Articoli con tag: Akhenaton

Lavoro minorile ad Amarna

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Source: amarnaproject.com

Che le condizioni di vita ad Amarna, la capitale di Akhenaton, fossero proibitive era già chiaro dallo scavo diretto da Barry Kemp delle tombe non elitarie della Necropoli Meridionale. Le centinaia di corpi ritrovati, infatti, presentano le chiare tracce derivanti da una grama esistenza caratterizzata da lavoro duro, dieta scarsa, malattie e frequenti infortuni. Tuttavia, la situazione potrebbe essere stata addirittura peggiore, soprattutto per i più piccoli.

Nel 2015, è iniziata l’indagine di un’altra necropoli popolare, quella Settentrionale, con sepolture ancora più povere. I defunti erano semplicemente avvolti in stuoie e deposti in fosse, spesso in gruppo, mostrando pessime condizioni dell’apparato scheletrico. Infatti, recentemente sono stati resi noti i primi risultati degli esami paleopatologici di Gretchen Dabbs (Southern Illinois University) sui primi 105 individui che, per il 90% dei casi, sono bambini, adolescenti e giovani dai 7 ai 25 anni, con la maggioranza under 15. Questo curioso dato va contro il normale andamento demografico di un cimitero che vorrebbe più neonati e adulti ‘anziani’ (relativamente all’epoca) che invece sono assenti. Così, la presenza di soli esponenti delle fasce d’età più resistenti è forse dovuta al loro impiego nelle vicine cave di pietra. Si è ipotizzato, quindi, un massiccio impiego di lavoro minorile, ancora maggiore alla normale consuetudine – vorrei ricordare a chi si fosse scandalizzato che stiamo parlando di 3300 anni fa – perché richiesto dalla fretta di costruire dal nulla la nuova città di Akhetaton. Per spiegare la mancanza di adulti, si è parlato della possibilità di una dispensa dalla corvée a sopraggiunti limiti di età o, più semplicemente, di una bassissima aspettativa di vita. D’altronde, quasi tutti i corpi presentano traumi o patologie degenerative come osteoartriti da imputare al trasporto di carichi pesanti; il 17% dei morti prima dei 15 anni ha addirittura fratture alle vertebre. Ulteriori informazioni arriveranno con l’analisi del DNA.

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Un nuovo studio sui frammenti dorati del sarcofago della KV55

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Source: gettyimages, MSA

Una vecchia cassa di legno dimenticata contenente 500 piccoli frammenti di foglia d’oro, due pezzi di cranio umano e una nota poco chiara scritta a mano in francese. Un sarcofago con la maschera intenzionalmente strappata di cui non si conosce il proprietario. Sono ingredienti che creano uno scontato alone di mistero, soprattutto se si pensa che il sarcofago (immagine a sinistra) è stato ritrovato nell’enigmatica KV55 e che da alcuni, forse troppo liberamente, viene attribuito ad Akhenaton. In realtà, il Ministero delle Antichità sta lanciando uno studio scientifico – finanziato dall’American Research Center in Egypt con 28.500 $ – atto proprio a verificare se, come sembra, quei frammenti dorati appartengano alla bara conservata presso il Museo Egizio del Cairo. La scatola in questione è spuntata l’anno scorso dai magazzini del museo durante le fasi di trasferimento dei reperti verso il nuovo Grand Egyptian Museum di Giza.

La KV55, nella Valle dei Re, fu scavata nel 1907 da Edward Ayrton e Theodore Davis senza un’adeguata documentazione che ha reso ancora più problematica un’identificazione già di suo difficile per la cattiva conservazione della sepoltura e i segni di damnatio memoriae. Inoltre, sembra che Davis abbia addirittura permesso ad alcuni visitatori di prendere come ricordo frammenti della foglia d’oro che erano sparsi a terra. La mummia stessa, mal conservata, fu danneggiata dagli archeologi. Molto più recentemente, uno studio sul DNA del corpo, portato avanti da Zahi Hawass, identificherebbe il defunto con il figlio di Amenofi III, con il padre di Tutankhamon e, quindi, con Akhenaton, ma molti genetisti hanno messo in discussione metodi e risultati.

Così, questa nuova ricerca – che prevede la partecipazione anche di Mark Gabold  (Université Paul-Valéry Montpellier 3) – potrebbe contribuire a dirimere tutti questi dubbi. L’appunto trovato nella scatola, infatti, parla di un sarcofago reale senza indicarne il nome, ma la data coinciderebbe con quella della missione di Ayrton-Davis.

