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Aperta inchiesta sullo scavo del colosso di Eliopoli

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Source: thelightmedia.com

La recente scoperta a Matariya (sobborgo settentrionale del Cairo) di frammenti di un colosso identificato con Psammetico I ha scatenato nel web forti polemiche riguardo ai metodi di scavo adottati dalla missione egiziano-tedesca diretta da Dietrich Raue (Universität Leipzig); in particolare, le maggiori accuse sono state rivolte contro l’utilizzo di un escavatore per sollevare dal pantano la pesante testa della statua (qui il video). Non a caso, il giorno dopo, sembra essere stata usata maggiore cura nell’estrarre il torso con imbragature. Successivamente, Raue si era difeso rassicurando sull’effettiva bontà dello scavo stratigrafico e sulla sicurezza delle procedure, versione confermata anche dal ministro delle Antichità, Khaled el-Enany, che era presente durante le operazioni (indicato con una freccia nella foto).

Nonostante il benestare delle più alte cariche del ministero – compreso il prezzemolino Zahi Hawass – l’Administrative Prosecution Authority (l’organo giuridico egiziano che controlla gli illeciti amministrativi e finanziari dei dipendenti del Governo) ha comunque aperto un’inchiesta, probabilmente spinta dalla pressione mediatica nazionale ed estera. Le indagini sono in corso e non è ancora stato emesso un verdetto, tanto da spingere il presidente dell’APA, Ali Mohamed Rizk, a bloccare tutte le speculazioni giornalistiche che sono nate nelle ultime settimane.

http://gate.ahram.org.eg/News/1430474.aspx

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Danneggiato irreparabilmente il colosso di Eliopoli

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Source: Getty Images

Per Psammetico non c’è pace: dopo le polemiche sui metodi di scavo e le discussioni sull’identificazione del faraone ritratto, ora il colosso di quarzite – recentemente scoperto a Eliopoli – sembra aver subito danni probabilmente irreparabili. Era appena stato trasferito al Grand Egyptian Museum, quando ieri notte – secondo alcuni giornali egiziani – il torso sarebbe caduto dall’altezza di 4 metri e si sarebbe fratturato in almeno 7 pezzi. Sotto il peso di oltre 8 tonnellate, infatti, il pavimento ha ceduto, collassando insieme ai reperti su di esso disposti (pare anche un pilastro iscritto di Seti II da Matariya). Come era prevedibile, ancora non si hanno comunicati dal Ministero delle Antichità. Evidentemente, nella fretta di chiudere un cantiere che si protrae ormai da troppo tempo, i costruttori del museo non avranno effettuato i lavori in regola.

Fonte: https://tinyurl.com/z658abr

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Il colosso scoperto a Eliopoli non è Ramesse II ma Psammetico I

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Non è un caso che, nei miei precedenti post, non abbia fatto come quasi tutti gli organi di stampa sbandierando l’altisonante nome di Ramesse II. Il colosso in quarzite scoperto a Eliopoli, infatti, non apparterrebbe al grande faraone, seppur la vicinanza con il suo tempio potesse suggerirlo. Anzi, potrei anche essermi sbilanciato troppo definendo la statua “ramesside”. In ogni caso, a fornire questa indiscrezione è stato lo stesso ministro delle Antichità, Khaled el-Enany, al termine dello spettacolare trasferimento dei reperti scoperti  a Souq el-Khamis verso il Museo Egizio del Cairo a Piazza Tahrir. Il torso pesante 8,5 tonnellate – insieme alla testa, al busto della scultura di Seti II, a due frammenti iscritti di pilastro e a una cornice policroma – sono stati trasportati nella notte (per evitare di congestionare ancora di più il traffico della capitale) con un lungo convoglio di mezzi che ha avuto un’ampia copertura mediatica tramite diverse dirette delle TV egiziane (immagini in basso). Il viaggio, durato dall’1:00 alle 4:00 locali, ricalca eventi d’impatto simili, come il trasferimento del colosso di Ramesse II in Ramses Square nel 2006. Le operazioni si sono poi concluse nella mattinata con il posizionamento dei pezzi nel giardino del Museo dove verranno esposti per 6 mesi, prima di essere spostati definitivamente nel Grand Egyptian Museum di Giza (c’è da aspettarsi un’altra processione in live streaming?).

