Parola all’Esperto

La farmacopea egizia: rimedi naturali nei papiri medici del Nuovo Regno (di Elena Urzì)

Oggi, per la rubrica “Parola all’Esperto”, parleremo di medicina, in particolare dell’utilizzo delle piante nella farmacopea dell’antico Egitto, argomento del progetto di ricerca di Elena Urzì, dottoranda in Filologia e Storia del Mondo Antico presso la “Sapienza” Università di Roma.

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eMuseumPlus

Vaso contenente una miscela di olii, XVIII din. (Museo Egizio di Torino: S. 8623; fonte: museoegizio.it)

Numerosi i documenti a carattere medico sono giunti fino a noi in forma di papiri o ostraka più o meno conservati: i più antichi risalgono al Medio Regno[1] e testimoniano un corpus completo composto da ricette ormai codificate con indicazioni precise sulla cura di diverse patologie. Dalla lettura dei testi si evince come gli antichi Egizi avessero una profonda conoscenza sia del corpo umano sia di quello animale[2] e che attribuissero a cause impersonali e involontarie molte malattie a cui erano soggetti.

Ad esempio, il Papiro Ebers fornisce una testimonianza sulle patologie più comuni, tra cui i disturbi agli occhi, ai denti, alle orecchie, alla pelle, la stipsi, i parassiti intestinali, il mal di testa, così come anche problemi legati a morsi di animali, a ustioni, fratture o ascessi. Si trovano inoltre rimedi per contrastare la perdita dei capelli o per permetterne la crescita, per combattere la scarsa circolazione alle gambe e addirittura soluzioni per prevenire l’acre odore del sudore. Ciò che colpisce è la totale assenza, per questo tipo di affezioni, di ingredienti che richiamino la sfera magica (soprattutto di origine animale, quale bile, sangue, urina e perfino escrementi). Per quelle, infatti, esistevano peculiari cure mediche che prevedevano un quantitativo di sostanze superiori ai quattro o cinque ingredienti e, qualora lo si ritenesse necessario, l’aggiunta di formule magiche specifiche di volta in volta. Ancora diverso è il caso della preghiera alla divinità, invocata solamente nelle vere e proprie formule magiche e nei testi di protezione, la cui menzione di specifici ingredienti è più rara. Esistono, invece, casi di ricette in cui il farmaco è stato creato da una divinità per se stessa o per un’altra: di solito, chi riceve la cura è il dio Ra che l’assume dopo che questa viene preparata da lui stesso o da Iside, Nut, Geb, Shu o Tefnut. Ciò ci porta a guardare al mondo divino come a una comunità di esseri che, sebbene sovrannaturali[3], sono entità con un ciclo vitale: possono ammalarsi[4], invecchiare[5] e morire[6]. Dunque, poiché tutto ciò che esiste sulla terra possiede in sé una parte, seppur piccola, del supremo creatore – fin dalle origini o per acquisizione – gli ingredienti utilizzati sono validi sia per la divinità sia per l’essere umano.

Vi è un evidente parallelismo con la convenzionale pratica medica moderna. Il swnw Immagine, termine egizio che indica la persona che applica la cura, basava il proprio metodo sull’osservazione autoptica del paziente e sulla comparazione di analoghe sintomatologie. Possiamo suddividere il metodo di diagnosi in tre step:

  1. ascoltare i sintomi del malato e quindi esaminarli usando gli occhi e le mani. Sia il papiro Ebers sia, soprattutto, il papiro Edwin Smith offrono svariati esempi in merito: «Dovrai quindi porre le tue mani sul suo stomaco. Troverai il suo stomaco tirato (sic). Esso va e viene sotto le tue dita»;
  2. formulare la diagnosi: di solito, la sezione della ricetta che la riguardava era introdotta sempre dalla frase “Dovrai quindi dire su di lui (o su di esso)”;
  3. prescrivere il trattamento: esso principalmente si basava sulla passata esperienza dei pazienti con simili condizioni e il papiro Ebers spesso contiene la frase “veramente efficace – un milione di volte!”.

