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“Moon Knight”: la spiegazione di tutti i riferimenti all’antico Egitto

Con il sesto e ultimo episodio, mercoledì scorso si è conclusa su Disney+ la nuova miniserie Marvel “MOON KNIGHT” che, così come il fumetto da cui trae ispirazione, attinge ampiamente a storia, archeologia e religione dell’antico Egitto. In questo articolo proverò a spiegare tutti i riferimenti egittologici, ma se ne avete individuati altri, segnalatemeli nei commenti! Di conseguenza ci saranno spoiler, quindi consiglio caldamente a chi non ha visto l’intera serie di tornare più tardi o al massimo leggere il pezzo relativo ad ogni puntata.

Devo ammettere che, fino al lancio dei primi trailer, non conoscevo l’esistenza di un supereroe che deve i suoi poteri a una divinità egizia, così mi sono documentato leggendo qualche albo che lo riguarda, in particolare la raccolta “Lunatico”, con i numeri del 2016 di Greg Smallwood e Jeff Lemire. In realtà, la prima apparizione di Moon Knight risale addirittura al 1975 come antagonista in “Werewolf by Night”, ma, grazie all’apprezzamento dei lettori, intensificò la sua presenza in fumetti di personaggi più famosi, fino ad ottenere una serie personale dal 1981. Molto brevemente, il Cavaliere della Luna è l’alterego (uno dei tanti, come vedremo) di Marc Spector, mercenario americano che, in fin di vita, viene salvato dal dio Khonshu al quale consacra la sua esistenza come protettore dei viaggiatori della notte. Ma caratteristica principale del personaggio è la coesistenza di diverse identità che, nel corso degli anni, sfocerà in una psiche frammentata e in un disturbo della personalità multipla. Fino alla fine, infatti, non sarà chiarò se quello che stiamo vedendo sia l’effettiva realtà o una proiezione della mente malata del protagonista.

Già dall’evento scatenante, gli intrecci con la civiltà nilotica sono continui e cose di cui parlare quindi ce ne sono molte. La serie – affidata fra l’altro a un regista egiziano, Mohamed Diab – si è avvalsa della consulenza di un egittologo, Zoltán Horváth del Museo di belle arti di Budapest, ma non per questo è scevra da errori. Alcune sviste dipendono dall’aderenza al fumetto, altre per evidenti scelte di marketing, altre ancora dal fatto che nessuna scena, come spesso accade, è stata girata in Egitto. Ma è apprezzabile l’utilizzo dell’antica lingua egizia per alcune delle invocazioni del villain Arthur Harrow (Ethan Hawke). C’è infine da sottolineare che Oscar Isaac, l’ottimo attore che impersonifica Moon Knight, ha già curiosamente ricoperto un ruolo “egizio” per la Marvel nel film “X-Men – Apocalisse“.

1° Episodio – Il dilemma del pesce rosso

A sinistra: il museo in cui lavora Steven; a destra: la vera facciata del British Museum

Steven Grant è un commesso del bookshop di un museo archeologico di Londra. Seppur non venga direttamente citato, è chiaro ci si riferisca al British Museum che conserva una delle collezioni egizie più importanti in assoluto. Tuttavia, la serie è stata girata nel Museo Nazionale Ungherese a Budapest, la cui facciata neoclassica si avvicina molto a quella del British.

Il vero Colosso di Ramesse II al British Museum (destra) e la riproduzione nella serie (sinistra)

Gli stessi reperti mostrati in puntata sono tutti oggetti di scena creati ad hoc su modello di famosi pezzi provenienti da musei di tutto il mondo. Ci sono sicuramente antichità del British, come il Gatto Gayer-Anderson, alcune statue di Sekhmet e soprattutto il cosidetto “Giovane Memnone” (foto in alto a destra), ma si riconoscono altre opere iconiche: dal Museo Egizio del Cairo, le maschere funerarie d’oro dalla necropoli reale di Tanis, la statua-rebus di Ramesse II e le versioni in miniatura di Ramesse III tra Horus e Seth e di Chefren seduto in trono; dal Luxor Museum la statua di Nebra e di Ramesse VI con nemico; dal sito di Menfi, la statua colossale di Ramesse II (ma in piedi); dal Kherma Museum in Sudan, il gruppo di statue di faraoni della XXV din. e re kushiti della cachette di Dukki (frame in alto a sinistra); ecc. Altri invece sono frutto di fantasia, come i 4 pilastri al centro della sala principale del museo che mostrano scene prese dal papiro di Hunefer.

A sinistra: Harrow con il suo scettro e il tatuaggio della bilancia; a destra: cap. 125 del Libro dei Morti dal Papiro di Hunefer

Nonostante il suo lavoro si limiti a vendere souvenir, Steven si mostra un esperto di religione egizia e si stupisce che nella cartellonistica del museo si pubblicizzi una mostra sull’Enneade con 7 dèi al posto di 9… ma poi cita erroneamente Horus (per la composizione dell’Enneade, rimando al 3° episodio). In effetti, il nostro protagonista passa notti intere a studiare libri di egittologia, soprattutto per combattere i suoi disturbi del sonno che, come presto si vedrà, hanno una causa ben più complessa. A un certo punto, infatti, Steven si risveglia all’improvviso in un borgo alpino, braccato dagli adepti di una setta armata. A capo di questi invasati c’è Arthur Harrow che, grazie ai poteri conferitigli da Ammit (che invoca gridando in antico egiziano: “dwA ammwt” = “lode ad Ammit”), giudica le persone anche per i loro peccati futuri. Non a caso, sull’avambraccio destro, Harrow ha il tatuaggio di una bilancia che si anima durante il giudizio e che fa riferimento alla Pesatura dell’anima o Psicostasia del capitolo 125 del Libro dei Morti. In questo gruppo eterogeneo di formule magico-religiose che servivano a superare ostacoli e pericoli nell’aldilà, il defunto, di solito accompagnato da Anubi, subiva la prova finale: il cuore, sede del pensiero, delle emozioni e della memoria, era posto sul piatto di una bilancia e pesato in contrapposizione alla piuma di Maat, simbolo di verità e giustizia, con cui doveva trovarsi in equilibrio. In caso contrario, l’organo sarebbe stato gettato in pasto ad Ammit, la “Grande divoratrice”, mostro ibrido dalla testa di coccodrillo, zampe anteriori di leone e posteriori di ippopotamo. Per questo motivo, il bastone di Harrow è decorato con due teste di coccodrillo. Nella serie Ammit ha un ruolo meno passivo ed è tratteggiata come una pericolosa divinità in cerca di una discutibile giustizia preventiva che, per questo, era stata intrappolata dagli altri dèi.

A sinistra: lo scarabeo-bussola di Ammit; a destra: scarabeo alato in faience, Periodo Tardo, Metropolitan Museum 30.8.1082a-c

Tuttavia, Harrow e i suoi accoliti vogliono riportare Ammit sulla terra ed hanno quindi bisogno di trovare la sua tomba, la cui ubicazione è indicata da uno scarabeo alato d’oro. Gli Egizi identificavano lo scarabeo stercorario con Khepri, il sole mattutino nascente, per il particolare comportamento dell’insetto che trasporta con le zampe palle di escrementi; di conseguenza, lo rappresentavano nell’atto di innalzare il disco solare. In ambito funerario, lo scarabeo era simbolo di rinascita e il suo amuleto veniva posto come protezione beneaugurante sul petto delle mummie. Il nome di Khepri appare proprio tra i geroglifici incisi sullo scarabeo dorato che corrispondono a una breve porzione del capitolo 17 del Libro dei Morti, scritta in modo speculare sulle due elitre del coleottero:

i xpri Hry-ib wiA=f pAwty Dt=f nHm=k Wsir Imn-Htp mAa-xrw” = “Oh Khepri, nel mezzo della sua barca, il cui corpo è primigenio, salva l’Osiride Amenofi, giusto di voce”.

Questa chicca si deve sicuramente alla consulenza dell’egittologo, ma personalmente – visto che lo scarabeo punta come una bussola alla tomba di Ammit – avrei sostituito con il suo nome quello di Amenofi (o Amenhotep) che qui ha poco senso.

La prima trasformazione di Moon Knight

Successivamente scoppia una colluttazione per accaparrarsi lo scarabeo d’oro e Steven sembra non riuscire a controllare a pieno il suo corpo perché mosso dalla voce di un’entità misteriosa e da una seconda personalità, il mercenario Marc Spector, con cui si alterna nei momenti di black out mentale. Si deve arrivare alla fine dell’episodio per far sì che Steven diventi pienamente consapevole del suo ego dissociato. Di nuovo a Londra dopo un salto temporale e spaziale, infatti, è costretto ad affidarsi al più risoluto Marc quando viene di nuovo raggiunto da Harrow che, nel museo ormai chiuso, prima prova a giudicarlo con il suo bastone e poi gli scaglia contro un mostro umanoide dalle fattezze di cane. La creatura si rifà ovviamente ad Anubi, dio della mummificazione e protettore delle necropoli, raffigurato, per l’appunto, con la testa di sciacallo. Nella scena conclusiva, in un bagno che magicamente viene ricoperto di testi geroglifici luminosi, si vede la prima trasformazione in Moon Knight, tra gli dèi Thot e Horus (immagine in alto).

