Scoperta stele faraonica nelle fondazioni di un minareto

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Source: wataninet.com

Dairut, piccolo villaggio nei pressi della città di Mahmudiya (Delta Occidentale), è stata scoperta una stele faraonica inglobata nelle fondazioni di un minareto. La moschea in questione, Abu-Shusha, risale alla fine del XVI secolo con successivi restauri che arrivano all’inizio dell’Ottocento; nel corso di un recente intervento di rinnovamento per cui la torre stava per essere smantellata e ricostruita da capo, è stato individuato questo blocco di quarzite di 2,48 x 0,51 m reimpiegato come materiale edile. Su uno dei lati, è incisa una lista di offerte con i nomi in geroglifico dei prodotti donati agli dèi: oro, orzo, anatre e, come si può leggere dalla foto più particolareggiata in basso, anche oli (dju) e vino (irep). Ancora non si conosce la datazione del reperto.

Dalla stessa regione di Buhariya, proviene un celebre caso simile. Il 15 luglio 1799, durante la costruzione di un’opera fortificata a soli 30 km più a nord di Mahmudiya, i militari napoleonici del generale Bouchard tirarono fuori da una vecchia struttura mamelucca un blocco diverso dagli altri con l’iscrizione trilingue (geroglifico, demotico e greco) che rivoluzionerà le conoscenze sull’Egitto antico: la stele di Rosetta.

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Source: wataninet.com

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Individuato il tempio funerario di Thutmosi I

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Source: scienceinpoland.pap.pl

Da un paio di giorni sta circolando l’interessante notizia di una scoperta che, in realtà, ha già qualche anno. Infatti, lo studio preliminare risale al 2009-2010 e la pubblicazione originaria al 2012 (link in fondo al post), quando il blog ancora non esisteva nemmeno nella mia mente; quindi ne parlo volentieri lo stesso.

Si tratta dell’individuazione, da parte dell’egittologa polacca Jadwiga Iwaszczuk, del tempio funerario di Thutmosi I (1504-1492), fino a quel momento noto solo da fonti scritte che arrivano al regno di Ramesse IX. La scoperta è avvenuta casualmente quando la Iwaszczuk – insieme agli altri membri del team diretto da Zbigniew Szafrański che lavora al tempio di Hatshepsut a Deir el-Bahari – ha visionato una serie di frammenti di blocchi di pietra immagazzinati dallo SCA nella tomba tebana MMA 828 a Qurna, proprio a due passi dalla casa della missione polacca. I reperti in questione sono circa 8000 piccoli pezzi con rilievi policromi, provenienti da un edificio religioso scavato negli anni ’70 da archeologi egiziani a nord del Tempio dei Milioni di Anni di Thutmosi III. Il santuario, di cui oggi si vede solo una base di colonna (foto in basso), era stato erroneamente identificato con il Kha-akhet di Hatshepsut e, invece, sarebbe il tempio funerario del padre, comunque almeno terminato dalla regina. Il riconoscimento è stato possibile per la presenza del nome del tempio, Khenemet-ankh, sula porzione di un architrave (foto in alto). Numerosi sono i frammenti architettonici appartenenti a colonne, pilastri, architravi, stipiti e cornici, tutti nella più resistente arenaria, mentre in calcare erano realizzate le pareti non portanti. Per quanto riguarda la decorazione, invece, spicca quella che sarebbe la prima scena di battaglia con carri da guerra.

http://www.pcma.uw.edu.pl/fileadmin/pam/PAM_2009_XXI/PAM21_Iwaszczuk_Jadwiga.pdf

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Source: scienceinpoland.pap.pl

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Le firme di antichi visitatori nella tomba di Ramesse VI

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Ph. JAKUB KYNCL

“L’ho visitata e non mi è piaciuto niente ad eccezione del sarcofago”.

