mummie

Identificato il primo caso di bendaggio medicale in una mummia

https://bit.ly/35R9Fof; C: ©SMB, Agyptisches Museum und Papyrussammlung, Foto: Sandra Steiß

Di Flavia Bonaccorsi Micoevich

Ancora importanti informazioni egittologiche grazie all’applicazione della tomografia computerizzata nell’analisi dei corpi imbalsamati. Come nel caso della mummificazione indiretta di un feto di cui si era parlato lo scorso mese, si tratta di bambini e, nuovamente, di un unicum scientifico.

Albert Zink, direttore dell’Istituto per gli studi sulle mummie di Bolzano (celebre per lo studio e la conservazione del corpo di Ötzi), è tornato ad offrirci sorprendenti risultati diagnostici per mezzo della TAC che già nel 2012 gli aveva permesso di rintracciare sul corpo di Ramesse III la mortale ferita alla gola, causa inequivocabile della sua morte.
Questa volta il suo studio si è concentrato sulle mummie di 21 bambini, ben conservate, risalenti al periodo tolemaico e al periodo romano, riscontrando la morte per setticemia causata da infezioni. In particolare, il secondo caso analizzato ha rivelato un particolare inaspettato e finora inedito: una ferita fasciata sotto gli strati di lino dell’imbalsamazione.

Il corpo in questione, trovato nel Faiyum, ad Hawara, presso la “tomba di Alina”, appartiene a una bimba con età stimata tra i due anni e mezzo e i quattro, vissuta tra il I e il II secolo d.C. L’analisi tomografica ha mostrato un rigonfiamento della parte inferiore della piccola gamba sinistra e pus essiccato nei tessuti molli in concomitanza con quella che è stata identificata come una ferita, proprio in corrispondenza con il bendaggio “anomalo” (immagine in alto). La presenza del pus si è rivelata la chiave per riconoscere l’antica medicazione: secondo lo stesso Zink, è molto probabile che una diagnosi simile non sia mai stata effettettuata prima di oggi per via dei “limiti” dei sistemi d’indagine che, in assenza di materiale purulento visibile, potrebbero aver portato i ricercatori a confondere un vero e proprio medicamento con un semplice bendaggio più spesso del solito.

L’importanza della scoperta è evidente perché fornisce un esempio di messa in pratica di quelle tecniche che, nei papiri medici, sono dettagliatamente illustrate proprio per curare lesioni cutanee infette. Inoltre, per il team di Zink è plausibile che l’infezione della ferita sia continuata anche dopo la morte della bambina e che il bendaggio sia stato applicato dagli imbalsamatori nel tentativo di preservare al meglio il corpo della piccola per l’aldilà.

Occorrerebbero ulteriori analisi per poter verificare l’eventuale presenza di unguenti, balsami o natron utilizzati per placare l’infezione, ma ciò comporterebbe la necessità di sbendare la mummia – pratica che sappiamo bene non essere più privilegiata – oppure di effettuare un prelievo di campione dalla zona interessata. Per questo, pare che il team stia ancora valutando la seconda opzione per preservare il corpo al meglio. Resta comunque un significativo passo in avanti nella comprensione della vasta pratica medica egizia, che siamo certi che ci offrirà molte altre soprese.

L’articolo originale sull’ultimo numero dell’International Journal of Paleopathology: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1879981721000942?via%3Dihub

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L’inusuale (e indiretta) mummificazione di un feto

Credits: M. Ożarek-Szilka / Affidea

Di Flavia Bonaccorsi Micoevich

Il 2021 è stato un anno molto proficuo per la ricerca egittologica con numerose e importanti scoperte. Tra le più emozionanti dobbiamo considerare quella che, ad oggi, risulta un unicum: la prima mummia di una donna incinta.

Come abbiamo già visto per l’analisi del corpo di Amenofi I, la tomografia computerizzata risulta un mezzo fondamentale di indagine diagnostica per le mummie egizie, offrendo informazioni che non ledono in alcun modo la loro integrità o quella dei loro sarcofagi, e realizzando vere e proprie autopsie virtuali. Ma tali informazioni possono sorprendentemente ribaltare situazioni date per certe e questo è proprio il particolare caso della nostra mummia.