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Inaugurato il visitor center di Amarna

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Source: Amarna Project

Domenica scorsa (20 marzo), il ministro El-Damaty ha inaugurato il primo visitor center del sito di Tell el-Amarna, l’antica capitale di Akhenaton in Medio Egitto, nei pressi della città di Minya. La struttura di 10.000 m² (area espositiva, edificio di servizio, punto ristoro, libreria e parcheggio), situata sulle rive del Nilo in località El-Till, fungerà finalmente da centro di riferimento per i turisti in una zona finora piuttosto desolata. La realizzazione, costata quasi 4,5 milioni di euro, è stata affidata alla Mallinson Architects and Engineers dal cui sito si legge che il progetto risale addirittura al 1999 e che i lavori sono iniziati nel 2005. Nell’area museale, oltre a veri reperti come diverse statue reali e un colosso del faraone alto 3 metri, sono esposti anche plastici della città di Akhetaton e ricostruzioni a grandezza naturale di alcuni edifici ritrovati dagli archeologi, come la casa di Ranefer (vedi foto in basso).

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Source: mallinsonae.com

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Zivie: la nutrice Maya è la sorella di Tutankhamon

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Source: english.ahram.org.eg

Prima di tutto, una precisazione per evitare che qualcuno si ritrovi di fronte a una porta chiusa. In questi giorni, diverse agenzie di stampa egiziane ed estere hanno pubblicato la notizia seconda la quale la tomba di Maya, a Saqqara, sarebbe stata aperta al pubblico per la prima volta dalla sua scoperta. In realtà, ed è perfettamente comprensibile guardando la foto in alto, la struttura non è ancora pronta ad accogliere turisti; la visita ufficiale al sito, compiuta ieri dal ministro El-Damaty, è servita a celebrare la fine della pulizia dei rilievi parietali. La tomba sarà visitabile, ma a data da destinarsi.

Passiamo alla “notizia” vera e propria. Nel 1996, gli archeologi  della Mission archéologique française du Bubasteion (MAFB) diretti da Alain Zivie scoprirono a Saqqara una tomba di XVIII dinastia poi riutilizzata, tra la XXX dinastia al periodo romano, per inumare migliaia di mummie di gatto dedicate alla dea Bastet. Si capì che apparteneva a una donna di nome Maya, nutrice di Tutankhamon (eh sì, quest’anno non riusciamo a liberarcene…). Alcune iscrizioni originali, purtroppo, erano state coperte da quelle aggiunte durante i riutilizzi successivi della sepoltura; ora, però, grazie ai lavori di restauro, è stato possibile leggere un nuovo epiteto della defunta che ha fatto nascere nuove ipotesi. Maya è definita “Grande dell’Harem”, attributo che potrebbe collegarla alla famiglia reale. Zivie si è spinto oltre affermando, addirittura, che Maya potrebbe essere un nome alternativo di Meritaten, figlia di Akhenaton e Nefertiti. Non basta. Dato per assunto che Tutankhamon sia il figlio della coppia amarniana (ma i test del DNA non sono riconosciuti da tutti), di conseguenza, Maya sarebbe anche sua sorella maggiore. Per confermare questa ipotesi, l’egittologo francese  ha trovato, nelle rappresentazioni della nutrice e del “faraone bambino, analogie nei tratti somatici e nei troni su cui sono seduti. Ha aggiunto, inoltre, che nella Tomba Reale di Amarna, sarebbe rappresentata proprio Maya/Meritaten che sorregge il piccolo Tutankhaton durante le celebrazioni funebri per la morte di un’altra principessa, Meketaten (nell’immagine in basso). Altri, però, in mancanza di iscrizioni che attestino i nomi dei personaggi rappresentati, li interpretano come Kiya e Smenkhara. Sembra, quindi, che al momento la teoria lanciata non sia supportata da sufficienti basi e che possa voler sfruttare il clamore mediatico scatenato da Reeves. Inoltre, sembra che non ci sia niente di nuovo visto che lo stesso Zivie, nel 2009, in una pubblicazione intitolata proprio “La Tombe de Maïa: Mère Nourricière du roi Toutânkhamon et Grande du Harem” (pag. 86), parla dello stesso epiteto trovato su un frammento di canopo.

