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Lanciato il progetto di sviluppo del Museo Egizio del Cairo

Tutti quelli che erano preoccupati per un possibile smantellamento del Museo Egizio del Cairo possono tirare un sospiro di sollievo. Infatti, nonostante la costruzione del Grand Egyptian Museum e del National Museum of Egyptian Civilization e la conseguente perdita di numerose antichità, l’edificio storico di Piazza Tahrir continuerà a mantenere il suo ruolo.

La settimana scorsa – alla presenza del ministro delle Antichità Khaled el-Enany, della ministra degli Investimenti Sahar Nasr e dell’ambasciatore dell’Unione Europea al Cairo Ivan Surkoš (foto in basso) – è stato lanciato ufficialmente il progetto che prevede lo sviluppo del “vecchio” Museo Egizio. Grazie a un finanziamento UE di 3,1 milioni di euro e alla consulenza di esperti da Museo Egizio di Torino (capofila del gruppo), British Museum, Louvre, Ägyptisches Museum und Papyrussammlung di Berlino e Rijksmuseum van Oudheden di Leida, nei prossimi 36 mesi si creerà un nuovo percorso espositivo.

Chi ha visitato recentemente il museo si è accorto che i cambiamenti sono già in corso d’opera. Ad esempio, lo spostamento dei reperti del corredo di Tutankhamon verso il GEM ha fatto sì che la galleria fosse occupata dagli oggetti della tomba di Yuia e Tuia. Per il futuro, invece, è previsto un ripensamento generale delle sale del piano terra (nn. 43, 48, 47, 46, 51, 49, 50) e della stanza dedicata al tesoro delle tombe reali di Tanis al primo piano.

Inoltre, il gruppo di esperti europei aiuterà i tecnici locali a potenziare la biblioteca, digitalizzare gli archivi e promuovere la comunicazione in Egitto e all’esterno. Infine, non sarà tralasciato il ruolo formativo del museo all’interno della società, coinvogendo scuole e i giovani in generale.

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Source: see.news

 

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ARCHEOLOGIA INVISIBILE: la nuova mostra del Museo Egizio di Torino racconta la “biografia degli oggetti” grazie alla scienza

Archeologia Invisibile, Museo Egizio di Torino

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Fotogrammetria, tomografia neutronica, indagine multispettrale, spettroscopia Raman, radiografia, TAC, modellazione 3D: astrusi tecnicismi rubati* agli scienziati, paroloni che, di tanto in tanto, leggete singolarmente sul mio blog ma che, tutti insieme, potrebbero spaventare i non addetti ai lavori. Non è questo il caso. Perché la nuova mostra temporanea del Museo Egizio di Torino, “ARCHEOLOGIA INVISIBILE” (13 marzo 2019 – 6 gennaio 2020), è tutto tranne che autoreferenziale, mirata ai soli esperti; al contrario, riesce nel difficile compito di spiegare al grande pubblico, in maniera semplice e pratica,  l’apporto della scienza al campo dell’archeologia. 

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La prima sala della mostra durante l’inaugurazione

Premetto che non è semplice descrivere ciò che ho visto ieri durante l’anteprima stampa dell’inaugurazione perché l’esposizione è realmente innovativa – soprattutto per l’Italia -, e non solo negli strumenti tecnologici adottati. L’attenzione è rivolta verso gli “oggetti”, volutamente pochi per valotizzarli con più spazio e per non caricare il visitatore di troppi dati che dimenticherà appena uscito dall’edificio. Prima dell’ingresso della mostra vera e propria, vengono addirittura fatti parlare in prima persona con discorsi diretti usciti dalla “bocca” di moderni pezzi di vita quotidiana che, in futuro, diventeranno a loro volta reperti archeologici. La ormai anacronistica funzione meramente espositiva dei musei è superata fornendo alle persone tutte quelle informazioni che l’Egizio ha acquisito negli ultimi anni grazie a progetti di studio dei reperti che hanno visto l’apporto di discipline scientifiche quali la fisica, la chimica e/o l’informatica. Informazioni non percepibili ad occhio nudo – ed ecco il significato del titolo – che spiegano la vera storia dei pezzi svelandone l’origine, la composizione, la funzione, gli eventuali rimaneggiamenti. Informazioni nate grazie alla collaborazione con università e istituti di ricerca di tutto il mondo (MIT di Boston, Università di Oxford, Centro Conservazione e Restauro della Venaria Reale, Musei Vaticani, CNR ecc.), già pubblicate sulle principali riviste scientifiche ma ora finalmente divulgate in modo intuitivo per tutti. Una tale collaborazione è esemplificata dalle parole del direttore Christian Greco: “Lo scienziato e l’umanista devono lavorare sempre di più assieme per cercare di dipanare la complessità del mondo contemporaneo”.

