Articoli con tag: Cheope

Giza: inaugurato laboratorio per il restauro della seconda barca di Cheope

RESTAURACIÓN DE LA SEGUNDA BARCA FUNERARIA DE KEOPS

Source: minuto30.com

Ieri mattina, all’ombra della Grande Piramide di Giza, è stato inaugurato il laboratorio temporaneo che sarà utilizzato per il restauro della seconda barca solare di Cheope (2589-2566). La struttura, definita come la più grande del genere realizzata in un cantiere archeologico, è lunga 45 metri, in grado così di contenere l’intera imbarcazione una volta ricostruita prima di essere trasferita definitivamente al Grand Egyptian Museum (dove, finora, erano trattati tutti gli elementi lignei). All’interno, sono presenti le più avanzate strumentazioni e sistemi di controllo di temperatura e umidità che simulano l’atmosfera del pozzo da dove sono prelevati i frammenti. Il laboratorio rientra nel “Khufu Solar Boat Restoration Project” del team giapponese di Sakuji Yoshimura (Waseda University) ed è stato finanziato con 1 milione di lire egiziane (circa 50.000 euro) dalla Japan International Cooperation Agency. Questo progetto, iniziato nel 2009, si avvia verso la fine della prima fase prevista per il 2020 ed è stato celebrato con l’estrazione, alla presenza della stampa, di uno dei pezzi più importanti della barca: la chiglia di 26 metri (foto in alto; video).

Categorie: restauro | Tag: , , , , | Lascia un commento

Bufale eGGizie*: le piramidi sono state costruite da schiavi (o, volendo, oltre 10.000 anni fa)

freedom4.jpg

“Fight for Freedom”, 1949 (Source: misterkitty.org)

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Con questo articolo proverò a prendere due piccioni con una fava sfatando due bufale che riguardano il simbolo d’Egitto: le piramidi di Giza. Secondo molti, questi monumenti patrimonio dell’UNESCO sarebbero state costruite da schiavi; secondo altri, ancora più fantasiosi, risalirebbero a un’antichissima civiltà evoluta ormai dimenticata.

Ma partiamo con la prima. L’immagine di migliaia di uomini costretti a trascinare giganteschi blocchi di pietra sotto sferzanti colpi di frusta è forse una delle prime che, purtroppo, balena nella mente a chi pensa all’antico Egitto. In generale, si crede che le piramidi di Giza, come tutte le altre opere monumentali della Valle del Nilo, siano state realizzate grazie al lavoro degli schiavi: niente di più sbagliato. Tale leggenda metropolitana risente ovviamente dell’influenza di cinema e letteratura che, a loro volta, si rifanno a interpretazioni errate degli storici del passato. L’Antico Testamento, soprattutto con il libro dell’Esodo, ha avuto una grande responsabilità nella diffusione di questa diceria raccontando la storia di Mosè e della cattività degli Ebrei (mi sono già occupato dell’argomento recensendo il film “I Dieci Comandamenti”). Ma la fonte principale dell’equivoco è probabilmente Erodoto, storico e viaggiatore greco del V secolo a.C. che, trovatosi di fronte alle spaventose dimensioni delle piramidi, non poté che pensare al progetto di un sovrano megalomane e dispotico:

 «Non vi fu perfidia di cui Cheope non si macchiò. Innanzitutto, egli chiuse  tutti i templi e vietò  agli  Egiziani di sacrificare. Dopo di ciò, li obbligò a lavorare per lui. Alcuni vennero inviati a  cavare  le pietre nei monti d’Arabia, a trascinarle fino al Nilo e a trasportarle su battelli sulla riva  opposta  del fiume; qui altri le ricevevano e le trascinavano fino alla montagna libica. Ogni tre  mesi,  centomila uomini erano impiegati in questo lavoro. Quanto al tempo durante il quale il  popolo fu  così tormentato, si passarono dieci anni a costruire la rampa sulla quale si dovevano  trascinare le  pietre […] La piramide in sé costò vent’anni di lavoro […] Cheope, esausto per queste  spese, giunse  all’infamia di prostituire la propria figlia in un luogo di perdizione e di ordinarle di  ricavare dai  suoi amanti una certa somma di denaro. Non so a quanto ammontasse la somma; i  sacerdoti non  me lo hanno rivelato. Non solo ella eseguì gli ordini del padre, ma volle lasciare ella  stessa un  monumento. Ella pregò tutti coloro che la visitavano di donarle ciascuno una pietra. Fu  con queste  pietre, mi dissero i sacerdoti, che si costruì la piramide che si trova nel mezzo, di fronte  alla grande  piramide, e che ha un plettro e mezzo di lato» (Storie II, 124-26)

