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Rimandata l’inaugurazione del Grand Egyptian Museum a causa del coronavirus

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ph. Mohamed-El-Shahed/AFP/Getty Images

2014, 2015, 2016, 2017, 2018, 2019…

Ormai ci eravamo abituati agli annuali slittamenti dell’apertura del Grand Egyptian Museum. Ma, nonostante le foto continuassero a mostrare un cantiere tutt’altro che completato, sembrava che fosse stata decisa una data ufficiale per l’inaugurazione, seppur parziale, di quello che diventerà il più grande museo archeologico del mondo. Non molto tempo fa, infatti, i ministi delle Antichità e del Turismo (che erano ancora separati) avevano parlato della seconda metà del 2020, con il completamento definitivo dei lavori previsto per il 2022.

Ora, però, la tragica situazione dovuta al coronavirus Covid-19 impone un nuovo stop. Più precisamente, è stato il presidente Al Sisi in persona ieri ad odinare un rallentamento di tutti i grandi cantieri pubblici in corso, con il conseguente slittamento al 2021 delle inaugurazioni previste per quest’anno, come per l’appunto quella del GEM, ma anche del Museo Nazionale della Civiltà Egiziana, della nuova capitale amministrativa e il riallestimento di Piazza Tahrir con il suo nuovo obelisco da Tanis.

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“Tutankhamon, viaggio verso l’eternità” (Firenze, 15 febbraio – 2 giugno 2020)

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Da qualche anno il Ministero delle Antichità (oggi anche del Turismo) ha istituito un dipartimento interamente dedicato alla realizzazione di copie a grandezza naturale di famosi reperti egizi da prestare/vendere all’estero. Oltre al mero guadagno diretto, il progetto è stato pensato per invogliare turisti stranieri a visitare l’Egitto per vedere gli originali. In genere, infatti, questi pezzi sono usati per esposizioni pubbliche, ma in realtà anche voi, volendo, potreste acquistare il facsimile di un sarcofago da mettere in salotto. Inutile aggiungere che gli oggetti più gettonati siano quelli del corredo di Tutankhamon.

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Non è un caso che sia stata realizzata una mostra dedicata al giovane faraone che è passata per gli USA, l’America del Sud e alcune capitali d’Europa ed ora rimarrà per due anni in Italia toccando diverse città, a partire da Firenze. Da poco inaugurata presso Palazzo Medici Ricciardi, “Tutankhamon, viaggio verso l’eternità” sarà aperta fino al 2 giugno e io sono andato a visitarla la settimana scorsa. La mostra, a cura di Maria Cristina Guidotti (già curatrice della sezione egizia del Museo Archeologico Nazionale di Firenze) e Pasquale Barile (History Lab), unisce oltre 100 copie ufficiali di reperti per lo più provenienti dalla tomba di Tutankhamon, veri pezzi del MAF e la ricostruzione in realtà virtuale immersiva della KV62.

Ad accompagnare la visita c’è Howard Carter stesso che, impersonato da un attore, racconta la storia della scoperta e approfondisce gli argomenti trattati in postazioni video disseminate lungo il percorso (foto a sinistra). Una versione più grande del vero di Selkis (l’originale “abbraccia” con altre tre dee tutelari il naos in legno dorato che conteneva la cassa canopica) vi accoglie a braccia aperte prima di passare a una sala dedicata ai predecessori di Tut in cui ci sono copie di oggetti di Yuya e Tuia (forse i bisnonni), del possibile padre Akhenaton e di Nefertiti. Poi si arriva finalmente al momento della celebre apertura della tomba, con la riproduzione della porta da cui sbirciare le “cose meravigliose” contenute nell’Anticamera (foto in basso).

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Molti degli oggetti dell’Anticamera – come uno dei carri, un letto funerario, la cassa con scene di caccia e guerra, il bellissimo trono dorato – sono esposti nelle due sale successive. Le statue dei due guardiani poi custodiscono l’entrata della riproduzione 1:1 della Camera funeraria dove al centro si trova la cassa in diorite che contiene il sarcofago antropomorfe esterno e una voce narrante spiega le diverse scene ritratte sulle pareti che vengono di volta in volta illuminate da un occhio di bue.