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Foto d’epoca della tomba di Nerfertari

Il coordinatore scientifico della mostra, Enrico Ferraris, durante la conferenza stampa si è definito un sarto per aver cucito insieme i contributi dei vari curatori che hanno portato le proprie esperienze e specializzazioni. Il percorso espositivo, infatti, si divide in tre macro-settori, ognuno dedicato alla vita archeologica di un reperto: scoperta, studio e conservazione. Si inizia quindi con la documentazione degli scavi che va dalle belle foto d’epoca – anche se qui proposte in 3D – della Missione Archeologica Italiana in Egitto (1903-1920) ai prodigi della fogrammetria – tecnica utilissima per rilevare velocemente i contesti archeologici e riportarli in modelli digitali – applicata agli scavi di Saqqara.

I sette contenitori di alabastro ancora sigillati dalla tomba di Kha e Merit

Poi si passa alle analisi diagnostiche effettuate, nell’ambito del “TT8 Project”, al corredo funerario della tomba di Kha e Merit, vero fiore all’occhiello del Museo Egizio. Ed ecco che, grazie a strumenti scientifici, si può guardare l’invisibile: XRF e ultravioletti permettono di studiare i pigmenti, le pennellate, le varie mani di pittura sovrapposte; la tomografia neutronica sbircia all’interno di vasi in alabastro sigillati da oltre 3400 anni (foto in alto); radiografie e TAC ‘sbendano’  mummie senza il pericolo di danneggiarle, scoprendo lo stato fisico dei defunti, le tecniche d’imbalsamazione e la presenza di amuleti.

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La radiografia alla mummia di Kha mette in evidenza la presenza di gioielli…

…gioielli poi riprodotti con la stampa 3D

Così, i corpi dell’architetto Kha e della moglie Merit sono affiancati da schermi che mostrano quest’autopsia virtuale che sfoglia, strato dopo strato, la copertura delle mummie. Grazie a questa tecnica è stato perfino possibile ricreare i gioielli dei coniugi, senza toccarli, grazie alla stampa 3D (foto a destra). Non siamo più di fronte alla caccia all’oggetto o agli “unwrapping party” vittoriani, ma a uno studio più etico e rispettoso dell’integrità del reperto. Stesso ragionamento si applica anche alle mummie animali che testimoniano pratiche religiose tipiche soprattutto del Periodo Tardo. Ma accanto a gatti, coccodrilli, ibis e babbuini, non è inusuale incontrare anche falsi, realizzati – come mi racconta Federica Facchetti, curatrice della sala dedicata all’argomento – sia nell’antico Egitto che, a scopo di truffa commerciale, in epoche più vicine a noi. Quella che, ad esempio, sembra una mummia di un feto si è invece rivelata essere il corpo di un rapace, evidentemente meno appetibile di un bambino nel mercato antiquario ottocentesco (foto in basso).

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La mummia di feto è in realtà un falso

Il terzo settore illustra il fondamentale ruolo dell’indagine archeometrica nello studio dei materiali e nella scelta delle tecniche da adottare per conservazione e restauro dei reperti più delicati, come le superfici parietali dipinte (esempio principale è la decorazione della tomba di Iti e Neferu da Gebelein), papiri (e l’unica pergamena conservata all’Egizio) e antichi tessuti che possono essere toccati con mano, ovviamente in riproduzioni moderne.

