rapporti di scavo

L’Edificio della Barca di Sesostri III e i graffiti di 120 navi

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Source: livescience.com

120 navi nel deserto: no, non è un miraggio ma la spettacolare scoperta effettuata dalla missione ad Abido Sud del Penn Museum (University of Pennsylvania) diretta da Josef Wegner. Nei pressi del complesso funerario di Sesostri III (1878-1841), infatti, tra il 2014 e il 2016, è stata liberata dalla sabbia una struttura sotterranea già nota dal 1904 (Arthur Weigall, Egypt Exploration Fund), ma mai scavata. Si tratta di una camera rettangolare (21 x 4 m) in mattoni crudi con copertura a volta a botte, sulle cui pareti stuccate di bianco è stato individuato un gran numero (120, per l’appunto) di graffiti che rappresentano imbarcazioni di diverso tipo e grandezza (da 10 cm al 1,5 m), più alcune immagini di gazzelle, bovini e fiori. La resa dei particolari è molto precisa grazie alla presenza di alberi, vele, cabine, timoni, remi e vogatori.

Anche se l’utilizzo della struttura non è ancora del tutto chiaro, è probabile che il cosiddetto “Boat building” ospitasse la barca funeraria del faraone di XII dinastia, di cui si sono conservate alcune tavole deposte in una cavità al centro della stanza. Molto interessante è anche il ritrovamentento di oltre 145 “giare da birra” sepolte lungo il viale d’accesso alla camera, molte delle quali con il collo rivolto proprio verso l’ingresso. La presenza di queste ceramiche è stata spiegata come sepoltura simbolica di contenitori di acqua su cui far galleggiare la barca reale nel viaggio nell’aldilà o come deposito dei vasi effettivamente usati per la lubrificazione del terreno durante il traino del natante nella struttura.

La pubblicazione originale si trova sull’ultimo numero dell’International Journal of Nautical Archaeology:  http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/1095-9270.12203/full

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Source: livescience.com

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Scoperto archivio del Supreme Council of Antiquities

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Source: MSA

Notizia che interesserà soprattutto a bibliotecari e archivisti. In un magazzino della sede del Supreme Council of Antiquities (SCA) a el-Abbassiya, Cairo, è stata ritrovata una cospicua raccolta di documenti dell’Ottocento e degli inizi del Novecento (la nota del Ministero delle Antichità indica anche carte del XVIII secolo). Tra foto, mappe, report di missioni archeologiche (ESS, UCL, IFAO) e progetti di musei (Giza, Bulaq e l’attuale Museo Egizio), figura anche la corrispondenza tra i direttori del Servizio delle Antichità egiziane, Jacques de Morgan (1892-1897), Gaston Maspero (1881-1886), Pierre Lacau (1914-1936), e i più famosi egittologi dell’epoca come Flinders Petrie, Howard Carter e Georges Legrain. Curioso è l’esempio della lettera del 1921 di Aylward Blackman (a sinistra) che scrive di dover rimandare di un anno la missione di documentazione del sito di Meir, Medio Egitto, a causa del mancato finanziamento da parte dell’Egypt Exploration Society. Il direttore Lacau (a destra) risponde in francese assicurando il britannico sulla copertura delle tombe.

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“Excavation in the Meroitic Cemetery of Dangeil, Sudan”

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Source: Berber-Adibiya Archaeological Project

Nel 2002, gli abitanti del villaggio sudanese di Dangeil (sud della V cataratta) scoprirono per caso una necropoli kushita risalente al I sec. d.C. Da allora, l’indagine archeologica è affidata alla National Corporation for Antiquities and Museums in collaborazione con il British Museum attraverso il Berber-Adibiya Archaeological Project grazie al quale sono state individuate 52 tombe ipogee. Nella maggior parte dei casi, le sepolture sono semplici fosse triangolari (vedi foto) con una scala di accesso che parte dal vertice dell’altezza (orientamento E-O) e che arriva a una stanza sepolcrale ovale. I defunti sono in posizione fetale, in asse N-S e con il volto diretto a ovest.

Molto interessanti gli oggetti provenienti dai corredi, tra cui spiccano i grandi vasi che contenevano birra di sorgo, una particolare forma ceramica con sette coppe unite, una scatoletta apotropaica in faience decorata con due udjat e un rarissimo anello-sigillo in argento con l’immagine di una divinità cornuta interpretata come Amon. La cosiddetta “Tomba dell’arciere”, invece, è chiamata così per la presenza di numerose punte di freccia e perché, al pollice destro dello scheletro, era ancora infilato un anello di pietra che veniva usato per agganciare la corda. I Nubiani erano degli abili arcieri; non a caso, durante l’Antico Regno, gli Egizi chiamavano la Bassa Nubia Ta-Sety, “Terra dell’Arco”.