Il sarcofago del sacerdote Hor-Djehuty – il cui nome è riportato anche nel cartonnage interno – arrivò nel Museo Nazionale di Varsavia (dove tutt’oggi si trova) nel 1917, presumibilmente dalla necropoli tebana. Ma sarà solo ben 99 anni dopo, nel 2016, che la mummia al suo interno verrà analizzata, lasciando i ricercatori assolutamente stupiti.

Lo studio successivo (i cui risultati sono stati pubblicati lo scorso aprile), svolto dal Warsaw Mummy Project e dalla Polish Academy of Sciences, non solo ha rivelato che il sesso del defunto è femminile, ma che ha anche attestato che la donna era al settimo mese di gravidanza, diventando il primo esempio di mummia incinta finora noto.

Le analisi hanno fatto emergere che la mummificazione riservatale è di alta qualità e le uniche deturpazioni che riporta il bendaggio possono essere collegate a tentativi di furto degli amuleti di cui era corredata oppure al trasferimento nel sarcofago di Hor-Djehuty (del quale corpo si sono perse le tracce). Non abbiamo, quindi, alcuna informazione identitaria della donna ad eccezione dell’età approssimativa di circa 20-30 anni, che visse durante il I sec. a.C. e che non riporta alcun segno di morte violenta.

Saranno necessarie ulteriori analisi, ma è molto probabile che il suo decesso sia stato provocato proprio dalla gravidanza che stava portando avanti, fattore non anomalo considerando il tasso di mortalità dell’epoca per insofferenza fetale o infezioni contratte dalle gestanti.

A garantire la conservazione del feto è stato il suo sviluppo raggiunto durante il primo mese del terzo trimestre e la mummificazione al natron – carbonato decaidrato di sodio – che ha alterato notevolmente il pH dell’utero della donna rendendolo molto più acido; ciò ha permesso una mineralizzazione delle piccole ossa (si vede abbastanza chiaramente il cranio di circa 25cm), l’essiccamento di parte dei tessuti (come per mani e piedi) e la produzione, tra i vari prodotti chimici, di acido formico il quale potrebbe aver svolto un ruolo importante, considerando le sue proprietà antibatteriche e di agente conservante.

Restano aperti gli interrogativi sulla decisione presa dagli addetti alla mummificazione di lasciare il futuro nascituro all’interno del corpo di sua madre. Purtroppo, i papiri medici ginecologici non forniscono informazioni dettagliate sul parto né tanto meno sugli interventi da eseguire a seguito di complicazioni. Una prima ipotesi proposta è che il feto non sia stato rimosso dalla madre per garantirgli un aldilà che, altrimenti, non avrebbe potuto avere perché non era di fatto nato né aveva ricevuto un nome.

Quello che sappiamo per certo è che in antico Egitto il feto veniva trattato con grande rispetto e considerazione, come ci testimoniamo i feti trovati nei loro sarcofagi nella tomba di Tutankhamon o ancora il commovente caso del piccolo sarcofago antropomorfo W1013 (Egypt Centre, Università del Galles) contenente un feto di soli quattro mesi deposto insieme alla sua placenta. Possiamo timidamente ipotizzare che al “nostro” feto non sia stato riservato lo stesso trattamento perché non fu mai partorito, ma solo ulteriori esami o futuri ritrovamenti potrebbero dissipare tali quesiti.

Resta indubbiamente affascinante l’importanza che veniva data alla formazione di una nuova vita durante le ere faraoniche e possiamo solo fantasticare su come la donna misteriosa dello studio polacco possa aver affrontato i mesi di gravidanza fino al momento del suo tragico epilogo.

Fonti:

https://www.academia.edu/42783213/PALEO_IMAGING_La_radiologia_tra_innovazione_tecnologica_e_archeologia

https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0305440321001746?via%3Dihub#abs0010

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Sbendata virtualmente la mummia del faraone Amenofi I

Source: newscientist.com

Lo scorso aprile aveva compiuto il suo (forse) ultimo viaggio, dal Museo Egizio del Cairo al Museo Nazionale della Civiltà Egiziana di Fustat, partecipando trionfalmente alla Pharaoh’s Golden Parade. Ma ancor prima di lasciare la sua sede espositiva originaria, la mummia di Amenofi I era stata sottoposta a una TAC rivelando diverse informazioni sullo stato di salute del faraone e soprattutto sulle tecniche di utilizzate per mummificare il suo cadavere.

