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“Valley of the Kings. The Lost Tombs”: il documentario sulle ‘ultime’ scoperte di Zahi Hawass nella Valle delle Scimmie

Ieri è stato lanciato sulla piattaforma discovery+ “Valley of the Kings: the Lost Tombs”, il tanto atteso documentario sugli scavi di Zahi Hawass nella Valle dei Re e in particolare nel ramo occidentale chiamato “Valle delle Scimmie”. Vi dico subito che non è disponibile, almeno per il momento, sul catalogo italiano di Discovery Channel e per vederlo ho dovuto usare una VPN e abbondarmi al servizio americano.

Inizialmente si era parlato di una docuserie prevista per i primi mesi del 2019, tanto che, già nell’agosto del 2018, era stato rilasciato il trailer ufficiale. Il prodotto che invece è stato pubblicato ieri, con un ritado di due anni, è uno speciale di quasi un’ora e mezza in cui si racconta la ricerca da parte di Hawass delle tombe perdute di alcuni familiari di Tutankhamon. Ma se in origine l’attenzione, come si vede nel primo trailer, era rivolta alla moglie Ankhesenamon, questa volta il focus è completamente incentrato sulla matrigna Nefertiti. D’altronde, fino a poco tempo fa il celebre archeologo egiziano asseriva con certezza che la tomba della regina amarniana non fosse da cercare a Luxor; al contrario, fin dalla scoperta di quattro depositi di fondazione nella Valle delle Scimmie era convinto di essere vicino all’ultima dimora di Ankhesenamon.

Ma tutto questo hype si è poi effettivamente concretizzato in scoperte inedite?

Purtroppo no. Il documentario non presenta niente che non si conoscesse già. Si raccontano infatti i risultati della campagna 2017-2018, finanziata fra l’altro da Discovery Channel, già annunciati nell’ottobre del 2019 (link 1, 2): il centro funerario con 30 capanne, ognuna specializzata nella produzione di un oggetto del corredo funerario; due anelli in argento e bronzo; le placchette in oro e pasta vitrea appartenute a un sarcofago di XVIII dinastia; un frammento di mummia umana; attrezzi di costruttori di tombe; due assi in legno con il titolo reale di “Signore delle Due Terre”; un taglio nella roccia di una sepoltura incompiuta.

L’idea di scavare nella Valle delle Scimmie, quasi mai indagata tra le uniche due tombe complete, quelle di Amenofi III e Ay, è sicuramente stimolante; tuttavia la gran parte degli oggetti ritrovati, seppur di origine elitaria, è fuori contesto, frutto dell’attività dei tombaroli, e quindi di scarsa utilità per ricavare dati definitivi. Nonostante non si arrivi a niente di concreto, l’intero documentario è intervallato da continui riferimenti a Nefertiti, fin dal palese utilizzo del suo busto nella locandina. Vengono trovate ceramiche di XVIII dinastia? Potrebbero essere un collegamento a Nefertiti. Emerge il fianco di una donna con una buona mummificazione? Potrebbe essere una regina, quindi Nefertiti. Viene scoperto un anello con un’iscrizione promettente? Potrebbe leggersi Nefer-t-t. Peccato che subito dopo ci si corregga dicendo che, invece, il castone presenta un titolo di Amenofi III (rettifica che è ovviamente omessa nel trailer). L’impressione generale è che, viste le premesse (“Sono sicuro al 100% che Nefertiti sia qui. Ma la domanda è dove”), i risultati siano stati al di sotto delle aspettative e per questo i produttori del documentario abbiano voluto puntare su una figura storica più conosciuta, affascinante e dibattuta, soprattutto dopo il recente polverone scoppiato per le teorie di Nicholas Reeves.

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Il Re Scorpione (bloopers egittologici – con Paolo Medici)

Nel 2001, il secondo capitolo della trilogia cult della Mummia con Brendan Fraser aveva lanciato un personaggio che, nonostante il minutaggio limitato, aveva attirato il favore del pubblico. Il mostruoso villain del film, l’ibrido Re Scorpione – metà uomo metà aracnide – fu così riutilizzato l’anno dopo per uno spin-off della saga, che tuttavia reinterpretava completamente la storia. Infatti, il malvagio guerriero che aveva venduto l’anima ad Anubi ne “La Mummia – Il ritorno” divenne un mercenario accadico – buono – destinato a uccidere il vero cattivo della pellicola e a regnare per primo sull’Egitto unificato.

“Il Re Scorpione” è fra l’altro il debutto da protagonista di Dwayne Johnson, il wrestler meglio noto come The Rock, che, dopo la breve comparsata nella Mummia (dove spesso è sostituito dal suo orribile doppione in CGI) iniziò così una fortunata carriera da attore. Il film ebbe anche buoni incassi, tanto da essere seguito da un prequel e tre sequel per l’home video… che non ho il coraggio di vedere. È stata infatti già un’impresa finire di guardare questo blockbusterone da 60 milioni di dollari, figuriamoci i seguiti prodotti a basso costo.

Come detto, la storia si svolge più o meno nel 3000 a.C., quando un’armata inarrestabile guidata da Memnone porta morte e distruzione in tutto il Vicino Oriente. Nella mitologia greca, Memnone è un eroe semidivino, re degli Etiopi, che combattè la guerra di Troia al fianco di Priamo. L’Etiopia era il termine con cui, ad esempio, Erodoto indicava le terre a sud di Assuan; per questo i Greci ribattezzarono le due gigantesche statue del tempio funerario di Amenofi III a Tebe Ovest come “Colossi di Memnone”, credendo ritraessero proprio il personaggio. Questo è il primo blooper storico perché convenzionalmente guerra di Troia si colloca nel XII secolo a.C.

