Articoli con tag: Cheope

Al via il rimontaggio della seconda barca solare di Cheope

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Terminato il prelievo e il trasferimento presso il Grand Egyptian Museum di tutti i pezzi della seconda barca solare di Cheope, è stata annunciata ufficialmente la seconda fase che porterà all’esposizione dell’imbarcazione accanto alla prima che, fino a un anno fa, era ai piedi della Grande Piramide.

Il comunicato stampa è stato rilasciato lo scorso 31 agosto, in occasione della visita al GEM dell’ambasciatore giapponese in Egitto, Oka Hiroshi, accompagnato da autorità egiziane. La missione incaricata, ormai dal 2008, di portare avanti il “Khufu Solar Boat Restoration Project” è infatti nipponica ed è diretta da Sakuji Yoshimura (Waseda University). È previsto che ci vorranno circa 4 anni per riassemblare i 1698 frammenti.

Le due barche di circa 45 metri, che accompagnarono le spoglie del faraone durante i riti funebri e nel suo viaggio nell’aldilà, erano infatti sepolte in due fosse a sud della Grande Piramide. La prima fu scoperta nel 1954 dall’archeologo egiziano Kamal el-Mallakh e per riassemblarla ci vollero 13 anni, fino al 1982, quando la barca fu esposta in un museo costruito appositamente su progetto dell’architetto italiano Franco Minissi (a questo punto ci si augura che la vista meridionale del monumento sia definitivamente liberata da questa ingombrante presenza). La seconda, invece, è stata individuata con precisione nel 1987 grazie all’uso del georadar, ma a causa del peggiore stato di conservazione del legno, evidente dalle immagini riprese da telecamere endoscopiche (foto in alto), si è aspettato solo gli ultimi anni e tecnologie più avanzate per procedere con il restauro.

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Scoperto per la prima volta il nome di Cheope a Eliopoli

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Da un sito importante come Eliopoli, nome greco della città dove sorgeva la più vasta area templare dell’antico Egitto, non ci si può che aspettare scoperte eclatanti. E in effetti, ogni anno non manco di pubblicare qui gli interessanti resoconti della missione egiziano-tedesca a Matariyya (sobborgo del Cairo), diretta da Aiman Ashmawy (MoTA) e Dietrich Raue (Università di Lipsia), a cui ho avuto il piacere di partecipare nel 2019. L’antica Iunu, capitale del 13° nomo (provincia) del Basso Egitto, vide per oltre 2500 anni la costruzione di templi dedicati al dio sole Ra, oltre che ad altre divinità come Amon, Horus, Hathor e Mut. E se nella precedente campagna di scavo il team si era concentrato su un santuario di Nectanebo I, questa volta è stato annunciato il ritrovamento di tracce più antiche.

Scavando nell’Area 211, a ovest del museo all’aperto dove si trova l’Obelisco di Sesostri I, sono state individuate le fondamenta di un tempio di Epoca Tarda e, fra le altre cose, blocchi iscritti con il cartiglio di Cheope (2589-2566 a.C.; foto in basso). Per la regione di Ain Shams è la prima attestazione della presenza di questo faraone che, come affermato da Raue, potrebbe indicare non solo un edificio inedito di Antico Regno ma anche il riutilizzo ramesside di materiale proveniente da Giza.

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Come detto, la frequentazione del sito è continuata senza soluzione di continuità per secoli, come dimostrano strati della Dinastia 0 (3100-3000 a.C. circa) e frammenti di statue, sfingi, stele, altari e blocchi iscritti che vanno dall’Antico Regno alla XXX Dinastia. Spiccano in particolare i pezzi di piccole sfingi in quarzite di Amenofi II (1427-1400) e la base di una statua colossale di babbuino in granito rosso, più altri reperti risalenti ai regni di Sesostri III (1870-1831), Amenemhat III (1831-1786), Amenemhat IV (1786-1777), Sobekhotep IV (1712-1701), Thutmosi III (1479-1425), Amenofi III (1390-1352), Ay (1327-1323), Horemheb (1323-1295), Seti I (1294-1279), Ramesse II (1279-1213), Seti II (1200-1194), Osorkon I (925-890), Takelot I (890-877), Psammetico I (664-610) e Amasi (570-526). L’area non fu comunque abbandonata anche in epoche più recenti come nei periodi romano, bizantino, primo islamico, mamelucco e ottomano.

