L’Egitto di Provincia

“L’Egitto di Provincia”: la Centrale Montemartini di Roma (e Archeoracconto)

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Come spesso succede per questa rubrica, torno a parlare di Roma, città ovviamente ricchissima di musei e da sempre legata all’Egitto. Appartenente al polo espositivo dei Musei Capitolini e -neanche a farlo apposta- a una fermata di metro dalla Piramide Cestia, la Centrale Montemartini è un ottimo esempio di come si possa riconvertire al meglio, per scopi culturali, vecchie aree industriali dismesse, perché già la sede stessa diventa scopo di visita. Infatti, l’ex Centrale Termoelettrica Giovanni Montemartini, attiva dal 1912 al 1963, non è solo un semplice contenitore ma un piacevole connubio tra archeologia classica e industriale, in cui statue e mosaici si integrano alla perfezione con tubi, caldaie e gigantesche turbine. La seconda vita della struttura iniziò nel 1995, quando fu scelta per ospitare temporaneamente alcune sculture dei settori chiusi per restauro di Palazzo dei Conservatori  in Campidoglio; dieci anni dopo, completati i lavori, la Centrale è diventata sede museale permanente con i pezzi rimasti e altri aggiunti.

Tra questi, spicca un ritratto ellenistico (foto in alto) che, sul sito web ufficiale, viene annoverato tra i capolavori del museo. Scoperta nel 1886 in Via Labicana, la testa apparterrebbe a una principessa tolemaica acconciata come Iside, identificata da alcuni con la celebre Cleopatra VII. Egittizzante, invece, è uno splendido mosaico con scena nilotica (foto in basso) scoperto nel 1882 in Via Nazionale. La composizione musiva risale alla seconda metà del I sec. a.C., periodo in cui si diffusero a Roma rappresentazioni del genere; in particolare, ritrarrebbe sacerdoti intenti in un rito religioso in onore di Sobek.

Poi, se si escludono un busto di Antinoo -l’amante dell’imperatore Adriano divinizzato dopo essere affogato nel Nilo- e un’urna con due teste di Giove-Ammone, non ci sono altri reperti riconducibili all’Egitto. Infatti, il motivo per cui sono tornato a visitare questo stupendo museo non è stato per cercare una collezione egizia minore ma per partecipare ad #ArcheoRacconto, progetto ideato dalle amiche Stefania Berutti (Memorie dal Mediterraneo) e Marina Lo Blundo (Generazione di Archeologi) che prevede la visita di un’esposizione e la creazione di racconti, ovviamente a tema storico-archeologico, ispirati all’esperienza (per maggiori info vi rimando alla loro pagina Facebook). Nel secondo volume, quello appunto nato dalla visita alla Centrale Montemartini, c’è anche il mio racconto che riguarda la nostra Cleopatra VII e le sue disavventure con i Romani. Potete leggerlo, insieme a tutti gli altri lavori, scaricando gratuitamente l’ebook al link seguente:

http://www.memoriedalmediterraneo.com/wp-content/uploads/2017/06/Archeoracconto-2.pdf

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#SantiLumi17: suggestioni egizie nella Grecìa salentina

18882214_1350790328301818_7057049181631192744_n.jpgOrmai vi sarà familiare la mia attenzione – quasi patologica! – nell’individuare elementi che riconducano alla civiltà egizia in ogni luogo che visito. La rubrica “L’Egitto di provincia” ne è la riprova. In tal senso, troverei spunti anche andando su Marte (ah no, già fatto). Come vedrete, non è mancata occasione di confermare questa ‘tradizione’ nemmeno nel cuore del Salento, terra magnifica ma che, apparentemente, poco si prestava alla mia deformazione professionale.

Invece, invitato insieme a Stefania Berutti (Memorie dal Mediterraneo) e Marina Lo Blundo (Maraina in Viaggio) dall’amministrazione comunale di Corigliano d’Otranto (LE) per un educational tour nella Grecìa salentina, ho avuto molte piacevoli sorprese. L’iniziativa è stata organizzata nell’ambito di Santi Lumi – Festival dell’Inutile”, manifestazione fondata sul particolare background filosofico di Corigliano – che approfondiremo poi – e che vede incontri con filosofi, poeti, scrittori, giornalisti e musicisti nello splendido scenario del Castello de’ Monti.

Ma prima di partire con il racconto del viaggio nella terra d’Otranto, vorrei parlare dell’ultima tappa, una sorta di bonus track inaspettata che non faceva parte del giro prestabilito: il Tempio di Iside di Lecce.

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Purgatorium dell’Iseo di Lecce

Come ho avuto già modo di parlare più volte, Iside era una delle divinità più popolari a Roma e templi a lei consacrati erano fondati ovunque nell’Impero. Non fa eccezione il capoluogo pugliese dove, già alla fine dell’Ottocento, era stata ritrovata un’iscrizione dedicata alla dea e a Serapide. Ma solo nel 2006, durante i lavori di restauro di Palazzo Vernazza-Castromediano, sono stati scoperti resti databili al I sec. d.C. del santuario di Iside, riconoscibili dalla struttura architettonica e da alcuni oggetti come un oscillum (disco appeso tra le colonne) con le figure di Iside e Anubi, un sistro, una situla e un grande bacino di marmo con una dedica del mercante Tito Memmio Cinyps Tiberino, lo stesso dell’iscrizione trovata nel XIX secolo. Tuttavia, la scoperta più importante corrisponde al cosiddetto “purgatorium” (foto in alto), una vasca sotterranea a cui si accedeva tramite una scala scavata nella roccia e dove gli iniziati al culto misterico – compreso Paperofi! – ricevevano un battesimo simbolico con le acque del Nilo. Una vera rarità che ho potuto visitare grazie a Elisa e Delia di SwapMuseum che, fra l’altro, hanno organizzato un summer camp culturale incentrato sul digital storytelling per musei che si svolgerà anche presso il  Musa – Museo Storico Archeologico dell’Università del Salento, dove sono conservati proprio i reperti dell’iseo e un diorama che ne ricostruisce la struttura.