2° Episodio – Evoca il costume

A sinistra: Khonshu nella serie Marvel; al centro: statua di Khonsu da Karnak, NMEC; a destra: rilievo con Khonsu da Karnak

Il costume di Moon Knight, oltre a mantello e cappuccio bianco, è composto da bende di lino che ricoprono il corpo di Marc durante la trasformazione. Inoltre, sul petto c’è un crescente lunare che è il simbolo della divinità egizia di cui l’eroe è l’avatar sulla terra: Khonshu. Khonsu (più propriamente senza la “h” finale, ma comunque da pronunciare “su” e non “sciu” come si sente in giro) era effettivamente il dio della luna, ma era di solito rappresentato come un bambino mummificato (foto in alto al centro). Faceva infatti parte della triade divina della città di Tebe, l’attuale Luxor, come figlio di Amon e Mut, e insieme venivano venerati nel grande complesso templare di Karnak. Alcune volte era ritratto con la testa di falco (immagine in alto a destra), come Horus ma con disco e crescente lunare sul capo; sicuramente non come l’uccello scheletrico dal lungo becco che si vede nella serie e nel fumetto, più adatto all’ibis di Thot (iconografia che, detto sotto voce, a me piace tantissimo!). Lo stesso ruolo vendicativo e violento del dio si distacca da quello che ha nel pantheon egizio nelle sue attestazioni più tarde. Invece, negli antichi Testi delle Piramidi (XXIV sec. a.C. circa), più precisamente nel cosiddetto “Inno cannibale”, si legge un breve accenno a Khonsu come colui che uccide e fa a pezzi gli altri dèi affinché il faraone defunto potesse cibarsi delle loro membra e acquisirne la forza (Pyr. 402).

Intanto fa la sua apparizione anche Layla El-Faouly (May Calamawy), moglie di Marc e figlia di un archeologo egiziano morto a causa di soldati predoni di tombe. Layla e Steven/Marc capiscono di dover trovare la sepoltura di Ammit prima di Harrow e quindi si recano in Egitto.

3° Episodio – Un tipo amichevole

A sinistra: la sala degli dèi nella Grande Piramide; a destra: schema dell’interno della Piramide di Cheope

Marc e Khonshu cercano di fermare Harrow chiedendo agli altri dèi un’udienza che viene convocata nella Piramide di Cheope a Giza. All’interno della struttura, una gigantesca stanza arriva quasi fino al pyramidion ed è decorata da improbabili statue più adatte al set del film “Cabiria” del 1914 (in alto a sinistra). In realtà, la Grande Piramide, salvo pochi ambienti e corridoi, è quasi completamente piena, ma si può giustificare la scelta con un’ipotetica dimensione divina alternativa. Un portale conduce in sala gli avatar degli dèi dell’Enneade, tra cui vengono citati Horus, Iside, Tefnut, Osiride e Hathor. L’Ennade eliopolitana era un gruppo di nove divinità celebrato soprattutto nella città di Eliopoli, importante centro del culto solare che coincide con l’odierno quartiere di Matariyya al Cairo e dove forse sarebbe stato meglio ambientare l’udienza. Inoltre, la composizione originaria della Grande Enneade prevedeva Atum (dio creatore primigenio), Shu e Tefnut (la prima coppia divina), Geb e Nut (terra e cielo), Osiride (sovrano dell’Aldilà), Iside (dea della fertilità e della magia), Seth (dio del caos e del deserto) e Nefti (protettrice dei morti).

L’avatar di Hathor, dea dell’amore, è stato chiaramente inserita per farla velatamente flirtare con Marc a cui, nonostante il consiglio degli dèi giudichi Harrow non colpevole, dice che nemmeno loro sanno dove sia sepolta Ammit, ma gli consiglia comunque di cercare il sarcofago nero di Senfu, medjay incaricato di documentare la posizione della tomba. I Medjay in origine erano una popolazione nubiana del deserto orientale, ma poi il termine venne adottato per indicare corpi speciali dell’esercito e della polizia. Questa attribuzione è stata spesso sfruttata nel cinema e nei videogiochi per creare personaggi con il ruolo di guardiano/guerriero. Possiamo ricordare, ad esempio, Ardeth Bay e i suoi compagni nel film “La Mummia” del 1999 o Bayek del gioco “Assassin’s Creed: Origins”.

A sinistra: la piramide di cristallo di Mogart con il sarcofago nero di Senfu; a destra: la mummia con il cartonnage

Il sarcofago in granito nero, insieme a un secondo sarcofago antropoide in legno e alla mummia, sono esposti in una piramide di cristallo, simil-Louvre, nel giardino del collezionista Anton Mogart. Layla, che conosce Mogart per la sua attività nel mercato nero di antichità, cerca di distrarlo mentre Steven studia il corpo di Senfu. La donna tira in ballo, citandola proprio in tedesco, la parola “Stundenwachen”, come se i testi iscritti nella parte interna del coperchio del sarcofago si riferissero a questo concetto egittologico estremamente tecnico, ma non adatto al contesto. Gli Stundenwachen (Veglia oraria) sono infatti formule da recitare e riti da officiare durante la veglia di un giorno, diviso in 24 ore, sul corpo di Osiride, ma sono noti da testi riportati sulle pareti di templi di epoca greco-romana.

Comunque Steven recupera un pezzo della copertura in cartonnage della mummia che risulta una mappa astrale con le coordinate per trovare la tomba di Ammit. Il cartonnage era una tecnica utilizzata per realizzare maschere funerarie, sarcofagi o altri oggetti del corredo con strati sovrapposti di lino o papiro stuccati e dipinti, un po’ come la cartapesta. Quello che Steven maneggia, invece, sembra più un origami in cuoio a forma di stella a cinque punte.

4° Episodio – La tomba

A sinistra: gli ushabti delle divinità imprigionate; a destra: ushabti del Museo Civico Archeologico di Bologna

Le coordinate ricavate dal cartonnage di Senfu si riferiscono alla situazione astrale di circa 2000 anni fa, così Khonshu è costretto a muovere la volta celeste per permettere a Steven e Layla di calcolare la posizione della sepoltura di Ammit. Il gesto, fin troppo appariscente perché la popolazione vede le stelle muoversi vorticosamente nel cielo notturno, scatena l’ira degli dèi dell’Enneade che intrappolano Khonshu in un ushabti e lo mettono insieme alle altre statuine delle divinità decadute (immagine in alto a sinistra). Qui il riferimento egittologico è un po’ stiracchiato perché gli ushabti, tra gli oggetti più tipici della tradizione funeraria egizia, erano figurine poste, a partire dal 1900 a.C. circa, nelle tombe per garantire una funzione specifica. Realizzate di solito con misure che andavano dai 2 ai 20 cm e in diversi materiali (legno, pietra, faience, fango, terracotta, metallo), queste statuine in un primo momento replicavano l’aspetto del defunto, ma con il tempo il loro numero aumentò e divennero veri e propri servitori che lavoravano al posto del morto nell’aldilà. Data l’importanza del Nilo nella vita quotidiana dell’antico Egitto, l’esistenza dopo la morte era infatti immaginata come un fertile paesaggio agricolo in cui tutti avevano i propri obblighi. Gli ushabti quindi si attivavano magicamente grazie a una formula che poteva essere iscritta sul loro corpo (il capitolo 6 del Libro dei Morti) e compivano tutti quei lavori che sarebbero toccati al defunto per l’eternità: arare la terra, scavare canali per l’irrigazione, spostare la sabbia da una riva all’altra del fiume, ecc. Non a caso, una delle ipotesi sull’etimologia del nome li identifica come “coloro che rispondono (alla chiamata)”. Dal I millennio a.C., il loro numero si stabilizza – teoricamente – sulle 401 unità, corrispondenti a un operaio per giorno dell’anno più un caposquadra ogni 10 lavoratori. Nella loro forma standardizzata, gli ushabti erano rappresentati con un corpo mummiforme nell’atto di sorreggere attrezzi agricoli, come zappa, piccone e cesta per i semi. E in questo almeno, le statuette mostrate in Moon Knight si avvicinano all’iconografia classica, soprattutto grazie alle braccia incrociate sul petto. Ma quindi agli dèi non occorrevano ushabti? Ehm, no… a parte, in un certo senso, rarissime eccezioni, come nel caso delle statuine a testa di toro poste nel Serapeo di Saqqara vicino i grandi sarcofagi in cui erano deposti gli animali considerati reincarnazioni viventi del dio Apis (qui un esempio dal Louvre).

