web/nuove tecnologie

Djed Medu su Sarahah

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Probabilmente conoscerete già Sarahah, l’applicazione che sta spopolando nelle ultime settimane. Creata da un programmatore saudita per permettere ai lavoratori di esprimere giudizi sinceri (“sarahah” in arabo vuol dire proprio “onestà”) verso i propri capi senza pericolo di ripercussioni, l’app è in pratica uno strumento per inviare messaggi in forma anonima.

Ho pensato di utilizzare in modo costruttivo Sarahah per migliorare il mio blog grazie alle vostre impressioni. Al link seguente, senza dover registrarvi o scaricare alcun contenuto, potrete scrivermi un messaggio senza che compaia il vostro nome. Approfittatene quindi per inviarmi segnalazioni, apprezzamenti, richieste, consigli e, perché no, critiche; insomma, qualsiasi cosa vi sia passata per la testa e che non avete mai avuto modo di dirmi sul blog. Risponderò nei commenti a questo articolo e sotto il post di riferimento della pagina Facebook.

Che Thot me la mandi buona…

https://djedmedu.sarahah.com/

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“Father and son”: il videogame del MANN

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Pochi giorni fa, è stato rilasciato su Apple Store e Google Play il primo videogame interamente prodotto da e per un museo archeologico: “Father and Son”. Realizzato dall’associazione TuoMuseo, il gioco ci porta virtualmente prima per le strade di Napoli e poi all’interno del Museo Archeologico Nazionale. Come si può intuire dal titolo, la storia riguarda un figlio (Michael) e suo padre che, scomparso da poco, era un archeologo del MANN. Il protagonista, cercando tracce del genitore, finisce nelle diverse sale del museo interagendo con altri personaggi e con le principali opere esposte di cui vengono fornite informazioni. Tra le collezioni visitabili c’è anche quella egizia, riaperta al pubblico dopo anni lo scorso ottobre, dove si approfondisce la conoscenza del cosiddetto “Naoforo Farnese”: la statua, risalente alla XXVI dinastia ma ritrovata a Roma, è probabilmente il primo reperto egizio acquisito dal museo e rappresenta un personaggio maschile inginocchiato che sorregge una piccola cappella con l’effige di Osiride. In questo caso, l’avventura, in 2D a scorrimento laterale con una bella grafica dipinta a mano, può trasferirsi anche nel passato permettendo di mettersi nei panni dello scultore che realizzò l’opera (immagine in alto). Per il momento, però, non ho potuto provare tutte le potenzialità del gioco perché alcune opzioni, tramite geolocalizzazione, vengono sbloccate solo nel raggio di 20 metri dal MANN.

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http://www.fatherandsongame.com/

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Luxor: inaugurato centro tecnologico per la conservazione delle tombe tebane

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Source: ahram online

Dopo un anno di lavori, il Theban Necropolis Preservation Initiative Training Centre è finalmente a disposizione dei tecnici egiziani per la tutela dei siti archeologici di Luxor. La sede prescelta è la Stoppelaëre House, una stupenda abitazione progettata nel 1951 dall’architetto Hassan Fathy (nell’ambito della realizzazione del villaggio di New Qurna sulla riva occidentale) per il restauratore francese da cui prende il nome l’edificio. Già previsto dal 2008 grazie alla collaborazione tra Ministero delle Antichità, Università di Basilea e Factum Foundation, il centro fornirà le ultime tecnologie nel campo della fotogrammetria e della scansione 3D applicate alla tutela, conservazione e documentazione delle tombe delle necropoli tebane; il ruolo principale, però, sarà quello di preparare professionisti locali così da renderli autonomi negli interventi necessari a salvaguardare il patrimonio storico egiziano. In questo, sarà fondamentale l’esperienza della società madrilena che ha già operato nella Valle dei Re e in particolare nelle tombe di Seti I e Tutankhamon.

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Liebster Award: Djed Medu c’è!