Queste e molte altre informazioni sullo scavo (corredate di foto) sono ora disponibili grazie alla pubblicazione gratuita in PDF Excavation in the Meroitic Cemetery of Dangeil, Sudan” di Nahmoud Suliman Bashir (NCAM) e Julie Anderson (BM):

http://bookleteer.com/book.html?id=2963&ui=embed#page/1/mode/1up

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Ufficializzata la scoperta di una tomba del III P.I. a Qubbet el-Hawa

10347808_732980753414244_6101244161603462644_nIl Ministero delle Antichità ha finalmente annunciato ufficialmente una scoperta che avevo già riportato lo scorso 1 marzo. La missione spagnola a Qubbet el-Hawa (sud di Assuan) diretta da Alejandro Jiménez, infatti, aveva rotto il solito protocollo anticipando le autorità egiziane con una nota sul diario di scavo on-line. Si tratta di una serie di sepolture di III Periodo Intermedio (650-525 a.C. circa) nel complesso sepolcrale di Medio Regno QH33. Nella nuova camera funeraria, sono stati individuati 9 sarcofagi lignei  con le relative mummie appartenenti a governatori locali. Ulteriori dati verranno rilasciati il prossimo 6 giugno a Madrid durante una conferenza dal titolo “Sexta campaña de excavaciones en el recinto funerario de dos gobernadores de finales de la dinastía XII (QH33)”.

www.ujaen.es/investiga/qubbetelhawa/

 

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Ulteriori dati sulla tomba predinastica di Hierakonpolis

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Source: hierakonpolis-online.org

La missione a Hierakonpolis diretta da Renee Friedman (British Museum) ha reso note ulteriori informazioni sulla tomba predinastica recentemente scoperta. La sepoltura (Tomba 72) si trova in una posizione preminente nell’area occidentale della necropoli HK6. Le dimensioni non erano monumentali (3,2 x 2 m), ma c’era una sovrastruttura in legno testimoniata da fori d’alloggiamento di pali. Le ossa del giovane defunto (17-20 anni) erano sparse nel materiale di riempimento e solo alcune falangi e parte del bacino si trovavano sul pavimento della buca (una volta coperto da stuoie vegetali) per l’evidente intervento di un profanatore. Il corredo funebre, però, non è stato toccato e corrisponde a uno dei più ricchi dell’epoca mai individuati. Il reperto più importante consiste in una statuetta di 32 cm in avorio d’ippopotamo che rappresenta un uomo barbuto stante. Lo stato di conservazione è sorprendente: mancano solo le braccia e la superficie è stata erosa dalle termiti, ma sono ancora chiari i tratti del volto. Barba, naso aquilino, grandi orecchie, sopracciglia arcuate e labbra sporgenti sono tutte caratteristiche riscontrate anche in maschere ceramiche peculiari del cimitero HK7 che, quindi, probabilmente, raffiguravano la stessa divinità o entità sovrannaturale. Vicino alla statuetta, si trovava un contenitore ceramico intatto con una decorazione incisa a forma di leone. Dai resti di materiale organico circostante, si pensa che i due oggetti fossero inseriti in una scatola di legno.

Molto interessanti sono le due palette in diorite accompagnate da ciottoli naturalmente levigati che venivano usati per la polverizzazione dei trucchi (ci sono tracce di malachite verde e ocra rossa insieme a due contenitori in avorio con ocra gialla). Inoltre, sono stati ritrovati numerosi arnesi come lame, lamelle e coltelli seghettati in selce. In avorio anche 9 pettini, tra cui due sono decorati con la silhouette di un ippopotamo (vedi foto) e di quello che dovrebbe essere un asino. Il defunto ricevette anche offerte di cibo delle quali rimangono ossa di pecora e capretto. Tutti questi oggetti datano la tomba al periodo Naqada IIA-B (circa 3700-3600 a.C.).

La posizione e il corredo hanno fatto pensare agli archeologi che fosse il sepolcro di uno dei re di Hierakonpolis quando l’Egitto non era ancora stato unificato. Sovrano che, però, potrebbe aver subito la prima damnatio memoriae della storia perché chi ha disturbato la tomba nel predinastico non lo ha fatto per rubare gli oggetti in essa contenuti ma per dissacrare i resti del morto. Inoltre, sembra che ci sia stata la volontà di occultare la struttura bruciando i pali sovrastanti e coprendo il tutto con sabbia e ghiaia.

