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I sequel anni ’40 de “La Mummia” (blooper egittologici)

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Il grandissimo successo de “La Mummia” ingolosì a tal punto i produttori della Universal Pictures che furono realizzati, negli anni ’40, quattro film impropriamente definiti sequel dell’originale del 1932. Infatti, nonostante siano stati riciclati scenografia e addirittura spezzoni della pellicola di Freund, la storia non continua quella precedente, ma è una sorta di reboot con personaggi diversi. Si racconta sempre del risveglio di una mummia maledetta, ma è quella del principe Kharis e non più del sacerdote Imhotep; per questo, si parla anche di “Ciclo di Kharis”.

Tale premessa è sufficiente a far capire lo spessore di questa tetralogia che è stata prodotta a bassissimi costi girando lungometraggi di poco più di un’ora che si svolgono in location limitate e che sfruttano, come già scritto, materiale esistente. Non vale la pena presentare un’analisi accurata per questi b-movies, come di solito faccio nella rubrica “blooper egittologici”, e ho deciso di presentarveli tutti insieme con le loro curiosità e divertenti castronerie. Inoltre, ho faticato un po’ a trovarli perché non sono mai usciti nelle sale italiane, quindi è probabile che non li abbiate visti e che non li vedrete nemmeno dopo aver letto l’articolo.

 

“The Mummy’s Hand” (1940)

6a00d8341c630a53ef0133ee4a4479970bCon soli 80.000 $ (per rendersi conto, otto anni prima il budget era stato di quasi 200 mila), Christy Cabanne gira un film che non può nemmeno essere accostato a “La Mummia” (qui potrete vederlo LEGALMENTE in inglese). Tutto è a risparmio: scenografie (in parte riutilizzate), ambientazioni (tre di numero), attori (il divo Boris Karloff è sostituito da Tom Tyler solo perché gli somigliava leggermente) e trucco (come si vede nell’immagine in alto, la mummia sembra portare dei pantaloni e, per quasi tutte le scene, il trattamento del volto è semplificato con una maschera di gomma). Inoltre, all’inizio, per introdurre la storia, vengono montati gli spezzoni del 1932 che raccontano la storia d’amore tra Imhotep e Anck-es-en-amun, la morte della principessa, il sacrilegio del sacerdote e la sua mummificazione forzata. Ovviamente, i primi piani di Karloff sono stati sostituiti con quelli di Tyler (anche per evitare di pagare i diritti di immagine alla star).

Come anticipato, i personaggi cambiano. La principessa si chiama Ananka, mentre la mummia appartiene al principe Kharis, condannato a vigilare sulla tomba della sua amata per l’eternità. Ma a proteggere la tomba c’è anche una setta segreta di seguaci del vecchio culto guidata dal sacerdote del dio Karnak (non serve che puntualizzi, vero?) Adhoneb. Quando due archeologi disoccupati, l’eroico Steve Banning (Dick Foran) e il comico Babe Jenson (Wollace Ford), grazie a un vaso acquistato in un mercato al Cairo, risalgono all’esistenza della sepoltura, Adhoneb fa risvegliare la mummia di Kharis con una pozione magica. La mummia uccide alcuni membri della missione, tra cui il direttore del Museo Egizio del Cairo, il Dott. Petrie (un chiaro riferimento a Flinders Petrie, grande egittologo britannico e padre della moderna archeologia), e rapisce la bella figlia del finanziatore dello scavo, rispettando uno dei più famosi stereotipi degli horror classici. Come Anck-es-en-amun, anche Ananka (e apprezzate l’allitterazione!) ha bisogno del sacrificio di una giovane in cui reincarnarsi, ma i due archeologi riescono a fermare il piano sparando al sacerdote e dando la mummia alle fiamme. Il film termina con i tre che tornano in America insieme al corpo della principessa e al suo corredo funebre.