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Arco Lucchetti, Corigliano d’Otranto

Ma torniamo all’inizio. Corigliano d’Otranto è un piccolo comune appartenente alla Grecìa, l’ultimo baluardo della dominazione bizantina nel Sud Italia e dove si parla ancora il griko, un dialetto derivante dal greco.  Qui, passeggiando  lungo le stradine del centro storico, tra le modanature in pietra leccese consumate dal tempo, spesso si vedono iscrizioni sugli architravi di portali e finestre. Aforismi in latino e italiano (ma anche in greco ed ebraico), massime sapienziali, colte citazioni di autori classici e testi biblici testimoniano l’elevato livello intellettuale dei cittadini, soprattutto tra ‘500 e ‘600. Per questo, Corigliano è stato definito il “paese più filosofico d’Italia” e, in tempi decisamente più recenti, si è rivelato campo fertile per manifestazioni culturali come il Festival di Santi Lumi o il Giardino di Sophia. Non stupisce quindi che, in questa commistione di tradizioni occidentali e orientali, compaia Serapide nell’iscrizione della Torre dell’Orologio.

Poco lontano si trova Soleto, vera capitale storica della Grecìa e della sua tradizione religiosa orientale. Non è un caso che in paese ci sia l’unico edificio superstite del rito cristiano-bizantino, qui contrastato con la Controriforma: la Chiesa di Santo Stefano (XIV sec.). Con un effetto impattante simile a quello delle basiliche ravennati, la semplice facciata romanica non farebbe mai pensare agli affreschi gotici così vividi all’interno. I cicli pittorici sono veri e propri messaggi politici oltre che teologici, con scene tratte da vangeli apocrifi e interpretazioni ideologiche lontane dalla tradizione cattolica. Sulla parete destra, tra i vari santi rappresentati, c’è anche Antonio Abate (foto in alto al centro), eremita egiziano che, alla fine del III secolo, fu l’iniziatore del monachesimo cristiano. Ma a colpire è soprattutto la raffigurazione del Giudizio universale sulla controfacciata, in cui l’Arcangelo Michele (foto in alto a destra) pesa le anime proprio come nella psicostasia del capitolo 125 del Libro dei Morti. L’ispirazione alla mitologia egizia è incontrovertibile. Invece, poco più che una suggestione – o forse no – è la somiglianza tra Satana (foto in alto a sinistra) – l’unica figura in rilievo a voler ribadire la sua tangibilità – e Bes: entrambi avevano un aspetto mostruoso atto a spaventare (ma il dio egizio a fin di bene), rappresentati frontali, con le gambe divaricate per mostrare le dimensioni del sesso, barbuti e con tratti del volto animaleschi.

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Basilica di Santa Caterina d’Alessandria, Galatina (ph. Fernando Russo)

Centro della canonicità latina, invece, era Galatina, a soli 2 km da Soleto, dove fu costruito uno dei massimi esempi di edilizia cristiana in tutto il Sud Italia, noto soprattutto per gli splendidi affreschi: la Basilica di Santa Caterina d’Alessandria. La chiesa fu realizzata tra il 1369 e il 1391 per volere di Raimondello Orsini del Balzo che, di ritorno da un pellegrinaggio in Terra Santa, passò per il Sinai e prelevò in maniera piuttosto bizzarra una reliquia. Secondo la tradizione, infatti, si recò nel celebre Monastero di Santa Caterina per omaggiare il corpo della martire ma, baciandole la mano, pare le abbia strappato un dito con i denti… La falange – chissà di chi – è ancora incastonata in un reliquiario d’argento nel tesoro della basilica. La giovane santa egiziana avrebbe subito il supplizio della ruota dentata e poi sarebbe stata decapitata nel 305, dopo aver rifiutato di compiere sacrifici agli dèi pagani e di sposare l’imperatore. Per la corrispondenza del contesto alessandrino, del periodo storico, della morte violenta e di tratti personali (giovinezza, saggezza, cultura), alcuni storici l’hanno identificata con la filosofa neo-platonica Ipazia, ma non ci sono prove a riguardo.

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Pozzo di S.Paolo, Galatina

Sempre a Galatina, è uscito di nuovo l’egittologo che è in me visitando la Cappella di San Paolo. Qui, ogni 29 giugno, si recavano le “tarantate”, cioè le donne che, secondo il folklore locale, sarebbero state morse da ragni o serpenti. L’esorcismo iniziava in casa propria, dove complessi musicali suonavano a ripetizione lo stesso brano di pizzica inducendo la posseduta a ballare per ore, e si concludeva nella chiesetta con l’assunzione dell’acqua miracolosa del Pozzo di San Paolo (qui a sinistra). La tradizione dice che il santo di Tarso, protettore dal morso degli animali velenosi, sarebbe passato a Galatina durante il suo viaggio verso Roma e avrebbe lasciato in dono il suo potere curativo.