Da questo momento in poi, Khufu divenne il prototipo del tiranno assoluto, del governante dissoluto che non bada ai bisogni del popolo. Tuttavia, il culto di Cheope, la cui figura era stata già presentata in maniera contrastante nel Papiro Westcar (P. Berlin 3033), è attestato fino alla XXVI dinastia (672-525), quasi duemila anni dopo la morte del faraone, circostanza che sembrerebbe negare una cattiva considerazione da parte degli Egizi. Quindi, è ovvio che il giudizio di Erodoto, e di altri dopo di lui, si sia basato solo su racconti e su credenze dei contemporanei. Infatti, l’applicazione delle moderne categorie mentali a fatti del passato è spesso la principale causa di errate interpretazioni. Tornando all’oggetto della discussione, effettivamente in Egitto la schiavitù esisteva, ma è difficile inquadrarla nel nostro pensiero occidentale. Partendo dalla semplice definizione, per schiavitù s’intende la condizione giuridica di un individuo che è considerato proprietà privata di un altro e il cui lavoro non è retribuito (sinonimi: servitù, cattività, tirocinio ;D). Il problema è che una vera codificazione sociale di tale status avvenne solo nel Medio Regno e si consolidò soprattutto in epoca ramesside, quando le numerose guerre crearono un afflusso continuo di prigionieri stranieri. Nell’Antico Regno, periodo in cui furono costruite le piramidi di Giza, sembra non esistere una condizione umana corrispondente alla nostra schiavitù, se si esclude quella risultante dalle spedizioni belliche in Nubia organizzate proprio per l’approvvigionamento di manodopera che, in ogni caso, non fu impiegata nella realizzazione delle tombe dei faraoni di IV dinastia.

Ma allora chi? Non schiavi nubiani, libici o asiatici, ma liberi cittadini egiziani che erano momentaneamente dirottati dalle loro occupazioni quotidiane verso le opere pubbliche. La corvée, infatti, era un sistema di servizio di Stato obbligatorio attraverso cui il popolo, senza distinzione di genere, era utilizzato nella creazione e manutenzione di infrastrutture (strade, canali, dighe), nell’estrazione di materie prime in cave e miniere, nelle campagne militari, e, ovviamente, nell’erezione di edifici monumentali. Spesso, essendo la maggior parte della popolazione dedita all’agricoltura, questo periodo coincideva con la stagione dell’inondazione, Akhet, quando la piena del Nilo rendeva impraticabili i campi. Il lavoro era comunque coatto, ma i contadini erano nutriti meglio del resto dell’anno e avevano una copertura medica. Inoltre, esistevano perfino decreti reali che esentavano singoli o categorie di persone da quest’obbligo.

k.jpg

Tornando nello specifico, è stato calcolato che per le tre piramidi siano stati necessari 20-30.000 operai  per un periodo non continuativo di circa 80 anni (2589-2504). Così, pur senza arrivare alle cifre di Erodoto, appare ovvio che servisse una grande struttura logistica per l’organizzazione del lavoro e, soprattutto, per l’alloggiamento degli uomini. Già nel 1880-82, Flinders Petrie era convinto di averla trovata quando scavò, a ovest della piramide di Chefren, le cosiddette “Baracche degli operai” che, però, si sono rivelate semplici magazzini. La vera svolta è arrivata solo tra il 1988 e il 1990 con la missione di Mark Lehner (Ancient Egypt Research Associates) e quella egiziana di Zahi Hawass. L’archeologo americano individuò, 400 metri a S-E della Sfinge, quella che poteva essere la “Città della piramide” nota già dalle fonti epigrafiche, con abitazioni, magazzini, un’officina per la lavorazione del rame, due grandi forni per la produzione in vasta scala di pane, un’area per il trattamento del pesce e un edificio amministrativo (immagine in alto; per l’originale mappa interattiva: AERA). Il sito era separato dalla necropoli reale da un possente muro in pietra (alto 10 m e lungo almeno 200) detto in arabo Heit el-Ghorab “Muro del corvo”. Nella parte nord, una serie di gallerie con piccole stanzette è stata interpretata come dormitorio in grado di ospitare, a rotazione, 1600-2000 lavoratori. Inoltre, sembra ci fossero due villaggi distinti: l’Orientale con abitazioni più piccole per gli operai semplici e l’Occidentale che presenta case più grandi per artigiani e supervisori. I due centri erano divisi da un palazzo nel quale sono state ritrovate impronte di sigilli di Chefren e Micerino e silos per i cereali. Purtroppo, il fronte di scavo copre solo il 10% della città (5000 m²) per la presenza di un moderno cimitero, di un campo da calcio e del sobborgo cairota di Nazlet es-Semman che avanza sempre più minacciosamente verso ovest.

