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Totò e l’antico Egitto (blooper egittologici)

#AccaddeOggi: il 15 febbraio 1898, nasceva Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio, in arte semplicemente Totò. Inutile spiegarvi chi fosse e l’importanza che ha avuto per il cinema italiano. Forse, invece, è meno nota la sua capatina nel mondo dell’Egitto antico attraverso due film che, lo specifico fin da subito, non sono di certo annoverabili tra i capolavori del comico partenopeo, anzi… Si tratta, infatti, di due pellicole che, insieme a “Totò contro il pirata nero”, fanno parte di una ‘dimenticabile’ trilogia parodistica a carattere storico del regista Fernando Cerchio: “Totò contro Maciste” e “Totò e Cleopatra”.

Siamo agli inizi degli anni ’60, quando il genere peplum era all’apice del gradimento del pubblico. Cinecittà sfornava decine e decine di film in costume su miti classici, racconti biblici ed eventi storici che, nonostante fossero spesso ripetitivi e di scarsa qualità, riempivano le sale cinematografiche. Inoltre, per ogni grande successo, spuntavano miriadi di parodie umoristiche che tentavano di sfruttare la conseguente pubblicità di riflesso. In quest’ultimo filone, rientrano i due lungometraggi di cui mi occuperò in questo articolo che vedono come protagonista un Totò ormai a fine carriera e quasi completamente cieco, ma ancora molto popolare. Per questo, i produttori lo piazzavano in progetti a basso costo (si girava in due o tre settimane per cavalcare l’onda lunga dei colossal presi in giro) confidando nelle sue capacità d’improvvisazione. Infatti, anche i due film ‘egiziani’ del Principe de Curtis, caratterizzati da una sceneggiatura nulla e da improbabili scenografie (fondali di cartone e scene di massa rubate da altre pellicole), si poggiano solo sulla recitazione di Totò e sull’ambientazione in un periodo storico che ha sempre fatto presa sulla gente. Detto ciò, mi sembra superfluo aggiungere che, in questo caso, non starò a sindacare sull’attendibilità dei dati egittologici presenti.

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“Totò contro Maciste”

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Del 1962, è il primo film della trilogia di Cerchio (che aveva già diretto “Il Sepolcro dei Re” e “Nefertite, regina del Nilo”) che pescò nella rinnovata serie dell’invincibile eroe dalla forza sovrumana. Maciste è un personaggio cinematografico – il cui nome forse è stato inventato da D’Annunzio – comparso per la prima volta nel 1914 in “Cabiria”. Seguiranno poi molti altri titoli fino agli anni ’20, per poi riprendere nel 1960 con “Maciste nella Valle dei Re” (prossimamente in questa rubrica). Il soggetto è stato spremuto al massimo con oltre 20 film in soli 4 anni e innumerevoli nemici affrontati – alcuni dei quali veramente improbabili (addirittura Zorro) – tra cui, appunto, figura anche Totò.

Totokamen è un ciarlatano che, spalleggiato dal suo agente Tarantenkamen (l’ottima spalla Nino Taranto), fa spettacoli nei night club dell’Egitto spacciandosi per il figlio di Amon. Così, il faraone Ramsise VIII (sic) lo costringe ad affrontare Maciste (il culturista americano Samson Burke) che aveva abbandonato il suo paese per allearsi con gli Assiri. In realtà, la colpa del tradimento è della «bella faraona, scambiata per una padovana» che vuole il trono tutto per sé e, quindi, strega Maciste con una pozione magica e lo spinge ad attaccare suo marito. Totokamen è tutt’altro che un eroe, ma riesce a battere ugualmente il muscoloso nemico con una serie di colpi di fortuna e con «il coraggio della paura». Tutto qua: una sequela di battute e giochi di parole piuttosto infantili del tipo «Nefertite? Oh, mi dispiace! Con la nefrite dovrebbe rimanere a letto», «La devi finire con questo incenso! Quante volte devo dirti che sono incensurato?», «Nella locandina ha i geroglifici più piccoli di Peppino del Cairo!», “Tu, prode! – A me non prode niente». Ma almeno, in battaglia, Totò indossa giustamente la corona kepresh… mica il copricapo da regina come in altri film ben più ‘seri’ (ogni riferimento ad “Exodus” è puramente casuale).

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“Totò e Cleopatra”

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L’anno dopo, Cerchio confermò l’ambientazione esotica dell’Egitto non tanto per il successo del film precedente ma per il clamore provocato a Roma, e non solo, nel 1963 dalla realizzazione di “Cleopatra” con Elizabeth Taylor. In una vera e propria corsa contro il tempo, infatti, la parodia uscì nelle sale dopo soli due mesi dal rilascio ufficiale del film di Mankiewicz.

La storia di base è la stessa, ma rivisitata in chiave comica. Marco Antonio (Totò), arrivato in Egitto, subisce il fascino della bella Cleopatra (Magali Noël, neanche minimamente vicina ai livelli di Liz), abbandona Roma e resta ad Alessandria. Fulvia (Moira Orfei!), che vuole che il marito firmi il divorzio per assicurarsi almeno gli alimenti, convince il cognato Totonno, uno schiavista imbroglione, a sostituire il fratello gemello Marco Antonio. Evidentemente, un solo Totò non sarebbe bastato a salvare un film ancora meno divertente dell’altro e in cui la commedia degli equivoci è l’unico spunto per portare avanti la sceneggiatura. Famosa è la scena in cui un doppio Totò si guarda in uno specchio rotto. Il timbro delle battute, invece, diventa più volgare, quasi sempre riferito al sesso (sarà stata colpa della ‘lasciva’ regina tolemaica?), come il «Viva la biga!», gli schiavi Proci con chiari atteggiamenti effeminati e l’elenco delle provincie romane, ‘georeferenziate’ sul formoso corpo di Cleopatra (immagine in alto).

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“Bubba Ho-Tep – Il re è qui” (blooper egittologici)

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82 anni fa (8 gennaio 1935), a Tupelo, Mississipi, nasceva uno dei cantanti più famosi della storia, l’icona stessa del rock ‘n’roll, semplicemente il Re: Elvis Presley. Una vera e propria leggenda che divenne oggetto di culto per milioni di fan, soprattutto dopo la sua morte avvenuta il 16 agosto 1977… forse. Secondo una leggenda metropolitana, infatti, Elvis avrebbe inscenato la sua morte per allontanarsi dal logorante mondo dello show business. E, quindi, dove sarebbe ora? In uno sperduto ospizio del Texas…

Questa è la versione proposta in “Bubba Ho-Tep – Il re è qui”, film diretto nel 2002 da Don Coscarelli (nome che probabilmente dirà qualcosa solo agli amanti dell’horror per la sua serie “Phantasm”): un ormai vecchio Elvis (interpretato dal grande Bruce Cambpell de “La Casa”, “La Casa 2” e “L’Armata delle Tenebre”), dopo aver scambiato identità 20 anni prima con un suo imitatore, è bloccato a letto per un cancro al pene e rimugina sulla sua vita passata, logorato più dalla noia e dalla frustrazione che dalla malattia. Fin qui, non sembrerebbe esserci alcun collegamento con l’antico Egitto; tuttavia, la monotona vita degli ospiti della casa di riposo ben presto verrà sconvolta da un’entità maligna proveniente dalla Valle del Nilo!

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I dubbi sulla pertinenza del film con questa rubrica vengono tolti dai primi fotogrammi che, con due definizioni da vocabolario, spiegano il significato del titolo: una fusione tra “bubba”, appellativo gergale che si dà tra uomini degli Stati Uniti del Sud, e “hotep” che, con il significato di “essere appagato/soddisfatto”, è usato in alcuni nomi egizi, di faraoni e non (Amenhotep, Imhotep, Hotepsekhemuy, Mentuhotep ecc.). Questo perché il nostro Elvis, aiutato da un vecchio di colore convinto di essere John Fitzgerald Kennedy, dovrà vedersela con una mummia vestita da cowboy… Lo so, la trama è completamente senza senso! Il risultato è un’assurda commedia horror diventata subito cult negli USA, ma poco conosciuta da noi (d’altronde, la pellicola è stata distribuita in Italia solo nel 2010 tramite DVD), che va avanti tra soliloqui introspettivi del protagonista e battute più che scurrili, senza che ci sia una sola canzone di Presley nella colonna sonora (per ovvi motivi di costo dei diritti d’autore).

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Tornando alla storia, uno dopo l’altro, gli anziani dell’ospizio muoiono senza che nessuno si faccia domande fino a quando strani avvenimenti insospettiscono Elvis e JFK: giganti scarabei plasticosi irrompono nelle stanze di notte e un’iscrizione geroglifica incisa nel bagno (secondo Kennedy, che dice di saperlo tradurre, il testo dice: “Il faraone mangia le palle dell’asino – Cleopatra fa la zozza”… vedi immagine in alto) palesano la presenza della malvagia entità. Il mostro altri non è che la mummia di uno scriba fatto imbalsamare vivo dal re perché scoperto in flagrante con la regina. Millenni dopo, insieme ad altri reperti, il corpo viene prestato agli USA dal governo egiziano per una mostra itinerante, ma, dopo essere stato rubato, finisce nel fiume nei pressi della casa di riposo dopo un incidente stradale dei ladri. Così, la mummia maledetta trova un ambiente perfetto dove succhiare anime deboli per rimanere in “vita” e sproloquiare in geroglifico!

Riusciranno i nostri pensionati a fermarla?

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“XXVII Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico” (Rovereto, 4-8 ottobre 2016)

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Torna l’appuntamento annuale con la divulgazione archeologica a mezzo cinematografico: a Rovereto (TN), dal 4 all’8 ottobre, si terrà la “27ª Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico”. La manifestazione, organizzata dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto con la collaborazione della rivista Archeologia Viva, vedrà la presenza di 50 film da tutto il mondo appartenenti al “settore della ricerca archeologica, storica, paletnologica, antropologica e comunque aventi come scopo la tutela e la conservazione dei beni culturali”. Tra questi, tre pellicole si occupano di tematiche inerenti all’antico Egitto: “A la dècouverte du temple d’Amenhophis III” del fotografo e cineasta francese Antoine Chéné che da anni lavora con il Centre Franco-Égyptien d’Études de Temples de Karnak, ma che, questa volta, si è occupato del tempio funerario di Kom el-Hettan;  “Ancient Egypt – Life and Death in the Valley of the Kings”, i due documentari realizzati da Ian Hunt per la BBC con protagonista l’egittologa Joann Fletcher.