Così, la mente mi è andata subito alle cosiddette “Stele di Horus sui coccodrilli”, cippi o amuleti in pietra dura che, durante il Periodo Tardo (672-332 a.C.), si diffusero in Egitto proprio per lo stesso motivo. La forza protettiva delle stele era basata sulle capacità magiche del giovane Horus che, come la madre Iside, dominava animali pericolosi delle paludi quali serpenti, scorpioni e coccodrilli; tuttavia, l’efficacia dell’oggetto – come per il rituale di guarigione dal tarantismo – dipendeva dalla recitazione ciclica delle formule incise e dall’acqua che gli veniva versata sopra per acquisire peculiarità taumaturgiche.

Il tour ovviamente comprendeva anche Otranto, il comune più orientale d’Italia. Quest’apertura del porto verso est si percepisce in diverse influenze nascoste. Immagini fortemente evocative ed enigmatiche si trovano nella Cattedrale di Santa Maria Annunziata, famosa in tutto il mondo per l’impressionante mosaico pavimentale di Pantaleone (1163-1165). In un turbinio di figure bibliche, personaggi storici e bestie medievali (anche sfingi), l’Albero della Vita attraversa tutta l’esperienza umana, dal peccato originale al giudizio universale. In quest’ultima sezione, si può vedere un altro esempio di psicostasia con l’Arcangelo Michele (foto in alto a sinistra). Nella cripta, invece, si trova un piccolo pezzo d’Egitto con alcune colonne di riuso in granito d’Assuan.

A questo punto, pensavo che non ci fossero più possibilità di trovare spunti utili al mio blog; e invece… l’egittomania si è fatta viva perfino nel giro tra alcune delle realtà artigianali tradizionali della zona che sono diventate aziende leader nel loro settore ed esportatrici in tutto il mondo. Ad esempio, i Fratelli Colì, produttori di ceramica fin dal 1650, hanno scelto un geroglifico (una rivisitazione del segno A9 della lista di Gardiner) per il logo di una determinata pirofila senza piombo; invece, tra gli allestimenti più apprezzati di Mariano Light, creatori di luminarie e scenografie per feste ed eventi, compare un progetto ispirato al film “Stargate” e realizzato nel 2014 a Scorrano (LE).

 

 

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“L’Egitto di Provincia”: Museo Stibbert, Firenze

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A Firenze, l’Egitto non si trova solo nel Museo Archeologico Nazionale che possiede una delle più importanti collezioni egizie d’Italia e non solo. Fuori dai consueti percorsi turistici, esiste un vero e proprio gioiellino che meriterebbe di essere visitato per respirare quell’atmosfera ottocentesca che ha originato molte delle raccolte che ho descritto in questa rubrica: il Museo Stibbert. Il museo prende il nome da Frederick Stibbert (1838-1906), eclettico collezionista di origini inglesi – ma nato e morto nella città toscana – che spese una buona parte del patrimonio familiare per raccogliere compulsivamente circa 50.000 oggetti. In particolare, la sua attenzione si rivolse verso armi e armature europee, arabe, indiane e giapponesi dal XV al XIX secolo che costituiscono uno dei più importanti insiemi del genere al mondo. La grandissima mole di materiale acquistato – disposta con un preciso ordine museologico che prevede anche manichini realizzati ad hoc per esporre costumi e corazze – ha costretto Stibbert perfino a far costruire un annesso all’allora piccola villa sul colle Montughi (centro-nord di Firenze; ancora oggi sede del museo da quando fu ceduta, secondo testamento, alla città per essere aperta al pubblico) e, come vedremo, ha letteralmente relegato la collezione egizia in un angolino.

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Un personaggio del genere non poteva di certo restare immune all’ondata di egittomania che stava investendo l’Europa dopo la spedizione napoleonica in Egitto (1798-1801) e quella franco-toscana di Champollion e Rosellini (1828-29), co-finanziata dal granduca Leopoldo II. D’altronde, in tutta Firenze cominciavano a vedersi architetture e decorazioni dal gusto neo-egizio; così, tra il 1862 e il 1864, Stibbert – spinto anche da simbologie esoteriche derivanti dalla sua affiliazione alla massoneria – si fece costruire dall’architetto Giuseppe Poggi un tempietto di ispirazione nilotica nel parco della villa (immagine in alto). La piccola cappella si sviluppa su una penisola in un laghetto artificiale che rappresenta il Nilo ed è decorata da pseudogeroglifici, figure di faraoni, statue in terracotta di sfingi e leoni, colonne papiriformi e perfino un obelisco.

Nella seconda sala del museo, invece, si trova la piccola collezione egizia di una ventina di reperti che, come anticipato, sono posti in un sottoscala! Lo spazio poco illuminato è in gran parte occupato sulla destra dai sarcofagi di Iretiru (“Signora della casa” e figlia di un Profeta di Amon, XXV-inizi XXVI din.) e di Nespasefy (“Profeta di Montu”, XXV-XXVi din.; da notare la rarità nell’uso del verde per il volto) e sulla sinistra dal coperchio di sarcofago di Pakharu (di cui, però, si hanno dubbi sull’autenticità). Il resto degli oggetti si trova su una base nell’angolo più buio: due vasi canopi in calcare di Epoca Tarda (Qebehsenuef, testa di falco per contenere l’intestino, e Imsety, testa umana per il fegato); 7 scarabei di diversi materiali databili tra II Periodo Intermedio e Nuovo Regno; una gamba di sbagello in legno a forma di zampa di leone; un bronzetto tardo di Osiride; due occhi da intarsi in rame, calcite e ossidiana; 6 ushabti in faience di Epoca Tarda e tolemaica, alcuni dei quali con riferimenti in altri musei (ad esempio, il nome di Psametico figlio di Merneith, “Sovrintendente al computo della tavola reale” durante la XXVII dinastia, è presente in altre statuette conservate al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, Leida, Cairo e Boston; per un accurato studio di questi ushabti: Rosati G., The shabtis of Psamtek, son of Mer(et)-Neith: additional material for their study, in GM 212, Göttingen 2007, pp. 93-100). Tutti gli oggetti sono pubblicati in: Del Francia P.R., Guidotti M.C., Stibbert e l’Egitto, in “Museo Stibbert Firenze 3: Frederick Stibbert. Gentiluomo, collezionista e sognatore”, Firenze 2000.

