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Vulcani e scarse piene del Nilo alla base del declino dei Tolomei?

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Source: wikipedia

Un recente studio metterebbe in relazione vulcani, una drastica diminuzione delle piene del Nilo e lo scoppio di tensioni sociali nell’Egitto tolemaico. Secondo lo storico Joseph Manning (Yale University) e il paleoclimatologo Francis Ludlow (Trinity College, Dublino), uno sconvolgimento del clima verificatosi tra III e I secolo a.C. avrebbe portato a numerose rivolte popolari. Questa teoria si basa sulla scoperta di un presunto legame tra eruzioni e la diminuzione del livello della piena che, in riferimento al periodo che va dal 622 al 1902, è stata calcolata in 22 cm in meno di media. Le nubi di anidrite solforosa emesse dai crateri nell’atmosfera, infatti, filtrano la luce solare con conseguenti abbassamento della temperatura e cambiamento dei modelli di precipitazione.

A questo punto, però, occorre spiegare in breve i meccanismi che causavano le piene del Nilo. Ho usato il passato non a caso perché ormai, con la costruzione della Grande Diga di Assuan, questo fenomeno non interessa più l’Egitto. Il fiume nasce come Nilo Bianco dal Lago Vittoria nel cuore dell’Africa (immagine a sinistra). Da qui, con una portata costante d’acqua, risale superando Khartoum, la capitale del Sudan, e poi incontra il Nilo Azzurro. Questo affluente, come l’Atbara più a nord, ha origine dall’acrocoro etiopico e ha un corso molto meno regolare proprio a causa della sua posizione. Durante la stagione delle piogge, infatti, l’altopiano è attraversato dalle perturbazioni monsoniche che ingrossano a dismisura il letto dei corsi d’acqua. Un simile flusso improvviso arrivava a fornire l’85% della portata totale del Nilo, trasportando con sé terreno ferroso dalle montagne dell’Etiopia. Così, puntuale ogni anno, lo straripamento degli argini depositava il fertile limo su tutti i campi coltivati d’Egitto. Ma il livello della piena, derivando dall’ammontare della pioggia caduta nel Corno d’Africa, non era costante e poteva causare danni se troppo alto o portare a periodi di siccità se troppo basso.

Tutta questa digressione era necessaria a sottolineare quanto l’agricoltura in Egitto, ancor più che in altri luoghi del mondo, dipendesse dai fenomeni atmosferici. Quindi, tornando all’argomento dell’articolo, gli autori dello studio hanno preso in considerazione il periodo che va dal 305 al 30 a.C., mettendo in relazione eruzioni vulcaniche con piene particolarmente scarse del Nilo. Le prime sono individuabili grazie a una quantità più alta di solfati negli antichi strati di ghiaccio in Groenlandia e Antartide; i secondi, invece, sono noti tramite le precise registrazioni in cubiti (circa mezzo metro) dei nilometri che venivano riportate sui documenti d’archivio -papiri e iscrizioni- anche per il calcolo delle tasse. Per un paese abitato soprattutto da contadini, l’andamento del raccolto serviva a decidere l’ammontare delle imposte. Ecco perché -ma la cosa non stupisce affatto- fattori naturali avrebbero avuto un forte impatto socio-politico-economico.

In particolare, dopo il florido regno dei primi tre Tolomei (305-222 a.C.), sarebbe iniziato il declino della dinastia macedone proprio in corrispondenza di grandi eruzioni. La rivolta tebana del 207 a.C. seguirebbe lo scoppio di un vulcano del 209; altre sommosse verrebbero dopo le eruzioni del 168, 164 e 161; infine, dopo due eruzioni nel 46 e 44, sarebbe arrivata la caduta finale per mano dei Romani sotto il regno di Cleopatra VII che, in quegli anni, aprì eccezionalmente i granai reali alla popolazione affamata dalla carestia.

Tuttavia, c’è da dire che non tutti gli studiosi si sono trovati d’accordo con i risultati della ricerca perché appare un po’ troppo semplicistico indicare le eruzioni come la causa diretta di rivoluzioni che, dalla storiografia tradizionale, vengono considerate moti nazionalistici contro una dominazione straniera. Inoltre, alcuni esperti del settore, hanno fatto notare come lo studio non si sia avvalso della fondamentale dendrocronologia, cioè l’analisi degli anelli di accrescimento degli alberi che, di anno in anno, si formano con uno spessore variabile a seconda degli eventi atmosferici e dei mutamenti del clima del pianeta.