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Da qui si passa all’ultima parte della sezione delle copie in cui sono collocati gli oggetti più famosi trovati nella Camera funeraria e nel cosiddetto Tesoro.

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Ci sono ovviamente i due sarcofagi antropomorfi restanti, l’iconica maschera funeraria (a destra), la cassa canopica con il suo già citato naos dorato, lo scrigno di Anubi, statuette di divinità, modellini di barche, gioielli e perfino la mummia di Tutankhamon.

Le ultime tre sale servono a mostrare un generico contesto funerario grazie ai veri reperti prestati dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Si possono ammirare stele, amuleti, scarabei, ushabti, statuine, vasetti, tessuti, una mummia di epoca romana e il sarcofago di Padihorpakhered, restaurato per l’occasione e mai esposto fino ad ora. Inoltre ci sono manichini di sacerdoti che riproducono il momento della mummificazione – con tanto di defunto immerso nel natron – e una ricostruzione di Tutankhamon con tutti i suoi problemi fisici (ma uno strano viso d’anziano).

L’esposizione si conclude con un’area dotata di diverse postazioni con visori VR e controller che vi permetteranno di esplorare la tomba in 3D ancora zeppa di oggetti. Ma non mi dilungo nella descrizione e vi rimando alla recensione dell’esperienza che avevo già vissuto lo scorso anno in occasione del tourismA 2019.

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In tanti in questi giorni mi hanno chiesto se valga la pena visitare la mostra e la mia risposta è affermativa, seppur con qualche considerazione da fare. Ho avuto la fortuna di vedere i veri reperti del corredo di Tutankhamon  nel Museo Egizio del Cairo e copie ufficiali nel bookshop del museo cairota e all’Accademia d’Egitto a Roma che, seppur realizzate – non sempre – con dovizia di particolari e scrupolosa attenzione, ovviamente non possono reggere il paragone con veri capolavori della produzione artigianale egiziana. Però devo ammettere di aver trovato i facsimile fiorentini meno plasticosi di quelli di Roma; inoltre possono essere considerati un buon palliativo per chi non abbia la possibilità di andare in Egitto. Ho apprezzato alcuni accorgimenti, come l’aver realizzato un secondo foro ad altezza bambino nella porta dell’Anticamera o la disposizione “a matrioska” della cassa canopica che permette di vederne il contenuto. Non mi esprimo invece sulle didascalie provvisorie che, secondo i responsabili, sarebbero state sostituite a breve con versioni corrette e definitive, con testi dedicati ai più piccoli. Avrei però utilizzato più foto – che comunque sono presenti – del fotografo della missione della KV62, Harry Burton, e magari esposto pagine del diario di Carter con la descrizione dei reperti e delle tappe della campagna di scavo.

Infine, consiglio assolutamente di provare la ricostruzione 3D che ha un biglietto a parte, ma che permette di indossare i panni di chi, ormai quasi 100 anni fa, trovò stanze piene zeppe di meraviglie.

https://www.palazzomediciriccardi.it/project/tutankhamon-viaggio-verso-leternita-15-febbraio-2-giugno-2020/

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Inaugurato il Museo Archeologico di Hurghada

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Source: arabnews.com

Hurghada batte Sharm el-Sheikh e diventa la prima città sul Mar Rosso ad avere un museo archeologico. Entrambe le celebri località balneari, infatti, avevano in cantiere da oltre 10 anni la realizzazione di un’alternativa turistica più culturale alle spiagge, ma questa mattina il Ministro delle Antichità Khaled el-Enany ha inaugurato proprio l’Hurghada Museum.

getlstd-property-photoCon un’estensione di 10.000 m² (compresi parcheggi), la struttura ospita circa 1000 pezzi che vanno dall’epoca faraonica all’inizio del XX secolo. Le sale sono divise per aree tematiche riguardanti sport, musica, caccia, pesca, religione, pratiche funerarie ecc. Una sezione speciale sarà ovviamente dedicata al patrimonio archeologico del Mar Rosso comprendendo reperti che provengono dai siti di Safaga, Gouna, Wadi Gasus, del sud del Sinai e dallo Wadi Hammamat.