Non è una recensione scritta da un visitatore deluso su Trip Advisor ma una delle oltre 1000 iscrizioni incise sulle pareti della tomba di Ramesse VI (1144-1136). Un team di archeologi polacchi, diretti da Adam Łukaszewicz (Università di Varsavia), ora le sta documentando per studiare la storia ‘turistica’ dell’ipogeo negli ultimi 2000 anni. Infatti, la sepoltura – checché ne dica l’autore della frase riportata all’inizio, una delle più belle della Valle dei Re – era meta già in antichità di stranieri curiosi che spesso lasciavano una testimonianza del loro passaggio. Come purtroppo succede ancora oggi, evidentemente anche in passato si sentiva il bisogno di incidere la propria firma, spesso corredata di luogo di origine e occupazione. La spettacolare decorazione della KV9 comprende scene tratte da Libro dei Morti, Libro delle Caverne, Libro delle Porte e altri testi funerari, tra cui, per l’appunto, è possibile notare un alto numero di graffiti che vanno dal periodo greco-romano al XIX secolo. Ovviamente, gli autori delle firme appartenevano a classi sociali elevate; compaiono i nomi di filosofi greci, prefetti romani, viaggiatori europei o, addirittura, quello di Amr ibn al-As, il conquistatore arabo dell’Egitto bizantino (640) che, fra l’altro, ha lasciato l’iscrizione più appariscente.

Non mancano nemmeno dialoghi a distanza tra diversi visitatori come il caso in cui qualcuno, alla sconsolata affermazione “Non riesco a leggere i geroglifici”, ha risposto più disincantatamente: “Perché t’importa che non riesci a leggere i geroglifici? Non capisco la tua preoccupazione”.

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Source: Theban Mapping Project

http://scienceinpoland.pap.pl/en/news/news,414643,in-a-pharaoh-tomb-archaeologist-examines-the-inscriptions–of-ancient-tourists.html

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È egiziana la più antica protesi ortopedica conosciuta

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Source: unibas.ch

Quando si dice il caso. Giorni fa, ho ripostato sulla pagina Facebook del blog un vecchio articolo del 2012 che parlava di uno studio della University of Manchester su una protesi ortopedica di circa 3000 anni. L’alluce, costruito in tre parti con legno e cuoio, era stato trovato a Sheikh Abd el-Qurna, Tebe Ovest, ancora attaccato al piede destro della mummia della figlia di un sacerdote vissuta tra il 950 e il 710 a.C. Alla sacrosanta domanda di un follower sul perché ci fosse un “forse” nel titolo, ho risposto che le analisi andassero verificate per appurare l’effettiva efficacia dell’oggetto.

Proprio la scorsa settimana, un altro studio ha probabilmente tolto ogni dubbio sul primato di antichità di questa protesi. Nell’ambito del progetto Life Histories of Theban Tombs, ricercatori dell’Università di Basilea hanno sottoposto il reperto – oggi conservato nel Museo Egizio del Cairo – alle più avanzate analisi tecnologiche (microscopio elettronico, raggi X e TAC) dell’Istituto di Medicina Evoluzionistica dell’Università di Zurigo. A quanto pare, il dito artificiale è stato riparato e perfezionato più volte per adattarlo al meglio alla forma del piede e la cinghia di cuoio risulta ben robusta per una presa salda. Quindi, questo certosino lavoro artigianale mirava al miglioramento dell’estetica e del comfort rendendo la protesi non una semplice aggiunta simbolica post mummificazione ma uno strumento funzionale all’uso in vita.

https://www.unibas.ch/en/News-Events/News/Uni-Research/A-Wooden-Toe-Swiss-Egyptologists-Study-3000-Year-Old-Prosthesis.html

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Scoperta la più antica iscrizione geroglifica monumentale

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Source: MoA

A El-Khawy, sito rupestre dell’area di El-Kab (60 km a sud di Luxor), è stata individuata un’iscrizione con geroglifici di oltre 5250 anni. A effettuare la scoperta, la missione congiunta della Yale University e dei Musées royaux d’Art et d’Histoire di Bruxelles. Secondo il co-direttore John Coleman Darnell, i segni risalirebbero al 3250 a.C. corrispondendo, così, a uno dei primi esempi del sistema di scrittura egiziano. Evitando sensazionalismi inutili, probabilmente non è il primo in assoluto perché le etichette della tomba U-j di Umm el-Qa’ab, forse appartenuta al re Scorpione I, si datano dal 3320 al 3150; resta comunque la forma più antica conosciuta di protogeroglifici monumentali vista la loro altezza di circa mezzo metro.