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L’apprezzamento più gradito che si possa ricevere per il proprio lavoro è quello fatto da un collega: nessuno meglio di chi si occupa della tua stessa attività può giudicare ciò che fai. Così, sono decisamente lusingato dal pensiero che hanno avuto per me Antonia  Falcone e Domenica Pate, le founder di  “Professione Archeologo” , nominandomi per il Liebster Award. In realtà, già due anni fa ero stato annoverato in una di queste liste grazie a “Gli Spaccia Lezioni”, ma la conferma, per di più venuta da un vero e proprio faro sul web per gli archeologi, non può che farmi piacere. Facendola breve – perché, in teoria, ci sarebbero delle ferree regole da rispettare! – il Liebster Award è un riconoscimento che si dà ad altri validi blogger che, a loro volta, sono invitati (senza obblighi!) a continuare questa catena di segnalazione di spazi interessanti su internet. Quindi, si ringrazia chi ti ha nominato linkandolo, si risponde alle sue domande, si nomina altrettanti blogger e si rivolge loro nuovi quesiti.

Bene, Antonia e Domenica mi hanno chiesto:

1) Qual è il target di riferimento del tuo blog?

Fin dal principio, ho deciso di adottare un linguaggio privo di troppi tecnicismi ma non eccessivamente banale. In questo modo, i miei articoli sono una fonte di informazioni per studenti e studiosi di egittologia che possono approfondire gli argomenti trattari tramite le risorse messe a disposizione; al tempo spesso, credo che la lettura sia piuttosto accessibile anche al grande pubblico di egittofili.

2) Quali sono o qual è il post che ha avuto più successo? E perché, secondo te?

Senza dubbio “Il radar conferma la teoria di Reeves: ci sono due camere nascoste nella tomba di Tutankhamon!” che, in un solo giorno, ha ricevuto quasi 20.000 views diventando il post più letto in Italia e il 20º nel mondo. Lo stesso blog, il 28 novembre 2015, è risultato il più cliccato in Italia e 51º in assoluto per l’intera piattaforma wordpress. Numeri così eccezionali sono dovuti sicuramente alla fama di Tut e al clamore suscitato dall’ipotesi – che, comunque, sembra essersi sgonfiata negli ultimi mesi – che la sua tomba celi aperture sconosciute finora; tuttavia, la componente fondamentale per questo successo è stata la celerità nel riportare la notizia. Infatti, avendo seguito in diretta la conferenza stampa dell’allora ministro dell’Antichità, fui tra i primi a scrivere un articolo sulle sue dichiarazioni.

3) Polemiche, troll, flame sono parte integrante del mondo social (purtroppo). Hai avuto esperienze dirette e come te la sei cavata?

Fortunatamente, non ho avuto a che fare con molti rompiscatole professionisti. Tuttavia, occupandomi di Egitto, spesso vengo contattato da aspiranti fantarcheologi, revisionisti storici, ufologi, animisti new age, numerologi e, categoria tosta da trattare, Shardana sardi! In genere, all’inizio – come faccio nella rubrica “bufale eGGizie” – cerco di spiegare loro come stanno realmente le cose fornendo dati scientifici e prove facilmente verificabili. Se insistono, allora mi diverto un po’ rispondendo con sarcasmo… fino all’esaurimento della pazienza e al ban definitivo perhé non tollero l’arroganza e la saccenteria di chi fonda la sua preparazione, quando va bene, sulla visione di documentari alla “Mistero”.

4) Cosa ti ha spinto a creare il tuo blog? Raccontaci la tua backstory!

Prima di fondare “Djed Medu”, scrivevo già da due anni sull’archeoblog di VOLO – Viaggiando Oltre L’Orizzonte, l’associazione culturale di cui attualmente sono vicepresidente. Fra l’altro, l’idea non fu nemmeno pienamente mia e tutto partì da una proposta di Gianluca Miniaci (ricercatore senior presso l’Università di Pisa) che pensava di riempire la lacuna lasciata dalla scomparsa di archaeogate.org, punto di riferimento su internet dell’egittologia italiana fino a 10 anni fa. Poi le cose si sono evolute ed eccomi ancora qua, 5 anni dopo.

