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La “Via di Horus”: l’autostrada fortificata dei faraoni per la Palestina (di Alberto Maria Pollastrini)

Sono anni ormai che mi occupo di divulgazione archeologica sul web perché reputo che la ricerca scientifica non possa esulare dal rapporto con il grande pubblico, in quanto il fine ultimo, ma non meno importante, del nostro lavoro è proprio la diffusione della conoscenza tra la gente. La celebre ‘torre d’avorio’ su cui per troppo tempo ci siamo isolati non ha fatto altro che creare falsi miti, cliché e un generale atteggiamento ostile nei nostri confronti: gli archeologi sono snob, nascondono quello che scoprono, bloccano i cantieri e non sono aperti a ‘verità alternative’. Questo vuoto comunicativo è riempito spesso, nei migliori dei casi, da amatori che, non avendo una solida base di studi e un metodo che permetta loro di distinguere le notizie vere dalle bufale, veicolano dati erronei che si diffondono più di quelli effettivi. Per questo, è compito degli addetti ai lavori di parlare dei propri risultati in modo chiaro e semplice, utilizzando un linguaggio libero da futili tecnicismi. In tal senso, è da tempo che penso di ospitare sul mio blog articoli di colleghi dottorandi, ricercatori e professori che illustrino il campo dei loro studi, magari integrando le ultime news che riporto su Djed Medu. È proprio il caso del primo guest post di questa nuova rubrica, “Parola all’Esperto“, che riguarderà recenti scoperte effettuate sul Delta Orientale. A scrivere è Alberto Maria Pollastrini, dottorando di Egittologia presso l’École Pratique des Hautes Études di Parigi. Altri interventi sono già in cantiere, ma colgo l’occasione per invitare altri studiosi a inviarmi i loro contributi che sicuramente saranno apprezzati dai lettori.

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La “Via di Horus” (source: oocities.org/zurdig/map.htm)

Fin dalla più remota antichità il confine orientale dell’Egitto ha rappresentato non solo la via privilegiata per il transito di uomini, merci e idee, da e verso il Vicino Oriente, ma anche, sotto il punto di vista militare, l’area più esposta alle penetrazioni straniere. L’esigenza di ovviare alla mancanza di un vero e proprio ostacolo naturale che fungesse da barriera contro le minacce provenienti da Est, portò all’elaborazione di linea di difesa chiamata 35247695_1679765008806472_4460226079793086464_n wAt-Hr, la “Via di Horus”, costituita da un sistema di fortezze e punti di sosta ed approvvigionamento, a guardia della strada costiera che dal Delta orientale, attraverso il Sinai, giungeva fino alle Palestina meridionale.

Per i periodi precedenti il Nuovo Regno, le informazioni riguardo la Via di Horus sono assai scarse e non è possibile definire quale fosse la sua reale natura. Ciò nonostante, a giudicare dall’attestazione del titolo di 35026798_1679765068806466_7293097215864602624_n mr wAt-Hr, “Soprintendente della Via di Horus”, ritrovata a Giza sul sarcofago di calcare del generale Hekeni-Khnum, è lecito ipotizzare che delle misure difensive fossero già state approntate durante la V dinastia, intorno alla metà del III millennio a. C.

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Il sito di Tell Hebua (source: MoA)

Con l’avvento della XVIII dinastia, la Via di Horus diventa di capitale importanza per i sovrani egiziani al fine di spostare velocemente enormi contingenti di truppe verso il teatro di guerra siro-palestinese. Dal resoconto della prima campagna asiatica di Thutmosi III contro Megiddo, siamo informati che l’esercito egiziano attraversò il deserto del Sinai settentrionale fino a Gaza in soli dieci giorni, percorrendo una media di 25 km al giorno. Tale rapidità lascia supporre che lungo il tragitto fossero presenti, a distanze regolari, installazioni militari che assicurassero l’approvvigionamento d’acqua necessario al movimento di forti contingenti di uomini e animali. Solo l’elevata efficienza organizzativa raggiunta durante il Nuovo Regno dall’esercito egiziano poteva tenere in piedi un apparato logistico così imponente.