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Source: amarnaproject.com

Il sito della MAFB: http://www.hypogees.org/

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“TUT”, miniserie TV (blooper egittologici)

Source: en.wikipedia.org

Source: en.wikipedia.org

Di solito, nella rubrica “blooper egittologici” recensisco film che parlano, in un modo o nell’altro, dell’antico Egitto. Questa volta, però, farò uno strappo alla regola e mi occuperò di una miniserie TV attesa da molti sia per l’argomento che tratta sia per la campagna mediatica che l’ha caratterizzata: “TUT”. Tutankhamon è, nell’immaginario comune, il faraone più rappresentativo e, a partire dalla scoperta della sua tomba nel 1922, ha influenzato l’arte, la moda, la letteratura, il cinema e, in generale, la cultura pop; così, c’era da aspettarsi che, prima o poi, diventasse il protagonista di un “historical drama”. Ci ha pensato l’emittente statunitense Spike TV che il 19-20-21 luglio ha trasmesso in prima serata le tre puntate da 90 minuti ottenendo lo share più alto dal 2008 e un aumento degli ascolti complessivi del 123%. Il motivo di tutto questo successo? Solo esclusivamente il soggetto che venderebbe proposto in qualunque salsa. La trama è noiosa, gli attori sono monoespressivi (a parte il premio oscar Ben Kingsley che, rimanendo in tema, nell’ultimo anno ha ricoperto anche i ruoli dell’anziano ebreo Nun in “Exodus: Gods and Kings” e di Merenkahre in “Notte al museo – Il segreto del faraone”), la ricostruzione storica, come vedremo, completamente sballata. Va bene che la fiction, come dice la parola stessa, è finzione, ma in “Tut” si è stravolta la realtà, a partire dal “faraone bambino” che è diventato un improbabile eroe che ama il suo popolo e che, combattendo in prima persona, porta il suo regno alla gloria contro nemici interni ed esterni. E dire che di spazio per far cavalcare la fantasia ce n’era eccome con tutti i punti ancora oscuri della fine della XVIII dinastia; invece, gli sceneggiatori sono andati a mettere mano su dati storicamente acquisiti. Viene raccontata, dall’ascesa al trono fino alla morte, la breve vita di Tutankhamon (Avan Jogia che curiosamente somiglia all’attore che interpreta Ra in “Stargate”), dapprima re fantoccio manovrato da potenti personalità della corte, poi risoluto a prendere di polso la situazione e cambiare la politica dell’Egitto. Il tutto si può riassumere con 3 ore e mezza di intrighi di palazzo, intervallati da qualche scena di combattimento: il Sommo sacerdote Amun trama, il visir Ay (Kingsley) trama, suo figlio Nakht trama, la regina Ankhesenamon trama, il generale Horemheb trama; insomma, tutti tramano alle spalle del giovane sovrano per acquisire più potere. Questo è forse l’unico aspetto plausibile della narrazione, giustificato proprio dal caos post amarniano. Per il resto, quasi tutto è inventato e, qui di seguito, vi spiegherò perché passo dopo passo. ATTENZIONE SPOILER!!!

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Parte I: “Power”

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Siamo nel 1332 a.C. a Tebe e un morente Akhenaton, avvelenato da un certo Parennefer, lascia il potere al figlio di 9 anni Tutankhamon, nonostante egli si rifiuti di giustiziare con le sue mani il figlio dell’attentatore, Ka, che diventerà suo migliore amico. Il nuovo faraone sposa la sorella Ankhesenamun e vive l’infanzia e l’adolescenza segregato nel palazzo.

COSA C’È DI VERO? La successione di Akhenaton e i genitori di Tutankhamon sono tra gli argomenti più dibattuti dagli egittologi perché, in entrambi i casi, non si hanno ancora dati certi. Infatti, il ritorno agli antichi culti e la damnatio memoriae voluti (e usurpati allo stesso Tut che fece scolpire la “Stele della restaurazione” sul III pilone del Tempio di Karnak) da Horemheb hanno colpito il periodo che va dall’epoca amarniana al regno di Ay, provocando una lacuna difficilmente colmabile che, questa volta legittimamente, lascierebbe più spazio alla fiction. Nella serie, Tutankhamon è figlio del “faraone eretico” e suo diretto successore, anche se tra i due dovrebbe esserci almeno un altro/a regnante. Il doppio genere è d’obbligo perché, dopo tanti anni in cui si è pensato che l’erede fosse Smenkhara, da un po’ di tempo, grazie a una scoperta del 2012 [Van der Perre A., Nefertiti’s last documented reference (for now), in Seyfried F. (ed.), In the light of Amarna: One hundred years of the Nefertiti discovery, Berlin 2013, p.195-197], si è fatta strada l’ipotesi secondo cui sarebbe stata la regina Nefertiti a salire al trono.                                                                                  Per quanto riguarda il padre di Tut, invece, si è parlato di Amenofi III, Akhenaton o Smenkhara. Dallo studio del DNA voluto nel 2010 da Zahi Hawass, i genitori risulterebbero il defunto ritrovato nella KV55 (Amenofi IV secondo l’ex Segretatario dello SCA, Smenkhara secondo altri) e la cosiddetta “Younger Lady” della KV35, ma il condizionale è d’obbligo perché molti genetisti hanno contestato tali risultati criticando l’uso di tecniche inappropriate.                                                                                   La vera cantonata della prima parte sta nella scelta di ambientare da subito la storia a Tebe. È stranoto che Akhenaton, tra il 4° e il 6° anno di regno, trasferì la corte ad Akhetaton, Tell el-Amarna, dove risiedette anche lo stesso Tutankhamon quando si chiamava ancora Tutankhaton (“L’immagine vivente di Aton”) e quando sposò la sorellastra Ankhesenpaaton, poi diventata Ankhesenamon. Solo in un secondo momento la capitale tornò a essere l’odierna Luxor, nell’ambito del programma di restaurazione post-amarniano.                                                                                      Per il resto, non sappiamo come sia morto Akhenaton, anche se la mummia della KV55 non presenta tracce di avvelenamento e Parennefer era Gran maggiordomo e consigliere personale del faraone.