Tornando alla notizia principale, studi preliminari avrebbero escluso l’attribuzione della statua a Ramesse II; tuttavia, per conoscere il nome del faraone ritratto, bisognerà aspettare la cerimonia ufficiale di questa sera (18:00 locali, 17:00 italiane) durante la quale il ministro, con un’abile mossa pubblicitaria, dovrebbe sciogliere ogni dubbio. Rimanete connessi per tutti gli aggiornamenti (io punto 1 euro su Seti II)!

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haber201703PsamtikAggiornamento delle 18,00:

Si è appena conclusa la conferenza stampa ufficiale presso il Museo Egizio del Cairo con il ministro El-Enany, il direttore della missione Dietrich Raue e altri esperti del MoA. Oltre a informazioni sullo scavo e sul trasporto del colosso, è stato riferito un vero e proprio colpo di scena. Grazie a un frammento del protocollo reale conservatosi sul pilastro dorsale, è stato possibile leggere il nome nebty del faraone ritratto (foto a sinistra): Neb-a cioè Psammetico I (664-610) della XXVI dinastia.

Si tratterebbe, così, della più grande statua di Epoca Tarda mai ritrovata, anche se, viste alcune caratteristiche stilistiche, non si può escludere che sia più antica e quindi usurpata in un secondo momento dal faraone saitico.

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Aggiornamenti e polemiche sulla scoperta del colosso di Eliopoli [con video]

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Source: MoA

Negli ultimi giorni, la notizia della scoperta di una colossale statua ramesside di 8 metri (l’attribuzione a Ramesse II non è ancora sicura per mancanza del cartiglio) effettuata a Eliopoli ha fatto il giro del mondo provocando stupore tra la gente ma anche molte polemiche sulle metodologie adottate per lo scavo. Le perplessità portate avanti sui social, infatti, hanno riguardato soprattutto l’utilizzo di mezzi meccanici, senza apparente cura per la stratigrafia e per l’incolumità del grande frammento di quarzite – parte della corona bianca e la porzione superiore del viso con occhio e orecchio destri – asportato dal fondo fangoso:

Per questo, sono arrivate le risposte dei funzionari del Ministero delle Antichità e soprattutto di Dietrich Raue (Universität Leipzig), direttore della missione protagonista del ritrovamento. In un’intervista rilasciata al presentatore egiziano Adham El Kamouny (qui il video sul suo profilo Facebook), l’egittologo tedesco ha spiegato come sono avvenute in realtà le cose. Lo scavo riguardava un largo basamento all’entrata del tempio di Ramesse II (dove si trovano le persone nella foto in alto) che, tuttavia, era sommerso dalle acque della falda già a pochi centimetri sotto il livello del suolo. Così, oltre all’utilizzo di una pompa idrovora, si è pensato di realizzare una buca più profonda in un’area già indagata nel 2012 per farvi fluire l’acqua. Inaspettatamente, però, qui sono venuti fuori i due frammenti del colosso, oltre al busto di Seti II, poi scavati a mano dagli operai con il solo ausilio di zappe.

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Source: MoA

Come si vede nella foto precedente, la scultura era già rotta perché i templi della zona furono distrutti e sfruttati come cava di materiale edile da riutilizzo in età copta e islamica. Difficilmente si troveranno statue integre, anch’esse inglobate nella costruzione di abitazioni successive che, con il tempo, hanno coperto quasi tutta l’area archeologica. Solo a questo punto è entrato in gioco l’escavatore per sollevare la testa, troppo pesante per altri metodi, comunque alla presenza dei direttori della missione e del Ministro delle Antichità Khaled El-Enany (al centro della foto in alto con occhiali da sole). Il ministro ha assicurato come non ci sia stato contatto diretto tra la roccia e il metallo della benna grazie a palanche di legno e a strati di sughero. Certo, si sarebbe potuto fare di meglio, soprattutto nel tener lontani i curiosi dal reperto (diventato immediatamente trampolino per bambini); infatti, ieri, per tirar su il pezzo maggiore – il busto con pilastro dorsale, braccio destro, mento e barba posticcia – sono state usate cinghie:

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Polemica sull’Egizio a Catania: il direttore Greco risponde alle accuse

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Source: http://gabosutorino.blogspot.it/2017/03/il-congresso-degli-egittologi-degitto.html (consiglio di leggere il post per una cronaca più dettagliata e senza peli sulla lingua)

Sono stato fortemente combattuto tra il dar voce o meno alle polemiche, a mio avviso pretestuose, che hanno coinvolto, soprattutto negli ultimi giorni, il Museo Egizio di Torino. Ma, visto che gran parte del caos creatosi deriva da una generale mancanza d’informazione, alla fine ho deciso di parlarne per mettere in chiaro un paio di cose; anche perché, ieri, il direttore di uno dei musei più virtuosi d’Italia è stato costretto a difendersi in pubblico da accuse tanto infamanti quanto insensate.

La vicenda ormai è nota da un anno, da quando Evelina Christillin, presidentessa della Fondazione Museo delle Antichità Egizie, aveva annunciato al TG1 la possibilità di trasferire temporaneamente a Catania alcuni reperti dei depositi. Subito dopo, Fabrizio Ricca, capogruppo della Lega Nord al Consiglio comunale di Torino, si era opposto a quella che era – ed è tuttora – solo l’eventualità di portar via dalla città qualsiasi oggetto, ‘minacciando’ addirittura di sdraiarsi all’entrata del museo per impedirne il trasporto. Nel frattempo, il progetto è andato avanti e si è arrivati QUASI a una soluzione ben vista dalla direzione dell’Egizio, dalla Soprintendenza di Torino, dal Comune di Catania e dal MiBACT.

Insomma, un progetto che piace a tutti… o quasi. Nell’ultimo mese, infatti, è nato il “Comitato Museo Egizio Patrimonio Inalienabile” con lo scopo di raccogliere le firme dei cittadini e scongiurare che -cito- «una parte della collezione del Museo Egizio di Torino venga sottratta alla città per creare una “sezione distaccata” a Catania». Il testo della petizione continua così: «Gli accordi pare prevedano un prestito della durata di trent’anni (in pratica un trasferimento definitivo) Insostenibile il pretesto addotto, vale a dire che a Torino e in tutto il Piemonte non ci sarebbero spazi espositivi sufficienti, conoscendo l’alto numero di immobili attualmente inutilizzati. Non vengono forniti dati precisi sul numero di reperti che verrebbero trasferiti (ma potrebbero essere, pare, addirittura 17mila)». Nonostante le oltre 10.000 sottoscrizioni, i sit-in di protesta organizzati dal Comitato hanno sempre visto poche unità di partecipanti, a malapena sufficienti a tener tesi gli striscioni ma, a quanto pare, bastanti a costringere il Comune a un incontro pubblico per risolvere la faccenda.

Ieri mattina, infatti, durante la V Commissione consiliare (Cultura), il direttore Christian Greco e la Soprintendente Maria Luisa Papotti hanno smentito alcune notizie false diramate dal Comitato, fra l’altro diffidato di «condotta illecita», e non solo. In particolare, Greco si è detto offeso dell’accusa di voler impoverire l’Egizio quando, invece, i numeri parlano chiaro: gli avanzi di bilancio degli ultimi due anni (grazie alla biglietteria, il Museo si autofinanzia al 118%) hanno permesso – caso unico in Italia – di far ricerca, finanziare tirocini e borse di dottorato, di lavorare all’ulteriore ingrandimento degli spazi espositivi. I pezzi in comodato sarebbero 300 e non 17.000 e al massimo per un periodo 5 anni, limite imposto dalle leggi italiane. Questa piccola raccolta proviene tutta da Tebtunis (Umm el-Bagarat), città del Fayyum famosa per i papiri demotici e greci che fu fondata da Amenemhat III intorno al 1800 a.C., ma sviluppatasi soprattutto nel periodo tolemaico. La nascita della ‘succursale’ di Catania permetterebbe a 5 nuovi ricercatori di studiare questi oggetti che non sarebbero mai stati esposti a Torino, non solo per mancanza di spazio. Prima del trasferimento, però, per testare la risposta del pubblico siciliano, sarebbe riallestita per 9 mesi la mostra “Missione Egitto 1903-1920” che sarà inaugurata a Torino il 10 marzo (parteciperò all’anteprima e presto pubblicherò aggiornamenti sul blog e sui vari social).