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L’istallazione finale del sarcofago di Butehamon

SPOILER ALERT: il percorso si conclude con una vera e propria sorpresa. Tutte le esperienze mostrate finora, infatti, vengono riassunte in un caso studio emblematico, quello del sarcofago di Butehamon, nella maniera più scenica e, aggiungerei, didattica possibile. La cassa antropoide dello scriba reale di III Periodo Intermedio (1070-712 a.C.) all’apparenza sembra un oggetto omogeneo, ma in realtà è il frutto dell’assemblamento di pezzi riciclati da almeno cinque sarcofagi più antichi e della sovrapposizione di diverse stesure di pittura ormai non più visibili. Ma tutti questi interventi, riscoperti grazie a indagini diagnostiche non invasive, tornano a palesarsi direttamente su una copia a grandezza naturale, sulla quale vengono proiettate immagini. Così, mentre i due schermi laterali spiegano tutte le fasi di realizzazione dell’oggetto, il sarcofago si trasforma e il nudo legno si ricopre gradualmente di geroglifici, scene, colori. Una scelta museale sicuramente innovativa, quasi spaziale… e non è un caso che la proiezione sia accompagnata dalla colonna sonora del film “Interstellar”.

 

*Cito la divertente provocazione di Andrea Augenti che scrive nel catalogo della mostra (da notare la geniale trovata della sopracopertina opaca che rende quasi invisibili le immagini della copertina): “gli archeologi rubano. […] Rubano agli altri mestieri gli attrezzi e il lessico; rubano persino le leggi che regolano il metodo del loro stesso lavoro!”

 

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Luxor Museum, (Ri)scoperte parti di modellino di barca appartenuto a Tutankhamon

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Source: Lost Treasurs of Egypt, ep.1 (National Geographic)

Lo scorso 4 marzo, in contemporanea in diversi paesi tra cui l’Italia, National Geographic ha lanciato una serie di documentari che illustrano le ultime novità delle missioni archeologiche in Egitto finanziate dalla National Geographic Society.  Proprio nel primo episodio, dedicato in particolare a Tutankhamon, si è parlato di una scoperta, o per meglio dire di una riscoperta riguardante il faraone bambino.

Durante le operazioni di trasferimento verso il nuovo Grand Egyptian Museum di alcuni reperti conservati nel Luxor Museum, il direttore di quest’ultimo, Mohamed Atwa (foto in basso a sinistra), e i suoi collaboratori hanno notato una vecchia scatola di legno impolverata di cui non si avevano dati. Aprendola, è arrivata una vera sorpresa, a conferma che non si finisce mai di ‘scavare’ nemmeno nei depositi museali. Sopra un foglio di giornale del 5 novembre 1933, infatti, si trovavano alcuni pezzi – creduti perduti – di uno dei 18 modellini d’imbarcazioni scoperti nella KV62: un albero, corde e sartiame vario e una testa osiriaca con ancora tracce di doratura.

Più precisamente, è stata trovata una chiara corrispondenza con la barca che ho indicato con la freccia rossa nella una foto (colorata) di Burton della cosiddetta Camera del Tesoro, in primo piano nell’immagine in basso a sinistra dai magazzini del GEM. Si tratta del reperto che Carter aveva registrato con il numero 321 e che, dopo essere stato portato al Cairo, era stato inventariato con la sigla JE 61330.

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MOSTRA: “Viaggio in Egitto. Antonio Beato nell’Archivio del Touring Club Italiano” (Roma, 25/1-22/2)

Giovedì scorso sono stato all’inaugurazione di una mostra fotografica che i romani, e non solo, non dovrebbero farsi scappare: “Viaggio in Egitto. Antonio Beato nell’Archivio del Touring Club Italiano”. Ciò che è ritratto nelle fotografie esposte è un Egitto che non esiste più, quello delle Piramidi di Giza non ancora invase dallo sprawl, dei palazzi storici della Cairo Vecchia, delle piccionaie in fango costruite nei templi di Luxor, dei monumenti nubiani nella loro posizione originaria prima della Diga di Assuan. Un Egitto raccontato da un fotografo italiano poco conosciuto, ma che ci regalato una cospicua documentazione della Valle del Nilo durante la seconda metà del XIX secolo: Antonio Beato (1835-1906).