Passano 10 anni e Tut diventa un bel giovane atletico che si allena nel combattimento con l’amico Ka (che, però, se la fa con Ankhesenamun). Quest’attività è svolta in segreto perché il sovrano non può uscire dalle sue stanze, non si è mai mostrato al popolo ed è tenuto all’oscuro di tutte le decisioni di Stato prese di fatto dal visir Ay e dal capo delle forze armate Horemheb (Nonso Anozie, corpulento attore di colore). Così, disgustato dalle beghe di palazzo, spesso si traveste e scappa tra la gente comune (cliché trito e ritrito nel cinema). Durante una delle sue fughe, incontra Suhad, splendida ragazza mezza mitanni di cui si innamora, e Lagus, soldato che gli salva la vita e che diventerà il suo sottoposto più fedele. Gli scampoli di vera vita vissuta tra le strade di Tebe svegliano Tutankhamon che decide di prendere parte attivamente al governo dell’Egitto e di attuare profonde riforme democratiche togliendo potere al clero e all’esercito e abbassando i tributi da pagare ai templi.

Tralasciando il nome per niente egiziano di Lagus (che, invece, era un ufficiale di Filippo II di Macedonia e padre di Tolomeo I Sotere), le perplessità toccano soprattutto l’aspetto di Tut. Le ultime analisi sulla sua mummia hanno mostrato un individuo tutt’altro che avvenente e dal fisico minato da diversi acciacchi. Il re aveva il labbro leggermente leporino, la scoliosi e soprattutto una dolorosa osteonecrosi al secondo dito del piede sinistro che lo obbligava a zoppicare sorreggendosi con un bastone. Non a caso, nella KV62 sono stati trovati ben 130 bastoni da passeggio effettivamente usati. Altro che correre, saltare e tirare di spada! Ma, d’altronde, un protagonista così conciato avrebbe avuto scarso appeal sul pubblico. A causa della giovane età e del cattivo stato di salute, è probabile che Tutankhamon sia rimasto un faraone effimero fino alla sua morte.                                                                                                                                                          Poi, lungi da me entrare nella solita disputa politically correct sull’utilizzo di attori bianchi o neri per personaggi egiziani, ma perché rappresentare il solo Horemheb di colore? La mummia non è stata ancora individuata e le sue raffigurazioni, seppur convenzionali, non si distaccano dai suoi predecessori per la pigmentazione della pelle. Allora perché scegliere un interprete di origini nigeriane?

Tra le prime iniziative che Tutankhamon vuole intraprendere di persona, c’è una campagna militare contro i Mitanni che premono minacciosi al confine nord-orientale. Tushratta, forte di un esercito più numeroso e convinto della debolezza del faraone, vuole invadere la Valle del Nilo, così tende una trappola aspettando gli Egiziani nel regno di Amurru, l’area tra le attuali Siria e Libano da dove proviene Suhad. Il giovane re si rivela un abile stratega e un gran combattente e, ignorando i piani di Horemheb, riesce a mettere in fuga i nemici. Durante la battaglia, però, Lagus viene catturato e lo stesso Tut è ferito gravemente a un fianco cadendo moribondo. Horemheb lo trova, ma decide di abbandonarlo lì per tornare a Tebe come unico vincitore e nuovo sovrano.