A margine delle proiezioni, Francesco Tiradritti, direttore della Missione Archeologica Italiana a Luxor (MAIL), terrà una conferenza dal titolo “Ricerche nel cenotafio di Harwa: iniziazione e resurrezione nell’Egitto del VII secolo a.C.”, confermando, così, Tebe Ovest come filo conduttore dell’egittologia presente a Rovereto nell’edizione 2016.

Il pubblico presente in sala eleggerà il film vincitore del consueto Premio “Città di Rovereto – Archeologia Viva” e si conferma la menzione speciale conferita da una giuria di archeoblogger di cui ho l’onore e il piacere di far parte insieme a:

Inoltre, quest’anno avrò la possibilità di essere presente di persona all’evento e di accedere all’importante banca dati fotografica del Museo Civico che contiene oltre 30.000 scatti di Maurizio Zulian da diverse località di Alto e Medio Egitto. Quindi, continuate a seguirmi qui sul blog e sui vari social (Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat: @djedmedu) per essere informati dei prossimi aggiornamenti.

Per il programma completo: http://www.rassegnacinemaarcheologico.it/rica_context.jsp?ID_LINK=114023&area=316&id_context=406393&page=2

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“Agente 007 – La spia che mi amava” (blooper egittologici)

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Ebbene sì: l’agente di Sua Maestà con licenza di uccidere è andato in missione segreta anche tra piramidi e templi egizi. Nemmeno 007 poteva rimanere impassibile di fronte al fascino della Valle del Nilo e delle sue bellezze (non solo monumentali); così, in Egitto è ambientato, almeno in parte, il decimo film ispirato dalla penna di Ian Fleming: “La spia che mi amava”. Il ruolo di James Bond è ricoperto da Roger Moore, mentre la regia è affidata a Lewis Gilbert che aveva già diretto “Si vive solo due volte” con Sean Connery. In piena Guerra Fredda (siamo nel 1977), viene raccontata un’alleanza anglo-sovietica contro un nemico comune, Karl Stromberg, che minaccia di cancellare l’intera umanità per creare una nuova civiltà atlantidea nel profondo degli abissi; il tutto, condito con l’ironia tipica delle pellicole di 007 con Moore.

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La storia si sviluppa in diverse parti del mondo compreso, come anticipato, l’Egitto che, in poco più di mezz’ora, viene mostrato in tutti i suoi luoghi più iconici (e scontati). Due sottomarini nucleari, uno inglese e uno russo, vengono catturati da Stromberg grazie a un sistema di telerilevamento satellitare che, per un tradimento interno, viene rivenduto in segreto. Così, James Bond si reca proprio al Cairo dove si trova la persona venuta in possesso del microfilm con i codici per rintracciare i sommergibili. Si inizia subito con un cliché perché l’agente, vestito come Lawrence d’Arabia, cavalca nel deserto fino a un accampamento in un’oasi a pochi chilometri dalle piramidi di Saqqara (immagine in alto). La scena, poi, si sposta nei vicoletti della Vecchia Cairo, nel cortile della moschea di Ibn Tulun e nelle magnifiche stanze del Gayer-Anderson Museum. L’incontro decisivo con il contatto di 007, però, è a Giza, durante uno dei famosi spettacoli serali di luci e suoni che, tutt’oggi, colorano piramidi e sfinge con un sottofondo musicale. Tuttavia, all’appuntamento si presentano anche il Maggiore Amasova del KGB (Barbara Bach), anch’essa interessata ai codici, e uno dei nemici più popolari dell’intera saga, Squalo o, nella versione originale, Jaws (Richard Kiel; in basso a destra).

Le riprese in notturna a Giza devono essere state problematiche, tanto che il regista fu costretto a rigirare gli spezzoni dei primi piani utilizzando finti fondali e modellini delle piramidi (come è evidente nell’immagine in alto a sinistra). In ogni caso, il killer dalle fauci d’acciaio recupera il microfilm, uccide tutti coloro che ne erano venuti in contatto e fugge verso sud con un furgone nel cui retro s’intrufolano le due spie. Un viaggio che dura una notte con destinazione Luxor. Ed è qui che iniziano i blooper, sostanzialmente dovuti al menefreghismo del regista che incolla nella stessa sequenza luoghi lontani anche centinaia di chilometri.

Il veicolo entra nel tempio funerario di Ramesse III a Medinet Habu attraversando il cosiddetto migdol (Fig. 1; min. 39:53); subito dopo, però, passa sotto il portale (Fig. 2; min. 39:55) che è sul lato est del migdol, non dietro. Si tratta, infatti, dell’ingresso del piccolo tempio di Amon costruito sotto la XVIII dinastia (Amenofi I, Hatshepsut e Thutmosi III), inglobato nel grande complesso ramesside e ampliato in epoca greco-romana. Scesi dal furgone, Bond e la compagna (in questo caso, termine di doppia valenza) si aggirano tra le colonne della grande sala ipostila di Karnak (Fig. 3; min. 40:39) che, in realtà, si trova sull’altra sponda del Nilo. Qui Squalo tende loro un agguato scagliando dall’alto un pesante blocco, scena ripresa in “Assassinio sul Nilo” e in “Natale sul Nilo”. Il masso, però, cade nel Ramesseum (Fig. 4; min. 42:12). Siamo tornati sulla Riva Ovest con la terza location in poco più di due minuti: comincio ad avere il mal di mare…

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Stessa cosa succede dopo un viaggio in feluca che avrebbe dovuto portare 007 al Cairo, ma che, invece, lo conduce ad Abu Simbel (Fig. 51:06) dove si trova il quartier generale dell’MI6, il servizio di spionaggio britannico per l’estero. Ancora una volta, pochi secondi bastano per spostamenti di miglia perché viene inquadrato prima il II pilone di Medinet Habu (Fig. 6; min. 51:10) e poi, dopo un passaggio segreto, il sancta sanctorum (ricostruito) del Tempio maggiore di Abu Simbel (Fig. 7; min. 51:50) usato come ufficio della segretaria dell’agenzia, Miss Meneypenny. Il labirintico rimbalzare da un posto all’altro continua con una finta tomba tebana (Fig. 8; min: 52:10), decorata con scene tratte dalle sepolture di Tutankhamon, Ramesse VI, Seti I, Sennedjem, Nakht ecc., e con la sala ipostila, di nuovo ricostruita, del tempio di Abu Simbel (Fig. 9; min. 53:25).

Finita la parte in Egitto, il film continua per un’altra mezz’ora, ma mi scuserete se non continuo a parlarne: mi sono perso!

 

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“Exodus – Dei e re” (blooper egittologici)

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Dopo aver parlato de “I Dieci Comandamenti”, mi occupo del suo ultimo remake (2014): “Exodus – Dei e re”. Ho affrontato il film abbastanza timoroso a causa delle pessime recensioni ottenute e delle tante polemiche scatenate: dalla solita protesta contro un cast troppo ‘bianco’ al divieto di uscita nelle sale di Marocco, Emirati Arabi e, ovviamente, Egitto per interpretazioni storiche errate e una eccessiva personalizzazione di Dio che è inconcepibile per l’islam. Inoltre, la regia di Ridley Scott (“Alien”, “Blade Runner”, “Il Gladiatore”, “Robin Hood”) faceva presagire una versione tutta CGI dell’Esodo. In effetti, il risultato è un ‘faraonico’ blockbuster da 140 milioni di dollari in cui vengono stravolti sia i dati storici che il racconto biblico. Se dovessi dare un voto per storia, geografia e religione, sarebbe una tripla insufficienza grave e conseguente bocciatura. Ma, dimenticandomi di essere un archeologo, inaspettatamente non ho trovato così male il film; anzi, il personalissimo tocco di Scott – agnostico dichiarato – ha portato a un’interessante versione che non si era mai vista nelle pellicole precedenti e che sopperisce in parte al tipico problema dei remake: si conosce già il finale. Detto questo, nonostante la consulenza dell’egittologo Alan Lloyd (Swansea University), dal punto di vista della materia qui trattata, Exodus è da buttare via e probabilmente presenta l’insieme più corposo di anacronismi in questa rubrica. Come vedrete, i blooper saranno anche particolarmente gravi; per la possibile spiegazione dell’attendibilità storica dei fatti raccontati nella Bibbia, invece, vi rimando alla precedente recensione che risulta fondamentale anche per capire le scelte di Scott.

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Diversamente dal solito, si parte con un Mosè (Christian Bale) già adulto, quindi tutta la parte dell’abbandono nel Nilo è solo raccontata. L’ambientazione storica è sempre la stessa, intorno al 1300 a.C. sotto il regno di Seti I. Siamo nella capitale Menfi (in realtà, era tornata a esserlo Tebe) che, vista dall’alto, mostra subito qualcosa che non va: bellissima ricostruzione virtuale, ma il palazzo del faraone è più simile a un tempio – con pilone, viale di sfingi criocefale intervallate da statue di dèi e obelischi e una grande sala ipostila ispirata a quella di Karnak – e un po’ ovunque spuntano piramidi dove non dovrebbero essere. È vero che Giza e Saqqara erano le necropoli reali di Menfi, ma, essendo città dei morti, si trovavano nel deserto a decine di chilometri dal centro abitato, l’attuale Mit Rahina; in ogni caso, manca la Grande Sfinge e c’è una piramide a gradoni di troppo. Scenografie e costumi, in generale, sono abbastanza credili; lo scenografo Arthur Max, ad esempio, ha compiuto un lungo viaggio per documentarsi, visitando siti in Egitto e musei come il British, il Petrie, il Metropolitan e l’Egizio di Torino. Tuttavia, ci sono comunque gravi sviste come il solito nemes (copricapo del re) indossato anche dalla gente comune, la presenza di cammelli (introdotti solo in età romana), pavoni (importati dall’India dai Romani) e cactus (originari del Nuovo Mondo), l’uso della cavalleria in guerra (gli Egiziani combattevano solo con fanti e carri) e delle staffe (arrivate in Europa dall’Asia centrale nell’Alto Medioevo).