Il pannello, leggibile da destra verso sinistra, vede quattro segni: una testa di toro su un corto palo e due becchi a sella (una specie di cicogna africana, Ephippiorhynchus senegalensis) posti simmetricamente di spalle con al centro un ibis. Secondo Darnell, questa disposizione è comune nelle successive rappresentazioni del ciclo solare e del concetto di luminosità, implicando l’autorità reale sul cosmo. Se quest’ipotesi fosse confermata, nascerebbe un bel quesito sull’origine stessa della scrittura, finora collegata al diffondersi di simboli amministrativi dal principale centro di potere egiziano pre- e protodinastico che era Abido.

http://news.yale.edu/2017/06/20/yale-archaeologists-discover-earliest-monumental-egyptian-hieroglyphs

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Bufale eGGizie*: i faraoni giganti

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Source: wikipedia.org

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Una delle iconografie più diffuse nell’antico Egitto è quella che vede il faraone stagliarsi enorme sopra nemici sopraffatti o sudditi offerenti. Questa taglia XL del re, resa sulle pareti di templi e tombe, è considerata da alcuni come la prova principe dell’esistenza di giganti nell’antichità. I mitici Nephilim biblici avrebbero popolato l’Egitto e, grazie alla loro stazza, permesso la costruzione delle piramidi e degli altri imponenti monumenti. So che è assurdo, ma bufale del genere girano da sempre, come quella dei cosiddetti “giganti del Wisconsin” finita addirittura sul New York Times nel 1912. Erano altri tempi; oggi, invece, circolano immagini photoshoppate male di scoperte di scheletri fuori misura.

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Source: teachmiddleeast.lib.uchicago.edu

Tornando all’Egitto, scene come quella di Ramesse III contro i Popoli del Mare (tempio di Medinet Habu; immagine in alto) si spiegano semplicemente con il concetto di proporzioni gerarchiche. La produzione figurativa egizia non è realistica non perché non si fosse in grado di ricreare così come è la natura – e basta vedere gli ostraka da Deir el-Medina per rendersene conto -, ma perché l’arte era funzionale al veicolare determinati messaggi. In questo caso, la convenzione stilistica vuol evidenziare la gerarchia dei personaggi rappresentati, dal più grande al più piccolo secondo il rango. Già nella Paletta di Narmer (particolare in alto al post) si vede che l’altezza del faraone è il doppio di quella dei funzionari che lo inquadrano, a loro volta più alti dei portatori degli stendardi. Non fa eccezione l’arte privata come, ad esempio, i rilievi della mastaba di Mereruka a Saqqara (VI dinastia) in cui le dimensioni del defunto sono decisamente titaniche se confrontate con quelle della moglie e del figlio maggiore ai suoi piedi (foto in basso).

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Davies, The tomb of Rekh-Mi-Rē’ at Thebes, New York 1943, pl. LV (particolare)

Discorso a parte va fatto, invece, per le rappresentazioni pittoriche delle statue, a volte apparentemente indistinguibili dalle persone in carne e ossa se non fosse per il basamento sempre presente. Non considerando questo particolare, nel caso di sculture colossali, si potrebbe cadere nell’errore di vederci dei mostri. Ecco perché la persona da cui ho preso l’immagine qui in basso ha aggiunto una didascalia che recita: “ragazzo massaggia i piedi del re gigante”… non servono commenti.