Prendiamo, ad esempio, l’estratto del Papiro Ebers, citato nel punto 1 (Ricetta 189, 36, 17-37, 4):

Fig. 1

a) Se tu procedi all’esame di un uomo che viene colpito alla bocca dello stomaco mentre tutti i diversi punti del suo corpo sono appesantiti come colti da un accesso di debolezza. Dovrai quindi porre la tua mano sul suo stomaco. Troverai il suo stomaco tirato (sic.). Esso va e viene sotto le tue dita.
Dovrai dire al riguardo:
«Si tratta di affaticamento nell’ingestione, che non permette al paziente di nutrirsi da un po’ di tempo».

b) Tu dovrai preparare per lui (questo rimedio) con tutto ciò che permette di aprire il suo stomaco, come: nocciolo (= forse è da intendersi come succo) di datteri. Questo verrà filtrato con la birra. Il suo appetito tornerà.

c) Se tu procedi all’esame del paziente dopo aver operato come detto sopra e se noti che quel punto del corpo è caldo, mentre l’interno del corpo è alla giusta temperatura corporea dovrai dire: «L’affaticamento nell’ingestione è finito».
Dovrai assicurarti che il paziente non mangi carne cotta”[7].

Fig. 2

Phoenix dactylifera L. (fonte: gbif.org/species/6109699)

Fig. 3

L’utilizzo dei frutti della Phoenix dactylifera L., comunemente chiamata palma da datteri, grazie alla quantità di fibre solubili e insolubili, è un ottimo rimedio per favorire la digestione; è anche utile contro la stipsi a causa delle proprietà lassative dei datteri, i quali in questo caso vengono accompagnati dall’assunzione della birra che purifica l’acqua utilizzata, aiuta a depurare il corpo e, per merito delle calorie che contiene, dona nutrimento durante la convalescenza del degente.

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Da ricette come questa si può notare che in realtà i papiri medici non sono altro che compendi utili sia a colui che, già esperto, necessita di consultare un particolare caso, sia all’apprendista che ha bisogno di sapere come agire nella maniera migliore sulla base del confronto con situazioni precedenti caratterizzate dagli stessi sintomi. La maggior parte dei rimedi presenti nei papiri a nostra disposizione mostra una struttura schematica sempre uguale, che può essere suddivisa in tre punti:

  1. scopo del farmaco;
  2. ingredienti (a volte con l’aggiunta di indicazioni specifiche sulle dosi di ognuno);
  3. istruzioni sull’applicazione.

Portiamo, per esempio, un estratto del Papiro di Berlino 3038, ricetta 31 (3, 6-7):

Fig. 4

“Un altro rimedio per trattare la tosse: panna (letteralmente pelle di latte) e cumino mescolato con il miele. Somministrare il preparato al malato per un periodo di quattro giorni”.[8]

Fig. 5

Cuminum cyminum L. (fonte: goo.gl/2PsLNB)

Fig. 6Il Cuminum cyminum L., o comunemente chiamato cumino, ha proprietà carminative e digestive e può essere utilizzato anche contro i gonfiori e le coliche addominali; esso è anche utile per combattere i sintomi della tosse e per stimolare l’appetito. L’ingerimento avviene tramite quelli che sono solitamente nominati veicoli, ossia qualsiasi tipo di ingrediente che permette l’assunzione del farmaco da parte del paziente. Generalmente sono sostanze liquide o semi liquide, come l’acqua, il vino, la birra e il miele. Quest’ultimo, in particolare in questa ricetta, viene utilizzato sia per la somministrazione del composto (così come la panna) sia per le sue proprietà disinfettanti che aiutano a calmare l’infiammazione. In più, comunque, come nel precedente caso della birra, il miele fornisce insieme alla panna nutrimento e calorie per il paziente debilitato.

Fig. 8

Ceratonia siliqua L (Fonte: gbif.org/occurrence/1805395800)

La somministrazione della cura avveniva attraverso cinque modalità differenti tra cui l’assunzione orale – citata nei due casi appena riportati -, per via rettale, vaginale, per applicazione esterna (unguenti) e fumigazione.

Nei casi precedenti tutti gli ingredienti utilizzati sono stati individuati grazie all’identificazione della malattia e perché sono sostanze molto comuni citate diverse volte in varie fonti. L’ultimo esempio che propongo pone delle difficoltà di interpretazione non indifferenti che ancora oggi non sono state spiegate in maniera soddisfacente.

Papiro Ebers 355 (57, 15-17):

Fig. 7

“Altro rimedio per far scomparire una formazione-pedet (orzaiolo?) in un occhio: galena 1; malachite 1; djaret (carruba) 1; aloe (o legno marcio) 1; galena-gesefen 1. Mischiare con acqua e applicare sulle palpebre”[9].