Il sito della missione: http://www.heliopolisproject.org/

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Finalmente libero il lato Sud della Piramide di Cheope

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Finalmente, dopo 40 anni il lato sud della Grande Piramide è libero. Era infatti dal 1982 che il versante meridionale dell’ultima delle Sette meraviglie del mondo antico non risultava sgombro da una vista quanto meno impattante.

In questi giorni, infatti, è stata completata la demolizione del Museo della barca solare di Cheope, dopo che, nello scorso agosto, si era proceduto allo spettacolare trasporto dell’imbarcazione verso la nuova sede espositiva del Grand Egyptian Museum. In realtà, seppur l’inaugurazione dell’edificio risalga al 6 marzo 1982, l’intrusione visiva dell’area è da spostare almeno al 1961, quando iniziarono i travagliati lavori di costruzione su progetto dell’architetto italiano Franco Minissi.

Nei mesi scorsi, invece, era stato smantellato il laboratorio temporaneo in cui, dal 2013, il team egiziano-giapponese diretto da Sakuji Yoshimura (Waseda University) si è occupato del restauro preliminare e del prelievo dei 1700 frammenti della seconda barca di Cheope. Il trasferimento, ancora una volta verso il GEM, di tutti i fragili pezzi lignei era stato portato a termine nel giugno 2021.

La vista del lato sud della Grande Piramide nel 2019, con il laboratorio della seconda barca in primo piano e, dietro, il Museo della Barca Solare (ph. M.Mancini)
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Terminato il prelievo della seconda barca solare di Cheope

Source: @drmostafawaziry

Il porto* di Giza è in fermento.

Mentre sono stati avviati i preparativi per il trasferimento della prima barca solare di Cheope dal suo attuale museo al Grand Egyptian Museum, il segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità, Mostafa Waziry, ha annunciato la fine dell’asportazione della seconda barca dalla fossa in cui è stata deposta oltre 4500 anni fa. Nell’ambito del “Khufu Solar Boat Restoration Project”, affidato al team giapponese di Sakuji Yoshimura (Waseda University), sono stati infatti prelevati tutti i 1700 frammenti dell’imbarcazione che si tenterà di rimontare sempre presso il GEM.

La fase preliminare era stata lanciata nel 2008, ma era iniziata solo nel 2011 con operazioni di analisi e monitoraggio dell’ambiente sotto i pesanti blocchi di calcare che sigillavano la camera ipogea e con pulizia, disinfestazione e consolidamento del legno di cedro del Libano in situ. Nel 2013 è poi partita la seconda fase che prevedeva, per l’appunto, il prelievo e il trattamento del fragile materiale nel grande laboratorio temporaneo collocato lungo il lato sud della piramide di Cheope (foto in fondo all’articolo). All’interno della struttura si sono svolti i primi interventi di restauro in un’atmosfera controllata che simula temperatura e umidità originarie del pozzo.

*La definizione iniziale di porto era ovviamente ironica. Le due barche di circa 45 metri, che accompagnarono le spoglie del faraone durante i riti funebri e nel suo viaggio nell’aldilà, erano infatti sepolte in due fosse a sud della Grande Piramide. La prima fu scoperta nel 1954 dall’archeologo egiziano Kamal el-Mallakh e per riassemblarla ci vollero 13 anni, fino al 1982, quando la barca fu esposta in un museo costruito appositamente su progetto dell’architetto italiano Franco Minissi (a questo punto ci si augura che la vista meridionale del monumento sia definitivamente liberata da questa ingombrante presenza). La seconda, invece, è stata individuata con precisione nel 1987 grazie all’uso del georadar, ma a causa del peggiore stato di conservazione del legno, evidente dalle immagini riprese da telecamere endoscopiche (foto in alto), si è aspettato solo gli ultimi anni e tecnologie più avanzate per procedere con il restauro.

http://www.egyptpro.sci.waseda.ac.jp/e-khufu.html

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Come si spostavano pesanti blocchi di alabastro durante il regno di Cheope