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Source: The Theban Royal Mummy Project

Infine, altro pretesto per parlare di giganti è quello delle dimensioni ‘sproporzionate’ di alcuni sarcofagi. Nella foto a sinistra, ad esempio, è ritratto l’enorme sarcofago della regina Ahmose-Nefertari, moglie di Ahmose (1543-1518). Date le sue misure (3,80 m), fu sfruttato dai sacerdoti che nascosero le mummie reali nella cachette di Deir el-Bahari (DB320) per conservare, oltre ai resti della regina, anche il sarcofago di Ramesse III. In effetti, è proprio questa la spiegazione: alcuni sarcofagi antropoidi sono così grandi perché, come delle matrioske, dovevano contenere altre bare gradualmente più piccole. Per fare l’esempio più celebre, la mummia Tutankhamon era deposta in un sarcofago antropoide in oro massiccio, a sua volta contenuto in uno ligneo ricoperto d’oro, ancora in un altro dello stesso tipo e, infine, in una grande cassa parallelepipeda in quarzite.

Tuttavia, esiste un caso -spesso citato dalla fantarcheologia- in cui le tombe effettivamente non sono state concepite per umani, ma comunque nemmeno per giganti. Nel Serapeo di Saqqara, 24 sarcofagi in granito (foto in basso) misurano 4 m di lunghezza, 2,30 m di larghezza e 3,30 m di altezza e pesano fino a 70 tonnellate perché destinati alle mummie dei tori Api, manifestazioni viventi del dio Ptah.

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“L’Egitto di Provincia”: la Centrale Montemartini di Roma (e Archeoracconto)

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Come spesso succede per questa rubrica, torno a parlare di Roma, città ovviamente ricchissima di musei e da sempre legata all’Egitto. Appartenente al polo espositivo dei Musei Capitolini e -neanche a farlo apposta- a una fermata di metro dalla Piramide Cestia, la Centrale Montemartini è un ottimo esempio di come si possa riconvertire al meglio, per scopi culturali, vecchie aree industriali dismesse, perché già la sede stessa diventa scopo di visita. Infatti, l’ex Centrale Termoelettrica Giovanni Montemartini, attiva dal 1912 al 1963, non è solo un semplice contenitore ma un piacevole connubio tra archeologia classica e industriale, in cui statue e mosaici si integrano alla perfezione con tubi, caldaie e gigantesche turbine. La seconda vita della struttura iniziò nel 1995, quando fu scelta per ospitare temporaneamente alcune sculture dei settori chiusi per restauro di Palazzo dei Conservatori  in Campidoglio; dieci anni dopo, completati i lavori, la Centrale è diventata sede museale permanente con i pezzi rimasti e altri aggiunti.

Tra questi, spicca un ritratto ellenistico (foto in alto) che, sul sito web ufficiale, viene annoverato tra i capolavori del museo. Scoperta nel 1886 in Via Labicana, la testa apparterrebbe a una principessa tolemaica acconciata come Iside, identificata da alcuni con la celebre Cleopatra VII. Egittizzante, invece, è uno splendido mosaico con scena nilotica (foto in basso) scoperto nel 1882 in Via Nazionale. La composizione musiva risale alla seconda metà del I sec. a.C., periodo in cui si diffusero a Roma rappresentazioni del genere; in particolare, ritrarrebbe sacerdoti intenti in un rito religioso in onore di Sobek.

Poi, se si escludono un busto di Antinoo -l’amante dell’imperatore Adriano divinizzato dopo essere affogato nel Nilo- e un’urna con due teste di Giove-Ammone, non ci sono altri reperti riconducibili all’Egitto. Infatti, il motivo per cui sono tornato a visitare questo stupendo museo non è stato per cercare una collezione egizia minore ma per partecipare ad #ArcheoRacconto, progetto ideato dalle amiche Stefania Berutti (Memorie dal Mediterraneo) e Marina Lo Blundo (Generazione di Archeologi) che prevede la visita di un’esposizione e la creazione di racconti, ovviamente a tema storico-archeologico, ispirati all’esperienza (per maggiori info vi rimando alla loro pagina Facebook). Nel secondo volume, quello appunto nato dalla visita alla Centrale Montemartini, c’è anche il mio racconto che riguarda la nostra Cleopatra VII e le sue disavventure con i Romani. Potete leggerlo, insieme a tutti gli altri lavori, scaricando gratuitamente l’ebook al link seguente:

http://www.memoriedalmediterraneo.com/wp-content/uploads/2017/06/Archeoracconto-2.pdf