L’effetto comico della coppia di egittologi fu così riuscito che, nel 1955, “The Mummy’s Hand” venne parodiato da un film di Gianni e Pinotto, “Il mistero della piramide” (Abbott and Costello Meet the Mummy”), sempre prodotto dalla Universal.

 

“The Mummy’s Tomb” (1942)

The Mummy's TombLa formula sembra funzionare, così la Universal decide di lanciare un seguito affidandolo a Harold Young, che occupa buona parte dei 61 minuti del film con spezzoni de “La Mummia” e “The Mummy’s Hand” più altro materiale d’archivio. Vedendo il finale precedente, è chiaro che la realizzazione di “The Mummy’s Tomb” non fosse prevista. Infatti, ci sono dei colpi di scena stiracchiati per far stare in piedi la trama: sono passati 30 anni dalla scoperta della tomba di Ananka e si viene a scoprire che Adhoneb (George Zucco) non è morto per le pallottole di Jenson (qui, inspiegabilmente diventa Hanson) e, desideroso di vendetta, invia negli USA il suo successore, Mehmet Bey (stesso cognome fittizio adottato da Imhotep nella Mummia originale), e la mummia di Kharis (che sembra non avere nemmeno una bruciacchiatura, ma tanto farà la stessa fine) per uccidere tutti i componenti rimasti della missione archeologica di Banning e i loro discendenti (avranno viaggiato in prima classe?). Il sacerdote si fa assumere come guardiano del cimitero di Mapleton, Massachusetts, dove somministra l’elisir di foglie di tana alla mummia e la fa risorgere. Il mostro, da qui in poi impersonato da Lon Chaney Jr., è ancora più impacciato trascinando la gamba sinistra e piegando perennemente il braccio destro contro il petto; ma, nonostante ciò, riesce a strangolare l’ormai anziano Banning e altre persone. Hanson avverte tutti, senza essere creduto, che gli omicidi sono opera di Kharis, fino a quando alcuni esami su una sostanza grigia trovata nei luoghi del delitto rilevano muffa di mummia… Poi, Bey fa rapire Isobel, la fidanzata del figlio dell’archeologo, per continuare la stirpe reale, ma lo sceriffo spara al sacerdote e un’orda inferocita armata di torce intrappola la mummia dando fuoco all’abitazione dove si trova (ogni riferimento a Frankenstein è puramente casuale). Happy end con la fine della maledizione e il matrimonio tra Isobel e John Banning.

La storia di “The Mummy’s Tomb”, insieme a quella di “The Mummy’s Hand”, verrà ripresa nel 1959 dalla Hammer Film Production per la sceneggiatura di “The Mummy”.

 

“The Mummy’s Ghost” (1944)

ImmaginefTerzo film della serie e unico a non utilizzare flashback. Un punto a favore di Reginald Le Borg e della sua originalità? No, semplicemente mancanza di volontà nel dare spiegazioni che colleghino la storia di “The Mummy’s Ghost” a ciò che era successo prima. In ogni caso, siamo negli anni ’70 e il decrepito Adhoneb, questa volta sacerdote di Arkham (???), invia in America un nuovo adepto, Yousef Bey, a riprendersi le mummie di Kharis e Ananka. Intanto, il Prof. Norman, egittologo di Mapleton, compie degli esperimenti con le mistiche foglie di tana studiando antichi geroglifici, ma Kharis appare (non chiedetevi il perché, Bey non è nemmeno ancora negli USA) strangolandolo. Il sacerdote e la mummia si recano presso un inventato “Scripps Museum” di New York (vedi immagine), dove è conservato il corpo della principessa e tutto il suo corredo, ma improvvisamente i resti di Ananka si polverizzano perché l’anima si reincarna in Amina Mansouri (Ramsay Ames), giovane studentessa di storia di origini egiziane. Kharis non la prende bene e, con un’inaspettata agilità, distrugge tutti i reperti esposti e uccide una guardia. Yousef capisce tutto e torna a Mapleton dove Amina, ipnotizzata, sviene ed è rapita dalla mummia. Ma succede che entrambi i cattivoni s’innamorano della ragazza e si sa… tra i due litiganti, il mostro immortale super potente gode; Bey vola dalla finestra e Kharis se ne va con la donna. Da qui in poi, ci sono scene trite e ritrite: l’orda inferocita di abitanti del luogo insegue la creatura, la creatura fugge nella foresta con la bella, la creatura viene fermata e uccisa, la bella viene salvata. No, un momento, colpo di scena! Amina muore! Mentre è tra le braccia della mummia, invecchia di colpo di 3000 anni e i due s’inabissano per sempre (in realtà, come vedremo, solo per qualche anno) in una palude.