L’articolo originale è stato pubblicato il 17 ottobre su Nature Communications: https://www.nature.com/articles/s41467-017-00957-y

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Middle Kingdom Studies 2: “The World of Middle Kingdom Egypt (2000-1550 BC)”, Volume II

9781906137489.jpg“Middle Kingdom Studies”, la nuova collana di volumi completamente dedicata al Medio Regno, si arricchisce di una seconda pubblicazione: “The World of Middle Kingdom Egypt (2000-1550 BC), Vol. II” (ed. Miniaci, Grajetzki). Sono particolarmente felice di presentarvi quest’opera perché ho collaborato per l’editing finale. In ogni caso, seguendo l’impostazione del 1° volume, il testo raccoglie interventi di studiosi internazionali su tematiche riguardanti l’Egitto dal 2000 al 1550 a.C. circa. Ricordo che la serie è stata ideata da Gianluca Miniaci (Università di Pisa), caporedattore, per dar voce a un argomento stranamente poco dibattuto, anche grazie a un approccio multidisciplinare che non si limiti alla sola egittologia, ma che comprenda anche archeometria, sociologia, antropologia e lo studio di aree geografiche limitrofe. Nel corso del 2016, sono previsti altri tre volumi della serie: Stephen Quirke, “Birth tusks: the armoury of health in context – Egypt 1800 BC”; Lubica Hudáková, Andrea Kahlbacher (ed.), “Change and Innovation in Middle Kingdom Art. Proceedings of the MeKeTRE Study Day held at the Kunsthistorisches Museum, Vienna (3rd May 2013)”; Danijela Stefanović, “Dossiers of Ancient Egyptian Women. The Middle Kingdom and Second Intermediate Period”.

Gli articoli del secondo volume (http://www.goldenhp.co.uk/index2.htm) sono i seguenti:

  • Tombs in transition: MIDAN.05 and windows in the early Eighteenth Dynasty
    Marilina Betrò
  • Precious finds from an early Middle Kingdom tomb in Thebes: reconstructing connections between the dead and their goods
    Anna Consonni
  • Umm-Mawagir in Kharga Oasis: an Industrial Landscape of the Late Middle Kingdom/Second Intermediate Period
    John Darnell, Colleen Darnell
  • The tomb of a Governor of Elkab of the Second Intermediate Period
    Vivian Davies
  • An Isolated Middle Kingdom Tomb At Dayr Al-Barsha
    Marleen De Meyer
  • The Transmission of Offices in The Middle Kingdom
    Nathalie Favry
  • The stela of the Thirteenth Dynasty treasurer Senebsumai
    Wolfram Grajetzki, Gianluca Miniaci
  • Some Remarks on the Relations between Egypt and the Levant during the late Middle Kingdom and Second Intermediate Period
    Karin Kopetzky
  • Female Burials in the Funerary Complexes of the Twelfth Dynasty: an Architectonic Approach
    Ingrid Melandri
  • Diachronic questions of form and function: falcon-head utensils in Middle Kingdom contexts
    Stephen Quirke
  • The Egg is a metaphor for Isis: a Coffin Text Imagery
    Mohammed Gamal Rashed
  • ‘Writing-Board Stelae’ with Sokar-Formula: Preliminary Account
    Gloria Rosati
  • Two loose blocks from Hawara of Sobek-Hotep
    Ashraf Senussi, Said Abd Alhafeez Abd Allah Kheder
  • An unpublished Scarab of Queen Tjan (Thirteenth Dynasty) from the Louvre Museum (AF 6755)
    Julien Siesse
  • Literary exploitation of a craftman’s device: the sandal-maker biting leather (Teaching of Chety, pSallier VIII, 12). When philology, iconography and archaeology overlap
    Pascal Vernus
  • Boundaries of Protection: Function and Significance of the Framing (Lines) on Middle Kingdom Apotropaia, in particular Magic Wands
    Fred Vink
  • On the Context and Conception of Two ‘Trademark’ Styles from Late Middle Kingdom Abydos
    Paul Whelan
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In un papiro ramesside la prima osservazione dell’eclisse di Algol

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Source: journals.plos.org

(Premetto subito che mi sto avventurando in un campo molto tecnico che esula dalle mie competenze quindi mi scuso per eventuali inesattezze).