Steven e Layla riescono a trovare la tomba che si trova in pieno deserto (in realtà lo Wadi Rum in Giordania) e si accorgono che la struttura sotterranea labirintica è a forma di udjat, l’occhio di Horus. Sembra infatti che, oltre alla sepoltura, ci siano veri e propri laboratori di mummificazione in cui sacedoti-heka, tumulati vivi per proteggere il faraone, eviscerano chi cerca di profanare il luogo. Questo è un classico cliché della letteratura e del cinema che, tuttavia, non ha fondamento. Ad eccezione di precoci casi risalenti ai primi regni del Protodinastico (intorno al 3000 a.C.), infatti, non sono attestati sacrifici umani in Egitto né tanto meno deposizioni coatte di servitori o membri della corte. Inoltre, sebbene il concetto di Heka, riassumibile banalmente nella magia, sia applicabile al contesto mostrato, i sacerdoti rappresentati alle pareti hanno pelli di leopardo addosso quindi sono preti-sem, che avevano un importante ruolo durante i riti funerari.

A sinistra: i piedi del sarcofago dorato di Tutankhamon; al centro: la tomba di Alessandro Magno nella serie; a destra: KV9, Valle dei Re

La camera sepolcrale presenta un collage di elementi appartenenti a epoche diverse. La struttura generale si rifà a tombe reali del Nuovo Regno, in particolare alla KV9 nella Valle dei Re, realizzata per Ramesse V e utilizzata da Ramesse VI (1144-1136 a.C.), di cui sono riconoscibili diverse copie delle pitture parietali (due esempi in alto). Il sarcofago, almeno per la parte dei piedi, trae spunto da quello esterno di Tutankhamon; altri oggetti del corredo, invece, vanno dal Medio Regno al Periodo Tardo (vedi immagine in basso) e si vede addirittura una statua equestre in bronzo a grandezza naturale di foggia chiaramente greco-romana. Bucefalo?

Alcuni oggetti nella tomba di Alessandro Magno: modellino funerario con soldati dalla tomba di Mesehti, XI din. (Museo Egizio del Cairo) e statuetta di Ibis, Periodo Tardo (Museum of Fine Arts, Houston)

Effettivamente, la tomba appartiene ad Alessandro Magno (356-323 a.C.), come si legge dal nome, scritto non proprio in maniera esatta, in cartigli sul sarcofago e sulle pareti. Il condottiero macedone è sì stato sepolto nell’Egitto che aveva precedentemente conquistato, ma le fonti lo collocano prima a Menfi e poi ad Alessandria, in un mausoleo non ancora individuato e che con tutta probabilità non assomigliava in alcun modo alla tomba mostrata nella serie. L’ushabti di Ammit comunque si trova nella bocca della mummia di Alessandro. Steven riesce a recuperarlo, ma è anche raggiunto da Harrow che lo uccide – almeno apparentente – con un colpo di pistola in pieno petto.

5° Episodio – Asylum

A sinistra: Steven e Marc nell’ospedale psichiatrico incontrano Tauret; a destra: statuina in legno della dea, XIX din., Museo Egizio di Torino

Fine della storia? Naaa… ci sono ancora due episodi. Dopo il colpo di pistola, infatti, Marc si risveglia nell’ufficio del direttore di un istituto psichiatrico, il Dr. Harrow. Sembrerebbe quindi che tutto ciò che è accaduto fosse solo una proiezione della sua mente. Ma fuggendo dalla sala, incontra un sarcofago egizio al cui interno è chiuso Steven. In cerca di un’uscita, i due, per la prima volta fisicamente divisi, finiscono al cospetto dell’imponente figura della dea ippopotamo Taweret che, con una vocina dolce e amichevole, spiega loro che effettivamente sono morti e che ciò che vedono è la Duat, l’oltretomba dell’antico Egitto manifestatosi in una forma comprensibile dalle loro capacità cognitive. Taweret, chiamata anche Tauret, Tueret o Tueris, era una divinità molto popolare nei culti domestici perché protettrice dei bambini e delle partorienti e perché legata al concetto di fertilità. In ambito funerario, invece, aveva un ruolo secondario di garante della rinascita dopo la morte e di guida nel viaggio nell’aldilà. In tal senso, Anubi sarebbe stato più adatto alla guida della barca solare, ma il personaggio pacioccoso della serie servirà sicuramente a vendere action figures e peluche.

A sinistra: la prima barca solare di Cheope; a destra: la barca che conduce Marc e Steven verso i Campi di Iaru

Marc e Steven cominciano ad attraversare la Duat, giustamente raffigurata come un deserto notturno. L’imbarcazione in cui viaggiano prende spunto dalla prima barca solare di Cheope (foto in alto a destra), fino a poco tempo fa esposta ai piedi della Grande Piramide, ma ora conservata presso il Grand Egyptian Museum di Giza. Durante il percorso, Taweret ruba ad Anubi anche il compito di prendere i cuori, che effettivamente hanno la forma dell’amuleto-ib, e di pesarli con la piuma di Maat. I bracci della bilancia non sono in equilibrio, quindi i due devono tornare dentro la struttura per risolvere traumi del passato prima che gli spiriti della Duat arrivino a prenderli.

A sinistra: bronzetto di Orisiride, Periodo Tardo, Metropolitan Museum; al centro: la barca funeraria va verso il Portale di Osirde; a destra: falsa porta, V din., Museo Civico Archeologico di Bologna

Ripercorrendo i ricordi, si viene a sapere che Steven altri non è che un’identità dissociata creata da Marc quando, da bambino, subì la morte del fratellino e le conseguenti violenze della madre che gli diede la colpa della disgrazia. Per questo l’equilibrio si ottiene solo quando Steven cade dalla barca e diventa una statua di sabbia. Questo avviene proprio in prossimità del Portale di Osiride, il passaggio che collega la Duat con la sfera terrena (in alto al centro). L’iconografia scelta si rifà giustamente alla stele falsa-porta (immagine in alto) che, nelle tombe dell’Antico Regno, era un elemento architettonico che simbolicamente permetteva all’anima del defunto, il ka, di ricevere le offerte e di muoversi tra l’aldilà e il mondo dei vivi. Accanto al cancello si vedono quattro enormi statue che hanno la forma delle statuette di bronzo di Osiride (in alto a sinistra), raffigurato mummiforme, con barba posticcia, scettro heqa e il flagello nekhekh in mano e corona atef sulla testa (corona bianca più piume di struzzo laterali).

6° Episodio – Dèi e Mostri

A sinistra: Marc nei Campi di Iaru; a destra: vignetta del Cap. 110 del Libro dei Morti di Ani, British Museum

Con il sacrificio di Steven, Marc può finalmente arrivare nei Campi di Iaru, un infinito campo di grano permeato di tranquillità e di una calda luce soffusa. I Campi di Iaru, letteralmente “Campi di Giunchi/Canne”, sono descritti nei capitoli 109, 110 e 149 del Libro dei Morti e possono considerarsi – tra mille virgolette – come il paradiso dell’antico Egitto. Questo luogo dell’aldilà era rappresentato come un fertile paesaggio coltivato, solcato da freschi canali d’acqua, in cui il defunto, nonostante dovesse compiere diversi lavori agricoli (ma tanto li passava agli ushabti), viveva un’eternità felice e pacifica (immagine in alto a destra). Il concetto di base mette in contrapposizione la verde Valle del Nilo con l’arido deserto. Nei più antichi Testi delle Piramidi, invece, la volta celeste era divisa in due parti, settentrionale e meridionale, rispettivamente occupate dai Campi delle Offerte e, per l’appunto, dai Campi di Iaru che erano solo una tappa momentanea di purificazione durante l’ascesa al cielo. Solo dai Testi dei Sarcofagi, diventarono la destinazione finale, probabilmente posta a est, in corrispondenza con la fine del viaggio notturno del Sole.

Ammit divora le anime dei cittadini del Cairo

Nonostante la beatitudine raggiunta, Marc decide di tornare indietro e di recuperare Steven, anche perché, nel frattempo, Harrow ha rotto l’ushabti di Ammit ed è riuscito a invocarla. L’iconografia della creatura si allontana da quella originale prettamente animale e presenta, come già nei fumetti, un corpo umano con testa e coda di coccodrillo, chioma leonina legata in ciocche e abito e voce femminili. D’altronde, il genere scelto dagli Egizi per la “Grande divoratrice” è chiaro fin dalla desinenza femminile finale -t nel nome. Fedele alla sua definizione, quindi, una gigantesca Ammit a Giza comincia a ingurgitare le anime dei cittadini del Cairo che sono giudicati da Harrow e dai suoi compagni (immagine in alto).