In ogni caso, le poche tribù rimaste libere assoldano un mercenario accadico, Mathayus – il futuro Re Scorpione -, per uccidere la maga indovina Cassandra (altro riferimento omerico buttato a caso) che indirizza le campagne militari di Memnone grazie alle sue visioni. Ed ecco il secondo di un’infinita serie di anacronismi perché l’impero accadico parte dal 2334 a.C. con Sargon di Akkad; e pur considerando la precedente fase nomadica delle popolazioni semitiche corrispondenti, siamo comunque fuori strada.

Per farla breve, Mathayus riuscirà più o meno da solo a sbaragliare tutti i nemici, sopravvivere al veleno di uno scorpione, conquistare il cuore della bella Cassandra e diventare il legendario re che, da lì a breve, avrebbe regnerato sull’Egitto unificandolo. Questa volta non vale nemmeno la pena fare un’analisi più accurata perché gli errori storici sono fin troppi: spade in ferro nell’antica Età del bronzo; shuriken e altre armi giapponesi; polvere da sparo; cavalli con selle e briglie; tigri; obelischi e statue di Anubi; menzioni di popolazioni e città molto più recenti come Micenei e Pompei. Più interessante è invece conoscere meglio la figura storica che ha ispirato – almeno nel nome – il protagonista del film. Chi era veramente Re Scorpione? Lo chiediamo a un esperto del periodo, Paolo Medici, laureato in Archeologia del Vicino Oriente a Venezia con tesi triennale sulla nascita della scrittura egizia e magistrale sul ruolo di Hierakonpolis nella formazione dello stato egizio, infine dottorato in Egittologia presso la Freie Universität di Berlino sulla formazione statale egizia e sull’evoluzione della complessità sociale nel periodo Pre e Protodinastico.

Baines, J. and Malek, J. 1980. Atlas of Ancient Egypt, p. 79. Disegno: Adams, B. 2008. Protodynastic Egypt, p. 8

Quale dei due?

Eh sì perché ce ne sono addirittura due! Quello che si vede nel film dovrebbe fare riferimento al secondo cioè quello della Dinastia 0 che si colloca verso la fine del IV millennio a.C, mentre il primo sarebbe un regnante Predinastico di due secoli precedente. Prima però è bene chiarire il quadro storico in cui sarebbe dovuto vivere il re Scorpione (II).

Il primo a definire il concetto di Dinastia 0 fu l’archeologo inglese James Quibell durante gli scavi condotti a Hierakonpolis. La definizione di Dinastia 0, però, presentò fin dall’inizio alcune criticità. In primo luogo suscita perplessità la scelta dei confini cronologici e la lista dei sovrani che vi figurano all’interno. Una seconda problematica riguarda la definizione stessa di dinastia che risulta impropriamente applicata a tali re. Con il termine dinastia ci si riferisce normalmente a un corpo omogeneo di governanti legati fra loro da legami famigliari e più in generale di parentela. La cosiddetta Dinastia 0, al contrario, include governanti e capi non collegati fra loro e riferibili a siti diversi e distanti, come Abydos, Buto, Helwan, Hierakonpolis, Qustul, Tura e Tarkhan. L’unico tratto ad accomunare questi personaggi è, dunque, è la cronologia: tutti i governanti elencati nella Dinastia 0 appartengono, infatti, al un periodo che va da Naqada IIIA/B a Naqada IIIC1 (circa 3350-3100 a.C.), o fino a Narmer per alcuni autori, sebbene Narmer sia spesso considerato il primo monarca della I Dinastia. I dibattiti su questi regnanti sono ancora in corso e, in particolare, il re Scorpione è uno dei più discussi; ci sono ad oggi poche prove archeologiche di questo sovrano e scarse rappresentazioni che lo ritraggono. L’unica tra queste che è collegata a un contesto reale potrebbe essere la testa di mazza di Scorpione trovata nel deposito principale di Hierakonpolis (foto in alto).

Friedman, R. 2008. The Cemeteries of Hierakonpolis, in Archeo-Nil, p. 13

Purtroppo, non sono state trovate tombe chiaramente collegate a lui, anche se alcuni autori gli attribuiscono il complesso della tomba 1 nel cimitero d’élite HK6 di Hierakonpolis (nell’immagine in alto, la tomba più a destra).

Stevenson, A. 2015. Locating a Sense of Immortality in Early Egyptian Cemeteries. In Renfrew, C., Boyd, M. and Morley I. (Eds.). Death Rituals, Social Order and the Archaeology of Immortality in the Ancient World: ‘Death Shall Have No Dominion’, pp. 371-381

L’egittologo tedesco Günter Dreyer, invece, ha sostenuto che la tomba B50 di Abydos sia il luogo di sepoltura di Scorpione. Tuttavia, non ci sono prove certe a sostegno di ciò e, come la maggior parte degli autori ritiene, non ci sono testimonianze che Scorpione avesse alcun potere su Abydos. D’altra parte, Kemp sostiene che sia Scorpione sia Narmer provenissero da Hierakonpolis.

In realtà la stessa lettura del segno dello scorpione come nome del sovrano è controversa. Vale la pena soffermarsi prima sul segno della rosetta. Quest’ultima, paragonabile alla rosetta vicino al nome di Narmer nella sua tavolozza e vicino ad altre figure dominanti su altri oggetti, indicherebbe la parola “re”, sebbene ciò non sia mai stato definitivamente dimostrato. Tenuto conto che il simbolo non è mai stato trovato in periodi successivi tra i geroglifici standard, non ci sono elementi che vengano in aiuto per la sua comprensione. Alcuni hanno avanzato anche l’ipotesi che il simbolo dello scorpione possa indicare una divinità locale di Hierakonpolis. La mancanza di documenti amministrativi che portano il suo nome ci impedisce di svelare la vera natura di questo ipotetico “re Scorpione”. Gli unici oggetti rinvenuti, ipoteticamente, riferibili a lui sono alcune placchette d’avorio trovate ad Abydos, Minshat Abu Omar e Tarkhan e recanti un simbolo estremamente stilizzato che mette in disaccordo gli studiosi. Questi si dividono su due interpretazioni: Scorpione o Ka (le braccia alzate messe in orizzontale; foto in basso).