La descrizione del reale stato fisico del re basterebbe ampiamente a mettere in dubbio la sua partecipazione a una guerra, soprattutto nel suo ultimo anno di vita. Inoltre, nonostante la propaganda politica rappresentasse sempre il faraone come il terrore dei nemici, neanche il grande Ramesse II avrà mai messo piede su un campo di battaglia. Sarebbe stato tanto inutile quanto rischioso. In ogni caso, alcune talatat provenienti dal tempio funerario di Tutankhamon, poi smantellato e usato come riempimento per il II pilone di Karnak da Horemheb, lo rappresentano su un carro da guerra contro nubiani e siriani, ma è probabile che il secondo caso si riferisca a una campagna dimostrativa nel nord della Palestina contro le incursioni ittite. E proprio qui casca l’asino perché il vero nemico egiziano del Tardo Bronzo era Khatti. Il regno di Mitanni aveva occupato il nord della Siria e della Mesopotamia durante il XVI e il XV secolo a.C., ma nel XIV era già in declino schiacciato in una morsa tra l’impero ittita a nord-ovest e il regno medio-assiro a est. Lo stesso Tushratta doveva essere già morto quando Tutankhamon salì al trono, ucciso durante una congiura ordita da Shuppiluliuma I di Khatti che aveva già invaso tutti i territori mitanni a ovest dell’Eufrate. Il regno di Mitanni, quindi, era tutt’altro che una minaccia per i confini egiziani; anzi, Tushratta aveva perfino chiesto aiuto, invano, ad Akhenaton contro le incursioni da nord.                                             tushrattaGli errori sul fronte “mitannico” non si fermano qui. Se nel caso di Horemheb, la scelta di un attore di colore mi ha suscitato più di qualche perplessità, per Tushratta e suo figlio Tis’ada (il nome, in realtà, è quello di un re hurrita del XXI secolo a.C.), si sfiora il ridicolo. I due sono gli unici neri di un popolo così settentrionale che gli Egizi rappresentavano con folta barba e pelle chiara.

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1024px-Moyen_Orient_Amarna_1Ma Tutankhamon non muore e viene trovato da Suhad (che c…aso) che lo nasconde e lo cura. Ripresosi, il faraone decide di andare a liberare Lagus e si fa portare dalla sua nuova fiamma alla fortezza segreta di Mitanni. Cosa può fare un ragazzino ferito, da solo, contro l’esercito che spaventa l’intero Egitto? Ovviamente riuscire nel suo intento. Così, i tre fuggono e corrono verso Tebe. Intanto, nella capitale si creano due fronti di alleanze per conquistare il potere, Horemheb-Ka e Amun-Ay, e, nonostante le subdole pressioni subite dal visir, Ankhesenamun sceglie di sposare il suo amante, anche perché aspetta un figlio da lui.
Eviterò di commentare la missione da Rambo di Tut nel cuore del territorio nemico e mi limiterò a spiegare il motivo della scelta della foto che ho posto all’inizio della recensione della puntata non per un mio spiccato animo romantico. La bella scena del bacio che si scambiano i due con le piramidi al tramonto sullo sfondo si svolge in Amurru. Ora guardate la cartina e tenete in mente che Giza era una delle necropoli di Menfi. Non aggiungo altro.  

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Parte II: “Betrayal”

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Mentre Ka sta per ricevere la corona blu (khepresh), Tutankhamon “si rialza dalla morte” e piomba nella sala del trono tra lo stupore dei presenti. Il faraone si riprende il suo posto e uccide con le proprie mani l’amico d’infanzia perché anche lui lo aveva abbandonato in fin di vita. Tornato al potere, Nebkheperura  (è il praenomen) è sempre più autoritario e, dopo tutti i tradimenti subiti, si fida solo (e fa male) di Ay: il generale è imprigionato in attesa della condanna a morte, Amun contrastato apertamente con l’intenzione di eliminare i tributi al tempio e Ankhesenamun messa in disparte perché, dopo tre aborti (un figlio di Ka e due di Tut), non riesce a far nascere un erede. Al contrario, Suhad è sempre più influente e convince il re a chiedere un’alleanza ai Mitanni attraverso un matrimonio politico perché l’esercito egiziano è falcidiato da un’epidemia. Così, viene inviata Herit, cugina della regina, come sposa a Tushratta, ma, per tutta risposta, il nemico la rispedisce indietro impalata su un carro. Appare ovvio, ormai, che l’unica alternativa  sia una guerra quasi impossibile da vincere, tanto che è richiamato alle armi anche Horemheb la cui pena capitale viene momentaneamente sospesa. Intanto, la Grande Sposa Reale, temendo di essere spodestata dalla nuova arrivata, aiutata dal visir fa rinchiudere con l’inganno Suhad nel ghetto dove gli appestati sono tenuti in quarantena in attesa di essere bruciati vivi per impedire la diffusione della malattia nella città.

