bufale eGGizie

Bufale eGGizie*: i faraoni giganti

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Source: wikipedia.org

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Una delle iconografie più diffuse nell’antico Egitto è quella che vede il faraone stagliarsi enorme sopra nemici sopraffatti o sudditi offerenti. Questa taglia XL del re, resa sulle pareti di templi e tombe, è considerata da alcuni come la prova principe dell’esistenza di giganti nell’antichità. I mitici Nephilim biblici avrebbero popolato l’Egitto e, grazie alla loro stazza, permesso la costruzione delle piramidi e degli altri imponenti monumenti. So che è assurdo, ma bufale del genere girano da sempre, come quella dei cosiddetti “giganti del Wisconsin” finita addirittura sul New York Times nel 1912. Erano altri tempi; oggi, invece, circolano immagini photoshoppate male di scoperte di scheletri fuori misura.

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Source: teachmiddleeast.lib.uchicago.edu

Tornando all’Egitto, scene come quella di Ramesse III contro i Popoli del Mare (tempio di Medinet Habu; immagine in alto) si spiegano semplicemente con il concetto di proporzioni gerarchiche. La produzione figurativa egizia non è realistica non perché non si fosse in grado di ricreare così come è la natura – e basta vedere gli ostraka da Deir el-Medina per rendersene conto -, ma perché l’arte era funzionale al veicolare determinati messaggi. In questo caso, la convenzione stilistica vuol evidenziare la gerarchia dei personaggi rappresentati, dal più grande al più piccolo secondo il rango. Già nella Paletta di Narmer (particolare in alto al post) si vede che l’altezza del faraone è il doppio di quella dei funzionari che lo inquadrano, a loro volta più alti dei portatori degli stendardi. Non fa eccezione l’arte privata come, ad esempio, i rilievi della mastaba di Mereruka a Saqqara (VI dinastia) in cui le dimensioni del defunto sono decisamente titaniche se confrontate con quelle della moglie e del figlio maggiore ai suoi piedi (foto in basso).

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Davies, The tomb of Rekh-Mi-Rē’ at Thebes, New York 1943, pl. LV (particolare)

Discorso a parte va fatto, invece, per le rappresentazioni pittoriche delle statue, a volte apparentemente indistinguibili dalle persone in carne e ossa se non fosse per il basamento sempre presente. Non considerando questo particolare, nel caso di sculture colossali, si potrebbe cadere nell’errore di vederci dei mostri. Ecco perché la persona da cui ho preso l’immagine qui in basso ha aggiunto una didascalia che recita: “ragazzo massaggia i piedi del re gigante”… non servono commenti.

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Source: The Theban Royal Mummy Project

Infine, altro pretesto per parlare di giganti è quello delle dimensioni ‘sproporzionate’ di alcuni sarcofagi. Nella foto a sinistra, ad esempio, è ritratto l’enorme sarcofago della regina Ahmose-Nefertari, moglie di Ahmose (1543-1518). Date le sue misure (3,80 m), fu sfruttato dai sacerdoti che nascosero le mummie reali nella cachette di Deir el-Bahari (DB320) per conservare, oltre ai resti della regina, anche il sarcofago di Ramesse III. In effetti, è proprio questa la spiegazione: alcuni sarcofagi antropoidi sono così grandi perché, come delle matrioske, dovevano contenere altre bare gradualmente più piccole. Per fare l’esempio più celebre, la mummia Tutankhamon era deposta in un sarcofago antropoide in oro massiccio, a sua volta contenuto in uno ligneo ricoperto d’oro, ancora in un altro dello stesso tipo e, infine, in una grande cassa parallelepipeda in quarzite.

Tuttavia, esiste un caso -spesso citato dalla fantarcheologia- in cui le tombe effettivamente non sono state concepite per umani, ma comunque nemmeno per giganti. Nel Serapeo di Saqqara, 24 sarcofagi in granito (foto in basso) misurano 4 m di lunghezza, 2,30 m di larghezza e 3,30 m di altezza e pesano fino a 70 tonnellate perché destinati alle mummie dei tori Api, manifestazioni viventi del dio Ptah.

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Bufale eGGizie*: l’uovo che data le piramidi a 6000 anni fa

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(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Per Pasqua non potevo farvi mancare un bell’uovo, anche se spero non vi offendiate se ha più di 6000 anni. Sarà un po’ stantio, ma il pensiero è quel che conta! Si tratta, infatti, di un uovo di struzzo che risale al 4400-4000 a.C. (Naqada I) e che, attualmente, è esposto nel Museo Nubiano di Assuan. Tuttavia, il cosiddetto “Uovo di Assuan” è famoso soprattutto per la sua particolare decorazione che ha spinto alcuni fantasiosi amanti della fantarcheologia a utilizzarlo come pretesto per la solita retrodatazione delle piramidi di Giza. Sulla superficie del guscio, sarebbe incisa una perfetta cartina geografica della Valle del Nilo con la rappresentazione del corso del fiume fiancheggiato dalle terre fertili, della pseudo-oasi del Fayyum e del profilo dei tre monumenti funebri posti proprio a nord-ovest (immagine in alto). Così, le piramidi non sarebbero opera di Cheope, Chefren e Micerino, ma risalirebbero ad almeno due millenni prima. I tre triangoli si ripetono anche nell’altro lato dell’uovo, questa volta affiancati da una linea zigzagante ancora una volta interpretata come il Nilo. Alcuni si spingono addirittura a misurarne un’inclinazione di 23° che coinciderebbe con quella dell’asse terrestre. Inoltre, va da sé che una tale vista dall’alto del territorio implicherebbe anche la capacità di volare, con tutto un bagaglio di altre bufale accessorie.