È abbastanza chiaro che, da un punto di vista sia archeologico sia storico, permangono ancora alcune perplessità sull’esistenza di questi due sovrani. Ma cerchiamo di tirare le fila e riassumere il discorso.

Il nome Scorpione sembra fare riferimento a due possibili regnanti: uno teoricamente vissuto attorno al 3400-3200 a.C. e seppellito nella tomba U-j, mentre l’altro vissuto tra il 3200 e il 3000 a.C. e deposto ad Hierakonpolis nella tomba 1 del cimitero HK6, oppure, meno facilmente, nella tomba B50 di Abydos.

Per il primo le testimonianze sono alcune placchette ritrovate nella sua tomba con il simbolo di uno scorpione, a cui si aggiunge un’iscrizione presente nel deserto Tebano in cui è rappresentato il simbolo di uno scorpione che sconfigge non meglio identificati nemici, forse rivali del proto-regno di Naqada.

Il re Scorpione II compare invece sulla testa di mazza a cui si è precedentemente accennato, di cui però non si conosce la provenienza tombale originaria. La stessa lettura della rosetta e dello scorpione come “re scorpione” è dubbia, considerando che potrebbe essere interpretabile come un altro titolo o addirittura come una divinità locale.

In conclusione se si accettasse l’esistenza di questi due regnanti, di origine certamente egizia, allora sarebbe necessario specificare che il primo potrebbe aver avuto un ruolo legato principalmente ad Abydos, dove sarebbe anche stato sepolto, probabilmente come regnante locale quando ancora vi erano 3 proto-regni nell’Alto Egitto (Abydos, Hierakonpolis e Naqada). Il secondo re Scorpione, invece, dovrebbe aver avuto Hierakonpolis come area d’influenza e il sito HK6 come luogo di sepoltura. Nella definizione dei re Scorpioni emerge con chiarezza la complessità politica di questo periodo storico. Un momento in cui si assiste al passaggio dalla presenza contemporanea di diverse figure che esercitarono il potere su territori limitati all’accorpamento progressivo di queste entità politiche in veri e propri proto-regni. È proprio da questo magma di forze politiche in contrasto che emergerà infine la figura Narmer, che regnò sicuramente su un Alto Egitto unito, e forse anche su un Egitto completamente unificato, ma questa è un’altra storia.

Wildung, D. 1981. Ägypten vor den Pyramiden, Mainz
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“I segreti della tomba di Saqqara”: scoperte inedite nel documentario Netflix

Da ieri è disponibile sulla piattaforma streaming di Netflix un documentario che aspettavo da tempo. Non tanto per lo stile di narrazione che, fin dal trailer, è apparso troppo incentrato su sensazionalismo e – come mostra il titolo stesso – mistero, ma sulle possibili notizie inedite che erano state preannunciate. E almeno da questo punto di vista, non sono rimasto deluso.

“I segreti della tomba di Saqqara è una produzione originale Netflix di quasi due ore, che parla della missione archeologica egiziana nell’area del Bubasteion a Saqqara. In particolare si raccontano le campagne di scavo 2018 e 2019 dopo che, grazie al ritrovamento della spettacolare tomba di Wahtye (per evitare confusione, adotterò la nomenclatura scelta per il film), l’attenzione mediatica mondiale si era rivolta sul sito. Oltre la ricerca nella coloratissima sepoltura di V dinastia che, come vedremo, ha riservato importanti novità, il documentario mostra anche alcune delle numerose scoperte di cui vi ho parlato negli ultimi anni.

Uno dei sarcofagi scoperti durante la campagna di scavo 2019 (Netflix)

Con l’ausilio di immagini ad alta definizione, riprese da drone e qualche animazione, il regista James Tovell ha cercato di raccontare le difficili giornate di scavo e le storie personali di archeologi e altri protagonisti della missione, ma è indubbio che sia l’eccezionalità delle scoperte che si susseguono “ogni 30 secondi” a catturare lo spettatore. Rivediamo quindi le decine di mummie di gatto trovate in fondo a un pozzo e lo stupore dell’egittologa Salima Ikram nell’accorgersi grazie a una radiografia come una di esse in realtà appartenesse a un cucciolo di leone; un frammento della statua di un funzionario di età ramesside che combacia con altri due pezzi individuati negli anni precedenti; statuette e sarcofagi spuntare dalla sabbia ad ogni colpo di turiah (zappa) degli operai.

Tra gli oggetti mostrati (nei titoli di coda si specifica che sono 3100 i reperti totali), alcuni sono inediti, come una bellissima statuetta di Sekhmet in faience azzurra e una tavola da gioco in legno, con ancora all’interno le pedine pronte per una partita (senet da un lato, “Gioco delle 20 caselle” dall’altro; immagine in basso). Ed è proprio qui che arriva la nota dolente. L’impressione generale è che – nonostante uno dei responsabili dello scavo dica “non abbiamo bisogno di altri oggetti, ma d’informazioni” – ci sia una frenetica fame di scoperte, con poca attenzione alla documentazione. Si assiste a una vera e propria corsa contro il tempo, prima dell’arrivo del Ramadan e della fine dei fondi, per trovare un’altra tomba che convinca il Governo a finanziare ancora la missione. La fretta non è di certo buona consigliera dell’archeologia, ma spero vivamente che questa percezione sia dovuta solo al montaggio.