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Demolite le costruzioni abusive nella necropoli di Dahshur

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Source: MoA

Uno dei principali problemi che il caos successivo alla rivoluzione del 2011 ha portato in Egitto è stato un completo stop per mesi, se non per anni, del controllo delle autorità sul territorio. Questo tilt amministrativo, se rapportato alla gestione del patrimonio storico-archeologico del Paese, ha sicuramente dato il via libera ai tombaroli, ma ha anche incentivato una preoccupante espansione edilizia in aree tutelate. Uno dei casi emblematici è stato quello di Dahshur (45 km a sud del Cairo) dove gli abitanti locali hanno approfittato della situazione per costruire in pochissimo tempo su una delle necropoli più importanti d’Egitto, patrimonio UNESCO. Negli ultimi due giorni, finalmente, il Ministero delle Antichità e l’esercito hanno demolito le costruzioni abusive che, come si vede dalle foto, erano veramente a due passi dalla “Piramide Romboidale” di Snefru (2630-2609) e dalla “Piramide Nera” di Amenemhat III (1846-1801). In particolare, è stato un smantellato un cimitero realizzato nel 2012 per cui ora è stato fornito ‘come risarcimento’ un terreno alternativo fuori dall’area archeologica.

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Source: MoA

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“La Mummia” (2017): blooper egittologici

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Ancora una mummia a minacciare le nostre esistenze… soprattutto quelle di chi, come me, è andato al cinema negli ultimi giorni. Ieri sera, infatti, ho visto in sala l’ennesimo prodotto cinematografico basato sul franchise del non-morto egizio che si risveglia dal suo sonno millenario per uccidere e conquistare il mondo. Questa volta, però, il mostro è donna e sexy (ma, come vedremo, non è nemmeno una trovata così originale). La seguente sarà un’analisi a caldo de “La Mummia” di Alex Kurtzman, uscita in Italia lo scorso giovedì, quindi meno particolareggiata delle altre recensioni della rubrica. Mi baserò su spunti notati a una prima visione e – siete avvertiti – ci saranno spoiler. Fra l’altro, oggi inizia l’ArcheoWeek, evento digitale nato in Francia ma diffusosi in tutto il mondo, proprio con una giornata dedicata alle #ArcheoFiction.

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Seguendo la moda delle serie dei cinecomics, anche la Universal Pictures ha deciso di creare il proprio universo narrativo condiviso popolandolo dei suoi mostri classici. La mummia è solo la prima creatura a comparire nella lunga lista del Dark Universe in cui vedremo anche il mostro di Frankhenstein, l’uomo invisibile, l’uomo lupo, Dracula, il mostro della laguna nera, il gobbo di Notre Dame, il fantasma dell’Opera, ecc. L’idea di fondo è che il Male (con la “m” maiuscola in quanto entità suprema; chiamatelo Satana se volete), fin dall’inizio dei tempi, abbia sempre provato a raggiungere il mondo incarnandosi in un corpo terreno. Da questi tentativi derivano i vari orripilanti personaggi cacciati da una società segreta, la Prodigium, che è diretta da Dr. Jekyll/Mr. Hyde (Russel Crowe). Si prospetta quindi un’alleanza di mostri buoni che combattono mostri cattivi sulla falsa riga della “Leggenda degli uomini straordinari”.

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“La Mummia” serve soprattutto a introdurre questo nuovo universo e, per farlo, toglie spazio alla vera protagonista che risulta un po’ troppo in ombra. Perciò, il prodotto non può essere considerato neanche un reboot di quello diretto da Sommers nel 1999, pur strizzando l’occhio ai suoi fan con molte citazioni (il colpo di pistola per attivare antichi meccanismi, il volto nel muro di sabbia, il libro di Amun-Ra ecc.). Dal punto di vista ‘egittologico’, c’è poco da dire anche perché, se si esclude il flashback iniziale e l’ultimissima scena conclusiva, nemmeno un secondo della narrazione è ambientato in Egitto. Nel complesso, ho trovato il film meno peggio di quello che mi aspettavo seppur macchiato da due gravi problemi: i buchi di trama – vengono inseriti espedienti assurdi nella sceneggiatura – e Tom Cruise, per niente credibile nel suo ruolo. Ma la pecca più grave è stata l’avermi illuso con “Paint It, Black” – una delle mie canzoni preferite – nel trailer per poi non utilizzare una singola nota degli Stones nella colonna sonora!