I risultati degli esami, eseguiti nel 2019 in un laboratorio mobile nel giardino del Museo, sono stati pubblicati proprio oggi sulla rivista “Frontiers in Medicine” in un articolo della professoressa di radiologia della Cairo University, Sahar Saleem, e di Zahi Hawass.

Amenofi I (1525-1504 a.C.) è stato il secondo faraone della XVIII dinastia, in seguito divinizzato insieme alla madre Ahmose-Nefertari. La sua mummia fu scoperta nel 1881 nella famosa cachette di Deir el-Bahari, dove era stata nascosta dai sacerdoti di Amon durante la XXI dinastia. Le tombe dei faraoni avevano infatti subito furti e danneggiamenti alla fine del Nuovo Regno e così il clero cercò di salvare almeno i corpi dei sovrani dalle mani degli antichi tombaroli (e, contestualmente, di approfittare di quanto rimasto del corredo).

Il corpo di Amenofi I reca le tracce sia dell’azione dei ladri che della seconda imbalsamazione, effettuata 300 anni dopo la prima per riparare i loro danni. Tuttavia, trattandosi di uno dei pochissimi casi in cui la mummia non è stata sbendata dopo il ritrovamento, per vederle è stato necessario sottoporla a esami autoptici non distruttivi come i raggi X e, ora, la TAC. Quest’ultimo esame ha corretto i dati acquisiti dalle vecchie radiografie (1932 e 1967), posizionando l’età di morte di Amenofi I intorno ai 35 anni sulla base della chiusura delle epifisi delle ossa lunghe e della morfologia della sinfisi pubica. Il re era alto circa 168,5 cm e, a parte una frattura rimarginata al bacino, non mostra evidenti segni di malattie o traumi; quindi al momento è impossibile stabilirne la causa di morte.

Sotto la maschera funeraria in legno e cartonnage, le ghirlande di fiori e un primo sudario di lino, è emersa una commistione tra vecchio e nuovo bendaggio. A quello originale di XVIII dinastia dovrebbe appartenere la fasciatura individuale degli arti; in particolare, le braccia dovevano essere incrociate sul petto, come indicato dalla posizione trasversale dell’avambraccio destro, seppur la mano sia dislocata. Il braccio sinistro, invece, risulta staccato e quindi avvolto lungo fianco e fissato con un perno durante il III Periodo Intermedio. Anche la testa è stata riattaccata al corpo con una benda imbevuta di resina. Infine, una grande cavità, scavata nell’addome per arrivare a preziosi oggetti protettivi, è stata colmata con del lino e riempita anche con le due dita mancanti della mano sinistra e due amuleti. Tornando alla prima mummificazione, sono state evidenziate un’eviscerazione effettuata attraverso un taglio verticale sul fianco sinistro, la presenza del cuore con un amuleto, l’uso di tessuto sciolto e impacchi per occupare i vuoti creatisi e la mancata asportazione del cervello. Il pene, bendato a parte, era circonciso.

Se, come detto, gli stessi sacerdoti non si facevano troppi problemi nell’appropriarsi dei preziosi dei faraoni, in questo caso si nota almeno un certo rispetto. Tra le bende sono infatti stati individuati 30 tra amuleti e gioielli, alcuni dei quali probabilmente in oro. Oltre a udjat, scarabei, cuori ib, doppie ali, scettri di papiro uadj in faience, terracotta, pietra e conchiglia, la TAC ha rivelato la presenza di una cintura con 34 perline d’oro tenute da fili metallici sulla parte posteriore della vita. In sostanza, qualcosa per l’aldilà è stato lasciato.

Ph. Sahar Saleem, Zahi Hawass

L’articolo originale: https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fmed.2021.778498/full

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Una tecnica inaspettata per una mummia di Antico Regno?

Source: National Geographic “Lost Treasures of Egypt” 03×04

Era stata una delle più importanti scoperte archeologiche del 2019 in Egitto, ma, a quanto pare, la tomba di Khuy continua a riservare sorprese. La mastaba, situata a Saqqara Sud, aveva stupito per lo straordinario stato di conservazione delle pitture dell’anticamera, la cui ricchezza ben si confà allo status di un alto funzionario vissuto alla fine della V dinastia, tra i regni di Djedkara e Unas (2400 a.C. circa).