A sinistra: Layla diventa Scarlet Scarab; a destra: Nefti alata su uno degli angoli del sarcofago di Tutankhamon (f. osirisnet.net)

La situazione è grave. Per fermare Ammit c’è bisogno di più forze, così Layla riesce a liberare Khonshu rompendone l’ushabti, fa tornare in vita Marc e a sua volta diventa avatar di Taweret indossando un costume con ali metalliche. Questa forma è una reinterpretazione degli sceneggiatori che hanno preso un personaggio maschile della Marvel già esistente, Scarlet Scarab, e lo hanno trasformato in un’eroina con poteri diversi. Nell’iconografia religiosa egizia, molte dee vengono rappresentate con ali di rapace e le braccia aperte in un gesto di protezione, spesso in ambito funerario: Maat, Nut, Hathor, Iside, Nefti, Selkis, Neith. Troviamo le ultime quattro, ad esempio, agli angoli del sarcofago esterno in quarzite di Tutankhamon (foto in alto a destra).

Da qui in poi si assiste solo a tante botte, con lo scontro tra Ammit e Khonshu e tra Moon Knight, Scarlet Scarab e Harrow, senza che ci siano altri riferimenti egittologici. Ovviamente vinceranno i buoni, anche se l’immancabile scena post-credit apre a possibili risvolti futuri.

Riferimento bonus:

Il primo vero rimando dell’intera serie all’antico Egitto è la decorazione dell’acquario di Steven con souvenir kitsch nell’acqua che ritraggono la Grande Sfinge, una piramide, il busto di Nefertiti, una barca funeraria, un obelisco e un tempietto.

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“Assassinio sul Nilo”, 2022 (blooper egittologici)

Da due settimane è nelle sale italiane “Assassinio sul Nilo”, film tratto dall’omonimo romanzo (intitolato anche “Poirot sul Nilo”) di Agatha Christie e reboot di una pellicola del 1978 di cui ho già parlato sul blog. Da amante dei gialli e avendo letto il libro, aspettavo con impazienza quest’uscita, prevista per il 2020 ma rimandata a causa del Covid-19 e per strane vicende che hanno investito Armie Hammer, uno degli attori principali, accusato di molestie e addirittura di cannibalismo.

Il mio personale hype è salito anche per le buone recensioni che hanno caratterizzato il primo film della serie (“Assassinio sull’Orient Express”), sempre diretto e interpretato da Kenneth Branagh, e ovviamente per l’ambientazione egiziana. La trama infatti, senza fare troppi spoiler, gira attorno a una crociera sul Nilo del 1937, in cui sul lussuosissimo piroscafo Karnak la ricca ereditiera Linnet Ridgeway (Gal Gadot) trascorre la luna di miele con il marito Simon Doyle (Hammer). Tuttavia, durante il viaggio che, dal Cairo ad Abu Simbel, tocca alcuni tra i luoghi più iconici d’Egitto, si verificano dei delitti che il celebre investigatore belga Hercule Poirot (Branagh) dovrà risolvere indagando tra tutti i presenti, ognuno dei quali mostra possibili motivi per uccidere. Inutile mentirvi: chi ha letto il romanzo sa già come andranno più o meno le cose, seppur ci siano parecchie modifiche alla trama originaria. Il flash back introduttivo e il finale sono completamente inventati; alcuni fatti sono stati tagliati, stirati, compressi o completamente reinterpretati; il cast ha subito uno sconvolgimento figlio della recente – imposta e forse ipocrita – attenzione hollywoodiana alle minoranze. Se infatti i personaggi di Agatha Christie sono tutti bianchi e ricchi – o almeno presunti tali -, testimoniando la società colonialista europea dell’epoca, nel film alcuni importanti ruoli sono affidati ad attori di colore e viene presentata una relazione omosessuale tra due donne che nel romanzo non esiste. In tutta questa reinterpretazione è stato eliminato anche Guido Richetti, l’unico archeologo e per giunta italiano. Un’altra ‘novità’ introdotta dal regista è l’estesa esplorazione dell’animo e dei turbamenti di Poirot, a discapito dell’approfondimento degli altri personaggi e dell’ambiente circostante.

Per assurdo, infatti, proprio per questo motivo c’è pochissimo Egitto in “Assassinio sul Nilo”.

Da appassionata della storia del Vicino Oriente e avendo sposato in seconde nozze l’archeologo Max Mallowan (apprendista di Leonard Woolley nel sito di Ur), Agatha Christie frequentò diversi cantieri di scavo in Iraq e Siria e visitò più volte l’Egitto. Ne derivano una grande attenzione nella narrazione delle ambientazioni archeologiche orientali che si ripetono spesso nelle sue opere (“Non c’è più scampo”, un’altro romanzo su Poirot intitolato nell’originale “Murder in Mesopotamia”; sempre su Poirot, la storia breve “La maledizione della tomba egizia”; il giallo ambientato nella Tebe del 2000 a.C. “C’era una volta”; l’opera teatrale “Akhnaton”) e una minuzia di particolari nella descrizione di luoghi che la scrittrice visse in prima persona.

Questa atmosfera si respira nel film di Guillermin del 1978, dove gli attori si muovono effettivamente tra piramidi e templi; nella versione di Branagh, invece, non ci sono scene girate in Egitto e ci si deve accontentare di una brutta computer grafica o al massimo di ricostruzioni in teatri di posa. Inizialmente la produzione aveva pensato di andare in Egitto, per poi virare, visto le difficoltà riscontrate, verso gli Atlas Studios in Marocco (dove sono state girate alcune pellicole di cui mi sono occupato, come “La Mummia“, “Asterix & Obelix – Missione Cleopatra“, “Exodus – Dei e re“); ma alla fine si è deciso di restare in Inghilterra.

Uno scorcio impossibile a Giza

Se nel 1978 Peter Ustinov & Co. sono stati filmati sulla vera nave PS Sudan, a cui la Christie si ispirò per la Karnak, e nello storico Old Cataract Hotel (Sofitel Legend) di Assuan, nella versione del 2022 abbiamo monumenti e paesaggi in palese CGI o attrazioni da parco dei divertimenti. Il sito di Giza sembra lo sfondo di un videogame con evidenti licenze sulla posizione della sfinge – troppo vicina alle piramidi – e simmetrie forzate (basti guardare la piramide di Micerino che è un duplicato speculare di quella di Cheope; immagine in alto). Gli edifici dell’isola di File appaiono troppo piccoli. Ma i principali errori si trovano nella resa del Tempio Maggiore di Ramesse II ad Abu Simbel che, come dicevo, in alcune inquadrature sembra più “Ramses il risveglio” di Gardaland. La struttura interna è completamente inventata, con giganteschi mascheroni del faraone e piani superiori che fanno gioco alla sceneggiatura. Segnalo soprattutto una specie di terrazzo panoramico tra i due colossi di destra, che non esiste nella realtà, dove i due sposini salgono grazie a una scalinata nascosta per trovare un po’ di intimità… se non fosse per… (immagine in basso).

Da non considerare invece le castronerie che i vari personaggi dicono visitando i siti archeologici: la mastaba di Nefertari, le 8 spose di Ramesse II o le regine che sarebbero state sepolte vive insieme ai faraoni non sono errori storici da imputare agli sceneggiatori ma le classiche chiacchiere che i turisti si scambiano quando conoscono poco la materia egittologica. Ho sentito di peggio.

Infine, anche se capisco il facile riferimento, trovo leggermente ridicola la scena conclusiva con i cadaveri delle vittime portati giù dal battello bendati come mummie, perfino con le braccia incrociate.

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“Valley of the Kings. The Lost Tombs”: il documentario sulle ‘ultime’ scoperte di Zahi Hawass nella Valle delle Scimmie

Ieri è stato lanciato sulla piattaforma discovery+ “Valley of the Kings: the Lost Tombs”, il tanto atteso documentario sugli scavi di Zahi Hawass nella Valle dei Re e in particolare nel ramo occidentale chiamato “Valle delle Scimmie”. Vi dico subito che non è disponibile, almeno per il momento, sul catalogo italiano di Discovery Channel e per vederlo ho dovuto usare una VPN e abbondarmi al servizio americano.

Inizialmente si era parlato di una docuserie prevista per i primi mesi del 2019, tanto che, già nell’agosto del 2018, era stato rilasciato il trailer ufficiale. Il prodotto che invece è stato pubblicato ieri, con un ritado di due anni, è uno speciale di quasi un’ora e mezza in cui si racconta la ricerca da parte di Hawass delle tombe perdute di alcuni familiari di Tutankhamon. Ma se in origine l’attenzione, come si vede nel primo trailer, era rivolta alla moglie Ankhesenamon, questa volta il focus è completamente incentrato sulla matrigna Nefertiti. D’altronde, fino a poco tempo fa il celebre archeologo egiziano asseriva con certezza che la tomba della regina amarniana non fosse da cercare a Luxor; al contrario, fin dalla scoperta di quattro depositi di fondazione nella Valle delle Scimmie era convinto di essere vicino all’ultima dimora di Ankhesenamon.

Ma tutto questo hype si è poi effettivamente concretizzato in scoperte inedite?

