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Inaugurato il Museo Nazionale di Sohag

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Source: weekly.ahram.org.eg

In attesa del completamento del Grand Egyptian Museum (la cui apertura parziale è prevista per la primavera del 2019), vengono inaugurati altri progetti museali. Oggi è stato il turno del Sohag National Museum, i cui nastri sono stati tagliati dal presidente Al-Sisi in persona. Ma in questo caso, il cantiere è durato addirittura più di quello del GEM essendo partito nel 1993. Dopo diverse interruzioni e un costo totale di 72 milioni di LE (circa 3,5 milioni di euro), si è arrivati a un ripensamento dell’idea iniziale, ora più adatta a rilanciare il turismo nella provincia di Sohag che, nonostante presenti siti archeologici importantissimi quali Abido, Akhmim, Athribis, senza dimenticare i monasteri copti “Rosso” e “Bianco”, difficilmente è scelta come meta dai visitatori stranieri.

L’edificio, a forma di due mastabe sovrapposte, si estende per 8000 m² e conserva 945 reperti suddivisi in 6 sezioni che illustrano i vari argomenti cronologicamente, dal Predinastico all’epoca islamica: regalità, famiglia, cibo e cucina, fede e religione, mestieri e artigianato, con particolare attenzione verso la produzione tessile, tipica della zona in tutti i periodi storici. I pezzi esposti provengono dagli scavi archeologici del governatorato, tra cui molti spostati dal Museo Egizio del Cairo e, sempre nella capitale, dai musei Copto, Tessile e d’Arte Islamica.

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Source: weekly.ahram.org.eg

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Al Museo Egizio del Cairo una mostra con i reperti scoperti dagli Italiani

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Source: MoA

Ieri (5 agosto), alla presenza delle più alte cariche del Ministero delle Antichità, di Giuseppina Capriotti Vittozzi, direttrice del Centro Archeologico Italiano dell’IIC Cairo,  e del neo-ministro italiano degli Affari Esteri Enzo Moavero Milanesi (al centro nella foto in alto), jè stata inaugurata presso il Museo Egizio del Cairo una mostra temporanea interamente dedicata all’Italia. Infatti, i circa 180 oggetti esposti nel salone centrale all’ingresso del museo provengono tutti da scavi di missioni italiane o da sequestri effettuati nel nostro Paese.

Il pezzo più celebre – e per questo usato per la locandina dell’evento (immagine a destra) – è senza dubbio la statua in granito rosa da Tanis del faraone Merenptah (1213-1203) portatore di stendardo che si trova nel giardino, proprio di fronte all’entrata principale.

Poi non poteva mancare l’apporto della M.A.I., la missione del Museo Egizio di Torino che con Schiaparelli ha indagato dal 1903 al 1920 diversi siti lungo tutta la Valle del Nilo, e di quelle successive di Giulio Farina. Per questo contesto, sono esposti uno dei più antichi papiri amministrativi mai ritrovati – dall’archivio di Antico Regno di Gebelein, restaurato nel 2005 da Corrado Basile (’Istituto Internazionale del Papiro e Museo del Papiro, Siracusa) – e  una lampada dalla tomba di Kha, uno dei pochi oggetti del corredo dello scriba sepolto a Deir el-Medina a non essere conservato nel museo torinese.

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Source: ajaonline.org

Dietro le vetrine ci sarà anche il tesoretto di 171 monete d’oro (solidi aurei di epoca bizantina battuti tra Costanzo II e Giustiniano I) scoperto nella necropoli nord di Antinopoli dall’Istituto Papirologico “G. Vitelli” di Firenze (qui la pubblicazione).

Inoltre, tra i reperti scoperti durante le campagne di scavo dirette da Edda Bresciani (Università di Pisa), sono stati scelti il magnifico sudario di epoca romana dal pozzo a sud della tomba di Bakenrenef (Saqqara) e una stele dedicata alla dea cobra Renenutet/Thermutis da Medinet Madi nel Fayyum.

Infine, l’acquisizione più “recente” è un’altra stele (immagine a sinistra), questa volta scoperta dalla missione dell’Università “L’Orietale” di Napoli a Mersa Gawasis sul Mar Rosso, che racconta di una spedizione verso la mitica terra di Punt durante il regno di Amenemhat III (1846-1801).