Nella camera funeraria erano stati ritrovati quattro vasi canopi in calcare (foto in basso) e pochi resti del sarcofago sopra frammenti di una mummia. Ma le prime analisi sul corpo del defunto, affidate a Salima Ikram (American University in Cairo), hanno rivelato una tecnica d’imbalsamazione finora mai vista per un periodo così antico. Ancora una volta è stato un episodio Lost Treasures of Egypt, il quarto per la precisione, a diffondere la notizia.

La pratica di mummificare i morti era già conosciuta nell’Antico Regno (ci sono tracce d’imbalsamazione intenzionale che risalgono addirittura al predinastico), ma si limitava più che altro all’essiccazione dei corpi e raramente all’asportazione degli organi interni. Il caso della tomba di Khuy, invece, presenta un bendaggio di lino di altissima qualità e costose resine importate da terre straniere. Queste peculiarità hanno portato la Ikram ad accostare in un primo momento la mummia a quelle della XXI dinastia, ben 1400 anni dopo, e quindi a un possibile riutilizzo della tomba che effettivamente è attestato all’esterno della struttura. Tuttavia, l’interno non pare mostrare un’appropriazione tarda della sepoltura e la datazione delle ceramiche e del resto degli oggetti del corredo porta senza dubbio alla V dinastia. Quindi, se il corpo fosse veramente quello di Khuy, si sarebbe di fronte a raffinate tecniche di mummificazione mai attestate per casi risalenti all’Antico Regno.

Per avere le prime conferme, sono state effettuate scansioni ai raggi X sui pochi resti rimasti della mummia – di cui manca la testa -, portando all’identificazione di un uomo, piuttosto alto e grasso, senza evidenti segni di lavoro usurante sulle ossa. Questo primo identikit ben si adatterebbe a un alto ufficiale come Khuy, ma, al netto dei titoli sensazionalistici visti in queste settimane, occorrono ancora molti esami per arrivare a dati definitivi. A partire dalle analisi delle resine, per verificare che quelle trovate nei canopi, sicuramente di V dinastia, coincidano come sembra con quelle cosparse sul corpo; infine, si attendono i risultati della datazione al C14, previsti non prima del maggio del 2022.

https://www.aucegypt.edu/news/aucs-salima-ikram-involved-major-mummy-finding-may-alter-history

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TAC individua un feto nella mummia di una donna incinta del I sec. a.C.

© Muzeum Narodowe w Warszawie, CT and X-ray by the Warsaw Mummy Project

Negli anni ’90 del secolo scorso, radiografie effettuate su una mummia conservata nel Museo Nazionale di Varsavia ne avevano identificato il sesso come maschile. D’altronde, sul relativo sarcofago si legge il nome e le cariche di un sacerdote. Ma poi, in una TAC del 2015 sulla stessa mummia, è venuto fuori un feto.

Più che a un reboot di un film con Schwarzenegger (o, per i veri cinefili, di quello con Mastroianni), si tratta semplicemente dell’ennesimo esempio dell’avanzamento delle tecnologie che aiutano sempre di più il lavoro dei ricercatori.

Il team polacco del Warsaw Mummy Project ha infatti recentemente pubblicato i risultati degli esami non invasivi (raggi-X e TAC) sulla mummia – a questo punto si più dire – di una donna tebana morta tra i 20 e i 30 anni nel I secolo a.C. Il corpo, insieme alla copertura in cartonnage e il sarcofago in legno, era stato acquistato in Egitto dal pittore e collezionista Jan Wężyk–Rudzki, che donò tutto il set al museo della capitale nel 1826. I documenti sulla provenienza non sono chiari, visto che si parla di “tombe reali a Tebe” o “piramide di Cheope a Giza”, ma i testi scritti sul sarcofago e sul cartonnage confermano l’origine tebana. Si legge infatti che il proprietario originario era Hor-Djehuty, scriba, sacerdote di Horus-Thot a Djeme, governatore reale del villaggio di Petmiten, cantante del dio Montu. I toponimi indicano l’area a sud di Medinet Habu, mentre tipologia e stile datano i reperti al I sec. a.C. Quindi è probabile che Hor-Djehuty fosse un importante funzionario del distretto amministrativo di Memnoneia (riva occidentale di Luxor) alla fine dell’epoca tolemaica. Quel che è certo è lo scambio di corpi, forse imputabile agli stessi venditori ottocenteschi.