http://www.museostibbert.it/

Non potendo scattare foto decenti, ho preso le immagini di alcuni reperti del museo dal sito del Progetto OSIRIS (osiris.beniculturali.it):

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“L’Egitto di Provincia”: Museo Archeologico Paolo Giovio, Como

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.Dopo mesi, torna finalmente “L’Egitto di Provincia”, la rubrica in cui descrivo le piccole collezioni egizie sparse per l’Italia e non solo. Questa volta, però, lascio la tastiera a un’altra persona perché si parlerà di un museo che non ho ancora visitato. L’autrice dell’articolo è Jessica Lombardo, una mia cara collega con cui ho condiviso gli studi universitari a Pisa, uno scavo a Luxor e il conseguente travagliato ritorno in patria (eravamo finiti nel bel mezzo della “Rivoluzione di gennaio” del 2011)! Attualmente, Jessica si occupa di percorsi guidati e didattica in alcuni musei archeologici della Lombardia.

Buona lettura!

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Il Museo Civico Archeologico di Como nasce poco tempo dopo l’unificazione d’Italia, nel 1861. I reperti raccolti in tale occasione sono oggi esposti presso Palazzo Giovio che fa da cornice a una  sequenza di collezioni, tra cui quella egizia, che testimoniano la passione per l’antico, protagonista del 19° secolo. Insieme a reperti preistorici, protostorici,  mesopotamici, precolombiani, greci e romani, una piccola ma interessante collezione egizia giunse qui nel 1905, anno della scomparsa, a 85 anni, del collezionista di Cantù Alfonso Garovaglio. La sua passione per l’archeologia lo condusse, come di consueto accadeva a quei tempi, a intraprendere un viaggio in Egitto nel 1869 in compagnia dell’amico e senatore Pippo Vigoni. Il viaggio fruttò alla collezione di Alfonso Garovaglio diversi pezzi, da lui selezionati e raccolti in quanto apparsi rari, importanti o semplicemente curiosi ai suoi occhi di europeo. Di essi non abbiamo purtroppo informazioni circa il luogo di ritrovamento o la modalità di acquisizione: in quanto privi di contesto, gli oggetti sono dunque da classificarsi come di “provenienza sconosciuta” (ad esclusione di alcuni rarissimi casi, come il frammento di faience n°A7, accompagnato dalla dicitura “Dendera 1869”).

img_4731Un caso a sé è costituito dal sarcofago in cartonnage (immagine a sinistra) e dalla relativa mummia della defunta Isiuret, acquisiti dal Garovaglio nel 1887: i reperti erano stati precedentemente conservati con scrupolosa cura dalla famiglia di Baldassarre Valerio, il quale li aveva a sua volta ricevuti in dono nel 1819 dal Khediveh d’Egitto Mohammed Ali. Nonostante il dono fosse accompagnato dall’indicazione “una di cinque [mummie] che egli ha fatto estrarre dalle Piramidi di Menfi”,  pare chiaro che si debba fare riferimento ad un ritrovamento di area tebana in base a titoli evidentemente significativi di quel contesto, quali:

  • Suonatrice di sistro di Amon-Ra (titolo attestato a partire dalla XXII dinastia);
  • Cantatrice del coro di Mut, la Grande, la Signora di Asceru;
  • la venerabile Signora della Casa (l’attributo “venerabile” è attestato in questa titolatura soprattutto durante la XXII dinastia;
  • Balia di Khonsu fanciullo.

Oggi una ricostruzione a grandezza naturale di Isiuret sorveglia la collezione da un angolo della stanza. Le vetrine circostanti testimoniano il gusto del collezionista, maggiormente attratto dall’aspetto religioso-funerario della cultura egizia: vasi canopi, ma soprattutto ushabti, amuleti, statuette di divinità che non scarseggiano certo in quanto a numero di esemplari (testimoni di una produzione “seriale”), ma in quanto a dati circa la provenienza e l’originario contesto archeologico e storico, mancanza alla quale purtroppo è difficile oggi sopperire. Alla luce di questi fatti, la collezione è stata disposta tenendo conto della destinazione d’uso degli oggetti, della loro funzione e del loro ordinamento cronologico, offrendo così inoltre al visitatore uno strumento utile di didattica e di apprendimento.

Jessica Lombardo

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“L’Egitto di Provincia”: il Museo Archeologico Nazionale e il Museo Archeologico di Capo Colonna

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Source: mycalabria.it

Come avevo anticipato, questo sarebbe stato un articolo fuori dai normali schemi della rubrica “L’Egitto di Provincia” perché scritto dopo aver già parlato di persona a Crotone della piccola collezione di oggetti egizi ed egittizzanti conservati presso i musei della città. Così, qui di seguito, riporterò un breve riassunto degli argomenti trattati durante l’incontro L’Egitto a Crotone, organizzato lo scorso 18 giugno grazie alla dott.ssa Margherita Corrado, archeologa e referente locale del FAI.