 

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Grand Egyptian Museum: nuova data d’apertura e logo ufficiale

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Source: MoA

Ieri mattina (10/06/2018), si è tenuta a Giza una conferenza stampa in cui Khaled el-Enany, ministro delle Antichità, Rania Al-Mashat, ministra del Turismo, Mostafa Waziry, segretario generale del Supreme Council of Antiquities, e Tarek Tawfik, direttore del Grand Egyptian Museum, hanno lanciato il bando per l’assegnazione dei servizi accessori al nuovo grande museo archeologico. Il GEM, infatti, oltre ai 92.000 m² destinati all’esposizione di 100.000 reperti, ne avrà a disposizione altri 400.000 per parcheggi, sale per conferenze, cinema, ristoranti, caffetterie, centri commerciali, bookshop, ecc.

34872689_1806949022684073_6225482995936002048_nCon l’occasione, è stato presentato il logo ufficiale (immagine a sinistra), ideato dalla società tedesca di design Atelier Brückner. Come spiegato da Tawfik, la forma semplice del disegno richiama la struttura stessa dell’edificio i cui confini laterali sono la prosecuzione prospettica degli assi delle piramidi di Cheope e Micerino. Il colore arancio è quello del sole al tramonto; il font adottato per il nome in arabo, invece, s’ispira all’andamento sinuoso delle dune di sabbia del deserto.

Infine, è stata fornita l’ennesima data di apertura che dovrebbe collocarsi al primo quadrimestre del 2019. Infatti, dopo la fine della prima fase di costruzione del museo prevista per dicembre 2018, sarà visitabile un primo settore del GEM che comprenderà i 5000 oggetti del corredo funerario di Tutankhamon, oltre agli 87 colossi ed enormi elementi architettonici – tra cui la statua alta 11 metri di Ramesse II e la colonna di Merenptah – che saranno posti nell’atrio.

Aggiornamento del 15 giugno 2018

Dopo le numerose critiche, fatte soprattutto da artisti egiziani, al design del logo del GEM ritenuto troppo semplice e poco evocativo della civiltà faraonica, il ministro delle Antichità Khaled el-Enany ha assicurato che il logo presentato ufficialmente alla stampa è solo una prova a scopi promozionali, mentre quello definitivo sarà scelto in futuro con un bando internazionale.

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Individuato rilievo di Hatshepsut nei depositi della Swansea University

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Source: The Egypt Centre, Swansea University

In archeologia, si sa, capita spessissimo che le scoperte siano effettuate casualmente. Questo non succede solo nei cantieri edili ma anche nei magazzini dei musei. E l’ennesima conferma di tale regola potrebbe venire dal Galles, più precisamente dall’Egypt Centre della Swansea University. Ken Griffin, docente di Arte e Architettura Egiziana, si è infatti ritrovato tra le mani quello che potrebbe essere un reperto dall’importanza inaspettata: un rilievo di Hatshepsut.

L’egittologo aveva scelto due frammenti di calcare dai depositi del museo, notandoli per la forma inusuale in una vecchia foto in bianco e nero. I pezzi sarebbero serviti per una handling session con i suoi studenti, cioè un’esercitazione pratica su oggetti reali. In effetti, ci si accorge subito che le due parti del rilievo hanno un taglio strano, con la porzione superiore che sembra combaciare con quella inferiore. Sulla faccia anteriore è visibile una testa maschile, un ventaglio e parte di un’iscrizione geroglifica; sul retro della parte alta, invece, si trova il completamento del volto della persona rappresentata (immagine in basso). A come tutto ciò sia possibile ci arriveremo dopo.

Perché la questione importante è capire di chi sia la testa che, per la presenza dell’ureo, non può che appartenere a un faraone. Griffin è convinto che il rilievo raffiguri la celebre regina Hatshepsut (1478-1458) e che provenga dal suo tempio funerario di Tebe Ovest. La teoria si basa su considerazioni di tipo stilistico che riguardano la tipologia del ventaglio, la capigliatura a piccole ciocche e il diadema intrecciato, tutti elementi attestati a Deir el-Bahari. La decorazione parietale sarebbe così stata staccata nel XIX secolo, prima che il tempio fosse scavato dalla missione dell’Egypt Exploration Fund (oggi Egypt Exploration Society) tra 1902 e 1909, e poi sarebbe stata acquistata dall’antiquario londinese Sir Henry Wellcome (1853-1936), la cui collezione è arrivata a Swansea nel 1971. Se questa ipotesi fosse confermata, si dovrebbe poi cercare la posizione originaria del rilievo; per questo Griffin si è già rivolto alla missione polacca che lavora nel tempio di Hatshepsut da oltre 50 anni.