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La principessa Ahmanet (Sofia Boutella) è figlia ed erede al trono di un generico faraone di Nuovo Regno (anche se a volte si dice erroneamente 5000 anni fa, altre 3000; poi compare anche un cartiglio di Unas che ha regnato durante l’Antico Regno intorno al 2350 a.C.). Vedendo minacciata la sua successione dalla nascita di un altro principe maschio, stringe un patto con Seth -erroneamente definito dio dei morti- venendone impossessata e uccidendo tutti i membri della famiglia. La presenza malvagia nel suo corpo si manifesta con lo sdoppiamento delle iridi (un po’ come succede a me dopo una giornata passata a tradurre geroglifici…) e la comparsa di tatuaggi sulla pelle che sembrano più segni semitici. Il rituale per far venire al mondo il dio prevederebbe, come nelle classiche storie dell’Anticristo,  il concepimento di un bambino da un mortale e il suo sacrificio con il pugnale di Seth. Ma Ahmanet viene bloccata dai sacerdoti e condannata alla mummificazione in vita. Il suo sarcofago, poi, viene sepolto lontano, molto lontano dall’Egitto. Quindi, il villain non è più l’iconico Imhotep ma una donna, idea che, se seguite questa rubrica, non vi suonerà nuova. Già nel 1971, infatti, la Hammer aveva pensato a una mummia femminile in “Blood from the Mummy’s Tomb” (in Italia “Exorcismus – Cleo, la dea dell’amore”), ripreso 9 anni più tardi da Mike Newell per “The Awakening” (“Alla 39ª eclisse”).

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Da qui iniziano le trovate senza senso per tener in piedi il canovaccio del racconto e per giustificare l’ambientazione divisa tra Iraq e Inghilterra. Nel 1127, un gruppo di cavalieri crociati britannici invase l’Egitto (in realtà, lo fecero tra 1154 e 1169) portando in patria una serie di reliquie tra cui il Pugnale di Seth. Le loro tombe vengono scoperte fortuitamente nel sottosuolo di Londra durante lo scavo di una galleria ferroviaria. Di fronte all’eccezionale ritrovamento, gli uomini della Prodigium prendono in mano la direzione dei lavori e riescono a individuare solo la gemma rossa dell’arma. Nel frattempo, in Mesopotamia, nei pressi di Ninive, due soldati americani, Nick Morton (Tom Cruise) e  Chris Vail, approfittano della distruzione iconoclasta dell’ISIS per razziare a loro volta antichità e rivenderle al mercato nero. In particolare, si trovano nel leggendario sito di Haram portati da una mappa che Nick aveva rubato all’archeologa Jenny Halsey. Qui, dopo un bombardamento aereo, si apre una voragine nel terreno che rivela la presenza di una gigantesca caverna sotterranea con un mascherone egittizzante: si tratta del luogo di sepoltura di Ahmanet… ne hanno fatta di strada i sacerdoti! In fondo all’antro, un pozzo pieno di mercurio liquido, sorvegliato da sei statue di Anubi, custodisce il gotico sarcofago della principessa che viene issato con una fune e trasportato penzoloni in elicottero come se nulla fosse. Nel tirar su la bara, la principessa entra nella mente di Nick, ormai suo prescelto, maledendolo; i dialoghi nella visione sono resi abbastanza bene con la vocalizzazione convenzionale del tardo egiziano, cosa che presuppone la consulenza di egittologi che, però, non compaiono nei crediti. Il trasporto del sarcofago verso gli USA (perché?) avviene con un C-130 che, per esperienza personale, non è pressurizzato né silenzioso come nel film. L’aereo non arriva a destinazione perché Ahmanet lo fa precipitare nel mezzo dell’Inghilterra, proprio nelle vicinanze di una chiesa crociata dove è nascosto il pugnale. Lo scopo è chiaro: terminare il rituale d’invocazione di Seth usando questa volta Nick, sopravvissuto illeso all’incidente. La decrepita mummia comincia a riformarsi nel corpo succhiando l’anima di tutti coloro che le si parano davanti, ma non riesce nel suo intento perché la gemma rossa è stata divisa dall’arma con cui avrebbe dovuto uccidere la sua vittima sacrificale. Inoltre, catturata dagli uomini di Jekyll, viene portata nella loro base segreta sotto il Natural History Museum di Londra.