La ricerca ha evidenziato un buon stato di conservazione dovuto anche a un’ottima tecnica d’imbalsamazione che si adatta di più a periodi precedenti. La perizia nel bendaggio, le braccia incrociate sul petto, i 4 organi interni (fegato, polmoni, stomaco e intestini) estratti, imbalsamati a parte e riposti di nuovo nell’addome sono infatti caratteristiche tipiche del III Periodo Intermedio. Tuttavia i ricercatori sono più propensi nel considerare la mummia coeva del sarcofago, soprattutto per la presenza di un rarissimo oggetto discoidale trovato in corrispondenza dell’ombellico e noto finora solo per esemplari del I sec. a.C.

Il disco non è l’unico oggetto individuato tra le bende; nonostante la mummia sia stata chiaramente depredata da ladri, ci sono almeno 15 amuleti, tra cui i classici 4 geni chiamati “Figli di Horus” sull’addome e due dischi di metallo a imitazione dei capezzoli sulle bende modellate sul seno (immagini in basso a sinistra).

Ma venendo finalmente al risultato più importante dello studio, le immagini digitali della TAC (immagini in basso a destra) mostrano un feto compatibile con una gestazione di 26-30 settimane. La testa del piccolo ha infatti una circonferenza di 25 cm ed è stata l’unica parte misurabile a causa della fragilità delle ossa. Si tratta -almeno così si legge nell’articolo – del primo caso documentato di una mummia di una donna incinta, ma non è ancora chiaro perché il feto sia stato lasciato nell’utero e non sia stato mummificato a parte come di solito accadeva. Più che a una motivazione ideologica, però, si potrebbe pensare alle difficoltà pratiche oggettive nell’estrarre un corpo ancora troppo piccolo senza danneggiare i suoi tessuti e quelli della madre.

https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0305440321000418


Alcuni amuleti tra le bende (Marcin Jaworski)

Raggi-X e TAC sul feto (Marcin Jaworski and Marzena Ożarek-Szilke)
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Pharaohs’ Golden Parade: quando e dove si potrà vedere la sfilata delle mummie reali

Source: Egypt Today Magazine

Domani si terrà la tanto attesa parata delle mummie reali, il trasferimento al Museo Nazionale della Civiltà Egiziana (NMEC) dei corpi imbalsamati di 22 tra re e regine che attualmente si trovano presso il Museo Egizio del Cairo. Prevista inizialmente per il 15 giugno 2020, la parata è stata poi spostata al 3 aprile 2021 a causa del covid-19. L’evento è stato pensato, più che per rendere onore alle spoglie di antichi sovrani deceduti, come una celebrazione della grandezza dell’Egitto, quindi ci si aspetta uno spettacolo sfarzoso. L’aspetto promozionale della “Pharaoh’s Golden Parade” è infatti sottolineato dal fatto che sarà ripresa e trasmessa in diretta YouTube, perciò visibile in tutto il mondo.

Le mummie partiranno su speciali carri motorizzati dal Museo Egizio e arriveranno in circa un’ora alla nuova sede espositiva attraverso 6 tappe principali: il giro attorno all’obelisco di Ramesse II in Piazza Tahrir, Piazza Simon Bolivar, la sfilata lungo la Corniche del Nilo, il quartiere di Al-Sayeda Zainab, il quartiere Fustat e infine il NMEC (immagine in basso). Ad accompagnare il corteo ci saranno soldati a cavallo, ballerini e musicisti in abiti tradizionali e figuranti in costumi faraonici. A quanto pare, poi, le facciate di tutti gli edifici raggiunti è stata dipinta d’oro e a conclusione della sfilata ci saranno fuochi d’artificio e giochi di luci.

Come detto, la parata sarà in live streaming a partire dalle 18:00 del Cairo (attualmente stesso orario dell’Italia) sui canali youtube del Ministero egiziano del Turismo e delle Antichità (https://bit.ly/3dmCpp8) e dall’Agenzia egiziana per la promozione turistica (https://bit.ly/3tUErDu).

Io commenterò l’evento in diretta sul mio gruppo Telegram (https://t.me/djed_medu) e, qualora vogliate, sarete i benvenuti. Aspetto anche i vostri commenti!