Invece, il mento barbuto sul retro altro non è che un’aggiunta posteriore, una contraffazione effettuata – tagliando e girando uno dei due pezzi – per rendere la figura completa aumentandone il valore di mercato. L’autore, quindi, potrebbe essere stato il venditore o Wellcome stesso. Poi, una volta arrivato in Galles, evidentemente il rilievo è tornato com’era prima per volere dei curatori dell’Egypt Centre. Altra particolarità: l’handling session si è tenuta l’8 marzo, Giornata Internazionale della Donna.

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Source: bbc.com

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MOSTRA: “Egizi Etruschi” (Centrale Montemartini, Roma)

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Source: centralemontemartini.org

Lo scorso fine settimana, approfittando di un passaggio a Roma, ho visitato una mostra che m’incuriosiva da mesi. Presso la Centrale Montemartini, splendida sede appartenente al sistema dei Musei in Comune (ne avevo parlato qui), già dal 21 dicembre e fino al 30 giugno, sono messe a confronto due tra le civiltà più affascinanti dell’antichità: Egizi ed Etruschi. “Egizi Etruschi. Da Eugene Berman allo Scarabeo dorato” è la prima mostra temporanea allestita nei nuovi spazi espositivi inaugurati per il ventennale del museo e comprende 250 reperti provenienti da contesti archeologici e dal collezionismo antiquario. Come si può evincere dal titolo, la gran parte degli oggetti appartenevano a Eugene Berman, pittore, illustratore, scenografo russo che donò la sua collezione alla Soprintendenza nel 1952, dopo aver vissuto per quasi 20 anni nella Capitale.

Questi pezzi, insieme a prestiti dal Museo Egizio di Firenze e ad altri dai nuclei ottocenteschi di Augusto Castellani e Giovanni Barracco, sono utilizzati per illustrare in linea di massima le culture egizia ed etrusca, estranee al museo, enfatizzandone le somiglianze. La mostra, infatti, ha un carattere divulgativo semplice adatto ai non esperti e, senza un vero e proprio filo conduttore e con qualche errore nelle didascalie, fornisce elementi base per la conoscenza di religione e vita quotidiana dei due popoli. In particolare, ho apprezzato l’espediente della scelta di alcuni reperti campione per rappresentare le diverse epoche delle due linee temporali e per segnare il punto in cui, durante il periodo orientalizzante (VIII-VI sec. a.C.), Egizi ed Etruschi entrarono in contatto (foto in basso).

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Proprio da questo momento, nelle tombe degli esponenti dell’élite italiche, cominciano a vedersi scarabei e altri amuleti nilotici che, insieme ad oggetti da Siria, Mesopotamia, Anatolia e Cipro, si diffondono in tutto il Mediterraneo grazie al commercio e diventano veri e propri status symbol delle classi sociali più ricche e potenti. Quindi, la cosa più interessante della mostra è vedere i corredi funerari riuniti di principi e principesse etrusche e accorgersi come non mancasse mai qualche pezzo faraonico. In particolare, spiccano i ritrovamenti da Vulci, in provincia di Viterbo, in alcuni casi così recenti da avermi permesso di occuparmene prima per l’Archeoblog di VOLO e poi per Djed Medu. La Tomba dello Scarabeo dorato, ad esempio, scoperta nel febbraio del 2016, deve il suo nome alla presenza di un sigillo con un crittogramma acrofonico (un rebus con il nome di Amon) e di un altro scarabeo in faience.