Purtroppo no. Il documentario non presenta niente che non si conoscesse già. Si raccontano infatti i risultati della campagna 2017-2018, finanziata fra l’altro da Discovery Channel, già annunciati nell’ottobre del 2019 (link 1, 2): il centro funerario con 30 capanne, ognuna specializzata nella produzione di un oggetto del corredo funerario; due anelli in argento e bronzo; le placchette in oro e pasta vitrea appartenute a un sarcofago di XVIII dinastia; un frammento di mummia umana; attrezzi di costruttori di tombe; due assi in legno con il titolo reale di “Signore delle Due Terre”; un taglio nella roccia di una sepoltura incompiuta.

L’idea di scavare nella Valle delle Scimmie, quasi mai indagata tra le uniche due tombe complete, quelle di Amenofi III e Ay, è sicuramente stimolante; tuttavia la gran parte degli oggetti ritrovati, seppur di origine elitaria, è fuori contesto, frutto dell’attività dei tombaroli, e quindi di scarsa utilità per ricavare dati definitivi. Nonostante non si arrivi a niente di concreto, l’intero documentario è intervallato da continui riferimenti a Nefertiti, fin dal palese utilizzo del suo busto nella locandina. Vengono trovate ceramiche di XVIII dinastia? Potrebbero essere un collegamento a Nefertiti. Emerge il fianco di una donna con una buona mummificazione? Potrebbe essere una regina, quindi Nefertiti. Viene scoperto un anello con un’iscrizione promettente? Potrebbe leggersi Nefer-t-t. Peccato che subito dopo ci si corregga dicendo che, invece, il castone presenta un titolo di Amenofi III (rettifica che è ovviamente omessa nel trailer). L’impressione generale è che, viste le premesse (“Sono sicuro al 100% che Nefertiti sia qui. Ma la domanda è dove”), i risultati siano stati al di sotto delle aspettative e per questo i produttori del documentario abbiano voluto puntare su una figura storica più conosciuta, affascinante e dibattuta, soprattutto dopo il recente polverone scoppiato per le teorie di Nicholas Reeves.

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Il Re Scorpione (bloopers egittologici – con Paolo Medici)

Nel 2001, il secondo capitolo della trilogia cult della Mummia con Brendan Fraser aveva lanciato un personaggio che, nonostante il minutaggio limitato, aveva attirato il favore del pubblico. Il mostruoso villain del film, l’ibrido Re Scorpione – metà uomo metà aracnide – fu così riutilizzato l’anno dopo per uno spin-off della saga, che tuttavia reinterpretava completamente la storia. Infatti, il malvagio guerriero che aveva venduto l’anima ad Anubi ne “La Mummia – Il ritorno” divenne un mercenario accadico – buono – destinato a uccidere il vero cattivo della pellicola e a regnare per primo sull’Egitto unificato.

“Il Re Scorpione” è fra l’altro il debutto da protagonista di Dwayne Johnson, il wrestler meglio noto come The Rock, che, dopo la breve comparsata nella Mummia (dove spesso è sostituito dal suo orribile doppione in CGI) iniziò così una fortunata carriera da attore. Il film ebbe anche buoni incassi, tanto da essere seguito da un prequel e tre sequel per l’home video… che non ho il coraggio di vedere. È stata infatti già un’impresa finire di guardare questo blockbusterone da 60 milioni di dollari, figuriamoci i seguiti prodotti a basso costo.

Come detto, la storia si svolge più o meno nel 3000 a.C., quando un’armata inarrestabile guidata da Memnone porta morte e distruzione in tutto il Vicino Oriente. Nella mitologia greca, Memnone è un eroe semidivino, re degli Etiopi, che combattè la guerra di Troia al fianco di Priamo. L’Etiopia era il termine con cui, ad esempio, Erodoto indicava le terre a sud di Assuan; per questo i Greci ribattezzarono le due gigantesche statue del tempio funerario di Amenofi III a Tebe Ovest come “Colossi di Memnone”, credendo ritraessero proprio il personaggio. Questo è il primo blooper storico perché convenzionalmente guerra di Troia si colloca nel XII secolo a.C.

In ogni caso, le poche tribù rimaste libere assoldano un mercenario accadico, Mathayus – il futuro Re Scorpione -, per uccidere la maga indovina Cassandra (altro riferimento omerico buttato a caso) che indirizza le campagne militari di Memnone grazie alle sue visioni. Ed ecco il secondo di un’infinita serie di anacronismi perché l’impero accadico parte dal 2334 a.C. con Sargon di Akkad; e pur considerando la precedente fase nomadica delle popolazioni semitiche corrispondenti, siamo comunque fuori strada.

Per farla breve, Mathayus riuscirà più o meno da solo a sbaragliare tutti i nemici, sopravvivere al veleno di uno scorpione, conquistare il cuore della bella Cassandra e diventare il legendario re che, da lì a breve, avrebbe regnerato sull’Egitto unificandolo. Questa volta non vale nemmeno la pena fare un’analisi più accurata perché gli errori storici sono fin troppi: spade in ferro nell’antica Età del bronzo; shuriken e altre armi giapponesi; polvere da sparo; cavalli con selle e briglie; tigri; obelischi e statue di Anubi; menzioni di popolazioni e città molto più recenti come Micenei e Pompei. Più interessante è invece conoscere meglio la figura storica che ha ispirato – almeno nel nome – il protagonista del film. Chi era veramente Re Scorpione? Lo chiediamo a un esperto del periodo, Paolo Medici, laureato in Archeologia del Vicino Oriente a Venezia con tesi triennale sulla nascita della scrittura egizia e magistrale sul ruolo di Hierakonpolis nella formazione dello stato egizio, infine dottorato in Egittologia presso la Freie Universität di Berlino sulla formazione statale egizia e sull’evoluzione della complessità sociale nel periodo Pre e Protodinastico.

Baines, J. and Malek, J. 1980. Atlas of Ancient Egypt, p. 79. Disegno: Adams, B. 2008. Protodynastic Egypt, p. 8

Quale dei due?

Eh sì perché ce ne sono addirittura due! Quello che si vede nel film dovrebbe fare riferimento al secondo cioè quello della Dinastia 0 che si colloca verso la fine del IV millennio a.C, mentre il primo sarebbe un regnante Predinastico di due secoli precedente. Prima però è bene chiarire il quadro storico in cui sarebbe dovuto vivere il re Scorpione (II).

Il primo a definire il concetto di Dinastia 0 fu l’archeologo inglese James Quibell durante gli scavi condotti a Hierakonpolis. La definizione di Dinastia 0, però, presentò fin dall’inizio alcune criticità. In primo luogo suscita perplessità la scelta dei confini cronologici e la lista dei sovrani che vi figurano all’interno. Una seconda problematica riguarda la definizione stessa di dinastia che risulta impropriamente applicata a tali re. Con il termine dinastia ci si riferisce normalmente a un corpo omogeneo di governanti legati fra loro da legami famigliari e più in generale di parentela. La cosiddetta Dinastia 0, al contrario, include governanti e capi non collegati fra loro e riferibili a siti diversi e distanti, come Abydos, Buto, Helwan, Hierakonpolis, Qustul, Tura e Tarkhan. L’unico tratto ad accomunare questi personaggi è, dunque, è la cronologia: tutti i governanti elencati nella Dinastia 0 appartengono, infatti, al un periodo che va da Naqada IIIA/B a Naqada IIIC1 (circa 3350-3100 a.C.), o fino a Narmer per alcuni autori, sebbene Narmer sia spesso considerato il primo monarca della I Dinastia. I dibattiti su questi regnanti sono ancora in corso e, in particolare, il re Scorpione è uno dei più discussi; ci sono ad oggi poche prove archeologiche di questo sovrano e scarse rappresentazioni che lo ritraggono. L’unica tra queste che è collegata a un contesto reale potrebbe essere la testa di mazza di Scorpione trovata nel deposito principale di Hierakonpolis (foto in alto).

Friedman, R. 2008. The Cemeteries of Hierakonpolis, in Archeo-Nil, p. 13

Purtroppo, non sono state trovate tombe chiaramente collegate a lui, anche se alcuni autori gli attribuiscono il complesso della tomba 1 nel cimitero d’élite HK6 di Hierakonpolis (nell’immagine in alto, la tomba più a destra).

Stevenson, A. 2015. Locating a Sense of Immortality in Early Egyptian Cemeteries. In Renfrew, C., Boyd, M. and Morley I. (Eds.). Death Rituals, Social Order and the Archaeology of Immortality in the Ancient World: ‘Death Shall Have No Dominion’, pp. 371-381

L’egittologo tedesco Günter Dreyer, invece, ha sostenuto che la tomba B50 di Abydos sia il luogo di sepoltura di Scorpione. Tuttavia, non ci sono prove certe a sostegno di ciò e, come la maggior parte degli autori ritiene, non ci sono testimonianze che Scorpione avesse alcun potere su Abydos. D’altra parte, Kemp sostiene che sia Scorpione sia Narmer provenissero da Hierakonpolis.