  • LA LISTA DELLE MUMMIE:
  • Seqenenra Tao (1560 a.C. circa, XVII din.)
  • Ahmose-Nefertari (Grande Sposa reale di Ahmosi I)
  • Amenofi I (1525–1504, XVIII din.)
  • Meritamon (Grande Sposa Reale di Amenofi I)
  • Thutmosi I (1504–1492, XVIII din.)
  • Thutmosi II (1492–1479, XVIII din.)
  • Hatshepsut (1479-1452, XVIII din.)
  • Thutmosi III (1479–1425, XVIII din.)
  • Amenofi II (1425-1397, XVIII din.)
  • Thutmosi IV (1397-1390, XVIII din.)
  • Amenofi III (1390–1352, XVIII din.)
  • Tiye (Grande Sposa Reale di Amenofi III)
  • Seti I (1294–1279, XIX din.)
  • Ramesse II (1279-1213, XIX din; in foto)
  • Merenptah (1213–1203, XIX din.)
  • Seti II (1200–1194, XIX din.)
  • Siptah (1194–1188, XIX din.)
  • Ramesse III (1184–1153, XX din.)
  • Ramesse IV (1153–1147, XX din.)
  • Ramesse V (1147-1143, XX din.)
  • Ramesse VI (1143–1136, XX din.)
  • Ramesse IX (1125-1107, XX din.)

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Nuovo studio sulla mummia di Seqenenra Tao: il faraone sarebbe stato giustiziato dagli Hyksos

Source: facebook.com/Dr-Zahi-Hawass

Che Seqenenra Tao II abbia fatto una brutta fine è un dato piuttosto assodato. Il cranio sfondato, la mascella fratturata, la guancia recisa, il collo forato e molte altre lesioni riscontrate sulla sua mummia indicano la chiara morte violenta di uno degli ultimi faraoni (1558-1553 a.C.) della XVII dinastia. Ma un nuovo studio, pubblicato proprio oggi, sembrerebbe presentare scenari in parte inediti.

Il corpo del re fu ritrovato nella cachette di Deir el-Bahari (DB320) nel 1881 e già subito dopo lo sbendaggio, effettuato da Maspero nel 1886, attirò la curiosità degli egittologi per le ferite ancora evidenti che ne deturpavano il volto. Avendo regnato durante il II Periodo Intermedio e nel pieno dello scontro con gli Hyksos, fin dalle prime autopsie il faraone è stato spesso descritto come caduto nella guerra poi vinta definitivamente dai suoi figli e successori, Kamose e soprattutto Ahmose che, riunificando l’Egitto sotto la dinastia tebana, diede inizio al Nuovo Regno. Altri, invece, hanno parlato del risultato di una congiura di palazzo. In ogni caso, nel corso degli anni l’attenzione non è scemata e gli esami si sono susseguiti con l’uso di tecnologie sempre più avanzate, fino alla prima radiografia alla fine degli anni ’60 di James E. Harris e Kent Weeks. Come in un moderno caso investigativo, diversi studiosi hanno perfino calcolato l’angolo dei colpi inferti e sono state ipotizzate le armi del delitto, da asce, a pugnali o punte di lancia.

Elliot Smith G., The Royal Mummies CGC Nos 61051-61100, Cairo 1912, pl. II

Nell’ambito del Royal Mummies Project, progetto di studio e conservazione delle mummie reali in attesa di essere trasferite nel Museo Nazionale della Civiltà Egiziana, proprio oggi è uscito l’ultimo studio a riguardo, a firma di Zahi Hawass e Sahar Saleem, professoressa di Radiologia presso l’Università del Cairo. L’articolo mostra i risultati della TAC effettuata sul corpo di Tao II nel maggio del 2019 e della comparazione della morfologia delle lesioni con cinque armi in bronzo di epoca Hyksos scoperte a Tell el-Daba (foto in basso).

Come era noto già da tempo, la mummia è in cattivo stato di conservazione, ma non per un frettoloso processo di mummificazione come si credeva in precedenza. Al contrario, ci sarebbero tutti i corretti processi di trattamento, compreso il tentativo estetico di mascherare alcune ferite del volto con una pasta coprente. Se la mancata asportazione del cervello è una caratteristica che si riscontra anche nel caso di altri faraoni, come Thutmosi II e III, l’inusuale posizione delle braccia e delle mani sarebbe invece da imputare allo spasmo cadaverico e a una parziale putrefazione dovuta a un intervento sul corpo non subitaneo.