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Tornando alla storia, il faraone (John Turturro) invia Mosè e suo figlio Ramses (Joel Edgerton) a Qadesh, nell’odierna Siria occidentale, per fronteggiare i minacciosi Ittiti. Effettivamente, Seti organizzò una campagna militare per riconquistare la città che era stata perduta in età amarniana, ma i particolari che si vedono nel film si riferiscono senza dubbio alla celeberrima battaglia sul fiume Oronte del 5° anno di regno del successore (1274 a.C.): contesto geografico, strategia, nome delle divisioni, esito semi-fallimentare per gli Egiziani e addirittura il finto bollettino propagandistico enunciato da uno scriba al ritorno che è lo stesso riportato su tutti i templi di Ramesse II. Colpisce anche l’improbabile equipaggiamento di Ramses, bardato di un’inutile armatura d’oro e con in testa un elmo tutt’altro che virile (immagine in alto a sinistra); si tratta, infatti, del copricapo ad avvoltoio – associato alle dee Nekhbet e Mut – indossato dalle regine come Nefertari per enfatizzarne il ruolo materno. Inoltre, i due protagonisti lottano con due spade gemelle (in alto a destra), apparentemente in ferro – il cui uso, nell’Età del Bronzo, è attestato solo in rarissimi casi – e a forma di foglia, quando le armi degli Egiziani erano scudo, arco, lancia, mazza e khopesh (una specie di lama a falcetto). Spade del genere, che comunque erano in bronzo o rame, erano utilizzate dai mercenari Shardana – tra i Popoli del Mare – presenti nei rilievi della Battaglia di Qadesh.

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Intanto, nel Delta orientale (che non presenta aree montuose come mostrato nel film), gli schiavi ebrei costruiscono la città di Pithom l’antica Per-Atum di Horemheb (forse l’odierno sito di Tell el-Maskhuta) – e una grande piramide. Questo anacronismo è una delle cose che ha fatto arrabbiare di più i moderni Egiziani perché, nonostante i luoghi comuni, gli Ebrei non parteciparono alla realizzazione di nessuna piramide che, in ogni caso, è una tipologia di sepoltura reale adottata fino alla XIII dinastia con l’eccezione del cenotafio di Ahmose (fondatore della XVIII din.) ad Abido. Come è noto, i faraoni di Nuovo Regno adottarono tombe ipogee nelle necropoli di Tebe, prima a Dra Abu el-Naga e poi nella Valle dei Re. Di ritorno dalla guerra, Mosè si reca proprio a Pithom per controllare possibili rivolte degli Ebrei e per indagare sugli sprechi del Vicerè Hagep; qui, viene a sapere delle sue origini dall’anziano israelita Nun (Ben Kingsley, attore abbonato a film e serie TV sull’antico Egitto: “Tut“, “Una Notte al Museo 3“), ma sulle prime non ci crede. Solo dopo la morte di Seti – sepolto nel Tempio Grande di Abu Simbel che non era ancora stato realizzato all’epoca – e l’intronizzazione di Ramses, tutti scoprono la verità e Mosè (o Moshé) viene esiliato.

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Il confine egiziano orientale è segnalato dalla Sfinge già senza naso – in realtà distrutto nel 1378 (N.B.: d.C.) dallo sceicco Muhammad Sa’im al-Dahr – che non era stata collocata insieme alle piramidi, ma appare qui, a centinaia di chilometri da Giza. Durante il suo esilio, Mosè si fa una famiglia e, salendo sul Monte Sinai, vede Dio… apparentemente. Sì, perché, da qui in poi, il personale punto di vista ateo del regista indirizza la storia verso un’interpretazione razionale di tutti gli accadimenti miracolosi. La visione del sacro arbusto in fiamme, ad esempio, è fatta passare velatamente come un’allucinazione provocata da un masso che colpisce in testa il profeta durante la scalata della vetta. Inoltre, non è direttamente il Signore a parlargli ma un suo messaggero, Malak, un angelo sotto forma di bambino che guida Mosè verso il ritorno in Egitto e gli suggerisce le mosse per liberare il suo popolo. Anche in questo caso, appare evidente il pensiero di Scott che fa capire che Malak esiste solo nella mente di quello che ormai è diventato un pazzo visionario. Lo stesso Bale ha definito il suo personaggio “barbaro e schizofrenico”. Pazzo sì, ma anche fortunato perché, trascinato dalla casualità degli eventi, convince tutti gli altri, Egiziani ed Ebrei, dell’intervento divino dietro le sue azioni.

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Inizia così la sequenza delle 10 piaghe come se fossero presentate da uno scettico: 1) un’anomala quantità di argilla ferrosa nel Nilo è smossa dai coccodrilli rendendo l’acqua rossa e malsana; 2) di conseguenza, i pesci muoiono e le rane abbandonano il fiume invadendo la città; 3-4) poi, però, anche gli anfibi muoiono e si decompongono sulle strade attirando nugoli di mosche e zanzare; 5) tutti questi insetti provocano ulcere e infezioni sulla pelle di uomini e bestiame; 6) la piena del Nilo si diffonde sui campi facendo marcire ogni pianta con la conseguente moria dei bovini; 7) si aggiungono anche una violenta – ma non infuocata – grandine e 8) un’invasione di locuste che devasta il raccolto rimasto. Le ultime due piaghe sono forse le uniche che hanno una vaga origine misteriosa perché, all’ennesimo rifiuto di Ramses, un’alone di oscurità copre il Paese e tutti i primogeniti egiziani muoiono nel corso della notte. Così, il faraone è piegato e il popolo eletto può finalmente partire per Canaan.

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Di nuovo, però, Mosè appare come uno sprovveduto: guida gli Ebrei nel Sinai con l’intenzione di arrivare agli Stretti di Tiran per attraversare il Golfo di Aqaba – esteso solo una ventina di km in quel punto – durante la bassa marea, ma non conosce la strada, si perde, parla da solo invocando Dio senza risposta, fa finta di aver ricevuto un messaggio divino e arriva molto più a nord, dove il mare è più profondo e la penisola arabica più lontana. Così, i 400.000 fuggitivi, per aver dato retta a un predicatore esaltato, si ritrovano bloccati sulla costa mentre l’esercito di Ramses è alle loro calcagna. Ma la fortuna di Mosè torna a salvarlo perché, al suo risveglio, il livello dell’acqua comincia a calare – a causa di uno tsunami provocato da un meteorite – così da permettere alla sua gente di attraversare il Mar Rosso appena in tempo, prima che – per il ritorno dell’onda – si richiuda inghiottendo i soldati egiziani.

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Con una così grande massa di persone che staziona alle pendici del Monte Sinai in attesa di rimettersi in marcia verso la Palestina, Mosè capisce che ci sarà bisogno di regole, di una struttura giuridica per regolare la vita di questo nuovo Stato che si sta creando. Ed è anche conscio che gli Ebrei saranno visti come invasori dalle genti che vivono già a Canaan. Così, scalpella di suo pugno i Dieci Comandamenti sulle due Tavole della Legge: non c’è alcun intervento divino – se si esclude la presenza di Malak che, comunque, sparisce nelle inquadrature più larghe – nessun vortice infuocato che incide la pietra come nell’illustre precedente cinematografico del 1956. Questo patto tra Yahweh e il suo popolo, come scrive il prof. Liverani (“Antico Oriente”, pag. 665), prenderebbe spunto dai patti firmati nel Tardo Bronzo tra grande re e piccolo re, come tra il faraone e i governatori delle città-Stato del Levante. Ma quale lingua è stata adottata nel film per scrivere i comandamenti? Alan Lloyd dice di aver optato per il paleo-ebraico, una variante dell’alfabeto fenicio, le cui prime attestazioni, però, risalgono solo al X secolo a.C. Il racconto si chiude con un vecchio Mosè che, trasportato in un carro insieme all’Arca dell’Alleanza (nessun cherubino dorato, solo una semplice cassa di legno), è conscio che non ce la farà ad arrivare alla tanto agognata meta con il suo popolo.

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“I Dieci Comandamenti” (blooper egittologici)

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Dopo una vera e propria impresa biblica, sono riuscito finalmente a terminare di scrivere questo articolo! Infatti, nonostante le quasi 4 ore di film non fossero così invitanti, non potevo esimermi dal parlare di quello che, insieme a “Cleopatra”, è il kolossal più famoso sull’antico Egitto: “I Dieci Comandamenti”.

La storia è nota a tutti ed è stata sfruttata più volte dal mondo del cinema, come nel lungometraggio della DreamWorks “Il Principe d’Egitto” o nel recente “Exodus – Dèi e re” di Ridley Scott. Ma pochi sanno che la celeberrima pellicola del 1956 di Cecil B. DeMille è un remake dell’omonimo film diretto nel 1923 dallo stesso regista che, quindi, riprese il soggetto sfruttando del materiale girato oltre 30 anni prima – anche grazie a un uso sperimentale del Technicolor – e richiamando a recitare Julia Faye (Nefertari nel 1923, moglie di Aronne nel 1956). Una curiosità: nel 2012, un gruppo di archeologi ha scoperto nelle sabbie della California una sfinge colossale che faceva parte proprio della scenografia del primo film (immagine in basso).

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Source: livescience.com

Tornando alla ‘nuova’ versione, l’opera di DeMille può essere considerata, senza dubbio alcuno, una pietra miliare nella storia di Hollywood. Risalta ovviamente la spettacolarità della resa visiva garantita dalle tipiche opulenti ambientazioni anni ’50 e dagli effetti speciali che valsero l’unico premio Oscar su 7 nomination. Come dimenticarsi dell’iconica scena dell’apertura del Mar Rosso? Tuttavia, non va sottovalutato nemmeno il dualismo degli antagonisti Charlton Heston – scelto perché somigliante al Mosè di Michelangelo –  e Yul Brynner-Ramesse. L’estrema lunghezza, però, appesantisce la visione, nonostante gli evidenti tentativi di snellire la storia, come il taglio della piaga delle rane e il finale che appare sbrigativo. Dal punto di vista ‘egittologico’, invece, si riscontrano i classici errori del caso (nemes reale indossato anche da esponenti delle classi sociali più basse, geroglifici senza significato, pavimenti in marmo, edifici cartonati), ma, in generale, l’insieme è abbastanza credibile perché costumi e oggetti di scena sono stati riciclati dall’ottimo film “Sinuhe l’egiziano” uscito due anni prima. Si riscontra anche qualche abbozzo di ricerca storica, come nella scena del balletto durante il giubileo di Seti che prende spunto dai rilievi della tomba di Mehu a Saqqara (VI dinastia). Meno del 5% delle riprese è effettivamente girato in Egitto, soprattutto Monte Sinai e il deserto della penisola, mentre per il resto ci sono set ricostruiti e pannelli dipinti.