 

“The Mummy’s Curse” (1944) 

The_mummy's_curseSempre nel 1944, esce il quarto ed ultimo (meno male!) episodio del “Ciclo di Kharis” e tornano i lunghi flashback di seconda/terza mano (qui il film completo in inglese). Il regista Leslie Goodwins fa ripartire la storia a 25 anni dagli ultimi eventi (quindi dovremmo essere intorno al 1995, ma non c’è alcun tentativo di rappresentare il futuro) in Louisiana dove, durante alcuni lavori di dragaggio di un fiume, viene ritrovata la mummia di Kharis. Come sia finita lì dal Massachusetts è un mistero perché ce n’è di strada da fare! Sul cantiere, si presentano due studiosi dello Scripps Museum in cerca delle mummie perdute, ma uno dei due, Ilzor Zandaab (Peter Coe), altro non è che l’ennesimo sommo sacerdote che non lascia in pace il povero principe maledetto. Ilzor, insieme a un suo sottoposto, porta la mummia nelle rovine di un monastero abbandonato e, con la solita pozione, la riporta in vita. Nel frattempo, anche Ananka, impersonata qui da Virginia Christine, si risveglia sbucando lentamente dal fango in quella che probabilmente è la sequenza più horror dell’intera tetralogia. Nonostante fosse invecchiata alla fine del film precedente, la principessa rinasce giovane e attraente e, dopo un bagno nel fiume, anche truccata e pettinata. La ragazza non ricorda niente e vaga in stato di shock tra gli arbusti fino a quando un operaio la trova e la porta nella locanda del posto. Ma nel locale rimane per poco perché Kharis la trova e, dopo aver lasciato in giro qualche cadavere, la trascina verso il monastero. Lì, intanto, scoppia una colluttazione tra Zandaab e il suo discepolo, ora pentito, Ragheb che scatena l’ira della mummia. Come abbiamo visto, l’agilità non è la prima qualità della creatura e, infatti, durante la lotta, abbatte un muro portante facendo crollare la struttura che seppellisce tutti ponendo fine, questa volta definitivamente, alla maledizione. Infine, la gente accorsa trova Ananka chiusa nel sarcofago di nuovo avvizzita.

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“La Mummia” (1932): blooper egittologici

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Dopo aver analizzato “Indiana Jones e i Predatori dell’Arca Perduta”, continuo le pseudo-recensioni di film che parlano di Egitto prendendo in considerazione “La Mummia”, classico dell’horror del 1932 diretto da Karl Freund e interpretato da un magistrale Boris Karloff. Questa è la prima pellicola che ha diffuso nel pubblico cinematografico la mania per l’Egitto e per i suoi misteri preconfezionati. In realtà, già nel 1918 era stato girato un film muto in Germania sull’argomento, “Die Augen der Mumie Ma“, ma è solo con la Universal Pictures che nasce una vera e propria serie che porterà a diversi remake, fino a quello inguardabile del 1999 (nel frattempo, ne è stato girato un altro!). Negli anni ’30, Hollywood era invasa da mostri come “Dracula” con Bela Lugosi, “L’uomo invisibile” e “Frankenstein” che rese celebre lo stesso Karloff. Così, la Universal decise di cavalcare questa moda sfruttando un evento che aveva colpito l’opinione pubblica 10 anni prima e la cui eco non si era ancora affievolita: la scoperta della tomba di Tutankhamon.