Alla fine, anche Francesca Leon, assessora alla Cultura del Comune di Torino, ha appoggiato a pieno il progetto “Catania” e l’operato del Museo Egizio degli ultimi due anni, ma le polemiche non si sono spente con il Comitato che non è soddisfatto delle risposte date.

 Ora qualche mia considerazione personale.

  • Come anticipato, le polemiche sono nate da chiari pretesti politici della minoranza (la Lega che si oppone al trasferimento in Terronia di un patrimonio padano, così come alla campagna d’ingressi gratuiti per i cittadini di lingua araba) e dalla scarsa conoscenza dell’argomento: le 10.000 sottoscrizioni, non seguite da un reale impegno sul campo, sono lo specchio del moderno utilizzo dei social network, fucina di bufale, notizie non verificate e sfoghi egoistici. Sono sicuro che moltissimi firmatari non abbiano mai visitato il Museo Egizio, ma si arrogano comunque il diritto di dire la loro basandosi sul “sentito dire”. Qualcuno parlerebbe di analfabetismo funzionale.
  • Il trasferimento, addirittura all’estero, di parte del proprio patrimonio museale è prassi già consolidata ed è atta ad accrescere la conoscenza dell’istituzione verso nuovi “mercati” (scritto con mille virgolette). L’esempio più famoso è sicuramente la sezione del Louvre aperta ad Abu Dhabi.
  • La cultura va condivisa con ogni mezzo. Che male c’è nell’esporre altrove reperti che, per motivi di spazio o altro, non sarebbero mai visibili a Torino? È un po’ come il bambino che frignando dice che il pallone è suo e che, se non gioca lui, non deve giocare nessuno. Ma attenzione con questo ragionamento infantile perché potrebbe arrivare il bambino egiziano a cui il pallone è stato sottratto tanto tempo fa.
  • In quest’ottica, sarebbe inutile scegliere un’altra sede dell’Egizio in Piemonte come suggerito dai manifestanti. Non ci sarebbe alcuna crescita dell’offerta culturale con una succursale di pezzi ‘minori’ a due passi dal nucleo originario.
  • Infine, bisogna sfatare un po’ di leggende metropolitane sui depositi museali. Spesso la gente, complici alcuni libri e film, si chiede quanti tesori siano nascosti nei sotterranei e il perché non siano visitabili. È vero che la parte visibile del patrimonio di tutti i musei sia solo la punta dell’iceberg, ma non c’entra solo la mancanza di spazio. Molti oggetti sono troppo fragili per essere esposti o solamente spostati, quindi restano nei magazzini per motivi di conservazione. Altri non hanno interesse se non scientifico: decine, centinaia di frammenti o ‘doppioni’ di produzioni in serie hanno un grandissimo valore per gli studiosi, ma rischierebbero di annoiare il visitatore. Per questo vengono scelti solo alcuni esemplari per rappresentare ogni tipologia dal punto di vista formale e funzionale. Certo, si può sempre pensare a iniziative che aprano sempre di più il museo al pubblico, come la rotazione ciclica di alcuni pezzi per permetterne il restauro o l’accesso straordinario ai depositi; ma in questo, di certo non ci si può lamentare dell’Egizio che, di un totale di 37.000 pezzi, ne espone 3500 più gli oltre 10.000 delle “Gallerie della cultura materiale” che sono state progettate proprio per porre l’attenzione sulla serialità artigianale piuttosto che sui singoli prodotti.