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Un’analisi più accurata della sceneggiatura necessita, per forza di cose, la valutazione dell’attendibilità storica dell’epopea di Mosè e, quindi, del racconto biblico che, comunque, non è l’unica fonte d’ispirazione del film (alcuni spunti sono stati presi da Midrash, Corano e Giuseppe Flavio, altri sono completamente inventati). Uno studio del genere, però, risulta decisamente problematico a causa della sudditanza che la civiltà occidentale, a chiare radici cristiane, ha sempre avuto nei confronti della Bibbia. Nel corso dei secoli, le Sacre Scritture non sono mai state messe in discussione e l’archeologia biblica ha spesso cercato conferme dei dati presenti nei versetti. L’indagine scientifica laica è stata osteggiata per decenni e, in alcuni casi, lo è tuttora; per questo, rispetto alle altre civiltà del Vicino Oriente, quella ebraica è meno nota dal punto di vista archeologico. Perfino Sigmund Freud si è cimentato nell’argomento scrivendo nel suo ultimo saggio, “Der Mann Moses und die monotheistische Religion”, che Mosè era in realtà un principe della corte di Akhenaton che trasmise il monoteismo amarniano agli Ebrei. Bisogna ricordare, però, che la Bibbia comprende una serie di reinterpretazioni funzionali di periodi remoti che precedono di secoli, se non di millenni, la sua redazione (forse iniziata nel VII secolo a.C.). In pratica, il Vecchio Testamento non è altro che una ricostruzione, a fini religiosi, legislativi e propagandistici, della nascita dello Stato d’Israele; un po’ come l’Eneide di Virgilio mitizza la fondazione di Roma. Ma se è sbagliato inseguire la prova di eventi veramente accaduti, si possono comunque individuare possibili influenze storiche.

I Parte

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DeMille colloca l’intera vicenda nel XIII secolo a.C., durante i regni di Ramesse I (1292-1291), Seti I (1290-1279) e Ramesse II (1279-1212, nell’immagine in alto). Il primo compare solo all’inizio quando, spaventato dalla proliferazione degli Ebrei nella terra di Gessen (Delta orientale), dà ordine di uccidere tutti i loro neonati di sesso maschile. In realtà, la Bibbia fa riferimento a due soli sovrani, senza specificarne il nome, e che, quindi, possono essere definiti il “faraone dell’oppressione”e il “faraone dell’esodo”. La scelta di questi re è dovuta dal fatto che si legge (Es 1,1-22) che il popolo schiavizzato di Israele costruisce le città-granaio di Pitom (fondata già sotto Horemheb) e Pi-Ramesse, la nuova capitale di Ramesse II. Non essendoci fonti egiziane che parlano dell’Esodo, è difficile trovare un riscontro; la più antica menzione degli Ebrei, invece, si trova nella “Stele di Merenptah” (1213-1203), in cui il termine ysrỉr è incluso tra i popoli sconfitti. Per questo, alcuni pensano che Merenptah possa essere il “faraone dell’esodo”. Un’altra teoria farebbe coincidere gli Ebrei con gli Shasu, beduini nomadi attestati già sotto Amenofi III (1387-1348). Israel Finkelstein (Tel Aviv University), invece, crede che la storia sia molto più recente e che sia da ricondurre allo scontro tra Necao II (XXVI din.) e Giosia di Giuda (648-609). Più semplicemente, il racconto potrebbe non riferirsi ad alcun momento in particolare: la pressione di popolazioni asiatiche, anche semitiche, sui confini orientali è sempre stato un problema del Basso Egitto, così come sono numerosi i testi che parlano di campagne militari contro le tribù del deserto. Situazione che sfociò nelle dinastie straniere durante il II Periodo Intermedio. Quest’ultima circostanza, fra l’altro, è stata utilizzata pochi giorni fa da Mustafa Waziri, direttore delle Antichità di Luxor, per la sua personale interpretazione dell’Esodo che, quindi, risalirebbe al XV secolo a.C. Secondo la sua teoria, il Faraone non sarebbe stato nemmeno ‘egiziano’ ma Hyksos.

L’argomento schiavitù, invece, merita un approfondimento maggiore che svilupperò nella rubrica “bufale eGGizie”. Basti sapere solo che, durante una visita ufficiale al Museo Egizio del Cairo nel 1977, il Primo ministro israeliano Manachem Begin affermò orgoglioso: «Noi costruimmo le piramidi!». Poi ammise l’errore e chiese scusa.

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Tornando al film, per salvare il figlio appena nato dal massacro voluto da Ramesse, Iochebed lo ripone in una cesta e lo abbandona nel Nilo (luogo che, tra serpenti, coccodrilli, ippopotami e mulinelli, è sicuramente adatto a un neonato…) dove viene ritrovato proprio dalla figlia del faraone, Bithia. La principessa, vedova e sterile, decide di tenere il bambino e di adottarlo chiamandolo Mosè (Es 2,1-10). Le teorie sull’etimologia del nome sono varie, tutte da verificare, dalla classica biblica “salvato dalle acque” ad altre che prendono in considerazione la lingua egizia: da messw “generato/nato da (=bambino)” o da mw “acqua” e swt “giunco”, dove s’incastrò la cesta. Sembra comunque evidente che siamo nel campo delle speculazioni. Più interessante è l’origine del racconto, cioè il “mito dell’esposizione” che è un motivo letterario presente in molte civiltà del passato e che sembra avere come radice la Leggenda di Sargon di Akkad (XXIV-XXIII sec. a.C.): «Sargon, re potente, re di Akkad, sono io […] Mia madre, la somma sacerdotessa, mi ha concepito e nel segreto mi ha partorito. Ella mi ha posto in una cesta di giunchi, con la pece mi ha sigillato le porte. Mi ha lasciato nel fiume dal quale non potevo salire […]». L’abbandono del futuro eroe infante è riscontrabile anche dopo la nascita di Paride e di Romolo e Remo e ha significative somiglianze con il mito di Horus, nascosto dalla madre Iside proprio nelle paludi del Delta.

Gli anni passano e Mosè diventa principe al pari del fratellastro Ramesse con cui da subito ha un rapporto di competizione per il trono e di gelosia per il cuore della bella Nefertari (Anne Baxter): chi avesse sposato la favorita del re, infatti, sarebbe diventato il futuro faraone. Questo significa che Nefertari era figlia di Seti e che, quindi, si sarebbe prospettato un incesto, normalissimo per la civiltà egizia ma scabroso per la bigotta America degli anni ’50 e sottaciuto nel film. In ogni caso, la presenza della bella di turno è una completa invenzione degli sceneggiatori per inserire l’immancabile storia d’amore. Come si vede nella foto in alto, Mosè e Ramesse hanno una particolare ciocca di capelli che ricade sul lato destro della testa; peccato che si tratti della “treccia della gioventù” che i bambini maschi portavano fino al 10° anno di età. I due mi sembrano un po’ troppo grandicelli per quel taglio; inoltre, se vogliamo essere pignoli, solo Yul Brynner lo rispetta a pieno essendo calvo già di suo. Intanto, tra gli Ebrei si sparge la voce della futura venuta di un liberatore che li avrebbe affrancati dalla schiavitù e Ramesse assolda Dathan, una sorta di kapo, con talenti d’oro (ma in Egitto le monete compaiono solo nel VI-V sec. per pagare i mercenari greci) per avere informazioni a riguardo.

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Mosè scopre le sue vere origini e decide di abbandonare la corte per vivere come uno schiavo tra il suo popolo, ma viene arrestato e condotto di fronte a Seti durante il suo giubileo. Nell’antico Egitto, però, il giubileo, o Heb-Sed, era una festa celebrata al 30° anno regno, e poi ogni tre, per rinnovare la forza del faraone; Seti I rimase al trono solo per 10 anni circa. A questo punto, c’è un’incongruenza con il racconto biblico (Es 2,16-22) che vede Mosè fuggire nel deserto del Sinai; invece, nel film, l’ebreo viene condotto al confine orientale e bandito dall’Egitto. Sullo sfondo finto (nell’immagine in alto, si vede il diverso colore della sabbia), si stagliano due piramidi che, al di là del loro aspetto in rovina che ovviamente si riferisce ai giorni d’oggi, sono fuori luogo per un altro motivo. Si tratta, infatti, delle piramidi di V dinastia di Neferirkara Kakai (a destra) e di Sahura (sinistra) che si trovano ad Abusir, centinaia di km a sud del confine orientale e, per giunta, nel deserto occidentale. Nel paese di Madian, ai piedi del Monte Sinai, Mosè vive per anni in una tribù di pastori, si sposa con Sefora e ha due figli (nel film uno), fino a quando viene chiamato da Dio sotto forma di rovo ardente che gli dice di tornare indietro a liberare il suo popolo.

II Parte

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Il profeta si presenta a palazzo dove il nuovo faraone Ramesse sta ricevendo tributi dagli ambasciatori dei popoli stranieri. Tra questi, gli sceneggiatori aggiungono anche un improbabile legato di Priamo re di Troia. Da questo momento, inizia la rappresentazione delle 10 piaghe che, però, si limita solo alla tramutazione dell’acqua in sangue (immagine in alto),  alla grandine infuocata, all’oscurità e alla morte dei primogeniti egiziani . Le altre, rane (eliminate durante il final cut), zanzare, mosche/pidocchi, moria del bestiame e ulcere, sono solo nominate. Anche in questo caso, molti hanno provato a trovare una spiegazione più o meno scientifica alle piaghe. Perfino Ramesse nel film cerca di razionalizzare la prima dicendo di aver sentito che un pezzo di montagna si era staccato in Etiopia e aveva tinto di rosso il fiume. Effettivamente, prima che la Grande Diga di Assuan interrompesse il fenomeno, il Nilo diventava più scuro grazie all’apporto delle acque torbide del Nilo Bianco e dell’Atbara che nascono dall’Acrocoro Etiopico. Qui, all’arrivo delle piogge monsoniche, i due affluenti si caricavano di terreno ferroso e portavano in Egitto il fertile limo con la piena. IN generale, tutto sarebbe stato scatenato da una serie di fenomeni climatici successivi a un grande evento distruttivo. In particolare, Robert K. Ritner (Oriental Institute di Chicago) parla della celeberrima eruzione di Santorini (1628 a.C.) che proiettò pomici fino al Delta dove sono state trovate negli strati archeologici del II Periodo Intermedio (possibile grandine infuocata). La cenere vulcanica avrebbe poi oscurato il cielo per giorni (eclisse) e favorito la proliferazione di alghe rosse rendendo più acido il pH dell’acqua (tramutazione in sangue). Con questa nuova acqua meno salubre, sarebbero morti i pesci, lasciando spazio alle rane, e i capi di bestiame la cui putrefazione avrebbe attirato insetti, causa a loro volta delle pustole. Le cavallette, invece, con i loro escrementi avrebbero favorito la formazione di microtossine sul grano divenuto letale per chi, come i primogeniti, aveva doppia razione. Tutto troppo macchinoso e inutile! Le piaghe probabilmente sono solo una descrizione metaforica di un periodo caratterizzato da carestie e sconvolgimenti climatici.