Ceratonia siliqua

Carrubo

In questa prescrizione si può notare come la malattia stessa sia solo ipotizzata, dal momento che il termine egiziano è poco perspicuo. Tuttavia, se effettivamente si trattasse di orzaiolo, come è stato teorizzato da diversi studiosi, la malachite, la pianta djaret[10] e l’aloe vera (Aloe barbadensis Miller) sarebbero ingredienti con proprietà antisettiche e anti infiammatorie[11]. Meno chiaro è l’utilizzo della galena e della galena-gesefen, ma ciò è dovuto anche alla difficoltà d’interpretazione di questa componente.

Fig. 10

Aloe barbadensis Mill. (Fonte: goo.gl/4CHd9o)

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Si può notare che in questa ricetta sono precisamente riportate le quantità da inserire per ogni ingrediente. Secondo il mito, il trono di Osiride venne conteso tra Horus e Seth: durante la colluttazione, quest’ultimo cavò un occhio al nipote (secondo altre versioni si tratterebbe del fratello minore) e lo distrusse in piccoli pezzi. Successivamente Thot, divinità della scrittura e della scienza, raccolse l’occhio distrutto e ne ricompose sessantatré pezzi, l’ultimo dei quali fu aggiunto magicamente. Nei papiri medici le quantità degli ingredienti sono rappresentate dalle diverse parti dell’occhio udjat, che, quando completo, rappresenta l’unità perfetta.

Puoi mettere anche questa se ti piace di più ma non mi ricordo più da dove l'ho presa

Fonte: goo.gl/gffvj8

Gli ingredienti utilizzati nelle ricette sono di derivazione minerale, animale e vegetale. I minerali solitamente venivano polverizzati con altre sostanze o ingeriti interi sotto forma di piccoli cristalli. L’effetto biochimico sul paziente poteva essere diretto o indiretto tramite l’interazione con gli altri elementi del farmaco. I componenti minerali solitamente avevano anche una valenza magica; ciò è testimoniato dalla grande mole di amuleti realizzati in pietra dura ritrovati con sopra incise delle formule di protezione. Le componenti di origine animale erano utilizzate come veicoli o per rispondere a un’aspettativa magica, come l’assimilazione delle qualità dell’animale. Come accennato precedentemente, alcune sostanze oggi considerate poco consone all’utilizzo medico erano sfruttate con accezione sicuramente religiosa, per allontanare cosiddetti “demoni malattia”. Da ultimo troviamo ingredienti di origine vegetale, utilizzati non solo per le loro proprietà mediche ma anche come narcotici, sedativi e palliativi. In generale tutte le piante di cui si è riusciti a capire un qualsiasi collegamento con le divinità sono utilizzate a scopo terapeutico.

Molti sono i problemi legati alla traduzione di queste componenti poiché i termini utilizzati sono davvero variegati e di difficile comprensione per noi studiosi moderni. In particolare, per quanto riguarda i minerali, è possibile che nel tempo siano stati cambiati i materiali utilizzati o per la somiglianza di colore o per la poca reperibilità sul territorio. Per quanto concerne la sfera botanica, invece, in alcuni casi viene specificata la parte della pianta utilizzata, ma non è ancora stata trovata una traduzione sicura; questo pone un grande problema di interpretazione, perché ogni specie vegetale ha degli impieghi ben precisi a seconda della parte utilizzata (foglie, fiori, corteccia etc.). Negli ultimi anni l’attenzione degli studiosi si è concentrata sull’interpretazione dei termini che indicano la sfera botanica: tuttavia, le indagini sulla farmacopea egizia sono tutt’altro che concluse e questo campo di ricerca viene ora ridiscusso a livello metodologico e approfondito dal punto di vista dell’analisi filologica, in una prospettiva sinottica capace di integrare le fonti testuali con quelle iconografiche e archeologiche.

Elena Urzì

[1] 2055-1650 a.C. circa.

[2] Il papiro di Kahun riporta anche informazioni circa nozioni di veterinaria.

[3] Nei testi funerari e nei miti, gli dei vengono descritti con la pelle d’oro zecchino, i capelli d’argento e gli occhi di lapislazzuli.

[4] Nei papiri medici, Horus bambino è la figura che rappresenta l’uomo infermo.