Ovviamente, non è così, ma partiamo dal principio. L’uovo (Figg. d, e-1 in basso) è stato scoperto alla fine degli anni ’10 del secolo scorso dall’egittologo britannico Cecil Mallaby Firth in una tomba infantile (n° 96) del Cimitero 102 di Dakka, un sito a sud di Assuan ora sommerso dal Lago Nasser. Oggetti simili avevano una doppia valenza, funzionale e rituale: erano contenitori di liquidi (si vede dal foro in cima) e simboleggiavano la rinascita dopo la morte; non a caso, anche l’altro esemplare ritrovato nel sito (Fig. e-2) apparteneva al corredo funebre di un bambino.

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Firth C.M., The Archaeological Survey of Nubia. Report for 1909-1910, Cairo 1915, pl. 11

Per quanto riguarda la decorazione, invece, non esiste alcun mistero poiché i motivi adottati sono perfettamente conformi alla produzione ‘artistica’ predinastica. Foto sfocate e tagliate ad hoc possono creare qualche suggestione, ma i due fiumi sono in realtà un serpente e uno struzzo, come si può vedere in altri esempi dell’epoca qui in basso e in quello più recente individuato nel 2015 a Qubbet el-Hawa.

Stesso discorso vale per i triangoli, nonostante quanto detto da Osama Abdel Meguid, il direttore del Museo Nubiano, che, in una vecchia puntata di Voyager, affermò che sull’uovo, accanto allo struzzo (almeno questo…), si trova la più antica rappresentazione di piramidi, pur non azzardandosi a fare riferimento a Giza. Immagino – o, più che altro, spero per lui – che si trattasse di una trovata pubblicitaria perché qualsiasi egittologo saprebbe che anche questa iconografia è diffusissima sui vasi predinastici. La forma è semplicemente la stilizzazione di una montagna o, più in generale, di un’altura (collina, duna di sabbia) e quindi era utilizzata per connotare un’area montuosa.

Inoltre, il numero tre indicava una pluralità indeterminata, convenzione successivamente adottata nella forma geroglifica. I tre colli, infatti, diventeranno un segno determinativo (N25 nella lista di Gardiner; in fondo a sinistra) inserito nel nome, come detto, di località montuose ma anche dei paesi stranieri, concettualmente connessi con la montagna e il deserto perché esterni alla Valle del Nilo. I primi esempi del genere coincidono addirittura con le più antiche testimonianze conosciute di scrittura egizia (3320-3150), scoperte nella tomba U-j di Umm el-Qa’ab, nei pressi di Abido. Da questa sepoltura, forse appartenuta al re Scorpione I, provengono vasi con segni d’inchiostro, impronte di sigillo e soprattutto etichette d’osso e avorio (immagini in basso) che recano toponimi interpretati come un’embrionale suddivisione amministrativa del territorio alla fine del Predinastico.

 

 

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Bufale eGGizie*: gli antichi Egizi in Ecuador e la collezione di Padre Crespi

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(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Probabilmente avrete già visto l’immagine qui sopra perché è circolata molto su Facebook dove numerose pagine e gruppi di fantarcheologia la utilizzano come prova dei collegamenti transoceanici tra civiltà del passato. La somiglianza tra i due soggetti, infatti, è incontrovertibile e attesterebbe l’arrivo degli antichi Egizi in Sud America migliaia di anni prima dei conquistadores spagnoli, proprio come afferma Dominique Görlitz, nostra vecchia conoscenza (indagato insieme al socio Erdmann per aver prelevato illecitamente campioni dalla Grande Piramide) che ha tentato l’attraversata dell’Atlantico con una riproduzione della barca solare di Cheope.

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Ma chi sono le due figure femminili ritratte? A sinistra, troviamo una riproduzione, capovolta, di un rilievo dalla tomba di Seti I (KV17), ora al Louvre: Hathor accoglie il faraone nell’Aldilà porgendogli la collana menit, simbolo di protezione. A destra, invece, c’è una foto scattata negli anni ’60 a un reperto rinvenuto in Ecuador che ha la stessa posa della dea egizia. La statuetta ecuadoregna farebbe parte di un misterioso tesoro di oggetti metallici, molti addirittura in oro, scoperto nella Cueva de los Tayos, grotta sul versante amazzonico delle Ande, nella sperduta regione di Morona-Santiago. Qui, era arrivato nel 1923 Padre Carlo Crespi (1891-1982; immagine in alto), missionario salesiano che operò tra le tribù natie dei Jivaro/Shuar e che, nel 1927, girò di persona il primo video su questo popolo. Furono proprio gli indios a portare a Crespi centinaia di reperti dall’inspiegabile influenza vicino-orientale e ricoperti da segni di una lingua sconosciuta. Così, il sacerdote milanese, considerandoli tracce dei contatti tra popoli più antichi del Diluvio Universale, ottenne dal Vaticano il permesso di aprire un museo nella cittadina di Cuenca, presso la chiesa di Maria Auxialiadora. La collezione di oltre 50.000 pezzi comprendeva cosiddetti OOPart dalla foggia egizia, assira, cinese e africana, oltre a una serie di fogli metallici incisi con la lingua “antidiluviana”. Gran parte della raccolta, però, andò distrutta nel 1962 a causa di un incendio.