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Finalmente Ramesse si convince a lasciar partire gli Ebrei verso est, ma, spinto dalla voglia di vendetta, prepara l’esercito per l’inseguimento. Tra i soldati, vengono mostrate anche le guardie Shardana, gruppo di Popoli del Mare caratterizzato dall’elmo cornuto e rappresentato anche nei rilievi della battaglia di Qadesh (nel doppiaggio italiano, però, vengono chiamati ‘Sardi’, forse fomentando la fissa di alcuni fantarcheologi isolani che debunkerò prossimamente). Però, come tutti sanno, le truppe egiziane saranno ingoiate dalle acque del Mar Rosso e Ramesse tornerà da solo a palazzo, anche se la Bibbia non specifica la sorte del Faraone. Anche in questo caso, esiste una bufala che rispunta puntualmente ogni anno secondo la quale, a largo della città di Ras Gharib, sarebbero stati ritrovati oltre 400 scheletri e i resti di armi e carri da guerra inglobati nella barriera corallina. L’apertura miracolosa del mare, invece, è spiegata con tsunami o con forti venti da est.

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Ultimo particolare da rilevare è la forma del vitello d’oro, idolo pagano fatto realizzare da Dathan (nella Bibbia da Aronne) fondendo i gioielli delle donne e tutti i tesori portati dall’Egitto (Es 32,4). La statua s’ispira chiaramente al Toro Api, con il disco solare tra le corna, che, però, non era mai rappresentato seduto sulle zampe posteriori.

P.S. Ricordate il 13° comandamento: “Ricordati di condividere questo articolo!”

 

 

 

 

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“Gods of Egypt” (blooper egittologici)

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Per la prima volta da quando è nato questo blog, sono andato al cinema appositamente per scrivere un articolo da inserire nella rubrica Blooper egittologici: non avrei potuto scegliere occasione peggiore. “Gods of Egypt”, infatti, va dritto sul podio delle più brutte opere finora recensite, seppur non riuscendo a superare il primato assoluto che, in extremis, rimane a “The Pyramid”. E il fatto che non abbia potuto apprezzare a pieno tutte le potenzialità del film – nella mia città non era disponibile la versione in 3D – non fornisce di certo alcuna attenuante. Proprio per l’insolita genesi di questo post, esprimerò le mie reazioni a caldo senza soffermarmi sui particolari e utilizzerò immagini prese dalle pagine social ufficiali della pellicola.

CTtf7TtUwAApGdw.jpgIl film, diretto da Alex Proyas (“Il corvo”, “Io, Robot”), partiva con grandi ambizioni grazie a un budget di 140 milioni di dollari e a una pressante campagna pubblicitaria, cavalcando una moda egittomaniaca che sembra aver contagiato il grande e il piccolo schermo negli ultimi due o tre anni (“Exodus”, “The Pyramid”, “Notte al museo – Il segreto del faraone”, “Tut”). Nonostante ciò, negli USA, gli incassi sono stati veramente scarsi e, in Inghilterra, è probabile che sarà rilasciata solo la versione in DVD. Inoltre, ancor prima dell’uscita nelle sale, il regista è stato costretto a scusarsi per la scelta di un cast troppo ‘caucasico’; polemiche del genere sono frequenti nei film che trattano di Egitto antico, ma, questa volta, si è decisamente esagerato visto che gli attori di colore sono solo due – con parti marginali per giunta – e quelli bianchi hanno tratti tutt’altro che mediterranei. Fra l’altro, sembra che nella versione originale Gerard Butler, il villain della situazione, non si sia nemmeno sforzato di mascherare il suo accento scozzese.

La storia racconta di un giovane principe che lotta per il suo legittimo trono e vendica la morte del padre sconfiggendo il malvagio zio che si era appropriato della corona. No, non è il Re Leone ma una libera, molto libera, reinterpretazione del mito di Horus e Seth, arrivato fino a noi attraverso diverse versioni che, come vedremo, si discostano tutte dalla sceneggiatura del film. Siamo in un periodo fantastico in cui uomini e dèi vivono insieme nella Valle del Nilo. Effettivamente, all’inizio del “Canone Regio” di Torino (il papiro con un’importantissima lista dei faraoni redatta probabilmente sotto Ramesse II), sono indicati proprio Ptah e altre divinità al governo del Paese; il problema è che, in “Gods of Egypt”, le uniche differenze che questi esseri mitici hanno con le normali persone sono una maggiore altezza (avranno preso spunto dalla particolare scala gerarchica dell’arte egizia che, di solito, viene sfruttata come ‘prova’ dai fantarcheologi convinti dell’esistenza dei giganti) e la possibilità di trasformarsi. Quest’ultima caratteristica è forse la cosa peggiore del film: gli dèi sono tutti antropomorfi, ma possono acquisire i loro connotati zoomorfi con una specie di armatura da Cavalieri dello Zodiaco che spunta con effetti degni della prima serie dei Power Rangers. Per di più, Horus & Co. sono tutti mortali; d’accordo, la mitologia egizia dice che Osiride muore per mano di Seth, ma, qui, gli dèi possono rimetterci le penne anche precipitando dall’alto, schiacciati dalle macerie, avvelenati da serpenti, bruciati dal fuoco e perfino di vecchiaia dopo 1000 anni. In pratica, abbiamo poco più di supereroi con qualche potere speciale. La stessa CGI che ‘veste’ i protagonisti è stra-abusata per la creazione di un’ambientazione da parco tematico che sembra essere stata partorita dallo stesso scenografo del video “Dark Horse” di Katy Perry. Gli attori avranno passato mesi a recitare davanti a pannelli verdi e, se sono vere le proprietà psicologiche di quel colore, almeno avranno stemperato in parte lo stress dovuto alla partecipazione a un flop clamoroso. L’Egitto così rappresentato è il trionfo trash dell’oro, presente anche, se non bastasse già quello spalmato ovunque, nelle vene degli dèi. Dalle loro ferite, infatti, sgorga il prezioso metallo fuso rifacendosi, almeno per una volta, alla tradizione faraonica che vede le membra divine fatte proprio d’oro (ed è l’unica cosa che ho apprezzato in 127 minuti). Inutile, poi, analizzare l’attendibilità di edifici che appartengono a un mondo parallelo, a un universo fantasy glitterato in cui piramidi spuntano su isole nel Nilo e un obelisco supera i 1.100 metri (il grattacielo più alto oggi arriva a 828).

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Tornando alla storia, Osiride – che assomiglia al Re di cuori delle carte francesi – vorrebbe cedere il trono al giovane figlio Horus (Nikolaj Coster-Waldau), ma il fratello Seth (Gerard Butler) lo uccide insieme a Iside, strappa entrambi gli occhi al nipote e rende schiavi dèi e uomini. Il breve combattimento tra Horus e Seth è, senza esagerare, la fotocopia della scena di “300” in cui Leonida, qui con barba un po’ più corta e lustrini a coprire il petto, si lancia contro i Persiani con alternanza di rallenty e fast motion. In realtà, il mito narra che l’invidioso Seth sigilla con uno stratagemma il fratello in una bara e lo fa annegare, per poi trucidarlo e sparpagliarne i pezzi lungo il Nilo. Iside, dea anche della magia, riesce poi a recuperare tutti i brandelli del cadavere dello sposo a eccezione del pene – sostituito con un membro posticcio -, ricomporli e ad avere un rapporto sessuale con il cadavere di Osiride. Solo in questo momento viene concepito Horus che, quindi, non era ancora nato alla morte del padre. Il dio falco viene nascosto da Iside durante la giovinezza e poi perde SOLO un occhio durante lo scontro con Seth, prima di compiere la sua vendetta e prendersi il trono dell’Egitto (particolarmente interessante è la versione del Papiro Chester Beatty I in cui i due si contendono la corona di fronte a un vero e proprio tribunale con tentativi di depistaggio, inganni, liti, prove da superare e perfino scene prossime al porno).

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Nel film, invece, Horus, ormai cieco, è esiliato da Seth nel deserto dove viene contattato da un giovane ladro, Bek (Brenton Thwaites), che si propone di recuperare i suoi occhi in cambio della liberazione della ragazza, Zaya (Courtney Eaton). La giovane, infatti, è diventata la schiava dell’architetto di Seth ed è, così, in grado di arrivare ai progetti dei magazzini dove sono custoditi gli udjat. In questi sotterranei, Zak supera con la massima scioltezza diverse trappole mortali, in un misto tra “Indiana Jones” e “Prince of Persia”, ma riesce a prendere un solo occhio. Intanto, Zaya viene uccisa e, accompagnata da Anubi, arriva quasi al giudizio dell’anima durante il quale, a differenza di quello che si legge nel capitolo 125 del Libro dei Morti, si salvano solo i ricchi i cui tesori pesano più della piuma di Maat. A questo punto, c’è bisogno dell’aiuto del dio supremo Ra (Geoffrey Rush), che vive in una specie di stazione orbitante oltre l’atmosfera terrestre e che combatte, giorno dopo giorno, contro il serpente del caos Apofi (praticamente il Nulla de “La Storia Infinita” con la bocca di un Tremor). Horus e Bek raggiungono quest’astronave attraversando uno Stargate (come avete notato, il film è permeato da un continuo, fastidioso senso di déjà-vu che aggrava la scarsa originalità della storia) e prendono un’ampolla di un’acqua sacra da versare nel pozzo che va al centro del mondo, fonte del potere di Seth (anche questo non vi ricorda qualcosa?). Per arrivare alla meta, però, Horus e Bek, con l’aiuto del saggio Toth, risolvono perfino l’enigma della Sfinge. Peccato che questa caratteristica del leone a testa umana sia stata introdotta solo con Esiodo (VIII-VII sec. a.C.) nel mito di Edipo. In ogni caso, saltando un’altra inutile mezz’ora di girato, si va verso lo scontro finale tra Horus e Seth che combattono con lance laser alla “Star Wars” e allo scontatissimo finale che non vi anticipo.

