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Reeves: la maschera di Tutankhamon era di Nefertiti

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Source: “The Golden Mask of Ankhkheperure Neferneferuaten”

Ormai  è certo che nella tomba di Tutankhamon ci siano due stanze nascoste, ma a Nicholas Reeves questo non basta e continua imperterrito a pubblicare articoli che proverebbero la sua teoria principale secondo la quale, dietro quei muri, ci sarebbe la sepoltura di Nefertiti. Quest’idea era stata espressa già da tempo, soprattutto in riferimento all’oggetto più famoso proveniente dalla KV62: la maschera funeraria d’oro.

Secondo l’egittologo britannico, infatti, la maschera non sarebbe stata realizzata originariamente per Tutankhamon ma per una donna. Solo in un secondo momento, a causa della morte improvvisa del faraone, l’oggetto sarebbe stato riutilizzato cambiandone in parte i connotati. La stessa cosa sarebbe successa anche con il sarcofago aureo più interno. Finora, però, i suoi ragionamenti si erano fermati su osservazioni tutt’altro che probanti come la diversa composizione dell’oro del nemes (22,5 carati) rispetto a quella del volto (18,4 carati); quest’ultima porzione sarebbe stata sostituita al momento del “riciclo”. Un altro indizio si troverebbe nella presenza di buchi ai lobi delle orecchie, caratteristica molto rara nelle rappresentazioni dei sovrani maschi e, quindi, più adatta a un utilizzo femminile.

Con il recente restauro* della barba posticcia, però, si è prospettata la possibilità di analizzare da vicino la maschera e, da una foto scattata al cartiglio reale (vedi in alto), è arrivata quella che potrebbe essere la prova del nove. Tra i geroglifici del praenomen di Tutankhamon, Neb-Kheperu-Ra (“Ra è signore delle manifestazioni”), si intravedono segni leggeri riconducibili a una precedente iscrizione mantenuta solo in minima parte. Reeves, in collaborazione con specialisti del calibro di Ray Johnson (University of Chicago, Oriental Institute) e Marc Gabolde (Université Paul Valéry – Montpellier III), ha provato a ricostruire la titolatura cancellata per arrivare al nome del vero proprietario. Nel disegno in basso realizzato da Gabolde, si vedono le tracce precedenti in rosso, l’attuale cartiglio in verde e quello originario in arancio: anx-xprw-ra mr(.t) nfr-xprw-ra, “Ankhkheperura amata da Neferkheperura (nome d’intronizzazione di Amenofi IV)”. Il predecessore di Tutankhamon, quindi, sarebbe Ankhkheperura Neferneferuaten, co-reggente di Akhenaton e meglio conosciuta come Nefertiti. Poi, con il passaggio della maschera al “faraone bambino”, il cartiglio sarebbe stato accorciato creando spazio per la formula mAa-xrw, “giusto di voce”.

Immagini e articolo originale nel Journal of Ancient Egyptian Interconnections vol. 7 n°4.

*Il restauro è stato completato e la maschera sarà di nuovo esposta al pubblico il 16 dicembre dopo una conferenza stampa del ministro El-Damaty.

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Source: “The Golden Mask of Ankhkheperure Neferneferuaten”

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Identificato il più antico “abbecedario” conosciuto

Un ostrakon egizio del XV secolo a.C. sarebbe il più antico esempio di “abbecedario” conosciuto finora. Ad affermarlo è Ben Haring (Universiteit Leiden) che ha decifrato lo strano testo in ieratico dipinto con inchiostro nero sui due lati di una scaglia di calcare. L’oggetto, di 9 x 8,5 cm, era stato scoperto nel 1992 dalla missione diretta da Nigel Studwick (University of Cambridge) a Tebe Ovest, nella tomba di Senneferi (TT99), ministro del Tesoro sotto Thutmosi III (1457-1424).