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La vicenda divenne celebre in tutto il mondo solo nel 1973 con l’uscita del libro “L’Oro degli Dei”; l’autore, Erich von Däniken, raccontava che l’argentino-ungherese János Juan Móricz, guidato dalle indicazioni di Padre Crespi, avrebbe scoperto tunnel artificiali nella Cuenca de los Tayos pieni d’oro e di documenti metallici con la storia degli alieni e di una civiltà perduta. Tuttavia, von Däniken, sbugiardato in parte da Móricz e incalzato da uno scettico giornalista di Playboy (ebbene sì: l’intervista si trova proprio sul numero di agosto 1974 della rivista per adulti), ritrattò alcune cose scritte e ammise di non essere mai stato nella caverna, ma anche che i misteriosi oggetti esistevano davvero, anche se nascosti per sempre in una piramide sotterranea. Il clamore suscitato convinse l’ingegnere scozzese Stan Hall a organizzare un’imponente spedizione – di cui faceva parte anche l’ormai ex astronauta Neil Armstrong – alla ricerca di indizi su Atlantide. Nella caverna, ovviamente, non trovarono niente, ma Hall volle lo stesso incontrare Crespi e vedere la sua collezione. Di seguito, il video del 1976:

Dal filmato si evincono la scarsa lucidità del prete e l’aspetto ridicolo degli oggetti. Già in precedenza, infatti, diversi archeologi – come il danese Olaf Holm, direttore del Museo Nacional de Quito – avevano appurato che si trattava solo di riproduzioni moderne in alluminio, ottone e rame; in pratica, souvenir turistici fatti con scarti di tubature. Nonostante ciò, Padre Crespi non va considerato come un truffatore o un ciarlatano perché era genuinamente spinto da uno spirito umanistico nel raccogliere reperti storici. Non a caso, molte delle sue acquisizioni erano autentiche antichità precolombiane, soprattutto ceramiche, e per questo poi furono comprate dal Banco Central del Ecuador che le ha collocate nel museo privato della banca. Le lastre metalliche, invece, erano state rimandate indietro perché palesemente false e ora si trovano abbandonate tra diversi vecchi edifici di Cuenca. In conclusione, l’anziano sacerdote, obnubilato dalla demenza senile, era stato raggirato dagli artigiani locali che gli hanno venduto per anni patacche copiate dalle illustrazioni dei libri di storia.

L’unico antico egizio arrivato in Ecuador è stato Ramesse II che ora, ovviamente in copia, si trova al centro di una rotonda della capitale!

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Bufale eGGizie*: la Sfinge innevata

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Source: mirror.co.uk

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Questa bufala, stavolta più meteorologica che archeologica, rispunta puntualmente ogni inverno dal 2013, quando un’eccezionale nevicata interessò Israele, Palestina e Giordania. Ma, insieme alle suggestive immagini di una Gerusalemme imbiancata, cominciò a circolare anche la foto delle Grande Sfinge completamente coperta di neve, corredata di didascalie che parlavano di un evento mai accaduto negli ultimi 100 anni… e che ha continuato a non accadere. Nessuna bufera ha colpito Giza. Lo scatto non è ritoccato, ma travisato a causa della prospettiva; ritrae, infatti, una semplice attrazione di un parco tematico giapponese, il Tobu World Square che contiene riproduzioni in scala 1:25 dei maggiori monumenti del mondo. Ecco la prova:

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Bufale eGGizie*: Egizi su Marte

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Foto originale: mars.jpl.nasa.gov

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L’Egitto arriva su Marte, ma non con l’ultima spedizione spaziale dell’ESA. A differenza della missione Rosetta, infatti, la ExoMars non ha tratto ispirazione da nessun termine egittologico: lo Schiaparelli che dà il nome alla sonda “atterrata” due giorni fa sul pianeta rosso è Giovanni (1835-1910), astronomo piemontese da non confondere con Ernesto (1856-1928), illustre egittologo e direttore del Museo Egizio di Torino.

Tuttavia, c’è chi non si è fermato a un semplice collegamento terminologico. I cosiddetti pyramidiots (senza offesa per nessuno, ma questa volta non potevo esimermi da utilizzare questo appellativo…) hanno da sempre sfruttato i progetti della NASA per confermare le loro bislacche teorie vedendo, sulle foto scattate dalle varie sonde che hanno orbitato attorno a Marte, piramidi, sfingi e statue di tutti i tipi. Un esempio piuttosto divertente è quello di chi, osservando una panoramica del rover Curiosity (2012), ha interpretato una conformazione rocciosa come il busto di Nefertiti (nel video, fra l’altro, l’autore della ‘scoperta’ si confonde con Hatshepsut…). Si tratta dell’ennesimo caso di pareidolia, cioè il processo psicologico che, di fronte a una forma casuale, ci fa pensare a oggetti o facce; proprio come il celebre Viso di Cydonia che irruppe nel mondo dell’ufologia quando, nel 1976, la Viking 1 immortalò sul suolo marziano la sua inquietante espressione (in basso a sinistra). Le sembianze antropomorfe dell’altopiano sparirono con una foto, a più alta risoluzione e con illuminazione diversa, del Mars Global Surveyor (1998). Curiosamente, anche Giovanni Schiaparelli ebbe a che fare con piramidioti dell’epoca che specularono sull’esistenza di vita intelligente su Marte per via dei suoi studi sui presunti “canali”.

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Bufale eGGizie*: le piramidi sono state costruite da schiavi (o, volendo, oltre 10.000 anni fa)

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“Fight for Freedom”, 1949 (Source: misterkitty.org)

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Con questo articolo proverò a prendere due piccioni con una fava sfatando due bufale che riguardano il simbolo d’Egitto: le piramidi di Giza. Secondo molti, questi monumenti patrimonio dell’UNESCO sarebbero state costruite da schiavi; secondo altri, ancora più fantasiosi, risalirebbero a un’antichissima civiltà evoluta ormai dimenticata.