Giza Plateau Mapping Project: http://www.aeraweb.org/projects/lost-city/

Rapporti di scavo: http://oi.uchicago.edu/research/projects/giza-plateau-mapping-project-gpmp-0

_DESCUBREN_NUEVAS_TUMBAS_DE_TRABAJADORES_QUE_CONSTRUYERON_LA_PIRAMIDE_DE_KEO(6156116)_2ea2fa7a.jpg

Quasi contemporaneamente e poco più a ovest, Zahi Hawass scopriva le sepolture dei costruttori delle piramidi che avevano abitato i due villaggi. Un secondo gruppo è stato individuato nel 2009. Anche in questo caso, si è vista una netta divisione in due settori: il cimitero inferiore raccoglieva le tombe degli operai che trasportavano i blocchi, mentre quello superiore era riservato a tecnici come scultori, disegnatori e altri artigiani. È chiaro che una posizione così prossima alla necropoli reale fosse un privilegio che non sarebbe mai spettato a degli schiavi. L’enorme cimitero inferiore conta, oltre a 60 tombe più grandi forse appartenute a capisquadra, 600 semplici fosse scavate nella roccia (1 x 0,5 m) con coperture di diverso tipo. L’analisi dei corpi non mummificati ha evidenziato individui provenienti da tutte le zone d’Egitto con una bassa aspettativa media di vita (40-45 anni per gli uomini, 30-35 per le donne) che risente della forte mortalità infantile. Inoltre, le ossa recano evidenti tracce di usura da trasporto di carichi pesanti (es. vertebre schiacciate) ma anche segni di fratture curate, cosa che conferma un’assistenza medica per i lavoratori.

Il cimitero superiore, poco più a sud, include 43 tombe più grandi, in parte ipogee e in parte costruite con calcare, mattoni crudi e altro materiale di scarto dai cantieri reali (granito, basalto). La presenza di false porte, statue, iscrizioni e, in generale, di corredi più ricchi testimonia un più alto livello sociale per i defunti di questo settore il cui ruolo è chiarito dai loro titoli: disegnatore, architetto, “Ispettore dei costruttori della tomba”, “Direttore dei lavori della tomba”, “Supervisore del lato della piramide”, “S. degli artigiani”, “S. degli operai che trainano la pietra”, “S. della biancheria”, “S. del porto”, “S. dei carpentieri”, “S. del distretto amministrativo”.

wp-1468479188863.jpeg

Se tutto ciò non bastasse a convincere i più scettici, nel 2013 a Wadi el-Jarf, costa occidentale del Golfo di Suez, la missione franco-egiziana diretta da Pierre Tallet (Sorbona) e Sayed Mahfouz (Università di Assiut) ha effettuato un ritrovamento eccezionale che fornisce la prova definitiva sugli autori della piramidi di Giza: frammenti di papiro risalenti al 26° anno di regno di Cheope. Con circa 4600 anni, sono i più antichi papiri iscritti mai individuati e contengono testi amministrativi che registrano le presenze mensili dei lavoratori del porto impiegati anche nel trasporto di blocchi di calcare verso il cantiere della Grande Piramide.