Che gli antichi Egizi fossero ottimi osservatori degli eventi celesti era cosa assodata, ma un recente studio sposta l’asticella un po’ più in là. In realtà, Lauri Jetsu e Sebastian Porceddu (Dip. di Fisica della University of Helsinki) avevano già espresso questa teoria nel 2013, ma una loro nuova pubblicazione sembrerebbe confermarla: in un papiro ramesside scoperto a Deir el-Medina (Cairo 86637, vedi immagine), ci sarebbe la prima documentazione relativa a una stella binaria a eclisse. Il testo in ieratico è tra i Calendari egizi meglio conservati e suddivide i giorni dell’anno (classica ripartizione in tre stagioni, 12 mesi di tre settimane di 10 giorni, più 5 “epagomeni”) in “buoni” e “cattivi”. Praticamente, tenendo in considerazione la concezione ciclica del tempo, un modo per capire in anticipo se fosse o no il caso di uscire di casa! Queste previsioni, fatte tre volte per ogni giorno (quindi, nel corso delle 24 ore, si potevano incontrare momenti positivi o negativi), erano influenzate da credenze religiose ed eventi astronomici. Lo scopo della ricerca finlandese è proprio verificare se le azioni delle varie divinità potessero coincidere con fenomeni realmente esistenti.

Grazie a calcoli statistici, si è visto che periodi particolarmente fausti si ripetono spesso ogni 29,6 e 2,85 giorni, rispettivamente in connessione con Seth e Horus. Se il primo intervallo di tempo è facilmente identificabile con il mese lunare, il secondo ha richiesto maggiori approfondimenti fino all’identificazione con la variabilità di Algol, detta anche β Persei. Il sistema appartiene alla costellazione di Perseo ed è composto da due stelle tra cui quella principale, Algol A, viene eclissata ogni 2,867 giorni da quella secondaria, Algol B (in realtà, attorno al comune centro di massa, ruota anche una terza stella, Algol C). Il conseguente calo di luminosità dura circa 10 ore ed è visibile a occhio nudo. Il papiro, quindi, descriverebbe il fenomeno quasi 3000 anni prima della sua scoperta ufficiale attribuita a Geminiano Montanari (1667) e del calcolo del periodo di John Goodricke (1783). La discordanza di misurazione di 0,017 giorni è stata spiegata con un trasferimento di massa negli ultimi millenni tra i due componenti del sistema stellare.

Una conoscenza più antica della variabilità, però, potrebbe essere suggerita dall’etimologia del nome stesso di Algol che deriva dall’arabo “al-Ghul”, un demone della tradizione islamica, e che ne indicherebbe la natura “irrequieta”.

http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0144140

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Reeves: la maschera di Tutankhamon era di Nefertiti

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Source: “The Golden Mask of Ankhkheperure Neferneferuaten”

Ormai  è certo che nella tomba di Tutankhamon ci siano due stanze nascoste, ma a Nicholas Reeves questo non basta e continua imperterrito a pubblicare articoli che proverebbero la sua teoria principale secondo la quale, dietro quei muri, ci sarebbe la sepoltura di Nefertiti. Quest’idea era stata espressa già da tempo, soprattutto in riferimento all’oggetto più famoso proveniente dalla KV62: la maschera funeraria d’oro.

Secondo l’egittologo britannico, infatti, la maschera non sarebbe stata realizzata originariamente per Tutankhamon ma per una donna. Solo in un secondo momento, a causa della morte improvvisa del faraone, l’oggetto sarebbe stato riutilizzato cambiandone in parte i connotati. La stessa cosa sarebbe successa anche con il sarcofago aureo più interno. Finora, però, i suoi ragionamenti si erano fermati su osservazioni tutt’altro che probanti come la diversa composizione dell’oro del nemes (22,5 carati) rispetto a quella del volto (18,4 carati); quest’ultima porzione sarebbe stata sostituita al momento del “riciclo”. Un altro indizio si troverebbe nella presenza di buchi ai lobi delle orecchie, caratteristica molto rara nelle rappresentazioni dei sovrani maschi e, quindi, più adatta a un utilizzo femminile.