Ma partiamo con la prima. L’immagine di migliaia di uomini costretti a trascinare giganteschi blocchi di pietra sotto sferzanti colpi di frusta è forse una delle prime che, purtroppo, balena nella mente a chi pensa all’antico Egitto. In generale, si crede che le piramidi di Giza, come tutte le altre opere monumentali della Valle del Nilo, siano state realizzate grazie al lavoro degli schiavi: niente di più sbagliato. Tale leggenda metropolitana risente ovviamente dell’influenza di cinema e letteratura che, a loro volta, si rifanno a interpretazioni errate degli storici del passato. L’Antico Testamento, soprattutto con il libro dell’Esodo, ha avuto una grande responsabilità nella diffusione di questa diceria raccontando la storia di Mosè e della cattività degli Ebrei (mi sono già occupato dell’argomento recensendo il film “I Dieci Comandamenti”). Ma la fonte principale dell’equivoco è probabilmente Erodoto, storico e viaggiatore greco del V secolo a.C. che, trovatosi di fronte alle spaventose dimensioni delle piramidi, non poté che pensare al progetto di un sovrano megalomane e dispotico:

 «Non vi fu perfidia di cui Cheope non si macchiò. Innanzitutto, egli chiuse  tutti i templi e vietò  agli  Egiziani di sacrificare. Dopo di ciò, li obbligò a lavorare per lui. Alcuni vennero inviati a  cavare  le pietre nei monti d’Arabia, a trascinarle fino al Nilo e a trasportarle su battelli sulla riva  opposta  del fiume; qui altri le ricevevano e le trascinavano fino alla montagna libica. Ogni tre  mesi,  centomila uomini erano impiegati in questo lavoro. Quanto al tempo durante il quale il  popolo fu  così tormentato, si passarono dieci anni a costruire la rampa sulla quale si dovevano  trascinare le  pietre […] La piramide in sé costò vent’anni di lavoro […] Cheope, esausto per queste  spese, giunse  all’infamia di prostituire la propria figlia in un luogo di perdizione e di ordinarle di  ricavare dai  suoi amanti una certa somma di denaro. Non so a quanto ammontasse la somma; i  sacerdoti non  me lo hanno rivelato. Non solo ella eseguì gli ordini del padre, ma volle lasciare ella  stessa un  monumento. Ella pregò tutti coloro che la visitavano di donarle ciascuno una pietra. Fu  con queste  pietre, mi dissero i sacerdoti, che si costruì la piramide che si trova nel mezzo, di fronte  alla grande  piramide, e che ha un plettro e mezzo di lato» (Storie II, 124-26)

Da questo momento in poi, Khufu divenne il prototipo del tiranno assoluto, del governante dissoluto che non bada ai bisogni del popolo. Tuttavia, il culto di Cheope, la cui figura era stata già presentata in maniera contrastante nel Papiro Westcar (P. Berlin 3033), è attestato fino alla XXVI dinastia (672-525), quasi duemila anni dopo la morte del faraone, circostanza che sembrerebbe negare una cattiva considerazione da parte degli Egizi. Quindi, è ovvio che il giudizio di Erodoto, e di altri dopo di lui, si sia basato solo su racconti e su credenze dei contemporanei. Infatti, l’applicazione delle moderne categorie mentali a fatti del passato è spesso la principale causa di errate interpretazioni. Tornando all’oggetto della discussione, effettivamente in Egitto la schiavitù esisteva, ma è difficile inquadrarla nel nostro pensiero occidentale. Partendo dalla semplice definizione, per schiavitù s’intende la condizione giuridica di un individuo che è considerato proprietà privata di un altro e il cui lavoro non è retribuito (sinonimi: servitù, cattività, tirocinio ;D). Il problema è che una vera codificazione sociale di tale status avvenne solo nel Medio Regno e si consolidò soprattutto in epoca ramesside, quando le numerose guerre crearono un afflusso continuo di prigionieri stranieri. Nell’Antico Regno, periodo in cui furono costruite le piramidi di Giza, sembra non esistere una condizione umana corrispondente alla nostra schiavitù, se si esclude quella risultante dalle spedizioni belliche in Nubia organizzate proprio per l’approvvigionamento di manodopera che, in ogni caso, non fu impiegata nella realizzazione delle tombe dei faraoni di IV dinastia.

Ma allora chi? Non schiavi nubiani, libici o asiatici, ma liberi cittadini egiziani che erano momentaneamente dirottati dalle loro occupazioni quotidiane verso le opere pubbliche. La corvée, infatti, era un sistema di servizio di Stato obbligatorio attraverso cui il popolo, senza distinzione di genere, era utilizzato nella creazione e manutenzione di infrastrutture (strade, canali, dighe), nell’estrazione di materie prime in cave e miniere, nelle campagne militari, e, ovviamente, nell’erezione di edifici monumentali. Spesso, essendo la maggior parte della popolazione dedita all’agricoltura, questo periodo coincideva con la stagione dell’inondazione, Akhet, quando la piena del Nilo rendeva impraticabili i campi. Il lavoro era comunque coatto, ma i contadini erano nutriti meglio del resto dell’anno e avevano una copertura medica. Inoltre, esistevano perfino decreti reali che esentavano singoli o categorie di persone da quest’obbligo.

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Tornando nello specifico, è stato calcolato che per le tre piramidi siano stati necessari 20-30.000 operai  per un periodo non continuativo di circa 80 anni (2589-2504). Così, pur senza arrivare alle cifre di Erodoto, appare ovvio che servisse una grande struttura logistica per l’organizzazione del lavoro e, soprattutto, per l’alloggiamento degli uomini. Già nel 1880-82, Flinders Petrie era convinto di averla trovata quando scavò, a ovest della piramide di Chefren, le cosiddette “Baracche degli operai” che, però, si sono rivelate semplici magazzini. La vera svolta è arrivata solo tra il 1988 e il 1990 con la missione di Mark Lehner (Ancient Egypt Research Associates) e quella egiziana di Zahi Hawass. L’archeologo americano individuò, 400 metri a S-E della Sfinge, quella che poteva essere la “Città della piramide” nota già dalle fonti epigrafiche, con abitazioni, magazzini, un’officina per la lavorazione del rame, due grandi forni per la produzione in vasta scala di pane, un’area per il trattamento del pesce e un edificio amministrativo (immagine in alto; per l’originale mappa interattiva: AERA). Il sito era separato dalla necropoli reale da un possente muro in pietra (alto 10 m e lungo almeno 200) detto in arabo Heit el-Ghorab “Muro del corvo”. Nella parte nord, una serie di gallerie con piccole stanzette è stata interpretata come dormitorio in grado di ospitare, a rotazione, 1600-2000 lavoratori. Inoltre, sembra ci fossero due villaggi distinti: l’Orientale con abitazioni più piccole per gli operai semplici e l’Occidentale che presenta case più grandi per artigiani e supervisori. I due centri erano divisi da un palazzo nel quale sono state ritrovate impronte di sigilli di Chefren e Micerino e silos per i cereali. Purtroppo, il fronte di scavo copre solo il 10% della città (5000 m²) per la presenza di un moderno cimitero, di un campo da calcio e del sobborgo cairota di Nazlet es-Semman che avanza sempre più minacciosamente verso ovest.

