual misura indiscusse capacità professionali e bizzarre stravaganze new age che incuriosivano colleghi, turisti e giornalisti che la incontravano. Un personaggio che ovviamente non poteva sfuggire ai radar della trasmissione “Freedom” di Giacobbo che le sta dedicando ben due puntate (la scorsa, 11/06/2019, e quella di stasera, 18/06). Così, visto il rinnovato interesse, colgo l’occasione per far luce su alcuni degli aspetti più misteriosi della vita di Dorothy Eady, Bulbul Abdel Meguid, Bentreshyt o, come è più comunemente nota, Omm Sety (anche se potete trovare altre grafie come Omm Seti o Umm Sety), la reincarnazione di una sacerdotessa egizia.

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Mummia di Seti I (Source: wikipedia.org)

Dorothy Louise Eady nacque il 16 gennaio 1904 in un sobborgo a sud-est di Londra e probabilmente avrebbe avuto un’anonima vita medio-borghese se all’età di 3 anni non fosse caduta dalle scale. Il medico chiamato a salvarla non potè far altro che appurarne la morte, ma, tornato dopo mezz’ora per preparare la salma, trovò la bambina beatamente seduta sul letto mentre mangiava cioccolata. Da questo momento in poi, la piccola Dorothy cominciò a fare sogni strani in cui vedeva palazzi con grandi colonne e un giardino con una vasca al centro. La situazione divenne preoccupante quando l’anno dopo, durante una visita al British Museum, la bambina entrò nella galleria egizia e cominciò ad abbracciare e baciare i piedi delle statue dicendo di voler “rimanere tra la sua gente”. L’ossessione verso l’antico Egitto crebbe esponenzialmente, tanto da spingere spesso Dorothy a saltare la scuola per recarsi nel museo londinese dove conobbe addirittura il celebre egittologo Ernest Alfred Thompson Wallis Budge, curatore del Dip. di Antichità Egizie e Assire, che le insegnò i rudimenti della scrittura geroglifica. Le “visioni” aumentarono sempre di più, fino ai 15 anni, quando le venne in sogno l’uomo più importante della sua vita, il faraone Seti Iche riconobbe per aver visto alcune foto della sua mummia (immagine a sinistra).

Dopo aver visitato tutte le collezioni egizie del Regno Unito e cominciato a raccogliere personalmente le antichità meno costose disponibili sul mercato antiquario, a 27 anni si trasferì a Londra per lavorare in una rivista egiziana e qui incontrò Iman Abdel Meguid, uno studente che diventerà suo marito. Così, per sposare Iman, riuscì finalmente a coronare il sogno di tornare a “casa”, nel 1933, arrivando al Cairo e assumendo il nome arabo di Bulbul Abdel Meguid. Ma il matrimonio, nonostante un figlio chiamato non a caso Sety, durò poco a causa delle stranezze della donna mal viste dai suoceri e da una proposta di lavoro che portò il marito in Iraq. Infatti, strani fenomeni di trance, scrittura automatica ed esperienze di uscita dal corpo erano ormai all’ordine del giorno, soprattutto dopo che Hor-Ra, un antico spirito egizio, le avrebbe occupato i sonni per 12 mesi consecutivi, raccontandole la sua vita passata.

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Tempio di Seti I, Abido

Omm Sety sarebbe stata la reincarnazione di Bentreshyt (“Arpa della Gioia”), una giovane nata da un soldato e da una venditrice di frutta. Il padre l’abbandonò sui gradini del Tempio di Seti I ad Abido (immagine in alto), dove il sacerdote Antef la raccolse e la crebbe a sua volta come sacerdotessa di Iside. Un giorno, mentre cantava nel giardino del santuario, colpì con la sua incantevole voce il faraone che se ne innamorò. Così i due divennero amanti e Bentreshit rimase incinta nonostante il voto di castità. Il finale della storia, come spesso succede nei ricordi di vite passate, è tragico perché Antef si accorse del pancione e la spinse al suicidio dopo non essere riuscito ad estorcerle il nome del suo illustre compagno. 

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Labib Habachi, Omm Sety e Hānī al-Zaynī (Source: calisphere.org)

Una volta libera dagli impedimenti coniugali, Bulbul (letteralmente “Usignolo”) si trasferì a Nazlat es-Simman, villaggio a due passi dalla piana di Giza, e riuscì perfino a ottenenere un impiego, prima donna in assoluto, come disegnatrice e ispettrice per il Dipartimento delle Antichità egiziane. Essendo dipendente del dipartimento, era libera di entrare nel sito archeologico anche dopo la chiusura, effettuare i suoi riti giornalieri nei templi dell’area (ormai era diventata politeista convinta), fare offerte alla Grande Sfinge e passare notti all’interno della Piramide di Cheope. Quando perse l’affidamento del figlio, potè anche partecipare attivamente a diverse missioni archeologiche, collaborando con alcuni tra i più importanti egittologi locali: Selim Hassan, lo scopritore della tomba intatta della regina Khentkaus (Omm Sety compare nei ringraziamenti nei suoi volumi “Excavations at Gîza”), Ahmed Fakhry, direttore degli scavi nella necropoli di Dahshur e della piramide di Djedkara a Saqqara, e Labib Habachi (a sinistra nella foto in alto). In generale, si occupava di disegno tecnico dei reperti e di editing delle pubblicazioni scientifiche in inglese, di cui probabilmente era spesso la ghost writer.

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Source: abydosarchive.org

La sua prima visita nell’amata Abido risale al 1952, quando passò tutta la prima notte a bruciare incenso nel tempio di Seti I. Tuttavia, è solo il 3 marzo 1956 che si trasferì definitivamente per disegnare i rilievi, catalogare i blocchi in magazzino e copiare le iscrizioni tra le rovine. Qui lavorò ufficialmente fino al 1964, per poi, dopo un breve periodo nella sede centrale del Dipartimento al Cairo, tornare come consulente e guida (a destra, il suo report mensile delle attività svolte nell’agosto 1968). Ormai anziana, Omm Sety si ritirò a vita privata solo nel 1972 a causa di un attacco cardiaco, ma continuò comunque ad accompagnare i visitatori del sito fino alla morte, il 21 aprile 1981.

Ad Abido, Omm Sety divenne molto popolare intrattenendo con i suoi curiosi aneddoti turisti e colleghi e mescolandosi, grazie a un tenore di vita molto spartano, con gli abitanti del luogo che la temevano e rispettavano. Lo stesso nome che la contraddistingue maggiormente le venne dato proprio ad Abito per sottolineare – come spesso si fa nel mondo islamico – la sua maternità (= “Madre di Sety”). Inoltre, la vicinanza con gli abitanti del villaggio le permise di condurre valide ricerche etnografiche per l’American Research Center in Egypt che mettevano in relazione gli antichi culti egizi con le tradizioni musulmane e copte contemporanee.