cartouche14Prendo spunto dall’immagine in alto per parlare della scenografia e dei costumi che, tenuto conto che fanno parte di una serie TV e non di un film da sala, non sono poi così male. Non pretendo nemmeno che i geroglifici disegnati abbiano un senso (anche se, quasi cento anni fa, quelli de “La Mummia” lo avevano), ma alcuni errori non li posso tollerare. Sulla stessa parete di un tempio, non si può affiancare il disco solare di Aton alla figura di Anubi e a quella, di tre quarti (!?), di Bastet. E, ancora peggio, non si può scrivere il nome di Tutankhamon come farebbe un venditore di braccialetti del suq di Sharm: t-u-t-a-n-k-h-a-m-u-n. La vera grafia del nomem, o nome del “figlio di Ra”, è quella che si può vedere su una scatola lignea a forma di cartiglio scoperta nella KV62 (immagine a sinistra): “Amon” (Imn), anche se si legge alla fine, è posto all’inizio per venerazione del dio e “ankh” è reso con la croce ansata.                                                                                                          Per quanto riguarda i continui aborti di Ankhesenamon, invece, sono stati trovati due feti mummificati nella tomba di Tutankhamon che appartengono a due bambine nate morte a 5/6 e 9 mesi di gestazione. Gli esami del DNA del 2010 hanno confermato la paternità di Tut, ma ancora non è chiaro chi fosse la madre. È plausibile anche l’invio di Herit in sposa al re dei Mitanni. I matrimoni politici erano frequenti all’epoca e servivano a suggellare alleanze e trattati di pace; però, sappiamo da una delle “lettere di Amarna” che fu Tushratta a donare sua figlia Tadu-Kheba per l’harem di Amenofi III.

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Parte III: “Destiny”

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La situazione per Tutankhamon si fa pessima. Lagus trova Suhad viva, ma è in condizioni critiche e comunque sarà strangolata dalla regina; il Sommo Sacerdote è ormai in aperta rottura e annuncia solennemente che il dio Amon-Ra vuole la morte del re; i Mitanni si alleano con gli Ittiti e si preparano all’invasione accampandosi a Qadesh. Forte di una superiorità di 5 a 1, il principe Tis’ada si reca a Tebe portando un’offerta di pace oltraggiosa in cambio di tutti i territori egiziani dalla capitale in su. Come controproposta, il faraone dona al popolo di Tushratta, che sta soffrendo la fame a causa di una grave siccità, 100 cesti di pane, miglio e otri di vino. Questa decisione suicida si dimostra clamorosamente un’abile mossa tattica. Infatti, Tut parte con una quarantina di soldati scelti per una spedizione notturna verso la fortezza Mitanni passando per lo stesso passaggio segreto usato in precedenza per liberare Lagus (il manipolo di eroi che entra furtivamente nell’accampamento nemico è cliché già dall’Iliade) e riesce nell’impresa di uccidere Tushratta ponendo fine alla guerra. Nello scontro, però, si procura una grave frattura della gamba sinistra che si infetta; nonostante ciò, torna subito a Tebe per celebrare la vittoria e per sconfiggere gli ultimi avversari interni. Ottiene anche questo risultato sbarazzandosi, durante la festa di Ra, di Amun e dei suoi sacerdoti che, invece, erano convinti di partecipare a un attentato nei confronti del faraone. Tutankhamon finalmente ha raggiunto tutti i suoi obiettivi, ma la soddisfazione dura poco perché la setticemia lo porta velocemente alla morte a 18 anni.

Come spiegato in precedenza, tutta la parte dello scontro con i Mitanni è solo un modo per inserire scene di azione nella serie. La causa della morte di Tut, invece, è giusta, anche se vanno fatte delle precisazioni. Inizialmente, si pensava che il giovane faraone fosse stato vittima di una congiura di palazzo per la presenza di una frattura alla base del cranio che, in realtà, è dovuta dalla mano poco leggera di Howard Carter che usò martello e scalpello per staccare la mummia dal sarcofago. Una TAC del 2005 ha individuato la rottura del femore sinistro e la conseguente infezione fulminante che ha provocato la morte in 1-5 giorni di un individuo già debilitato dalla malaria. Altre lesioni alle costole e al bacino sarebbero compatibili con una caduta dall’alto, tanto da portare Chris Naunton a pensare a un incidente da carro.