Come si evince dal titolo della mostra, le 48 stampe originali all’albumina esposte fanno parte dell’archivio del Touring Club Italiano che ha deciso di mettere a disposizione del pubblico questa raccolta dopo un lungo lavoro di restauro. Così, dopo una prima tappa a Milano, fino al 22 febbraio 15 febbraio (lun-ven 10-17; la data di chiusura è stata anticipata per problemi tecnici) sarà possibile vedere gratuitamente le foto presso la sede dell’Accademia d’Egitto (via Omero 4, praticamente sul bordo occidentale di Villa Borghese).

Il progetto si è sviluppato attraverso diverse fasi di recupero, restauro, conservazione e valorizzazione delle stampe grazie al finanziamento di SOS Archivi (che ringrazio per l’invito all’inaugurazione), associazione che promuove il recupero e la tutela dei beni archivistici e che si è occupata anche dell’esposizione curata da Michele Magini, Roberto Mutti e Luciana Senna.

Il percorso segue due linee, una semplicemente geografica (da Nord verso Sud) e una tematica che divide le foto di architetture e abitanti del Cairo da quelle dedicate alle vestigia faraoniche. Particolare attenzione è rivolta ai monumenti di Luxor dove Beato aprì il primo studio fotografico della città, in cui vendeva ai turisti i suoi lavori, proprio come cartoline ante litteram.

Piccola sfida: in una delle stampe si vede limpidamente una mosca che si era andata a posare sull’obiettivo durante lo scatto; vediamo se la trovate!

Per maggiori info: https://antoniobeato.sosarchivi.it/

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Per il 116° anniversario del Museo Egizio del Cairo un nuovo allestimento del corredo di Yuya e Tuia

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ph. @HassanMohydin

Da quando è iniziato il trasferimento dei reperti dal Museo Egizio del Cairo (e non solo) al Grand Egyptian Museum molti di voi mi chiedono: “Ma il vecchio museo che fine farà?”.

La stessa domanda se la pongono in Egitto dove il ministro delle Antichità Khaled el-Enany ha rassicurato l’opinione pubblica dicendo che la collezione di Piazza Tahrir non morirà, anzi continuerà a crescere. Questa dichiarazione è arrivata ieri durante le celebrazioni del 116° anniversario del Museo Egizio, inaugurato nel 1902. La prima vera raccolta di antichità egizie al Cairo fu quella di Bulaq del 1858, diretta da Auguste Mariette,  ma dopo un paio di spostamenti si decise di realizzare l’attuale sede in stile neoclassico costruita dall’impresa degli italiani Giuseppe Garozzo e Francesco Zaffrani secondo il progetto dell’architetto francese Marcel Dourgnon.

Data quindi anche l’importanza storica dell’edificio, sarebbe stato inconcepibile il suo abbandono o un convertimento dell’utilizzo. Secondo el-Enany, negli ultimi anni il museo ha avuto diverse migliorie negli impianti d’illuminazione e areazione, sono stati sostituiti i vecchi vetri del soffitto con pannelli anti-UV, sono stati recuperati i pavimenti originali coperti per decenni da linoleum ed è stato riaperto il bookshop (piuttosto avvilente, in realtà).

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Source: MoA

Il ministro ha aggiunto che i pezzi trasferiti al GEM, tra cui spiccano quelli del corredo di Tutankhamon e le mummie reali, saranno sostituiti da reperti provenienti da futuri scavi e dai depositi. A tal proposito, proprio ieri è stato inaugurato il nuovo allestimento delle ex-gallerie di Tutankhamon che, ormai svuotate, sono diventate la nuova casa di Yuya e Tuia. Alto funzionario sotto i regni Thutmosi IV e Amenofi III lui, nobile dal lignaggio reale lei, furono una delle coppie più influenti dell’intera XVIII dinastia. Non a caso, loro figlia Tiye divenne Grande Sposa Reale unendosi ad Amenofi III. Quest’importanza si riflette nella loro sepoltura nella Valle dei Re (KV46), tomba scoperta nel 1905 da James Quibell.