La lingua egizia, ovviamente, non è alfabetica come la nostra, ma sembra che l’ostrakon presenti comunque una lista di parole ordinata per il rispettivo primo suono, posizionato sulla colonna di sinistra. Non abbiamo quindi la successione A-B-C (’alef-beth-gimel) ma il sistema “Halaḥam” (HLḤM), tipico di Egitto, Sud Arabia ed Etiopia.

Lo studio è stato pubblicato sull’ultimo numero del Journal of Near Eastern Studies: “Halaḥam on an Ostracon of the Early New Kingdom?”

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Guida galattica per gli autostoppisti (morti)?

Source: scientificamerican.com

Source: scientificamerican.com

Gli antichi Egizi viaggiavano verso il cielo… No, non sono impazzito e non c’è nemmeno bisogno di tirare in ballo tecnologie perdute, i “geroglifici di Abido”, i canali della Grande Piramide o Stargate. A volare verso gli astri era l’anima che, dopo la morte, soprattutto nella religione di Antico Regno e nei Testi delle Piramidi, raggiungeva le “stelle imperiture”, cioè le stelle circumpolari che non tramontano mai durante l’anno. Secondo la topografia celeste, infatti, nell’area più settentrionale della volta, si trovava il “”paradiso”” (scritto volutamente con doppie virgolette) con i Campi dei Giunghi (sxt iArw) e i Campi delle Offerte (sxt Htpw), dove il faraone avrebbe passato la sua vita ultraterrena.

Tra la IX e la XII dinastia, quando ormai le formule funerarie si erano trasferite dalla pietra al legno, nella parte interna dei coperchi dei sarcofagi, si vedono calendari stellari, considerati come primordiali orologi o comunque come sistemi di conteggio del tempo nelle ore notturne che sfrutterebbero la posizione delle stelle nei vari periodi dell’anno. Queste tavole presentano una griglia divisa in quattro quadranti principali con il nome delle stelle e gli “spostamenti” per ogni decano (il periodo di 10 giorni che divide il mese in tre parti).

Un’interpretazione alternativa, però, arriva da Sarah Symons (McMaster University in Ontario) che, dopo anni di studio sui 27 esemplari di calendario stellare conosciuti (tra i più belli, c’è quello del sarcofago di Idi da Asyut, in foto, oggi conservato presso il Museum der Universität Tübingen) e con l’aiuto di un software in grado di ricreare il cielo notturno di 4000 anni fa, pensa che le tabelle, in realtà, siano mappe stellari per aiutare il defunto a completare la sua ascesa, con il percorso segnalato grazie alla diversa posizione delle costellazioni.

L’articolo originale, “Stars of the Dead”, sarà pubblicato sul numero di ottobre di Scientific American.

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La tomba di Tutankhamon nasconderebbe quella di Nefertiti?

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“If I’m wrong I’m wrong, but if I’m right this is potentially the biggest archaeological discovery ever made”…

Non usa mezze misure l’autore della teoria che, in questi giorni, sta provocando clamore nel mondo dell’egittologia. Nicholas Reeves (University of Arizona) ha recentemente pubblicato un articolo in cui afferma che la tomba di Tutankhamon potrebbe nascondere quella di Nefertiti. La Camera Funeraria, infatti, darebbe accesso a due passaggi murati e finora passati inosservati. La “potenziale” scoperta è stata fatta notando crepe quasi invisibili sugli intonaci dipinti della stanza grazie alle foto ad alta risoluzione messe a disposizione su internet dalla Factum Arte. Le immagini sono il risultato dell’acquisizione delle superfici della struttura tramite laser scanner per la realizzazione della copia a grandezza naturale della tomba che ora si trova accanto alla Carter’s House. Ma andiamo per ordine.