In realtà la stessa lettura del segno dello scorpione come nome del sovrano è controversa. Vale la pena soffermarsi prima sul segno della rosetta. Quest’ultima, paragonabile alla rosetta vicino al nome di Narmer nella sua tavolozza e vicino ad altre figure dominanti su altri oggetti, indicherebbe la parola “re”, sebbene ciò non sia mai stato definitivamente dimostrato. Tenuto conto che il simbolo non è mai stato trovato in periodi successivi tra i geroglifici standard, non ci sono elementi che vengano in aiuto per la sua comprensione. Alcuni hanno avanzato anche l’ipotesi che il simbolo dello scorpione possa indicare una divinità locale di Hierakonpolis. La mancanza di documenti amministrativi che portano il suo nome ci impedisce di svelare la vera natura di questo ipotetico “re Scorpione”. Gli unici oggetti rinvenuti, ipoteticamente, riferibili a lui sono alcune placchette d’avorio trovate ad Abydos, Minshat Abu Omar e Tarkhan e recanti un simbolo estremamente stilizzato che mette in disaccordo gli studiosi. Questi si dividono su due interpretazioni: Scorpione o Ka (le braccia alzate messe in orizzontale; foto in basso).

È abbastanza chiaro che, da un punto di vista sia archeologico sia storico, permangono ancora alcune perplessità sull’esistenza di questi due sovrani. Ma cerchiamo di tirare le fila e riassumere il discorso.

Il nome Scorpione sembra fare riferimento a due possibili regnanti: uno teoricamente vissuto attorno al 3400-3200 a.C. e seppellito nella tomba U-j, mentre l’altro vissuto tra il 3200 e il 3000 a.C. e deposto ad Hierakonpolis nella tomba 1 del cimitero HK6, oppure, meno facilmente, nella tomba B50 di Abydos.

Per il primo le testimonianze sono alcune placchette ritrovate nella sua tomba con il simbolo di uno scorpione, a cui si aggiunge un’iscrizione presente nel deserto Tebano in cui è rappresentato il simbolo di uno scorpione che sconfigge non meglio identificati nemici, forse rivali del proto-regno di Naqada.

Il re Scorpione II compare invece sulla testa di mazza a cui si è precedentemente accennato, di cui però non si conosce la provenienza tombale originaria. La stessa lettura della rosetta e dello scorpione come “re scorpione” è dubbia, considerando che potrebbe essere interpretabile come un altro titolo o addirittura come una divinità locale.

In conclusione se si accettasse l’esistenza di questi due regnanti, di origine certamente egizia, allora sarebbe necessario specificare che il primo potrebbe aver avuto un ruolo legato principalmente ad Abydos, dove sarebbe anche stato sepolto, probabilmente come regnante locale quando ancora vi erano 3 proto-regni nell’Alto Egitto (Abydos, Hierakonpolis e Naqada). Il secondo re Scorpione, invece, dovrebbe aver avuto Hierakonpolis come area d’influenza e il sito HK6 come luogo di sepoltura. Nella definizione dei re Scorpioni emerge con chiarezza la complessità politica di questo periodo storico. Un momento in cui si assiste al passaggio dalla presenza contemporanea di diverse figure che esercitarono il potere su territori limitati all’accorpamento progressivo di queste entità politiche in veri e propri proto-regni. È proprio da questo magma di forze politiche in contrasto che emergerà infine la figura Narmer, che regnò sicuramente su un Alto Egitto unito, e forse anche su un Egitto completamente unificato, ma questa è un’altra storia.

Wildung, D. 1981. Ägypten vor den Pyramiden, Mainz
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“I segreti della tomba di Saqqara”: scoperte inedite nel documentario Netflix

Da ieri è disponibile sulla piattaforma streaming di Netflix un documentario che aspettavo da tempo. Non tanto per lo stile di narrazione che, fin dal trailer, è apparso troppo incentrato su sensazionalismo e – come mostra il titolo stesso – mistero, ma sulle possibili notizie inedite che erano state preannunciate. E almeno da questo punto di vista, non sono rimasto deluso.

“I segreti della tomba di Saqqara è una produzione originale Netflix di quasi due ore, che parla della missione archeologica egiziana nell’area del Bubasteion a Saqqara. In particolare si raccontano le campagne di scavo 2018 e 2019 dopo che, grazie al ritrovamento della spettacolare tomba di Wahtye (per evitare confusione, adotterò la nomenclatura scelta per il film), l’attenzione mediatica mondiale si era rivolta sul sito. Oltre la ricerca nella coloratissima sepoltura di V dinastia che, come vedremo, ha riservato importanti novità, il documentario mostra anche alcune delle numerose scoperte di cui vi ho parlato negli ultimi anni.

Uno dei sarcofagi scoperti durante la campagna di scavo 2019 (Netflix)

Con l’ausilio di immagini ad alta definizione, riprese da drone e qualche animazione, il regista James Tovell ha cercato di raccontare le difficili giornate di scavo e le storie personali di archeologi e altri protagonisti della missione, ma è indubbio che sia l’eccezionalità delle scoperte che si susseguono “ogni 30 secondi” a catturare lo spettatore. Rivediamo quindi le decine di mummie di gatto trovate in fondo a un pozzo e lo stupore dell’egittologa Salima Ikram nell’accorgersi grazie a una radiografia come una di esse in realtà appartenesse a un cucciolo di leone; un frammento della statua di un funzionario di età ramesside che combacia con altri due pezzi individuati negli anni precedenti; statuette e sarcofagi spuntare dalla sabbia ad ogni colpo di turiah (zappa) degli operai.

Tra gli oggetti mostrati (nei titoli di coda si specifica che sono 3100 i reperti totali), alcuni sono inediti, come una bellissima statuetta di Sekhmet in faience azzurra e una tavola da gioco in legno, con ancora all’interno le pedine pronte per una partita (senet da un lato, “Gioco delle 20 caselle” dall’altro; immagine in basso). Ed è proprio qui che arriva la nota dolente. L’impressione generale è che – nonostante uno dei responsabili dello scavo dica “non abbiamo bisogno di altri oggetti, ma d’informazioni” – ci sia una frenetica fame di scoperte, con poca attenzione alla documentazione. Si assiste a una vera e propria corsa contro il tempo, prima dell’arrivo del Ramadan e della fine dei fondi, per trovare un’altra tomba che convinca il Governo a finanziare ancora la missione. La fretta non è di certo buona consigliera dell’archeologia, ma spero vivamente che questa percezione sia dovuta solo al montaggio.

Tavola da gioco perfettamente conservata con tutte le sue pedine (Netflix)

Tornando alla tomba di Wahtye, veniamo a sapere che le ricerche sono avanzate, molto. Fino ad ora era stata mostrata solo una camera le cui pareti sono ricoperte da pitture dai colori ancora vividi e da numerose statue a rilievo che ritraggono il defunto – sacerdote-uab, “Ispettore della barca sacra” e “Ispettore del tempio funerario di Neferirkara-Kakai” (2475-2465 a.C.) -, la madre, la moglie e i quattro figli. Nella prima parte del film, due archeologi si concentrano sulla lettura dei testi geroglifici e, notando modifiche nei nomi e nel volto della statua principale, ipotizzano che Wahtye si sia appropriato di una tomba non pensata per lui. Poi si passa allo scavo dei quattro pozzi funerari, vera novità del documentario. Il primo, profondo solo 60 cm, si rivelerà vuoto, ma già dal secondo iniziano i colpi di scena: una cassa lignea – aperta con eccessiva goffaggine – contenente i resti ossei di tre individui, due adolescenti e un bambino. I tre figli maschi di Wahtye? Nel terzo pozzo, profondo due metri, ancora tre scheletri, questa volta però ammassati in un angolo e appartenenti a un’anziana (più di 55 anni), una donna più giovane (circa 30 anni) e una bambina. I membri della missione non hanno dubbi: sono la madre, la moglie e la figlia. L’ultimo a mancare all’appello, Wahtye stesso, viene trovato come da copione nel quarto pozzo, in fondo al quale si apre una stanza laterale sigillata da un muretto in mattoni. Qui una semplice bara di legno conteneva il corpo scheletrizzato di un uomo di circa 35 anni, ancora disposto su un fianco come da tradizione dell’Antico Regno.

Il corpo di Wahtye? (Netflix)

Seppur in mancanza d’iscrizioni e di altri oggetti di corredo, sembra che sia stata scoperta la famiglia al completo; ma gli interrogativi restano. In particolare ci si chiede perché siano state effettuate inumazioni così povere e frettolose a fronte della ricca decorazione della struttura (ma questo può essere spiegato con il riutilizzo della tomba) e soprattutto il motivo di sette morti che sembrano essere arrivate tutte nello stesso periodo. A questa seconda domanda prova a rispondere l’antropologa della missione che, notando un ispessimento comune delle ossa dovuto ad anemia, tira in ballo una possibile infezione da malaria. Sarebbe il primo caso attestato archeologicamente, ma per ora è solo un’ipotesi non suffragata da prove.

