mummie

All’Hermitage, lei è in realtà un lui… castrato

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Source: TVC

Gli esami autoptici effettuati sulle mummie egizie spesso regalano sorprese. Ad esempio, una volta deciso di studiare i resti di una donna vissuta oltre 2500 anni fa, può capitare anche di farle una TAC e di trovargli qualcosa di troppo; o meglio, solo le tracce di quel qualcosa… È successo ai curatori dell’Hermitage e ai medici dell’Ospedale n°122 di San Pietroburgo, convinti di analizzare il corpo imbalsamato di Babat -aristocratica tebana e cantante di Amon-Ra durante le dinastie XXV-XXVI (755–525 a.C. circa)- e ritrovatisi, invece, con un uomo di mezz’età senza gli attributi sessuali. Ad annunciare la notizia è stato il direttore stesso del museo russo, Mikhail Piotrovsky, che ha presentato anche ulteriori dettagli degli esami. L’uomo, al di là della sua menomazione, godeva di un ottimo stato di salute e poteva fregiarsi di una dentatura molto più sana rispetto alla media dei suoi contemporanei. Non è chiaro, però, se la castrazione sia stata effettuata prima o dopo la morte. Così, oltre ad approfondire questo dettaglio non da poco, bisognerà capire anche a chi appartenga la mummia. La prima ipotesi formulata la identificherebbe con quella di Pa-kesh -sacerdote e “Capo dei guardiani del faraone”-  perché il suo sarcofago fu acquisito dall’Hermitage intorno al 1890 insieme a quello coevo di Babat.

http://hermitagemuseum.org/wps/portal/hermitage/news/news-item/news/2017/news_257_17/?lng=en

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Kha e Merit tornano insieme per una TAC

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Source: Museo Egizio di Torino

Non è la prima volta che, negli ultimi mesi, si vede un grosso camion bianco parcheggiato in Via Accademia delle Scienze (foto in basso); questa volta, però, c’è una particolarità “romantica”. Con la giornata di oggi, si chiude un’altra tornata di analisi nel laboratorio mobile del “Mummy Conservation Project”, utilizzato per effettuare TAC alle mummie umane e animali del Museo Egizio di Torino. Il progetto – portato avanti, insieme all’Egizio, dalla Soprintendenza, dal centro Eurac di Bolzano, dal team medico statunitense del gruppo Horus e dal Curt Engelhorn Zentrum Archäeometrie di Mannheim – ha come scopo lo  studio delle tecniche d’imbalsamazione e dello stato di conservazione dei corpi conservati nel museo. Oltre alla TAC, si effettueranno analisi del DNA e datazioni al C14. Tra le mummie analizzate nell’ultima settimana, tornando alla particolarità odierna, figurano anche quelle di Kha e Merit (immagine in alto), l’architetto di XVIII dinastia e sua moglie ritrovati da Schiaparelli nella loro tomba intatta (TT8) di Deir el-Medina nel 1906.

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Museo Egizio di Torino: confermata l’identificazione delle gambe di Nefertari

Source: plosone

Uno studio scientifico multidisciplinare confermerebbe una teoria che ha oltre 100 anni: di Nefertari rimarrebbero solo le ginocchia! Tra le regine più celebri dell’antico Egitto, Nefertari morì intorno a 40-50 anni nel 25º anno di regno del marito Ramesse II (1279-1212) e fu sepolta nella spettacolare QV66 della Valle delle Regine. La tomba, depredata già in antico, fu scoperta nel 1904 da Ernesto Schiaparelli, l’allora direttore del Museo Egizio di Torino; per questo, i pochi oggetti trovati nella sepoltura fanno parte della collezione piemontese.

Tra questi, spiccano tre frammenti di gambe mummificate (S. 05154 RCGE 14467), una rotula e parte delle tibie e dei femori, da subito collegati alla regina per il contesto di ritrovamento. Ora, grazie all’esame del DNA, ai raggi X, alla datazione al radiocarbonio, a ricostruzioni antropometriche e allo studio egittologico dei pezzi superstiti del corredo, si avrebbero dati quasi definitivi in tal senso. I resti, infatti, apparterrebbero a una sola donna di circa 40 anni, vissuta intorno al 3244 +- 17 BP  (before present, cioè prima del 1950), datazione compatibile con il regno di Ramesse. Inoltre, le analisi chimiche dei materiali usati nella mummificazione rivelerebbero tecniche adottate durante la XIX-XX dinastia (assenza di bitume e utilizzo di grasso animale).