La KV62 ha sempre colpito per le dimensioni ridotte rispetto alle altre tombe della Valle dei Re; inoltre, l’80% del corredo funerario è palesemente un riutilizzo di “seconda mano”, accatastato in fretta dopo la morte prematura di Tutankhamon. E se fosse stata sfruttata anche una sepoltura preesistente? Magari quella del successore di Akhenaton. D’altronde, il periodo post amarniano è ancora piuttosto oscuro e non è chiaro chi abbia governato l’Egitto alla morte del “faraone eretico” (definizione puramente popolare che non condivido). Di Smenkhara abbiamo pochi dati, mentre recenti ipotesi collocano Nefertiti prima come co-reggente e poi come successore. Inizialmente, infatti, si pensava che la regina fosse morta o caduta in disgrazia nella seconda metà del dominio di Akhenaton per la sparizione del suo nome nei documenti ufficiali; invece, nel 2012 a Dayr Abu Ḥinnis, è stata scoperta un’iscrizione del 16° anno di regno in cui si legge: “Grande Sposa Reale, la sua amata, Signora delle Due Terre, Neferneferuaten Nefertiti” [Van der Perre A., Nefertiti’s last documented reference (for now), in Seyfried F. (ed.), In the light of Amarna: One hundred years of the Nefertiti discovery, Berlin 2013, p.195-197]. Secondo Reeves, alcuni oggetti del corredo di Tut con le tracce dei cartigli di Ankhkheperura e Neferneferuaten, apparterrebbero proprio a Nefertiti e non a Smenkhara (che, a questo punto, sarebbe solo un nuovo nome d’intronizzazione). L’egittologo britannico aggiunge che anche i testi, l’iconografia e le fattezze dei reperti fanno pensare a un proprietario femminile, come suggerirebbero gli inusuali buchi ai lobi delle orecchie della maschera d’oro.

Source: www.academia.edu/14406398/The_Burial_of_Nefertiti_2015_

Source: The Burial of Nefertiti?

Tornando alle immagini della Camera funeraria, l’unica a essere intonacata e dipinta, applicando particolari filtri si vedrebbero lesioni rettangolari riconducibili a portali nelle pareti ovest e nord (vedi ricostruzione in alto). In quella O, in cui sono rappresentati i 12 babbuini della 1ª ora del “Libro dell’Amduat”, l’apertura sarebbe simmetrica a quella della “Camera del Tesoro” e potrebbe condurre a una stanza omologa; invece, l’eventuale porta del muro N (da destra verso sinistra: Ay procede all’Apertura della bocca della mummia del defunto, Tutankhamon è accolto da Nut nell’Aldilà e, infine, il faraone, accompagnato dal suo Ka, abbraccia Osiride), in asse con l’Anticamera, nasconderebbe il resto della tomba sigillato per far posto alla sepoltura del successore di Nefertiti, morto prima che ne fosse realizzata una per lui.

Al di là dell’attendibilità dei ragionamenti addotti da Reeves, la teoria sarebbe facilmente verificabile con indagini non distruttive come quelle soniche. Ma, prima di farvi una vostra opinione, vi consiglio di leggere l’articolo originale: “The Burial of Nefertiti?”

Source: The Burial of Nefertiti?

KV62, Camera Funeraria, Parete Ovest (Source: The Burial of Nefertiti?)

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KV62, Camera Funeraria, Parete Nord (Source: The Burial of Nefertiti?)

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Middle Kingdom Studies 1: “The World of Middle Kingdom Egypt (2000-1550 BC)”, Volume I

9781906137434Interessante novità editoriale tutta incentrata su un’epoca della storia faraonica che, strano a dirsi, è piuttosto snobbata. Quando si parla di Egitto, la gente pensa subito alle grandi piramidi di Antico Regno e alle tombe di Nuovo Regno della Valle dei Re. Quindi, sembra che il grande pubblico, ma anche molti studiosi, si sia dimenticato del Medio Regno. Per ovviare a questa lacuna, Gianluca Miniaci  e Wolfram Grajetzki, esperti del periodo, hanno ideato una nuova serie di pubblicazioni dove far confluire interventi di egittologi di tutto il mondo su archeologia, storia dell’arte, religione e lingua: “Middle Kingdom Studies”. La vera novità, però, consiste nell’abolizione della rigida divisione temporale classica che si limita alla fine della XI e alla XII dinastia a beneficio di un allargamento al I e al II Periodo Intermedio. In totale, quindi, viene coperto un range cronologico che va dal 2000 al 1550 a.C. circa.