graffiti-khufu.jpg

Dopo questi dati, dovrebbe essere assodato che gli schiavi non c’entrarono niente; ma neanche alieni o Atlantidei. Un’altra bufala che circola attorno alle piramidi, infatti, è quella che le retrodaterebbe, insieme alla Sfinge, al 10.500 a.C. Questa teoria nasce soprattutto da improbabili studi degli autori di best-seller fantarcheologici Robert Bauval e Graham Hancock che prendono in causa analisi geofisiche mai provate e ipotetici allineamenti con la costellazione di Orione (approfondirò il discorso in futuro). Come visto, la città dei costruttori ebbe una vita brevissima, circa 35-40 anni sotto i regni Chefren e Micerino, e fu abbandonata a lavori completati con l’asportazione di tutto il materiale edile riutilizzabile, come soglie di pietra, colonne di legno e perfino mattoni. La datazione è supportata, oltre al ritrovamento dei già citati sigilli, dallo studio cronotipologico della ceramica e dal C14. Ma ancor prima di questi sviluppi più recenti,  ad esempio, all’interno delle camere di scarico della Grande Piramide, erano stati già scoperti graffiti degli operai che si definivano “Amici di Cheope” (ricorderete lo scandalo dei due tedeschi accusati di aver prelevato campioni da un cartiglio del re; immagine in alto). Allo stesso modo, nella piramide più piccola abbiamo la firma degli “Ubriaconi di Micerino”! Queste iscrizioni, oltre a legare inequivocabilmente le opere ai faraoni, ci forniscono utili informazioni sull’organizzazione dei lavoratori che erano suddivisi in squadre, a loro volta  frazionate in 4 o 5 gruppi più piccoli detti phyles e, infine, in unità di 10-20 uomini.

In ogni caso, per apporfondire l’argomento, il link seguente porta a una vastissima bibliografia di articoli scaricabili gratuitamente: http://www.gizapyramids.org/static/html/authors_list.jsp

 

 

 

Categorie: bufale eGGizie | Tag: , , , , , , , , | Lascia un commento

Individuati elementi metallici nella seconda barca solare di Cheope

l_146725_060410_updates

Source: thenews.com

Ieri, durante una visita ufficiale a Giza, il ministro El-Enany ha annunciato un’importante scoperta effettuata dal team giapponese di Sakuji Yoshimura (Waseda University) che sta lavorando all’estrazione dei frammenti lignei della seconda barca solare di Cheope. Una delle ultime tavole prelevate, lunga 8 metri e larga 40 cm, presenta 11 ganci metallici (vedi foto), circolari o “ad U”, forse utilizzati come supporti per i remi. Si tratta del primo ritrovamento del genere in quanto la prima barca, oggi esposta nell’apposito museo accanto alla Grande Piramide, non presenta alcun elemento metallico. Questo particolare ha spinto Yoshimura a ipotizzare che l’imbarcazione sia stata realizzata per navigare effettivamente e non solo a scopo funerario. Tuttavia, è ancora presto per arrivare a conclusioni e bisognerà aspettare che tutta la barca sia portata nei laboratori del Grand Egyptian Museum dove verrà restaurata e rimontata. Infatti, ci vorranno ancora 8 anni per il completamento del “Khufu Solar Boat Restoration Project” perché, al momento, solo 700 pezzi su 1450 sono stati trasferiti al GEM.

Le due barche di 47 metri furono scoperte nel 1954 da Kamal el-Mallakh in fosse a sud della Piramide di Cheope, ma la seconda è rimasta sigillata nel suo pozzo fino al 1987 a causa del pessimo stato di conservazione. Solo nel 2009 è iniziato il progetto di rimozione che ha visto una prima fase di pulizia, disinfestazione e consolidamento in situ e poi, solo dopo aver abbassato il livello di umidità del legno al 55%, la seconda fase di spostamento dei pezzi.

Categorie: scoperte | Tag: , , , , | 1 commento

Verso la riqualificazione della Piana di Giza

Giza-pyramids (1)

Source: wikipedia.org

Si va verso il completamento dei lavori di valorizzazione dell’area archeologica di Giza… almeno secondo le ottimistiche dichiarazioni del ministro delle Antichità, Khaled el-Enany, e del direttore generale del sito, Ashraf Mohi, che hanno parlato della fine dell’anno. In realtà, il progetto originario prevedeva la conclusione per il 2012, ma, per adesso, si è ancora fermi al 70%.

La Piana di Giza, con le Piramidi di Cheope, Chefren e Micerino, la Sfinge e le altre tombe che gravitano attorno alla necropoli reale, è sicuramente uno dei luoghi più visitati d’Egitto che, tuttavia, non è fornito di strutture recettive adeguate. Inoltre, la situazione è peggiorata dai venditori ambulanti un po’ troppo pressanti e da spazzatura ed escrementi di animali da trasporto che deturpano la splendida vista. Per dare un taglio a quest’andazzo, nel 2009 si è pensato a un piano di riqualificazione dell’area che, però, si è fermato alla sola costruzione di un secondo ingresso, dalla strada per il Fayyum, che diventerà la principale entrata in modo da decongestionare il traffico che si crea sempre sulla Shar’ia el-Ahram (“Via delle Piramidi”). Entro dicembre 2016, sarà costruito un visitor center con modelli in scala, pannelli esplicativi e monitor con un video introduttivo di 6 minuti. Da qui, un servizio di auto elettriche porterà i turisti ai diversi luoghi d’interesse, mentre bancarelle e conducenti di cavalli e dromedari saranno spostati in una zona apposita. Inoltre, sono previsti un incremento delle forze di polizia e delle fonti d’illuminazione.