La storia si conclude con il corteo funebre di Tutankhamon alla presenza della regina e del nuovo faraone Ay che, come ultimo sfregio, lo fa seppellire in una tomba anonima della Valle dei Re invece che nel grande sepolcro monumentale prestabilito. Questa volontà di cancellare la memoria di Tut, al contrario, preserverà la sua sepoltura fino al 1922 e gli porterà fama eterna.

KVRimasta vedova e senza eredi, Ankhesenamon supplicò Shuppiluliuma di Khatti di inviarle un figlio come marito. Il principe Zannanzach, però, non arrivò mai a destinazione, forse ucciso durante il viaggio, e Ay divenne faraone. Non sappiamo se l’ex visir abbia sposato la regina; inoltre, nella sua tomba (KV23), è ritratto con un’altra donna, Tiye II. In ogni caso, nella KV62 (nella serie, il progetto originale sembra più il tempio di Hatshepsut a Deir el Bahari) è lui che, come successore designato, è ritratto mentre compie la “cerimonia dell’Apertura della bocca” alla mummia di Tut. Comunque, ormai anziano, Ay regnò solo per 4 anni, seguito da Horemheb, ultimo faraone della XVIII dinastia, che cancellò tutte le tracce dei suoi predecessori appropriandosi degli anni di regno passati e ponendosi direttamente dopo Amenofi III.

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Studiata la struttura di Tell el-Amarna grazie a immagini satellitari

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Source: google.it/maps

Dall’alto si può avere una visione d’insieme delle cose, a maggior ragione se si “guarda” da un satellite. Così, proprio grazie ad immagini prese dallo spazio, il team di archeologi belgi diretti da Harco Willems ha studiato il sito di Tell el-Amarna individuando i confini e la struttura interna della città di Akhetaton, capitale di Akhenaton. In modo particolare, è stata rilevata la zona nord con una sorta di hinterland industriale di 12 chilometri che include numerose cave (Deir Abu Hinnis) collegate al centro tramite strade di servizio. Inoltre, è stato scoperto un porto sul fiume per il trasporto delle talatat (dall’arabo “talata”= “tre”; i tipici blocchi di pietra di età amarniana lunghi tre spanne, circa 50 cm).

 

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6 dicembre 1912: Borchardt scopre il busto di Nefertiti

il-ritrovamento102 anni fa, Ludwig Borchardt scoprì uno dei capolavori indiscussi dell’arte dell’antico Egitto: il busto di Nefertiti. L’archeologo tedesco stava scavando a Tell el-Amarna, l’antica Akhetaton, e, per la precisione, nell’area dove sorgeva la bottega dello scultore Thutmose. Infatti, nonostante la sua straordinaria bellezza, il busto policromo in calcare potrebbe essere “solo” un modello incompleto per la realizzazione di sculture ufficiali, trovato insieme ad altre famose opere che ritraggono Amenofi III, Kiya, Ay e ancora la Grande Sposa Reale di Akhenaton.

Il reperto, insieme a gran parte delle scoperte di Borchardt, finì in Germania provocando le prime polemiche già nel ’24, quando le autorità egiziane ne chiesero la restituzione. Il busto, infatti, era diventato proprietà di James Simon (qui la sua storia), mecenate ebreo che aveva finanziato la missione ad Amarna e che poi, nel 1920, donò la sua intera collezione ai musei della capitale tedesca. Gli Egiziani continuarono a pretendere il rimpatrio fino a quando, nel 1989, il presidente Mubarak definì Nefertiti come “la migliore ambasciatrice per l’Egitto” a Berlino. Però, la disputa si riaccese nel 2003, in occasione della realizzazione dell’istallazione artistica The body of Nefertiti in cui una coppia di scultori denominata Little Warsaw ricostruì in bronzo il corpo della regina. L’allora Segretario Generale dello SCA, Zahi Hawass, parlò di dissacrazione del retaggio storico e culturale dell’Egitto e interpellò anche l’UNESCO perché convinto dell’illegalità dell’esportazione dell’oggetto. Ma, nonostante escano tutt’oggi a cadenza regolare richieste simili, il busto è ancora conservato nell’Ägyptisches Museum und Papyrussammlung presso il Neues Museum.