Giza Plateau Mapping Project: http://www.aeraweb.org/projects/lost-city/

Rapporti di scavo: http://oi.uchicago.edu/research/projects/giza-plateau-mapping-project-gpmp-0

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Quasi contemporaneamente e poco più a ovest, Zahi Hawass scopriva le sepolture dei costruttori delle piramidi che avevano abitato i due villaggi. Un secondo gruppo è stato individuato nel 2009. Anche in questo caso, si è vista una netta divisione in due settori: il cimitero inferiore raccoglieva le tombe degli operai che trasportavano i blocchi, mentre quello superiore era riservato a tecnici come scultori, disegnatori e altri artigiani. È chiaro che una posizione così prossima alla necropoli reale fosse un privilegio che non sarebbe mai spettato a degli schiavi. L’enorme cimitero inferiore conta, oltre a 60 tombe più grandi forse appartenute a capisquadra, 600 semplici fosse scavate nella roccia (1 x 0,5 m) con coperture di diverso tipo. L’analisi dei corpi non mummificati ha evidenziato individui provenienti da tutte le zone d’Egitto con una bassa aspettativa media di vita (40-45 anni per gli uomini, 30-35 per le donne) che risente della forte mortalità infantile. Inoltre, le ossa recano evidenti tracce di usura da trasporto di carichi pesanti (es. vertebre schiacciate) ma anche segni di fratture curate, cosa che conferma un’assistenza medica per i lavoratori.

Il cimitero superiore, poco più a sud, include 43 tombe più grandi, in parte ipogee e in parte costruite con calcare, mattoni crudi e altro materiale di scarto dai cantieri reali (granito, basalto). La presenza di false porte, statue, iscrizioni e, in generale, di corredi più ricchi testimonia un più alto livello sociale per i defunti di questo settore il cui ruolo è chiarito dai loro titoli: disegnatore, architetto, “Ispettore dei costruttori della tomba”, “Direttore dei lavori della tomba”, “Supervisore del lato della piramide”, “S. degli artigiani”, “S. degli operai che trainano la pietra”, “S. della biancheria”, “S. del porto”, “S. dei carpentieri”, “S. del distretto amministrativo”.

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Se tutto ciò non bastasse a convincere i più scettici, nel 2013 a Wadi el-Jarf, costa occidentale del Golfo di Suez, la missione franco-egiziana diretta da Pierre Tallet (Sorbona) e Sayed Mahfouz (Università di Assiut) ha effettuato un ritrovamento eccezionale che fornisce la prova definitiva sugli autori della piramidi di Giza: frammenti di papiro risalenti al 26° anno di regno di Cheope. Con circa 4600 anni, sono i più antichi papiri iscritti mai individuati e contengono testi amministrativi che registrano le presenze mensili dei lavoratori del porto impiegati anche nel trasporto di blocchi di calcare verso il cantiere della Grande Piramide.

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Dopo questi dati, dovrebbe essere assodato che gli schiavi non c’entrarono niente; ma neanche alieni o Atlantidei. Un’altra bufala che circola attorno alle piramidi, infatti, è quella che le retrodaterebbe, insieme alla Sfinge, al 10.500 a.C. Questa teoria nasce soprattutto da improbabili studi degli autori di best-seller fantarcheologici Robert Bauval e Graham Hancock che prendono in causa analisi geofisiche mai provate e ipotetici allineamenti con la costellazione di Orione (approfondirò il discorso in futuro). Come visto, la città dei costruttori ebbe una vita brevissima, circa 35-40 anni sotto i regni Chefren e Micerino, e fu abbandonata a lavori completati con l’asportazione di tutto il materiale edile riutilizzabile, come soglie di pietra, colonne di legno e perfino mattoni. La datazione è supportata, oltre al ritrovamento dei già citati sigilli, dallo studio cronotipologico della ceramica e dal C14. Ma ancor prima di questi sviluppi più recenti,  ad esempio, all’interno delle camere di scarico della Grande Piramide, erano stati già scoperti graffiti degli operai che si definivano “Amici di Cheope” (ricorderete lo scandalo dei due tedeschi accusati di aver prelevato campioni da un cartiglio del re; immagine in alto). Allo stesso modo, nella piramide più piccola abbiamo la firma degli “Ubriaconi di Micerino”! Queste iscrizioni, oltre a legare inequivocabilmente le opere ai faraoni, ci forniscono utili informazioni sull’organizzazione dei lavoratori che erano suddivisi in squadre, a loro volta  frazionate in 4 o 5 gruppi più piccoli detti phyles e, infine, in unità di 10-20 uomini.

In ogni caso, per apporfondire l’argomento, il link seguente porta a una vastissima bibliografia di articoli scaricabili gratuitamente: http://www.gizapyramids.org/static/html/authors_list.jsp

 

 

 

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Bufale eGGizie*: la “mummia sfortunata” che affondò il Titanic

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Source: wikipedia.org

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Dopo aver avuto il piacere di intervenire sul n° 287 di Focus (settembre 2016), intervistato da Maria Leonarda Leone sulla maledizione di Tutankhamon, colgo l’occasione per approfondire il discorso parlando di un’altra leggenda metropolitana che riguarda antico Egitto e superstizioni. Sì, perché, ancor prima della scoperta della KV62 e della conseguente ‘tutmania’, circolavano già storie su misteriose morti da imputare all’influenza maligna delle centinaia di mummie egizie arrivate nell’Inghilterra vittoriana.