Da quando, nel 1922, Howard Carter aveva individuato la sepoltura del giovane faraone, si diffuse in tutto il mondo un interesse paragonabile a quello per i concerti dei Beatles. La straordinaria ricchezza dei reperti del corredo, unita a un alone di mistero spesso creato ad arte dai giornalisti, diede il via alla Tutmania che influenzò i gusti degli anni ’20. Il finanziatore della missione, Lord Carnarvon, aveva venduto l’esclusiva a un solo giornale statunitense e le notizie uscivano con il contagocce; così, le testate concorrenti cominciarono a scrivere articoli palesemente inventati che alimentarono la leggenda della maledizione di Tutankhamon, secondo la quale tutti i partecipanti alla scoperta sarebbero morti di lì a poco in circostanze misteriose (malattie, avvelenamenti, omicidi, incidenti). In realtà, l’unico deceduto un anno dopo fu Carnarvon per un’infezione con varie complicazioni. Tutti gli altri ebbero, in media, una vita abbastanza lunga. Lo stesso Carter trapassò 17 anni dopo, mentre la figlia del conte addirittura nel 1980.

Non esiste nessuna maledizione contro i predatori della tomba, ma ormai la bufala era stata lanciata e vendeva (anzi, vende tutt’oggi); per questo fu trasposta sul grande schermo. Il film racconta di Imhotep (nome del famoso architetto della piramide di Djoser) riportato alla vita dopo che la sua mummia viene scoperta dagli archeologi del British Museum. Tornato nel mondo dei viventi, il sacerdote cerca di far resuscitare anche la sua amata Anck-es-en-Amon (anche in questo caso, viene usato un nome noto, quello della moglie di Tutankhamon), figlia del faraone “Amenophis il Magnifico” della XVIII dinastia (1700 a.C.), lasciando dietro di sé una scia di terrore e morte. In sostanza, è la storia di un amore così forte da superare le imposizioni religiose e il passare dei millenni; così forte da portare alla pazzia e al male puro. Dal punto di vista archeologico, “La Mummia” è molto più attendibile di “Indiana Jones”, sempre considerando che si tratta di un film fantastico di oltre 80 anni. Anzi, la prima parte è piuttosto accurata anche nei particolari; poi si scade nei luoghi comuni e in una ricostruzione storica meno attenta. Anche in questo caso, vi avverto che ci saranno spoiler, ma d’altronde avete avuto 82 anni per guardarvi il film!

 

I titoli di testa (foto a sinistra) scorrono su un modellino della Piana di Giza, anche se l’ambientazione iniziale è Tebe Ovest. Poi una voce narrante spiega la storia introducendo il “Rotolo di Thoth”, antico papiro che reca le formule magiche con cui Iside riportò in vita Osiride. E’ evidente che tale documento sia ispirato al “Libro dei Morti” (la vignetta con Anubi sul rotolo è parte della psicostasia del Papiro di Hunefer) che, bisogna ricordare, non era un libro come lo intendiamo noi ma una raccolta di formule magico-religiose utili a proteggere il defunto nell’aldilà. Quindi, da questo punto di vista, anche se usa un nome di fantasia, “La Mummia” del 1932 è più corretta rispetto a quella del 1999 in cui viene presentata una sotto specie di diario segreto del cuore con tanto di lucchetto.