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Omm Sety e la sua gatta (che ovviamente si chiamava Bastet)

La fama mondiale crebbe grazie a diversi articoli di giornali e a due documentari girati nel 1980, poco prima della morte: “Omm Sety and Her Egypt” per la BBC ed “Egypt: Quest for Eternity” per National Geographic (in basso). Ma la sua aurea mistica si deve soprattutto alle pubblicazioni dell’amico Hanny El Zeini che, in particolare nel libro “Omm Sety’s Egypt”, riporta diversi racconti incredibili e tutte le scoperte archeologiche che sarebbero state effettuate grazie ai suoi ‘ricordi’ della vita passata. El Zeini afferma di aver chiesto al capo ispettore di Abido se fossero vere tutte le storie che circolavano attorno a Omm Sety ricevendo come risposta che la donna era stata la protagonista materiale del ritrovamento dei giardini del tempio, nell’area del “Palazzo”, e che aveva dato un valido aiuto anche nell’individuazione della galleria del settore settentrionale del santuario (l’ingresso all’Osireion).

 

Ma è possibile che Omm Sety abbia veramente indicato dove scavare perché aveva vissuto in prima persona quei luoghi? O che fosse a conoscenza dell’ubicazione di importanti siti non ancora scoperti grazie ai suggerimenti di antichi personaggi apparsi in sogno? In effetti, Omm Sety diceva di avere spesso visite da Seti (tornato dall’Amduat grazie – ironia della sorte – proprio a “un permesso speciale”) che in un primo momento, nonostante i trascorsi amorosi, si sarebbe rivelato rispettoso del suo status di donna sposata ma che poi, dopo il divorzio, le avrebbe proposto un matrimonio nell’aldilà. Così come erano frequenti i colloqui con il grande Ramesse II, ricordato invece come un ragazzino irrequieto e rumoroso.

In realtà, la quasi totalità delle previsioni di Omm Sety non è mai stata verificata. In “Abydos: Holy City of Ancient Egypt” (pp. 176-178), scrisse che nel 1958 sarebbe caduta dal soffitto della Camera delle barche solari del tempio di Seti e che si sarebbe ritrovata in un ambiente colmo di casse, tavole d’offerta, teli di lino, statue d’oro con cartigli della XXVI dinastia; tuttavia, non riuscì più a ritrovare l’accesso a questa fantomatica stanza del tesoro. Era convinta anche che sotto l’edificio ci fosse una biblioteca con papiri dall’inestimabile valore storico e religioso: anche in questo caso, zero riscontri. Disse la sua perfino sulla tomba di Nefertiti che collocava nella Valle dei Re, vicino la tomba di Tutankhamon, grazie a una dritta di Seti I, nonostante questi non volesse che si trovasse perché odiava Akhenaton in quanto iconoclasta e deportatore di masse. Lo stesso Nicholas Reeves la cita nell’articolo in cui presenta l’ormai celebre teoria sulle camere nascoste nella KV62 (ma sappiamo benissimo come sia finita la questione). Altre rivelazioni, invece, sconfinano nella pura fantarcheologia, come la netta retrodatazione dell’Osireion di Abido – non più quindi cenotafio di Seti I – e della Grande Sfinge di Giza, che sarebbe stata l’effigie del dio Horus e non di Chefren.

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Se poi andiamo nel particolare, la presunta scoperta del tunnel nord imputata ai ricordi di Omm Sety (e segnalata da Freedom come indizio della veridicità delle parole della donna) non è altro che la risultante dell’intuizione del celebre archeologo britannico Flinders Petrie che nel 1902 notò una depressione scavando con Caufeild il muro di recinzione del tempio di Seti I. Nel 1903, Margaret Murray, individuò l’anticamera dell’Osireion e la fine del corridoio d’accesso di cui comunque tracciò l’ipotetico andamento nella sua pubblicazione del 1904, ricongiungendosi a ciò che era stato indagato l’anno prima (immagini in basso). L’Osireion vero e proprio, invece, fu scavato da Edouard Naville tra 1912 e 1914 e poi da Henri Frankfort nel 1925.

Un’altra grave svista della trasmissione è stata datare al 3000 a.C. i geroglifici presenti nel corridoio e considerarli tra i primi della storia egizia. Le prime attestazioni di scrittura geroglifica sono state trovate effettivamente ad Abido, ma più ad ovest, nella necropoli di Umm el-Qaab e in particolare nella tomba U-j del re Scorpione I (3200 a.C. circa). I testi che si trovano nell’Osireion, invece, corrispondono al Libro delle Porte, gruppo di formule funerarie che comparvero solo alla fine della XVIII dinastia (1300 a.C. circa), e al Libro delle Caverne, testo di età ramesside che qui ha il suo primo esempio; nello specifico – e sarebbe bastato leggere i cartigli inquadrati – ciò che è scritto alle pareti del corridoio è da collocare sotto il faraone Merenptah (1213-1203 a.C.).

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Frame tratto dalla puntata di Freedom del 18/06/2019, rielaborato da M. Mancini con cartiglio di Merenptah dal Tempio di Luxor

A detta di chi l’ha conosciuta, Omm Sety non fingeva ed era fermamente convinta di quello che diceva. Molti psicologi e altri esperti hanno provato a spiegare le sue visioni con la “sindrome della falsa memoria”, estraneazione dalla realtà, danni cerebrali subiti per la caduta a 3 anni, ma credo che a posteriori, senza una vera visita medica, sia inutile parlarne. Più importante è invece sottolineare professionalità e preparazione della donna che erano confermate da altri eminenti egittologi, ma che rischiano di passare in secondo piano a causa del folklore della sua vita. Nonostante non abbia seguito una normale carriera accademica, infatti, Omm Sety comiciò a studiare storia e lingua egizia fin da piccola e poi si formò sul campo grazie a decenni di missioni archeologiche, proprio come aveva fatto Howard Carter. 

È vero che – come dice l’egittologo Kenneth Kitchen – Omm Sety potrebbe essere arrivata ad alcune conclusioni esatte perché passava tutto il suo tempo nell’area archeologica di Abido, osservando, disegnando, copiando e studiando, cosa che il 99% degli altri ricercatori non potrebbe mai fare. Ma in generale, non c’è comunque alcun documento, articolo o appunto scritto che provi che lei sapesse in anticipo dove scavare. Abbiamo solo i suoi racconti a posteriori, oltre a dicerie, voci di persone a lei vicine e anonime citazioni che non hanno alcun valore scientifico. Non ci sono nemmeno conferme da parte dei suoi familiari di tutto ciò che Omm Sety raccontò sulla sua infanzia.

Resta quindi uno dei tanti esempi di persone che, forse per fuggire dalle insoddisfazioni della vita reale, immaginano di avere avuto un trascorso illustre. Quasi mai, infatti, si sente parlare di reincarnazioni di gente comune e Omm Sety non fa eccezione perché, nonostante nella scorsa puntata di Freedom si sia provato a sottolineare le umili origini di Bentreshyt, questa sarebbe stata comunque l’amante dell’uomo più potente del suo tempo. Inoltre, va aggiunto che l’antico Egitto, per il suo fascino esotico, è sempre stato terreno fertile per correnti filosofiche esoteriche e per società segrete iniziatiche che della reincarnazione hanno fatto l’elemento fondante. Curiosamente ci fu anche una concittadina e quasi coetanea di Omm Sety, la scrittrice Joan Grant, che assicurava di ricordare almeno 40 vite passate tra cui quella di Sekhet-a-Ra, sacedotessa e regina vissuta durante la I dinastia e sepolta, anch’essa, ad Abido. Questa storia, a parer suo non inventata, le servì da spunto per realizzare il suo romanzo più famoso, “Il Faraone alato” (1937).