L’articolo originale nato dal lavoro che fa parte del “Canopic Jar Project”http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0166571

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TAC su una mummia di falco rivela il feto di un bambino

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Source: kentonline.co.uk

Le TAC effettuate su mummie riservano spesso sorprese. Può capitare di trovare attrezzi per l’imbalsamazione dimenticati nel cadavere, di invertire il sesso del defunto o di scoprire veri e propri falsi. Ma immaginate la sorpresa di chi, convinto di analizzare i resti di un falco, si è ritrovato con un feto umano di sole 20 settimane! È successo ai medici del Kent Institute of Medicine and Surgery incaricati di scansionare le mummie conservate presso il Maidstone Museum, museo dell’Inghilterra meridionale che possiede anche una collezione egizia di circa 600 reperti. Tra i “pazienti” presi in carico dal KIMS Hospital, infatti, risultava anche un piccolo corpo coperto da cartonnage di età tolemaica (323-30 a.C.) che, per le ridotte dimensioni, si pensava appartenesse a un rapace. Invece, le immagini computerizzate hanno identificato le ossa di uno tra i più giovani bambini mummificati mai ritrovati (insieme ai casi di 16 settimane dello Swansea University’s Egypt Centre e del Fitzwilliam Museum di Cambridge).

http://museum.maidstone.gov.uk/findings-maidstone-museums-mummy-scan/

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La TAC rivela la mummia del più giovane feto mai scoperto

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Source: independent.co.uk

Prima della radiografia e della TAC, gli egittologi del Fitzwilliam Museum di Cambridge si aspettavano che, nel piccolo sarcofago di 44 cm, ci fosse solo un organo asportato dal corpo di un defunto durante il processo d’imbalsamazione. Invece, nel pacchetto di lino ricoperto di resina scura, si trova un’intera mummia, anche se in miniatura, dell’individuo più giovane scoperto finora. Si tratta, infatti, di un feto di 16-18 settimane, risalente al Periodo Tardo (664-525 a.C.), in cui sono ancora evidenti le braccia incrociate sul petto. Il sarcofago fu scoperto nel 1907 a Giza dalla missione della British School of Archaeology.

Questa scoperta conferma l’importanza che gli Egizi davano ai bambini nati morti che, come tutti gli altri, avevano il diritto alla mummificazione e, quindi, alla rinascita nell’Aldilà. Esemplare è il caso dei due feti di 25 e 37 settimane trovati nella tomba di Tutankhamon. Il primato della mummia di Cambridge, però, è da condividere con una conservata presso lo Swansea University’s Egypt Centre e di cui, curiosamente, avevo parlato proprio lo stesso giorno di due anni fa.

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Individuati oltre 20 tatuaggi su una mummia di Deir el-Medina

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Source: nature.com

Le tracce di tatuaggi nell’antico Egitto, in particolare in età dinastica, sono molto rare, ma sembrano avere una connotazione ben precisa. Infatti, fin dalle prime attestazioni risalenti alla VI dinastia, i disegni sulla pelle caratterizzano soprattutto i corpi di donne – sacerdotesse, musiciste o danzatrici – che avevano un ruolo nel culto di Hathor. I tatuaggi, quindi, meglio conosciuti per la loro raffigurazione su dipinti e statuette, avrebbero una valenza religiosa legata alla sfera della sessualità. Un chiaro esempio è la mummia di Amunet, sacerdotessa della dea durante l’XI dinastia. Finora, però, questi simboli si limitavano per lo più a punti e tratti o, al massimo, a figure stilizzate. Per questo stupisce il risultato dello studio della bioarcheologa Anne Austin (Stanford University, California) sui resti di una donna sepolta a Deir el-Medina nel periodo ramesside (1300-1070). La mummia, di cui rimane solo il busto senza testa né avambracci, è stata scoperta dalla missione dell’IFAO diretta da Cédric Gobeil. Grazie all’analisi agli infrarossi, è stato possibile individuare tracce invisibili ad occhio nudo riconducibili a oltre 23 tatuaggi figurati: fiori di loto sulle anche, vacche sulle braccia, babbuini e udjat sul collo (vedi immagine); l’occhio di Horus è ripetuto anche su spalle e schiena. La scelta dei soggetti, secondo l’egittologa Emily Teeter (Oriental Institute di Chicago), confermerebbe il collegamento della defunta con i culti hathorici che sembra essere cresciuto d’importanza nel tempo visto che i tattoo non sono stati effettuati tutti in una volta.

Lo studio è stato presentato all’85° convegno annuale dell’American Association of Physical Anthropologistshttp://meeting.physanth.org/program/2016/session04/austin-2016-embodying-the-goddess-tattooing-and-identity-formation-in-bioarchaeology.html

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“Warsaw Mummy Project”: al via il più esteso studio su mummie egizie

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Source: scienceinpoland.pap.pl