 

Gli articoli del primo numero (http://www.goldenhp.co.uk/index2.htm) sono i seguenti:

  • Burial Assemblages of the Late Middle Kingdom, Shaft-tombs in Dahshur North Masahiro Baba, Ken Yazawa
  • Stone Objects from the Late Middle Kingdom Settlement at Tell el-Dabʻa, Bettina Bader
  • The Statue of the Steward Nemtyhotep (Berlin ÄM 15700) and some Considerations about Royal and Private Portrait under Amenemhat III, Simon Connor
  • Thoughts on the Sculpture of Sesostris I and Amenemhat II, Inspired by the Meket-re Study Day, Biri Fay
  • London BM EA 288 (1237) – a Cloaked Individual, Biri Fay
  • Neferusobek Project: Part I, Biri Fay, Rita E. Freed, Thomas Schelper, Friederike Seyfried
  • A Torso gets a Name: an Additional Statue of the Vizier Mentuhotep?, Rita E. Freed
  • Three Burials of the Seventeenth Dynasty in Dra Abu El-Naga, José M. Galán, Ángeles Jiménez-Higueras
  • A Middle Kingdom Stela from Koptos (Royal Pavilion & Museums, Brighton & Hove HA282043), Wolfram Grajetzki
  • Hathor and her Festivals at Lahun, Zoltán Horváth
  • King Seankhibra and the Middle Kingdom Appeal to the Living, Alexander Ilin-Tomich
  • A unique Funerary Complex in Qubbet el-Hawa for Two Governors of the Late Twelfth Dynasty, Alejandro Jiménez Serrano
  • In the Realm of Reputation: Private Life in Middle Kingdom Auto/biographies, Renata Landgráfová
  • The So-called Governors’ Cemetery at Bubastis and Provincial Elite, Tombs in the Nile Delta: State and Perspectives of Research, Eva Lange
  • The Archetype of Kingship Who Senwosret I claimed to be, How and Why?, David Lorand
  • Tracing Middle Kingdom Pyramid Texts Traditions at Dahshur, Antonio J. Morales
  • New Approaches to the Study of Households in Middle Kingdom and Second Intermediate Period Egypt,  Miriam Müller
  • The (social) House of Khnumhotep, Melinda G. Nelson-Hurst
  • Scribes of the Gods in the Coffin Texts, Rune Nyord
  • The Significance of the Hieroglyph  ‘The Egg with the Young Bird Inside, Mohamed Gamal Rashed
  • The Canopic Chest of Khakheperreseneb/Iy – Louvre E 17108, Patricia Rigault
  • I am a Nbt-pr, and I am Independent Danijela Stefanović, Helmut Satzinger
  • Garstang’s El Arabah Tomb E.1, Angela M. J. Tooley
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Tradotto antico codice copto con rituali magici

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Source: livescience.com

Due ricercatori australiani hanno pubblicato la traduzione di un antico codice copto contenente rituali magici della Chiesa egiziana dei primi secoli. Nel loro libro, “A Coptic Handbook of Ritual Power”, Malcolm Choat (Macquarie University, Sidney) e Iain Gardner (University of Sidney) presentano un manuale completo del VII-VIII secolo, composto da 20 pagine di pergamena in cui sono scritte in copto alcune invocazioni e formule propiziatorie, forse due parti distinte unite in un secondo momento. Dopo la richiesta dell’aiuto di figure divine (tra cui la finora sconosciuta Bakhtiotha), ci sono una serie di esorcismi e riti, accompagnati da disegni, per il raggiungimento della buona sorte in affari, salute e amore. Per conquistare il proprio oggetto del desiderio, ad esempio, il codice raccomanda di recitare una particolare preghiera su due chiodi e poi di infiggerli ai lati dello stipite della porta di casa dell’amato/a.