5) Consigli per aspiranti archeoblogger: DOs and DON’Ts dell’archeoblogging secondo te

Riassumerei tutto con tre concetti: a) costanza, b) approfondimento e c) specializzazione. a) Gestire un blog richiede tempo ed energia; apritene uno solo se siete veramente convinti. Scrivendo un post ogni sei mesi, non riuscire mai a fidelizzare il vostro pubblico. b) Qualsiasi argomento trattiate, preparatevi bene prima di pubblicare un post. Si presuppone che il lettore si rivolga a voi per imparare qualcosa, quindi cercate di essere esaurienti (evitando, però, epopee bibliche!), chiari e sicuri dell’esattezza di quanto riportato. c) Analogamente al punto b, per creare un prodotto di qualità, specializzatevi scrivendo solo di temi che conoscete. Sfruttando il vostro campo di ricerca – che non è necessariamente una discriminante di tipo cronologico o geografico -, createvi una nicchia e non abbandonatela. Meglio essere sindaco di un piccolo paese che consigliere comunale in una grande metropoli. Tanti, troppi si occupano di tutto (è semplice quando si copia e incolla da altri siti o, al massimo, si traducono testi stranieri) in un minestrone che rischia di portare all’errore perché mancano le nozioni di base per verificare la bontà dei contenuti postati.

Ora veniamo alle nomination! In generale, seguo soprattutto blog stranieri, ma, visto lo spirito di questo premio, preferisco segnalare altri blogger italiani che si occupano di archeologia:

Archeoblondie

Archeologia Subacquea

Daniele Mancini Archeologia

L’Eco dell’archeologia

Lost Archeology (sic!; è una pagina Facebook, ma la lunghezza e l’approfondimento dei post pubblicati la rendono perfettamente equiparabile a un blog)

… e a loro chiedo:

  1. (Questa domanda è già stata fatta a me, ma anche io sono curioso!) Come avete iniziato?
  2. Qual è lo scopo principale del vostro blog? Pensate di averlo raggiunto?
  3. Vi è mai capitato che qualcuno copiasse un vostro post senza citarvi? Se sì, come avete reagito?
  4. Qual è stata la domanda/richiesta più strana che un follower vi ha posto?
  5. Siete tutte persone che hanno una valida formazione universitaria e che, in alcuni casi, portano il pane a casa con l’archeologia. Cosa pensate degli amatori, spesso volontari, nel nostro campo (allargando il discorso anche alla divulgazione sul web)?
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“Egitto Segreto”: l’archivio fotografico del Museo Civico di Rovereto

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In uno dei primi articoli della rubrica “L’Egitto di provincia”, avevo segnalato l’inconsueta presenza in Trentino di un’importante raccolta di foto di siti archeologici egiziani; ora, a distanza di due anni, torno a parlarne perché ci sono delle novità interessanti. Mi riferisco all’archivio fotografico del Museo Civico di Rovereto: oltre 30.000 scatti che Maurizio Zulian ha collezionato in più di 20 anni di viaggi lungo la Valle del Nilo. Una grande risorsa fruibile da tutti, studiosi o semplici amanti della storia, sul web e che ho potuto vedere da vicino, in occasione della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico (4-8 ottobre 2016),  grazie al gentile invito della Fondazione Museo Civico di Rovereto*.

14996332_1087653824684263_818923293_n.jpgL’incessante attività di ricerca di Zulian è iniziata nella prima metà degli anni ’90 quando, grazie a permessi speciali, il veterinario trentino si mise a documentare luoghi chiusi al pubblico o comunque poco battuti dai turisti, con una particolare attenzione ai siti del Medio Egitto come Dishasha, Tihna el-Gebel (Akoris), Beni Hasan, El Sheikh Ibada (Antinopoli), Deir el-Bersha, Quseir el-Amarna, Umm el-Qaab (Abido) ed El Hagarsa. Già nel 1998, il frutto di tutto questo lavoro passò al Museo Civico per essere messo a disposizione della collettività. Infatti, l’idea di base, che continua a caratterizzare il progetto, era la valorizzazione di un patrimonio storico-archeologico difficilmente raggiungibile e a rischio sia per fattori naturali che, purtroppo, umani. Così, decine di scatoloni di stampe (vedi foto) sono ora conservate presso l’archivio del museo, insieme ai file digitali che, dal 2002, hanno sostituito il supporto cartaceo, comunque pazientemente scansionato e aggiunto al database informatico. Le stesse autorità egiziane si interessarono al progetto tanto che, nel 2004, nacque una proficua collaborazione con il Supreme Council of Antiquities con Zahi Hawass, l’allora segretario generale, che firmò un primo protocollo d’intesa diventato poi un modello da applicare con altre istituzioni straniere. La convenzione è stata rinnovata e aggiornata il 27 febbraio 2015 grazie alle firme di Mamdouh el-Damaty, ex ministro delle Antichità, Mostafa Amin Mostafa, nuovo segretario generale dello SCA, Giulia Fiorini, l’allora presidente della “Fondazione Museo Civico di Rovereto”, Tiziano Mellarini, assessore alla Cultura della Provincia di Trento, e il sindaco Andrea Miorandi. L’accordo è incentrato sulla condivisione su internet, tramite diversi mezzi, della raccolta fotografica di Zulian, ma prevede anche uno stage di formazione di una settimana, una volta l’anno, per due giovani ricercatori egiziani che, presso il Museo Civico di Rovereto, hanno la possibilità di far pratica sulle nuove tecnologie applicate ai beni culturali.