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Il tempio di Seti I con i luoghi delle “scoperte” di Omm Sety

 

 

 

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Bufale eGGizie*: i faraoni giganti

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Source: wikipedia.org

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Una delle iconografie più diffuse nell’antico Egitto è quella che vede il faraone stagliarsi enorme sopra nemici sopraffatti o sudditi offerenti. Questa taglia XL del re, resa sulle pareti di templi e tombe, è considerata da alcuni come la prova principe dell’esistenza di giganti nell’antichità. I mitici Nephilim biblici avrebbero popolato l’Egitto e, grazie alla loro stazza, permesso la costruzione delle piramidi e degli altri imponenti monumenti. So che è assurdo, ma bufale del genere girano da sempre, come quella dei cosiddetti “giganti del Wisconsin” finita addirittura sul New York Times nel 1912. Erano altri tempi; ma anche ultimamente il discorso è stato ritirato fuori. Non è un caso che oggi a Palermo, nel grande calderone di assurde tesi complottistiche presentate durante il convegno dei terrapiattisti italiani, siano stati citati anche i giganti d’Egitto.

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Source: teachmiddleeast.lib.uchicago.edu

Tornando a noi, scene come quella di Ramesse III contro i Popoli del Mare (tempio di Medinet Habu; immagine in alto) si spiegano semplicemente con il concetto di proporzioni gerarchiche. La produzione figurativa egizia non è realistica non perché non si fosse in grado di ricreare così come è la natura – e basta vedere gli ostraka da Deir el-Medina per rendersene conto -, ma perché l’arte era funzionale al veicolare determinati messaggi. In questo caso, la convenzione stilistica vuol evidenziare la gerarchia dei personaggi rappresentati, dal più grande al più piccolo secondo il rango. Già nella Paletta di Narmer (particolare in alto al post), si vede che l’altezza del faraone è il doppio di quella dei funzionari che lo inquadrano, a loro volta più alti dei portatori degli stendardi. Non fa eccezione l’arte privata come, ad esempio, i rilievi della mastaba di Mereruka a Saqqara (VI dinastia) in cui le dimensioni del defunto sono decisamente titaniche se confrontate con quelle della moglie e del figlio maggiore ai suoi piedi (foto in basso).

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Davies, The tomb of Rekh-Mi-Rē’ at Thebes, New York 1943, pl. LV (particolare)

Discorso a parte va fatto, invece, per le rappresentazioni pittoriche delle statue, a volte apparentemente indistinguibili dalle persone in carne e ossa se non fosse per il basamento sempre presente. Non considerando questo particolare, nel caso di sculture colossali, si potrebbe cadere nell’errore di vederci dei mostri. Ecco perché la persona da cui ho preso l’immagine qui in basso ha aggiunto una didascalia che recita: “ragazzo massaggia i piedi del re gigante”… non servono commenti.

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Source: The Theban Royal Mummy Project

Infine, altro pretesto per parlare di giganti è quello delle dimensioni ‘sproporzionate’ di alcuni sarcofagi. Nella foto a sinistra, ad esempio, è ritratto l’enorme sarcofago della regina Ahmose-Nefertari, moglie di Ahmose (1543-1518). Date le sue misure (3,80 m), fu sfruttato dai sacerdoti che nascosero le mummie reali nella cachette di Deir el-Bahari (DB320) per conservare, oltre ai resti della regina, anche il sarcofago di Ramesse III. In effetti, è proprio questa la spiegazione: alcuni sarcofagi antropoidi sono così grandi perché, come delle matrioske, dovevano contenere altre bare gradualmente più piccole. Per fare l’esempio più celebre, la mummia Tutankhamon era deposta in un sarcofago antropoide in oro massiccio, a sua volta contenuto in uno ligneo ricoperto d’oro, ancora in un altro dello stesso tipo e, infine, in una grande cassa parallelepipeda in quarzite.

Tuttavia, esiste un caso -spesso citato dalla fantarcheologia- in cui le tombe effettivamente non sono state concepite per umani, ma comunque nemmeno per giganti. Nel Serapeo di Saqqara, 24 sarcofagi in granito (foto in basso) misurano 4 m di lunghezza, 2,30 m di larghezza e 3,30 m di altezza e pesano fino a 70 tonnellate perché destinati alle mummie dei tori Api, manifestazioni viventi del dio Ptah.

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Moderna protesi ortopetica nel ginocchio di una mummia rivelerebbe un’operazione chirurgica di 3000 anni fa (bufale eGGizie*)

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Source: RC Egyptian Museum

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

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Non è tra gli OOPart (Out Of Place ARTifacts, “reperti fuori posto”) classici della fantaegittologia, ma sicuramente una delle ‘prove’ più utilizzate nel web per testimoniare il presunto avanzato livello tecnologico della civiltà faraonica: una moderna protesi ortopetica impiantata nella gamba di una mummia di 3000 anni.

La sconvolgente “verità che l’archeologia ufficiale vi nasconde” viene dal Rosicrucian Egyptian Museum (San Jose, California), la più grande collezione egizia degli Stati Uniti occidentali ed emanazione dell’Antico e Mistico Ordine della Rosacroce. L’AMORC è un mix di misticismo e massoneria ideato nel 1915 dall’americano Harvey Spencer Lewis che lo credeva erede del primo Ordine Rosa-Croce ‘fondato’ da Thutmosi III. In una simile ideologia, un museo egizio appare decisamente funzionale e già negli anni ’30 Lewis cominciò a raccogliere reperti dalla Valle del Nilo. Qualche decennio più tardi, nel 1971, il museo acquistò  per circa 16,000 $ da Neiman Marcus – una catena di grande distribuzione del lusso – due sarcofagi ancora sigillati.

Con sorpresa ci si accorse che uno dei due feretri (inv. RC-1777), appartenuto al sacerdote di XXVI dinastia (572-525 a.C.) Usermontu, conteneva ancora una mummia (RC.1779) che, tuttavia, dall’analisi della tecnica d’imbalsamazione sembra più antica e risalire al Nuovo Regno. Quindi, non si sa quando, il corpo è stato ribendato e messo in un altro sarcofago. I misteri sarebbero finiti qui se nel 1995 non fossero stati effettuati esami ai raggi X alle mummie del museo e non fosse emerso qualcosa di strano proprio in quella di “Usermontu”.

team-of-experts-mummyLo studio, diretto da Charles Wilfred Griggs – egittologo e professore di scrittura antica presso la mormonica Brigham Young University (il quarto da destra nella foto) -, rilevò la presenza di un oggetto metallico all’interno del ginocchio sinistro della mummia: un perno di 23 cm a forma di vite che sembrava collegare le due parti della gamba. Richard Jackson – chirurgo ortopetico e membro del team di ricerca (il secondo da destra) – disse che era incredibilmente simile a una moderna protesi; per questo Griggs inizialmente pensò a un intervento non più antico di 100 anni, magari atto a tenere attaccata la gamba per un’eventuale vendita nel mercato antiquario («Somebody got an ancient mummy and put a modern pin in it to hold the leg together»). Ma quando l’anno dopo ebbe il permesso di sbendare il ginocchio, inserire una sonda e prelevare campioni del metallo (ferro) e dell’osso, vide che la zona era ancora coperta da resina e tessuto originari.