Hatnoub Quarries discovery by Luxor Times 05

Source: Luxor Times

Ormai sembra che tutte le ultime notizie riguardanti la movimentazione di pesanti blocchi di pietra nell’antico Egitto parlino di Cheope, il faraone che non a caso deve la sua fama alla costruzione più titanica di tutte. Dopo i papiri di Wadi el-Jarf che descrivono il trasporto del calcare di Tura verso il cantiere della Grande Piramide di Giza, ora sappiamo come si spostava l’alabastro nelle cave di Hatnub, 18 km a SE di Amarna. Il sito è studiato dal 2012 dalla missione epigrafica che, sotto la direzione congiunta di Yannis Gourdon (IFAO) e Roland Enmarch (University of Liverpool), ha registrato e documentato oltre 100 iscrizioni che commemorano spedizioni faraoniche dall’Antico al Nuovo Regno. Tuttavia, durante l’ultima stagione, è stato individuato il metodo che, 4500 anni fa, è stato escogitato per trascinare i pezzi di alabastro egiziano (calcite) dal fondo della cava: su una grande rampa centrale larga 3 metri e dalla pendenza del 20% (vedi foto) si facevano scivolare blocchi di oltre una tonnellata, mentre le due scalinate ai lati servivano per l’alloggiamento di pali – di cui rimangono solo i fori – a cui si ancoravano le slitte tramite corde. Per il momento, la rampa è stata scavata per una lunghezza di 30 metri, ma potrebbe raggiungere i 100.

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Giza: inaugurato laboratorio per il restauro della seconda barca di Cheope

RESTAURACIÓN DE LA SEGUNDA BARCA FUNERARIA DE KEOPS

Source: minuto30.com

Ieri mattina, all’ombra della Grande Piramide di Giza, è stato inaugurato il laboratorio temporaneo che sarà utilizzato per il restauro della seconda barca solare di Cheope (2589-2566). La struttura, definita come la più grande del genere realizzata in un cantiere archeologico, è lunga 45 metri, in grado così di contenere l’intera imbarcazione una volta ricostruita prima di essere trasferita definitivamente al Grand Egyptian Museum (dove, finora, erano trattati tutti gli elementi lignei). All’interno, sono presenti le più avanzate strumentazioni e sistemi di controllo di temperatura e umidità che simulano l’atmosfera del pozzo da dove sono prelevati i frammenti. Il laboratorio rientra nel “Khufu Solar Boat Restoration Project” del team giapponese di Sakuji Yoshimura (Waseda University) ed è stato finanziato con 1 milione di lire egiziane (circa 50.000 euro) dalla Japan International Cooperation Agency. Questo progetto, iniziato nel 2009, si avvia verso la fine della prima fase prevista per il 2020 ed è stato celebrato con l’estrazione, alla presenza della stampa, di uno dei pezzi più importanti della barca: la chiglia di 26 metri (foto in alto; video).

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Bufale eGGizie*: le piramidi sono state costruite da schiavi (o, volendo, oltre 10.000 anni fa)

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“Fight for Freedom”, 1949 (Source: misterkitty.org)

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Con questo articolo proverò a prendere due piccioni con una fava sfatando due bufale che riguardano il simbolo d’Egitto: le piramidi di Giza. Secondo molti, questi monumenti patrimonio dell’UNESCO sarebbero state costruite da schiavi; secondo altri, ancora più fantasiosi, risalirebbero a un’antichissima civiltà evoluta ormai dimenticata.