[5] Nel mito di “Ra divenuto vecchio e della dea Iside”, il dio è descritto talmente anziano da trascinarsi mentre cammina e con la bava che cola dalla bocca.

[6] Osiride è il dio morto per eccellenza.

[7] Testo tradotto e adattato da Bardinet 1995, p. 276.

[8] Bresciani, Del Tacca 2005, p. 148.

[9] Bresciani, Del Tacca 2005, p. 142.

[10] Indagini recenti hanno ipotizzato che si tratti di Ceratonia siliqua L., la pianta del carrubo.

[11] La malachite è in effetti un potente disinfettante per gli occhi che veniva aggiunto al kohl, il tipico trucco che vediamo in tutte le raffigurazioni egizie.

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Breve bibliografia

  • Bardinet T., Papyrus médicaux  de l’Égypte pharaonique: Traduction intégrale et commentaire. Paris, 1995.
  • Bresciani E., Del Tacca M., Arte medica e cosmetica alla corte dei faraoni, Pisa, 2005.
  • von Deines, Grapow H., Westendorf  W., Grundriß der Medizin der Alten Ägypter, 9 Bände, Berlin, 1954-1973.
  • Manniche L., An Ancient Egyptian Herbal, London, 1989.
  • Nunn John F., Ancient Egyptian Medicine, London, 1996.
  • Westendorf W., Handbuch der altägyptischen Medizin. 1.-2. Band, Leiden etc., Brill = Handbuch der Orientalistik/ Handbook of Oriental Studies. Erste Abteilung: Der Nahe und Mittlere Osten/ The Near and Middle East, 36/1-2, 1999.
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La “Via di Horus”: l’autostrada fortificata dei faraoni per la Palestina (di Alberto Maria Pollastrini)

Sono anni ormai che mi occupo di divulgazione archeologica sul web perché reputo che la ricerca scientifica non possa esulare dal rapporto con il grande pubblico, in quanto il fine ultimo, ma non meno importante, del nostro lavoro è proprio la diffusione della conoscenza tra la gente. La celebre ‘torre d’avorio’ su cui per troppo tempo ci siamo isolati non ha fatto altro che creare falsi miti, cliché e un generale atteggiamento ostile nei nostri confronti: gli archeologi sono snob, nascondono quello che scoprono, bloccano i cantieri e non sono aperti a ‘verità alternative’. Questo vuoto comunicativo è riempito spesso, nei migliori dei casi, da amatori che, non avendo una solida base di studi e un metodo che permetta loro di distinguere le notizie vere dalle bufale, veicolano dati erronei che si diffondono più di quelli effettivi. Per questo, è compito degli addetti ai lavori di parlare dei propri risultati in modo chiaro e semplice, utilizzando un linguaggio libero da futili tecnicismi. In tal senso, è da tempo che penso di ospitare sul mio blog articoli di colleghi dottorandi, ricercatori e professori che illustrino il campo dei loro studi, magari integrando le ultime news che riporto su Djed Medu. È proprio il caso del primo guest post di questa nuova rubrica, “Parola all’Esperto“, che riguarderà recenti scoperte effettuate sul Delta Orientale. A scrivere è Alberto Maria Pollastrini, dottorando di Egittologia presso l’École Pratique des Hautes Études di Parigi. Altri interventi sono già in cantiere, ma colgo l’occasione per invitare altri studiosi a inviarmi i loro contributi che sicuramente saranno apprezzati dai lettori.

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La “Via di Horus” (source: oocities.org/zurdig/map.htm)

Fin dalla più remota antichità il confine orientale dell’Egitto ha rappresentato non solo la via privilegiata per il transito di uomini, merci e idee, da e verso il Vicino Oriente, ma anche, sotto il punto di vista militare, l’area più esposta alle penetrazioni straniere. L’esigenza di ovviare alla mancanza di un vero e proprio ostacolo naturale che fungesse da barriera contro le minacce provenienti da Est, portò all’elaborazione di linea di difesa chiamata 35247695_1679765008806472_4460226079793086464_n wAt-Hr, la “Via di Horus”, costituita da un sistema di fortezze e punti di sosta ed approvvigionamento, a guardia della strada costiera che dal Delta orientale, attraverso il Sinai, giungeva fino alle Palestina meridionale.