Con il recente restauro* della barba posticcia, però, si è prospettata la possibilità di analizzare da vicino la maschera e, da una foto scattata al cartiglio reale (vedi in alto), è arrivata quella che potrebbe essere la prova del nove. Tra i geroglifici del praenomen di Tutankhamon, Neb-Kheperu-Ra (“Ra è signore delle manifestazioni”), si intravedono segni leggeri riconducibili a una precedente iscrizione mantenuta solo in minima parte. Reeves, in collaborazione con specialisti del calibro di Ray Johnson (University of Chicago, Oriental Institute) e Marc Gabolde (Université Paul Valéry – Montpellier III), ha provato a ricostruire la titolatura cancellata per arrivare al nome del vero proprietario. Nel disegno in basso realizzato da Gabolde, si vedono le tracce precedenti in rosso, l’attuale cartiglio in verde e quello originario in arancio: anx-xprw-ra mr(.t) nfr-xprw-ra, “Ankhkheperura amata da Neferkheperura (nome d’intronizzazione di Amenofi IV)”. Il predecessore di Tutankhamon, quindi, sarebbe Ankhkheperura Neferneferuaten, co-reggente di Akhenaton e meglio conosciuta come Nefertiti. Poi, con il passaggio della maschera al “faraone bambino”, il cartiglio sarebbe stato accorciato creando spazio per la formula mAa-xrw, “giusto di voce”.

Immagini e articolo originale nel Journal of Ancient Egyptian Interconnections vol. 7 n°4.

*Il restauro è stato completato e la maschera sarà di nuovo esposta al pubblico il 16 dicembre dopo una conferenza stampa del ministro El-Damaty.

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Source: “The Golden Mask of Ankhkheperure Neferneferuaten”

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Identificato il più antico “abbecedario” conosciuto

Un ostrakon egizio del XV secolo a.C. sarebbe il più antico esempio di “abbecedario” conosciuto finora. Ad affermarlo è Ben Haring (Universiteit Leiden) che ha decifrato lo strano testo in ieratico dipinto con inchiostro nero sui due lati di una scaglia di calcare. L’oggetto, di 9 x 8,5 cm, era stato scoperto nel 1992 dalla missione diretta da Nigel Studwick (University of Cambridge) a Tebe Ovest, nella tomba di Senneferi (TT99), ministro del Tesoro sotto Thutmosi III (1457-1424).

La lingua egizia, ovviamente, non è alfabetica come la nostra, ma sembra che l’ostrakon presenti comunque una lista di parole ordinata per il rispettivo primo suono, posizionato sulla colonna di sinistra. Non abbiamo quindi la successione A-B-C (’alef-beth-gimel) ma il sistema “Halaḥam” (HLḤM), tipico di Egitto, Sud Arabia ed Etiopia.

Lo studio è stato pubblicato sull’ultimo numero del Journal of Near Eastern Studies: “Halaḥam on an Ostracon of the Early New Kingdom?”

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Guida galattica per gli autostoppisti (morti)?

Source: scientificamerican.com

Source: scientificamerican.com

Gli antichi Egizi viaggiavano verso il cielo… No, non sono impazzito e non c’è nemmeno bisogno di tirare in ballo tecnologie perdute, i “geroglifici di Abido”, i canali della Grande Piramide o Stargate. A volare verso gli astri era l’anima che, dopo la morte, soprattutto nella religione di Antico Regno e nei Testi delle Piramidi, raggiungeva le “stelle imperiture”, cioè le stelle circumpolari che non tramontano mai durante l’anno. Secondo la topografia celeste, infatti, nell’area più settentrionale della volta, si trovava il “”paradiso”” (scritto volutamente con doppie virgolette) con i Campi dei Giunghi (sxt iArw) e i Campi delle Offerte (sxt Htpw), dove il faraone avrebbe passato la sua vita ultraterrena.

Tra la IX e la XII dinastia, quando ormai le formule funerarie si erano trasferite dalla pietra al legno, nella parte interna dei coperchi dei sarcofagi, si vedono calendari stellari, considerati come primordiali orologi o comunque come sistemi di conteggio del tempo nelle ore notturne che sfrutterebbero la posizione delle stelle nei vari periodi dell’anno. Queste tavole presentano una griglia divisa in quattro quadranti principali con il nome delle stelle e gli “spostamenti” per ogni decano (il periodo di 10 giorni che divide il mese in tre parti).