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Source: MoA

Curiosamente, il corredo di Yuya a Tuia va a sostituire proprio quello di Tutankhamon che, in un certo senso, 17 anni dopo lo aveva spodestato dal trono di ritrovamento più ricco nella Valle. La KV46, infatti, nonostante sia stata visitata da tombaroli già in antichità, ha mantenuto gran parte degli straordinari oggetti che conteneva. Oltre alle mummie perfettamente conservate nei grandi sarcofagi, sono stati ritrovati canopi, maschere funerarie (foto in alto), vasellame, mobili, offerte di cibo, modellini, amuleti, ushabti, un rarissimo carro da guerra e un papiro lungo ben 20 metri che è esposto al pubblico per la prima volta. Prima di ieri, solo una parte del corredo era relegata allo spazio antistante la Stanza 3, quella del tesoro di Tut.

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Source: MoA

 

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Grand Egyptian Museum, verso un’apertura anticipata?

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Grand Egyptian Museum – GEM

Metto subito le mani avanti: prendete ciò che scriverò qui di seguito solo come una possibilità, remota aggiungerei, visto quanto successo finora. Ovviamente sto parlando del Grand Egyptian Museum di Giza e dei continui slittamenti alla sua inaugurazione che si protraggono ormai dal 2002.

Solo qualche mese fa, durante la presentazione ufficiale del logo del GEM, il ministro delle Antichità Khaled el-Enany parlava di un’apertura parziale prevista per la primavera del 2019 e di una definitiva nel 2022, in concomitanza con il centenario della scoperta della tomba di Tutankhamon (4/11/1922). Tuttavia nei giorni scorsi, in occasione del World Travel Market di Londra, il direttore del museo Tarek Tawfik ha affermato che il governo egiziano starebbe provando ad anticipare il completamento finale al 2020.

Ricordo che il GEM sarà – chissà quando – il più grande museo archeologico del mondo con 490 mila m² di terreno occupato (gallerie, 28 negozi, 10 ristoranti, un centro congressi e un cinema) e 100.000 reperti di cui la metà sarà esposta. La posa della prima pietra risale al febbraio del 2002, quando venne lanciato il concorso internazionale per il progetto, mentre gli sporadici lavori della I fase sono iniziati nel 2005. Attualmente, secondo Tawfik, il cantiere è all’85% e già 38.000 pezzi sono stati trasferiti nei labaratori di restauro dove stanno subendo profondi interventi di pulizia e consolidamento (le vecchie teche del Museo Egizio di Piazza Tahrir non erano il massimo per la conservazione).

Inoltre, in futuro i turisti saranno anche facilitati nel visitarlo grazie al nuovo Sphinx International Airport, solo mezz’ora da Giza, che dovrebbe aver iniziato a funzionare in via sperimentale già da qualche settimana.

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Inaugurato il Museo Nazionale di Sohag

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Source: weekly.ahram.org.eg

In attesa del completamento del Grand Egyptian Museum (la cui apertura parziale è prevista per la primavera del 2019), vengono inaugurati altri progetti museali. Oggi è stato il turno del Sohag National Museum, i cui nastri sono stati tagliati dal presidente Al-Sisi in persona. Ma in questo caso, il cantiere è durato addirittura più di quello del GEM essendo partito nel 1993. Dopo diverse interruzioni e un costo totale di 72 milioni di LE (circa 3,5 milioni di euro), si è arrivati a un ripensamento dell’idea iniziale, ora più adatta a rilanciare il turismo nella provincia di Sohag che, nonostante presenti siti archeologici importantissimi quali Abido, Akhmim, Athribis, senza dimenticare i monasteri copti “Rosso” e “Bianco”, difficilmente è scelta come meta dai visitatori stranieri.

L’edificio, a forma di due mastabe sovrapposte, si estende per 8000 m² e conserva 945 reperti suddivisi in 6 sezioni che illustrano i vari argomenti cronologicamente, dal Predinastico all’epoca islamica: regalità, famiglia, cibo e cucina, fede e religione, mestieri e artigianato, con particolare attenzione verso la produzione tessile, tipica della zona in tutti i periodi storici. I pezzi esposti provengono dagli scavi archeologici del governatorato, tra cui molti spostati dal Museo Egizio del Cairo e, sempre nella capitale, dai musei Copto, Tessile e d’Arte Islamica.