Parte della cifra stanziata per queste migliorie (349 milioni di sterline egiziane equivalenti a 37,8 milioni di euro) rientrerà con i biglietti il cui prezzo attualmente ammonta a: 40 EGP (4 €, la metà per gli studenti) per l’ingresso alla Piana; 200 per la Piramide di Cheope (20,5 €); 40 per la Piramide di Micerino; 50 (5 €) per la tomba di Meresankh, moglie di Chefren la cui piramide è chiusa per la consueta rotazione di ristrutturazione.

Categorie: turismo | Tag: , , , , , , , , | 1 commento

Esposti per la prima volta i papiri di Cheope

Per la prima volta dalla loro scoperta – effettuata nel 2013 a Wadi el-Jarf, costa occidentale del Golfo di Suez, dalla missione franco-egiziana diretta da Pierre Tallet (Sorbona) e Sayed Mahfouz (Università di Assiut) – saranno esposti al pubblico i frammenti di papiro risalenti al 26° anno di regno di Cheope. Con circa 4600 anni, sono i più antichi papiri iscritti mai individuati.

Tuttavia, l’importanza dei reperti non si limita solo alla datazione, ma dipende anche dai testi riportati. Si tratta, infatti, di documenti amministrativi che registrano le presenze mensili dei lavoratori del porto, impiegati, ad esempio, nel trasporto di blocchi di calcare verso Giza per la costruzione della Grande Piramide.

L’esposizione sarà allestita da oggi presso il Museo Egizio del Cairo insieme alla mostra temporanea delle repliche dei più celebri pezzi della collezione.

Categorie: mostre/musei | Tag: , , , , | 3 commenti

Identificata la “Cappella del capitano” della seconda barca solare di Cheope

2016-636009206852758215-275_resized

Source: weekly.ahram.org.eg

Durante le operazioni di asportazione e restauro del legno appartenente alla seconda barca solare di Cheope, è stata identificata la copertura della “Cappella del capitano” (foto in alto). Le tavole in cedro -riconosciute grazie a un confronto con la prima barca solare che oggi è nel museo accanto alla Grande Piramide – facevano parte di una struttura che si trovava a prua, una sorta di baldacchino per il conducente dell’imbarcazione opposta alla grande cappella del faraone a poppa (immagine in basso).

I pezzi in questione sono gli ultimi dei 700 su 1400 trasferiti presso il Grand Egyptian Museum dove verranno restaurati e rimontati per l’esposizione prevista, un po’ troppo ottimisticamente, per il 2017. Le due barche di 47 metri furono scoperte nel 1954 da Kamal el-Mallakh in fosse a sud della Piramide di Cheope, ma la seconda è rimasta sigillata nel suo pozzo fino al 1987 a causa del pessimo stato di conservazione. Ma solo nel 2009, è iniziato il progetto di rimozione affidato alla squadra di Sakuji Yoshimura (Waseda University) che ha effettuato una prima fase di pulizia, disinfestazione e consolidamento in situ per poi, abbassato il livello di umidità del legno al 55%, completare le procedure nei laboratori del GEM.

khufu-boat

Elaborazione grafica delle foto originali da ancient-egypt-online.com e ehoza.com

Categorie: restauro | Tag: , , , , , | 1 commento

Bufale eGGizie*: le piramidi sono granai

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie che riguardano l’Egitto)