Un’interpretazione alternativa, però, arriva da Sarah Symons (McMaster University in Ontario) che, dopo anni di studio sui 27 esemplari di calendario stellare conosciuti (tra i più belli, c’è quello del sarcofago di Idi da Asyut, in foto, oggi conservato presso il Museum der Universität Tübingen) e con l’aiuto di un software in grado di ricreare il cielo notturno di 4000 anni fa, pensa che le tabelle, in realtà, siano mappe stellari per aiutare il defunto a completare la sua ascesa, con il percorso segnalato grazie alla diversa posizione delle costellazioni.

L’articolo originale, “Stars of the Dead”, sarà pubblicato sul numero di ottobre di Scientific American.

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La tomba di Tutankhamon nasconderebbe quella di Nefertiti?

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“If I’m wrong I’m wrong, but if I’m right this is potentially the biggest archaeological discovery ever made”…

Non usa mezze misure l’autore della teoria che, in questi giorni, sta provocando clamore nel mondo dell’egittologia. Nicholas Reeves (University of Arizona) ha recentemente pubblicato un articolo in cui afferma che la tomba di Tutankhamon potrebbe nascondere quella di Nefertiti. La Camera Funeraria, infatti, darebbe accesso a due passaggi murati e finora passati inosservati. La “potenziale” scoperta è stata fatta notando crepe quasi invisibili sugli intonaci dipinti della stanza grazie alle foto ad alta risoluzione messe a disposizione su internet dalla Factum Arte. Le immagini sono il risultato dell’acquisizione delle superfici della struttura tramite laser scanner per la realizzazione della copia a grandezza naturale della tomba che ora si trova accanto alla Carter’s House. Ma andiamo per ordine.

La KV62 ha sempre colpito per le dimensioni ridotte rispetto alle altre tombe della Valle dei Re; inoltre, l’80% del corredo funerario è palesemente un riutilizzo di “seconda mano”, accatastato in fretta dopo la morte prematura di Tutankhamon. E se fosse stata sfruttata anche una sepoltura preesistente? Magari quella del successore di Akhenaton. D’altronde, il periodo post amarniano è ancora piuttosto oscuro e non è chiaro chi abbia governato l’Egitto alla morte del “faraone eretico” (definizione puramente popolare che non condivido). Di Smenkhara abbiamo pochi dati, mentre recenti ipotesi collocano Nefertiti prima come co-reggente e poi come successore. Inizialmente, infatti, si pensava che la regina fosse morta o caduta in disgrazia nella seconda metà del dominio di Akhenaton per la sparizione del suo nome nei documenti ufficiali; invece, nel 2012 a Dayr Abu Ḥinnis, è stata scoperta un’iscrizione del 16° anno di regno in cui si legge: “Grande Sposa Reale, la sua amata, Signora delle Due Terre, Neferneferuaten Nefertiti” [Van der Perre A., Nefertiti’s last documented reference (for now), in Seyfried F. (ed.), In the light of Amarna: One hundred years of the Nefertiti discovery, Berlin 2013, p.195-197]. Secondo Reeves, alcuni oggetti del corredo di Tut con le tracce dei cartigli di Ankhkheperura e Neferneferuaten, apparterrebbero proprio a Nefertiti e non a Smenkhara (che, a questo punto, sarebbe solo un nuovo nome d’intronizzazione). L’egittologo britannico aggiunge che anche i testi, l’iconografia e le fattezze dei reperti fanno pensare a un proprietario femminile, come suggerirebbero gli inusuali buchi ai lobi delle orecchie della maschera d’oro.

Source: www.academia.edu/14406398/The_Burial_of_Nefertiti_2015_

Source: The Burial of Nefertiti?

Tornando alle immagini della Camera funeraria, l’unica a essere intonacata e dipinta, applicando particolari filtri si vedrebbero lesioni rettangolari riconducibili a portali nelle pareti ovest e nord (vedi ricostruzione in alto). In quella O, in cui sono rappresentati i 12 babbuini della 1ª ora del “Libro dell’Amduat”, l’apertura sarebbe simmetrica a quella della “Camera del Tesoro” e potrebbe condurre a una stanza omologa; invece, l’eventuale porta del muro N (da destra verso sinistra: Ay procede all’Apertura della bocca della mummia del defunto, Tutankhamon è accolto da Nut nell’Aldilà e, infine, il faraone, accompagnato dal suo Ka, abbraccia Osiride), in asse con l’Anticamera, nasconderebbe il resto della tomba sigillato per far posto alla sepoltura del successore di Nefertiti, morto prima che ne fosse realizzata una per lui.