Per altri dati e le foto dei ritrovamenti: http://hierakonpolis-online.org/index.php/explore-the-predynastic-cemeteries/hk6-elite-cemetery/tomb-72

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Amarna, report della stagione primaverile 2014

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Source: Egyptology News

Barry Kemp, direttore dell’Amarna Project, ha messo a disposizione su Egyptology News un rapporto preliminare sulle attività di scavo e restauro della stagione primaverile 2014 nella capitale di Akhenaton. I lavori si sono concentrati soprattutto sul Grande Tempio di Aton per il quale, sulla base dei risultati degli anni precedenti, ci sono dubbi riguardo l’unicità strutturale (quel che è sicuro è che ci furono due fasi realizzative). In modo particolare, gli archeologi hanno rimossi i cumuli di sterro risultanti dai vecchi scavi di Pendlebury e hanno esteso le trincee del 1932 a 6 nuove aree (quelle contornate in rosso nella mappa).

Tra il materiale ritrovato, molti blocchi presentano rotture intenzionali atte ad eliminare modanature e decorazioni varie, cosa che conferma il riutilizzo della pietra da costruzione, soprattutto nella vicina Ermopoli, una volta abbandonata Akhetaton. E’ stato coperto anche un frammento di statua a grandezza naturale che rappresenta una donna della famiglia reale con una veste riccamente plissettata. Inoltre, è continuata la realizzazione di moderni muri che segnino il perimetro del tempio.

Per il testo integrale del report: http://egyptology.blogspot.it/2014/04/amarna-spring-season-2014-second-report.html

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Abido, Presentati i risultati dello scavo su tomba con piramide del 1300 a.C.

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Source: livescience.com

Durante il meeting annuale dell’American Research Center in Egypt (4-6 aprile), saranno presentati i risultati dello scavo della University of Pennsylvania di una tomba del 1300 a.C. ad Abido. Questa missione, tra 2013 e 2014, ha compiuto scoperte straordinarie, tra cui le sepolture dei faraoni Sobekhotep I (XIII din.) e Senebkay, sempre del II P.I. e forse il primo re ad essere individuato di una sconosciuta “Dinastia di Abido” che non ha lasciato tracce sulle fonti storiche.

La tomba in questione è più recente (Nuovo Regno) e apparterrebbe a uno scriba di nome Horemheb. La struttura era completamente ipogea se si esclude la piramide all’ingresso che doveva raggiungere i 7 metri d’altezza. Il nome del defunto è sul bel sarcofago in arenaria dipinta di rosso e finemente lavorato con figure di divinità e formule tratte dal Libro dei Morti. Non è stata ritrovata la mummia all’interno perché la tomba era stata depredata più volte già in antichità; tuttavia, sono stati individuati i resti ossei disarticolati di 3 o 4 uomini, 10/12 donne e due bambini. Kevin Cahail, che ha diretto lo scavo, afferma che il numero di ossa femminili potrebbe essere spiegato non solo con la poligamia, ma anche con sepolture familiari appartenenti a più generazioni o a inumazioni abusive successive.

Source: ancient-origins.net

Source: ancient-origins.net

 

Tra i ritrovamenti più importanti, spicca un rarissimo amuleto in diaspro verde e rosso (qui a sinistra) che rappresenta il cuore ib. Probabilmente legato alla psicostasia, la “pesatura dell’anima” del cap. 125 del Libro dei Morti, il piccolo oggetto potrebbe essere stato inserito nel petto di uno dei morti oppure semplicemente al collo come pendente. Altra reperto interessante è un ushabti dipinto individuato in un’altra camera funeraria, questa volta senza sarcofago. Sulla statuetta si legge il nome di quello che potrebbe essere, secondo gli archeologi americani, il padre o il fratello maggiore di Horemheb, cioè Ramessu “Sovrintendente alle Scuderie”.

 

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Presentati i risultati sugli scavi della Piramide di Edfu

Al recente simposio di egittologia organizzato a Toronto dalla Society for the Study of Egyptian Antiquities, Gregory Marouard ha presentato i risultato delle ultime campagne del Tell Edfu Project (Oriental Institute of Chicago). L’attenzione si è focalizzata, in particolare, sulla piccola piramide scavata fin dal 2010.

La struttura fa parte del gruppo delle cosiddette sette “piramidi provinciali”, monumenti privi di stanze interne fatti costruire da Huni (III din., 2635-2610  a.C.) o Snefru (IV din., 2610-2590) in Medio e Alto Egitto: Seila, Zawiet al-Meitin, Sinki, Naqada, al-Kula, Edfu ed Elefantina. Almeno sei su sette hanno dimensioni simili, quindi sembra che le piramidi siano state realizzate con un progetto unico atto a confermare il potere del sovrano nelle province meridionali. 