Tavola da gioco perfettamente conservata con tutte le sue pedine (Netflix)

Tornando alla tomba di Wahtye, veniamo a sapere che le ricerche sono avanzate, molto. Fino ad ora era stata mostrata solo una camera le cui pareti sono ricoperte da pitture dai colori ancora vividi e da numerose statue a rilievo che ritraggono il defunto – sacerdote-uab, “Ispettore della barca sacra” e “Ispettore del tempio funerario di Neferirkara-Kakai” (2475-2465 a.C.) -, la madre, la moglie e i quattro figli. Nella prima parte del film, due archeologi si concentrano sulla lettura dei testi geroglifici e, notando modifiche nei nomi e nel volto della statua principale, ipotizzano che Wahtye si sia appropriato di una tomba non pensata per lui. Poi si passa allo scavo dei quattro pozzi funerari, vera novità del documentario. Il primo, profondo solo 60 cm, si rivelerà vuoto, ma già dal secondo iniziano i colpi di scena: una cassa lignea – aperta con eccessiva goffaggine – contenente i resti ossei di tre individui, due adolescenti e un bambino. I tre figli maschi di Wahtye? Nel terzo pozzo, profondo due metri, ancora tre scheletri, questa volta però ammassati in un angolo e appartenenti a un’anziana (più di 55 anni), una donna più giovane (circa 30 anni) e una bambina. I membri della missione non hanno dubbi: sono la madre, la moglie e la figlia. L’ultimo a mancare all’appello, Wahtye stesso, viene trovato come da copione nel quarto pozzo, in fondo al quale si apre una stanza laterale sigillata da un muretto in mattoni. Qui una semplice bara di legno conteneva il corpo scheletrizzato di un uomo di circa 35 anni, ancora disposto su un fianco come da tradizione dell’Antico Regno.

Il corpo di Wahtye? (Netflix)

Seppur in mancanza d’iscrizioni e di altri oggetti di corredo, sembra che sia stata scoperta la famiglia al completo; ma gli interrogativi restano. In particolare ci si chiede perché siano state effettuate inumazioni così povere e frettolose a fronte della ricca decorazione della struttura (ma questo può essere spiegato con il riutilizzo della tomba) e soprattutto il motivo di sette morti che sembrano essere arrivate tutte nello stesso periodo. A questa seconda domanda prova a rispondere l’antropologa della missione che, notando un ispessimento comune delle ossa dovuto ad anemia, tira in ballo una possibile infezione da malaria. Sarebbe il primo caso attestato archeologicamente, ma per ora è solo un’ipotesi non suffragata da prove.

Il documentario si chiude con un “finale aperto”.  A due giorni dalla fine della campagna 2019, infatti, il team scopre una nuova tomba. In realtà, ho riconosciuto la sua bella falsa porta con geroglifici colorati in alcune foto circolate dopo recente visita allo scavo del Primo Ministro Mostafa Kemal Madbouly; scommetto che sarà il prossimo ritrovamento annunciato alla stampa.

https://www.netflix.com/it/title/81064069

Mostafa Waziry illumina la falsa porta di una tomba ancora inedita (Netflix)
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“Il Principe d’Egitto” (blooper egittologici)

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A pochi giorni dalla premiazione dei 92i Academy Awards, vi presento l’ultimo (per ora) film a ispirazione ‘egittologica’ ad aver vinto almeno un oscar. Era il 1999, quando la statuetta per la miglior canzone andava a “When You Believe”, parte della colonna sonora de “Il Principe d’Egitto”.

Secondo cartone della DreamWorks, “Il Principe d’Egitto” aveva riscosso un enorme successo l’anno prima intaccando il monopolio Disney dei lungometraggi animati. Un ingente investimento finanziario, spettacolari disegni fatti a mano uniti alle prime ricostruzioni 3D di scene di attori in carne e ossa, famose star hollywoodiane a doppiare le voci dei personaggi e una colonna sonora – come detto – da oscar erano serviti a riportare in sala una vecchia, anzi, un’antichissima storia. Si tratta infatti del remake animato de “I Dieci Comandamenti”, celebre trasposizione cinematografica del racconto biblico dell’Esodo, poi riprosposto più recentemente anche in “Exodus – Dei e re”.

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Effettivamente c’è poco da aggiungere alla lettura della trama: Mosè viene lasciato dalla madre in una cesta sul Nilo, è salvato dalla moglie del faraone Seti I (nell’originale, dalla figlia), diventa principe e fratellastro di Ramses II, scopre per caso le sue origini ebraiche, fugge dalla corte, parla con Dio, torna in Egitto per salvare il suo popolo, fa miracoli, piaghe, apertura del Mar Rosso, stop. La storia si ferma qui perché, come è evidente dal titolo, il focus non è tanto sull’Esodo, ma sulla vita di Mosè in Egitto. Quindi, a parte qualche licenza storico-artistica comunque segnalata prima dei titoli di testa, non vediamo niente di nuovo; per questo vi rimando all’articolo sul colossal di DeMille per un’analisi più accurata degli errori egittologici e dei riferimenti storici riscontrabili nella Bibbia.

Vale invece la pena soffermarsi sull’estetica delle immagini e, soprattutto, degli sfondi che – parere personale – sono il pezzo forte della pellicola. Come negli acquerelli ottocenteschi di David Roberts, le minuscole figure umane servono solo come metro di riferimento per la grandiosità dei monumenti egizi. Fin dalle prime scene, gli schiavi ebrei vengono mostrati mentre lavorano alla costruzione di giganteschi templi e statue colossali in una generica capitale in cui si mescolano architetture menfite e tebane come le piramidi e la sfinge di Giza e la foresta di colonne della Grande sala ipostila di Karnak.

Oltre agli spunti alle antiche costruzioni è evidente anche un’ispirazione ai paesaggi naturali egiziani che una squadra di disegnatori ha osservato di persona, riprendendo soprattutto i profili delle alture rocciose della Valle dei Re. Per quanto riguarda i visi allungati e gli occhi a mandorla di personaggi e statue, invece, si nota un generale riferimento all’arte amarniana che è mostrata più palesemente in un paio di scene in cui erroneamente l’Aton dai raggi con le mani appare anacronisticamente in un periodo di circa 80 anni più recente (immagini in basso).