Per i periodi precedenti il Nuovo Regno, le informazioni riguardo la Via di Horus sono assai scarse e non è possibile definire quale fosse la sua reale natura. Ciò nonostante, a giudicare dall’attestazione del titolo di 35026798_1679765068806466_7293097215864602624_n mr wAt-Hr, “Soprintendente della Via di Horus”, ritrovata a Giza sul sarcofago di calcare del generale Hekeni-Khnum, è lecito ipotizzare che delle misure difensive fossero già state approntate durante la V dinastia, intorno alla metà del III millennio a. C.

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Il sito di Tell Hebua (source: MoA)

Con l’avvento della XVIII dinastia, la Via di Horus diventa di capitale importanza per i sovrani egiziani al fine di spostare velocemente enormi contingenti di truppe verso il teatro di guerra siro-palestinese. Dal resoconto della prima campagna asiatica di Thutmosi III contro Megiddo, siamo informati che l’esercito egiziano attraversò il deserto del Sinai settentrionale fino a Gaza in soli dieci giorni, percorrendo una media di 25 km al giorno. Tale rapidità lascia supporre che lungo il tragitto fossero presenti, a distanze regolari, installazioni militari che assicurassero l’approvvigionamento d’acqua necessario al movimento di forti contingenti di uomini e animali. Solo l’elevata efficienza organizzativa raggiunta durante il Nuovo Regno dall’esercito egiziano poteva tenere in piedi un apparato logistico così imponente.

La principale fonte di informazioni storico-testuali sull’argomento è costituita da un ciclo di rilievi di carattere militare, fatti realizzare dal secondo sovrano della XIX dinastia, Seti I, all’esterno della parete nord della grande sala ipostila del tempio di Karnak, presso l’attuale città di Luxor. Sfortunatamente la parete di pietra ha subito in quell’area un notevole degrado ed è quindi imprescindibile ricorrere ai disegni realizzati nel XIX secolo da egittologi quali Burton, Rosellini, Champollion e Lepsius, al fine di recuperare alcuni particolari oggigiorno perduti irrimediabilmente. Le scene scolpite raffigurano le fasi salienti della campagna asiatica condotta durante il primo anno di regno del faraone contro la popolazione nomade degli Shasu, che tradizionalmente minacciava le aree desertiche del Sinai. Dalle raffigurazioni sembra chiaro che Seti I si sia scontrato per almeno due volte con le forze avversarie lungo la Via di Horus. Il tracciato di quest’ultima è riportato nelle scene con dovizia di particolari, quasi si trattasse di una mappa: lungo il percorso tra la fortezza di Tjaru, punto di partenza della Via di Horus, e una località della Palestina meridionale dal nome illeggibile, probabilmente l’ultima guarnigione controllata in modo permanente dagli Egiziani (Gaza?, Rafa?), sono state rappresentate dieci fortificazioni con accesso all’acqua potabile, ognuna delle quali contrassegnata da un toponimo.

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Frammento di rilievo con scena militare, tomba del generale Iwrkhy, Saqqara (ph. A.M. Pollastrini)

35199020_1679765032139803_3309224099150036992_n PA xtm n TArw, “la fortezza di Tjaru”, al margine orientale del Delta, segnava il confine tra le ospitali terre dell’Egitto e le insidiose terre straniere. Da qui tradizionalmente l’esercito faraonico intraprendeva il cammino, lungo la Via di Horus, per raggiungere l’area siro-palestinese. Nel rilevo di Karnak (foto in basso), l’aspetto di Tjaru differisce da tutte le altre fortificazioni. Gli artisti egiziani l’hanno rappresentata come un’imponente struttura adiacente alla riva orientale di un corso d’acqua popolato di coccodrilli, chiamato 35206743_1679765038806469_8659456123813756928_n tA dnit, “l’acqua che divide”, sul quale è visibile un ponte che conduce ad un’altra serie di edifici posti sulla riva occidentale. Molte supposizioni sono state fatte sulla reale natura de “l’acqua che divide” (il ramo Pelusiaco del Nilo? Una laguna a margine del Delta, alimentata dalle acque del Nilo? Un canale di confine costruito dall’uomo?) senza pervenire ad alcuna risposta definiva. Il particolare dei coccodrilli suggerisce però che si trattasse di un corso d’acqua dolce. Questo dettaglio iconografico ha recentemente trovato un possibile parallelo in un frammento di rilievo (foto in alto) proveniente della tomba del generale di origine siriana Iwrkhy, vissuto durante la XIX dinastia, a cavallo dei regni di Seti I e Ramesse II. L’importante testimonianza, scoperta durante la campagna di scavo 2017/2018 dell’Università del Cairo presso la necropoli di Saqqarah, presenta una scena di carattere militare su due registri. Il registro superiore raffigura due carri da guerra divisi da un corso d’acqua brulicante di coccodrilli, che somiglia in maniera sorprendente a “l’acqua che divide” del rilievo di Karnak. Il registro inferiore mostra un gruppo di cinque soldati di fanteria seguiti da alcuni asini, che portano sul dorso due ragazzini. Un uomo spinge il gruppo di asini al di là del corso d’acqua con l’ausilio di un bastone. Inoltre, sul lato destro del frammento sono visibili delle porzioni di edifici che rappresenterebbero la fortezza di Tjaru.