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Corredo della Tomba dello Scarabeo dorato (sulla sinistra)

 

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Nuova mostra all’Egizio di Torino: “Anche le statue muoiono” (9 aprile – 9 settembre 2018)

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Source: Museo Egizio, Torino

Domani (8 marzo) alle 18:00, sarà inaugurata la terza mostra temporanea della nuova gestione del Museo Egizio di Torino. Come promesso alla fine del riallestimento dell’edificio, ogni anno gli spazi del piano soppalcato sono stati usati per un’esposizione speciale (“Il Nilo a Pompei” e “Missione Egitto 1903-1920”) che stavolta avrà il titolo: “Anche le statue muoiono. Conflitto e patrimonio tra antico e contemporaneo”. L’evento, che durerà dal 9 marzo al 9 settembre 2018, è stato organizzato in collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e i Musei Reali – le altre due sedi di questo progetto espositivo diffuso -, oltre al Centro Scavi dell’Università di Torino. Citando il direttore Christian Greco – curatore della mostra insieme a Paolo Del Vesco, Enrica Pagella, Elisa Panero, Stefano De Martino e Irene Calderoni – l’evento porterà a «una riflessione sulla fragilità dei tesori d’arte, sul museo come luogo di memoria e conservazione, ma anche di distruzione, in un dialogo tra reperti del passato e creazioni contemporanee». Reperti antichi saranno esposti accanto a lavori di artisti di paesi mediorientali come Siria, Egitto, Libano, Turchia.

 

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Nuovi musei a Marsa Matruh e Tell Basta

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Source: english.ahram.org

Nel tentativo di rianimare il turismo calante in Egitto, continuano le iniziative che sfruttano l’immenso patrimonio storico del Paese. Nell’arco di due giorni, ad esempio, sono stati inaugurati due nuovi musei archeologici. Il primo è stato ufficialmente aperto giovedì scorso a Marsa Matruh, famosa località balneare nord-occidentale sul Mediterraneo. La chiara intenzione del governo, rappresentato per l’occasione dal presidente Al-Sisi in persona, è di spingere chi arriva per il mare a visitare anche centri culturali. Nei due piani del museo (foto in alto), sono esposti circa 1000 reperti per lo più scoperti in zona ma anche provenienti da altri musei (Cairo, Alessandria, Suez) per sottolineare il ruolo di vicinanza con il confine con la Libia. Tra questi, spiccano statue di Ramesse II, Thutmosi IV, Tutankhamon e Sheshonq.

Sabato, invece, è stato il ministro delle Antichità Khaled el-Enany a tagliare i nastri del museo archeologico di Tell Basta (foto in basso), a Zagazig nel Delta centro-orientale. In questo caso, l’apertura dell’edifico è stata più travagliata perché l’inizio dei lavori risale al 2006 mentre il completamento al 2010. Come il precedente, il museo accoglie pezzi locali, dalla provincia di Sharqiya e in particolare dal sito dell’antica Bubastis, capitale del 18° nomo del Basso Egitto e città consacrata alla dea gatta Bastet.

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Source: MoA

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Inaugurato il museo all’aperto di Matariya

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Source: MoA

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Source: MoA

Lo scorso sabato, il ministro delle Antichità Khaled el-Enany ha inaugurato il museo all’aperto di Matariya, quartiere cairota nord-orientale. Il progetto vede così finalmente la sua conclusione dopo che era stato fatto partire nel 2008 e interrotto alla fine del 2010 a causa del caos generato dalla “primavera araba”. Il parco comprende 135 reperti tra statue, stele, blocchi iscritti e il famoso obelisco di Sesostri I (1964-1919), monolite in granito rosso alto 20 metri e pesante 121 tonnellate (foto a sinistra).

L’area in cui sorge il museo – accessibile con un biglietto di 60 LE (30 per gli studenti: 2,75/1,35 euro) – corrisponde all’antica città di Eliopoli e non è lontana dal punto in cui la missione egiziano-tedesca di Dietrich Raue lo scorso anno ha scoperto il colosso di Psammetico I.