 

2cs88irLo stesso Jackson influenzò con il suo entusiasmo il giudizio di Griggs (forse già sensibile a idee ‘alternative’ a causa del suo credo) e diede il via alle speculazioni fantarcheologiche: si sarebbe di fronte alle prove di un’operazione chirurgica effettuata sul paziente ancora in vita! Il medico, infatti, disse che il perno, dalle incredibili proprietà biomeccaniche, era inserito tramite una vite nel femore e, dopo aver attraversato l’articolazione del ginocchio, s’innestava con tre flange zigrinate nella tibia, proprio come si fa oggi per stabilizzare la rotazione dell’osso. Questi accorgimenti avrebbero evitato che la protesi si muovesse provocando lancinanti dolori all’uomo e, di fatto, l’impossibilità a camminare.

Peccato che, anche in questo modo, la deambulazione sarebbe stata come minimo improbabile. Cercate voi di fare un passo con una spranga rigida di ferro che vi blocca la parte più mobile della gamba! Fra l’altro, mancano anche alcune ossa. Seppur sia già noto che la più antica protesi ortopetica finora scoperta è egiziana, non è questo il caso di parlare di miracolo della medicina. Appare evidente quindi che l’intervento avesse un altro scopo, seppur importantissimo dal punto di vista ideologico.

L’operazione è avvenuta post mortem, durante il processo di mummificazione. L’individuo avrebbe subito l’amputazione dell’arto, cosa che poi probabilmente lo ha ucciso, e i sacerdoti imbalsamatori avrebbero risolto il problema almeno per l’aldilà. Nell’ideologia religiosa egizia, infatti, l’integrità del corpo era fondamentale per la ‘rinascita’ e la vita dopo la morte. L’archetipo di questa concezione coincide con il mito della ricomposizione da parte di Iside del cadavere di Osiride smembrato da Seth e si concretizza nella pratica stessa della mummificazione. Anche i testi funerari – fin dall’Antico Regno con i Testi delle Piramidi – sono pieni di formule magiche che salvaguardano la sanità del fisico dai pericoli della Duat o di riferimenti a pene che comprendono decapitazioni e amputazioni varie che avrebbero portato all’annullamento definitivo del defunto.

In conclusione, la “protesi” nella mummia non è la prova di un’eccezionale operazione chirurgica effettuata millenni fa ma un semplice accorgimento simbolico che avrebbe garantito un corretto passaggio verso la vita ultraterrena.

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Camere segrete, troni di ferro e proto-geroglifici: i misteri della Piramide di Cheope secondo Freedom (bufale eGGizie*)

Souce: facebook.com/freedomrete4/

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

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Devo ammetterlo: mi ero illuso, credevo che qualcosa fosse cambiato e invece…

La prima puntata della nuova avventura televisiva di Roberto Giacobbo, “Freedom – Oltre il confine”, non mi era dispiaciuta, anzi avevo apprezzato le belle immagini della tomba di Mehu – aperta al pubblico solo lo scorso settembre dopo quasi 80 anni dalla scoperta – e lo stile narrativo, volutamente amichevole e autoironico (ormai celebri sono i “permessi speciali” e le raccomandazioni fatte ai cameraman), che in alcuni casi preferisco a quello più ‘epico’ di Alberto Angela. Precisazione: il mio giudizio si limita al servizio sull’antico Egitto, l’unico che ho visto.

Tuttavia, giovedì scorso si è tornati nel classico solco del mistero che, con la scusa di voler sentire tutte le campane (cosa in genere buona e giusta), mette sullo stesso piano la cosiddetta ‘archeologia ufficiale’ e la fantarcheologia. Lungi da me pensare che ci siano verità dogmaticamente intoccabili, ma, se si vuole proporre teorie alternative, bisognerebbe avere alle spalle una solida preparazione, un metodo scientifico e argomentazioni che non si limitino a coincidenze numeriche, vaghe somiglianze o interpretazioni personali. Citando un altro Angela, il padre Piero, “Bisogna avere sempre una mente aperta, ma non così aperta che il cervello caschi per terra”.

Tornando alla seconda puntata di Freedom, l’argomento trattato si prestava particolarmente a speculazioni pseudostoriche di cui ho già parlato in questa rubrica: la piramide di Cheope. Perché nonostante il villaggio e i cimiteri degli operai, i graffiti nelle camere di scarico e la recente scoperta
dei papiri dello Wadi el-Jarf (erroneamente attribuita – questa volta per colpa del social media manager della trasmissione – a Zahi Hawass; immagine a sinistra), viene sempre riproposta la panzana dell’origine più antica della Grande Piramide. Opera di una civiltà di oltre 10.000 anni fa, il monumento sarebbe stato al massimo modificato da Khufu. A tal proposito, Giacobbo si domanda come sia stato possibile passare repentinamente attraverso i sistemi costruttivi così diversi della ‘Piramide a gradoni’ di Djoser, di quelle per l’appunto di Giza e degli esempi meno monumentali della V dinastia. Peccato che non si faccia riferimento alle fasi intermedie di Snefru (‘Piramide romboidale’, ‘Piramide rossa’ di Dashur) e all’evoluzione, durata comunque secoli, sia del pensiero religioso che del tessuto socio-economico dell’Egitto, non più in grado di supportare, alla fine dell’Antico Regno, opere come quelle della IV dinastia. In sostanza, non c’è stata nessuna perdita improvvisa di conoscenza tecnologica.

Altro indizio per una presunta retrodatazione della piramide sarebbe la presenza di proto-geroglifici – mille anni più antichi di Cheope – in fondo a un condotto esplorato da un robot. Così come la Camera del Re (dove si trova il sarcofago in granito), anche la sottostante Camera della Regina ha due lunghi tunnel dalla sezione quadrata di circa 20 x 20 cm che salgono con pendenza variabile verso l’esterno. Dopo essere stati individuati nel 1872 dagli scozzesi Waynman Dixon e James Grant (in origine, infatti, le aperture erano nascoste dal rivestimento della stanza), si è cercato di indagarli a più riprese, anche con mezzi altamente tecnologici. In particolare, per il condotto meridionale sono stati adottati ben 4 robot cingolati: nel 1992 Upuaut aveva prodotto scarsi risultati; nel 1993 Upuaut 2 era riuscito a salire per circa 63 metri fino a incontrare una lastra di calcare con due maniglie di bronzo; nel 2002 la National Geographic Society aveva inviato, con diretta TV, un Pyramid Rover in grado di forare la ‘porta’ e vedere con una microcamera che oltre l’ostacolo si trovava un piccolo segmento e una chiusura analoga; infine, nel 2009, il progetto Djedi, ideato dall’ingegnere Rob Richardson della University of Leeds, adottò una snake-camera snodabile così da documentare anche le pareti laterali del vano scoperto in precedenza.