Odio quando la gente parla di cose che non conosce e, ancora di più, quando pretende di aver ragione. E, purtroppo, in archeologia succede spesso. Molti, troppi, con la scusa del «da piccolo avrei voluto fare l’archeologo, ma poi sono diventato ingegnere» (niente di personale, è solo un esempio) e con alle spalle una “solida” documentazione, quando va bene, su wikipedia, si arrogano il diritto di mettere in dubbio dati SCIENTIFICI supportati da anni di studi di professionisti che si occupano di antichità per lavoro, non nel tempo libero. Perché l’archeologia è un MESTIERE, non una passione (o, meglio, non solo), un hobby, un passatempo. Si è lottato tanto per il nostro riconoscimento, non solo a livello legislativo, ma una parte dell’opinione pubblica è ancora convinta che chiunque potrebbe occuparsi, allargando un po’ il discorso, di cultura. Non a caso, lo Stato se ne approfitta sfruttando “volontari” in musei, monumenti, scavi e in altre mansioni che dovrebbero essere affidate solo a persone competenti che hanno speso tempo e denaro per la loro formazione. Nel fine settimana, io non mi metto a curare carie o a progettare rotonde. Allora per quale motivo uno che fa tutt’altro nella vita dovrebbe pretendere di saperne di più di chi ha laurea, specializzazione, dottorato, esperienza sui libri e sul campo?

Tutto questo sfogo perché, ormai da qualche anno, mi occupo di divulgazione archeologica sul web e continuo a veder spuntare siti o blog di “amatori” che pubblicano SPAZZATURA. Niente in contrario con chi condivide con gli altri il proprio amore per la storia, anzi. Mi riferisco, piuttosto, a tutti quei cialtroni che, per ignoranza o, peggio, per guadagno, fanno girare vere e proprie fandonie senza alcun fondamento che, però, vengono prese per buone dal pubblico che non controlla le fonti. Questa situazione è ancora più grave per l’antico Egitto, la cui aurea di mistero ed esotismo è terreno fertile per fantarcheologi, ufologi, new ager, cospirazionisti e creazionisti. Non passa settimana che qualcuno non mi chieda di alieni, Atlantide, retrodatazioni, verità nascoste o roba simile e, alle mie risposte, gli interlocutori sembrano restare delusi. Infatti, la corretta spiegazione agli enigmi della storia è quasi sempre la più semplice.

Così, era da un po’ di tempo che pensavo di lanciare una nuova rubrica in cui confutare le grandi bufale che girano intorno al mondo dell’egittologie e l’occasione si è proposta negli ultimi giorni grazie a Benjamin Carson. A chi non segue l’attualità politica statunitense, non dirà niente questo nome che è saltato alla ribalta soprattutto sui social. Si tratta di un ex neurochirurgo in corsa alle primarie del Partito Repubblicano per le elezioni presidenziali del 2016; insomma, un pretendente alla Casa Bianca. Lo scorso 4 novembre (ricordo, il 93° anniversario della scoperta della tomba di Tutankhamon), un giornalista della CBS gli ha chiesto se credesse ancora in una sua teoria espressa diciassette anni fa, ottenendo una conferma. Nel 1998, infatti, durante una conferenza alla Andrews University, Carson affermò che le piramidi non sono costruzioni degli alieni (e fin qui, tutto bene) ma neanche tombe, bensì granai realizzati da Giuseppe figlio di Giacobbe. Già, quello delle vacche grasse e vacche magre. Se non ci credete, andate al minuto 3.44:

L’origine di queste dichiarazioni è spiegata dall’adesione di Carson alla Chiesa Avventista del Settimo Giorno che crede nell’infallibilità delle Sacre Scritture. In questo modo, Giuseppe, dopo aver interpretato i sogni del faraone, sarebbe diventato visir e avrebbe fatto costruire le piramidi per immagazzinare il grano durante i periodi di fertilità. In realtà, però, la Bibbia non fa alcun riferimento alle piramidi; basta leggere i versetti in questione:

“Giuseppe aveva trent’anni quando entrò al servizio del faraone, re d’Egitto. Quindi Giuseppe si allontanò dal faraone e percorse tutta la terra d’Egitto. Durante i sette anni di abbondanza la terra produsse a profusione. Egli raccolse tutti i viveri dei sette anni di abbondanza che vennero nella terra d’Egitto, e ripose i viveri nelle città: in ogni città i viveri della campagna circostante. Giuseppe ammassò il grano come la sabbia del mare, in grandissima quantità, così che non se ne fece più il computo, perché era incalcolabile”. (Genesi 41, 46-49)