La principale fonte di informazioni storico-testuali sull’argomento è costituita da un ciclo di rilievi di carattere militare, fatti realizzare dal secondo sovrano della XIX dinastia, Seti I, all’esterno della parete nord della grande sala ipostila del tempio di Karnak, presso l’attuale città di Luxor. Sfortunatamente la parete di pietra ha subito in quell’area un notevole degrado ed è quindi imprescindibile ricorrere ai disegni realizzati nel XIX secolo da egittologi quali Burton, Rosellini, Champollion e Lepsius, al fine di recuperare alcuni particolari oggigiorno perduti irrimediabilmente. Le scene scolpite raffigurano le fasi salienti della campagna asiatica condotta durante il primo anno di regno del faraone contro la popolazione nomade degli Shasu, che tradizionalmente minacciava le aree desertiche del Sinai. Dalle raffigurazioni sembra chiaro che Seti I si sia scontrato per almeno due volte con le forze avversarie lungo la Via di Horus. Il tracciato di quest’ultima è riportato nelle scene con dovizia di particolari, quasi si trattasse di una mappa: lungo il percorso tra la fortezza di Tjaru, punto di partenza della Via di Horus, e una località della Palestina meridionale dal nome illeggibile, probabilmente l’ultima guarnigione controllata in modo permanente dagli Egiziani (Gaza?, Rafa?), sono state rappresentate dieci fortificazioni con accesso all’acqua potabile, ognuna delle quali contrassegnata da un toponimo.

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Frammento di rilievo con scena militare, tomba del generale Iwrkhy, Saqqara (ph. A.M. Pollastrini)

35199020_1679765032139803_3309224099150036992_n PA xtm n TArw, “la fortezza di Tjaru”, al margine orientale del Delta, segnava il confine tra le ospitali terre dell’Egitto e le insidiose terre straniere. Da qui tradizionalmente l’esercito faraonico intraprendeva il cammino, lungo la Via di Horus, per raggiungere l’area siro-palestinese. Nel rilevo di Karnak (foto in basso), l’aspetto di Tjaru differisce da tutte le altre fortificazioni. Gli artisti egiziani l’hanno rappresentata come un’imponente struttura adiacente alla riva orientale di un corso d’acqua popolato di coccodrilli, chiamato 35206743_1679765038806469_8659456123813756928_n tA dnit, “l’acqua che divide”, sul quale è visibile un ponte che conduce ad un’altra serie di edifici posti sulla riva occidentale. Molte supposizioni sono state fatte sulla reale natura de “l’acqua che divide” (il ramo Pelusiaco del Nilo? Una laguna a margine del Delta, alimentata dalle acque del Nilo? Un canale di confine costruito dall’uomo?) senza pervenire ad alcuna risposta definiva. Il particolare dei coccodrilli suggerisce però che si trattasse di un corso d’acqua dolce. Questo dettaglio iconografico ha recentemente trovato un possibile parallelo in un frammento di rilievo (foto in alto) proveniente della tomba del generale di origine siriana Iwrkhy, vissuto durante la XIX dinastia, a cavallo dei regni di Seti I e Ramesse II. L’importante testimonianza, scoperta durante la campagna di scavo 2017/2018 dell’Università del Cairo presso la necropoli di Saqqarah, presenta una scena di carattere militare su due registri. Il registro superiore raffigura due carri da guerra divisi da un corso d’acqua brulicante di coccodrilli, che somiglia in maniera sorprendente a “l’acqua che divide” del rilievo di Karnak. Il registro inferiore mostra un gruppo di cinque soldati di fanteria seguiti da alcuni asini, che portano sul dorso due ragazzini. Un uomo spinge il gruppo di asini al di là del corso d’acqua con l’ausilio di un bastone. Inoltre, sul lato destro del frammento sono visibili delle porzioni di edifici che rappresenterebbero la fortezza di Tjaru.