Source: newscientist.com

Ed effettivamente una sorpresa in quest’ultimo caso ci fu quando si notarono segni dipinti in rosso sulla pietra (immagine a sinistra). Segni che, senza aspettare la prima pubblicazione scientifica del team (Hawass Z. et alii, First report: video survey of the southern shaft of the Queen’s Chamber in the Great Pyramid, in ASAE vol. 84, 2010), erano stati definiti proto-geroglifici.

Le più antiche testimonianze conosciute di scrittura egizia vengono dalla tomba U-j di Umm el-Qa’ab (3320-3150 a.C.), nei pressi di Abido. In questa sepoltura, forse appartenuta al re Scorpione I, sono stati scoperti vasi con segni d’inchiostro, impronte di sigillo e soprattutto etichette d’osso e avorio che recano toponimi interpretati come un’embrionale suddivisione amministrativa del territorio alla fine del Predinastico. Non sarà stato il 3500 a.C. come detto in trasmissione, ma comunque una simile datazione dei segni nel condotto, se fosse stata confermata, avrebbe sconvolto tutte le nostre credenze sul monumento e sull’intera storia dell’antico Egitto.

Source: Djedi Project
Source: Luxor Times

In realtà, anche se le immagini girate dalla microcamera (vedi in alto) non sono chiarissime, bastano comunque per confermare la datazione ‘ufficiale’. Nella piramide, infatti, ci sono molti segni simili, fra l’altro vergati analogalmente in inchiostro rosso, come l’iscrizione con il cartiglio stesso di Cheope nella cosiddetta Camera di Campbell (foto a destra). Si tratta di semplici appunti lasciati dagli operai con numeri, date e nomi delle diverse squadre di lavoratori (qui un articolo di approfondimento). D’altronde, chiunque sia stato in un cantiere sa benissimo che le pareti di tutti gli edifici, sotto la vernice o la carta da parati, sono piene di scritte e numeri lasciati da muratori ed elettricisti per facilitarsi il lavoro.

E quindi, come interpretare i segni in ocra rossa del condotto meridionale se non proto-geroglifici? Hawass e i co-autori del report scrivono che si tratta di cifre in ieratico, la forma di scrittura corsiva dell’egiziano antico. Luca Miatello, ricercatore indipendente, rincara la dose leggendo “121”, tesi condivisa da James Allen, celebre egittologo americano ed esperto in lingua che tutti gli studenti conosceranno per aver imparato i geroglifici sul suo libro “Middle Egyptian: An Introduction to the Language and Culture of Hieroglyphs”. Mi chiedo solo perché, nella sbandierata volontà di dar voce a tutti, non sia stato interpellato sulla questione proprio Hawass, direttore del Progetto Djedi, che ha accompagnato Giacobbo nella visita della piramide. Il vero quesito è la funzione sconosciuta di questi canali, detti impropriamente “d’areazione”, che da alcuni vengono indicati come passaggi simbolici per l’anima del faraone verso le stelle circumpolari.

Infine, non poteva mancare il riferimento allo studio che negli ultimi anni ha catalizzato l’attenzione dei media: lo Scan Pyramids Project. Ne ho parlato ampliamente sul blog, quindi dico solo che una squadra internazionale di scienziati ha effettuato indagini non invasive con l’utilizzo di particelle muoniche individuando due anomalie nella Piramide di Cheope (immagine in alto). In particolare, sarebbe stato rilevato un ampio vuoto sopra la Grande Galleria, interpretato troppo frettolamente come “stanza segreta”. Ormai dovremmo aver imparato la lezione dalla lunghissima vicenda delle camere nascoste nella tomba di Tutankhamon e quindi sarebbe opportuna maggior cautela nei proclami aspettando ulteriori esami (che fra l’altro sono stati annunciati in esclusiva durante la puntata dallo scettico Hawass che ha parlato di due nuovi gruppi di studiosi, giapponesi e americani, attesi a Giza per l’inizio del 2019). Appare quindi come minimo prematura l’ipotesi di Giulio Magli, docente di matematica e archeoastronomia presso il Politecnico di Milano, che basandosi sulla lettura dei Testi delle Piramidi ha parlato della presenza nella camera di un trono di ferro meteoritico. Interpretare alla lettera le fonti scritte è sempre sbagliato, a maggior ragione quando non ne si conosce il contesto. Quel vuoto, per quello che sappiamo ora, potrebbe avere semplicemente una funzione strutturale o pratica nel realizzare la galleria sottostante, quindi è inutile fare ragionamenti sul suo contenuto.

In ogni caso, la teoria di Magli si basa soprattutto sulla formula 536 dei Testi delle Piramidi, presente solo nella piramide di Pepi I (VI din., 2330-2280 a.C.; quindi lontana circa tre secoli dal regno di Cheope durante il quale non si hanno tracce di questi enunciati religiosi).

Sethe K., Die Altaegyptischen Pyramidentexte Pyramidentexte nach den Papierabdrucken und Photographien des Berliner Museums, 1908

Tuttavia, viene presa in considerazione solo la versione di Faulkner (The Ancient Egyptian Pyramid Text, 1969) che per l’ultima parte della formua (Pyr. 1293a) recita: “Sit on this your iron throne”. Questo ferro, secondo Magli, sarebbe quello meteoritico per la menzione in precedenza delle “porte del cielo”. Altri studiosi, invece, hanno tradotto il termine biA (in questo caso, evidenziato in alto, è biAi) come “rame”, “bronzo” (Sethe 1962, p. 119; Curto 1962, p. 67), genericamente “metallo” (Allen 2005, p. 168) o, come aggettivo “fermo/eterno/brillante” (Speelers 1934, p. 308; Mercer 1952, p. 253). Appare quindi evidente che, per un’interpretazione così dibattuta, non sia sufficiente scegliere solo la versione che fa al proprio caso, soprattutto se non si è filologi.

Per una trattazione più ampia dell’argomento e per i riferimenti bibliografici precedenti, rimando all’articolo di Lalouette: Le «firmament du cuivre»: contribution à l’étude du mot biA.

 

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Bufale eGGizie*: il Papiro di Artemidoro è un falso

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Source: artribune.com

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

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Questa volta, nell’aiutarmi a sfatare l’ennesima fake news del mondo dell’egittologia (o meglio, della papirologia), non ci saranno storici o archeologi ma addirittura un procuratore della Repubblica! L’interesse della magistratura nella vicenda, che ha comunque provocato aspri dibattiti fin dall’inizio, è dovuta a una presunta – a questo punto acclarata – truffa nell’acquisto di un documento antico: il papiro di Artemidoro.