Ma partiamo con la prima. L’immagine di migliaia di uomini costretti a trascinare giganteschi blocchi di pietra sotto sferzanti colpi di frusta è forse una delle prime che, purtroppo, balena nella mente a chi pensa all’antico Egitto. In generale, si crede che le piramidi di Giza, come tutte le altre opere monumentali della Valle del Nilo, siano state realizzate grazie al lavoro degli schiavi: niente di più sbagliato. Tale leggenda metropolitana risente ovviamente dell’influenza di cinema e letteratura che, a loro volta, si rifanno a interpretazioni errate degli storici del passato. L’Antico Testamento, soprattutto con il libro dell’Esodo, ha avuto una grande responsabilità nella diffusione di questa diceria raccontando la storia di Mosè e della cattività degli Ebrei (mi sono già occupato dell’argomento recensendo il film “I Dieci Comandamenti”). Ma la fonte principale dell’equivoco è probabilmente Erodoto, storico e viaggiatore greco del V secolo a.C. che, trovatosi di fronte alle spaventose dimensioni delle piramidi, non poté che pensare al progetto di un sovrano megalomane e dispotico:

 «Non vi fu perfidia di cui Cheope non si macchiò. Innanzitutto, egli chiuse  tutti i templi e vietò  agli  Egiziani di sacrificare. Dopo di ciò, li obbligò a lavorare per lui. Alcuni vennero inviati a  cavare  le pietre nei monti d’Arabia, a trascinarle fino al Nilo e a trasportarle su battelli sulla riva  opposta  del fiume; qui altri le ricevevano e le trascinavano fino alla montagna libica. Ogni tre  mesi,  centomila uomini erano impiegati in questo lavoro. Quanto al tempo durante il quale il  popolo fu  così tormentato, si passarono dieci anni a costruire la rampa sulla quale si dovevano  trascinare le  pietre […] La piramide in sé costò vent’anni di lavoro […] Cheope, esausto per queste  spese, giunse  all’infamia di prostituire la propria figlia in un luogo di perdizione e di ordinarle di  ricavare dai  suoi amanti una certa somma di denaro. Non so a quanto ammontasse la somma; i  sacerdoti non  me lo hanno rivelato. Non solo ella eseguì gli ordini del padre, ma volle lasciare ella  stessa un  monumento. Ella pregò tutti coloro che la visitavano di donarle ciascuno una pietra. Fu  con queste  pietre, mi dissero i sacerdoti, che si costruì la piramide che si trova nel mezzo, di fronte  alla grande  piramide, e che ha un plettro e mezzo di lato» (Storie II, 124-26)

Da questo momento in poi, Khufu divenne il prototipo del tiranno assoluto, del governante dissoluto che non bada ai bisogni del popolo. Tuttavia, il culto di Cheope, la cui figura era stata già presentata in maniera contrastante nel Papiro Westcar (P. Berlin 3033), è attestato fino alla XXVI dinastia (672-525), quasi duemila anni dopo la morte del faraone, circostanza che sembrerebbe negare una cattiva considerazione da parte degli Egizi. Quindi, è ovvio che il giudizio di Erodoto, e di altri dopo di lui, si sia basato solo su racconti e su credenze dei contemporanei. Infatti, l’applicazione delle moderne categorie mentali a fatti del passato è spesso la principale causa di errate interpretazioni. Tornando all’oggetto della discussione, effettivamente in Egitto la schiavitù esisteva, ma è difficile inquadrarla nel nostro pensiero occidentale. Partendo dalla semplice definizione, per schiavitù s’intende la condizione giuridica di un individuo che è considerato proprietà privata di un altro e il cui lavoro non è retribuito (sinonimi: servitù, cattività, tirocinio ;D). Il problema è che una vera codificazione sociale di tale status avvenne solo nel Medio Regno e si consolidò soprattutto in epoca ramesside, quando le numerose guerre crearono un afflusso continuo di prigionieri stranieri. Nell’Antico Regno, periodo in cui furono costruite le piramidi di Giza, sembra non esistere una condizione umana corrispondente alla nostra schiavitù, se si esclude quella risultante dalle spedizioni belliche in Nubia organizzate proprio per l’approvvigionamento di manodopera che, in ogni caso, non fu impiegata nella realizzazione delle tombe dei faraoni di IV dinastia.