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Il giudizio complessivo del film, pur non tenendo conto di una visione completamente distorta dell’antico Egitto e della sua religione, è ovviamente più che negativo. Per tutto ciò che ho scritto in precedenza, sconsiglio a chiunque di perdere tempo a guardarlo, nemmeno con l’ottica di farsi due risate con gli amici perché, nonostante sia un blockbuster uscito male, “Gods of Egypt” si prende sul serio mancando di una qualsiasi traccia di ironia e, soprattutto, di autoironia. Dal lato opposto, non c’è nemmeno l’epicità che ci si aspetterebbe da una storia mitologica. Le scene si susseguono velocemente senza pathos o suspense (Es. Horus: “Ra, ti prego, aiutami, non riesco a trasformarmi senza entrambi gli occhi”; un secondo dopo, puff, ecco l’armatura) e non sembrano nemmeno legate tra loro; i combattimenti sono troppo brevi; le altre scene d’azione sono stereotipate, per non dire scopiazzate altrove; tutte le reazioni sono innaturali; la sensualità dell’unica situazione ‘scabrosa’ è pari a quella di una soap argentina. In più, la computer grafica è veramente oppressiva e mal impiegata, soprattutto quando – e qui c’è voluto occhio – ci si accorge che alcune piramidi galleggiano senza un contatto fisico con la sabbia sottostante.

 

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Gli Oscar dell’Egittologia

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Statuetta di Ptah, legno dorato, dalla tomba di Tutankhamon (Museo Egizio del Cairo, JE 60939)

Questa notte, si terrà l’88ª edizione degli Academy Awards durante la quale verranno assegnati oltre 20 Oscar. Nella storia del premio, qualche statuetta è finita anche a film che, in un modo o nell’altro, si sono occupati dell’antico Egitto e che ho recensito per la rubrica “Blooper egittologici”. Ovviamente, si tratta di quasi tutti riconoscimenti di carattere tecnico. Ecco quali (tra parentesi, l’anno di assegnazione):

Cleopatra (1935)

  • Miglior fotografia: Victor Milner

I Dieci Comandamenti (1957)

  • Migliori effetti speciali: John Fulton

Cleopatra (1964)

  • Miglior fotografia (colore): Leon Shamroy
  • Miglior scenografia (colore): John DeCuir, Jack Martin Smith, Hilyard Brown, Herman Blumenthal, Elven Webb, Maurice Pelling, Boris Juraga, Walter M. Scott, Paul S. Fox e Ray Moyer
  • Migliori costumi (colore): Irene Sharaff, Vittorio Nino Novarese e Renié
  • Migliori effetti speciali: Emil Kosa Jr.

Assassinio sul Nilo (1979)

  • Migliori costumi: Anthony Powell

I Predatori dell’Arca Perduta (1982)

  • Miglior scenografia: Norman Reynolds, Leslie Dilley e Michael Ford
  • Miglior montaggio: Michael Kahn
  • Miglior sonoro: Bill Varney, Steve Maslow, Gregg Landaker e Roy Charman
  • Migliori effetti speciali: Richard Edlund, Kit West, Bruce Nicholson e Joe Johnston
    • Miglior montaggio degli effetti sonori: Ben Burtt e Richard L. Anderson

Il Principe d’Egitto (1998)

  • Miglior canzone: “When You Believe”, musica e testo di Stephen Schwartz
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“Il Faraone” (blooper egittologici)

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Questa volta, vi presento un film di nicchia che difficilmente troverete in TV se non proposto da Ghezzi alle 2 di notte per “Fuori orario”. Al massimo, potete guardare la versione completa in polacco, ma con sottotitoli in inglese, su youtube. Detta così, in effetti, non sembrerebbe invitante, ma io ve lo consiglio vivamente perché è uno delle pellicole più interessanti tra quelle recensite finora per la rubrica “Blooper egittologici”. Parola di Guidobaldo Maria Riccardelli (e vediamo se capite il riferimento!). Però, non sarò io ad analizzare “Il Faraone”, ma lascerò la “tastiera” ad Andrea Fiorini da Bologna dopo aver letto e apprezzato molto il suo lavoro inviatomi via mail.

Faraon

“Il Faraone” (“Faraon”) è un film di produzione polacca del 1966 diretto da Jerzy Kawalerowicz, animato da seri propositi filologici che non sempre, nel corso delle oltre due ore di durata, riescono nell’intento.

Il film narra delle vicissitudini che portarono alla conclusione il Nuovo Regno egiziano (1551-1070 a.C.), quando la XX dinastia (1186-1070 a.C.) – nell’interpretazione degli sceneggiatori – termina di fatto con la morte violenta del giovane Ramesse XIII appena salito al trono. Questo re nella realtà non è mai esistito, ma la sua vicenda si pone al servizio della maggiore riuscita drammatica della finzione cinematografica.

I fatti si svolgono in uno dei più controversi momenti della storia egiziana quando la figura stessa del faraone – dio incarnato – viene messa in crisi dal conflitto che la monarchia ebbe con il clero di Amon a Tebe, il più influente del paese. La crisi sfociò nella scissione in due regni (endemica dinamica storica nell’Egitto faraonico), ponendo termine al momento di maggiore gloria dell’Egitto, allorché al nord andò a regnare il re Smendes. Egli regnerà dalla capitale fondata due secoli prima da Ramesse il Grande; il potentato del sud avrà il suo baricentro a Tebe – le insegne del potere in mano al Gran Sacerdote Herihor, già generale dell’esercito, che nel film è uno dei protagonisti. E’ da questo momento che i sacerdoti di Amon divennero i veri detentori del potere su tutta la Valle del Nilo, il così detto Alto Egitto.

Il contrasto tra il clero tebano ed il giovane principe Ramesse sfocia in aperta conflittualità quando le alte gerarchie del Tempio di Karnak scendono a compromessi con alcuni potenti mercanti fenici, doppiogiochisti consiglieri per gli affari esteri del faraone. Essi agiscono da intermediari con gli Assiri – regno mesopotamico in forte ascesa politica e militare – che in realtà si mostrano sprezzanti dinnanzi alle richieste della corona egiziana di fare fronte agli annosi arretrati che devono all’Egitto.

Alla morte dell’anziano re, Ramesse XII (1099-1070 a.C.), il figlio, l’impulsivo ed inesperto Ramesse XIII, per porre fine alle ingerenze di Karnak sulla politica della corona, dando mostra di scarso acume diplomatico, dichiara guerra agli Assiri. Per affrontare le enormi spese necessarie ad organizzare una spedizione bellica in grande stile, come si conviene all’ultimo dei Ramessidi, il neo-faraone dispone parte del depauperamento del tesoro di Stato. L’atteggiamento risoluto di Ramesse, al quale si frappone anche la Regina madre che lo consiglia ad agire con maggiore oculatezza, è teso anche a sfamare il popolo stremato da anni di crisi interna.

Tutto ciò è troppo per l’eminenza grigia di Tebe, e scatena la reazione del sommo sacerdote Herihor che dapprima scioglie i corpi ausiliari dell’esercito, tra cui i contingenti libici (che si danno al saccheggio di Menfi), impedendo poi al re di accedere al Tesoro di Stato, presente negli oscuri meandri sotterranei del tempio di Amon a Karnak. Che si tratti di Karnak si presume, non s’intuisce, dal momento che i fatti si svolgono in maniera sincopata tra una Menfi che mai si intravede ed una Tebe che si potrebbe definire uscita piuttosto dal cinema di Pasolini.

Herihor ponendo fine ad ogni problema (tagliando la testa al Toro possente potremo con ironia sottolineare), servendosi di un perfetto sosia del re, uno spiantato esule greco (?!), addestrato negli anni a muoversi e a parlare come l’originale, decide di eliminare Ramesse XIII. La scena finale che descrive la morte del re è, in assoluto, una delle più coinvolgenti del film.

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Il porre in risalto la contrapposizione tra la corona ed il clero più potente del paese è una palese metafora del dibattito sulla laicità che perdura da oltre un secolo in Europa. Ciò è più vero se si considera come la Polonia, paese produttore della pellicola, facesse parte, negli anni in cui il film fu realizzato, del Blocco Sovietico. E’ comprensibile, allora, e rivista oggi con comprensivo sguardo contemporaneo, come la qualità generale della sceneggiatura risenta in maniera marcata di un approccio ideologico (forse critico?) in chiave marxista.

Il parallelo tra l’Europa del 19° e 20° secolo e l’Egitto appena uscito dall’Età del Bronzo, è però un’evidente forzatura.

In quale misura la vera ragione che portò la scissione dei poteri nel paese del Nilo all’inizio del Primo Millennio a.C., sia stata, in effetti, lo spropositato potere del sacerdozio di Amon, è una realtà storica che gli studi egittologici hanno ricostruito con una certa nettezza (e tale potere partiva da molto lontano). Piuttosto si deve sottolineare come la monarchia ad elezione divina aveva connotati universali tali che, sul puro piano intellettuale, estendeva il proprio dominio su tutte le terre e su tutte le genti del mondo allora conosciuto. Il film di Kawalerowicz non coglie la connotazione culturale dell’Egitto a cavallo tra Nuovo Regno e Terzo Periodo Intemedio, ed, anzi, lo distorce, annullando in tal modo la vera dimensione documentaria che in potenza, poteva avere questo lodevole esperimento d’arte cinematografica.

Il faraone deteneva ogni potere decisionale sugli uomini che gestivano il culto dei templi, da qui uno dei paradossi del film: gli sceneggiatori hanno evidenziato tale assunto nella scena in cui Ramesse XIII appena investito degli attributi regali sceglie in modo arbitrario, nel novero dei presenti nella Sala del Trono, il sacerdote che lo dovrà sostituire nel culto giornaliero.

Al di là della debolezza di una dinastia che, è bene sottolinearlo, è stata composta vieppiù da sovrani la cui durata di regno fu assai breve, e che quindi aveva esplicite responsabilità sulla crisi della Corona, il clero di Amon a Karnak non era uno Stato nello Stato, come la storiografia della prima metà del 20° secolo ha con perniciosa insistenza sostenuto.

Tale pensiero, si diceva, veniva a riflettere non di meno ciò che che avvenne in Europa per effetto delle teorie marxiste, quando, dallo scontro tra Stato e Chiesa, verrà a dipendere il panorama storico di cui oggi il mondo occidentale è erede. In quest’ottica diviene forzatura anche la presenza nel film della giovane ebrea che darà l’erede a Ramesse.