Pagando 200 lire egiziane (circa 11,60 euro; la metà per gli studenti), sarà possibile vedere anche antichità da altri luoghi dell’Egitto, come la statua della regina Meritamon (foto a sinistra), figlia di Ramesse II. Scoperto nel Ramesseo ed esposto precedentemente presso il Museo Egizio del Cairo, il bellissimo busto in calcare dipinto è stato scelto come immagine simbolo del museo di Hurghada.

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Museo Egizio di Torino: al via il riallestimento delle sale storiche

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ph. M. Mancini

Appena 4 anni fa veniva innaugurato il nuovo allestimento del Museo Egizio di Torino (la foto non è un granché, ma l’ho scattata proprio all’anteprima stampa del 31 marzo 2015) e siamo già a una nuova rivoluzione. Oggi, infatti, è partito il cantiere che, nel corso di due mesi circa, porterà a una completa riorganizzazione delle sale ipogee che si trovano all’inizio del percorso espositivo.

Il progetto di riallestimento delle sale al piano -1, curato da Beppe Moiso e da Tommaso Montonati, prevede un ripensamento degli spazi dedicati al rapporto di Torino con l’Egitto, ai grandi studiosi che hanno accresciuto il patrimonio della raccolta e alla storia dell’egittologia e del museo stesso. Anche grazie a un nuovo apparato multimediale di video e pannelli, sarà spiegato il motivo della presenza proprio in Piemonte di una collezione egizia così importante e sarà raccontata la vita di quei personaggi che, per vari motivi, hanno legato il loro nome con quello del museo, come Vitaliano Donati, Bernardino Drovetti ed Ernesto Schiaparelli.

Inoltre, in una stanza sarà riprodotto un allestimento ottocentesco, proprio per mostrare come doveva essere l’Egizio quando è stato fondato nel 1824.

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Le pitture della tomba di Tutu saranno esposte in un museo della nuova capitale

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Source: see.news

Ricorderete la tomba di Tutu, presentata alla stampa lo scorso aprile dopo che era stata scoperta a Sohag nel 2018 da tombaroli e scavata dagli archeologi del Ministero delle Antichità. Nella sepoltura, risalente all’epoca tolemaica, erano state ritrovate mummie umane e oltre 50 animali imbalsamati, tra falchi, gatti, cani e roditori.

Ma a colpire era soprattutto la conservazione delle pitture parietali, i cui colori erano ancora accesissimi (foto in basso). Beh, quelle pitture sono appena state staccate dai muri (in gergo tecnico “strappate”) dai restauratori del Ministero e saranno esposte nel museo che, fra qualche mese, sarà inaugurato nella nuova capitale amministrativa d’Egitto, ancora senza nome e in costruzione a 45 km est dal Cairo.

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Lanciato il progetto di sviluppo del Museo Egizio del Cairo

Tutti quelli che erano preoccupati per un possibile smantellamento del Museo Egizio del Cairo possono tirare un sospiro di sollievo. Infatti, nonostante la costruzione del Grand Egyptian Museum e del National Museum of Egyptian Civilization e la conseguente perdita di numerose antichità, l’edificio storico di Piazza Tahrir continuerà a mantenere il suo ruolo.

La settimana scorsa – alla presenza del ministro delle Antichità Khaled el-Enany, della ministra degli Investimenti Sahar Nasr e dell’ambasciatore dell’Unione Europea al Cairo Ivan Surkoš (foto in basso) – è stato lanciato ufficialmente il progetto che prevede lo sviluppo del “vecchio” Museo Egizio. Grazie a un finanziamento UE di 3,1 milioni di euro e alla consulenza di esperti da Museo Egizio di Torino (capofila del gruppo), British Museum, Louvre, Ägyptisches Museum und Papyrussammlung di Berlino e Rijksmuseum van Oudheden di Leida, nei prossimi 36 mesi si creerà un nuovo percorso espositivo.