http://www.lastampa.it/2017/03/03/cronaca/il-direttore-dellegizio-in-comune-offeso-dalla-polemica-sui-pezzi-a-catania-JQedvXjTtGNsXlrMX3ZXoI/pagina.html

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L’Egizio smentisce: ancora nessun accordo firmato per la succursale di Catania

Sembrava fatta. Il Comune di Catania aveva addirittura ufficializzato la notizia il 31 gennaio con un comunicato stampa (immagine in alto). Ma, a quanto pare, i cittadini etnei dovranno ancora aspettare per poter vedere reperti del Museo Egizio di Torino a due passi da casa. Infatti, per bloccare le news sempre più diffuse della firma di un accordo definitivo sul trasferimento di alcuni pezzi dell’Egizio in Sicilia e per rispondere ad alcune sterili polemiche di soggetti -politici e non- contrari alla fuoriuscita di questi dal Piemonte, oggi la Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino è stata costretta a diramare la propria posizione, smentendo di fatto ciò che era stato annunciato dagli amministratori catanesi. Sul sito si legge:

“In relazione alla crescente circolazione di notizie costruite sulla base di fonti non ufficiali, la Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino intende rendere pubblica la propria posizione riguardo al progetto di trasferimento di una selezione di reperti egizi a Catania, presso il Convento dei Crociferi.
Da circa un anno sono in corso incontri di approfondimento e verifica da parte del Museo Egizio per valutare la proposta ricevuta dalla Città di Catania, che è stata sin dall’inizio condivisa con il Ministero dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo, con la Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Torino e con il Consiglio di Amministrazione i cui rappresentanti sono nominati direttamente dal Collegio dei Fondatori (Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Regione Piemonte, Città di Torino, Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT).
Nessun accordo è stato ancora firmato e sono tuttora in corso le opportune valutazioni di fattibilità del progetto al fine di produrre una bozza di accordo condivisa e definita dagli uffici legali dei tre enti coinvolti”

E ancora:

“Se e quando verrà formalizzato l’accordo con Catania, la selezione dei reperti egizi di età ellenistica destinati alla città etnea non sarebbe superiore ai 300 pezzi, selezionati fra i materiali custoditi nei depositi e non destinati, né ora né in futuro, all’esposizione permanente del Museo Egizio”.

Di fronte a questa precisazione, l’assessore alla Cultura del Comune di Catania, Orazio Licandro, ha affermato: “Confermo che, dopo l’accordo quadro definito a Torino il 31 gennaio scorso, le avvocature e gli uffici tecnici della Fondazione, della Soprintendenza e del nostro Comune stanno lavorando alla definizione dell’accordo conclusivo, che sarà sottoscritto in tempi brevi, per l’apertura a Catania di una sezione del Museo Egizio” (Fonte: cataniatoday.it).

 

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L’Egitto fa fuori Reeves dalle ricerche nella tomba di Tutankhamon

Egiptólogo británico Nicholas Reeves

Source: english.ahram.org.eg

Ennesimo colpo di scena -anche se me l’aspettavo- nell’infinita vicenda che riguarda la tomba di Tutankhamon e le ormai mitologiche camere nascoste. Intervistato dal quotidiano spagnolo El Mundo, il ministro delle Antichità Khaled El-Enany (nella foto, quando era ancora direttore del Museo Egizio del Cairo, indossa la polo a righe durante la prima ispezione preliminare del settembre 2015) ha annunciato la decisione di escludere dal progetto la National Geographic, che si era occupata della seconda scansione con georadar, e addirittura Nicholas Reeves, lo studioso da cui tutto era partito!