Quest’ultimo, se si escludono i classici errorini veniali, è forse l’inesattezza più grossolana in un film che invece contiene più di una chicca. D’altronde, nel cast risulta anche un egittologo come consulente: Daniel Polz, oggi direttore scientifico dell’Istituto Archeologico Tedesco al Cairo, ma all’epoca decisamente più vicino agli studi della  DreamWorks Animation perché professore associato presso la University of California a Los Angeles. Non è un caso che il copricapo ad avvoltoio venga indossato giustamente dalla Regina (immagine in basso a sinistra), accortezza invece non seguita 16 anni dopo da Ridley Scott che manda Ramses ad inseguire gli Ebrei con un attributo tipicamente femminile al posto della corona blu da battaglia.

Una piccola particolarità: “Il Principe d’Egitto” è il terzo lungometraggio animato – dopo “Asterix e Cleopatra” (1968) e  “Aladdin” (1992) – in cui, per un motivo o l’altro, i protagonisti fanno cadere accidentalmente il naso della Sfinge!

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“Il carro da caccia di Firenze” (Frammenti d’Egitto 2)

Ho il piacere di presentarvi il primo episodio della seconda stagione di “Frammenti d’Egitto”, progetto di video didattici sull’antico Egitto dell’associazione studentesca VOLO – Viaggiando Oltre L’Orizzonte.

Attraverso brevi filmati si parlerà in modo semplice e diretto della civiltà faraonica e, in particolare, si descriveranno alcuni tra i reperti più rappresentativi della collezione egizia del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, la seconda in Italia dopo quella di Torino.

Nel primo episodio vi parlo del Carro da caccia di Firenze, uno dei reperti più importanti dell’intera raccolta egizia del MAF. Questa puntata di apertura è visibibile sulla pagina Facebook (https://www.facebook.com/associazioneVOLO/) e sul canale YouTube di VOLO (https://www.youtube.com/ user/VOLOAssociazione) e sarà seguita da altri 7 episodi.

 

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10.000 AC (blooper egittologici)

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Finalmente risponderò alla domanda più annosa della storia dell’egittologia: come sono state costruite le piramidi?

Semplice; i blocchi erano trainati da mammut.

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Almeno questa è la risposta tratta dal film “10.000 AC”, pellicola di avventura storica – o meglio, preistorica – che presenta un passato decisamente alternativo. In questa reinterpretazione fantastica di un periodo così remoto, Roland Emmerich torna a parlare anche dell’origine della civiltà egizia con un altro luogo comune fantarcheologico. Infatti, se in Stargate lo sprint evolutivo alla società preistorica era stato fornito da un’entità aliena, 14 anni dopo (2008) il regista e sceneggiatore collega lo sviluppo tecnologico – non ai livelli di navicelle spaziali e viaggi interdimesionali, ma comunque spropositato per 12000 anni fa – ad Atlantide.

17mt2izqly5rjjpgLa storia si svolge dal periodo esplicato dal titolo stesso del film, tra la tribù degli Yagahl, cacciatori primitivi che vivono in remota regione montuosa. Tra questi, il protagonista è il giovane D’Leh (Steven Strait; immagine a sinistra) che, riuscendo fortunosamente ad uccidere un mammut, riceve le insegne del potere. Tuttavia, la tranquillità del gruppo viene sconvolta dall’attacco di misteriosi guerrieri a cavallo – dagli evidenti tratti somatici arabeggianti – che catturano alcuni mastodonti e rapiscono anche diversi membri della tribù, tra cui la ragazza dagli occhi blu Evolet (Camilla Belle). Questo è l’evento scatenante dell’avventura e da qui in poi si assiste all’inseguimento di D’Leh che cercherà di salvare la sua amata attraverso terre sconosciute.

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Balzano subito all’occhio i primi anacronismi e incongruenze geografiche. Si vedono armi in ferro quando saremmo in pieno Mesolitico e cavalcature che anticipano la domesticazione del cavallo di 6/7000 anni e di ancor di più l’utilizzo dell’animale in battaglia; inoltre, i mammut – se si esclude un unico caso – erano già estinti e gli occhi azzurri comparvero a causa di una mutazione genetica verificatasi solo 7000 anni fa circa. Non è ben chiaro nemmeno dove sia la terra di origine di D’Leh, anche perché il guerriero durante il suo viaggio incontra prima una foresta pluviale, poi savane con precoci tracce di agricoltura e infine il deserto che costeggia il “grande serpente” Nilo.

10000-bc-5Si viene a sapere, infatti, che i predoni altro non sono che Egiziani inviati a procacciare schiavi e grandi animali da traino da impiegare nella costruzione delle piramidi, anche dette “montagne degli dèi”. D’Leh incontra diverse tribù che hanno subito la stessa sorte e che si alleano con lui seguendo una profezia che lo vede come liberatore perché risparmiato dallo smilodonte “Denti a Lancia”.

In tutto questo l’Egitto compare solo dopo un’ora di girato, attraverso un mega cantiere con i già citati mammut da soma e centinaia di migliaia di schiavi che lavorano alla costruzione di due delle tre piramidi di Giza.In generale, troviamo la fiera delle tesi alternative di Graham Hancock, Robert Bauval e tutti gli altri scrittori di fantarcheologia di cui mi occupo nella rubrica “bufale eGGizie“: le piramidi sono allineate con la costellazione di Orione, sono state costruite 12.000 anni fa e la Grande Sfinge appare con la testa di leone (immagine in basso).

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Un simile grado evolutivo, con vaste città piene di templi con corti e piloni tipici del Nuovo Regno, ovviamente stona con l’effettiva realtà dell’Egitto del Mesolitico che era caratterizzato da diverse culture locali semi-sedentarie che vivevano delle risorse trovate lungo le rive del Nilo, nel Fayyum e nel deserto. Nella finzione del film, invece, la società è retta dal malvagio Onnipotente, un altissimo uomo nascosto da veli e venerato come un dio. Le sue origini sono spiegate da una mappa disegnata su papiro che, oltre a delineare con precisione tutti i continenti comprese le Americhe, pone al centro dell’Oceano Atlantico una grande isola da cui “gli abitanti volarono via quando fu sommersa dalle acque” (immagine in basso). Tale posizione non è casuale e fa riferimento al mito originario di Atlantide che, descritta per la prima volta da Platone nel Timeo (360 a.C.), viene collocata oltre le Colonne d’Ercole.