DSCN2598.JPGIl Museo Archeologico Nazionale di Crotone espone reperti che illustrano la millenaria storia della città con maggiore attenzione, ovviamente, verso il periodo magno-greco. Il museo è stato fondato nel 1968, dopo che le vecchie collezioni del Museo Civico erano passate allo Stato. Tra gli oggetti del nucleo originario, ci sono anche due ushabti in faience di Epoca Tarda (foto a sinistra) che appartenevano al marchese Eugenio Filippo Albani, sindaco di Crotone e collezionista di antichità grazie al quale venne istituito il Civico nel 1910. Proprio perché acquistate nel mercato antiquario, le statuette non sono accompagnate da dati sul contesto di ritrovamento.

Diverso discorso va fatto per tutti quei pezzi scoperti in scavi nell’area del crotonese e riferibili al Periodo orientalizzante (VIII-VI sec. a.C.) o all’epoca romana. La maggior parte proviene dal Tempio di Hera Lacinia a Capo Colonna, uno dei più importanti santuari della Magna Grecia dall’età arcaica fino a quella ellenistica. In particolare, nel cosiddetto Edificio B, sono stati ritrovati diversi scarabei e una statuina di ariete utilizzati come ex voto alla dea. Tra questi, il più interessante è senza dubbio uno scarabeo in faience (vedi sotto) che presenta un crittogramma acrofonico, cioè un vero e proprio rebus che ‘nasconde’ il nome di Amon. Altre offerte egizie o egittizzanti individuate nel tempio, anche per epoche successive, sono conservate nel nuovo Museo Archeologico di Capo Colonna vicino all’area archeologica: è il caso di una statuina in faience di leone, uno scarabeo e un piede di braciere che rappresenta Bes-Sileno.

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Dal Tempio di Apollo Aleo a Cirò Marina, invece, proviene una testa di una statua marmorea che potrebbe appartenere ad Arpocrate, Horus bambino, una delle divinità egizie più apprezzate dal mondo romano. Tuttavia, la frammentarietà del pezzo e le somiglianze con Eros ne rendono meno sicura l’identificazione. Ma il reperto più importante della raccolta è la Stele di Horus sui coccodrilli (immagine in basso), trovata casualmente in un cantiere nei pressi dell’ospedale civile e finita, attraverso il mercato nero, al Museo Egizio di Milano. Solo grazie al Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, la stele è tornata a ‘casa sua’ nel 2012 e da sabato, proprio in occasione della conferenza, è esposta nel Museo Nazionale. Si tratta di un piccolo amuleto in basalto, databile tra la fine della XXX dinastia e l’inizio del periodo tolemaico (seconda metà del IV sec.), completamente ricoperto di figure tutelari e di testi magici che servivano a proteggersi dagli animali velenosi che, come si vede in primo piano, Horus stringe tra le mani.

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Sist L., Una stele di “Horo sui coccodrilli”, in OA 22 (1983), p. 252

Per le foto degli altri oggetti: https://www.facebook.com/DjedMedu/photos/?tab=album&album_id=1045097255537795

Il servizio del TGR Calabria che parla della conferenza (min. 16:38): http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-065b22d3-428f-4df1-96b7-6e6c742f314c.html#p=

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“L’Egitto di Provincia”: Museo Civico di Sulmona (AQ)

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20160302_091947 (FILEminimizer).jpgSulmona (AQ) è senza dubbio uno dei gioielli d’Abruzzo grazie al suo ricchissimo patrimonio storico-artistico inserito nello splendido scenario naturale della Valle Peligna. Tra le numerose attrattive che la città offre, spicca il Complesso della Santissima Annunziata (foto in alto) con il palazzo quattrocentesco costruito accanto alla chiesa trecentesca per fungere da orfanotrofio e ospedale. L’edificio ha poi subito diversi rimaneggiamenti e restauri nel corso dei secoli e, dal 1894, ospita le collezioni civiche che comprendono la sezione archeologica, quella medievale, gli ambienti musealizzati della “domus di Arianna” (I sec. a.C. – I d.C.) e il Museo del costume abruzzese e molisano e della transumanza. In particolare, la sezione archeologica, riallestita nel 2011 dopo i danni causati dal sisma dell’Aquila, conserva i reperti relativi alla Sulmo di Ovidio e ai siti italici e romani della conca peligna.

Qui, è attualmente in corso (fino al 31 maggio) “Dai confini del mondo alla patria di Ovidio. Merci, uomini e idee”, mostra che raccoglie alcuni oggetti dei tre musei archeologici nazionali d’Abruzzo che testimoniano i contatti commerciali e non solo tra la città e i popoli del resto del mondo conosciuto. L’esempio probabilmente più importante, e per questo diventato il simbolo dell’esposizione, è il cosiddetto “rilievo Dragonetti”, un frammento di monumento funerario del I sec. d.C. che ritrae un dromedario carico di vino, prodotto esportato verso l’Oriente dalla gens Peticia. Non mancano tracce della diffusione dei culti nilotici nell’area, come alcuni bronzetti di Iside-Fortuna e una lapide funeraria dedicata a Ortensia Tartulla, sacerdotessa della dea nel I secolo a.C.