Non si conosce l’origine del documento. La Macquarie University lo acquistò nel 1981 da un antiquario austriaco senza ricevere alcuna informazione. Dallo stile, si pensa che possa venire dall’Alto Egitto e, in particolare, dall’area di Ashmunein/Hermopolis. Inoltre, la prima parte ricorda la teologia dei Seziani, una corrente gnostica che si rifaceva a Seth, terzo figlio di Adamo ed Eva. I loro testi, molti dei quali, compresi alcuni vangeli apocrifi, vennero ritrovati nel 1945 a Nag Hammadi (nella parte nord dell’ansa di Qena), cominciarono ad essere considerati eretici fino all’estinzione totale della setta intorno al VII secolo. Quindi, la presenza di queste invocazioni insieme a quelle ortodosse data il codex e lo colloca in una fase transizionale.

 

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Ipotesi sul funzionamento della meridiana della Valle dei Re

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Source: aaatec.org

All’inizio del 2013, la missione dell’Università di Basilea a Tebe Ovest diretta da Susanne Bickel ha scoperto una delle più antiche meridiane della storia. Gli archeologi stavano lavorando in un’area della Valle dei Re occupata da capanne in pietra usate dai costruttori delle tombe nel XIII sec. a.C., quando è venuto alla luce un ostrakon in calcare con un disegno in inchiostro nero. Si tratta di un semicerchio diviso in 12 sezioni di circa 15° che partono dal centro della base lunga 16 cm. Qui si trova il foro di alloggiamento dello gnomone la cui ombra proiettata era utilizzata per misurare il tempo, anche grazie a puntini segnati all’interno delle singole sezioni. L’ubicazione dell’oggetto ha fatto pensare al suo possibile utilizzo per il calcolo delle ore di lavoro.

Gli studiosi svizzeri hanno realizzato un modello di funzionamento che prevede la posizione verticale della meridiana con lo gnomone orizzontale. Questo sistema comporterebbe un’imperfezione variabile degli angoli delle sezioni che, a seconda del periodo dell’anno, va dai 5 agli 8,2° causando un errore medio di 12 minuti. Per ovviare a questa imprecisione, Larisa Vodolazhskaya (Southern Federal University, Rostov sul Don) ha recentemente pubblicato su “Archaeoastronomy and Ancient Technologies” le sue conclusioni alternative. Calcolando gli angoli in relazione alla latitudine della Valle dei Re e studiando gli altri esemplari di orologi solari ritrovati in Egitto, sembrerebbe che la soluzione migliore preveda una meridiana verticale con uno gnomone inclinato che rende stabile la misurazione del tempo durante tutte le stagioni. Questo sistema, combinato con una meridiana ad L (nell’immagine un esempio risalente al regno di Thutmosi III e conservato presso l’Ägyptische Museum di Berlino), avrebbe un errore di soli 0,9° e di 3,6 minuti. Paradossalmente, l’orologio “russo” sarebbe quasi quattro volte più preciso di quello “svizzero”!

Molto interessante è anche la posizione delle linee che indicano le 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12 e poi, con uno scatto di mezz’ora, 12:30, 13:30, 14:30, 15:30, 16:30 e 18. Questo cambiamento potrebbe segnalare la pausa lavorativa nel momento più caldo della giornata, la siesta dalle 12 alle 13:30.