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Particolare della fortezza di Tjaru, rilevi di Seti I nella grande sala ipostila di Karnak (ph. Pollastrini)

Sebbene fiumi d’inchiostro siano stati versati negli anni nel tentativo di dare una corrispondenza geografica precisa alle località citate nel rilievo di Karnak di Seti I, solo Tjaru è stata individuata con certezza. Alla fine degli anni ’90 del secolo scorso, le investigazioni dei siti Hebua I ed Hebua II, a pochi chilometri da El Qantara, presso il Canale di Suez, avevano indotto gli archeologi Mohammed Abdul Maqsoud e James K. Hoffmeier a supporre che si potesse trattare delle due parti del complesso militare eretto sulle sponde del corso d’acqua tA dnit, così come rappresentato nel rilievo di Karnak di Seti I. La scoperta nel 1999 e nel 2005, nel sito di Hebua I, di alcune statue di Secondo Periodo Intermedio e di Nuovo Regno incise con il toponimo di Tjaru aveva dato concretezza a questa supposizione. Tuttavia, nel 2007, è stata la notizia del Supreme Council of Antiquities (SCA) del rinvenimento presso il sito di Hebua II di una monumentale opera difensiva di Nuovo Regno a fugare i dubbi residui. I dati archeologici ci rivelano che Tjaru era munita di poderose mura in mattoni crudi spesse 13 metri, intervallate da ventiquattro torri e circondate da un profondo fossato. L’intero circuito murario racchiudeva un’area vasta più di 12 ettari, rappresentando di fatto la più grande fortezza egiziana fino ad oggi conosciuta.

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Seti I sconfigge gli Shasu nei pressi di una città chiamata Pa-Canaan, grande sala ipostila di Karnak (ph. Pollastrini)

La scoperta di Tjaru va inserita nel più ampio quadro di ricerche archeologiche che da oltre trenta anni hanno lo scopo di riportare alla luce il sistema difensivo nel nord del Sinai. In questo contesto va collocato il sito di Tell el-Borg, distante 5 chilometri dal sito di Hebua II, dove James K. Hoffmeier  ha rinvenuto le vestigia di due forti del Nuovo Regno. Il più antico, costruito probabilmente sotto il regno di Thutmosi III ed in uso fino all’epoca amarniana, ha rivelato un imponente fossato le cui fondamenta erano realizzate in mattoni cotti. Il più recente, realizzato subito dopo l’abbandono del primo, è rimasto in attività per tutto il periodo ramesside fino alla XX dinastia. L’abbondante materiale epigrafico non ha purtroppo permesso di conoscere il nome dell’installazione militare, sebbene la speranza degli studiosi sia quella di aver individuato 35239028_1679765002139806_1895303767042031616_n tA a.t pA mAj “la dimora del leone”, la prima sosta sulla Via di Horus dopo Tjaru in direzione della Palestina meridionale.

Alberto Maria Pollastrini

 

Per approfondire:

A. H. Gardiner, “The Ancient Military Road between Egypt and Palestine”, JEA 6, 1920, 99-120.

J. K. Hoffmeier, “Reconstructing Egypt’s Eastern Frontier Defense Network in the New Kingdom (Late Bronze Age)” in F. Jesse, C. Vogel (ed.), The Power of Walls – Fortifications in Ancient Northeastern Africa. Proceeding of the International Workshop held at the University of Cologne 4th – 7th August 2011, Cologna, 2013.

F. Monnier, “Une iconographie égyptienne de l’architecture défensive”, ENiM 7, 2014, 173-219.

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