Ma allora chi? Non schiavi nubiani, libici o asiatici, ma liberi cittadini egiziani che erano momentaneamente dirottati dalle loro occupazioni quotidiane verso le opere pubbliche. La corvée, infatti, era un sistema di servizio di Stato obbligatorio attraverso cui il popolo, senza distinzione di genere, era utilizzato nella creazione e manutenzione di infrastrutture (strade, canali, dighe), nell’estrazione di materie prime in cave e miniere, nelle campagne militari, e, ovviamente, nell’erezione di edifici monumentali. Spesso, essendo la maggior parte della popolazione dedita all’agricoltura, questo periodo coincideva con la stagione dell’inondazione, Akhet, quando la piena del Nilo rendeva impraticabili i campi. Il lavoro era comunque coatto, ma i contadini erano nutriti meglio del resto dell’anno e avevano una copertura medica. Inoltre, esistevano perfino decreti reali che esentavano singoli o categorie di persone da quest’obbligo.

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Tornando nello specifico, è stato calcolato che per le tre piramidi siano stati necessari 20-30.000 operai  per un periodo non continuativo di circa 80 anni (2589-2504). Così, pur senza arrivare alle cifre di Erodoto, appare ovvio che servisse una grande struttura logistica per l’organizzazione del lavoro e, soprattutto, per l’alloggiamento degli uomini. Già nel 1880-82, Flinders Petrie era convinto di averla trovata quando scavò, a ovest della piramide di Chefren, le cosiddette “Baracche degli operai” che, però, si sono rivelate semplici magazzini. La vera svolta è arrivata solo tra il 1988 e il 1990 con la missione di Mark Lehner (Ancient Egypt Research Associates) e quella egiziana di Zahi Hawass. L’archeologo americano individuò, 400 metri a S-E della Sfinge, quella che poteva essere la “Città della piramide” nota già dalle fonti epigrafiche, con abitazioni, magazzini, un’officina per la lavorazione del rame, due grandi forni per la produzione in vasta scala di pane, un’area per il trattamento del pesce e un edificio amministrativo (immagine in alto; per l’originale mappa interattiva: AERA). Il sito era separato dalla necropoli reale da un possente muro in pietra (alto 10 m e lungo almeno 200) detto in arabo Heit el-Ghorab “Muro del corvo”. Nella parte nord, una serie di gallerie con piccole stanzette è stata interpretata come dormitorio in grado di ospitare, a rotazione, 1600-2000 lavoratori. Inoltre, sembra ci fossero due villaggi distinti: l’Orientale con abitazioni più piccole per gli operai semplici e l’Occidentale che presenta case più grandi per artigiani e supervisori. I due centri erano divisi da un palazzo nel quale sono state ritrovate impronte di sigilli di Chefren e Micerino e silos per i cereali. Purtroppo, il fronte di scavo copre solo il 10% della città (5000 m²) per la presenza di un moderno cimitero, di un campo da calcio e del sobborgo cairota di Nazlet es-Semman che avanza sempre più minacciosamente verso ovest.

Giza Plateau Mapping Project: http://www.aeraweb.org/projects/lost-city/

Rapporti di scavo: http://oi.uchicago.edu/research/projects/giza-plateau-mapping-project-gpmp-0

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Quasi contemporaneamente e poco più a ovest, Zahi Hawass scopriva le sepolture dei costruttori delle piramidi che avevano abitato i due villaggi. Un secondo gruppo è stato individuato nel 2009. Anche in questo caso, si è vista una netta divisione in due settori: il cimitero inferiore raccoglieva le tombe degli operai che trasportavano i blocchi, mentre quello superiore era riservato a tecnici come scultori, disegnatori e altri artigiani. È chiaro che una posizione così prossima alla necropoli reale fosse un privilegio che non sarebbe mai spettato a degli schiavi. L’enorme cimitero inferiore conta, oltre a 60 tombe più grandi forse appartenute a capisquadra, 600 semplici fosse scavate nella roccia (1 x 0,5 m) con coperture di diverso tipo. L’analisi dei corpi non mummificati ha evidenziato individui provenienti da tutte le zone d’Egitto con una bassa aspettativa media di vita (40-45 anni per gli uomini, 30-35 per le donne) che risente della forte mortalità infantile. Inoltre, le ossa recano evidenti tracce di usura da trasporto di carichi pesanti (es. vertebre schiacciate) ma anche segni di fratture curate, cosa che conferma un’assistenza medica per i lavoratori.

