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Dopo il restauro, il nuovo allestimento del Papiro erotico-satirico di Torino

Source: Museo Egizio, Torino

Il celebre Papiro Erotico-Satirico di Torino è la prima cosa che cito per controbattere chi afferma che gli antichi Egizi erano un popolo cupo e religioso, dal pensiero perennemente focalizzato su morte e aldilà. Sul papiro, infatti, sono ritratte esplicite scene di sesso e vignette con animali intenti in attività umane, come asini e scimmie che suonano strumenti musicali o gatti che allevano oche. Se l’intento chiaramente ironico delle seconde scene, confermato dai tanti ostraka (frammenti di calcare) dipinti con iconografie simili, era volto a rappresentare un assurdo mondo al contrario, spesso la parte erotica è equivocata. Lontani dalla nostra concezione di pornografia, infatti, i grotteschi atti sessuali non dovevano eccitare ma, anche in questo caso, divertire. Lo dimostra il rozzo aspetto dei personaggi maschili, stempiati, con barba trascurata e misure oversize, contrapposto alla bellezza ed eleganza delle donne ritratte.

Il papiro, risalente alla XX dinastia (1190-1077 a.C.) e proveniente da Deir el-Medina, è oggi presentato al pubblico attraverso un nuovo allestimento nel Museo Egizio di Torino (Cat. 2031), dopo un delicato e necessario lavoro di restauro. Il documento, infatti, arrivò nella città sabauda nel 1824, quando fu acquistato dal Console generale di Francia in Egitto Bernardino Drovetti, già in pessimo stato di conservazione, altamente frammentario e intaccato dagli insetti. Così nel corso di due secoli sono stati molti gli interventi conservativi che, tuttavia, spesso si sono rivelati perfino dannosi.

Il primo passo è coinciso con analisi diagnostiche non distruttive (fotografie con filtri infrarossi e ultravioletti, spettrofotometria XRF) effettuate presso il Cento Conservazione e Restaruro “La Venaria Reale”, che hanno permesso di comprendere la natura dei pigmenti originari e i materiali usati per i vecchi restauri. È stato poi portato avanti l’effettivo lavoro di pulitura, restauro e consolidamento grazie a metodi preventivi e reversibili. In tal senso, sono state eliminate le tracce di un pesante rivestimento lucido, colla animale o gelatina, che ha favorito la perdita del colore originario e stressato le fibre del papiro; inoltre, sono state rimosse le strisce di garza, alcune foderate con carta, incollate sul verso per unire i vari frammenti e le macchie di colla con cui questi erano fissati su vetro. Dopo un’attenta pulizia delle superfici, infine, si è proceduto al consolidamento delle fibre e al nuovo fissaggio delle parti con strisce di carta giapponese rimovibili.

Durante il processo, inoltre, grazie allo studio dei restauratori e filologi coinvolti, è stata rivista la ricostruzione del papiro grazie allo spostamento di alcuni frammenti che erano stati posizionati in modo erroneo in passato.

Particolare con scene erotiche (Museo Egizio, Torino)
Particolare con scene degli animali (Museo Egizio, Torino)

Per approfondire: https://collezioni.museoegizio.it/it-IT/material/Cat_2031/

https://collezionepapiri.museoegizio.it/section/Collezione-Papiri/What-s-on/Papiro-del-mese/

Il nuovo allestimento del Papiro Erotico-Satirico (Museo Egizio, Torino)

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Al via il rimontaggio della seconda barca solare di Cheope

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Terminato il prelievo e il trasferimento presso il Grand Egyptian Museum di tutti i pezzi della seconda barca solare di Cheope, è stata annunciata ufficialmente la seconda fase che porterà all’esposizione dell’imbarcazione accanto alla prima che, fino a un anno fa, era ai piedi della Grande Piramide.