Chi ha visitato recentemente il museo si è accorto che i cambiamenti sono già in corso d’opera. Ad esempio, lo spostamento dei reperti del corredo di Tutankhamon verso il GEM ha fatto sì che la galleria fosse occupata dagli oggetti della tomba di Yuia e Tuia. Per il futuro, invece, è previsto un ripensamento generale delle sale del piano terra (nn. 43, 48, 47, 46, 51, 49, 50) e della stanza dedicata al tesoro delle tombe reali di Tanis al primo piano.

Inoltre, il gruppo di esperti europei aiuterà i tecnici locali a potenziare la biblioteca, digitalizzare gli archivi e promuovere la comunicazione in Egitto e all’esterno. Infine, non sarà tralasciato il ruolo formativo del museo all’interno della società, coinvogendo scuole e i giovani in generale.

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Source: see.news

 

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ARCHEOLOGIA INVISIBILE: la nuova mostra del Museo Egizio di Torino racconta la “biografia degli oggetti” grazie alla scienza

Archeologia Invisibile, Museo Egizio di Torino

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Fotogrammetria, tomografia neutronica, indagine multispettrale, spettroscopia Raman, radiografia, TAC, modellazione 3D: astrusi tecnicismi rubati* agli scienziati, paroloni che, di tanto in tanto, leggete singolarmente sul mio blog ma che, tutti insieme, potrebbero spaventare i non addetti ai lavori. Non è questo il caso. Perché la nuova mostra temporanea del Museo Egizio di Torino, “ARCHEOLOGIA INVISIBILE” (13 marzo 2019 – 6 gennaio 2020), è tutto tranne che autoreferenziale, mirata ai soli esperti; al contrario, riesce nel difficile compito di spiegare al grande pubblico, in maniera semplice e pratica,  l’apporto della scienza al campo dell’archeologia. 

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La prima sala della mostra durante l’inaugurazione

Premetto che non è semplice descrivere ciò che ho visto ieri durante l’anteprima stampa dell’inaugurazione perché l’esposizione è realmente innovativa – soprattutto per l’Italia -, e non solo negli strumenti tecnologici adottati. L’attenzione è rivolta verso gli “oggetti”, volutamente pochi per valotizzarli con più spazio e per non caricare il visitatore di troppi dati che dimenticherà appena uscito dall’edificio. Prima dell’ingresso della mostra vera e propria, vengono addirittura fatti parlare in prima persona con discorsi diretti usciti dalla “bocca” di moderni pezzi di vita quotidiana che, in futuro, diventeranno a loro volta reperti archeologici. La ormai anacronistica funzione meramente espositiva dei musei è superata fornendo alle persone tutte quelle informazioni che l’Egizio ha acquisito negli ultimi anni grazie a progetti di studio dei reperti che hanno visto l’apporto di discipline scientifiche quali la fisica, la chimica e/o l’informatica. Informazioni non percepibili ad occhio nudo – ed ecco il significato del titolo – che spiegano la vera storia dei pezzi svelandone l’origine, la composizione, la funzione, gli eventuali rimaneggiamenti. Informazioni nate grazie alla collaborazione con università e istituti di ricerca di tutto il mondo (MIT di Boston, Università di Oxford, Centro Conservazione e Restauro della Venaria Reale, Musei Vaticani, CNR ecc.), già pubblicate sulle principali riviste scientifiche ma ora finalmente divulgate in modo intuitivo per tutti. Una tale collaborazione è esemplificata dalle parole del direttore Christian Greco: “Lo scienziato e l’umanista devono lavorare sempre di più assieme per cercare di dipanare la complessità del mondo contemporaneo”.