 

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Amarna: le extension e i capelli tinti degli scheletri di 3300 anni

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Source: livescience.com

Era già nota la cura che le donne egizie avevano per i capelli, ma ancora non si era visto un campionario così vario come quello presentato da Jolanda Bos nel suo ultimo articolo sul Journal of Egyptian Archaeology. Lo studio si basa sull’analisi di 28 dei 100 teschi scoperti ultimamente nella “necropoli sud” di Akhetaton dagli archeologi dell’Amarna Project di Barry Kemp. Questi resti, pur mancando di ogni processo di mummificazione, presentano ancora i capelli conservatisi grazie al clima caldo e secco del deserto. In particolare, spicca una donna con una complessa acconciatura composta da 70 extension fissate insieme su diversi strati e lunghezze (vedi immagine). La Bos pensa che fosse una particolare pettinatura riservata alla sepoltura e alla vita nell’aldilà. Anche altri scheletri hanno ancora trecce posticce, quasi sempre più corte di 20 cm. Sembra, infatti, che, nella capitale di Akhenaton (1353-1335), fossero apprezzati i capelli corti. Per le “messe in piega”, ci si serviva del grasso per fissare le forme scelte. Non mancava nemmeno la fobia, ancora attuale, dei capelli grigi che erano coperti con delle tinte rosso-arancioni all’henné.

Per vedere altre foto: http://www.livescience.com/47834-egyptian-hairstyles-photos.html

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Sedeinga, tracce di iconoclastia di Akhenaton su rilievo con figura di Amon

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Source: livescience.com

La notizia non è freschissima perché la scoperta risale al dicembre del 2012, nonostante, negli ultimi giorni, i media la stiano facendo passare per una breaking news. Un rilievo, individuato in una tomba a Sedeinga (nord Sudan), mostrerebbe le tracce dell’iconoclastia amarniana e del successivo rifacimento della restaurazione post-Akhenaton. Il reperto è stato trovato in una tomba tarda dalla missione francese diretta da Claude Rilly che ha pubblicato i risultati della campagna nell’ultimo numero di “Sudan & Nubia” (ecco il motivo della ripresa della notizia). Il pannello in arenaria (0,4 x 1,8 m), che mostra la figura di Amon, era stato riutilizzato come base di supporto per un sarcofago quando, in origine, apparteneva al tempio, ormai in rovina, fatto consacrare da Amenofi III (1387-1348) alla moglie divinizzata Tiye.

Intorno al 1340 a.C., il volto del dio e il suo nome sarebbero stati cancellati seguendo i dettami della cosiddetta “eresia amarniana” che, a quanto pare, colpì anche province così lontane. Quello che riguarda la religione atoniana è sempre stato un argomento dibattuto, a partire da Breasted, che nel 1894 fu il primo a parlare di monoteismo, e dal saggio di Freud “L’uomo Mosè e la religione monoteista”. Ma, ormai, è quasi universalmente riconosciuto che non ci fu nessuna riforma religiosa in questo senso. In realtà, si trattò di un provvedimento politico-economico pianificato per colpire Amon e il potente clero di Karnak, arricchitosi grazie ai bottini di guerra dei thutmosidi. Sembra, infatti, che gli altri culti tradizionali fossero tollerati non solo a livello popolare, ma anche tra i membri dell’amministrazione. Lo dimostra il fatto che la figura deificata della regina Tiye non sia stata toccata.

Dopo la restaurazione di Tutankhamon (1328-1318), il pannello è stato modificato una seconda volta scolpendo di nuovo le fattezze di Amon e i geroglifici abrasi.

 

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Arrampicati a 14 m d’altezza per la stele di Amenofi IV a Silsila

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Source: gebelelsilsilaepigraphicsurveyproject.blogspot.co.uk

Gebel el Silsila, tra Edfu e Kom Ombo, è il più grande sito di antiche cave d’arenaria d’Egitto estendendosi per 2,5 km su ogni lato del Nilo. Tutta quest’area, una volta conosciuta come Khenu/Kheny, è disseminata di pittogrammi rupestri preistorici, iscrizioni in geroglifico, ieratico, demotico, greco e copto e marchi di cava. L’obiettivo del “Gebel el Silsila Survey Project” è proprio la documentazione fotografica di tutto questo materiale epigrafico, compreso quello più “scomodo” da raggiungere.

Questo è il caso della stele di Amenofi IV (vedi foto) posta a 14 metri d’altezza rispetto all’attuale livello del suolo. Infatti, gli archeologi diretti da Maria Nilsson si sono dovuti arrampicare su scale e ponteggi per copiare e fotografare il testo. La stele celebra l’inaugurazione della cava per il materiale dello “Hut-benben”, tempio solare fatto costruire dal faraone nei pressi di Karnak prima del trasferimento ad Amarna.

http://gebelelsilsilaepigraphicsurveyproject.blogspot.co.uk/2014/04/seven-weeks-in-stela-of-amenhotep-iv.html

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