Il comunicato stampa è stato rilasciato lo scorso 31 agosto, in occasione della visita al GEM dell’ambasciatore giapponese in Egitto, Oka Hiroshi, accompagnato da autorità egiziane. La missione incaricata, ormai dal 2008, di portare avanti il “Khufu Solar Boat Restoration Project” è infatti nipponica ed è diretta da Sakuji Yoshimura (Waseda University). È previsto che ci vorranno circa 4 anni per riassemblare i 1698 frammenti.

Le due barche di circa 45 metri, che accompagnarono le spoglie del faraone durante i riti funebri e nel suo viaggio nell’aldilà, erano infatti sepolte in due fosse a sud della Grande Piramide. La prima fu scoperta nel 1954 dall’archeologo egiziano Kamal el-Mallakh e per riassemblarla ci vollero 13 anni, fino al 1982, quando la barca fu esposta in un museo costruito appositamente su progetto dell’architetto italiano Franco Minissi (a questo punto ci si augura che la vista meridionale del monumento sia definitivamente liberata da questa ingombrante presenza). La seconda, invece, è stata individuata con precisione nel 1987 grazie all’uso del georadar, ma a causa del peggiore stato di conservazione del legno, evidente dalle immagini riprese da telecamere endoscopiche (foto in alto), si è aspettato solo gli ultimi anni e tecnologie più avanzate per procedere con il restauro.

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Nuovi restauri a Karnak, Medinet Habu e Abido

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Durante il mese di agosto, il Ministero del Turismo e delle Antichità ha annunciato il completamento di tre importanti interventi di restauro tra Luxor e Abido. Ieri, ad esempio, è stata ufficializzata la ricostruzione del colosso di Thutmosi II, sulla facciata sud dell’ottavo pilone del tempio di Amon-Ra a Karnak. La gigantesca scultura in quarzite raggiunge i 10,5 metri d’altezza e raffigura il faraone seduto in trono (a destra nella foto in alto). Fu posizionata lì dal figlio Thutmosi III che la fece prelevare dalle cave di Gebel el-Ahmar dove era rimasta. Il lavoro rientra nel progetto di anastilosi di statue e strutture del santuario che è stato portato avanti negli ultimi anni.

Source: Ministry of Turism and Antiquities

Restando a Luxor, ma passando sulla sponda occidentale, è stata completata la pulizia di una delle stanze del Tesoro reale a sud della prima sala ipostila del tempio funerario di Ramesse III a Medinet Habu. Nello specifico, i restauratori del Ministero hanno rimosso lo sporco accumulatosi nei secoli e strati di vecchi interventi di ripristino sui muri della stanza nord-est. Sono così emersi i colori originari di scene che mostrano il faraone offrire oro e argento ad Amon-Ra e Mut (parete nord; sulla sinistra nella foto in alto e particolari sottostanti), oli e unguenti ad Amon-Ra (parete est; al centro) e mirra e olio ad Amon-Ra e Amonet (parete sud; a destra).

Un intervento simile è stato effettuato anche nel Tempio di Seti I ad Abido, più precisamente nella Cappella di Amon-Ra, la stanza centrale delle sette che si affacciano sulla seconda sala ipostila, in fondo alla struttura. Anche qui sono stati puliti pareti e soffitto, rimuovendo gli strati di polvere e fuliggine che coprivano scene del percorso della barca solare e di offerte al dio (foto in alto). Nell’ambito del progetto che prevede il restauro di tutte le cappelle, nel frattempo è iniziato il lavoro in quella di Ra-Horakhti.

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Riemergono i colori originari del Tempio di Esna

Source: Ahmed Amin / Ministry of Tourism and Antiquities

Il Tempio di Esna continua a restituire i suoi magnifici colori originari rivelando particolari finora inediti.

Il santuario fu costruito 60 km a sud di Luxor in epoca tolemaica per il dio Khnum, le sue consorti Menhit e Nebtu, loro figlio Heka e per la dea Neith. Tuttavia, la sua vasta decorazione, che risale soprattutto al periodo romano, dall’imperatore Claudio (41-54) a Decio (249-251), era coperta da spessi strati scuri di fuliggine e guano.