La laicità non fu propria dell’Egitto dei Faraoni, e un Ramesse XIII, personaggio fittizio, che fa abbattere i portali del tempio è immagine improponibile, ancorché anacronistica.

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C’è un ulteriore aspetto del tutto ignorato da Kawalerowicz; una sfumatura che, nel complesso, avrebbe dato un carattere storico realmente filologico al film: l’omessa presenza di una figura fondamentale per gli equilibri politici nell’Egitto dell’epoca , ovvero la “Divina adoratrice di Amon”. Costei, figlia del faraone, veniva data in sposa, nell’Egitto dell’epoca, al Grande Sacerdote di Amon, quale matrimonio “diplomatico” teso ad unire, anche nella teologia, e nel rituale, le due parti in contrasto: monarchia/clero di Amon. La dinastia delle Divine adoratrici (chiamate anche “Spose di Dio”), diverrà, attraverso i secoli del Terzo periodo intermedio prima, e del Tardo periodo dopo, le reale detentrice del potere a Tebe, a cui verranno attribuiti tutti i crismi del potere che fu dei Faraoni.

Con la presenza di una Divina Adoratrice si può sostenere che il film avrebbe assunto tutt’altro spessore. Piuttosto, l’aspetto del Sacro Femminino, così peculiare nella teologia cosmica e faraonica (basti pensare ad Hathor e ad Iside), nell’opera di Kawalerowicz viene deputato alla presenza di una fantomatica sacerdotessa di Astarte, infida tessitrice di macchinazioni dietro le quinte della Sala del Trono. Ci sembra troppo poco.

Il film ha grandi meriti, primo fra tutti l’avere approcciato un Egitto antico lontano dai triti, assurdi stereotipi di altro tipo di cinematografia – vedi Hollywood e dintorni -, e, seppure con le sue falle, ha tentato di avvicinarsi con degne intenzioni (tentar non nuoce) alla civiltà egizia, descrivendo una realtà tanto lontano quanto diversa dalla nostra.

Vi sono scene che agli occhi dei più smaliziati conoscitori della cultura egizia appaiono inverosimili, come, ad esempio, mostrare i templi di Tebe nello stato di rovina attuale, quando invece all’epoca degli eventi narrati nel film questi avevano pochi secoli di vita, ed erano splendidi nella loro integrità – ma ciò crediamo sia dipeso dai costi di produzione. Questo è l’approccio artistico di cui si parlava all’inizio, che forse prende in prestito il cinema di Pier Paolo Pasolini.

Altre incongruenze si riscontrano qua e là, come nella scena di Palazzo dove si svolge una festicciola tra gli intimi di Ramesse, mentre fuori la città (quale?) è messa a fuoco e fiamme dalla dispersa soldataglia dello smantellato Corpo libico.

Tale scena è emblematica, in prima istanza nel marcare la decadenza della cerchia dei nobili, privilegiata casta che indugia, al sicuro tra mura inviolabili, in decadenti sollazzi mentre il popolo è vittima delle iniquità del sistema. Il secondo aspetto, in apparenza più superfluo, indugia piuttosto nell’antropologia documentaria che pare trarre spunto iconografico dal celebre libro di J.G. Wilkinson, Manners and Customs of the Ancient Egyptians. Ci riferiamo alla descrizione dell’ambiente nel quale la festicciola (o sarebbe più giusto parlare di orgia?) ha luogo: attraverso una tecnica di ripresa tutta giocata sull’effetto-capogiro, la suggestione scenica induce lo spettatore ad entrare a contatto con gli astanti accaldati e sovraeccitati dall’opprimente atmosfera di piacere, dove le ragazze divengono materiche nella loro sensualità di bronzee bellezze egizie. E la musica: il motivo di sottofondo, fatto soltanto di leggere percussioni, porta a ritenere incongrua a se stessa l’arte musicale che gli egizi stessi ci hanno tramandato, e davanti agli occhi appare, giocoforza, come immagine richiamata dalla coscienza mnemonica, il famoso dipinto della tomba di Nakht a Tebe delle Tre suonatrici. Dov’è che ci vuole condurre Kawalerowicz? Qual è, dove è, l’afflato che ha spinto il regista polacco a restituirci l’Egitto antico? E’ romanticismo, il suo? O cosa? Sappiamo quindi, anche grazie a Wilkinson, che gli Egizi invece usavano già strumenti a corda e a fiato, e la musica doveva avere un suo valore orchestrale ben più complesso e variegato.

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Lo scetticismo di matrice egittologica prende il sopravvento quando (cioè molto spesso) vengono mostrati gli interni sia degli edifici civili sia dei templi (si presume, sempre, quello di Karnak), con certe forzature interpretative – qui poco sostenute da genuina vis filologica – che esse siano sale di rappresentanza di palazzo o stanze private. Il tema cromatico dominante è uno spento color ocra grigiastro, quando sappiamo invece che i santuari sfolgoravano nel loro caldo e vivo bianco perlaceo sul quale spiccavano estesi e spettacolari rilievi multicolori. E le pareti delle stanze di Palazzo o solo delle abitazioni signorili erano dipinte con scene di ispirazione naturalistica dai toni vivaci e dai bellissimi colori, arricchite, non ultimo, con mobilio di elevata qualità artigianale.

Ma la dicotomia più appariscente del film sta nell’osservare la costante presenza della sabbia anche laddove invece, a fare da cornice alle abitazioni come ai templi, ai villaggi come alle città, la lussureggiante vegetazione della piana alluvionale del Nilo, con i suoi sconfinati palmizi, colorava di verde e dei colori della natura ogni angolo dell’ambiente vivibile ed ogni momento dell’esistenza di un popolo che con la natura stessa era ancestralmente compenetrato di simbiosi mistica, e che sfumava, tra l’altro, nei giardini delle case, microcosmi di delizia a cui ogni egizio non poteva fare a meno.

Per ultima, ma non ultima, mossa com’è da involontaria ironia, la scena, comunque suggestiva, in cui il vecchio Ramesse XII, a Palazzo, varca una progressiva e, dal punto di vista scenografico, ben studiata serie di porte. Queste si schiudono (pare per magia, e così forse è) una per una, per poi palesarlo nella sua viva regalità, accompagnato da un inno cantato che lo presenta come Osiride. “Osiri Ramsete” canta l’inno, “Osiri Ramseteee“. Se la regalità del faraone è, come detto, viva, perché egli è Osiride? Un-nefer era un epiteto del Dio della rinascita, “Essere compiuto, perfetto, bello”, in quanto rinato nell’Egitto eterno, quello oltremondano dei Campi di giunchi. Il film ha avuto la consulenza di Kazimierz Michalowski, forse l’egittologo polacco più autorevole del tempo; ebbene lo studioso non poteva correggere (almeno) questo passaggio della sceneggiatura? Far presente agli autori che Osiride era il Signore dell’oltretomba, e associare al suo nome qualcuno ancora in vita significava considerarlo piuttosto come un’entità dell’altro mondo? D’accordo che Ramesse XII nel film appare più là che di qua, e che magari la scena sia stata immaginata nell’ottica di un’imminente dipartita del vecchio re, sta di fatto che un antico egizio avrebbe fatto mille scongiuri e si sarebbe appellato con riverenza al proprio dio sentendosi definire “Osiride” ancora vivo, e vegeto (va beh, non nel caso del nostro…).

Ripetiamo, il film è bello ed ottimamente diretto, coinvolge, e i dialoghi sono scritti molto bene, così come è ben recitato dai bravi e credibili attori, senza eccezioni. Per un cultore dell’antico Egitto “Il faraone” è, allo stato attuale, l’unica opera cinematografica del mondo occidentale realizzata con tutta la cura ed il rispetto che si devono a quello straordinario trionfo dell’Uomo che fu l’Egitto dei Faraoni. Del fatto che le intenzioni siano andate in parte deluse l’abbiamo già espresso, è inutile tornarci.

Molto bella la scena d’apertura in cui due scarabei stercorari fanno ruzzolare sul terreno riarso dal sole la loro palletta di sterco al cui interno vi sono le uova che garantiranno la sopravvivenza della specie. La loro presenza sul campo di battaglia per ordine di Herihor, farà deviare il percorso dell’esercito guidato dal principe Ramesse in addestramento onde evitare di recare loro disturbo, in quanto ipostasi divina. Sin dall’inizio del film, allora, lo spettatore è partecipe dell’insanabile insofferenza che separa il giovane nobile dalla classe sacerdotale.

Ecco il riferimento ad Akhenaton, quando e come il re eretico della XVIII dinastia diviene strumentale all’approccio ideologico del film. “Libero Stato in libera Chiesa” era il mantra del laicismo europeo fino alla caduta del Muro; ma che senso ha un faraone miscredente o ateo, alla fine del Nuovo Regno? Comunque Akhenaton non era ateo, anti-casta forse, ateo di certo no. “Il faraone”: un bel film; una buona intenzione, sacrificata sull’altare dell’ideologia, quindi svilita, e mortificata.

Non pensiamoci più, e torniamo alla scena degli scarabei: gli sceneggiatori hanno colto alla perfezione lo spirito di un popolo che nella natura riconosceva il simbolo dell’eternità ciclica ed il mito del suo lineare essere sulla terra. In quella palla rotolata si riconosce il sole che viaggia dall’aurora della nascita al tramonto della sua scomparsa, fin dunque nel viaggio nei perigli delle tenebrose ore notturne in cui rischia di essere inghiottito dalle forze del Caos. Quella palla di sterco, nobile materia, contiene la vita del Mondo che ritorna con il sole all’alba.

E’ la rinascita, della vita, e della speranza.