El-Enany si è ‘giustificato’ dicendo che, nonostante l’ipotesi dell’esistenza di passaggi occultati sia stata formulata dall’egittologo britannico, la tomba appartiene all’Egitto che, da questo momento in poi, si affiderà solo a istituzioni scientifiche serie e non a singoli (critica neanche tanto velata a tutti coloro che hanno lavorato al caso finora). In tal senso, il ministro ha confermato la recente notizia del coinvolgimento di un team del Politecnico di Torino che, utilizzando tre sistemi di radar con frequenze dai 200 Mhz ai 2 Ghz, dovrebbe cominciare a analizzare la camera funeraria della KV62 intorno alla fine di febbraio/inizi di marzo. I tecnici italiani, poi, saranno impiegati anche per la mappatura geofisica dell’intera Valle dei Re, con la speranza di trovare le tombe che ancora mancano all’appello (Zahi Hawass ha parlato di Amenofi I, Thutmosi II, Ramesse VIII e delle regine della XVIII dinastia).

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Tomba di Nefertiti-Tutankhamon: saranno ricercatori italiani a chiudere il caso?

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Nell’affaire “Tutferiti”, ormai non ci si capisce più niente con comunicati e smentite che si rincorrono da oltre un anno. Così, penso sia necessario un ‘riassunto delle puntate precedenti’ (in ogni caso, potete approfondire ogni passaggio cercando l’articolo relativo sul blog):

  • luglio 2015: l’egittologo Nicholas Reeves sconvolge il mondo dell’archeologia con una pubblicazione in cui afferma che, dietro le pareti nord e ovest della camera funeraria di Tutankhamon, si nasconderebbero stanze sconosciute appartenenti alla tomba di Nefertiti;
  • agosto 2015: Reeves si reca in Egitto e convince il ministro delle Antichità, Mamdouh el-Damaty, a iniziare nuove studi nella KV62;
  • settembre 2015: una prima indagine preliminare visiva sembra confermare l’ipotesi, quindi si procede con mezzi archeometrici;
  • 4 novembre 2015: tecnici dell’Università del Cairo e dell’HIP.institute, utilizzando una termocamera, individuano anomalie nelle aree interessate;
  • 28 novembre 2015: El-Damaty annuncia che, dopo tre giorni di scansioni con georadar effettuate dal giapponese Hirokatsu Watanabe, tutto farebbe pensare alla presenza di vuoti dietro i due muri;
  • 17 marzo 2016: vengono ufficializzati i dati elaborati delle prospezioni di Watanabe che si dice sicuro al 90% dell’esistenza delle stanze e addirittura di una serie di oggetti metallici e organici; di conseguenza, il ministro del Turismo si avventura in audaci dichiarazioni parlando già di “tesori nascosti”;
  • 1 aprile 2016: dopo una seconda prospezione con georadar, questa volta ad opera di tecnici americani della National Geographic Society, il nuovo ministro delle Antichità, Khaled el-Enany, a differenza del suo predecessore, non fornisce alcuna informazione rimandando il tutto a una terza scansione prevista per maggio;
  • 8 maggio 2016: durante la Second International Tutankhamun Conference al GEM, el-Damaty, senza entrare nel merito, ammette che i risultati della seconda scansione sono stati inconcludenti e contraddittori, mentre el-Enany rinvia a data da destinarsi il terzo esame;
  • ottobre 2016: i mesi di silenzio sull’argomento vengono rotti da Zahi Hawass, da sempre scettico in merito, che prima annuncia per novembre una nuova prospezione con un georadar russo e poi, invitato alla BMTA di Paestum, sposta la data a dicembre/gennaio.

Ed eccoci finalmente all’attualità. Quando aspettavo novità da Hawass (il 17 febbraio sarà al tourismA di Firenze), esce un articolo de La Stampa con l’intervista a Franco Porcelli, docente di Fisica presso il Politecnico di Torino e già protagonista della ricerca che ha confermato l’origine meteoritica del ferro di uno dei pugnali di Tutankhamon. A quanto pare, a dicembre, il Ministero delle Antichità avrebbe affidato a un team italiano la terza serie di scansioni con georadar che dovrebbe dare il verdetto definitivo. Il “Progetto VdR Luxor”, così, vede il coinvolgimento dell’Università di Torino, di alcune aziende private, come la Geostudi Aster di Livorno, e dalla Fondazione Novara Sviluppo. Oltre alle analisi della KV62, l’obiettivo della missione comprenderebbe anche la nuova mappatura geofisica dell’intera Valle dei Re con strumenti che possono sondare il terreno fino a 10 metri di profondità e, probabilmente, con la collaborazione dell’Agenzia Spaziale Italiana per le immagini da satellite. In attesa di partire per l’Egitto, Porcelli ha affermato che ci vorrà una settimana per acquisire i dati e due per interpretarli al meglio e non fantasiosamente – sospetto della squadra – come nei casi precedenti.