Il team egiziano-tedesco diretto da Christian Leitz (Università di Tübingen), in collaborazione con Daniel von Recklinghausen e Hisham El-Leithy e Mustafa Ahmed (Ministero del Turismo e delle Antichità), sta per l’appunto effettuando un’importante opera di pulizia, restauro e documentazione fotografica delle pareti che servirà ad aggiornare il lavoro di pubblicazione dei testi del tempio, portato avanti per anni dall’egittologo francese Serge Sauneron (Esna, vol. II-IV, VI, VII).

Source: Ahmed Amin / Ministry of Tourism and Antiquities

Dopo le scoperte “astronomiche” di due anni fa, dalle superfici che sembravano nere sono emersi “nuovi” rilievi. In particolare, sul soffitto in corrispondenza con l’ingresso sono state scoperte due file di 46 rapaci dalle ali spiegate, raffiguranti in alternanza la dea avvoltoio Nekhbet, protettrice dell’Alto Egitto, e la dea cobra Uadjet con la corona rossa del Basso Egitto (foto in alto). Nei cartigli ripuliti è possibile leggere, tra gli altri, il nome di Tito (79-81).

Al regno di Domiziano (81-96), invece, risale un’iscrizione in rosso sul lato occidentale dell’edificio che reca dal data del 5 del mese di Epiphi, corrispondende alla fine di giugno o inizio di luglio, e che potrebbe indicare la fine dell’intervento edile dell’imperatore sul tempio.

Al momento è stata ripulita, restaurata e documentata più della metà dei soffitti, oltre a otto delle 18 colonne e i due architravi della sezione centrale.

https://uni-tuebingen.de/en/university/news-and-publications/press-releases/press-releases/article/spektakulaere-deckengemaelde-im-tempel-von-esna-entdeckt/

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Rinnalzato l’obelisco caduto di Hatshepsut a Karnak

Continuano i lavori di restauro nel complesso templare di Karnak che stanno interessando strutture architettoniche e statue monumentali. Nello specifico, questa mattina il Ministero del Turismo e delle Antichità ha comunicato l’avvenuta anastilosi (ri-erezione) dell’obelisco di Hatshepsut che giaceva vicino il lago sacro.

Più precisamente, è stata rimessa in piedi solo la porzione superiore alta 11 metri e pesante 90 tonnellate, compreso il pyramidion in cui la regina è raffigurata inginocchiata alla presenza del padre divino Amon. Il monolite di granito faceva parte di una coppia fatta erigere da Hatshepsut (1479-1358 a.C.) tra il 4° e il 5° pilone del Tempio di Amon-Ra, di cui però resta integro solo l’obelisco nord alto circa 30 metri. Di quello sud si conserva nella posizione originaria solo il piedistallo e la parte bassa (foto in basso a destra), dopo che cadde in antichità, forse a causa di un disastroso terremoto.

L’attuale posizione della cuspide, nei pressi del grande scarabeo di Amenofi III, si deve all’egittologo francese Georges Legrain che la spostò dalle macerie durante il restauro della Grande Sala Ipostila.

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Terminato il prelievo della seconda barca solare di Cheope

Source: @drmostafawaziry

Il porto* di Giza è in fermento.

Mentre sono stati avviati i preparativi per il trasferimento della prima barca solare di Cheope dal suo attuale museo al Grand Egyptian Museum, il segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità, Mostafa Waziry, ha annunciato la fine dell’asportazione della seconda barca dalla fossa in cui è stata deposta oltre 4500 anni fa. Nell’ambito del “Khufu Solar Boat Restoration Project”, affidato al team giapponese di Sakuji Yoshimura (Waseda University), sono stati infatti prelevati tutti i 1700 frammenti dell’imbarcazione che si tenterà di rimontare sempre presso il GEM.