Si parla, a seconda delle traduzioni, di “depositi” o “magazzini del re”. Allora come si è arrivati a una conclusione simile? Questa credenza si diffuse nel Medioevo, con le prime fonti che presentano le piramidi come grandi silos che risalgono al VI secolo, forse per un errore nell’etimologia del nome accostato a “pyros”, grano in greco. Tra gli esempi più famosi, si può ricordare l’Historia Francorum di Gregorio di Tours (1.10) del 574-593. I testi in questione, cristiani e arabi, nel corso dei secoli hanno influenzato anche l’arte religiosa, come si può osservare in uno splendido mosaico del XII secolo in una delle cupole di San Marco a Venezia (tra le mani di Carson nel geniale fotomontaggio di Generoso Urciuoli, archeologo e fondatore di archeoricette.com).

struttura-piramide-cheope

Source: moy.guide

Ma veniamo al momento delle smentite. Prima di entrare nel particolare con le spiegazioni, però, ragioniamo con l’ovvio. A sinistra potete vedere lo schema della struttura interna della Piramide di Cheope che, al di là di poche stanze e corridoi, è piena. Perché costruire un magazzino di 7 milioni di tonnellate per conservare qualche quintale di cereali? Inoltre, non mi sembra così comodo spingere ceste piene di materiale su per la ripida Grande galleria.

Ma faccio finta che queste osservazioni non bastino e passo alle prove. Non ci sono dubbi che le piramidi fossero tombe grazie a testimonianze scritte e archeologiche. Prima di tutto, sono ben chiari i passi che, nel corso dell’Antico Regno, hanno portato alla trasformazione delle sepolture reali. Nel Protodinastico, i faraoni erano sepolti nelle, o meglio, sotto le mastabe (dall’arabo “panca”), strutture monumentali in pietra o, più spesso, mattoni crudi dalla forma troncopiramidale. Queste tombe sono una regolarizzazione dei tumuli funerari e hanno anche un’origine ideologica. Nella teologia eliopolitana, infatti, il demiurgo, Atum o Ra, si autogenera sulla collina primordiale che emerge dalle acque indistinte del Nun. Quindi, la mastaba, come successivamente la piramide, è la riproduzione del monticello dove avviene per la creazione iniziale detta, appunto, sep-tepi , la “Prima volta”. Questa simbologia rimanda alla rinascita del faraone dopo la morte e al suo compito di reiterare ciclicamente la creazione originale. Con la III dinastia, si ha il primo passo verso la struttura sepolcrale definitiva che si avrà solo a Giza. La mastaba di Djoser (2680-2660) subì progressivi ampliamenti, secondo le fonti voluti dall’architetto Imhotep che aggiunse altri piani realizzando prima una piramide a quattro gradoni e poi la definitiva a sei alta 60 metri. Poi, all’inizio della IV dinastia, Snefru (2650-2609) si fece costruire addirittura tre piramidi, una a Meidum (in realtà, regolarizzò le facciate di una struttura a sette o otto gradoni preesistente, probabilmente opera di Huni) e due a Dashur, la “Piramide romboidale” e la “Piramide rossa”. La strana forma della anche detta “Piramide a doppia pendenza” evidenzia il mancato raggiungimento del progetto finale di Cheope (2605-2580) e dei suoi successori Chefren e Micerino. In ogni caso, questo tipo di tomba verrà adottato fino alla XIII dinastia e, in versione molto più ridotta, anche come segnacolo delle sepolture di Nuovo Regno.

Già che ci sono, e spero di non doverci tornare su, sfato un’altra leggenda metropolitana sull’Egitto: le piramidi sono in tutto il mondo, dalla Cina al Messico, perché opera di un’unica civiltà perduta, Atlantide o simili, dall’alto livello tecnologico (gli alieni non li prendo nemmeno in considerazione). L’evoluzione verso la forma piramidale ha anche motivazioni strutturali. Esperimento 1: prendete una manciata di sabbia e fatela cadere lentamente su uno stesso punto. Vedrete che si formerà un mucchietto a punta con l’inclinazione di circa 51 gradi, la stessa della Grande Piramide. Esperimento 2: prendete delle formine da bambini, quelle che riproducono le principali figure solide. Provando a capovolgere un cilindro, una sfera, un parallelepipedo o, appunto, una piramide, in quale caso impiegate più forza? Appunto. Tutto questo per spiegare empiricamente che la piramide è la forma più stabile, la soluzione ideale per realizzare grandi opere sviluppate verso l’alto ed è normalissimo che diverse culture siano arrivate a costruire monumenti simili senza il bisogno di essere entrate in contatto.