In generale, le tante ferite gravi alla testa portano a pensare che Seqenenra sia stato aggredito da più persone con diverse armi. Hawass e Saleem hanno perfino proposto una sequenza dei colpi, alcuni dei quali sembrano essere stati inferti dall’alto verso il basso. Secondo i due studiosi egiziani, il faraone sarebbe stato catturato in battaglia, immobilizzato e ucciso in una sorta di esecuzione da tre o più aguzzini Hyksos. Questo spiegherebbe la mancanza di fratture agli arti, che di solito si riscontrano sul campo di battaglia, e la posizione rigida delle dita e delle mani flesse sui polsi, forse legate dietro la schiena.

La prima ferita potenzialmente fatale sarebbe stata quella di 7 cm sulla fronte, inferta dall’alto verso il basso con una pesante arma da taglio, forse una spada o un’ascia egiziana. Già questo trauma avrebbe scaraventato il re sulla schiena causandone la morte. Poi sul volto si nota una serie di colpi perpendicolari, sintomo dell’accanimento sul faraone, morto o morente, con un’arma a lama più sottile, compatibile con un’ascia da battaglia Hyksos di bronzo (Figg. B-C). A questo secondo momento apparterrebbero il profondo foro sul sopracciglio destro, il taglio sulla guancia sinistra e le fratture di glabella, naso, zigomo destro e altri punti del cranio, provocate da un corpo contundente, un bastone o il manico stesso dell’ascia. Un terzo uomo avrebbe poi colpito il lato sinistro della testa infilando in profondità la punta di una lancia Hyksos (Fig. D) in corrispondenza del processo mastoideo. Se non fosse bastato quanto subito finora, anche questo colpo alla base del cranio sarebbe stato mortale per i danni provocati al midollo spinale. Infine, continuando la ricostruzione forense, che a volte sembra spingersi fin troppo in là con le ipotesi, ci sarebbe stato un ultimo uomo che, armato di coltello, avrebbe infierito sul cadavere ormai rivolto sul fianco destro.

Tutti i traumi non mostrano segni di cicatrizzazione e quindi sarebbero stati provocati peri-mortem, cioè in corrispondenza o poco dopo la morte di Seqenenra. Impossibile dire dove sia avvenuta la presunta esecuzione, anche se Hawass propone le vicinanze della fortezza di Deir el-Ballas, a nord di Tebe, punto strategico di partenza delle campagne militari verso nord del faraone. Da qui il corpo, rimasto per un certo periodo di tempo rivolto sul fianco sinistro – come dimostra lo scivolamento laterale del cervello – sarebbe stato trasportato a Tebe per la mummificazione.

L’articolo originale su:”Frontiers in Medicine”: https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fmed.2021.637527/full

Source: facebook.com/Dr-Zahi-Hawass
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Un raro involucro di fango per una mummia “australiana” di Nuovo Regno

Uno studio multidisciplinare, recentemente pubblicato su PlosOne, ha rivelato una curiosa pratica funeraria finora sconosciuta su una mummia conservata in Australia: un involucro di fango a ricoprire il corpo.

Fino a poco tempo fa, si riteneva che i resti – acquistati insieme al sarcofago e donati all’Università di Sidney nel 1860 dal politico e collezionista anglo-australiano Charles Nicholson – appartenessero a una donna di nome Meru(t)ah, vissuta intorno al 1000 a.C. In realtà, le datazioni al C14 hanno indicato come la mummia – oggi conservata presso il Chau Chak Wing Museum – fosse più antica di circa 200 anni, datandola tra la fine della XIX e l’inizio della XX dinastia. Il sarcofago di III Periodo Intermedio è quindi con molta probabilità un’aggiunta dei moderni venditori per rendere più appetibile il corpo mummificato.

La ricerca diretta da Karin Sowada (Macquarie University) ha portato altri interessanti risultati, in parte confermando vecchie analisi. Già nel 1999, infatti, una TAC aveva mostrato la presenza di uno strano involucro fangoso nascosto sotto le bende di lino. Con nuove tecnologie ed esami chimico-fisici si è visto che si tratta di una serie di impacchi di lino e un composto di fango, sabbia e paglia, applicati quando erano ancora freschi, un po’ come si fa con la cartapesta. Grazie alla spettrofotometria XRF e alla spettroscopia Raman, inoltre, sono stati individuati un pigmento bianco a base di calcite su tutta la superficie e una colorazione con ocra rossa in corrispondenza del volto.