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Source: britishmuseum.org

Una di queste è ancora ricordata con l’appellativo di “Unlucky Mummy” e si trova nella Sala 62 del British Museum (n° inv. EA22542). In realtà, non è un corpo mummificato ma un coperchio di sarcofago appartenuto a una donna della XXI dinastia (950 a.C. circa) e donato al museo nel luglio 1889 da Mrs. Warwick Hunt a nome di Arthur Wheeler. Non si conosce il nome della defunta, anche se, guardando la fattura dell’oggetto, è probabile che appartenesse a un’alta classe sociale. In ogni caso, nei primi cataloghi del British, è indicata come sacerdotessa di Amon-Ra. A incutere timore nei londinesi dell’epoca era soprattutto l’espressività del volto della maschera che fece nascere una serie di superstizioni e dicerie sulla presunta cattiva sorte toccata a tutti coloro che, per un motivo o l’altro, erano venuti a contatto con il reperto; voci che incuriosirono Bertram Fletcher Robinson, giornalista del Daily Express e amico/collaboratore di Sir Arthur Conan Doyle (curioso notare come siano nate leggende anche sul rapporto tra i due secondo le quali il padre di Sharlock Holmes avrebbe copiato il romanzo “Il mastino dei Baskerville” a Robinson e poi avrebbe avvelenato il vero autore per coprire il misfatto).

Robinson passò anni a raccogliere materiale da pubblicare sulle colonne del quotidiano per cui lavorava e continuò anche dopo il 1904, quando passò a Vanity Fair. Purtroppo, però, non riuscì a completare la sua inchiesta perché morì a soli 36 anni, il 21 gennaio 1907. La causa dell’improvviso decesso fu una febbre tifoide che portò a peritonite, ma Doyle, spiritista convinto, l’attribuì a uno spirito elementale intrappolato nel coperchio (spiegazione che userà successivamente anche per la maledizione di Tutankhamon). Fra l’altro, lo scrittore stesso aveva compiuto ricerche presso il British Museum nel 1891 per il suo racconto breve “Lot No. 249” in cui una mummia si risveglia a Oxford dopo la lettura di una formula magica su un papiro.

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Source: wikipedia.org

L’attenzione mediatica provocata dalle parole di Doyle convinse l’editore del Pearson’s Magazine, proprietario anche del Daily Express, a riprendere gli appunti di Robinson (nella foto qui accanto) e a farli riscrivere da G. Russel nell’agosto del 1909 (in alto a sinistra, l’iconica copertina del numero): intorno alla metà degli anni ’60 del XIX secolo, 5 ricchi britannici intraprendono un viaggio lungo il Nilo fino ad arrivare a Luxor dove sarebbe stato scoperto il coperchio. Già in Egitto, uno dei componenti della spedizione sparisce nel deserto e a un altro viene amputato il braccio per un colpo di pistola accidentale. Tornati in Inghilterra, un terzo uomo riceve un altro proiettile e l’anonimo Mr. W. (il Wheeler che donò il pezzo al British?), venuto in possesso del reperto, si accorge di aver perso gran parte dei suoi averi e muore poco dopo. Lo sfortunato oggetto passa alla sorella che, a sua volta, subisce gravi perdite finanziarie pur non credendo alla maledizione. Ma, dopo la morte dell’amico fotografo che aveva immortalato nella maschera il volto di una donna vivente e dopo che la celebre chiaroveggente Madame Helena Blavatsky aveva percepito una presenza malvagia, Mrs. W. si convince a cedere il coperchio al museo londinese. Perfino il trasferimento fa le sue vittime, con i due poveri facchini che ci lasciano le penne durante il trasporto della cassa. Appare ovvio che si trattasse di un mucchio di congetture non verificabili per mancanza di nomi e dati oggettivi.

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Source: wikipedia.org

Tuttavia, la storia non finisce qui intrecciandosi, 3 anni dopo, con la tragica vicenda del Titanic. Poco dopo il naufragio, infatti, quotidiani e riviste riportarono la notizia secondo la quale l’Unlucky Mummy sarebbe stata nella stiva del transatlantico, imbarcata da un archeologo americano. Successivamente, il coperchio, messo su una scialuppa di salvataggio e portato negli USA, sarebbe finito su un’altra nave protagonista di un grave incidente, il piroscafo inglese Empress of Ireland affondato il 29 maggio 1914 con oltre 1000 vittime. Insomma, un po’ troppo anche per l’internauta più fantasioso, ma i giornali dell’epoca (e non solo) approfittavano spesso della curiosità morbosa e della credulità dei lettori.

Questo improbabile collegamento nacque a causa delle credenze esoteriche di William T. Stead, giornalista che perse realmente la vita sul Titanic. Stead, durante le cene sul transatlantico, intratteneva i commensali con racconti di mummie e maledizioni, alcuni dei quali vissuti in prima persona. Come quella volta in cui, invitato a casa di amici per vedere il loro nuovo ‘acquisto’ d’antiquariato, avrebbe assistito all’esplosione di rabbia di uno spirito maligno, uscito dall’ormai noto sarcofago poi finito al British, che avrebbe infranto tutti i vetri della stanza e che avrebbe portato malattie e sfortuna tra i presenti. Uno dei sopravvissuti al naufragio, poi, rilasciò un’intervista al New York World riportando come vere proprio queste storie e ipotizzando l’influenza negativa della sacerdotessa di Amon-Ra sulla tragedia.