Il film vero e proprio inizia nel 1921 (volutamente un anno prima della scoperta della tomba di Tutankhamon) con una serie di riprese del tempio di Hatshepsut a Deir el Bahari, Tebe Ovest, e con il cantiere di scavo della missione del British Museum diretta da Sir Joseph Whemple. L’archeologo, insieme al suo assistente Ralph Norton e al Dr. Müller, un non identificato esperto in arti occulte, cataloga i ritrovamenti appena fatti. Sir Whemple appare subito molto più esperto e giudizioso del giovane Norton proferendo frasi decisamente deontologiche come «Il metodo è tutto in archeologia»«La scienza ha più da imparare da questi pezzi di terracotta che da scoperte eccezionali». Poi, i tre si concentrano sulla mummia di Imhotep (il povero Karloff doveva sorbirsi 8 ore di trucco) e scoprono che il corpo non presenta il taglio dell’imbalsamatore, non è stato eviscerato e presenta i muscoli contratti. La cosa viene interpretata come una mummificazione forzata, un’esecuzione per alto tradimento o sacrilegio. In realtà, la conservazione del corpo dopo la morte era fondamentale per la vita nell’aldilà, quindi un sacrilego peccatore non avrebbe mai subito un trattamento del genere. Müller, tra il serio e il faceto, aggiunge un’ipotesi (che si rivelerà giusta): Imhotep potrebbe essersi messo nei guai con qualche sacra vestale, una sacerdotessa del Sole e figlia del faraone. La vestale, però, è una figura che riguarda il mondo romano e non quello egizio. Viene letta un’iscrizione nel sarcofago: “Imhotep, Gran Sacerdote del Tempio del Sole a Karnak”. Premesso che la dicitura non è esatta, almeno i geroglifici che sono riuscito a scorgere sono giusti (nell’immagine in alto a destra), […] Hm nTr tp(y) Ii-m-Htp. Dall’altra parte della bara, invece, i segni che proteggono lo spirito negli inferi sono stati cancellati, quando ci si sarebbe aspettata l’eliminazione del nome come in ogni damnatio memoriae.

 

Insieme al sarcofago, era stata scoperta anche una cassa di legno contenente uno scrigno d’oro con il sigillo intatto del faraone Amenophis (qui, invece, come si vede in alto a sinistra, i segni non corrispondono) al cui interno c’è un’altra cassa più piccola decorata con figure del dio Thoth sugli angoli (a destra). Nonostante la maledizione,“Morte, punizione eterna per chiunque osi aprire questo scrigno nel nome di Amon-Ra, re degli dei”, il giovane assistente apre lo stesso lo scrigno, prende il Rotolo di Thot e legge le formule che riportano in vita la mummia:

Norton impazzisce e Sir Whemple decide di non tornare più in Egitto; infatti, nel 1932, è il raccomandato figlio (nella versione italiana è il nipote) Frank a dirigere la missione del British, missione a dir poco fallimentare fino a quando si presenta un misterioso locale, Ardath Bey (in realtà, Imhotep) che conduce gli archeologi inglesi alla tomba di Anck-es-en-Amon. Questa situazione non è così insolita, soprattutto per l’egittologia ottocentesca. Ad esempio, la famiglia di tombaroli di Abdel Rassoul, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, consentì la scoperta della cachette di Bab el-Gasus e della tomba di Amenofi II. Le scene del cantiere, girate nella Death Valley in California, ricordano alla perfezione l’atmosfera degli scavi dell’epoca, con file di operai che si passano ceste piene di terra sotto le grida del rais (quante volte ho sentito anch’io “yalla yalla!”). Prima, vengono portati alla luce tre gradini e poi una porta con i sigilli ancora integri (chiaro riferimento alle immagini che provenivano da dieci anni dalla Valle dei Re): il cartiglio della principessa (in basso a sinistra) e il “Suggello degli sciacalli” (a destra) che mostra i quattro figli di Horo, ma che dovrebbe far riferimento al sigillo della necropoli reale di Tebe.