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Come anticipato, l’archivio è consultabile da tutti collegandosi con un portale dedicato interamente all’Egitto, dove, fra l’altro, si trovano anche i video sul tema caricati sulla WebTV della Rassegna:                           http://www.fondazionemcr.it/egitto/egitto_home.jsp?ID_LINK=113457&area=275

La ricerca di un determinato sito archeologico può essere effettuata inserendo un termine caratterizzante (come nell’immagine in alto), consultando l’indice (sembrerà un’opzione futile, ma in questo modo si evitano i problemi di traslitterazione dell’arabo che si presentano quando un singolo posto può essere indicato, facendo un esempio, con Fayyum, Fayum, Fayoum o Faiyum!) e sulla mappa. Quest’ultima possibilità utilizza al momento Google Maps, ma presto sarà disponibile un WebGIS (ArcGIS per la precisione) che sfrutterà la geolocalizzazione di ogni singola foto. Vedendo il sistema in anteprima, posso dire che è molto più funzionale e veloce di quello attuale.

Attualmente, il database comprende circa 9000 foto che, però, aumentano di giorno in giorno con il proseguimento dell’archiviazione digitale del materiale. Ogni scatto, di cui è gratuita l’anteprima, è corredato di una scheda informativa con una breve descrizione, la data e il luogo. Per la consultazione di tutte le immagini a bassa risoluzione, occorre sottoscrivere un abbonamento annuo di 10 euro; invece, l’utilizzo, non a scopo di lucro, di una singola foto ad alta risoluzione necessita il pagamento di 5, 8 o 10 € a seconda del formato. La presenza di panoramiche e di particolari permette lo studio accurato di un sito. Un esempio di quello che potete trovare è questa porzione della decorazione della tomba di Pamehyt e di Ibpameni il giovane, detta anche “Tomba dello Zodiaco”, sepoltura del II sec. a.C. scoperta da Petrie ad Athribis:

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ph. M.Zulian (Archivio del Museo Civico di Rovereto)

*Vorrei ringraziare in particolar modo Maurizio Battisti ed Eleonora Zen per avermi guidato tra museo e archivio e Valentina Poli e Francesca Maffei per la loro gentilezza e disponibilità nell’accogliermi a Rovereto. 

 

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#ScanPyramids: confermate le anomalie della Piramide di Cheope

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Dopo un anno di ricerca, si cominciano a trarre le prime conclusioni per lo ScanPyramids Project; tuttavia, rispetto a quanto detto finora, le novità sono veramente poche. Il progetto internazionale mirava ad analizzare la struttura interna delle grandi piramidi di IV dinastia grazie all’uso delle tecnologie più avanzate come laser scanner, termografia a infrarossi e radiografia muonica. In questi 12 mesi, sono state studiate, alla ricerca di eventuali camere sconosciute, la Piramide romboidale di Snofru e la quella di Cheope. Se la prima è servita, più che altro, per tarare gli strumenti, nella seconda sono state evidenziate due anomalie nell’angolo nord-est e poco sopra l’ingresso alla rampa discendente sul lato nord. Al momento, non si conoscono ulteriori dettagli. Ieri, infatti, Hany Helal e Tayoubi Mehdi, direttore e vicedirettore del progetto, hanno presentato questi risultati al comitato scientifico formato, per conto del Ministero delle Antichità, da Zahi Hawass, Mark Lehner (dir. Ancient Egypt Research Associates), Miroslav Barta (dir. della missione ceca a Saqqara) e Rainer Stadelmann (ex dir. del Deutschen Archäologischen Institut Kairo). Durante l’incontro è stato deciso di prolungare di un anno la concessione di ricerca così da determinare dimensioni e natura delle anomalie.