Il resto non ve lo racconto anche perché il film termina con uno scontatissimo quanto frettoloso lieto fine.

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Gli Oscar dell’Egittologia

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Statuetta di Ptah, legno dorato, dalla tomba di Tutankhamon (Museo Egizio del Cairo, JE 60939)

Questa notte a Los Angeles si terrà la cerimonia di premiazione degli Academy Awards durante la quale verranno assegnati oltre 20 Oscar. Nella storia del premio, qualche statuetta è finita anche a film che, in un modo o nell’altro, si sono occupati dell’antico Egitto e che ho recensito per la rubrica “Blooper egittologici”. Ovviamente, per la tipologia di pellicole in questione, si tratta di quasi tutti riconoscimenti di carattere tecnico. Ecco quali (tra parentesi, l’anno di assegnazione):

Cleopatra (1935)

  • Miglior fotografia: Victor Milner

I Dieci Comandamenti (1957)

  • Migliori effetti speciali: John Fulton

Cleopatra (1964)

  • Miglior fotografia (colore): Leon Shamroy
  • Miglior scenografia (colore): John DeCuir, Jack Martin Smith, Hilyard Brown, Herman Blumenthal, Elven Webb, Maurice Pelling, Boris Juraga, Walter M. Scott, Paul S. Fox e Ray Moyer
  • Migliori costumi (colore): Irene Sharaff, Vittorio Nino Novarese e Renié
  • Migliori effetti speciali: Emil Kosa Jr.

Assassinio sul Nilo (1979)

  • Migliori costumi: Anthony Powell

I Predatori dell’Arca Perduta (1982)

  • Miglior scenografia: Norman Reynolds, Leslie Dilley e Michael Ford
  • Miglior montaggio: Michael Kahn
  • Miglior sonoro: Bill Varney, Steve Maslow, Gregg Landaker e Roy Charman
  • Migliori effetti speciali: Richard Edlund, Kit West, Bruce Nicholson e Joe Johnston
    • Miglior montaggio degli effetti sonori: Ben Burtt e Richard L. Anderson

Il Principe d’Egitto (1999)

  • Miglior canzone: “When You Believe”, musica e testo di Stephen Schwartz
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“X-Men – Apocalisse” (blooper egittologici)

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12Tre giorni fa, alla veneranda età di 95 anni, è venuto a mancare Stan Lee, “L’Uomo” ha portato una piccola casa editrice a diventare un colosso economico mondiale e che, insieme ai suoi collaboratori, ha inventato un universo sconfinato di personaggi poi divenuti iconici. Devo ammettere però di non essere un grande consumatore dei fumetti e quindi – mi scuseranno i veri fan – di conoscere i suoi lavori quasi esclusivamente dalle recenti riproposizioni cinematografiche dove, fa l’altro, compariva sempre in divertenti camei (foto a sinistra). Tuttavia, mi permetto di ricordarlo comunque nella rubrica “blooper egittologici” proprio perché alcuni dei film basati sulle strisce della Marvel Comics traggono piccoli o grandi spunti dalla civiltà dell’antico Egitto.

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L’Enneade Eliopolitana secondo la Marvel

D’altronde, per riempire 50 anni di storie ambientate tra USA, nazioni di tutto il mondo, galassie lontane e addirittura realtà parallele, Stan Lee e gli altri sceneggiatori della Marvel hanno dovuto attingere idee dalla società contemporanea così come da miti e leggende del passato. Così, accanto a Thor e Loki della tradizione norrena, ad esempio, abbiamo anche divinità egizie raggruppate sotto l’Enneade Eliopolitana (termine molto più generico della realtà perché comprende Anubi, Bastet, Bes, Geb, Nut, Horus, Osiride, Iside, Khonsu, Nefti, Ptah, Seth, Shu, Tefnut ed altri), faraoni del calibro di Cheope, Tutankhamon, Ramesse II, Hatshepsut, Akhenaton e Cleopatra e personaggi puramente di fantasia come Rama-Tut, nemico dei Fantastici Quattro, e Monolito Vivente, uno dei pochi a tener testa a Hulk. Ma, restando in Egitto, la creatura più celebre di Lee, la cui fama è dovuta soprattutto alle trasposizioni sul grande schermo, è Apocalisse, il più antico mutante della storia.

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 Scena dopo i titoli di coda in “X-Men – Giorni di un futuro passato”

Apocalisse, il cui vero nome è En Sabah Nur (in arabo “La luce del mattino”), è il primo mutante ad essere nato sulla faccia della Terra e, per le sue caratteristiche, potenzialmente il più forte. Se ci limitiamo ai film della Marvel, la sua prima apparizione si trova nella scena dopo i titoli di coda di “X-Men – Giorni di un futuro passato”, in cui lo vediamo ancora giovane mentre, di fronte a un’enorme folla che lo acclama, costruisce una piramide spostando massi con la telecinesi (ed ecco la risposta alla domanda più frequente nel mondo dell’egittofilia!).