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Source: weekly.ahram.org.eg

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Al Museo Egizio del Cairo una mostra con i reperti scoperti dagli Italiani

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Source: MoA

Ieri (5 agosto), alla presenza delle più alte cariche del Ministero delle Antichità, di Giuseppina Capriotti Vittozzi, direttrice del Centro Archeologico Italiano dell’IIC Cairo,  e del neo-ministro italiano degli Affari Esteri Enzo Moavero Milanesi (al centro nella foto in alto), jè stata inaugurata presso il Museo Egizio del Cairo una mostra temporanea interamente dedicata all’Italia. Infatti, i circa 180 oggetti esposti nel salone centrale all’ingresso del museo provengono tutti da scavi di missioni italiane o da sequestri effettuati nel nostro Paese.

Il pezzo più celebre – e per questo usato per la locandina dell’evento (immagine a destra) – è senza dubbio la statua in granito rosa da Tanis del faraone Merenptah (1213-1203) portatore di stendardo che si trova nel giardino, proprio di fronte all’entrata principale.

Poi non poteva mancare l’apporto della M.A.I., la missione del Museo Egizio di Torino che con Schiaparelli ha indagato dal 1903 al 1920 diversi siti lungo tutta la Valle del Nilo, e di quelle successive di Giulio Farina. Per questo contesto, sono esposti uno dei più antichi papiri amministrativi mai ritrovati – dall’archivio di Antico Regno di Gebelein, restaurato nel 2005 da Corrado Basile (’Istituto Internazionale del Papiro e Museo del Papiro, Siracusa) – e  una lampada dalla tomba di Kha, uno dei pochi oggetti del corredo dello scriba sepolto a Deir el-Medina a non essere conservato nel museo torinese.

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Source: ajaonline.org

Dietro le vetrine ci sarà anche il tesoretto di 171 monete d’oro (solidi aurei di epoca bizantina battuti tra Costanzo II e Giustiniano I) scoperto nella necropoli nord di Antinopoli dall’Istituto Papirologico “G. Vitelli” di Firenze (qui la pubblicazione).

Inoltre, tra i reperti scoperti durante le campagne di scavo dirette da Edda Bresciani (Università di Pisa), sono stati scelti il magnifico sudario di epoca romana dal pozzo a sud della tomba di Bakenrenef (Saqqara) e una stele dedicata alla dea cobra Renenutet/Thermutis da Medinet Madi nel Fayyum.

Infine, l’acquisizione più “recente” è un’altra stele (immagine a sinistra), questa volta scoperta dalla missione dell’Università “L’Orietale” di Napoli a Mersa Gawasis sul Mar Rosso, che racconta di una spedizione verso la mitica terra di Punt durante il regno di Amenemhat III (1846-1801).

 

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Grand Egyptian Museum: nuova data d’apertura e logo ufficiale

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Source: MoA

Ieri mattina (10/06/2018), si è tenuta a Giza una conferenza stampa in cui Khaled el-Enany, ministro delle Antichità, Rania Al-Mashat, ministra del Turismo, Mostafa Waziry, segretario generale del Supreme Council of Antiquities, e Tarek Tawfik, direttore del Grand Egyptian Museum, hanno lanciato il bando per l’assegnazione dei servizi accessori al nuovo grande museo archeologico. Il GEM, infatti, oltre ai 92.000 m² destinati all’esposizione di 100.000 reperti, ne avrà a disposizione altri 400.000 per parcheggi, sale per conferenze, cinema, ristoranti, caffetterie, centri commerciali, bookshop, ecc.

34872689_1806949022684073_6225482995936002048_nCon l’occasione, è stato presentato il logo ufficiale (immagine a sinistra), ideato dalla società tedesca di design Atelier Brückner. Come spiegato da Tawfik, la forma semplice del disegno richiama la struttura stessa dell’edificio i cui confini laterali sono la prosecuzione prospettica degli assi delle piramidi di Cheope e Micerino. Il colore arancio è quello del sole al tramonto; il font adottato per il nome in arabo, invece, s’ispira all’andamento sinuoso delle dune di sabbia del deserto.