La fase preliminare era stata lanciata nel 2008, ma era iniziata solo nel 2011 con operazioni di analisi e monitoraggio dell’ambiente sotto i pesanti blocchi di calcare che sigillavano la camera ipogea e con pulizia, disinfestazione e consolidamento del legno di cedro del Libano in situ. Nel 2013 è poi partita la seconda fase che prevedeva, per l’appunto, il prelievo e il trattamento del fragile materiale nel grande laboratorio temporaneo collocato lungo il lato sud della piramide di Cheope (foto in fondo all’articolo). All’interno della struttura si sono svolti i primi interventi di restauro in un’atmosfera controllata che simula temperatura e umidità originarie del pozzo.

*La definizione iniziale di porto era ovviamente ironica. Le due barche di circa 45 metri, che accompagnarono le spoglie del faraone durante i riti funebri e nel suo viaggio nell’aldilà, erano infatti sepolte in due fosse a sud della Grande Piramide. La prima fu scoperta nel 1954 dall’archeologo egiziano Kamal el-Mallakh e per riassemblarla ci vollero 13 anni, fino al 1982, quando la barca fu esposta in un museo costruito appositamente su progetto dell’architetto italiano Franco Minissi (a questo punto ci si augura che la vista meridionale del monumento sia definitivamente liberata da questa ingombrante presenza). La seconda, invece, è stata individuata con precisione nel 1987 grazie all’uso del georadar, ma a causa del peggiore stato di conservazione del legno, evidente dalle immagini riprese da telecamere endoscopiche (foto in alto), si è aspettato solo gli ultimi anni e tecnologie più avanzate per procedere con il restauro.

http://www.egyptpro.sci.waseda.ac.jp/e-khufu.html

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Individuata una nuova costellazione grazie ai colori originali del Tempio di Esna

Source: uni-tuebingen.de (ph. Ahmed Amin)

Dopo 2000 anni tornano a risplendere i colori originali del Tempio di Esna, con qualche sorpresa.

Ricordo quando nel 2006 visitai il tempio e vidi che le pareti erano completamente annerite da secoli di polvere, fuliggine e guano; per questo mi colpiscono ancora di più le foto pubblicate in questi giorni dal team egiziano-tedesco diretto da Christian Leitz (Università di Tübingen), in collaborazione con Daniel von Recklinghausen e Hisham El-Leithy e Mustafa Ahmed (Ministero del Turismo e delle Antichità). Il progetto di restauro dei rilievi ha visto dal 2018 quattro interventi di pulizia – ma non di ricolorazione – dei rilievi che hanno permesso di documentare al meglio le scene e i testi religiosi che ricoprono ogni superficie.

Il Tempio di Esna è un santuario che si trova 60 km a sud di Luxor. Dedicato al dio Khnum, alle sue consorti Menhit e Nebtu, al loro figlio Heka, e alla dea Neith, fu costruito nella sua forma definitiva in epoca tolemaica e decorato soprattutto nel periodo romano (I-III sec. d.C.). Tuttavia, ne rimane solo la parte frontale, il pronao, perché nel XIX secolo fu utilizzata come deposito per il cotone. Il resto è stato espoliato per ricavarne pietra da costruzione o è ancora 9 metri sotto il livello della moderna città che ha completamente inglobato la struttura.

Source: uni-tuebingen.de (ph. Ahmed Amin)

La documentazione fotografica delle pareti così ripulite servirà anche a completare e aggiornare il lavoro di pubblicazione dei testi del tempio, portato avanti per anni dall’egittologo francese Serge Sauneron (Esna, vol. II-IV, VI, VII) che ha potuto vedere solo la forma in rilievo dei geroglifici ma non i particolari dipinti.