Bufale simili continuarono a propagarsi nel mondo per anni, tanto da costringere nel 1934 (ben 22 anni dopo; ma, d’altronde, c’è ancora chi ci crede ora…) Sir Wallis Budge, curatore della sezione egizia e assira del British dal 1894 al 1924, a scrivere: «[…] no mummy which ever did things of this kind was ever in the British Museum. […] The cover never went on the Titanic. It never went to America». Effettivamente, l’Unlucky Mummy non ha mai lasciato Londra fino al 1990, quando fu prestata per una mostra temporanea in Australia, e poi nel 2007 per un evento a Taiwan. Inutile aggiungere che, in entrambi i casi, non è stato riscontrato alcun incidente durante il trasporto.

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Bufale eGGizie*: i geroglifici egizi di Gosford, Australia

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Source: abc.net.au

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

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Source: karionghieroglyphs.blogspot.it

Questa volta mi vergogno un po’ a scrivere l’articolo perché basterebbe guardare l’immagine (Anubi che assomiglia a Wile Coyote!?) per capire che siamo di fronte all’ennesima bufala; ma, viste le tante persone che credono ancora a questa storia, mi tocca: geroglifici scoperti in Australia attesterebbero l’arrivo degli antichi Egizi sull’isola già 5000 anni fa! La notizia, seppur rimbalzata negli ultimi anni su diversi siti, risale al 1983 quando un giornale locale (immagine a sinistra) riportò la testimonianza di Alan Dash, un appassionato di storia antica, che affermava di aver visto nel 1975 geroglifici egizi a Gosford, nei pressi di Kariong, 60 km a nord di Sidney. L’area, nel cuore del Brisbane Water National Park, era nota per petroglifi aborigeni di 200/250 anni o anche più antichi, ma, tra le rappresentazioni di cacciatori, canguri e altri animali, spuntarono circa 300 segni ‘egizi’ incisi su due pareti parallele di arenaria. Già all’epoca, la cosa creò molto clamore tanto da costringere i ranger del National Parks and Wildlife Service a indagare: la situazione, infatti, metteva a repentaglio l’integrità della riserva naturale e del vero sito archeologico. Furono arrestati diversi tombaroli in cerca di tesori nella ormai ribattezzata “Kariong Egyptoid” ed emulatori, come un anziano cittadino jugoslavo sorpreso nel 1984 mentre era intento ad armeggiare sulla pietra con uno scalpello.

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Foto scattata nel 1983 dal NPWS

Fu subito evidente il fake. David Lambert, studioso di arte rupestre inviato dal NPWS, osservando i bordi netti delle incisioni e la mancanza di muschi e licheni, parlò di una realizzazione non più vecchia di 12 mesi. Fu perfino interpellato un egittologo, il prof. Naguib Kanawati della Macquarie Univesity di Sidney – come, più recentemente, il collega Boyo Ockinga -, che ovviamente rilevò solo simboli sparsi senza senso, a eccezione di un paio di nomi di faraoni, Cheope e Snefru, inscritti in cartigli quadrati (foto a sinistra). Che poi, a voler fare i pignoli, il verso delle titolature non coincide con quello dei nomi e, inoltre, il nomen “figlio di Ra” (sul cartiglio di destra) non era ancora in uso.

Si tratta, quindi, di un insieme di segni, alcuni dei quali anche inventati, posizionati senza nemmeno rispettarne la scala di grandezza. L’origine dovrebbe attestarsi alla prima metà degli anni ’70, ma alcuni geroglifici furono aggiunti successivamente. Tuttavia, non si conosce l’autore/gli autori: si è parlato di disegni fatti da reduci della I guerra mondiale, di uno scherzo di una radio locale o di studenti in gita, ma è probabile che sia stato proprio l’anziano, con problemi mentali, fermato nel 1984. Purtroppo, sul web continuano a circolare false traduzioni di presunti esperti, come un certo Ray Johnson confuso con Raymond W. Johnson, lui sì vero egittologo – direttore dell’Epigraphic Survey dell’Oriental Institute di Chicago – che, per questa omonimia, è stato costretto a smentire il suo coinvolgimento nella vicenda.

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Bufale eGGizie*: l’alieno “Grigio” della tomba di Ptah-hotep

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Foto originale da: osirisnet.net

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Ancora una volta, ahimè, sono costretto a parlare di alieni e antico Egitto. Siamo a Saqqara, nella mastaba di Ptah-hotep – visir durante il regno del faraone di V dinastia Djedkara Isesi (2420-2380) – dove, in una scena di offerte al defunto, compare una strana figura (vedi immagine in alto). Tra gli officianti, infatti, si nota un umanoide alto poco più di un metro, dalla testa triangolare e dai grandi occhi scuri inespressivi. Gli ufologi non hanno dubbi: si tratterebbe di un “Grigio”, la tipologia di extraterrestri più gettonata negli incontri ravvicinati del III tipo.

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Source: Chalaby A., All of Egypt, 2000, p. 44

Possiamo considerare questo rilievo come la prova definitiva dei contatti tra la civiltà egizia ed entità intelligenti venute dallo spazio? Ovviamente no. I primi dubbi dovrebbero venire notando che, sui siti di fantarcheologia, si trovano solo foto sgranate a bassissima risoluzione che confondono i contorni dell’alieno. In effetti, basterebbe vedere da vicino la figura e, magari, spostare lo sguardo attorno, anche di pochi centimetri, per accorgersi che si tratta dell’ennesima bufala che sfrutta la pareidolia. E.T. altro non è che un grosso contenitore da cui spunta un fiore e due boccioli di loto (immagine a sinistra). Più precisamente, è una complessa variante di vaso-heset con beccuccio usata per le libagioni e spesso associata al loto. Questo dono, insieme a pane, carne, frutta, verdura, tessuti e altro ancora, fa parte delle offerte lasciate sulla tavola o ai piedi di Ptah-hotep. Infatti, si possono vedere una versione ridotta del vaso in mano a uno dei portatori e altri fiori di loto tra i cumuli di oggetti (immagini in basso).