Andrea Fiorini

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“Cleopatra” (1963): blooper egittologici

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Dopo la grande scorpacciata di notizie su Tutankhamon, passiamo all’altro grande personaggio storico in cui la gente identifica l’antico Egitto: Cleopatra (VII Thea Philopatore; sì, perché quella famosa viene dopo altre sei regine con lo stesso nome). Cleopatra (69-30 a.C.) fu l’ultima sovrana del regno tolemaico, o, più precisamente, la penultima perché, dopo il suo suicidio e prima che il Paese cadesse in mano ai Romani, rimase in carica per una decina di giorni il figlio e coreggente Tolomeo XV  detto “Cesarione”, poi ucciso per volontà di Augusto che pose fine all’indipendenza delle Due Terre. Personalità di gran fascino, la regina divenne un’icona pop già in vita, soprattutto quando, portata a Roma da Cesare nel 46 a.C., influenzò le mode dell’Urbe. La sua figura, distorta e “favoleggiata” dagli storici latini ovviamente ostili, è rimasta tra i temi esotici preferiti dalla letteratura e dalle arti figurative come simbolo di donna intelligente ed emancipata, ma anche bella (e vedremo che non è proprio così), lasciva e cospiratrice: in poche parole, il lato invitante del peccato. Non ha fatto eccezione il cinema che ha dedicato a Cleopatra, fin dagli albori del mezzo, un’ottantina di film, a partire dal cortometraggio francese del 1899 Cléopâtre” per poi arrivare al boom del genere peplum tra gli anni ’50 e ’60. Per la maggior parte, ovviamente, si tratta di pellicole storiche, ma non mancano commedie con mostri sacri dell’umorismo italiano come Totò (“Totò e Cleopatra”) e Alberto Sordi (“Due Notti con Cleopatra” dove la regina è impersonata da una giovanissima Sophia Loren). Ma, tra tutti, il film più famoso è sicuramente “Cleopatra” del 1963 diretto da Joseph L. Mankiewicz e con la bellissima Elizabeth Taylor come protagonista. Il colossal, e questa volta si può ben dirlo viste le 4 ore di durata (anche se il progetto iniziale del regista prevedeva addirittura 6 ore divise in due capitoli), vinse quattro Oscar (fotografia, scenografia, costumi ed effetti speciali), ma rischiò di far fallire la 20th Century Fox a causa dei costi di produzione lievitati da 2 a 44 milioni di dollari. La pellicola è anche tra le preferite dai cercatori di blooper per errori celeberrimi come il reggiseno di Cleopatra, l’orologio a lancette da tavola, la spugna gialla nel bagno di Marco Antonio, le foglie autunnali che cadono alle Idi di Marzo e tanti altri anacronismi che invito i miei colleghi classicisti a individuare. Qui di seguito, infatti, riporterò solo le sviste che riguardano più strettamente l’Egitto.

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Partiamo dall’attrice scelta per interpretare il ruolo principale. Non c’è dubbio che Liz Taylor sia stata una delle donne più belle di Hollywood; lo stesso non si può dire per Cleopatra, stando almeno alle sue rappresentazioni su moneta. Saranno pure cambiati i gusti estetici, ma collo cadente, naso aquilino, mento sporgente, occhi infossati e ghigno disgustato non sono proprio attributi da Venere. Detto ciò, il mio non vuole essere un giudizio superficiale ma una critica all’intero canovaccio del film che si limita a ricondurre tutto al fascino della regina che riesce a far innamorare, rimbambendo, gli uomini più potenti del loro tempo. Nelle vicende che corrono tra i due triumvirati, invece, l’amore c’entra poco se non per niente. Prima Cesare e poi Antonio sposarono Cleopatra non perché ammaliati dalle sue forme ma per meri scopi politici. La posizione strategica nel Mediterraneo e le fertili terre del Nilo rendevano l’Egitto un alleato fondamentale in un periodo turbolento in cui, alla fine della Repubblica, i rapporti di forza non erano ancora definiti. Le legioni andavano sfamate e, non a caso, il Paese fu poi definito il “granaio dell’Impero”. Basta questo a far capire l’assenza di romanticismo nei flirt della regina con i due generali. Tra l’altro, nemmeno le fonti parlano dell’avvenenza di Cleopatra; anzi, Plutarco scrive: «A quanto dicono, la sua bellezza in sé non era del tutto incomparabile, né tale da colpire chi la guardava. Ma la sua conversazione aveva un fascino irresistibile […]» (“Vita di Antonio”, 27,2).

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Tornando a “Cleopatra”, la narrazione inizia dopo la battaglia di Farsalo (9 agosto 48 a.C.), scontro decisivo tra Giulio Cesare (Rex Harrison) e Pompeo, con quest’ultimo che, sconfitto, si rifugiò in Egitto. Tale scelta, però, gli fu fatale perché il giovane faraone Tolomeo XIII lo fece uccidere a tradimento per ingraziarsi Cesare. Il regno tolemaico, infatti, era in piena guerra civile dopo la morte di Tolomeo XII che aveva lasciato il trono in coreggenza a Cleopatra VII e a Tolomeo; ma il fratello minore, per accaparrarsi tutto il potere, cacciò la sorella da Alessandria. È evidente, quindi, come l’appoggio del console potesse essere appetibile nella lotta dinastica.

2Il film parte proprio dallo sbarco di Cesare nella capitale egiziana e si vede subito quanto l’Oscar per la scenografia sia stato meritato: la città, con tanto di Faro (vedi immagine in alto), è perfettamente rappresentata grazie a un sapiente gioco di fondali dipinti (che non si notano come in tanti altri polpettoni epici) e finte costruzioni realizzate tra Londra e Roma. Certo, il gong a forma di scarabeo è quanto meno bizzarro… Ma, tralasciando questi particolari naïf, vanno fatte un paio di considerazioni sugli schiavi che si vedranno da questo punto in poi, compresi quelli che suonano il bacarozzo gigante. Una costante delle pellicole sull’Egitto è che i protagonisti siano sempre bianchi mentre servitori e figure secondarie neri. Nonostante stia parlando di un film uscito un anno prima che il Civil Rights Act dichiarasse illegale ogni forma di segregazione razziale negli USA, tale argomento è ancora di strettissima attualità visto che Alex Proyas, regista di “Gods of Egypt” che uscirà il prossimo febbraio, è stato costretto a scusarsi per la scelta di troppi attori caucasici nel cast. In ogni caso, al di là del colore della pelle, nessuno schiavo avrebbe mai indossato il nemes, copricapo di stoffa esclusivamente reale.

4Una volta a palazzo, Cesare non è per niente contento della testa di Pompeo in dono e cerca di rimettere sul trono anche Cleopatra perché colpito dal suo fascino. Nella realtà, invece, pur concependo un figlio con lei, la fece sposare con il fratello per ripristinare l’equilibrio precedente. La residenza reale è un’accozzaglia di reperti noti, egiziani e greci, che vede la presenza, sotto lo stesso tetto, di cariatidi dell’Acropoli di Atene, statue di Chefren, mobili (come la sedia della foto) dalla tomba della regina Hetepheres I, moglie di Snefru, e altri oggetti, come al solito, dal corredo funerario di Tutankhamon. Nonostante l’accordo matrimoniale, le tensioni sfociarono nello scontro del 48-47 tra l’esercito di Tolomeo XIII e Arsinoe IV, altra sorella pretendente al trono, e quello di Cesare. Durante gli scontri, s’incendiò fortuitamente parte della celeberrima Biblioteca di Alessandria senza però arrivare alla distruzione completa come è indicato nel film. Infatti, le fonti parlano dei danni all’edificio, ma la sua fine probabilmente fu causata degli Arabi nel VII secolo d.C. Morto Tolomeo XIII, Cesare fece sposare Cleopatra con l’altro fratello minore, Tolomeo XIV (innamorato perso, eh?), e tornò a Roma.

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Nel luglio del 46, Cesare celebrò i trionfi su Gallia, Egitto, Ponto e Mauretania, durante i quali vennero invitati a Roma anche Cleopatra e suo fratello/novello sposo Tolomeo XIV che il regista sembra essersi dimenticato. Non è chiaro se ci fosse anche il piccolo Cesarione nato l’anno prima. Famosa è la scena dell’ingresso in un fittizio Foro della regina con il figlioletto troppo cresciuto e con un corteo che non avrebbe sfigurato a Viareggio (compreso un improbabile corpo di ballo tribale dall’Africa Nera). Il carro a forma di sfinge (vedi foto in alto) attraversa la copia dell’Arco di Costantino che, piccolo particolare, sarebbe stato inaugurato “solo” 371 anni dopo. Cleopatra sogna già un futuro da imperatrice, ma le Idi di Marzo del 44 le scombinano i piani; così torna ad Alessandria subito dopo la morte dell’appena nominato dittatore perpetuo.

96942-004-ADA0F6B3Poco male. Passati tre anni, la sovrana d’Egitto trova un altro pollo, Marco Antonio, luogotenente di Cesare che da tempo aveva perso la testa per quegli occhi viola. Non solo nella finzione perché Richard Burton sposò veramente Liz Taylor per ben due volte con altrettanti divorzi. Appartenente al secondo triumvirato con Ottaviano e Lepido, Antonio ebbe le provincie orientali e, ben presto, trovò in Cleopatra un’ottima alleata per le sue mire espansionistiche. Nel film, invece, è rappresentato come un alcolizzato, piagnucoloso, inetto affetto dal complesso d’inferiorità verso il Divo Giulio e che regala alla sua amante Cipro, Siria, Cirenaica, Libia, Media, Partia e Armenia. In realtà, la coppia era riuscita ad accaparrarsi più di 1/3 dei domini di Roma. Ovviamente Ottaviano non è d’accordo e, con il supporto del Senato, attacca l’odiato nemico. La battaglia decisiva si svolge ad Azio (2 settembre 31 a.C.), a largo della costa occidentale della Grecia. Anche in guerra, Antonio è ubriaco e si lancia in un assalto frontale sconsiderato, mentre Cleopatra, visto il brutto, fugge verso casa sulla sua nave d’oro (ah, come è innamorata). L’anno dopo, il futuro Augusto assedia Alessandria passando per la Siria e non lascia altra via d’uscita ad Antonio che il suicidio.

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La regina e le sue due ancelle si asserragliano nella tomba (vedi foto in alto), un simil Tempio minore di Abu Simbel, ma vengono raggiunte dai soldati romani che le imprigionano a palazzo. Intanto, viene ucciso Cesarione anche se, come ho scritto all’inizio, sappiamo che morì 11 giorni dopo la madre. Del suicidio di Cleopatra si è detto tanto: il 12 agosto del 30 a.C., insieme a Iras e Charmion, si sarebbe fatta mordere da un aspide, identificato con un cobra o una vipera, nascosto in un cesto di fichi. Leggenda o verità? Secondo Andrew Gray, curatore della sezione di erpetologia del Manchester Museum, leggenda perché, come ha recentemente affermato, sarebbe stato impossibile per un singolo serpente avere il veleno sufficiente a far morire in poco tempo tre persone. Noi, non avendo altri dati, facciamo finta di credere a Plutarco e ci gustiamo l’ending che, per una volta, non è happy.

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