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Particolare della fortezza di Tjaru, rilevi di Seti I nella grande sala ipostila di Karnak (ph. Pollastrini)

Sebbene fiumi d’inchiostro siano stati versati negli anni nel tentativo di dare una corrispondenza geografica precisa alle località citate nel rilievo di Karnak di Seti I, solo Tjaru è stata individuata con certezza. Alla fine degli anni ’90 del secolo scorso, le investigazioni dei siti Hebua I ed Hebua II, a pochi chilometri da El Qantara, presso il Canale di Suez, avevano indotto gli archeologi Mohammed Abdul Maqsoud e James K. Hoffmeier a supporre che si potesse trattare delle due parti del complesso militare eretto sulle sponde del corso d’acqua tA dnit, così come rappresentato nel rilievo di Karnak di Seti I. La scoperta nel 1999 e nel 2005, nel sito di Hebua I, di alcune statue di Secondo Periodo Intermedio e di Nuovo Regno incise con il toponimo di Tjaru aveva dato concretezza a questa supposizione. Tuttavia, nel 2007, è stata la notizia del Supreme Council of Antiquities (SCA) del rinvenimento presso il sito di Hebua II di una monumentale opera difensiva di Nuovo Regno a fugare i dubbi residui. I dati archeologici ci rivelano che Tjaru era munita di poderose mura in mattoni crudi spesse 13 metri, intervallate da ventiquattro torri e circondate da un profondo fossato. L’intero circuito murario racchiudeva un’area vasta più di 12 ettari, rappresentando di fatto la più grande fortezza egiziana fino ad oggi conosciuta.

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Seti I sconfigge gli Shasu nei pressi di una città chiamata Pa-Canaan, grande sala ipostila di Karnak (ph. Pollastrini)

La scoperta di Tjaru va inserita nel più ampio quadro di ricerche archeologiche che da oltre trenta anni hanno lo scopo di riportare alla luce il sistema difensivo nel nord del Sinai. In questo contesto va collocato il sito di Tell el-Borg, distante 5 chilometri dal sito di Hebua II, dove James K. Hoffmeier  ha rinvenuto le vestigia di due forti del Nuovo Regno. Il più antico, costruito probabilmente sotto il regno di Thutmosi III ed in uso fino all’epoca amarniana, ha rivelato un imponente fossato le cui fondamenta erano realizzate in mattoni cotti. Il più recente, realizzato subito dopo l’abbandono del primo, è rimasto in attività per tutto il periodo ramesside fino alla XX dinastia. L’abbondante materiale epigrafico non ha purtroppo permesso di conoscere il nome dell’installazione militare, sebbene la speranza degli studiosi sia quella di aver individuato 35239028_1679765002139806_1895303767042031616_n tA a.t pA mAj “la dimora del leone”, la prima sosta sulla Via di Horus dopo Tjaru in direzione della Palestina meridionale.

Alberto Maria Pollastrini

 

Per approfondire:

A. H. Gardiner, “The Ancient Military Road between Egypt and Palestine”, JEA 6, 1920, 99-120.

J. K. Hoffmeier, “Reconstructing Egypt’s Eastern Frontier Defense Network in the New Kingdom (Late Bronze Age)” in F. Jesse, C. Vogel (ed.), The Power of Walls – Fortifications in Ancient Northeastern Africa. Proceeding of the International Workshop held at the University of Cologne 4th – 7th August 2011, Cologna, 2013.