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Aggiornamento (15 ottobre 2016):

L’HiP.Institute ha rilasciato una relazione che fornisce maggiori informazioni sui risultati conseguiti nell’ultimo anno. L’anomalia sul lato nord (immagine in alto), quella in prospettiva più promettente, sembrerebbe coincidere con un “vuoto” dietro l’ingresso originale. Forma, dimensioni ed esatta posizione di questa anomalia saranno determinate, alla fine di ottobre, con una ulteriore scansione muonica che prevede 12 piattaforme istallate nel corridoio discendente. Sull’angolo N-E, invece, sarebbe stata individuata una cavità a 105 metri d’altezza.

http://www.hip.institute/press/HIP_INSTITUTE_CP9_EN.pdf

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L’imperfezione della Piramide di Cheope

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Credit: Mark Lehner

Il titolo dell’articolo è ovviamente una provocazione verso tutti coloro che, convinti dell’esistenza di avanzatissime tecnologie scomparse nell’antichità, parlano di costruzioni del passato più precise di quelle contemporanee. Il recente studio dell’ingegnere Glen Dash e dell’egittologo Mark Lehner – che da anni dirige a Giza la missione dell’Ancient Egypt Research Associates (AERA) -, infatti, ha portato a dati perfettamente ipotizzabili e che, comunque, non tolgono niente alla perizia tecnica utilizzata per realizzare una delle 7 meraviglie del mondo antico: la base della Piramide di Cheope non è perfettamente quadrata.

Il grande monumento funebre, costruito intorno al 2560 a.C. (e non 12 mila anni fa…), originariamente era ricoperto da lastre di calcare che, nel corso dei secoli, sono state asportate come materiale edile di riuso. Proprio la mancanza del rivestimento non ha permesso finora una misurazione precisa delle dimensioni della piramide. Tuttavia, i ricercatori della Glen Dash Foundation hanno considerato i pochi blocchi rimasti alla base (immagine in alto) e gli 84 segni ancora visibili sulla piattaforma dove poggiavano calcolando, con metodi statistici, il vero andamento del perimetro. In base ai calcoli effettuati, il lato est misurerebbe dai 230,295 ai 230,373 m, mentre quello ovest dai 230,378 ai 230,436 m portando, così, a una differenza di soli 8,3-14,1 cm. Un’inezia se paragonata alla stazza della piramide ma sufficiente, forse, a smontare qualche teoria fantarcheologica.

Per maggiori informazioni: http://dashfoundation.com/downloads/archaeology/as-published/AERAGRAM16_2_GDash.pdf 

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Ferro meteoritico nel pugnale di Tutankhamon

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Source: onlinelibrary.wiley.com

Un recente studio attesterebbe l’origine meteoritica del ferro impiegato per uno dei pugnali del corredo funebre di Tutankhamon. Nonostante i titoli sensazionalistici -abbastanza scontati quando c’è di mezzo Tut- che stanno girando da ieri, è già noto l’utilizzo, seppur raro, di questo materiale in Egitto, addirittura dal Predinastico (come testimoniano 9 perline tubolari scoperte nella necropoli di el-Gerzah, oggi al Manchester Museum), ed esiste anche un progetto di studio dedicato (www.ironfromthesky.org). Sullo stesso pugnale in questione si avevano dei sospetti, oggi confermati grazie al lavoro di un’equipe italo-egiziana composta da studiosi del Politecnico di Milano, Università di Pisa, CNR, Politecnico di Torino, Museo Egizio del Cairo, Università di Fayoum, oltre che da tecnici della XGLab di Milano. Tramite spettrofotometria XRF, infatti, è stato possibile conoscere la composizione elementale del ferro della lama che contiene il 10% di nichel e lo 0,6% di cobalto, percentuali tipiche dei meteoriti.