L’articolo originale: http://aaatec.org/documents/article/vl4.pdf

 

 

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Gli antichi Egizi potrebbero aver deviato il corso del Nilo per proteggere Karnak

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Il corso del Nilo sarebbe stato deviato dagli antichi Egizi che, inoltre, avrebbero creato una diga-argine per proteggere Karnak dalle piene annuali del fiume. Questo è ciò che risulta dalla tesi di dottorato di Mansour Boraik, capo dell’Amministrazione Centrale delle Antichità del Medio Egitto, che ha studiato l’area esterna del complesso templare. Una struttura in pietra recentemente scavata, lunga 40 m, alta 7 e larga 3, risale al Nuovo Regno e potrebbe essere stata utilizzata come attracco per la zona sacra. A conferma di questa ipotesi, sono state ritrovate tracce di banchine e di muri su diversi livelli dove venivano trascinate le barche per lo scarico delle merci.

Effettivamente, studi geologici e geomorfologici del 1980 della NASA hanno rivelato che il corso del Nilo subì uno spostamento verso ovest tra il XXIV e il XV secolo a.C.

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MediterraneoAntico: I “Popoli del Mare” nelle fonti scritte egiziane del Nuovo Regno

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Tempio di Medinet Habu: particolare di prigionieri Peleset catturati da Ramesse III

Sono molto felice di presentarvi un mio articolo dal titolo «I “Popoli del Mare” nelle fonti scritte egiziane del Nuovo Regno». Il pezzo è pubblicato sul primo numero di MediterraneoAntico, il digital magazine di Egittologia.net  ideato e diretto da Paolo Bondielli, tra le altre cose, autore e coautore di diversi saggi storici sull’antico Egitto per l’Ananke, socio fondatore e membro del Consiglio di Amministrazione dell’Associazione Egittologia.net e membro effettivo del “Min Project”, lo scavo della Missione Archeologica Canario-Toscana presso la Valle dei Nobili a Sheik abd el-Gurna. Ma prima di darvi il link, lascio la parola a Paolo per presentare questa nuova avventura editoriale:

Il Magazine ha avuto una genesi complessa e lenta perché non è stato un punto da cui sono partito per sviluppare un progetto, ma un punto a cui sono arrivato successivamente e che ancora – assieme allo staff che ho raccolto intorno a me – stiamo cercando di “centrare”.

Presa coscienza che il repentino e roboante ingresso di Facebook nelle nostre quotidiane abitudini informatiche stava provocando un sostanziale rallentamento delle attività di tutte le community, compresa quella di Egittologia.net, ho cercato una soluzione che mi consentisse di portare avanti quello che più amo fare: divulgare la cultura dell’antico Egitto.

La prima idea è stata quella di creare una newsletter ben strutturata, anche graficamente, dove raccogliere informazioni dal mondo dell’Egittologia, dell’editoria e dell’archeologia, con articoli che potevano essere presi  nei vari siti d’informazione. Ma lavorando allo sviluppo di questa soluzione, mi appariva sempre più evidente che avremmo potuto fare di più.

Egittologia.net ha sempre raccolto intorno a se appassionati di un certo livello, con conoscenze specifiche tali da poter partecipare attivamente a progetti importanti. Persone che da molto tempo frequentavano l’ambiente dell’Egittologia, le biblioteche universitarie e che, in taluni casi, avevano già pubblicato dei saggi o partecipato a conferenze sull’antico Egitto in qualità di relatori, oltre ad aver compiuto numerosi viaggi nella terra dei Faraoni.

Perché allora non mettere in campo questo “sapere”?

Perché non attingere a quel materiale che nel corso degli anni è stato depositato nei vari spazi del nostro sito?

Ed è così che da una semplice newsletter di tipo passivo, cioè messa assieme con materiale prodotto da altri e che noi avremmo solo raccolto e spedito, siamo passati a qualcosa che ci avrebbe resi protagonisti del nostro lavoro.

Ma tutti questi pensieri non avevano ancora preso la forma del magazine, perché  – insieme alle persone che nel frattempo mi si erano raccolto intorno – avevo pensato di distribuire nei vari forum della community gli  articoli, a seconda dell’argomento che l’autore avrebbe deciso di trattare. Successivamente avremmo spedito una newsletter per avvisare l’uscita dei nuovi articoli.