L’inedita crosta – che forse ha un solo parallelo – sarebbe servita a stabilizzare e “riparare” il corpo di una donna di 26-35 anni, probabilmente per preservarne l’integrità, fondamentale per la vita dopo la morte. La mummia, infatti, mostra diversi traumi post-mortem. A distanza di una o due generazioni, qualcuno ha cercato di risolvere così un danno all’altezza del ginocchio e della parte inferiore della gamba sinistra, forse provocato da tombaroli. Molto più recente, invece, è il restauro con perni metallici nella parte destra del collo e della testa dove ad essere intaccato è anche l’involucro di fango e lino.

Oltre allo scopo appena descritto, potrebbe esserci stata anche la volontà di replicare in maniera più economica la pratica funeraria di rivestire le mummie degli appartententi all’élite di Nuovo Regno con bende imbevute di costose resine importate.

https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0245247

Source: Chau Chak Wing Museum and Macquarie Medical Imaging

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Scoperta la causa di morte della Mummia Urlante

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Source: Dr. Zahi Hawass Facebook

Tra le olre 50 mummie scoperte nel 1881 nella cachette reale di Deir el-Bahari (DB320), due in particolare colpiscono per le loro fattezze raccapriccianti. In entrambi i casi, i volti sono deformati da un urlo reso eterno dal processo d’imbalsamazione. Ma se per l’individuo maschile, il cosiddetto “Sconosciuto E”, sono già stati fatti esami ed è stata proposta una teoria che lo identificherebbe come Pentaur, figlio di Ramesse III coinvolto nella famosa “congiura dell’harem”, della “Sconosciuta A” fino ad ora si conosceva ben poco.

A differenza del presunto Pentaur, la donna ha beneficiato di una buona mummificazione, con bende di lino puro su cui sono scritti in ieratico il titolo di figlia e sorella reale e il nome Meritamon che, però, appartenendo a più principesse, non ne permette il riconoscimento sicuro.

Così, nell’ambito del progetto di studio delle mummie del Museo Egizio del Cairo, il celebre Zahi Hawass e Sahar Saleem, professore di Radiologia presso la Cairo University, hanno analizzato la “Mummia urlante” tramite radiografie e TAC, ricavando nuovi dati interessanti. Intanto l’età della morte è collocata tra i 50 e i 60 anni; poi è stato evidenziato il metodo di mummificazione che è consistito nell’eviscerazione, la sostituzione degli organi interni con impacchi, resine e spezie profumate e la mancata asportazione del cervello, ancora presente essicato sul lato destro del cranio. Quest’ultima pratica si adatterebbe di più, secondo Hawass, alla Meritamon figlia di Seqenenra Ta’o, faraone della fine della XVII dinastia. La prof.ssa Marilina Betrò (Università di Pisa), grazie allo studio incrociato di documenti editi ed inediti, già nel 2007 ipotizzava che la mummia appartenesse alla regina Ahmes-Meritamon, figlia di Ta’o e sorella e moglie di Kamose e che la tomba DB 358, dove è stata sepolta l’omonima moglie di Amenofi I, fosse in origine destinata a lei.

Ma il risultato più importante riguarda la causa di morte e il conseguente motivo dell’urlo. La donna è forse deceduta sul colpo a causa di un infarto; è stata infatti rilevata una grave forma di aterosclerosi con l’avanzata calcificazione delle pareti delle arterie coronarie destra e sinistra, iliache, del collo, degli arti inferiori e dell’aorta addominale. La mummificazione sarebbe iniziata quando il corpo era ancora contratto per il rigor mortis. Per questo la donna ha le gambe accavallate e leggermente flesse, la testa reclinata verso destra e la mandibola abbassata.

Tuttavia, i risultati dello studio sono stati messi in dubbio da altri ricercatori: https://gizmodo.com/how-did-this-screaming-mummy-really-die-1844454580

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Saqqara: ecco le radiografie delle mummie di leone

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ph. MoA, fonte: elbalad.news (rielaborazione grafica @djedmedu)

Il sito egiziano El Balad ha ottenuto in esclusiva dal Ministero delle Antichità le prime radiografie effettuate su alcune delle 5 mummie di cuccioli di leone la cui scoperta è stata annunciata sabato scorso a Saqqara. Gli esami continueranno nei prossimi giorni anche sugli altri esemplari per confermare con certezza quest’attribuzione.

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