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Concluso il trasporto al GEM del colosso di Ramesse II

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Source: ON Live

Stamattina si è finalmente concluso il lungo viaggio di Ramesse II. Mancavano solo gli ultimi 400 metri, ma che sono costati la bellezza di 14 milioni di lire egiziane (circa 645 mila euro). D’altronde, se sei alto 11 metri e pesi 83 tonnellate, il conto del trasporto non può che essere salato. Così, alla presenza del ministro delle Antichità Khaled el-Enany e di altre autorità locali e ambasciatori stranieri, è stata appena inaugurata la collocazione finale del colosso di Ramses all’ingresso del Grand Egyptian Museum a Giza. La statua, infatti, accoglierà i visitatori del nuovo museo di cui sarà il reperto più voluminoso. C’è voluta oltre un’ora perché l’enorme rimorchio dell’Arab Contractors portasse il suo passeggero nel punto preposto, il tutto accompagnato dalla colonna sonora dell’Aida e da numerosi giornalisti che hanno trasmesso l’evento in diretta tv (in Egitto piacciono molto questi “mega traslochi” mediatici; immagine in alto). Il ministro ha poi tenuto una conferenza stampa in cui ha spiegato in arabo, inglese e francese la lunga e travagliata storia del gigante.

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Source: weekly.ahram.org.eg

Sì, perché non è il primo spostamento che il grande faraone ha subito. Se proprio vogliamo essere pignoli, il tutto inizia nel XIII sec. a.C. ad Assuan, luogo di estrazione del granito rosso di cui è fatta la statua. Poi bisogna aspettare il 1820, quando venne ritrovata nell’area del Grande Tempio di Ptah a Mit Rahina, l’antica Menfi. E qui rimase per decenni a causa di numerosi tentativi falliti di anastilosi. Solo nel 1954, per volere del presidente Nasser, il colosso fu spostato di circa 30 km verso nord e collocato al centro di Bab Al-Hadid, la piazza rinominata Ramses Square che si trova di fronte alla stazione ferroviaria del Cairo. L’immagine in alto può farvi intuire quanto possa essere deleteria per un monumento la collocazione in un punto nevralgico di una metropoli da oltre 10 milioni di abitanti. Infatti, vibrazioni e smog avevano intaccato sensibilmente la superficie del granito; così, già nel 2002, si è cominciato a progettare un ulteriore spostamento verso una zona più periferica, anche in previsione della costruzione del GEM (e questo la dice lunga sulle tempistiche di realizzazione di questo museo). Il penultimo viaggio è stato effettuato, dopo una prova con una riproduzione, il 25 agosto 2006 attraverso un’interminabile processione di 15 km letteralmente a passo d’uomo (5 km/h; foto in basso).

Arrivato a Giza, il colosso è stato restaurato ed è rimasto oltre 10 anni sotto una ‘tettoia’ costruita appositamente, in attesa della conclusione del Grand Egyptian Museum. Fino, appunto, a questi ultimi giorni in cui, per coprire l’ultimo tratto, è stato ripreso proprio lo stesso veicolo dell’Arab Contractors utilizzato nel 2006.

 

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Contro l’attacco al Museo Egizio di Torino

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Source: museoegizio.it

Avrei voluto evitare di tornare sull’argomento, lasciando la mia opinione a qualche breve post sui social, ma evidentemente il messaggio non è passato. E, mentre scrivo queste parole, sono ancora titubante sulla loro effettiva utilità perché i professionisti della polemica si nutrono di condivisioni e risposte, a favore o contrarie che siano. In un mondo ideale, una tra le maggiori istituzioni culturali e scientifiche italiane non dovrebbe essere costretta a rispondere ad attacchi strumentali scagliati da uno o più partiti politici. In un mondo ideale – multiculturale, aggiungo -, un’iniziativa d’inclusione sociale (con ovvi risvolti di marketing, nessuno lo nega) non sarebbe sfruttata per fomentare pregiudizi xenofobi. In un mondo ideale, le persone s’informerebbero prima di sputare veleno sul web. Per questo ho deciso di fare un po’ di chiarezza, sperando di ‘convincere’ almeno uno di quelli che si è trovato a scrivere sulla propria bacheca facebook «Perché gli Arabi entrano gratis e gli Italiani no?».