F. Monnier, “Une iconographie égyptienne de l’architecture défensive”, ENiM 7, 2014, 173-219.

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Cambio di nome al Museo del Cairo: da “Stele d’Israele” a “Stele della Vittoria di Merenptah”

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Source: globalegyptianmuseum.org

 

Un paio di giorni fa, è scoppiata una polemica riguardo una decisione apparentemente ‘politica’ presa dalla direzione del Museo Egizio del Cairo. Sabah Abd el-Razek, alla guida del museo di Piazza Tahrir dallo scorso settembre, ha infatti riferito di un cambio di denominazione per uno dei reperti più famosi dell’intera collezione: la cosiddetta “Stele di Israele”. La stele – una lastra in granito nero di 318 x 163 x 32 cm – risale ad Amenofi III (1387-1348 a.C.), ma fu modificata da Merenptah nel suo quinto anno di regno (1209-1208) per descrivere una vittoriosa spedizione contro le tribù libiche dei Libu e dei Meshwesh. Tuttavia, nelle ultime tre righe delle 28 totali, viene menzionata un’ulteriore campagna militare verso la terra di Canaan che è la causa del nome della stele. Infatti, tra i nemici sconfitti dal figlio di Ramesse II, viene annoverato anche il popolo di YsyriAr (evidenziato in arancione nell’immagine in basso presa dalla pubblicazione di Flinders Petrie che scoprì la stele nel 1896 presso il tempio funerario di Merenptah a Tebe Ovest), termine considerato dai più come la più antica menzione di Israele:

“I re sono abbattuti e dicono ‘Salam’. Nessuno tiene alta la testa fra i Nove Archi; la Libia è devastata; Kheta è pacificata; Canaan è depredata con ogni male; Ascalon è deportata; Geser è conquistata; Ionoam è ridotta come ciò che non esiste; Israele è desolato, non c’è più il suo seme. La Palestina è divenuta vedova per l’Egitto: tutte quante le terre sono pacificate, chi era turbolento è stato legato dal re Merenptah, sia egli dotato di vita come Ra, ogni giorno”.

[traduzione: BRESCIANI E., Letteratura e Poesia dell’Antico Egitto, Torino 1969, p. 277]

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ph. Mattia Mancini

Tornando alla polemica, lunedì scorso è stato annunciato che la decennale didascalia del reperto (JE 31408) è stata modificata inserendo la dicitura “Stele della Vittoria di Merenptah” al posto di “Stele d’Israele” (vedi a sinistra). Alla base della decisione presa da un comitato scientifico creato ad hoc, sembra ci fosse un non ben specificato sbaglio nel testo della descrizione, forse un’errata datazione al regno di Ramesse II. In ogni caso, pur non trattandosi di un vero e proprio cambiamento concettuale (gli egittologi utilizzano entrambi i nomi o anche semplicemente “Stele di Merenptah”), in molti hanno visto nel provvedimento l’ennesimo sintomo della politica sempre più nazionalistica del regime militare egiziano e un segno delle storiche tensioni con Israele – basti pensare solo alla Guerra dei sei giorni (5-10 giugno 1967) – pur comunque attenuatesi negli ultimi anni.

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tratto da: William M. Flinders Petrie, Six Temples at Thebes. 1896, London 1897, pl. 14

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Israele, scoperti scarabei e amuleti egizi

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Source: ynetnews.com

Dopo la ceramica da birra della scorsa settimana, nuovi reperti egizi sono stati scoperti in Israele. Questa volta, il ritrovamento è stato effettuato più a sud, a Tel Halif, nel deserto del Negev. Qui, l’Unità per la prevenzione dei furti di antichità dell’Israel Antiquities Authority ha effettuato scavi di emergenza dopo aver individuato tracce del passaggio di tombaroli. Amir Ganor, Direttore dell’Unità, ha affermato che dal cantiere sono usciti circa 300 contenitori ceramici, molti dei quali ancora intatti, alcune dozzine di ornamenti in bronzo, conchiglia o faience, sigilli, cretule e altri oggetti che vanno dal Tardo Bronzo (1500 a.C.) all’Età del Ferro (1000 a.C.). Tra la cultura materiale attribuibile alla Tribù di Giuda, è stata individuata una ventina di reperti provenienti dall’Egitto, come scarabei in pietra semi-preziosa, due anelli-sigillo e alcuni amuleti di divinità in faience. Secondo Dapha Ben-Tor, curatrice della sezione di egittologia presso l’Israel Museum di Gerusalemme, il gruppo è databile per lo più al XV-XIV sec. a.C.; infatti, su due scarabei sono incisi i cartigli di Thutmosi III e Amenofi III. In ogni caso, non c’è niente di sensazionale nella scoperta perché, durante questo periodo, la terra di Canaan era proprio sotto il dominio egiziano.