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La pellicola successiva, “X-Men – Apocalisse” (2016, regia di Bryan Singer), è interamente dedicata a lui (Oscar Isaac) e alla lotta contro il gruppo di supereroi mutanti messo insieme dal Professor X (James McAvoy). Ma ancor prima di arrivare allo scontro, si inizia con un flashback che mostra un Egitto predinastico che, nel 3600 a.C., appare già molto avanzato con una struttura amministrativa unitaria e consolidata, piramidi e altri edifici monumentali, lunghe iscrizioni in geroglifico. Ma è inutile star qui a sindacare sull’attendibilità storica dell’intro quando c’è un personaggio che può materializzare oggetti con la forza della mente. 4En Sabah Nur, faraone venerato come un dio, è portato in processione su una barca sacra dorata in cui si può leggere “Apokalipse” nel cartiglio (immagine a sinistra). Il corteo, accompagnato dai Quattro Cavalieri con le maschere di Anubi, Seth, Horus e Sekhmet (sì, il cavallo non era stato ancora introdotto nella Valle del Nilo), arriva all’interno di una piramide in cui si tiene un rituale sacro per la trasmissione dell’anima di Apocalisse nel corpo di un altro mutante con il potere della rigenerazione (quello di Wolverine, in sostanza). Ma in questo tentativo di ottenere l’immortalità, s’intromette un gruppo di ribelli che, facendo saltare solo un paio di pilastri portanti, provocano il crollo dell’intera piramide (a quanto pare, gli edifici costruiti con la telecinesi non sono a norma) e sigillano il “falso dio” per l’eternità.

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Tuttavia, purtroppo per l’umanità, nel 1983 i membri di una società segreta chiamata “Ashir En Sabah Nur” (il cui simbolo è un’ankh incrociata con una A) trovano il loro messia ancora schiacciato dal pyramidion d’oro nel sottosuolo del Cairo e riescono a risvegliarlo. Il mutante rimane subito disgustato dalla società moderna creata dai deboli e corrotti uomini e decide di distruggere ogni forma di tecnologia per poi regnare sui pochi sopravvissuti. Così, per portare avanti i suoi intenti, costruisce una nuova piramide con le macerie della città e nomina altri Quattro Cavalieri che lo affiancheranno: Magneto (Michael Fassbender), Tempesta, Angelo e Psylocke. Ovviamente, come in ogni buon cinefumetto che si rispetti, gli X-Men rovineranno il piano del cattivo salvando il mondo.

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Non occorre approfondire il resto in questa sede perché la parte antico-egiziana si limita soprattutto ai 7 minuti che precedono i titoli di testa. In generale, tralasciando le già citate esagerazioni anacronistiche nella scenografia, si nota subito la mano di un egittologo. I dialoghi iniziali, infatti, sono in perfetto medio-egiziano grazie alla consulenza come “dialect coach” di  Perinne Poiron, dottoranda in egittologia tra l’Université du Québec a Montréal e la Sorbona di Parigi e una degli esperti interpellati per la realizzazione del videogame ambientato alla fine dell’età tolemaica Assassin’s Creed: Origins.

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Nuova edizione di Ulisse: Alberto Angela parlerà di Cleopatra

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Source: repubblica.it (ph. Barbara Ledda)

Ieri, nel suggestivo scenario della Curia Iulia nei Fori Romani, Alberto Angela ha ufficialmente presentato la nuova edizione di Ulisse – Il Piacere della Scoperta, programma divulgativo che andrà in onda ogni sabato in prima serata su Rai 1. E se stasera si partirà con la prima puntata dedicata alla Cappella Sistina, il 6 ottobre la protagonista sarà Cleopatra (VII).

D’altronde, nonostante il tema sia stato già trattato dalla trasmissione quando era ancora su Rai 3, era piuttosto scontato che si tornasse a parlare della regina tolemaica per l’imminente uscita del nuovo libro di Angela, “Antonio e Cleopatra. Il tramonto di un regno, l’alba di un impero”, sia solo per scopi promozionali ma anche per sfruttare il materiale raccolto durante la stesura del testo.

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Source: twitter @ParcoColosseo

La location scelta per la conferenza stampa (foto in alto) non è casuale perché, oltre ad alcune scene riprese nel Museo Egizio di Torino, la puntata è stata girata quasi interamente tra i monumenti più importanti del Parco archeologico del Colosseo. Infatti, gli autori hanno scelto di focalizzare l’attenzione sui rapporti che l’ultimo faraone d’Egitto ebbe con Roma e in particolare con Cesare e Marco Antonio. Ricordate la vicenda di Beyoncé e del Colosseo occupato da Alberto Angela? Beh, nei giorni che la popstar americana avrebbe voluto prenotare per girare il suo videoclip si stava realizzando proprio questa puntata.

Verranno quindi mostrati luoghi simbolo di uno dei periodi storici più tumultuosi per l’Urbe, quello delle guerre civili, durante il quale Cleopatra si ritrovò a vivere a Roma (46-44 a.C.). Inoltre, si ricalcheranno gli ultimi passi di Cesare, dalla sua presunta abitazione fino a Largo Argentina, dove fu assassinato nelle celebri idi di marzo.

Tra le novità di questa edizione di Ulisse, spicca la partecipazione di Gigi Proietti e Luca Ward. L’attore romano, proprio nello stesso luogo nel Foro dove Antonio declamò le orazioni funebri di Cesare, reciterà la versione shakespeariana. Il doppiatore, invece (ma questo voglio proprio vedere come lo incastrano con il filone narrativo), all’interno dell’Anfiteatro Flavio riproporrà alcuni momenti salienti de “Il Gladiatore” con l’accompagnamento del duo di violoncellisti 2Cellos. Infine, grazie alle tecniche forensi del gruppo RIS dei Carabinieri, si cercherà di ricostruire il volto di Cleopatra partendo dai ritratti della regina noti da statue e monete.

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“Asterix & Obelix – Missione Cleopatra” (blooper egittologici)

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A una settimana dal trionfo bleu ai mondiali di calcio, credo sia doveroso omaggiare la Francia, a modo mio, cioè demolendo un film transalpino a tema egittologico trovandone tutti gli errori! No, scherzo. La mia cattiveria per la rubrica “Blooper egittologici” è direttamente proporzionale alla serietà delle pellicole prese in esame e poi, si sa, i Galli sono suscettibili! Chiaramente parlerò di “Asterix e Obelix: missione Cleopatra”, remake del 2002 del lungometraggio animato “Asterix e Cleopatra” (1968), a sua volta adattamento del celebre fumetto ideato da René Goscinny e Albert Uderzo.