Così, dal famoso soffitto astronomico sono emersi nomi di costellazioni che erano disegnati e non incisi, come quelle dell’Orsa Maggiore (msxtyw; a forma di coscia di toro, nella foto in cima all’articolo) o di Orione (sAH). Finora sconosciuta era invece una nuova costellazione chiamata “Oche di Ra” (Apdw n Ra) che, purtroppo, non essendo accompagnata da una raffigurazione grafica, è per il momento impossibile da identificare.

https://uni-tuebingen.de/en/fakultaeten/philosophische-fakultaet/fachbereiche/altertums-und-kunstwissenschaften/institut-fuer-die-kulturen-des-alten-orients-ianes/forschung/aegyptologie/projekte/the-temple-of-esna/

Source: uni-tuebingen.de (ph. Ahmed Amin)
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Dahshur, ricostruito il “volto” della principessa Hatshepsut

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Source: Channel 4

Nell’aprile del 2017 gli archeologi egiziani avevano individuato a Dahshur (circa 40 km a sud di Giza) i resti di una piramide risalente alla XIII dinastia. Della struttura, in realtà, rimaneva solo la base a causa della successiva espoliazione dei blocchi in calcare. Anche la camera funeraria stessa appariva già depredata in antichità per l’assenza degli oggetti del corredo e per le ossa del defunto sparse sul pavimento.

Integra era solo la cassa canopica in legno che conservava ancora gli organi all’interno e che ha permesso di capire, grazie alla lettura delle sue iscrizioni, che la tomba apparteneva alla principessa Hatshepsut, figlia del faraone Ameny Qemau (1790 a.C. circa) e solo omonima della ben più nota regina di XVIII dinastia.

In realtà, mescolati alle ossa c’erano anche frammenti del sarcofago che era stato distrutto dai tombaroli. Ieri, in esclusiva per la trasmissione “Egypt’s Lost Pyramids” dell’emittente britannica Channel 4, è stato mostrato per la prima volta il frutto del restauro del sarcofago, pulito e ricomposto dagli archeologi dell’American University of Cairo. Sono riapparsi quindi i tratti di un volto femminile, caratterizzato da una parrucca hathorica, che secondo gli egittologi che lo hanno studiato sarebbe l’idealizzazione di quello della principessa Hatshepsut

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Iniziato il restauro del sarcofago esterno di Tutankhamon

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Source: MoA

Dopo oltre 95 anni dalla sua scoperta, uno degli ultimi oggetti del corredo funerario di Tutankhamon rimasti ancora in situ ha lasciato la Valle dei Re per essere trasportato nei laboratori del Grand Egyptian Museum. Era infatti il 12 febbraio 1924, quando gli operai di Howard Carter sollevarono il pesante coperchio della grande bara in quarzite che occupa buona parte della camera funeraria e misero in luce il sarcofago esterno in legno dorato (Carter n. 253) portato al Cairo nei giorni scorsi. Il sarcofago, a sua volta aperto il 13 ottobre 1925, era solo il primo di tre casse antropoidi che rappresentano il faraone defunto in forma osiriaca e che contenevano la mummia di Tutankhamon, per ora lasciata nella KV 62.

Il trasporto è stato effettuato il 12 luglio, sotto la scorta della Polizia Turistica e delle Antichità e utilizzando uno speciale sistema anti-vibrazioni e con controllo di temperatura e umidità. Già a un primo esame preliminare, è emerso un cattivo stato di conservazione dell’oggetto con diverse fratture e parti staccate della superficie dorata dell’intonaco esterno, tamponate momentaneamente già nella tomba dai restauratori del Ministero delle Antichità. Infatti, secondo Eissa Zidan, responsabile del dipartimento di Primo intervento di restauro e Trasporto dei reperti, il 30% del sarcofago sarebbe danneggiato. Una volta al GEM, è stata portata avanti una settimana di quarantena e dal 22 luglio il reperto è sotto una tenda isolante (foto in basso) per le procedure di fumigazione atte a sterilizzare e a eliminare l’eventuale presenza di insetti, funghi e muffe.

Ieri il ministro Khaled el-Enany ha presentato alla stampa la successiva fase di restauro che, in 8 mesi, porterà il sarcofago ad essere pronto per l’esposizione nel nuovo museo che dovrebbe aprire parzialmente nella primavera del 2020 e definitivamente nel 2022, in occasione del centenario dalla scoperta della tomba di Tutankhamon. Prima di tutto, si effettueranno esami non invasivi per definire lo stato dei materiali e scegliere le strategie più adatte. Poi si procederà con la pulizia delle superfici e la ricollocazione dei frammenti staccati.