Categorie: bufale eGGizie | Tag: , , , , , , , , | 7 commenti

Una nuova tecnologia per le iscrizioni rupestri di El Kab

945585_orig

Source: sararoundtheworld.weebly.com/el-kab

Il Ministero delle Antichità ha annunciato la riuscita applicazione di una nuova tecnica nello studio delle iscrizioni rupestri di El-Kab, circa 90 km a sud di Luxor e nella riva opposta del Nilo rispetto a Hierakonpolis. In particolare, la missione americano-belga diretta da John Darnell (Yale University) e da Dirk Huyge (Musées royaux des Beaux-Arts de Belgique) si è concentrata sullo studio di due siti: Borg el-Hammam e il cosiddetto “Khufu site”.

Il primo (vedi foto) corrisponde a uno sperone roccioso che si staglia nell’orizzonte desertico e che presenta due dozzine di iscrizioni, compresa una predinastica (3500 a.C. circa). Poco più ad est, invece, l’area prende il nome da tre cartigli di Cheope accompagnati dalla rappresentazione di barche, figure umane e animali.

Questi documenti, mai debitamente registrati e pubblicati, potrebbero fornire importanti informazioni sull’attività di Cheope in Alto Egitto e, in generale, sulla storia della IV dinastia. Gli archeologi della missione hanno usato fotografie digitali ad alta risoluzione delle incisioni scattate da diverse angolature e trasformate in modelli tridimensionali grazie al software Agisoft PhotoScan con il sistema del “structure from motion” (= creazione di immagini 3D da dati 2D).

Ringrazio la Dott.ssa Sara Zaia, che ha partecipato al rilievo del sito, per avermi permesso di utilizzare una sua foto.

Categorie: web/nuove tecnologie | Tag: , , , , , | 1 commento

Trasferiti al GEM 15 frammenti della seconda barca solare di Cheope

2014-635513945703722012-372

Source: english.ahram.org.eg

Continuano i lavori di restauro della seconda barca solare di Cheope. Il “Khufu Solar Boat Restoration Project”, diretto da Afifi Rohayem, è arrivato alla terza fase e punta verso la ricostruzione completa dell’imbarcazione scoperta nel 1987 grazie a uno scanner geo-magnetico. La vera attività sul campo, però, è iniziata solo nel 2008 quando, dopo il sollevamento dei pesanti blocchi che sigillavano la camera ipogea, gli archeologi giapponesi della Waseda University hanno cominciato ad analizzare e a contare i pezzi di legno (1450). Il team del prof. Sakuji Yoshimura ha poi proceduto all’asportazione del primo dei 13 strati di frammenti sovrapposti e, nello speciale laboratorio istallato a Giza, al trattamento dei pezzi infestati da funghi, insetti e altri parassiti.

Proprio tra questi 200 frammenti, sono stati selezionati i 15 più fragili da inviare nei magazzini del Grand Egyptian Museum dove, una volta restaurate tutte le parti, verrà rimontato il battello. Infatti, il progetto prevede l’esposizione, chissà quando, presso il GEM di entrambe le barche con il trasferimento della prima dall’attuale (orribile) museo costruito appositamente accanto alla Grande Piramide.

La presenza di due barche era fondamentale per il viaggio del faraone nell’Aldilà perché una era usata durante il giorno e l’altra durante la notte. Non sono state trovate ancora quelle di Chefren e Micerino, ma Yoshimura ipotizza che il padre possa aver fatto costruire le sue anche per i figli.

 

 

Categorie: restauro | Tag: , , , , , , , , | 1 commento

L’Egitto emana un mandato di arresto per Görlitz ed Erdmann

Ancora guai per Dominique Görlitz e Stefan Erdmann, i due tedeschi che avevano prelevato di nascosto campioni di roccia dalla Piramide di Cheope. Infatti, dopo le indagini contro di loro iniziate in patria, anche l’Egitto fa la sua mossa ufficiale. Giovedì scorso, il Procuratore Generale Hesham Barakat (in foto) ha emanato un mandato di cattura per 9 persone: tre tedeschi (è compreso il cameraman che accompagnava la “spedizione”) e sei cittadini egiziani accusati di corruzione, contrabbando e danneggiamento di antichità.

Gli imputati locali, già sotto custodia, corrispondono a tre ispettori del Ministero delle Antichità, due guardiani del sito e il proprietario di un’agenzia turistica che avrebbe facilitato l’acquisizione del permesso speciale che, in ogni caso, si limitava solo alla visita della piramide.

Categorie: traffico di antichità | Tag: , , , , , | Lascia un commento

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.