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Foto d’epoca della tomba di Nerfertari

Il coordinatore scientifico della mostra, Enrico Ferraris, durante la conferenza stampa si è definito un sarto per aver cucito insieme i contributi dei vari curatori che hanno portato le proprie esperienze e specializzazioni. Il percorso espositivo, infatti, si divide in tre macro-settori, ognuno dedicato alla vita archeologica di un reperto: scoperta, studio e conservazione. Si inizia quindi con la documentazione degli scavi che va dalle belle foto d’epoca – anche se qui proposte in 3D – della Missione Archeologica Italiana in Egitto (1903-1920) ai prodigi della fogrammetria – tecnica utilissima per rilevare velocemente i contesti archeologici e riportarli in modelli digitali – applicata agli scavi di Saqqara.

I sette contenitori di alabastro ancora sigillati dalla tomba di Kha e Merit

Poi si passa alle analisi diagnostiche effettuate, nell’ambito del “TT8 Project”, al corredo funerario della tomba di Kha e Merit, vero fiore all’occhiello del Museo Egizio. Ed ecco che, grazie a strumenti scientifici, si può guardare l’invisibile: XRF e ultravioletti permettono di studiare i pigmenti, le pennellate, le varie mani di pittura sovrapposte; la tomografia neutronica sbircia all’interno di vasi in alabastro sigillati da oltre 3400 anni (foto in alto); radiografie e TAC ‘sbendano’  mummie senza il pericolo di danneggiarle, scoprendo lo stato fisico dei defunti, le tecniche d’imbalsamazione e la presenza di amuleti.

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La radiografia alla mummia di Kha mette in evidenza la presenza di gioielli…

…gioielli poi riprodotti con la stampa 3D

Così, i corpi dell’architetto Kha e della moglie Merit sono affiancati da schermi che mostrano quest’autopsia virtuale che sfoglia, strato dopo strato, la copertura delle mummie. Grazie a questa tecnica è stato perfino possibile ricreare i gioielli dei coniugi, senza toccarli, grazie alla stampa 3D (foto a destra). Non siamo più di fronte alla caccia all’oggetto o agli “unwrapping party” vittoriani, ma a uno studio più etico e rispettoso dell’integrità del reperto. Stesso ragionamento si applica anche alle mummie animali che testimoniano pratiche religiose tipiche soprattutto del Periodo Tardo. Ma accanto a gatti, coccodrilli, ibis e babbuini, non è inusuale incontrare anche falsi, realizzati – come mi racconta Federica Facchetti, curatrice della sala dedicata all’argomento – sia nell’antico Egitto che, a scopo di truffa commerciale, in epoche più vicine a noi. Quella che, ad esempio, sembra una mummia di un feto si è invece rivelata essere il corpo di un rapace, evidentemente meno appetibile di un bambino nel mercato antiquario ottocentesco (foto in basso).

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La mummia di feto è in realtà un falso

Il terzo settore illustra il fondamentale ruolo dell’indagine archeometrica nello studio dei materiali e nella scelta delle tecniche da adottare per conservazione e restauro dei reperti più delicati, come le superfici parietali dipinte (esempio principale è la decorazione della tomba di Iti e Neferu da Gebelein), papiri (e l’unica pergamena conservata all’Egizio) e antichi tessuti che possono essere toccati con mano, ovviamente in riproduzioni moderne.

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L’istallazione finale del sarcofago di Butehamon

SPOILER ALERT: il percorso si conclude con una vera e propria sorpresa. Tutte le esperienze mostrate finora, infatti, vengono riassunte in un caso studio emblematico, quello del sarcofago di Butehamon, nella maniera più scenica e, aggiungerei, didattica possibile. La cassa antropoide dello scriba reale di III Periodo Intermedio (1070-712 a.C.) all’apparenza sembra un oggetto omogeneo, ma in realtà è il frutto dell’assemblamento di pezzi riciclati da almeno cinque sarcofagi più antichi e della sovrapposizione di diverse stesure di pittura ormai non più visibili. Ma tutti questi interventi, riscoperti grazie a indagini diagnostiche non invasive, tornano a palesarsi direttamente su una copia a grandezza naturale, sulla quale vengono proiettate immagini. Così, mentre i due schermi laterali spiegano tutte le fasi di realizzazione dell’oggetto, il sarcofago si trasforma e il nudo legno si ricopre gradualmente di geroglifici, scene, colori. Una scelta museale sicuramente innovativa, quasi spaziale… e non è un caso che la proiezione sia accompagnata dalla colonna sonora del film “Interstellar”.