A questo punto, sono ancora più curioso di sentire cosa dirà Hawass a Firenze…

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Un anno (il 3°) di DJED MEDU: le notizie più importanti del 2016

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Ed eccomi a spegnere le candeline per il terzo compleanno di Djed Medu su questa torta che condivido virtualmente con tutti voi che continuate a seguirmi. L’anno egittologico che si sta concludendo è stato sicuramente un po’ più, passatemi il termine, fiacco del 2015, almeno dal punto di vista mediatico. L’affaire “Tutfertiti” si è improvvisamente sgonfiato e le scoperte effettuate hanno avuto meno eco di quelle dell’anno precedente. Ma vediamo quali sono stati gli eventi principali del 2016:

GENNAIO

12522980_10153836046384795_619773850924422696_nA inaugurare l’anno, una scoperta “extra-egiziana” grazie alla missione italo-russa ad Abu Erteila (Sudan) che ha individuato un altare rituale in basalto e un basamento, forse per barca sacra, con figure divine e i cartigli, scritti in geroglifico egiziano, del re meroitico Natakamani e della regina che gli successe Amanitore (I sec. a.C.- I sec. d.C.).

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FEBBRAIO

immagine.jpgPresso la sede del MiBACT, è stato presentato “Egitto Pompei”, grande progetto espositivo che ha occupato l’intero anno e che ha visto coinvolti il Museo Egizio di Torino, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e la Soprintendenza di Pompei. Attraverso 4 tappe in tre sedi, è stata raccontata l’influenza egizia nel mondo romano.

MARZO

02nefertitiscan-ngsversion-1448708407014-adapt_-676-2.jpgUltimo grande scoop sulle ipotetiche stanze nascoste nella tomba di Tutankhamon prima della netta virata con il nuovo ministro delle Antichità. I risultati delle prime due scansioni con georadar, infatti, sembravano confermare la presenza di vuoti dietro le pareti Ovest e Nord della camera funeraria. Il tecnico giapponese Hirokatsu Watanabe ha parlato addirittura di oggetti metallici e organici dietro le pareti.

APRILE

12963798_482652168606599_562693522145635653_nA Elefantina, la missione del Deutsches Archäologisches Institut in Kairo ha scoperto circa trenta blocchi appartenenti a una cappella per barca sacra fatta erigire da Hatshepsut per le processioni dedicate a Khnum. L’attribuzione alla regina deriva dai chiari segni di damnatio memoriae, in particolare nei confronti del nome nei cartigli.

MAGGIO

dnews-files-2015-12-restored-king-tut-mask-back-on-display-151217-jpg.jpgIl cambiamento già anticipato della gestione del caso “Tutfertiti” arriva durante la seconda conferenza internazionale dedicata al faraone bambino (6-8 maggio). Il nuovo ministro Khaled El-Enany si è rivelato subito molto più cauto del predecessore considerando le prospezioni con georadar effettuate per niente probanti e rimandando un’ulteriore analisi nella tomba a data da destinarsi.

GIUGNO

2016-636009206852758215-275_resizedDurante l’asportazione delle tavole di legno appartenenti alla seconda barca solare di Cheope, è stata identificata la copertura della cosiddetta “Cappella del capitano”. La squadra diretta da Sakuji Yoshimura (Waseda University), infatti, ha identificato il baldacchino per il conducente che si trovava a prua. Tutti i frammenti saranno restaurati e rimontati  nel Grand Egyptian Museum.