Asterix_e_CleopatraLa storia è nota: siamo intorno al 50 a.C. e la Gallia è stata quasi completamente conquistata dall’esercito di Giulio Cesare; quasi perché, all’estremità dell’odierna Bretagna, un piccolo villaggio resiste strenuamente all’avanzata romana grazie a una pozione magica, prodotta dal druido Panoramix, che rende invincibile chi la beve. Così, i soldati che hanno assoggettato gran parte del mondo conosciuto diventano semplici punchball che schizzano in aria ai pugni di Asterix, il biondo baffuto protagonista del fumetto, e Obelix, il suo grosso amico caduto nella pozione da piccolo. In particolare, nel 6° albo della serie, “Astérix et Cléopâtre” del 1965, i nostri eroi finiranno addirittura in Egitto, dove conosceranno la celebre regina Cleopatra VII, a soli due anni dall’uscita dell’iconico film di Mankiewicz. Non a caso, Goscinny e Uderzo, sia nel fumetto che nel cartone del ’68 diretto da loro stessi, s’ispirarono moltissimo al colossal hollywoodiano facendo continui asterix1riferimenti soprattutto alla figura di Liz Taylor (basti vedere la copertina dell’albo, qui in alto, che scimmiotta la locandina di “Cleopatra”). Purtroppo questa caratteristica si è persa nella versione di Alain Chabat, che ha ripreso in blocco la precedente di 72 minuti e, con l’aggiunta di qualche scena inedita (come, verso la fine, il combattimento marziale  in stile “La Tigre e il Dragone”), l’ha allungata a 107′ rendendola il film francese più costoso fino ad allora. Io preferisco senza dubbio il cartoon – anche se nella versione italiana c’è il solito vizio di stravolgere i testi e i nomi (il cagnolino Idefix diventa Ercolino) – che ha la lunghezza giusta e mantiene la geniale trovata dei dialoghi espressi in geroglifico nelle nuvolette.

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La narrazione si apre ad Alessandria d’Egitto con un’accesa discussione tra Cleopatra (Monica Bellucci) e Cesare (interpretato dal regista in persona; forse perché alla fine dovrà pomiciare con la bella attrice italiana?). In realtà, il generale romano arriverà in Egitto solo un paio di anni dopo la data fornita nell’incipit. In ogni caso, l’argomento del litigio tra i due è la grandezza del popolo egiziano, ormai decaduta secondo Cesare che è convinto che le monumentali opere come le piramidi appartengano a un passato perduto. Per dimostrare il contrario, Cleopatra lo sfida assicurando che avrebbe fatto costruire un grandioso palazzo in soli tre mesi. 6Il problema è che, oltre alle tempistiche ristrette, il progetto è affidato all’architetto più incompetente del regno, Numerobis (Jamel Debbouze). L’impresa appare subito impossibile senza un intervento magico; per questo Numerobis, in bilico tra l’essere ricoperto d’oro o gettato in pasto ai coccodrilli, si reca in Gallia per chiedere una mano a Panoramix (Claude Rich), vecchio amico del padre. Così, il druido accetta di aiutare l’alessandrino e, insieme ad Asterix (Christian Clavier), Obelix (Gérard Depardieu) e Idefix, parte per l’Egitto.

Il tempo stringe, ma gli operai sembrano comunque in grado di completare il palazzo nei due mesi restanti, anche perché, grazie alla pozione, riescono a trasportare a mano i pesanti blocchi di pietra. Una nota di merito, in questo caso, va a Goscinny e Uderzo per non aver menzionato gli schiavi e per aver fatto riferimento al primo sciopero della storia, verificatosi sotto il regno di Ramesse III (qui per approfondire). I lavori, infatti, vengono interrotti dal perfido Stocafis (gioco di parole già presente nella traduzione italiana del fumetto che sostituisce l’originale Amonbofis), altro architetto geloso di Numerobis che sobilla gli uomini inducendoli a chiedere un trattamento migliore, come il ricevere meno frustate. Divertente qui è la scena del passaggio di turno degli operai che s’invertono nel ruolo di trainatore e fustigatore scambiandosi la parrucca.

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Tra i tentativi di sabotaggio di Stocafis, c’è anche la corruzione del fornitore del materiale da costruzione, che costringe i Galli ad andare a risolvere il problema direttamente alla cava. Durante la navigazione del Nilo verso sud, il gruppo si ferma anche a Giza, dove veniamo a sapere perché la Sfinge abbia perso il naso: non per colpa dei soldati di Napoleone né per iconoclastia islamica, ma a causa di un goffo Obelix che si arrampica in cerca di una vista panoramica!

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Asterix e Obelix dovranno vedersela anche con i soldati romani che Cesare invierà per non perdere la scommessa, ma ovviamente, dopo la classica scazzottata a senso unico, il tutto si concluderà nel migliore dei modi: Stocafis verrà sconfitto, il sontuoso palazzo sarà completato, Numerobix ricompensato e il generale romano dovrà ammettere la grandezza del popolo egiziano durante il banchetto finale.

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Genius Bonus

I numerosi geroglifici presenti nel film sono puramente estetici e non hanno alcun significato, ma Alain Chabat, durante un’intervista (minuto 52:38), ha dichiarato che da qualche parte ci sarebbe un’unica iscrizione sensata da tradurre così: “Celui qui lit ça est un égyptologue”. Effettivamente, nei titoli di coda appare come consulente anche Guillemette Andreau-Lanoë, membro anziano dell’IFAO e direttrice della sezione egizia del Louvre dal 2007 al 2014. Tuttavia, io non l’ho scovata; avvertitemi se doveste riuscirci voi!

 

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