Il documentario si chiude con un “finale aperto”.  A due giorni dalla fine della campagna 2019, infatti, il team scopre una nuova tomba. In realtà, ho riconosciuto la sua bella falsa porta con geroglifici colorati in alcune foto circolate dopo recente visita allo scavo del Primo Ministro Mostafa Kemal Madbouly; scommetto che sarà il prossimo ritrovamento annunciato alla stampa.

https://www.netflix.com/it/title/81064069

Mostafa Waziry illumina la falsa porta di una tomba ancora inedita (Netflix)
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“Il Principe d’Egitto” (blooper egittologici)

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A pochi giorni dalla premiazione dei 92i Academy Awards, vi presento l’ultimo (per ora) film a ispirazione ‘egittologica’ ad aver vinto almeno un oscar. Era il 1999, quando la statuetta per la miglior canzone andava a “When You Believe”, parte della colonna sonora de “Il Principe d’Egitto”.

Secondo cartone della DreamWorks, “Il Principe d’Egitto” aveva riscosso un enorme successo l’anno prima intaccando il monopolio Disney dei lungometraggi animati. Un ingente investimento finanziario, spettacolari disegni fatti a mano uniti alle prime ricostruzioni 3D di scene di attori in carne e ossa, famose star hollywoodiane a doppiare le voci dei personaggi e una colonna sonora – come detto – da oscar erano serviti a riportare in sala una vecchia, anzi, un’antichissima storia. Si tratta infatti del remake animato de “I Dieci Comandamenti”, celebre trasposizione cinematografica del racconto biblico dell’Esodo, poi riprosposto più recentemente anche in “Exodus – Dei e re”.

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Effettivamente c’è poco da aggiungere alla lettura della trama: Mosè viene lasciato dalla madre in una cesta sul Nilo, è salvato dalla moglie del faraone Seti I (nell’originale, dalla figlia), diventa principe e fratellastro di Ramses II, scopre per caso le sue origini ebraiche, fugge dalla corte, parla con Dio, torna in Egitto per salvare il suo popolo, fa miracoli, piaghe, apertura del Mar Rosso, stop. La storia si ferma qui perché, come è evidente dal titolo, il focus non è tanto sull’Esodo, ma sulla vita di Mosè in Egitto. Quindi, a parte qualche licenza storico-artistica comunque segnalata prima dei titoli di testa, non vediamo niente di nuovo; per questo vi rimando all’articolo sul colossal di DeMille per un’analisi più accurata degli errori egittologici e dei riferimenti storici riscontrabili nella Bibbia.

Vale invece la pena soffermarsi sull’estetica delle immagini e, soprattutto, degli sfondi che – parere personale – sono il pezzo forte della pellicola. Come negli acquerelli ottocenteschi di David Roberts, le minuscole figure umane servono solo come metro di riferimento per la grandiosità dei monumenti egizi. Fin dalle prime scene, gli schiavi ebrei vengono mostrati mentre lavorano alla costruzione di giganteschi templi e statue colossali in una generica capitale in cui si mescolano architetture menfite e tebane come le piramidi e la sfinge di Giza e la foresta di colonne della Grande sala ipostila di Karnak.

Oltre agli spunti alle antiche costruzioni è evidente anche un’ispirazione ai paesaggi naturali egiziani che una squadra di disegnatori ha osservato di persona, riprendendo soprattutto i profili delle alture rocciose della Valle dei Re. Per quanto riguarda i visi allungati e gli occhi a mandorla di personaggi e statue, invece, si nota un generale riferimento all’arte amarniana che è mostrata più palesemente in un paio di scene in cui erroneamente l’Aton dai raggi con le mani appare anacronisticamente in un periodo di circa 80 anni più recente (immagini in basso).

Quest’ultimo, se si escludono i classici errorini veniali, è forse l’inesattezza più grossolana in un film che invece contiene più di una chicca. D’altronde, nel cast risulta anche un egittologo come consulente: Daniel Polz, oggi direttore scientifico dell’Istituto Archeologico Tedesco al Cairo, ma all’epoca decisamente più vicino agli studi della  DreamWorks Animation perché professore associato presso la University of California a Los Angeles. Non è un caso che il copricapo ad avvoltoio venga indossato giustamente dalla Regina (immagine in basso a sinistra), accortezza invece non seguita 16 anni dopo da Ridley Scott che manda Ramses ad inseguire gli Ebrei con un attributo tipicamente femminile al posto della corona blu da battaglia.

Una piccola particolarità: “Il Principe d’Egitto” è il terzo lungometraggio animato – dopo “Asterix e Cleopatra” (1968) e  “Aladdin” (1992) – in cui, per un motivo o l’altro, i protagonisti fanno cadere accidentalmente il naso della Sfinge!

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“Il carro da caccia di Firenze” (Frammenti d’Egitto 2)

Ho il piacere di presentarvi il primo episodio della seconda stagione di “Frammenti d’Egitto”, progetto di video didattici sull’antico Egitto dell’associazione studentesca VOLO – Viaggiando Oltre L’Orizzonte.

Attraverso brevi filmati si parlerà in modo semplice e diretto della civiltà faraonica e, in particolare, si descriveranno alcuni tra i reperti più rappresentativi della collezione egizia del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, la seconda in Italia dopo quella di Torino.

Nel primo episodio vi parlo del Carro da caccia di Firenze, uno dei reperti più importanti dell’intera raccolta egizia del MAF. Questa puntata di apertura è visibibile sulla pagina Facebook (https://www.facebook.com/associazioneVOLO/) e sul canale YouTube di VOLO (https://www.youtube.com/ user/VOLOAssociazione) e sarà seguita da altri 7 episodi.

 

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10.000 AC (blooper egittologici)

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Finalmente risponderò alla domanda più annosa della storia dell’egittologia: come sono state costruite le piramidi?

Semplice; i blocchi erano trainati da mammut.

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Almeno questa è la risposta tratta dal film “10.000 AC”, pellicola di avventura storica – o meglio, preistorica – che presenta un passato decisamente alternativo. In questa reinterpretazione fantastica di un periodo così remoto, Roland Emmerich torna a parlare anche dell’origine della civiltà egizia con un altro luogo comune fantarcheologico. Infatti, se in Stargate lo sprint evolutivo alla società preistorica era stato fornito da un’entità aliena, 14 anni dopo (2008) il regista e sceneggiatore collega lo sviluppo tecnologico – non ai livelli di navicelle spaziali e viaggi interdimesionali, ma comunque spropositato per 12000 anni fa – ad Atlantide.

17mt2izqly5rjjpgLa storia si svolge dal periodo esplicato dal titolo stesso del film, tra la tribù degli Yagahl, cacciatori primitivi che vivono in remota regione montuosa. Tra questi, il protagonista è il giovane D’Leh (Steven Strait; immagine a sinistra) che, riuscendo fortunosamente ad uccidere un mammut, riceve le insegne del potere. Tuttavia, la tranquillità del gruppo viene sconvolta dall’attacco di misteriosi guerrieri a cavallo – dagli evidenti tratti somatici arabeggianti – che catturano alcuni mastodonti e rapiscono anche diversi membri della tribù, tra cui la ragazza dagli occhi blu Evolet (Camilla Belle). Questo è l’evento scatenante dell’avventura e da qui in poi si assiste all’inseguimento di D’Leh che cercherà di salvare la sua amata attraverso terre sconosciute.

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Balzano subito all’occhio i primi anacronismi e incongruenze geografiche. Si vedono armi in ferro quando saremmo in pieno Mesolitico e cavalcature che anticipano la domesticazione del cavallo di 6/7000 anni e di ancor di più l’utilizzo dell’animale in battaglia; inoltre, i mammut – se si esclude un unico caso – erano già estinti e gli occhi azzurri comparvero a causa di una mutazione genetica verificatasi solo 7000 anni fa circa. Non è ben chiaro nemmeno dove sia la terra di origine di D’Leh, anche perché il guerriero durante il suo viaggio incontra prima una foresta pluviale, poi savane con precoci tracce di agricoltura e infine il deserto che costeggia il “grande serpente” Nilo.

10000-bc-5Si viene a sapere, infatti, che i predoni altro non sono che Egiziani inviati a procacciare schiavi e grandi animali da traino da impiegare nella costruzione delle piramidi, anche dette “montagne degli dèi”. D’Leh incontra diverse tribù che hanno subito la stessa sorte e che si alleano con lui seguendo una profezia che lo vede come liberatore perché risparmiato dallo smilodonte “Denti a Lancia”.

In tutto questo l’Egitto compare solo dopo un’ora di girato, attraverso un mega cantiere con i già citati mammut da soma e centinaia di migliaia di schiavi che lavorano alla costruzione di due delle tre piramidi di Giza.In generale, troviamo la fiera delle tesi alternative di Graham Hancock, Robert Bauval e tutti gli altri scrittori di fantarcheologia di cui mi occupo nella rubrica “bufale eGGizie“: le piramidi sono allineate con la costellazione di Orione, sono state costruite 12.000 anni fa e la Grande Sfinge appare con la testa di leone (immagine in basso).