Il cimitero superiore, poco più a sud, include 43 tombe più grandi, in parte ipogee e in parte costruite con calcare, mattoni crudi e altro materiale di scarto dai cantieri reali (granito, basalto). La presenza di false porte, statue, iscrizioni e, in generale, di corredi più ricchi testimonia un più alto livello sociale per i defunti di questo settore il cui ruolo è chiarito dai loro titoli: disegnatore, architetto, “Ispettore dei costruttori della tomba”, “Direttore dei lavori della tomba”, “Supervisore del lato della piramide”, “S. degli artigiani”, “S. degli operai che trainano la pietra”, “S. della biancheria”, “S. del porto”, “S. dei carpentieri”, “S. del distretto amministrativo”.

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Se tutto ciò non bastasse a convincere i più scettici, nel 2013 a Wadi el-Jarf, costa occidentale del Golfo di Suez, la missione franco-egiziana diretta da Pierre Tallet (Sorbona) e Sayed Mahfouz (Università di Assiut) ha effettuato un ritrovamento eccezionale che fornisce la prova definitiva sugli autori della piramidi di Giza: frammenti di papiro risalenti al 26° anno di regno di Cheope. Con circa 4600 anni, sono i più antichi papiri iscritti mai individuati e contengono testi amministrativi che registrano le presenze mensili dei lavoratori del porto impiegati anche nel trasporto di blocchi di calcare verso il cantiere della Grande Piramide.

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Dopo questi dati, dovrebbe essere assodato che gli schiavi non c’entrarono niente; ma neanche alieni o Atlantidei. Un’altra bufala che circola attorno alle piramidi, infatti, è quella che le retrodaterebbe, insieme alla Sfinge, al 10.500 a.C. Questa teoria nasce soprattutto da improbabili studi degli autori di best-seller fantarcheologici Robert Bauval e Graham Hancock che prendono in causa analisi geofisiche mai provate e ipotetici allineamenti con la costellazione di Orione (approfondirò il discorso in futuro). Come visto, la città dei costruttori ebbe una vita brevissima, circa 35-40 anni sotto i regni Chefren e Micerino, e fu abbandonata a lavori completati con l’asportazione di tutto il materiale edile riutilizzabile, come soglie di pietra, colonne di legno e perfino mattoni. La datazione è supportata, oltre al ritrovamento dei già citati sigilli, dallo studio cronotipologico della ceramica e dal C14. Ma ancor prima di questi sviluppi più recenti,  ad esempio, all’interno delle camere di scarico della Grande Piramide, erano stati già scoperti graffiti degli operai che si definivano “Amici di Cheope” (ricorderete lo scandalo dei due tedeschi accusati di aver prelevato campioni da un cartiglio del re; immagine in alto). Allo stesso modo, nella piramide più piccola abbiamo la firma degli “Ubriaconi di Micerino”! Queste iscrizioni, oltre a legare inequivocabilmente le opere ai faraoni, ci forniscono utili informazioni sull’organizzazione dei lavoratori che erano suddivisi in squadre, a loro volta  frazionate in 4 o 5 gruppi più piccoli detti phyles e, infine, in unità di 10-20 uomini.

In ogni caso, per apporfondire l’argomento, il link seguente porta a una vastissima bibliografia di articoli scaricabili gratuitamente: http://www.gizapyramids.org/static/html/authors_list.jsp

 

 

 

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Individuati elementi metallici nella seconda barca solare di Cheope

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Source: thenews.com

Ieri, durante una visita ufficiale a Giza, il ministro El-Enany ha annunciato un’importante scoperta effettuata dal team giapponese di Sakuji Yoshimura (Waseda University) che sta lavorando all’estrazione dei frammenti lignei della seconda barca solare di Cheope. Una delle ultime tavole prelevate, lunga 8 metri e larga 40 cm, presenta 11 ganci metallici (vedi foto), circolari o “ad U”, forse utilizzati come supporti per i remi. Si tratta del primo ritrovamento del genere in quanto la prima barca, oggi esposta nell’apposito museo accanto alla Grande Piramide, non presenta alcun elemento metallico. Questo particolare ha spinto Yoshimura a ipotizzare che l’imbarcazione sia stata realizzata per navigare effettivamente e non solo a scopo funerario. Tuttavia, è ancora presto per arrivare a conclusioni e bisognerà aspettare che tutta la barca sia portata nei laboratori del Grand Egyptian Museum dove verrà restaurata e rimontata. Infatti, ci vorranno ancora 8 anni per il completamento del “Khufu Solar Boat Restoration Project” perché, al momento, solo 700 pezzi su 1450 sono stati trasferiti al GEM.