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Particolare 1

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Particolare 2

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Bufale eGGizie*: le Lampade di Dendera

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Source: wikipedia.org

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Oggi faremo luce -espressione mai così appropriata- sulla bufala che riguarda gli OOPArt (Out Of Place Artifact) più famosi d’Egitto, le “Lampade di Dendera” che, insieme alla cosiddetta “Pila di Baghdad”, sarebbero la prova principe dello sfruttamento già in antichità dell’energia elettrica. Queste lampadine ante Edison si trovano a Dendera, località circa 70 km a nord di Luxor, e, più precisamente, nel tempio tolemaico di Hathor. Al di sotto dell’edificio, 12 camere sotterranee, ognuna dedicata a una divinità, erano utilizzate per la conservazione degli arredi sacri probabilmente fin dal Nuovo Regno, ma furono decorate sotto Tolomeo XII (80-51 a.C.) con testi geroglifici e scene che comprendono anche le lampade e altre immagini, come vedremo, mal interpretabili.

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Source: taringa.net

Quarant’anni dopo la scoperta delle cripte, effettuata da Mariette nel 1857, lo scienziato britannico Norman Lockyer affermò che sulle lastre fossero rappresentate grosse lampade a incandescenza simili ai “Tubi di Crookes“, dando vita così alla bufala. C’è chi crede addirittura che Crookes, nei primi anni ’70 dell’800, abbia preso spunto dalle pubblicazioni di Mariette per la sua invenzione. Peccato che i sei volumi di “Dendérah: description générale du grand temple de cette ville” furono stampati tra il 1870 e il 1875. In ogni caso, sempre più persone cominciarono a parlare di un sistema d’illuminazione composto da corpi globulari di vetro e filamenti metallici interni che si surriscaldavano fino a irradiare fotoni. Alcuni hanno anche provato a riprodurne il modello (vedi foto in alto).

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Cauville S., Le Temple de Dendera, 57

Ma come veniva creata la corrente? Semplice! Esistevano generatori che, attraverso cavi, convogliavano l’elettricità in grandi accumulatori, come si vede nel rilievo della I cripta sud, consacrata ad Hathor-Iside (immagine a sinistra). Ovviamente sono sarcastico perché sto parlando dell’ennesimo esempio di quanto i ‘piramidioti’ cerchino il mistero anche dietro fatti acclarati. L’elemento rappresentato, infatti, è una versione particolarmente complessa di un oggetto ben noto agli egittologi: la menat. La menat (foto in basso a sinistra) è una collana formata da un ampio pettorale di perline e da un contrappeso che ricadeva dietro la schiena, utilizzata come strumento musicale e, essendo un attributo di Hathor, anche come simbolo cultuale. Quindi, non è un caso che quest’oggetto sia presente proprio nella cripta dedicata alla dea definita “La Signora della menat”. Fra l’altro, quelle che dovrebbero essere le cabine dell’ENEL sono invece quattro sistri, strumenti a percussione forse più conosciuti dal grande pubblico, altro attributo di Hathor e, per questo, raffigurati anche sui capitelli delle colonne della facciata del tempio (in basso a destra).

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Source: archaicwonder.tumblr.com

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Source: wikipedia.org

 

 

 

 

 

 

Proseguendo verso est, si arriva alla cripta di Horus Sematawi, dove finalmente troviamo i nostri OOPArt. Qui, sono costretto a far ricorso di nuovo alla pareidolia, cioè a quel processo mentale che ci fa vedere forme note in composizioni casuali. Le lampade, infatti, sono tali solo per il nostro cervello di uomini moderni abituato a codificare quel tipo di oggetto ogni giorno. Sicuramente siamo meno avvezzi ai miti cosmogonici egizi che sono il vero soggetto dei bassorilievi: un serpente spunta da un loto che, a sua volta, nasce dalle acque primordiali (Nun). Il serpente rappresenta il Sole bambino, Horus Sematawi (“Colui che riunifica le Due Terre”), mentre sorge nel fiore che è un altro simbolo solare. Non a caso, la cripta si trova nell’angolo S-E del tempio rispettando la topografia celeste degli edifici religiosi egiziani. Il filamento è il rettile, l’ampolla è il bocciolo, il cavo è il gambo, la base a vite della lampadina è il pilastro djed, segno di stabilità che sorregge il loto permettendo la prima creazione della vita e la sua ripetizione ciclica giornaliera. Il serpente è anche l’emblema della fertilità che veniva portato in processione durante le feste dedicate al dio che si celebravano i primi giorni del raccolto. I sacerdoti trasportavano una barca sacra in cui veniva collocato proprio ciò che è raffigurato sulle pareti della cripta e che si può vedere meglio in un’altra versione in cui Horus ha le fattezze più comuni del falco:

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Cauville S., Le Temple de Dendera, 59

Quindi, le camere sotterranee non erano illuminate da faretti alogeni, ma rimanevano al buio tutto l’anno per conservare queste reliquie, tranne in quelle occasioni festive in cui i feticci venivano portati all’esterno per essere mostrati alla popolazione. Se non fosse sufficiente la precedente interpretazione iconografica, basterebbe leggere i testi geroglifici che ci forniscono l’inventario delle cose custodite nella stanza:

“Horus-Sematawi, il grande dio che prende posto in Eliopoli, l’anima vivente nel loto e nella barca notturna, ferro, 4 palmi” (Cauville, Dendara V, 140,5)

Viene così descritta una barca di ferro di  30 cm che trasporta l’immagine del dio, in forma di serpente rampante su fiore di loto (Dend. V, 33,5), realizzata in oro (Dend. V, 144,3). In conclusione, nessuno dovrà pagare una salata bolletta della luce.

 

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