Al di là dell’attendibilità dei ragionamenti addotti da Reeves, la teoria sarebbe facilmente verificabile con indagini non distruttive come quelle soniche. Ma, prima di farvi una vostra opinione, vi consiglio di leggere l’articolo originale: “The Burial of Nefertiti?”

Source: The Burial of Nefertiti?

KV62, Camera Funeraria, Parete Ovest (Source: The Burial of Nefertiti?)

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KV62, Camera Funeraria, Parete Nord (Source: The Burial of Nefertiti?)

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Middle Kingdom Studies 1: “The World of Middle Kingdom Egypt (2000-1550 BC)”, Volume I

9781906137434Interessante novità editoriale tutta incentrata su un’epoca della storia faraonica che, strano a dirsi, è piuttosto snobbata. Quando si parla di Egitto, la gente pensa subito alle grandi piramidi di Antico Regno e alle tombe di Nuovo Regno della Valle dei Re. Quindi, sembra che il grande pubblico, ma anche molti studiosi, si sia dimenticato del Medio Regno. Per ovviare a questa lacuna, Gianluca Miniaci  e Wolfram Grajetzki, esperti del periodo, hanno ideato una nuova serie di pubblicazioni dove far confluire interventi di egittologi di tutto il mondo su archeologia, storia dell’arte, religione e lingua: “Middle Kingdom Studies”. La vera novità, però, consiste nell’abolizione della rigida divisione temporale classica che si limita alla fine della XI e alla XII dinastia a beneficio di un allargamento al I e al II Periodo Intermedio. In totale, quindi, viene coperto un range cronologico che va dal 2000 al 1550 a.C. circa.

 

Gli articoli del primo numero (http://www.goldenhp.co.uk/index2.htm) sono i seguenti:

  • Burial Assemblages of the Late Middle Kingdom, Shaft-tombs in Dahshur North Masahiro Baba, Ken Yazawa
  • Stone Objects from the Late Middle Kingdom Settlement at Tell el-Dabʻa, Bettina Bader
  • The Statue of the Steward Nemtyhotep (Berlin ÄM 15700) and some Considerations about Royal and Private Portrait under Amenemhat III, Simon Connor
  • Thoughts on the Sculpture of Sesostris I and Amenemhat II, Inspired by the Meket-re Study Day, Biri Fay
  • London BM EA 288 (1237) – a Cloaked Individual, Biri Fay
  • Neferusobek Project: Part I, Biri Fay, Rita E. Freed, Thomas Schelper, Friederike Seyfried
  • A Torso gets a Name: an Additional Statue of the Vizier Mentuhotep?, Rita E. Freed
  • Three Burials of the Seventeenth Dynasty in Dra Abu El-Naga, José M. Galán, Ángeles Jiménez-Higueras
  • A Middle Kingdom Stela from Koptos (Royal Pavilion & Museums, Brighton & Hove HA282043), Wolfram Grajetzki
  • Hathor and her Festivals at Lahun, Zoltán Horváth
  • King Seankhibra and the Middle Kingdom Appeal to the Living, Alexander Ilin-Tomich
  • A unique Funerary Complex in Qubbet el-Hawa for Two Governors of the Late Twelfth Dynasty, Alejandro Jiménez Serrano
  • In the Realm of Reputation: Private Life in Middle Kingdom Auto/biographies, Renata Landgráfová
  • The So-called Governors’ Cemetery at Bubastis and Provincial Elite, Tombs in the Nile Delta: State and Perspectives of Research, Eva Lange
  • The Archetype of Kingship Who Senwosret I claimed to be, How and Why?, David Lorand
  • Tracing Middle Kingdom Pyramid Texts Traditions at Dahshur, Antonio J. Morales
  • New Approaches to the Study of Households in Middle Kingdom and Second Intermediate Period Egypt,  Miriam Müller
  • The (social) House of Khnumhotep, Melinda G. Nelson-Hurst
  • Scribes of the Gods in the Coffin Texts, Rune Nyord
  • The Significance of the Hieroglyph  ‘The Egg with the Young Bird Inside, Mohamed Gamal Rashed
  • The Canopic Chest of Khakheperreseneb/Iy – Louvre E 17108, Patricia Rigault
  • I am a Nbt-pr, and I am Independent Danijela Stefanović, Helmut Satzinger
  • Garstang’s El Arabah Tomb E.1, Angela M. J. Tooley
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Tradotto antico codice copto con rituali magici