Ricapitolando brevemente, il Museo Egizio di Torino, così come l’anno scorso, ha lanciato una campagna promozionale temporanea a favore degli oltre 30.000 cittadini di lingua araba residenti nella provincia: 2 biglietti al prezzo di 1 per le coppie. Apriti cielo! Un determinato schieramento politico ha colto la palla al balzo, seguito questa volta da un altro partito alleato, per fare campagna elettorale in vista del 4 marzo. Reiterando una collaudata strategia populistica, ha cercato di colpire allo stomaco gli elettori, provocando indignazione e facendo presa sullo spirito nazionalistico. «È una discriminazione nei confronti degli Italiani!» hanno tuonato esponenti politici che, solo qualche mese fa, sembravano ben lontani da quest’orgoglio patriottico e molto più concentrati sul proprio orticello quando si opponevano al trasferimento di alcuni reperti dell’Egizio a Catania. L’odio nei confronti del museo è poi cresciuto esponenzialmente con la pubblicazione di un video, a quanto pare fake, che ha costretto la Fondazione Museo delle Antichità Egizie a cautelarsi per vie legali.

Fortunatamente, in questi giorni sono state molte le prese di posizione in difesa dell’Egizio, a partire dallo stesso ministro Franceschini. Oggi stesso, sulle pagine della Stampa (23/01/2018, pag. 27), è stata pubblicata una lettera in merito firmata da Andrea Augenti (Università di Bologna), Maria Rosaria Barbera (presidentessa del Comitato tecnico-scientifico per l’Archeologia del MiBACT), Marilina Betrò (Università di Pisa e presidentessa del Comitato scientifico del Museo Egizio), Daniele Manacorda (Università di Roma Tre), Valentino Nizzo (direttore del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia), Carlo Tosco (Politecnico di Torino) e Giuliano Volpe (Università di Foggia e presidente del Consiglio Superiore “Beni Culturali e Paesaggistici” del MiBACT, che già si era espresso su Huffington Post). Proprio da questo articolo voglio partire per fare alcune considerazioni:

  • In uno scenario geopolitico sempre più funestato da un anacronistico scontro tra civiltà, l’apertura reciproca e la diffusione della conoscenza tra le diverse comunità, veicolate dalla cultura, sono le uniche soluzioni al problema dell’integrazione degli immigrati.
  • A tal proposito, è sbagliato tirare in ballo la religione perché non tutti gli arabofoni sono musulmani. Molti egiziani, ad esempio, sono cristiani copti, senza considerare i non credenti. Tuttavia, mi permetto di fare una piccola critica – che comunque non giustifica in nessun modo la strumentalizzazione politica – a chi ha elaborato la campagna pubblicitaria: la presenza di una donna in hijab sui cartelloni equivale all’utilizzo di un cliché islamico che ha scoperto il fianco agli attacchi di chi non aspettava altro. È triste ammetterlo, ma ormai la maggior parte delle persone si ferma alle immagini e ai titoli degli articoli e chi si occupa di comunicazione deve tenerne conto.
  • Bisogna ricordare che i reperti del Museo Egizio provengono, per l’appunto, dall’Egitto ed è in tal senso che si è cercato, anche attraverso – primo caso in Europa – didascalie e audioguide in arabo, di coltivare il legame con i cittadini del paese di origine di questo straordinario patrimonio storico-archeologico. Qualcuno fiaterebbe se il Louvre pensasse a sconti diretti ai nostri connazionali per andare a vedere la Galleria dei pittori italiani?
  • Passando a questioni più venali, ogni museo cerca di allargare il proprio pubblico andando a pescare, con strategie ad hoc, in nuovi bacini di utenza. Oltre alle classiche riduzioni, iniziative analoghe sono state prese per visitatori di lingua inglese; inoltre, l’ingresso è gratuito per tutti nel giorno del proprio compleanno e il 2×1 funziona per ogni coppia a San Valentino. Al di là delle intenzioni filantropiche, si tratta di puro marketing atto a fidelizzare i visitatori e aumentare il numero di biglietti strappati…
  • …biglietti che rendono l’Egizio, caso più unico che raro, completamente autosufficiente. Non sono “le nostre tasse a pagare l’ingresso degli arabi” perché, dal 2015, gli incassi coprono il 112% delle spese del museo. Questo surplus di budget è impiegato per restaurare gli oggetti, assumere nuovi giovani curatori, finanziare borse di dottorato e assegni di ricerca.

Fortunato chi parla arabo? No, fortunato chi ragiona con il cervello e non con la pancia. Ora alzate le dita dalla tastiera e andate a visitarlo, l’Egizio; avrete modo di farvi un’opinione libera dagli slogan propagandistici che, statene certi, spariranno dopo il 4 marzo (per ricomparire alle prossime elezioni).

 

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