 

*Cito la divertente provocazione di Andrea Augenti che scrive nel catalogo della mostra (da notare la geniale trovata della sopracopertina opaca che rende quasi invisibili le immagini della copertina): “gli archeologi rubano. […] Rubano agli altri mestieri gli attrezzi e il lessico; rubano persino le leggi che regolano il metodo del loro stesso lavoro!”

 

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Luxor Museum, (Ri)scoperte parti di modellino di barca appartenuto a Tutankhamon

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Source: Lost Treasurs of Egypt, ep.1 (National Geographic)

Lo scorso 4 marzo, in contemporanea in diversi paesi tra cui l’Italia, National Geographic ha lanciato una serie di documentari che illustrano le ultime novità delle missioni archeologiche in Egitto finanziate dalla National Geographic Society.  Proprio nel primo episodio, dedicato in particolare a Tutankhamon, si è parlato di una scoperta, o per meglio dire di una riscoperta riguardante il faraone bambino.

Durante le operazioni di trasferimento verso il nuovo Grand Egyptian Museum di alcuni reperti conservati nel Luxor Museum, il direttore di quest’ultimo, Mohamed Atwa (foto in basso a sinistra), e i suoi collaboratori hanno notato una vecchia scatola di legno impolverata di cui non si avevano dati. Aprendola, è arrivata una vera sorpresa, a conferma che non si finisce mai di ‘scavare’ nemmeno nei depositi museali. Sopra un foglio di giornale del 5 novembre 1933, infatti, si trovavano alcuni pezzi – creduti perduti – di uno dei 18 modellini d’imbarcazioni scoperti nella KV62: un albero, corde e sartiame vario e una testa osiriaca con ancora tracce di doratura.

Più precisamente, è stata trovata una chiara corrispondenza con la barca che ho indicato con la freccia rossa nella una foto (colorata) di Burton della cosiddetta Camera del Tesoro, in primo piano nell’immagine in basso a sinistra dai magazzini del GEM. Si tratta del reperto che Carter aveva registrato con il numero 321 e che, dopo essere stato portato al Cairo, era stato inventariato con la sigla JE 61330.

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MOSTRA: “Viaggio in Egitto. Antonio Beato nell’Archivio del Touring Club Italiano” (Roma, 25/1-22/2)

Giovedì scorso sono stato all’inaugurazione di una mostra fotografica che i romani, e non solo, non dovrebbero farsi scappare: “Viaggio in Egitto. Antonio Beato nell’Archivio del Touring Club Italiano”. Ciò che è ritratto nelle fotografie esposte è un Egitto che non esiste più, quello delle Piramidi di Giza non ancora invase dallo sprawl, dei palazzi storici della Cairo Vecchia, delle piccionaie in fango costruite nei templi di Luxor, dei monumenti nubiani nella loro posizione originaria prima della Diga di Assuan. Un Egitto raccontato da un fotografo italiano poco conosciuto, ma che ci regalato una cospicua documentazione della Valle del Nilo durante la seconda metà del XIX secolo: Antonio Beato (1835-1906).

Come si evince dal titolo della mostra, le 48 stampe originali all’albumina esposte fanno parte dell’archivio del Touring Club Italiano che ha deciso di mettere a disposizione del pubblico questa raccolta dopo un lungo lavoro di restauro. Così, dopo una prima tappa a Milano, fino al 22 febbraio 15 febbraio (lun-ven 10-17; la data di chiusura è stata anticipata per problemi tecnici) sarà possibile vedere gratuitamente le foto presso la sede dell’Accademia d’Egitto (via Omero 4, praticamente sul bordo occidentale di Villa Borghese).

Il progetto si è sviluppato attraverso diverse fasi di recupero, restauro, conservazione e valorizzazione delle stampe grazie al finanziamento di SOS Archivi (che ringrazio per l’invito all’inaugurazione), associazione che promuove il recupero e la tutela dei beni archivistici e che si è occupata anche dell’esposizione curata da Michele Magini, Roberto Mutti e Luciana Senna.