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Source: Griffith Institute, University of Oxford

L’arma, di circa 34 cm, è stata ritrovata tra le bende della mummia, in corrispondenza della coscia destra (vedi immagine a sinistra), ed è conservata presso il Museo Egizio del Cairo (con la fodera: JE 61585A-B). La guaina è d’oro ed è decorata con motivi a piuma da un lato e floreali dall’altro; il manico, invece, è adornato con granulazione d’oro, intarsi in pasta vitrea e un pomello in cristallo di rocca. Appare evidente, quindi, l’importanza data a questa tipologia di ferro che era impiegata solo per oggetti d’alto pregio; infatti, senza la tecnologia sufficiente per la fusione -siamo ancora nell’Età del Bronzo- gli artigiani erano obbligati a una difficile lavorazione forgiando il metallo con uno strumento a percussione fino a creare una sottile lastra che veniva ripiegata.

L’articolo completo è stato pubblicato sull’ultimo numero di Meteoritics & Planetary Science: “The meteoritic origin of Tutankhamun’s iron dagger blade”

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La Factum Arte realizzerà anche la copia della tomba di Seti I

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Source: abc.es

Continua la digitalizzazione delle sepolture della Valle dei Re. Dopo la tomba di Tutankhamon, anche quella di Seti I (KV17) sarà riprodotta prima virtualmente e poi fisicamente con una copia nelle vicinanze della Carter’s House. Il progetto è stato affidato ancora alla Factum Arte, azienda madrilena che ha già realizzato il facsimile della KV62 e che ha dato il via alla grande querelle delle “camere nascoste” fornendo sul web le foto ad alta risoluzione che hanno folgorato Nicholas Reeves. Le scansioni con tecnologia Lucida 3D scanner sono partite all’inizio di maggio e andranno avanti per 6/12 mesi. Un tempo così importante è dovuto dal fatto che, a differenza della piccola tomba di Tut, quella di Seti è la più lunga della Valle con 137 metri di corridoi e stanze completamente ricoperte di pitture. La copia servirà proprio a far apprezzare queste splendide decorazioni ai turisti che, da circa 30 anni, non possono accedere all’ipogeo per motivi di tutela dei pigmenti. E chissà che le immagini virtuali non possano ispirare nuovi studi.

Intanto, lo scorso aprile, i tecnici spagnoli si sono portati avanti con il lavoro, ma a 4000 km di distanza da Luxor, realizzando il rilievo fotogrammetrico del sarcofago di Seti che si trova a Londra, presso il Sir John Soane Museum. La cassa in alabastro fu trasportata nella capitale britannica nel 1824 per ordine del console Henry Salt, pochi anni dopo la scoperta della tomba effettuata dal padovano Giovanni Battista Belzoni (1817).

Il prossimo passo, invece, sarà la scansione della tomba di Nefertari (QV66) già approvata dal Ministero delle Antichità.

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#ScanPyramids: presentati i risultati della scansione muonica della Piramide Romboidale

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Source: HIP Institute

Oggi sono stati resi noti i primi risultati della scansione muonica iniziata lo scorso dicembre nella “Piramide romboidale” di Dashur. La radiografia fa parte di #ScanPyramids, ambizioso progetto di studio delle grandi piramidi di IV dinastia che, con l’ausilio delle più avanzate tecnologie, ha lo scopo di analizzarne la struttura interna e di individuare eventuali stanze sconosciute. In particolare, i ricercatori della Nagoya University avevano posizionato nella camera inferiore 40 piastre ricoperte da due pellicole con un’emulsione sensibile ai muoni (vedi immagine), ritirandole dopo 40 giorni di esposizione. Le pellicole sono state poi analizzate in Giappone e in uno speciale laboratorio allestito nel Grand Egyptian Museum di Giza ricostruendo più di 10 milioni di tracce di particelle che alterano il loro moto incontrando vuoti. L’esperimento si è rivelato efficace segnalando la camera superiore, più alta di circa 18 metri, ma non ha riscontrato la presenza di ulteriori stanze. Grazie a questo test, il metodo sarà applicato anche alle altre piramidi, in particolare a quella di Cheope per cui si sta costruendo uno strumento ancora più preciso.

Il comunicato stampa: http://www.egyptologyforum.org/bbs/PR%20ScanPyramids%20Bent_Results_EN%20V3.docx

Il video: https://vimeo.com/162689633

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