La costruzione di Edfu era alta, in origine, 17 metri, anche se ora ne raggiunge a mala pena 5 a causa del saccheggio dei blocchi e dell’erosione degli agenti atmosferici. Infatti, gli archeologi diretti da Marouard non pensavano nemmeno che fosse una piramide quando hanno cominciato a liberarla dalla sabbia e dai rifiuti moderni (la zona è pericolosamente vicina a un cimitero contemporaneo). I locali pensavano che corrispondesse addirittura alla tomba di un santo islamico. La tipologia era “a gradoni”, come la piramide di Djoser a Saqqara, e il materiale veniva prelevato da una cava di arenaria lontana solo 800 m a nord. Il carattere cultuale dell’area, invece, è stato confermato dalla presenza sul lato est di un impianto con tracce di offerte di cibo.

Il culto del faraone, però, sembra essere stato abbandonato già una cinquantina di anni dopo, quando Cheope (2590-2563), sicuro della situazione dell’Egitto del sud, concentrò tutte le risorse sulla Grande Piramide di Giza. La struttura perse il suo ruolo originario e, ai suoi piedi, cominciarono ad essere sepolti neonati e bambini accompagnati da iscrizioni geroglifiche incise sulle facciate dei blocchi esterni.

http://oi.uchicago.edu/research/projects/edfu/

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Individuata la presenza dei Popoli del Mare nella Valle del Giordano

Questa volta, l’articolo non parla di Egitto, ma l’argomento, che mi tocca particolarmente perché fu quello che scelsi per la mia tesi triennale, riguarda da vicino, non solo geograficamente, anche la Valle del Nilo: i Popoli del Mare. Prima di arrivare alla notizia, però, è necessaria una breve introduzione perché questi misteriosi gruppi etnici sono spesso utilizzati dagli amanti della “fantarcheologia” per spiegare tesi per lo meno bizzarre, come collegamenti con la civiltà nuragica sarda.

I cosiddetti “Popoli del Mare” sono gruppi eterogenei di genti presenti nelle fonti egiziane fin dalle lettere di Amarna sotto Amenofi IV (1348-1331 a.C.), ma che caratterizzarono soprattutto il passaggio dall’Età del Bronzo all’Età del Ferro. Lukka, Shardana, Shekelesh, Tjekker, Danuna, Ekwesh, Tursha e Peleset, direttamente dalle “Isole che sono nel Grande Verde”, sembrano aver approfittato del crollo dei grandi imperi del Bronzo, come quello ittita e quello miceneo, per far razzia delle terre che si affacciavano sul Mediterraneo orientale. Anche l’Egitto dovette difendersi da queste popolazioni con Ramesse II, Merenptah e, soprattutto, Ramesse III, le cui vittorie sono declamate sulle pareti del tempio funerario di Medinet Habu. Ma, a volte, come nel caso degli Shardana, i Popoli del Mare vengono annoverati anche tra i mercenari al soldo dell’esercito egiziano.

imageLa scarsità di testimonianze archeologiche, rendono difficile l’individuazione dell’origine dei Popoli del Mare che, secondo le varie ipotesi, potrebbe coincidere con l’Europa centro-orientale o, più verosimilmente, con l’Anatolia occidentale e le isole dell’Egeo. Più sicura è la loro migrazione finale verso i Levante dove abbiamo tracce soprattutto per i Peleset, che sarebbero poi diventati i Filistei (nella foto da Medinet Habu, due prigionieri con il loro tipico copricapo).

Ulteriori prove vengono dalla missione svedese a Tell Abu al-Kharaz, sito giordano al confine con Israele e Cisgiordania. Gli archeologi diretti dal Prof. Fisher dell’Università di Gothenburg, negli ultimi tre anni, si sono concentrati su una struttura risalente proprio al 1.100 a.C. Questa abitazione, lunga circa 60 m (vedi immagine in alto), sarebbe stata occupata sia dalla popolazione locale che da Peleset per la presenza di ceramiche filistee, oltre che greche e cipriote, e di pesi da telaio dell’Europa centrale e sud-orientale.

Questi studi, oltre ad attestare scambi commerciali con aree molto lontane, confermerebbero l’arrivo dei Popoli del Mare fino alla Valle del Giordano. E sarebbe solo l’inizio, visto che la città di Tell Abu al-Kharaz, forse la biblica Jabesh-Gilead, è stata scavata solo per il 20%.

http://www.hum.gu.se/english/current/news/Nyhet_detalj//cultural-connections-with-europe-found-in-ancient-jordanian-settlement-.cid1200725#prettyPhoto

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