http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4643349,00.html

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La scoperta di uno scarabeo egizio confermerebbe informazioni della Bibbia (?)

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Source: journal.antiquity.ac.uk

Passeggiare nel deserto e trovare sul terreno uno scarabeo di 3000 anni… anche questo succede. A Khirbat Hamra Ifdan (Giordania, 50 km a sud del Mar Morto), uno studente dalla vista aguzza della University of California di San Diego ha scorto tra le scorie di fusione di rame un amuleto in steatite recante il nome del faraone Sheshonq I (943-922 a.C.), il fondatore della XXII dinastia. Il sito, infatti, corrisponde a un centro di lavorazione del metallo già attivo nel Bronzo Antico (3000-2000 a.C:), ma con tracce di occupazione fino all’Età del Ferro. Proprio su quest’ultimo periodo si concentrano le ricerche di Thomas Levy, il professore che accompagnava lo studente,  convinto fin dal 2008 che la fine dello sfruttamento del centro sia coincisa con le campagne militari asiatiche di Sheshonq I. Ora, questa fortuita scoperta confermerebbe le sue tesi.

Effettivamente, il faraone si vanta delle sue conquiste nella terra di Canaan attraverso le iscrizioni nel cosiddetto “Portico di Bubasti” a Karnak. Inoltre, viene fatto coincidere con il biblico Shishaq che, cinque anni dopo la morte di Salomone (931), sarebbe arrivato fino alle porte di Gerusalemme (I Re 9.15-19). Proprio per questo motivo, qualcuno ha parlato, un po’ troppo imprudentemente, della scoperta delle leggendarie “Miniere di Re Salomone”. Comunque, fino ad ora, le attestazioni archeologiche di Sheshonq I in Cis-Transgiordania si limitavano a un frammento di stele scoperto a Megiddo nel 1925.

Decisamente troppo poco per accampare ipotesi così roboanti, soprattutto se si pensa che lo scarabeo non era in situ e che, quindi, non può fornirci alcun dato dalla stratigrafia. Non resta altro che aspettare novità dallo scavo.

L’articolo sull’ultimo numero di Antiquity Journalhttp://journal.antiquity.ac.uk/projgall/levy341

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Israele, scoperto sarcofago “egittizzante”

Source: jewsnews.co.il

Source: jewsnews.co.il

A Tel Shadud, nella Valle di Jezreel (Nord Israele), è stata scoperta una tomba in stile egiziano del XIII sec. a.C. Lo scheletro di un adulto era sepolto in un sarcofago cilindrico in terracotta con coperchio antropoide (vedi foto). L’area, nel Tardo Bronzo, era sotto il controllo dell’Egitto; per questo, i direttori dello scavo, Edwin van deb Brink, Dan Kirzner e Ron Be’eri, pensano che il defunto possa essere un funzionario di origine cananea che lavorava per il governo faraonico. Ma in realtà, potrebbe trattarsi semplicemente di un membro dell’élite locale che ha voluto imitare i costumi funerari egizi. Il corredo comprende, oltre a vasi e oggetti di bronzo, anche un anello d’oro con uno scarabeo recante il cartiglio di Seti I (1290-1279). Inoltre, nelle vicinanze, sono state trovate le tombe di due donne e di altri due uomini, forse familiari.

http://www.jewsnews.co.il/2014/04/09/ancient-egytian-coffin-unearthed-in-jezreel-valley-in-israel/

 

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