 

 

I giornali annunciano la grande scoperta e al Museo Egizio del Cairo si allestisce un’intera galleria per il corredo della principessa. Tra gli oggetti in mostra, spiccano il sarcofago, un canopo un po’ troppo cresciuto, vari gioielli e la copia di un vaso di alabastro della KV62. Così, Ardath si reca al museo per trovare la mummia della sua amata, si nasconde fino alla chiusura e comincia a recitare le formule per far tornare in vita Anck-es-en-Amun; ma un guardiano, che fa una brutta fine, interrompe il rituale e l’anima della principessa si reincarna in Helen Grosvenor, figlia del governatore britannico del Sudan e di una donna egiziana. Da questo punto, Helen si divide tra l’influenza magica di Ardath e il fascino dell’inutile belloccio Frank che la porta a casa mentre è ancora in trance. Il momento coincide con l’inizio della seconda parte del film caratterizzata da una improvvisa e poco credibile storia d’amore (fra l’altro, segnalo la frase più romantica nella storia del cinema: il giovane Whemple dice a Helen che si è innamorato di lei perché somiglia alla mummia di Anck-es-en-Amon…) e un mix tra avvenimenti sovrannaturali e una ricostruzione storica da recita scolastica (ricordo ancora, siamo nel 1932 e le pellicole moderne non sono di certo migliori). La donna invoca nel sonno Imhotep in egiziano antico, ma se ne accorge solo Sir Whemple confermando l’incompetenza del figlio che non capisce il significato delle parole sussurrate. Muller comprende tutto (d’altronde è lui l’esperto in arti occulte) e suggerisce all’anziano egittologo di bruciare il Rotolo di Thoth, ma Ardath sfrutta i poteri del suo anello-scarabeo per fermarlo: osserva tutta la scena dalla vasca della sua casa del Cairo (come la strega di Biancaneve nello specchio magico), uccide Whemple procurandogli un collasso cardiaco e si fa portare il papiro da un servitore della villa che diventa il suo “schiavo nubiano”.

17) passatoArdath cerca di uccidere anche Frank che si salva grazie a un amuleto con le fattezze di Iside ma, nonostante ciò, perde i sensi lasciando che Helen possa seguire il richiamo del sacerdote e raggiungerlo a casa dove, nella solita vasca a 62 pollici, vede il suo passato. Ihmotep, al capezzale della figlia del faraone, è talmente innamorato che non si dà pace per la morte della principessa. Viene mostrato tutto il corteo funebre con prefiche, carri trainati da buoi che trasportano gli oggetti del corredo, officianti, il faraone Amenophis e lo stesso protagonista con la pelle di leopardo (come i sacerdoti sem) che poi ruba il sacro scrigno con il Rotolo nascosto sotto una statua di una divinità non identificata (per farlo sfiora appena la base che si apre come una porta automatica da supermercato). Il suo tentativo di far risorgere Anck-es-en-Amon, però, è scoperto e Imhotep, accusato di sacrilegio, subisce la bendatura da vivo. Il suo sarcofago perde ogni simbolo di élite e viene sepolto insieme al rotolo stesso per far sì che un’azione così abietta non si ripetesse mai più. La damnatio menoriae si conclude con l’uccisione dei servi che avevano lavorato alla tomba, ma ormai tutti dovrebbero essere a conoscenza del mito sfatato della schiavitù egizia.

Helen si riprende dalla visione, ma viene condotta di notte nel Museo Egizio dove, rivestita dei gioielli del corredo, attende il piano malefico di Imhotep che vuole che l’incarnazione sia completata bruciando la vera mummia di Anck-es-en-Amon, sacrificando la donna sul “Tavolo di Anubis” e mummificandola per riportarla di nuovo in vita con le formule del Rotolo (nel frattempo, lo schiavo nubiano prepara il “bagno di natron” in un calderone fumante quando, in realtà, avrebbe dovuto essere il sale utilizzato per disidratare i cadaveri).

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Ma, proprio mentre Imhotep sta per affondare il pugnale in selce, Muller e Frank irrompono nella galleria e riescono a far svegliare Helen che invoca la protezione di Iside con antiche preghiere che le tornano in mente. La statua della dea alza la mano che regge un ankh (l’altra ha un sistro) e carbonizza il Rotolo di Thot polverizzando di conseguenza il corpo del malvagio sacerdote. Curioso che la croce della vita abbia portato la morte.

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