453a09a8-fc60-11e8-8eb7-e46a5f00f631_11301872-kquC-U029673780DTQ5T7UM-1024x576@LaStampa.itIl Papiro di Artemidoro è un papiro frammentario di circa 30 x 250 cm con disegni e testo in greco che, in un primo momento, erano stati datati al I sec. a.C. Il contenuto, infatti, presenterebbe un trattato geografico con la divisione amministrativa della Spagna tratto dai “Geographoùmena” di Artemidoro di Efeso (II-I sec. a.C.). Le raffigurazioni, invece, mostrerebbero una porzione della penisola iberica, parti anatomiche di statue e animali veri e fantastici.

La datazione così tanto dibattuta è arrivata dagli studiosi che si sono occupati dell’edizione critica del testo – Claudio Gallazzi, Bärbel Kramer e Salvatore Settis – su base paleografica e sulla notizia, poi smentita, che il papiro venisse da una maschera funeraria in cartonnage risalente a un periodo inquadrabile tra i regni di Nerone (54-68) e Domiziano (81-96).

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Noto già da qualche decennio, il papiro fu acquistato nel 2004 dalla Compagnia di San Paolo per ben 2 milioni e 750 mila euro dal mercante d’arte d’origine armena, nato in Egitto e residente in Germania, Serop Simonian. L’intenzione della banca – che fa parte della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino – era di portare all’Egizio quella che sarebbe stata una delle più antiche carte geografiche della storia. Già, “sarebbe stata”, perché dubbi sull’autenticità del pezzo furono subito avanzati da altri studiosi ed Eleni Vassilika, direttrice del Museo Egizio dal 2005, si rifiutò di esporlo avendo avuto a che fare con Simonian e i suoi falsi quando dirigeva il Roemer- und Pelizaeus-Museums di Hildesheim. Per questo nel 2014, dopo una serie di mostre ‘temporeggianti’, il papiro è finito al Museo di Antichità di Torino.

konvolut_200x327Tra chi avevano gridato al falso spicca il nome del filologo classico Luciano Canfora che, considerando il testo opera del falsario greco ottocentesco Costantino Simonidis, nel 2013 ha presentato un esposto alla Procura di Torino. Le indagini sono partite nel 2015 ad opera del procuratore Armando Spataro che proprio oggi ha ufficializzato i risultati. In realtà, già da tempo è stato assodato che il reperto non risalga al I sec. a.C., soprattutto da quando la polemica Settis-Canfora, scoppiata con un botta e risposta sulle pagine dei giornali, si è allargata a tutta la comunità scientifica. C’erano da registrare incongruenze nel linguaggio e in alcune conoscienze geografiche presenti nel testo e addirittura, nel 2009, la polizia scientifica di Marche e Abruzzo aveva indicato come palesemente ritoccata la foto (immagine a destra) che avrebbe mostrato il cosiddetto Konvolut (conglomerato) appena estrapolato dalla maschera funeraria.

In ogni caso, come detto, oggi è arrivata la conferma definitiva dalla magistratura. Tra i vari documenti acquisiti durante le indagini, figurano una lettera del 2004 con cui la delegata del governo federale per l’Istruzione e la Comunicazione di Bonn, Rosa Schmitt-Neubauer, permetteva l’esportazione del papiro perché non considerato bene artistico di valore per la Germania e il documento con cui è uscito dall’Egitto nel 1971 in cui è descritto come “sacco di carta in parte con immagini in oro” dal valore di 20 lire egiziane. Infine, sono stati presi in considerzione gli esami scientifici: il C14 che ha indicato una datazione del I secolo avanti – I secolo dopo Cristo è relativo al solo supporto papiraceo (spesso i falsari usano veri papiri); l’inchiostro non è conforme a quello adottato all’epoca; sono stati rilevati il contatto con una rete zincata e l’azione di acidi per contraffare la composizione chimica dell’oggetto.

Addenda

La sentenza e la relativa diffusione mediatica ha riacceso il dibattito tra gli studiosi su una questione tutt’altro che conclusa. A tal proposito, segnalo la conferenza tenuta a Torino il 15/01/2019 dalla dott.ssa Roberta Mazza (papirologa dell’Università di Manchester), convinta dell’autenticità del Papiro di Artemidoro:

 

Aggiornamento (17/06/2019):

Il programma RAI di inchiesta giornalistica Report ieri ha dedicato un servizio alla vicenda del Papiro di Artemidoro anticipando alcuni dei risultati dei recenti esami eseguiti presso l’Istituto di Patologia del Libro del MiBAC. Il dato più importante viene dalle analisi spettroscopiche degli inchiostri che per un unico reperto sono ben 7 e senza impurità. “Improbabile che siano di manifattura antica” afferma la restauratrice intervistata, Cecilia Hausmann. Negli inchiostri è presente il diamante esagonale, elemento che si trova raramente in natura, nelle rocce meteoriche, in Sri Lanka o Canada, o più semplicemente come prodotto industriale realizzato a partire dal XIX secolo.

Il servizio completo: http://www.rai.it/programmi/report/inchieste/Il-papiro-94d1b4df-07c8-4da8-8c9d-8f495ce7d73b.html

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Bufale eGGizie*: l’aliante di Saqqara

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

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Tornato in Italia dall’Egitto, volo in picchiata con le “Bufale eGGizie” e con uno degli OOPart (Out Of Place ARTifacts) più famosi, tirato spesso in ballo da chi è convinto che i fratelli Wright siano stati anticipati di millenni: l’uccello di Saqqara.

Questo piccolo falco in legno di sicomoro, attualmente conservato presso il Museo Egizio del Cairo (n° 6347), nonostante le sue dimensioni ridotte (lunghezza 14,2 cm; apertura alare 18,3 cm; peso 39,12 g) è considerato da alcuni il modello di un velivolo, di un aliante per la precisione. La forma affusolata, le ali spiegate, la coda posizionata in verticale sarebbero tutti accorgimenti progettati consapevolmente per fornire all’oggetto la capacità di planare. Il primo a formulare quest’ipotesi fu nel 1969 Khalil Massiha, professore di Anatomia Artistica presso l’Università cairota di Helwan e membro dell’Egyptian Areonautical Club – quindi né un egittologo né archeologo come indicato su alcuni siti web -, che poi pubblicò la sua idea in un volume pseudostorico afrocentrico (“African Experimental Aeronautics: A 2,000-Year-Old Model Glider” in Van Sertima I., “Blacks in Science: Ancient and Modern”, 1983, pp. 92-99). Per avvallare la sua teoria, basandosi solo su foto, scrisse che la superficie era liscia senza alcuna decorazione che rimandasse alle zampe e alle piume del pennuto, che imperfezioni e asimmetrie della foggia erano dovute all’usura del tempo (curioso costatare che, quando invece c’è da segnalare una corrispondenza di misure, gli oggetti rimangono uguali al micron anche dopo millenni) e soprattutto che un modellino costruito da lui stesso si sarebbe librato in aria per alcuni metri dopo essere stato lanciato a mano. Un esempio perfetto di archeologia sperimentale, direi… peccato che, senza contare l’utilizzo di un legno diverso e l’aggiunta arbitraria di un’ala di coda, anche gli aeroplanini di carta volano. In conclusione, Massiha era sicuro che l’uccello di Saqqara fosse un modellino di un aereo, simile a un Hercules, ancora sepolto nelle sabbie del sito.