Il percorso segue due linee, una semplicemente geografica (da Nord verso Sud) e una tematica che divide le foto di architetture e abitanti del Cairo da quelle dedicate alle vestigia faraoniche. Particolare attenzione è rivolta ai monumenti di Luxor dove Beato aprì il primo studio fotografico della città, in cui vendeva ai turisti i suoi lavori, proprio come cartoline ante litteram.

Piccola sfida: in una delle stampe si vede limpidamente una mosca che si era andata a posare sull’obiettivo durante lo scatto; vediamo se la trovate!

Per maggiori info: https://antoniobeato.sosarchivi.it/

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Per il 116° anniversario del Museo Egizio del Cairo un nuovo allestimento del corredo di Yuya e Tuia

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ph. @HassanMohydin

Da quando è iniziato il trasferimento dei reperti dal Museo Egizio del Cairo (e non solo) al Grand Egyptian Museum molti di voi mi chiedono: “Ma il vecchio museo che fine farà?”.

La stessa domanda se la pongono in Egitto dove il ministro delle Antichità Khaled el-Enany ha rassicurato l’opinione pubblica dicendo che la collezione di Piazza Tahrir non morirà, anzi continuerà a crescere. Questa dichiarazione è arrivata ieri durante le celebrazioni del 116° anniversario del Museo Egizio, inaugurato nel 1902. La prima vera raccolta di antichità egizie al Cairo fu quella di Bulaq del 1858, diretta da Auguste Mariette,  ma dopo un paio di spostamenti si decise di realizzare l’attuale sede in stile neoclassico costruita dall’impresa degli italiani Giuseppe Garozzo e Francesco Zaffrani secondo il progetto dell’architetto francese Marcel Dourgnon.

Data quindi anche l’importanza storica dell’edificio, sarebbe stato inconcepibile il suo abbandono o un convertimento dell’utilizzo. Secondo el-Enany, negli ultimi anni il museo ha avuto diverse migliorie negli impianti d’illuminazione e areazione, sono stati sostituiti i vecchi vetri del soffitto con pannelli anti-UV, sono stati recuperati i pavimenti originali coperti per decenni da linoleum ed è stato riaperto il bookshop (piuttosto avvilente, in realtà).

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Source: MoA

Il ministro ha aggiunto che i pezzi trasferiti al GEM, tra cui spiccano quelli del corredo di Tutankhamon e le mummie reali, saranno sostituiti da reperti provenienti da futuri scavi e dai depositi. A tal proposito, proprio ieri è stato inaugurato il nuovo allestimento delle ex-gallerie di Tutankhamon che, ormai svuotate, sono diventate la nuova casa di Yuya e Tuia. Alto funzionario sotto i regni Thutmosi IV e Amenofi III lui, nobile dal lignaggio reale lei, furono una delle coppie più influenti dell’intera XVIII dinastia. Non a caso, loro figlia Tiye divenne Grande Sposa Reale unendosi ad Amenofi III. Quest’importanza si riflette nella loro sepoltura nella Valle dei Re (KV46), tomba scoperta nel 1905 da James Quibell.

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Source: MoA

Curiosamente, il corredo di Yuya a Tuia va a sostituire proprio quello di Tutankhamon che, in un certo senso, 17 anni dopo lo aveva spodestato dal trono di ritrovamento più ricco nella Valle. La KV46, infatti, nonostante sia stata visitata da tombaroli già in antichità, ha mantenuto gran parte degli straordinari oggetti che conteneva. Oltre alle mummie perfettamente conservate nei grandi sarcofagi, sono stati ritrovati canopi, maschere funerarie (foto in alto), vasellame, mobili, offerte di cibo, modellini, amuleti, ushabti, un rarissimo carro da guerra e un papiro lungo ben 20 metri che è esposto al pubblico per la prima volta. Prima di ieri, solo una parte del corredo era relegata allo spazio antistante la Stanza 3, quella del tesoro di Tut.

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Source: MoA

 

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