Le due barche di 47 metri furono scoperte nel 1954 da Kamal el-Mallakh in fosse a sud della Piramide di Cheope, ma la seconda è rimasta sigillata nel suo pozzo fino al 1987 a causa del pessimo stato di conservazione. Solo nel 2009 è iniziato il progetto di rimozione che ha visto una prima fase di pulizia, disinfestazione e consolidamento in situ e poi, solo dopo aver abbassato il livello di umidità del legno al 55%, la seconda fase di spostamento dei pezzi.

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Verso la riqualificazione della Piana di Giza

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Source: wikipedia.org

Si va verso il completamento dei lavori di valorizzazione dell’area archeologica di Giza… almeno secondo le ottimistiche dichiarazioni del ministro delle Antichità, Khaled el-Enany, e del direttore generale del sito, Ashraf Mohi, che hanno parlato della fine dell’anno. In realtà, il progetto originario prevedeva la conclusione per il 2012, ma, per adesso, si è ancora fermi al 70%.

La Piana di Giza, con le Piramidi di Cheope, Chefren e Micerino, la Sfinge e le altre tombe che gravitano attorno alla necropoli reale, è sicuramente uno dei luoghi più visitati d’Egitto che, tuttavia, non è fornito di strutture recettive adeguate. Inoltre, la situazione è peggiorata dai venditori ambulanti un po’ troppo pressanti e da spazzatura ed escrementi di animali da trasporto che deturpano la splendida vista. Per dare un taglio a quest’andazzo, nel 2009 si è pensato a un piano di riqualificazione dell’area che, però, si è fermato alla sola costruzione di un secondo ingresso, dalla strada per il Fayyum, che diventerà la principale entrata in modo da decongestionare il traffico che si crea sempre sulla Shar’ia el-Ahram (“Via delle Piramidi”). Entro dicembre 2016, sarà costruito un visitor center con modelli in scala, pannelli esplicativi e monitor con un video introduttivo di 6 minuti. Da qui, un servizio di auto elettriche porterà i turisti ai diversi luoghi d’interesse, mentre bancarelle e conducenti di cavalli e dromedari saranno spostati in una zona apposita. Inoltre, sono previsti un incremento delle forze di polizia e delle fonti d’illuminazione.

Parte della cifra stanziata per queste migliorie (349 milioni di sterline egiziane equivalenti a 37,8 milioni di euro) rientrerà con i biglietti il cui prezzo attualmente ammonta a: 40 EGP (4 €, la metà per gli studenti) per l’ingresso alla Piana; 200 per la Piramide di Cheope (20,5 €); 40 per la Piramide di Micerino; 50 (5 €) per la tomba di Meresankh, moglie di Chefren la cui piramide è chiusa per la consueta rotazione di ristrutturazione.

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Esposti per la prima volta i papiri di Cheope

Per la prima volta dalla loro scoperta – effettuata nel 2013 a Wadi el-Jarf, costa occidentale del Golfo di Suez, dalla missione franco-egiziana diretta da Pierre Tallet (Sorbona) e Sayed Mahfouz (Università di Assiut) – saranno esposti al pubblico i frammenti di papiro risalenti al 26° anno di regno di Cheope. Con circa 4600 anni, sono i più antichi papiri iscritti mai individuati.

Tuttavia, l’importanza dei reperti non si limita solo alla datazione, ma dipende anche dai testi riportati. Si tratta, infatti, di documenti amministrativi che registrano le presenze mensili dei lavoratori del porto, impiegati, ad esempio, nel trasporto di blocchi di calcare verso Giza per la costruzione della Grande Piramide.

L’esposizione sarà allestita da oggi presso il Museo Egizio del Cairo insieme alla mostra temporanea delle repliche dei più celebri pezzi della collezione.

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