Immagine

Bulletin de l’Institut Egyptien – 3ième Serie n° 9, 1898, Le Caire 1899, p. 402

Come si può intuire dal nome, infatti, il reperto fu scoperto nel 1898 a Saqqara Nord, in una tomba tolemaica risalente al III sec. a.C. (nell’immagine in alto, viene elencato nell’inventario del Museo di Giza, quando quello di Piazza Tahrir ancora non esisteva). E come giustamente è riportato, le tracce di pittura ci sono: non solo gli occhi ancora oggi evidenti ma anche il resto del piumaggio che originariamente doveva apparire come quello di un normalissimo rapace. Purtroppo sono pochi e confusi i dati sul contesto del ritrovamento che sembra sia stato effettuato dall’egittologo francese Victor Loret, all’epoca direttore generale delle Antichità Egiziane. Per questo è difficile interpretare il reale utilizzo dell’uccello: giocattolo per bambini, statuetta rituale di Horus o una banderuola per il vento? Quest’ultima ipotesi si fonda sull’osservazione di rappresentazioni simili, come quelle in alcuni rilievi che mostrano la processione sul Nilo durante la festa Opet nel Tempio di Khonsu a Karnak. In particolare, la seguente fu realizzata sotto il Primo Profeta di Amon, Herihor (1080 a.C. circa). Tuttavia, le dimensioni ridotte dell’oggetto fanno propendere più per la prima opzione.

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Parete ovest della corte del Tempio di Khonsu a Karnak, registro inferiore (The Epigraphic Survey, The Temple of Khonsu, Volume 1: Scenes of King Herihor in the Court, Chicago 1979, Pl. 19)

Se è arduo dire cosa fosse in realtà l’Uccello di Saqqara, è molto più semplice scartare quello che non era: un aliante. Ma andiamo per ordine. Già nel 1971, il clamore provocato dalle affermazioni di Massiha spinse il Ministero egiziano della Cultura a nominare una commissione tecnica che, senza alcun esame scientifico, confermò l’aerodinamica del reperto, da allora ribattezzato “l’aereo del faraone”. Nel 2006, invece, in un documentario di History Channel, che da sempre sguazza nella fantarcheologia, una riproduzione per niente fedele (fatta di balsa e di nuovo con l’aggiunta di un piano orizzontale sulla coda) è stata testata in una galleria del vento e con simulazioni di volo che hanno registrato prestazioni degne di un jet (cit.). Conclusioni diametralmente opposte a quelle a cui era arrivato nel 2002 Martin Gregorie, progettista dall’esperienza trentennale che appurò quanto le ali fossero irregolari – addirittura una più lunga dell’altra – e che, senza modifiche alla coda, il volo sarebbe stato completamente instabile. E anche con l’aggiunta di uno stabilizzatore, le prestazioni di planata sarebbero state comunque molto scarse (qui il link al suo studio con dati tecnici più accurati).

Torniamo quindi al solito ragionamento sulla pareidolia: vediamo nelle forme casuali quello che vogliamo o che siamo abituati a vedere. Massiha riconobbe un aereo nell’uccello solo perché era un appassionato di volo.

 

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Bufale eGGizie*: Kherima, la mummia del Museo Nazionale del Brasile che mandava in trance i visitatori

Custédio Coimbra

ph. Custédio Coimbra

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Solo due settimane fa, un catastrofico incendio distruggeva quasi completamente il Museu Nacional di Rio de Janeiro e il 90% dei 20 milioni di reperti in esso conservati, tra cui la maggiore collezione egizia del Sud America. Di questa raccolta la protagonista era senza dubbio la cosiddetta “Principessa Kherima”, una mummia ignota femminile di età romana che doveva la sua popolarità non tanto alla rarità delle fattezze ma a strane storie che la riguardavano. Strane storie che mi portano a scrivere dopo oltre un anno un articolo per la rubrica “bufale eGGizie”.

Sì, perché attorno a questa mummia, negli anni ’60 del secolo scorso, sono nate numerose leggende metropolitane da quando una studentessa, dopo averle toccato un piede, sarebbe entrata in trance e avrebbe affermato di essere Kherima, principessa vergine di Tebe pugnalata a morte. Da allora, nel corso di un decennio, si sarebbero ripetuti oltre cento casi di malesseri improvvisi, svenimenti, visioni, possessioni al solo starle vicini o guardarla. Accadimenti che ispirarono anche un romanzo, “O Segredo da Múmia”, scritto da Everton Ralph, non a caso rosacrociano (prima o poi parlerò anche di questo ordine segreto che molti collegamenti ha con l’antico Egitto).

IMG_3931.jpgMa andiamo per ordine. La mummia, così come la gran parte dei 700 oggetti della collezione, arrivò in Brasile nel 1824, portata da un italiano o francese che aveva intenzione di piazzarla in Argentina. Tuttavia, alcuni scontri politici e un’epidemia di febbre gialla spinsero il mercante a rimanere a Rio dove l’imperatore Pietro I l’acquistò dando vita alla prima raccolta egizia dell’America Latina. Non è ben chiaro da dove provenga il corpo, anche se probabilmente fa parte delle antichità raccolte da Belzoni a Tebe Ovest. Come anticipato, il suo aspetto la rende quasi unica al mondo perché le tecniche d’imbalsamazione adottate sono riscontrabili in soli altri 8 casi, tra cui ho trovato quelli del British Museum, Musée Calvet di Avignone, due al World Museum di Liverpool e due a Leida. Tutte queste mummie sono apparse sul mercato antiquario tra gli anni ’20 e ’30 del XIX secolo e forse sono state ritrovate nella stessa tomba, appartenenti a una sola famiglia o comunque frutto del lavoro di un singolo laboratorio d’imbalsamazione. Gli arti sono lasciati liberi, così come tutte le dita di mani e piedi che sono bendate separatamente; inoltre, alcune caratteristiche fisiche, come i tratti del volto, le unghie, i capezzoli, l’ombelico e il pube, sono dipinte sul lino. In particolare, nell’esemplare di Rio, la silhouette femminile era stata ricreata con pacchetti di tessuto e resina sul petto, fianchi e addome. La TAC sulla giovane donna, deceduta a 18-20 anni nel I-II sec. d.C., ha evidenziato fratture post mortem alle braccia che, comuni anche alle altre mummie simili, sono imputabili al trattamento del cadavere. Cervello e organi interni, compreso il cuore, erano stati asportati e non si sono riscontrate tracce di morte violenta. Quindi nessuna pugnalata (se non quella servita ad aprirle il ventre per l’imbalsamazione).