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In quest’ottica, ha meno senso l’inclusione nel percorso di visita degli oggetti egizi ed egittizzanti della “Collezione Pansa” che non sono il frutto di scambi del passato, ma provengono dal mercato antiquario – sempre che non si voglia estremizzare il concetto di contatti tra gli abitanti della città e l’estero includendo anche il collezionismo otto-novecentesco. Giovanni Pansa (1865-1929), avvocato e storico, infatti, nacque proprio a Sulmona e qui raccolse centinaia di antichità che passarono allo Stato nel 1954  e che, in gran parte, sono oggi esposte in due sale del Museo Archeologico Nazionale “Villa Frigerj” di Chieti. Tra questo materiale, molto eterogeneo per provenienza, datazione e tipologia, ci sono anche i 33 pezzi della vetrinetta dedicata all’egittomania che, però, manca di didascalie esplicative. Si tratta di una serie di amuleti in faience (immagine in alto) che ritraggono dèi (Hathor, Anubi, Bes, Bastet, Shu, Tueris) e altri soggetti religiosi (udjat, ibis, il sole che nasce da un fiore di loto). Sempre in faience, c’è anche un bel pendente con il trittico Iside-Horus bambino-Nefti. Completano il gruppo tre piccole stele, alcuni ushabti e una statuetta di Iside lactans, tipica iconografia della dea seduta in trono mentre porge il seno al figlio Horus (immagine in basso).

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“L’Egitto di Provincia”: Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo della Sapienza (Roma)

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A quasi un anno dall’inaugurazione del nuovo allestimento (19 marzo 2015), sono finalmente riuscito a visitare il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo della “Sapienza” – Università di Roma (e c’è mancato poco che non ce la facessi nemmeno questa volta*). In realtà, il mio è stato un ritorno perché, quando ero ancora una matricola, potei apprezzare la collezione nella vecchia sede di Via Palestro grazie a una “guida” d’eccezione, il Prof. Alessandro Roccati. L’allora Museo del Vicino Oriente era stato fondato da due pilastri dell’accademia italiana, Sabatino Moscati e Sergio Donadoni, per esporre, quando era ancora possibile esportarli, i reperti delle missioni archeologiche dell’Istituto del Vicino Oriente dell’ateneo romano e qualche acquisizione dal mercato antiquario. In 50 anni e oltre 30 campagne di scavo all’estero, sono stati raccolti circa 4000 pezzi da Iraq, Turchia, Siria, Palestina, Giordania, Egitto, Sudan, Tunisia, Algeria, Malta e Cipro, più Sicilia e Sardegna. Oltre all’evidente vastità dei contesti della raccolta, si aggiunge anche l’esteso range cronologico di riferimento che va dalla Preistoria al Medioevo.

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ph. Valentina Di Rienzo

L’attuale collocazione nel palazzo del Rettorato (Piazzale Aldo Moro 5) è il frutto del lavoro del Prof. Lorenzo Nigro, docente di  Archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico e direttore del museo. Gli spazi espositivi sono minori rispetto a quelli di Via Palestro ma sicuramente più funzionali. Infatti, nonostante la gran varietà, geografica e cronologica, del materiale, il percorso è chiaro e ordinato in 29 vetrine e 6 pedane, con foto, pannelli, tabelle esplicative, modelli e un touch screen a migliorare l’esperienza del visitatore. Inoltre, è possibile approfondire le informazioni con il proprio smartphone grazie a un QR code per ogni gruppo di oggetti. In ogni caso, ci sono sempre studenti di archeologia pronti a dare spiegazioni.

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Sarcofago di XXVI dinastia (ph. Valentina Di Rienzo)

La collezione egizia occupa metà del museo, dalla Vetrina 16 alla 29 e dalla Pedana 4 alla 6. La quasi totalità dei pezzi proviene dalle campagne in Egitto e Sudan del Prof. Donadoni, recentemente scomparso all’età di 101 anni. In particolare, alcuni oggetti sono stati donati dallo stesso Stato nordafricano come ringraziamento per l’opera di documentazione e salvaguardia in siti nubiani a rischio durante la costruzione della Grande Diga di Assuan: la necropoli predinastica e la città paleocristiana di Tamit e la chiesa copta di Sonqi Tino. Poi ci sono i ritrovamenti da Arsinoe/Crocodilopolis, da Antinopoli, dalla tomba di Sheshonq (TT 27) a el-Asasif (Tebe Ovest), da Napata e la Nubia meroitica. Ultimo reperto del percorso ma sicuramente primo per importanza è il piatto in pietra tufacea con il nome di Hotepsekhemuy (2850 a.C.), faraone iniziatore della II dinastia. Completano la raccolta alcuni calchi in gesso e copie varie, come il busto incompleto di Nefertiti (l’originale a Berlino; visibile nella prima foto), il busto della statua della regina Tuya (Musei Vaticani, seconda foto), i rilievi della tomba di Sheshonq, la sfinge dell’epoca di Thutmosi III (Museo Barracco) e il leone dell’ingresso del Palazzo di Natakamani a Gebel Barkal.

Sito ufficiale: http://www.lasapienzatojericho.it/

Per il resto del reportage fotografico: https://www.facebook.com/media/set/?set=a.985036541543867.1073741846.650617941652397&type=3

 

*Piccola nota polemica, non così marginale: il normale orario di apertura è martedì, giovedì e sabato 10:00-17:00;  il 12 marzo, però, immagino per la concomitanza del concerto del pianista Yund Li nell’adiacente Aula Magna, il museo è stato aperto dalle 17:00 alle 20:30. Nessuna comunicazione di questa variazione era presente sulla porta, che ho trovato sbarrata di mattina, né sul sito internet o sulla pagina Facebook (il cui amministratore, a dir la verità, ha risposto più tardi alle mie richieste con un messaggio privato). Io sono stato costretto a tornare nel pomeriggio; altri forse non l’avrebbero fatto.

