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“L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi” (Padova, 25 ott 2019 – 26 lug 2020)

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Per gli amanti dell’antico Egitto una presentazione di Giovanni Battista Belzoni sarebbe completamente superflua; per tutti gli altri il gigante padovano fu una delle figure cardine della nascita dell’egittologia all’inizio del XIX secolo, protagonista di grandi scoperte e altre imprese che, purtroppo, spesso non gli furono riconosciute dai suoi contemporanei.

Così, sulla scia del bicentenario dei tre viaggi in Egitto – effettuati tra 1816 e 1819 – e del ritorno in patria, nella sua città natale è stata organizzata una mostra che ho avuto modo di visitare solo adesso, a pochi giorni dalla chiusura. In ogni caso, avete ancora tempo fino a domani (26 luglio) per fare un salto al Centro Culturare Altinate San Gaetano e vedere “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi”.

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Ritratto di Belzoni, Museo di Arte Medioevale e Moderna di Padova

La mostra, curata da Francesca Veronese e da Claudia Gambino, è incentrata sulla personalità eclettica di Belzoni e ne racconta tutte l’eterogenee avventure: non solo le eccezionali gesta egittologiche – come il trasporto del colosso di Ramesse II al British Museum, l’ingresso nella Piramide di Chefren, l’aver liberato dalla sabbia il Tempio maggiore di Abu Simbel e la scoperta della tomba di Seti I – ma anche il passato da forzuto circense, gli studi di ingegneria idraulica, la vena artistica e l’ultima esplorazione – che gli fu fatale – verso Timbuctù.

L’esposizione comprende 150 oggetti – tra reperti archeologici, pubblicazioni e altri documenti dell’epoca, litografie, acquerelli, modellini – provenienti da Padova e da biblioteche e musei italiani e stranieri come l’Egizio di Torino, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, il Museo Civico Archeologico di Bologna, i Vaticani, il Louvre, il British Museum, la British Library ecc. In realtà, però, la componente più evidente è sicuramente quella grafica, grazie a ricostruzioni ambientali, grandi stampe alle pareti e video interattivi. In effetti, se si considera la lunghezza del percorso, i pezzi non solo molti, con una distribuzione che vede anche alcune sale con un singolo oggetto. Quindi, per lo story telling della mostra si è scelto di utilizzare soprattutto l’apparato visivo, tanto che i reperti sono spesso inseriti – cosa che ho apprezzato – in piccole vetrine come fossero parte dei disegni e dei rilievi riprodotti sui muri.

 

Oltre alle varie vicende relative all’esploratore, ci sono anche le classiche sale tematiche dedicate a religione, vita quotidiana, pratiche funerarie, mummificazione, ognuna raccontata per “bocca” di Belzoni stesso con brani tratti dalla sua autobiografia, il “Narrative of the Operations and Recent Discoveries Within the Pyramids, Temples, Tombs and Excavations in Egypt and Nubia and of a Journey to the Coast of the Red Sea, in search of the ancient Berenice; and another to the Oasis of Jupiter Ammon”. In effetti, ho avuto la sensazione che, a discapito dell’approfondimento della sua vita, Giovanni Battista sia stato presentato quasi come fosse il curatore, l’autore dei testi. D’altronde, il titolo stesso della mostra pone l’accento più sull’Egitto che su Belzoni. Ma va specificato che tale valutazione non tiene in considerazione l’audioguida che non ho utilizzato. Quindi lo stesso ragionamento può essere fatto anche per l’apparato didascalico che non sempre spiega termini tecnici.

Il percorso espositivo, che si sviluppa quasi completamente nel primo piano del palazzo, prosegue al piano terra attraverso le ultime sale e l’ampio chiostro occupato dal modello in scala 1:15 della piramide di Chefren, alto ben 10 metri. Qui è riprodotta la grande firma che Belzoni lasciò nella camera funeraria, a testimonianza della delusione per la paternità rubata di molte scoperte e della voglia di rimarcare finalmente i suoi meriti.

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Le tombe di Seti I e Nefertari saranno riaperte al pubblico

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Source: wikipedia

Il prossimo 1 novembre, dopo oltre 10 anni di chiusura, due tra le più belle sepolture d’Egitto apriranno di nuovo le porte al pubblico. La tomba di Seti I (KV7), nella Valle dei Re (a sinistra nella foto), e quella di Nefertari (QV66), nella Valle delle Regine (a destra), dopo il lungo restauro delle splendide decorazioni, saranno visitabili con un biglietto speciale di 1000 LE (quasi 100 euro), prezzo molto alto ma comunque metà di quello che si pagava per gli esclusivi ingressi “VIP” (20.000 LE per gruppi di 10 persone). Tale iniziativa è pensata per cercare di risollevare un turismo sempre più in calo, a discapito della sicurezza delle fragili pitture e contro la recente decisione di realizzare copie a grandezza naturale per i turisti (Seti I, Nefertari). Curioso come entrambi gli ipogei siano stati scoperti da italiani: quello del padre di Ramesse II da Giovan Battista Belzoni nel 1817, quello della sposa da Ernesto Schiaparelli nel 1904.

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“Riletta” tecnologicamente l’iscrizione dell’Obelisco di File

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Source: collectingegypt.blogspot.it

Mentre il lander Philae si appresta a sbarcare sulla cometa 67P/Churyumov–Gerasimenko, a circa 500 milioni di km di distanza, nel Dorset, il monumento che dà il nome al robot torna ad essere studiato. Negli ultimi giorni, ricercatori del Centre for the Study of Ancient Documents (Oxford University) stanno analizzando le iscrizioni dell’Obelisco di File utilizzando le ultime tecnologie di imaging. Scoperto sull’isola nilotica nel 1815, il monolite venne acquistato da William John Bankes che lo fece portare da Belzoni, nel 1820, nella sua tenuta di Kingston Lacy. L’esploratore inglese aveva notato il nome di Tolomeo e Cleopatra nella doppia iscrizione, in greco e geroglifico, sul granito rosa; in effetti, la sua ipotesi fu confermata da Champollion che sfruttò quest’intuizione, insieme alla lettura della Stele di Rosetta, per la decifrazione della lingua egizia.

Il testo, redatto intorno al 118/117 a.C. sotto Tolomeo VIII, presenta anche i cartigli delle regine Cleopatra II e III e celebra una’agevolazione fiscale nei confronti dei sacerdoti di File. Delle due parti, quella in greco è la più danneggiata risultando quasi illeggibile. Così, lo studio della squadra della Dott.ssa Jane Masséglia consiste proprio in un record epigrafico completo possibile solo grazie al Reflectance Transformation Imaging (RTI), tecnica fotografica che crea un’immagine composita tridimensionale della superficie che si sta trattando.

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