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L’interesse popolare era dovuto in parte a queste caratteristiche che rendevano la mummia simile a una bambola di pezza. Inoltre, all’epoca, i curatori del museo le avevano coperto il volto con una maschera dorata di età tolemaica (immagine in alto), non pertinente perché più antica ma sicuramente suggestiva, e l’avevano esposta senza alcuna protezione, permettendo a chiunque di toccarla. È facile intuire, quindi, come per un visitatore, influenzato dalla fama esotica e favolistica dell’antico Egitto, potesse essere forte un’esperienza del genere. Ma il carico da 90 alla vicenda lo diede Victor Stawiarski (foto a destra), funzionario del Museo Nazionale, biologo e professore di Storia naturale. Personalità eclettica, Stawiarski si dilettava anche nell’insegnamento di egittologia e di scrittura geroglifica, organizzando sessioni speciali accanto alla cosiddetta “Principessa del Sole” e spingendo gli studenti a toccarla. Tale scelta dipendeva sia da fattori prettamente pubblicitari sia dalle sue eccentriche convinzioni. Il professore, infatti, era un seguace della filosofia ermetica ed era solito a pratiche esoteriche; promuoveva esperimenti di parapsicologia e durante le lezioni spesso invitava medium o, indossando la maschera della mummia, teneva sedute di ipnosi collettiva. In questo mix di suggestione teatralizzata e di manipolazione mentale, è normale che i soggetti più sensibili sentissero profumo di rose durante la spiegazione della forma sDmn.f

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Colgo l’occasione per annunciare che il 28 settembre 2018 parteciperò a BRIGHT Toscana proprio con un intervento incentrate sulle bufale in archeologia: “Alieni e piramidi: fake news e disinformazione web in archeologia”. La conferenza si terrà alle ore 18.00 presso la Gipsoteca di Arte Antica dell’Università di Pisa (Piazza S. Paolo All’Orto 20, Pisa). Vi aspetto!

Il programma completo: https://goo.gl/4rM4hS

 

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“I social media per la cultura: istruzioni per l’uso” (Pisa, 1 dicembre 2017)

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Le “Bufale eGGizie” lasciano internet per un giorno e passano offline grazie all’associazione studentesca VOLO – Viaggiando Oltre L’Orizzonte – di cui sono presidente – che, in collaborazione con l’Università di Pisa, organizza un workshop dal titolo I social media per la cultura: istruzioni per l’uso. Il 1° dicembre, presso la Gipsoteca di Arte Antica (piazza San Paolo all’Orto 20, Pisa), una serie di esperti di comunicazione digitale parleranno della divulgazione culturale attraverso il web e in particolare i social network. Saranno toccati argomenti come arte, cinema, teatro, letteratura, musei e archeologia. Io aprirò gli interventi della giornata illustrando l’ormai consolidata veicolazione virtuale di fake news e cattiva informazione anche nell’archeologia, per una volta non limitandomi all’antico Egitto.

Qui il programma della giornata:

9:15 – Saluti di VOLO; introduce e modera Azzurra Scarci

9:30 – Mattia Mancini (Djed Medu, Pisa), Alieni e piramidi: fake news e cattiva informazione web in archeologia

9:55 – Marina Lo Blundo (MAN Firenze), Il museo è un luogo social(e)! Comunicare i musei nel web 2.0 e nei social media

10:20 – Michela Santoro (Mlac-Roma), Arte e social media: un mondo reale di reti virtuali

10:45 – Domande e curiosità

11:00 – Pausa

11:15 – Margherita Mattei (Cinema Arsenale, Pisa), “A qualcuno piace social” – La comunicazione online del Cinema Arsenale

11:40 – Antonella Criscuolo (ARTeiNWolrd), Hashtag Puccini: l’Opera è Social

12:05 – Cristina Maranzano, Alice Gennari, Caterina Pinzauti, Gianluca Cometa (Radioeco, Pisa), La comunicazione 2.0: tra web-radio e social

12:30 – Francesco Feola (Francesco Feola Blog letterario, Pisa), La letteratura ai tempi dei social: un fortunato esperimento di blogging

12:55 – Domande e curiosità

http://www.associazionevolo.it/attivita-2/attivita-in-programma/workshop-i-social-media-per-la-cultura-istruzioni-per-luso/

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Bufale eGGizie*: il mistero della statuetta rotante

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Più o meno in questo periodo di 4 anni fa, una strana notizia faceva il giro dei social e delle testate giornalistiche di tutto il mondo. Il clamore era scoppiato dopo la diffusione, da parte del Manchester Museum, di un video in fast motion che mostrava una statuetta egizia ruotare misteriosamente su se stessa. La figurina – a Manchester dal 1933 grazie alla donazione di una privata (inv. 9325) – è alta circa 25 cm e rappresenta Neb-Senu, funzionario di Medio Regno. Già nel febbraio del 2013, Campbell Price, curatore della sezione di Egitto e Sudan del museo, si era accorto che il reperto cambiava ogni volta posizione mostrando le spalle ai visitatori (che almeno così hanno potuto apprezzare l’iscrizione con formula d’offerta sul pilastro dorsale); al reiterarsi del fenomeno, ad aprile venne istallata una telecamera per verificare se il tutto fosse il frutto dello scherzo di un buontempone. Non era così; la statuetta ruotava da sola fino a 180°, sia in senso orario che antiorario. Il video caricato su YouTube portò moltissimi curiosi ad andare a vedere di persona, tanto da farmi pensare a una trovata pubblicitaria tanto geniale quanto poco etica. D’altronde, la civiltà egizia è sempre stata legata ai misteri nella fantasia popolare e la struttura a stop motion del girato si prestava benissimo a eventuali manomissioni tattiche. Altri, meno complottisti e diffidenti di me ma decisamente più fantasiosi, si sono lanciati in spiegazioni esoteriche affermando che l’anima di Neb-Senu si fosse impossessata dell’oggetto fornendogli vita e facoltà motorie.

La soluzione definitiva è arrivata qualche mese dopo, quando un programma di debunking dell’emittente britannica ITV (la stessa della miniserie “Tutankhamon”) ha inviato tecnici a montare sensori nella vetrina che hanno misurato le vibrazioni nell’arco delle 24 ore. Il grafico prodotto ha evidenziato un picco massimo intorno alle 18:00 e un’interruzione notturna fino alle 6-7 di mattina. Effettivamente, già dal video si vede che la statua smette di ruotare alla chiusura del museo, quando non ci sono più i passi dei visitatori e, all’esterno, il traffico stradale diminuisce in modo esponenziale. Quindi erano semplicemente le vibrazioni a causare il movimento. Allora perché gli altri oggetti rimanevano fermi? E perché prima di febbraio anche Neb-Senu era immobile? Il primo fattore dipende dalla fisica: il baricentro della statua e la particolare conformazione concava della base portavano la statuetta a basculare attorno al proprio asse sul piano di vetro. Il secondo, invece, è la diretta conseguenza del riallestimento delle gallerie “Ancient Worlds” alla fine del 2012.

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