LUGLIO

wp-1468479188863.jpegPer la prima volta, presso il Museo Egizio del Cairo, sono stati esposti i frammenti di papiro scoperti nel 2013 a Wadi el-Jarf. Risalenti al 26° anno di regno di Cheope, sono i più antichi papiri iscritti mai individuati. Ma la loro importanza sta soprattutto nel loro contenuto: si tratta, infatti, di documenti amministrativi inerenti al cantiere della Grande Piramide.

AGOSTO

14089123_1164736523571996_1282132656514923048_nI membri del “South Asasif Conservation Project”, progetto di studio, pulizia e restauro di tombe già note ma mai pubblicate della necropoli di el-Asasif Sud, hanno scoperto un grande sarcofago di granito rosa nella tomba di Karabasken, Quarto Profeta di Amon e Sindaco di Tebe sotto il faraone Shabaka (715-705; XXV dinastia).

SETTEMBRE

l_146725_060410_updatesAltra scoperta per il team giapponese che lavora alla seconda barca funeraria di Cheope. Una delle ultime tavole prelevate, lunga 8 metri e larga 40 cm, presenta 11 ganci metallici, circolari o “ad U”, forse utilizzati come supporti per i remi. Si tratta di una novità perché non si trovano nella prima barca di Cheope.

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OTTOBRE

wp-1477780747076.jpegNotizia da prendere con le molle quella annunciata da Zahi Hawass alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico. Secondo il famoso egittologo, infatti, la maschera di Tutankhamon sarà esposta a Roma a giugno 2018. Difficile che il Grand Egyptian Museum si privi del suo reperto più famoso nel primo anno di apertura, ma se fosse vero, sarebbe un evento epocale.

NOVEMBRE

15078836_1234143779964603_7345540841472936907_nMentre a Tebe Ovest la missione spagnola del “Thutmosis III Temple Project” scopriva la tomba di Amon-Renef, funzionario vissuto all’inizio del III Periodo Intermedio, con tanto di copertura policroma in cartonnage della mummia, ad Abido archeologi egiziani hanno individuato un’importantissima necropoli e un centro abitato risalente alla I dinastia.

DICEMBRE

wp-1480612352330.jpegPiù che una scoperta, si tratta di una conferma che, però, ha avuto una grande risonanza mediatica, spesso travisata. Secondo analisi scientifiche, i frammenti di gambe mummificate conservati presso il Museo Egizio di Torino apparterrebbero alla regina Nefertari, proprio come s’ipotizzava dalla loro scoperta nel 1904.

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Zahi Hawass: a novembre nuovi esami nella tomba di Tutankhamon

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Source: Getty Images

Dopo il primo grande clamore scatenato dalla tesi di Nicholas Reeves sull’eventuale presenza della sepoltura di Nefertiti nella tomba di Tutankhamon, gli ultimi cinque mesi sono stai caratterizzati da un silenzio assordante. Infatti, con il nuovo ministro delle Antichità  Khaled el-Enany e dopo una seconda serie di esami che sembravano mettere in discussione la precedente sicurezza riguardo a camere nascoste dietro le pareti Nord e Ovest della camera funeraria,  dall’Egitto non è emersa più alcuna novità.

Fino a qualche ora fa, quando Zahi Hawass (chi altri poteva rompere il silenzio!), scavalcando la normale prassi per gli annunci ufficiali del Ministero, ha affermato che, il prossimo novembre, una squadra russa effettuerà ulteriori prospezioni con georadar nella KV62. La notizia è stata data durante un’intervista a “This Morning”, programma TV dell’emittente inglese ITV in cui l’archeologo egiziano è intervenuto per rispondere a domande del presentatore Phillip Schofield in occasione del lancio della miniserie “Tutankhamun”. Che sia la volta buona? In ogni caso, proverò a chiedere maggiori informazioni direttamente ad Hawass durante la sua conferenza del 29 ottobre alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum.

Ecco il video dalla pagina Facebook del programma: https://www.facebook.com/ThisMorning/videos/10154800537497122/ 

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