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Un simile grado evolutivo, con vaste città piene di templi con corti e piloni tipici del Nuovo Regno, ovviamente stona con l’effettiva realtà dell’Egitto del Mesolitico che era caratterizzato da diverse culture locali semi-sedentarie che vivevano delle risorse trovate lungo le rive del Nilo, nel Fayyum e nel deserto. Nella finzione del film, invece, la società è retta dal malvagio Onnipotente, un altissimo uomo nascosto da veli e venerato come un dio. Le sue origini sono spiegate da una mappa disegnata su papiro che, oltre a delineare con precisione tutti i continenti comprese le Americhe, pone al centro dell’Oceano Atlantico una grande isola da cui “gli abitanti volarono via quando fu sommersa dalle acque” (immagine in basso). Tale posizione non è casuale e fa riferimento al mito originario di Atlantide che, descritta per la prima volta da Platone nel Timeo (360 a.C.), viene collocata oltre le Colonne d’Ercole.

Il resto non ve lo racconto anche perché il film termina con uno scontatissimo quanto frettoloso lieto fine.

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Gli Oscar dell’Egittologia

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Statuetta di Ptah, legno dorato, dalla tomba di Tutankhamon (Museo Egizio del Cairo, JE 60939)

Questa notte a Los Angeles si terrà la cerimonia di premiazione degli Academy Awards durante la quale verranno assegnati oltre 20 Oscar. Nella storia del premio, qualche statuetta è finita anche a film che, in un modo o nell’altro, si sono occupati dell’antico Egitto e che ho recensito per la rubrica “Blooper egittologici”. Ovviamente, per la tipologia di pellicole in questione, si tratta di quasi tutti riconoscimenti di carattere tecnico. Ecco quali (tra parentesi, l’anno di assegnazione):

Cleopatra (1935)

  • Miglior fotografia: Victor Milner

I Dieci Comandamenti (1957)

  • Migliori effetti speciali: John Fulton

Cleopatra (1964)

  • Miglior fotografia (colore): Leon Shamroy
  • Miglior scenografia (colore): John DeCuir, Jack Martin Smith, Hilyard Brown, Herman Blumenthal, Elven Webb, Maurice Pelling, Boris Juraga, Walter M. Scott, Paul S. Fox e Ray Moyer
  • Migliori costumi (colore): Irene Sharaff, Vittorio Nino Novarese e Renié
  • Migliori effetti speciali: Emil Kosa Jr.

Assassinio sul Nilo (1979)

  • Migliori costumi: Anthony Powell

I Predatori dell’Arca Perduta (1982)

  • Miglior scenografia: Norman Reynolds, Leslie Dilley e Michael Ford
  • Miglior montaggio: Michael Kahn
  • Miglior sonoro: Bill Varney, Steve Maslow, Gregg Landaker e Roy Charman
  • Migliori effetti speciali: Richard Edlund, Kit West, Bruce Nicholson e Joe Johnston
    • Miglior montaggio degli effetti sonori: Ben Burtt e Richard L. Anderson

Il Principe d’Egitto (1999)

  • Miglior canzone: “When You Believe”, musica e testo di Stephen Schwartz
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“X-Men – Apocalisse” (blooper egittologici)

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12Tre giorni fa, alla veneranda età di 95 anni, è venuto a mancare Stan Lee, “L’Uomo” ha portato una piccola casa editrice a diventare un colosso economico mondiale e che, insieme ai suoi collaboratori, ha inventato un universo sconfinato di personaggi poi divenuti iconici. Devo ammettere però di non essere un grande consumatore dei fumetti e quindi – mi scuseranno i veri fan – di conoscere i suoi lavori quasi esclusivamente dalle recenti riproposizioni cinematografiche dove, fa l’altro, compariva sempre in divertenti camei (foto a sinistra). Tuttavia, mi permetto di ricordarlo comunque nella rubrica “blooper egittologici” proprio perché alcuni dei film basati sulle strisce della Marvel Comics traggono piccoli o grandi spunti dalla civiltà dell’antico Egitto.

Heliopolitans

L’Enneade Eliopolitana secondo la Marvel

D’altronde, per riempire 50 anni di storie ambientate tra USA, nazioni di tutto il mondo, galassie lontane e addirittura realtà parallele, Stan Lee e gli altri sceneggiatori della Marvel hanno dovuto attingere idee dalla società contemporanea così come da miti e leggende del passato. Così, accanto a Thor e Loki della tradizione norrena, ad esempio, abbiamo anche divinità egizie raggruppate sotto l’Enneade Eliopolitana (termine molto più generico della realtà perché comprende Anubi, Bastet, Bes, Geb, Nut, Horus, Osiride, Iside, Khonsu, Nefti, Ptah, Seth, Shu, Tefnut ed altri), faraoni del calibro di Cheope, Tutankhamon, Ramesse II, Hatshepsut, Akhenaton e Cleopatra e personaggi puramente di fantasia come Rama-Tut, nemico dei Fantastici Quattro, e Monolito Vivente, uno dei pochi a tener testa a Hulk. Ma, restando in Egitto, la creatura più celebre di Lee, la cui fama è dovuta soprattutto alle trasposizioni sul grande schermo, è Apocalisse, il più antico mutante della storia.

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 Scena dopo i titoli di coda in “X-Men – Giorni di un futuro passato”

Apocalisse, il cui vero nome è En Sabah Nur (in arabo “La luce del mattino”), è il primo mutante ad essere nato sulla faccia della Terra e, per le sue caratteristiche, potenzialmente il più forte. Se ci limitiamo ai film della Marvel, la sua prima apparizione si trova nella scena dopo i titoli di coda di “X-Men – Giorni di un futuro passato”, in cui lo vediamo ancora giovane mentre, di fronte a un’enorme folla che lo acclama, costruisce una piramide spostando massi con la telecinesi (ed ecco la risposta alla domanda più frequente nel mondo dell’egittofilia!).

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La pellicola successiva, “X-Men – Apocalisse” (2016, regia di Bryan Singer), è interamente dedicata a lui (Oscar Isaac) e alla lotta contro il gruppo di supereroi mutanti messo insieme dal Professor X (James McAvoy). Ma ancor prima di arrivare allo scontro, si inizia con un flashback che mostra un Egitto predinastico che, nel 3600 a.C., appare già molto avanzato con una struttura amministrativa unitaria e consolidata, piramidi e altri edifici monumentali, lunghe iscrizioni in geroglifico. Ma è inutile star qui a sindacare sull’attendibilità storica dell’intro quando c’è un personaggio che può materializzare oggetti con la forza della mente. 4En Sabah Nur, faraone venerato come un dio, è portato in processione su una barca sacra dorata in cui si può leggere “Apokalipse” nel cartiglio (immagine a sinistra). Il corteo, accompagnato dai Quattro Cavalieri con le maschere di Anubi, Seth, Horus e Sekhmet (sì, il cavallo non era stato ancora introdotto nella Valle del Nilo), arriva all’interno di una piramide in cui si tiene un rituale sacro per la trasmissione dell’anima di Apocalisse nel corpo di un altro mutante con il potere della rigenerazione (quello di Wolverine, in sostanza). Ma in questo tentativo di ottenere l’immortalità, s’intromette un gruppo di ribelli che, facendo saltare solo un paio di pilastri portanti, provocano il crollo dell’intera piramide (a quanto pare, gli edifici costruiti con la telecinesi non sono a norma) e sigillano il “falso dio” per l’eternità.

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Tuttavia, purtroppo per l’umanità, nel 1983 i membri di una società segreta chiamata “Ashir En Sabah Nur” (il cui simbolo è un’ankh incrociata con una A) trovano il loro messia ancora schiacciato dal pyramidion d’oro nel sottosuolo del Cairo e riescono a risvegliarlo. Il mutante rimane subito disgustato dalla società moderna creata dai deboli e corrotti uomini e decide di distruggere ogni forma di tecnologia per poi regnare sui pochi sopravvissuti. Così, per portare avanti i suoi intenti, costruisce una nuova piramide con le macerie della città e nomina altri Quattro Cavalieri che lo affiancheranno: Magneto (Michael Fassbender), Tempesta, Angelo e Psylocke. Ovviamente, come in ogni buon cinefumetto che si rispetti, gli X-Men rovineranno il piano del cattivo salvando il mondo.

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Non occorre approfondire il resto in questa sede perché la parte antico-egiziana si limita soprattutto ai 7 minuti che precedono i titoli di testa. In generale, tralasciando le già citate esagerazioni anacronistiche nella scenografia, si nota subito la mano di un egittologo. I dialoghi iniziali, infatti, sono in perfetto medio-egiziano grazie alla consulenza come “dialect coach” di  Perinne Poiron, dottoranda in egittologia tra l’Université du Québec a Montréal e la Sorbona di Parigi e una degli esperti interpellati per la realizzazione del videogame ambientato alla fine dell’età tolemaica Assassin’s Creed: Origins.

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Categorie: cinema/TV | Tag: , , , , | 1 commento

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