Infine, è stata fornita l’ennesima data di apertura che dovrebbe collocarsi al primo quadrimestre del 2019. Infatti, dopo la fine della prima fase di costruzione del museo prevista per dicembre 2018, sarà visitabile un primo settore del GEM che comprenderà i 5000 oggetti del corredo funerario di Tutankhamon, oltre agli 87 colossi ed enormi elementi architettonici – tra cui la statua alta 11 metri di Ramesse II e la colonna di Merenptah – che saranno posti nell’atrio.

Aggiornamento del 15 giugno 2018

Dopo le numerose critiche, fatte soprattutto da artisti egiziani, al design del logo del GEM ritenuto troppo semplice e poco evocativo della civiltà faraonica, il ministro delle Antichità Khaled el-Enany ha assicurato che il logo presentato ufficialmente alla stampa è solo una prova a scopi promozionali, mentre quello definitivo sarà scelto in futuro con un bando internazionale.

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Individuato rilievo di Hatshepsut nei depositi della Swansea University

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Source: The Egypt Centre, Swansea University

In archeologia, si sa, capita spessissimo che le scoperte siano effettuate casualmente. Questo non succede solo nei cantieri edili ma anche nei magazzini dei musei. E l’ennesima conferma di tale regola potrebbe venire dal Galles, più precisamente dall’Egypt Centre della Swansea University. Ken Griffin, docente di Arte e Architettura Egiziana, si è infatti ritrovato tra le mani quello che potrebbe essere un reperto dall’importanza inaspettata: un rilievo di Hatshepsut.

L’egittologo aveva scelto due frammenti di calcare dai depositi del museo, notandoli per la forma inusuale in una vecchia foto in bianco e nero. I pezzi sarebbero serviti per una handling session con i suoi studenti, cioè un’esercitazione pratica su oggetti reali. In effetti, ci si accorge subito che le due parti del rilievo hanno un taglio strano, con la porzione superiore che sembra combaciare con quella inferiore. Sulla faccia anteriore è visibile una testa maschile, un ventaglio e parte di un’iscrizione geroglifica; sul retro della parte alta, invece, si trova il completamento del volto della persona rappresentata (immagine in basso). A come tutto ciò sia possibile ci arriveremo dopo.

Perché la questione importante è capire di chi sia la testa che, per la presenza dell’ureo, non può che appartenere a un faraone. Griffin è convinto che il rilievo raffiguri la celebre regina Hatshepsut (1478-1458) e che provenga dal suo tempio funerario di Tebe Ovest. La teoria si basa su considerazioni di tipo stilistico che riguardano la tipologia del ventaglio, la capigliatura a piccole ciocche e il diadema intrecciato, tutti elementi attestati a Deir el-Bahari. La decorazione parietale sarebbe così stata staccata nel XIX secolo, prima che il tempio fosse scavato dalla missione dell’Egypt Exploration Fund (oggi Egypt Exploration Society) tra 1902 e 1909, e poi sarebbe stata acquistata dall’antiquario londinese Sir Henry Wellcome (1853-1936), la cui collezione è arrivata a Swansea nel 1971. Se questa ipotesi fosse confermata, si dovrebbe poi cercare la posizione originaria del rilievo; per questo Griffin si è già rivolto alla missione polacca che lavora nel tempio di Hatshepsut da oltre 50 anni.

Invece, il mento barbuto sul retro altro non è che un’aggiunta posteriore, una contraffazione effettuata – tagliando e girando uno dei due pezzi – per rendere la figura completa aumentandone il valore di mercato. L’autore, quindi, potrebbe essere stato il venditore o Wellcome stesso. Poi, una volta arrivato in Galles, evidentemente il rilievo è tornato com’era prima per volere dei curatori dell’Egypt Centre. Altra particolarità: l’handling session si è tenuta l’8 marzo, Giornata Internazionale della Donna.

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Source: bbc.com

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