Sulla scia di altre iniziative simili, anche la Polonia lancia un progetto di studio multidisciplinare su mummie di uomini e animali provenienti dall’Egitto raggiungendo il più grande numero di “pazienti” per un’operazione del genere, almeno per quanto riguarda i resti umani. Il “Warsaw Mummy Project” sarà portato avanti da Wojciech Ejsmond, Kamils BraulińskaMarzena Ożarek-Szilke (dottori di ricerca in archeologia e archeobiologia presso l’Università di Varsavia; nella foto) in collaborazione con oncologi e radiologi dell’International Cancer Centre “Affidea” di Otwock, struttura medica scelta per gli esami ai raggi X e le TAC. Delle 42 mummie che provengono dal Museo Nazionale di Varsavia, si verificherà prima di tutto l’autenticità, visto che non è così raro trovare falsi sotto le bende. Poi, si studierà sesso, età, condizioni di vita, eventuali patologie, causa di morte e, per gli animali, la specie. Un particolare apporto verrà dai nostri Carabinieri che si occuperanno di dattiloscopia forense, cioè il rilievo delle impronte digitali che possono fornire importanti dati sull’occupazione del defunto e su quale mano fosse la preferita. Infine, l’ultima fase del progetto prevederà il prelievo di campioni di tessuto per i test del DNA. I risultati finali verranno presentati nel 2018 tramite un’esposizione speciale presso il museo della capitale.

http://warsawmummyproject.com/

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Riprodotta in laboratorio la mummificazione egiziana su una gamba umana

Source: onlinelibrary.wiley.com

Source: onlinelibrary.wiley.com

Il processo di mummificazione inventato dagli antichi Egizi è, per molti versi, ancora poco chiaro. Infatti, la principale fonte storica sull’argomento, Erodoto (Storie II, 86-89), lascia dei dubbi proprio perché sicuramente non primaria. Nel corso degli anni, quindi, si è cercato più volte di verificare le informazioni fornite dallo storico di Alicarnasso con esperimenti su animali, singoli organi umani o interi corpi, ma mancava uno studio programmatico che documentasse passo dopo passo l’imbalsamazione. Così, un team di ricercatori diretto da Christina Papageorgopoulou (Democritus University of Thrace, Grecia) ha focalizzato l’attenzione sulla fase della disidratazione dei corpi tramite il “bagno” di natron che, secondo Erodoto, doveva durare 70 giorni. I risultati dello studio sono stati pubblicati sull’ultimo numero della rivista “The Anatomical Record”.

Per far ciò, sono state utilizzate due gambe di una donna deceduta da 24 ore che aveva donato il suo corpo all’Istituto di Anatomia dell’Università di Zurigo. Il primo arto è stato messo in un forno alla temperatura di 40°C con una bassa umidità del 10-20% per riprodurre il caratteristico clima caldo-secco del deserto e studiare gli effetti sulla mummificazione naturale; ma, dopo 7 giorni, il test è stato abbandonato per mancanza di progressi. L’altra gamba, invece, è stata ricoperta da 70 kg di una soluzione salina prodotta artificialmente per sostituire il natron che si estraeva dallo Wadi el-Natrun. La Papageorgopoulou ha puntualizzato che la scelta di non utilizzare tutto il cadavere è stata presa per evitare di dover asportare gli organi interni (anche se, e scusate la trivialità, l’operazione così mi è sembrata la salatura del prosciutto crudo).

Il campione è stato costantemente monitorato, anche tramite TAC, e, ad intervalli di tempo regolari, sono stati prelevati frammenti di carne per misurarne l’avanzamento della conservazione con esami al microscopio. La soluzione salina ha rimosso efficacemente l’acqua dai tessuti impedendo la proliferazione di funghi e batteri e la consequente decomposizione. Il problema, però, consiste nelle tempistiche perché, per la completa disidratazione, ci sono voluti ben 208 giorni, circa il triplo di quelli indicati da Erodoto. Quest’anomalia è stata spiegata dagli scienziati con i differenti fattori ambientali del laboratorio, molto più freddo e umido dell’Egitto.

http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/ar.23134/full 

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Francia, esposta la mummia che stava per essere gettata in discarica

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Source: telegraph.co.uk

A chi fa la raccolta differenziata della spazzatura, può capitare di essere indecisi su quale bidone utilizzare per un determinato tipo di rifiuto. Lo stesso dubbio sarà passato per la testa a una donna di Rueil-Malmaison, cittadina a ovest di Parigi, quando, nel 2000, volle sbarazzarsi degli oggetti trovati nella cantina di un palazzo appena acquistato. Presentatasi alla discarica comunale, infatti, chiese dove poter gettare una mummia (umido forse?) a un dipendente che, per fortuna, si rivolse al museo locale.

La famosa egittologa Christiane Desroches Noblecourt ne confermò l’autenticità, così vennero approntati esami più specifici. I resti imbalsamati, coperti da un involucro in cartonnage di media qualità, appartenevano a una bambina di cinque anni di nome Ta-Iset, vissuta intorno al 350 a.C. ad Akhmim (Alto Egitto). La radiografia ha evidenziato l’ottimo stato di conservazione dello scheletro e l’altezza di 92,5 cm. Sul fianco, invece, si trova un taglio apportato probabilmente da colui che portò il reperto in Francia, forse in cerca di un amuleto prezioso, cioè un generale di Napoleone che viveva a Rueil-Malmaison.

Ora, dopo tutto questo tempo, grazie anche a una raccolta di fondi che ha portato a un restauro di un anno, la mummia è stata da poco esposta presso il Musée d’histoire locale.

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