Ma tutto questo non era ancora quello che volevo.

Nel frattempo avevo chiesto ad alcuni amici e studiosi di cominciare a scrivere degli articoli e una volta ricevuti, assieme alle foto, provai senza uno scopo preciso, ad impaginarli tutti su word.

Inserii anche le fotografie e, con le mie capacità di semplice utilizzatore di base, cercai di dare una forma a tutto quel materiale. Trasformai poi l’intero file in un documento PDF e il risultato, anche se qualitativamente decisamente scarso, mi folgorò!

Nacque in quel momento l’idea di creare uno spazio formato da pagine bianche su cui far scrivere tutti coloro che ne avessero voglia, tempo e nozioni sufficientemente approfondite in materia di antico Egitto.

Uno strumento che si distaccasse dal sito, pur restandone una diretta emanazione.

E’ nato quindi il magazine vero e proprio, dapprima ad indirizzo esclusivamente egittologico e poi – come dimostrano anche i cambiamenti sostanziali che abbiamo apportato a questo nuovo numero – dedicato all’archeologia del Mediterraneo.

Oggi scrivono per il magazine quasi prevalentemente egittologi o archeologi, e ci piace dare spazio ai giovani laureati, che spesso hanno lavorato su tesi di grande interesse, che poi finiscono in un cassetto e restano inutilizzate.

Presto sarà online il nuovo sito di Egittologia.net e così completeremo questa fase di rinnovamento integrando il magazine, il sito e le possibilità date dai social in termini di bacino di utenza e quindi di diffusione dei contenuti.

Potete scaricare gratuitamente il numero cliccando sul seguente link:  http://www.egittologia.net/Portals/0/Magazine-AnticoEgitto-Egittologia/Magazine-MA-EgittologiaNet_01-2014/Magazine-MA-EgittologiaNet_01-2014.html#1

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La dendrocronologia confermerebbe la “cronologia lunga”

Lo studio degli anelli degli alberi su campioni di legno prelevati nel 1938 da un sarcofago egizio confermerebbe l’esattezza della “cronologia lunga” in Egitto. I frammenti, tenuti per quasi cento anni in una scatola di sigari, provengono dal sarcofago di Ipi-ha-ishutef (vedi foto) trovato in una tomba a Saqqara risalente al I Periodo Intermedio. Le analisi sono state realizzate da Sturt Manning (Cornell University, Ithaca NY) che è riuscito ad arrivare a una datazione molto precisa: 2200 ± 10 a.C. Lo scienziato ha lavorato anche su reperti di un’epoca diversa, il Medio Regno, cioè sulle barche sacre scoperte nelle vicinanze della piramide di Sesostri III (1872-1854) a Dashur.

I dati raccolti, pubblicati nell’ultimo numero del Journal of Archaeological Science, hanno confermato che la cronologia lunga potrebbe essere quella più attendibile. Inoltre, hanno individuato un’anomalia climatica intorno al 2200 a.C., con un repentino periodo di siccità che, secondo Manning, avrebbe avuto ripercussioni storiche importanti come la fine dell’Antico Regno in Egitto e la caduta dell’impero accadico.

Per i non addetti ai lavori, la dendrocronologia è un sistema di datazione che si basa sugli anelli di accrescimento degli alberi il cui spessore dipende dal clima dell’anno. Alberi della stessa specie, cresciuti nella stessa area geografica, producono una serie simile, fattore che permette di creare un modello esatto applicabile per quel luogo. Le sequenze possono essere anche molto lunghe come nel caso del Pinus aristata in California che arriva al 6000 a.C. Questa regolarità è sfruttata per calibrare il metodo del radiocarbonio correggendone gli errori dovuti alle variazioni di concentrazione di C14 nell’atmosfera.

 

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