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L’Egitto di Provincia: “Tracce di Egitto ad Alba Fucens” (21/01/2016 – Museo Paludi di Celano)

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Appuntamento fuori dal normale per la rubrica “L’Egitto di Provincia”. Questa volta, infatti, non ci sarà alcuna descrizione di una piccola collezione ma la segnalazione di un incontro in cui spiegherò di persona la presenza egizia in una città romana nel cuore dell’Abruzzo, a due passi da casa. Ho il piacere di invitare voi tutti a partecipare a “Tracce di Egitto ad Alba Fucens”, appuntamento organizzato dalla Soprintendenza Archeologia dell’Abruzzo – Nucleo Operativo della Marsica nell’ambito di “Fucino 2016, Archeologia a chilometro zero”, progetto di valorizzazione del patrimonio archeologico dell’area del Fucino che comprenderà, per tutto l’anno, visite guidate ai numerosi siti della zona e molti altri eventi gratuiti.

iniziative Fucino 2016Tornando a noi, il 21 gennaio, dalle 15:30 alle 17:00, presso il deposito della Soprintendenza nel Museo Paludi di Celano (AQ), vi illustrerò cosa lega la Valle del Nilo ad Alba Fucens, spettacolare colonia romana fondata intorno al 304 a.C. ai piedi di Monte Velino (il gruppo montuoso innevato che si vede sullo sfondo della foto). Ovviamente, avrete modo di vedere da vicino i reperti egizi o egittizzanti ritrovati nel sito. Vi aspetto!

Per maggiori informazioni e la lista degli altri eventi: https://www.facebook.com/Fucino-2016-Archeologia-a-chilometro-zero-464471010411787/?fref=ts

 

 

 

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“L’Egitto di Provincia”: Museu Nacional de Arqueologia e Museu Calouste Gulbenkian di Lisbona

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Durante un breve viaggio a Lisbona, ho avuto modo di visitare un paio di collezioni egizie (eh sì, anche in vacanza…) e, così, colgo l’occasione per recensirle in questa rubrica perché, pur essendo tra le principali del Portogallo, non hanno una grande rilevanza a livello internazionale. La prima per numero di reperti è quella del Museu Nacional de Arqueologia, collocato nei locali cinquecenteschi dello splendido Mosteiro dos Jerónimos (vedi foto in alto), patrimonio UNESCO dal 1983. Il museo fu fondato nel 1893 dal filologo, etnografo e archeologo Leite de Vasconcelos che raccolse anche i primi oggetti provenienti dall’Egitto nel 1909. Il resto della collezione, 584 reperti di cui circa 300 esposti, è arrivato nel corso del ‘900, a partire dal passaggio allo Stato delle antichità acquistate dalla regina Amelia e tramite diverse donazioni di privati.

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In una sezione separata del museo, sono disposte cinque “zone” (A, B, C, D, E, anche se, in realtà, corrispondono a tre piccole stanze) con pezzi che vanno dal Predinastico all’epoca romana. Alcuni oggetti copti, invece, come tessuti, due “ampolle di San Mena” e un ostrakon di IV-VII sec., sono collocati in un’altra ala. Si inizia da un anticamera dove, accanto a un rilievo in calcare con udjat, si legge la frase dello scrittore Eça de Queirós: “O Egipto é um país simples, luminoso e claro”.  È subito chiaro come la divisione degli oggetti sia tipologica, anche se non sempre chiara, soprattutto perché le didascalie si limitano a riportare una generica classificazione e datazione. Nessuna spiegazione, nessun contesto di origine. Nella zona B, ci sono i reperti più antichi, palette e strumenti litici predinastici, oltre a contenitori in pietra, oggetti di vita quotidiana e iscrizioni geroglifiche su stele ed elementi architettonici. Al centro della zona C, una teca contiene il sarcofago del sacerdote Pabasa (XXI din.), mentre sulle pareti è possibile vedere statuette lignee, ushabti e amuleti (tra cui gli scarabei a sinistra). Il contesto funerario continua nella stanza successiva in cui sono esposte varie maschere funerarie, un sarcofago, una mummia di periodo tolemaico con copertura in cartonnage (vedi foto in alto a sinistra), mummie di falco e coccodrilli, canopi e statuette bronzee di divinità. Gli oggetti più tardi, dalla dominazione tolemaica al periodo copto, si trovano nell’ultimo corridoio, la zona E.

Per altre foto: https://www.facebook.com/media/set/?set=a.884731084907747.1073741842.650617941652397&type=3

 

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Molto più piccola, ma sicuramente meglio curata, è la raccolta egizia del Museu Calouste Gulbenkian. Il museo nacque nel 1969 grazie alla donazione del collezionista Calouste Sarrkis Gubelkian alla nazione che lo aveva “adottato”. Infatti, nato in Turchia nel 1869 da una famiglia di origini armene, Gubelkian si rifugiò in Portogallo durante la seconda guerra mondiale e lì rimase fino alla sua morte nel 1955, lasciando in eredità un enorme patrimonio alla fondazione che prende il suo nome. Un migliaio di pezzi esposti, altri 5000 in magazzino sono il frutto di una vita passata a cercare pezzi rari nel mondo, alcuni acquistati perfino dall’Hermitage di San Pietroburgo. Di certo, “Mr. 5%” non aveva bisogno di lavorare per vivere da quando, nel 1928, ottenne una percentuale delle azioni delle principali compagnie petrolifere del mondo (BP, Shell ecc.) per aver mediato con la Turkish Petroleum Company riguardo allo sfruttamento dei nuovi pozzi di petrolio da poco aperti in Armenia. Ecco spiegata una collezione che comprende antichità orientali e classiche e opere di artisti del calibro del Ghirlandaio, Andrea della Robbia, Rubens, Rembrandt, Manet, Monet, Renoir, Degas, Turner, Rodin.