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Source: livescience.com

Due ricercatori australiani hanno pubblicato la traduzione di un antico codice copto contenente rituali magici della Chiesa egiziana dei primi secoli. Nel loro libro, “A Coptic Handbook of Ritual Power”, Malcolm Choat (Macquarie University, Sidney) e Iain Gardner (University of Sidney) presentano un manuale completo del VII-VIII secolo, composto da 20 pagine di pergamena in cui sono scritte in copto alcune invocazioni e formule propiziatorie, forse due parti distinte unite in un secondo momento. Dopo la richiesta dell’aiuto di figure divine (tra cui la finora sconosciuta Bakhtiotha), ci sono una serie di esorcismi e riti, accompagnati da disegni, per il raggiungimento della buona sorte in affari, salute e amore. Per conquistare il proprio oggetto del desiderio, ad esempio, il codice raccomanda di recitare una particolare preghiera su due chiodi e poi di infiggerli ai lati dello stipite della porta di casa dell’amato/a.

Non si conosce l’origine del documento. La Macquarie University lo acquistò nel 1981 da un antiquario austriaco senza ricevere alcuna informazione. Dallo stile, si pensa che possa venire dall’Alto Egitto e, in particolare, dall’area di Ashmunein/Hermopolis. Inoltre, la prima parte ricorda la teologia dei Seziani, una corrente gnostica che si rifaceva a Seth, terzo figlio di Adamo ed Eva. I loro testi, molti dei quali, compresi alcuni vangeli apocrifi, vennero ritrovati nel 1945 a Nag Hammadi (nella parte nord dell’ansa di Qena), cominciarono ad essere considerati eretici fino all’estinzione totale della setta intorno al VII secolo. Quindi, la presenza di queste invocazioni insieme a quelle ortodosse data il codex e lo colloca in una fase transizionale.

 

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Ipotesi sul funzionamento della meridiana della Valle dei Re

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Source: aaatec.org

All’inizio del 2013, la missione dell’Università di Basilea a Tebe Ovest diretta da Susanne Bickel ha scoperto una delle più antiche meridiane della storia. Gli archeologi stavano lavorando in un’area della Valle dei Re occupata da capanne in pietra usate dai costruttori delle tombe nel XIII sec. a.C., quando è venuto alla luce un ostrakon in calcare con un disegno in inchiostro nero. Si tratta di un semicerchio diviso in 12 sezioni di circa 15° che partono dal centro della base lunga 16 cm. Qui si trova il foro di alloggiamento dello gnomone la cui ombra proiettata era utilizzata per misurare il tempo, anche grazie a puntini segnati all’interno delle singole sezioni. L’ubicazione dell’oggetto ha fatto pensare al suo possibile utilizzo per il calcolo delle ore di lavoro.

Gli studiosi svizzeri hanno realizzato un modello di funzionamento che prevede la posizione verticale della meridiana con lo gnomone orizzontale. Questo sistema comporterebbe un’imperfezione variabile degli angoli delle sezioni che, a seconda del periodo dell’anno, va dai 5 agli 8,2° causando un errore medio di 12 minuti. Per ovviare a questa imprecisione, Larisa Vodolazhskaya (Southern Federal University, Rostov sul Don) ha recentemente pubblicato su “Archaeoastronomy and Ancient Technologies” le sue conclusioni alternative. Calcolando gli angoli in relazione alla latitudine della Valle dei Re e studiando gli altri esemplari di orologi solari ritrovati in Egitto, sembrerebbe che la soluzione migliore preveda una meridiana verticale con uno gnomone inclinato che rende stabile la misurazione del tempo durante tutte le stagioni. Questo sistema, combinato con una meridiana ad L (nell’immagine un esempio risalente al regno di Thutmosi III e conservato presso l’Ägyptische Museum di Berlino), avrebbe un errore di soli 0,9° e di 3,6 minuti. Paradossalmente, l’orologio “russo” sarebbe quasi quattro volte più preciso di quello “svizzero”!

Molto interessante è anche la posizione delle linee che indicano le 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12 e poi, con uno scatto di mezz’ora, 12:30, 13:30, 14:30, 15:30, 16:30 e 18. Questo cambiamento potrebbe segnalare la pausa lavorativa nel momento più caldo della giornata, la siesta dalle 12 alle 13:30.

L’articolo originale: http://aaatec.org/documents/article/vl4.pdf

 

 

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