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È qui che la Prodigium raccoglie oggetti magici (tra cui il Libro di Amun-Ra) e i corpi dei mostri uccisi; stessa cosa vorrebbe fare con Ahmanet che, però, riesce a liberarsi e a distruggere mezza City con una tempesta di sabbia. S’impossessa perfino del pugnale e della gemma riunendoli per il rito finale, ma Nick, nonostante sia comandato mentalmente, decide di autopugnalarsi per prendere i poteri di Seth, sconfiggere il nemico e resuscitare la sua amata egittologa che nel frattempo era annegata. Qualcosa evidentemente non torna. Al di là dell’insensatezza della mummia che, pur controllando il soldato, non gli ordina cosa fare e si fa rubare il pugnale dalle mani, non si capisce la facilità di Nick nel ribellarsi dalla possessione di un dio e, anzi, di servirsene. Fatto sta che l’incarnazione di Seth sarà probabilmente tra i paladini che combatteranno il male nei prossimi film della Universal. Magari al fianco di Quasimodo…

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Lavoro minorile ad Amarna

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Source: amarnaproject.com

Che le condizioni di vita ad Amarna, la capitale di Akhenaton, fossero proibitive era già chiaro dallo scavo diretto da Barry Kemp delle tombe non elitarie della Necropoli Meridionale. Le centinaia di corpi ritrovati, infatti, presentano le chiare tracce derivanti da una grama esistenza caratterizzata da lavoro duro, dieta scarsa, malattie e frequenti infortuni. Tuttavia, la situazione potrebbe essere stata addirittura peggiore, soprattutto per i più piccoli.

Nel 2015, è iniziata l’indagine di un’altra necropoli popolare, quella Settentrionale, con sepolture ancora più povere. I defunti erano semplicemente avvolti in stuoie e deposti in fosse, spesso in gruppo, mostrando pessime condizioni dell’apparato scheletrico. Infatti, recentemente sono stati resi noti i primi risultati degli esami paleopatologici di Gretchen Dabbs (Southern Illinois University) sui primi 105 individui che, per il 90% dei casi, sono bambini, adolescenti e giovani dai 7 ai 25 anni, con la maggioranza under 15. Questo curioso dato va contro il normale andamento demografico di un cimitero che vorrebbe più neonati e adulti ‘anziani’ (relativamente all’epoca) che invece sono assenti. Così, la presenza di soli esponenti delle fasce d’età più resistenti è forse dovuta al loro impiego nelle vicine cave di pietra. Si è ipotizzato, quindi, un massiccio impiego di lavoro minorile, ancora maggiore alla normale consuetudine – vorrei ricordare a chi si fosse scandalizzato che stiamo parlando di 3300 anni fa – perché richiesto dalla fretta di costruire dal nulla la nuova città di Akhetaton. Per spiegare la mancanza di adulti, si è parlato della possibilità di una dispensa dalla corvée a sopraggiunti limiti di età o, più semplicemente, di una bassissima aspettativa di vita. D’altronde, quasi tutti i corpi presentano traumi o patologie degenerative come osteoartriti da imputare al trasporto di carichi pesanti; il 17% dei morti prima dei 15 anni ha addirittura fratture alle vertebre. Ulteriori informazioni arriveranno con l’analisi del DNA.

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