CAM01740Il luminoso edificio sorge in un grande parco verde e garantisce a ogni pezzo lo spazio che merita. La sala egizia è forse l’unica a essere un po’ troppo buia, ma i 40 reperti sono disposti e presentati meglio rispetto a quelli del Museo Nazionale. Le vetrine seguono un ordine cronologico in senso antiorario lungo le pareti, dall’Antico Regno al periodo greco-romano, con una particolare attenzione per la XVIII e la XXVI dinastia.

Tra gli oggetti più importanti: una coppa in alabastro di IV dinastia, una testa in ossidiana di Sesostri III, una in miniatura in pasta vitrea di Amenofi III, un cucchiaio per cosmetici in avorio, la statua tarda dello scriba Bes e una splendida maschera funeraria in argento dorato risalente alla XXX dinastia (vedi a sinistra).

Per altre foto: https://www.facebook.com/media/set/?set=a.885981844782671.1073741843.650617941652397&type=3

Amuleti di XXVI dinastia

Amuleti di XXVI dinastia

Statua dello scriba Bes, XXVI din.

Statua dello scriba Bes, XXVI din.

Gatta con cuccioli, XXVI din., bronzo

Gatta con cuccioli, XXVI din., bronzo

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“L’Egitto di Provincia”: Expo Milano 2015

Source: expo2015.org

Source: expo2015.org

La parola “provinciale”, se ci si riferisce al suo significato connesso ai limiti, geografici e non, di un preciso territorio, ha come ovvio contrario “universale”, cioè ciò che riguarda l’umanità intera. Così, potrebbe sembrare un controsenso parlare, in questa rubrica, proprio di un’esposizione mondiale; ma, descrivendo tutte le collezioni egizie minori d’Italia, il mio intento era segnalarvi la presenza di reperti nilotici nei posti più inaspettati e anche all’Expo2015 di Milano, fino al 31 ottobre, sarà possibile trovarne alcuni. Il tema ufficiale di quest’anno è “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, l’alimentazione vista in ogni suo aspetto, dall’educazione alimentare al problema della fame nel mondo, dagli OGM ai prodotti tipici nazionali e regionali. Tra gli argomenti affrontati nell’evento, c’è anche la storia dell’uomo raccontata attraverso il suo rapporto con il cibo e lo sfruttamento delle risorse naturali.

La ricerca del cibo è da sempre uno dei nostri bisogni primari che ha influenzato la nostra evoluzione fisica, tecnologica e culturale. Nell’illustrare i passi dell’uomo, dalle prime società di cacciatori-raccoglitori alla produzione industriale in serie dei beni alimentari, non poteva mancare l’Egitto, una delle prime grandi civiltà agricole della storia. Testi scritti, scene dipinte, reperti organici perfettamente conservati dal particolare clima caldo-secco fanno sì che si conosca molto delle tecniche di coltivazione e allevamento, dei prodotti utilizzati e perfino delle ricette (a questo proposito, consiglio la lettura di “Piramidi e pentole”). Non è un caso, quindi, che una piccola coppa proveniente dal Museo Egizio di Torino (a sinistra, n° catalogo: S. 01825) sia diventata il simbolo del Padiglione Zero e sia stata riprodotta con una gigantografia del diametro di 7 metri proprio sulla facciata dell’edificio all’ingresso del Sito Espositivo (vedi foto in alto). La scelta di quest’oggetto è dipesa sia dalla sua antichità (Naqada I, 3900-3650 a.C. circa) che dal motivo decorativo che vede un uomo stilizzato al centro del mondo vegetale e animale. L’apporto del museo torinese non si esaurisce qui. Sempre per lo stesso padiglione, sono stati prestati alcuni reperti che si aggiungono ai recipienti di altre epoche esposti nella sala “Raccogliere, trasportare, conservare, trasformare”, l’unica con del materiale archeologico: da Gebelein, una forma per pane (S. 13960) in terracotta risalente alla V dinastia (2435-2305 a.C.) e un sacchetto miniaturistico per granaglie (S. 13688), realizzato in corde intrecciate nel I Periodo Intermedio (anche se la didascalia nella vetrina indica erroneamente VII-XI “secolo” al posto di “dinastia”, 2118-1980 a.C.) e, probabilmente da Tebe Ovest, un bel vaso antropomorfo porta unguento (Cat. 3646) di XVIII din. (1539-1292 a.C.). Lo stretto rapporto del nuovo Egizio con l’Esposizione di Milano si basa soprattutto su motivi promozionali; infatti, per attingere allo sconfinato bacino di visitatori lontani solo 40 minuti di alta velocità, si è lottato contro il tempo per terminare i lavori di riallestimento entro il 1 aprile, un mese esatto prima dell’inaugurazione dell’Expo.

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Forma per pane, sacchetto miniaturistico e vaso porta unguento

Tra le 145 nazioni presenti, anche l’Egitto ha il suo piccolo padiglione, incluso nel Cluster Bio-Mediterraneo. Il tema di partecipazione, “La storia infinita”, è ovviamente legato alle radici millenarie del Paese e una Iside virtuale accompagna i visitatori tra pannelli multimediali, video 3D ed esperienze in realtà aumentata. Non manca l’atmosfera un po’ kitsch da suq orientale con le copie dei più famosi reperti faraonici (la maschera di Tutankhamon, il busto di Nefertiti, lo Zodiaco di Dendera, ecc.) accatastate a casaccio agli angoli delle quattro sale.

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