Il sarcofago sarà esposto presso il GEM insieme ai due che erano nel Museo Egizio del Cairo di Piazza Tahrir e ai 5398 oggetti del corredo funerario di Tutankhamon, di cui 4500 sono già stati trasferiti nella nuova sede.

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Source: MoA

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Terminati i restauri nella Tomba di Tutankhamon

ph. J. Paul Getty Trust

Ci sono voluti quasi 10 anni, ma ora la Tomba di Tutankhamon è finalmente tornata “come nuova”. Si è infatti concluso il progetto di studio, restauro e, soprattutto, consolidamento della pitture della KV62 iniziato nel 2009 grazie agli esperti del Getty Conservation Institute di Los Angeles.

All’epoca, la situazione delle decorazioni parietali della tomba più famosa del mondo era decisamente preoccupante a causa del continuo afflusso di turisti e il Supremo Consiglio delle Antichità si era rivolto a un istituto di comprovate esperienza e professionalità, come aveva dimostrato con l’intervento nella Tomba di Nefertari (1986-1992). Poi, la complessità delle operazioni e gli strascici della rivoluzione del 2011 hanno fatto sì che i lavori si siano conclusi solo lo scorso autunno. I risultati finali, invece, sono stati presentati durante un convegno che si è tenuto in questa settimana a Luxor durante il quale Neville Agnew, direttore del progetto, e i suoi colleghi hanno parlato delle problematiche risolte in questi anni ma anche delle preoccupazioni che si prospettano per il futuro.

Durante una lunga fase di analisi delle pitture, è emerso che le caratteristiche macchioline marroni che coprono tutte le pareti fossero di origine microbica; tuttavia, se in passato queste erano sempre state sempre trattate con biocidi, questa volta si è deciso di lasciarle in quanto infiltratesi in profondità negli intonaci, non più pericolose perché ormai i microrganismi che le hanno prodotte sono morti da secoli e, aspetto da non sottovalutare, parte integrante della storia della tomba. Infatti, già nelle foto di Harry Burton all’apertura della camera funeraria nel 1923, sono ben visibili e con la stessa diffusione di oggi.

Un altro serio problema riscontrato è stato quello della fine polvere del deserto che s’insinua dappertutto e rimane incollata alle fragili pitture quando s’inumidisce con il respiro dei visitatori. Per questo, dopo averla rimossa, è stato istallato un nuovo sistema di ventilazione e filtraggio dell’aria che permetterà anche di mantenere più costanti la temperatura e il livello di umidità. Inoltre, la tomba è stata dotata di nuove luci, passerella di legno e piattaforma di osservazione (curiosità: nello smontare la vecchia copertura del pavimento, sono stati trovati diversi bigliettini in cui si chiedeva a Tutankhamon protezione o di maledire persone evidentemente poco gradite).

Resta comunque la minaccia più pressante: il turismo di massa. Come detto, le persone introducono nella piccola struttura umidità e anidrite carbonica che può interagire chimicamente con i minerali dei pigmenti. In passato, come anche auspicato dal Getty, si era anche pensato di chiudere al pubblico o comunque di ridurre drasticamente gli ingressi per proteggere le pitture e per questo era stata fatta realizzare una copia perfetta dalla Factum Arte, oggi posizionata all’imbocco della Valle dei Re nei pressi della Casa di Howard Carter. Ma poi, per risollevare un turismo in netta crisi, è stato deciso di lasciare la KV62 ai circa 1000 visitatori al giorno così come, seppur a prezzi molto alti (rispettivamente 60 e 50 euro), sono state riaperte le tombe di Nefertari e Seti I.

http://www.getty.edu/conservation/our_projects/field_projects/tut/Getty-Magazine-Tutankhamen-2019.pdf

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