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“Il Faraone” (blooper egittologici)

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Questa volta, vi presento un film di nicchia che difficilmente troverete in TV se non proposto da Ghezzi alle 2 di notte per “Fuori orario”. Al massimo, potete guardare la versione completa in polacco, ma con sottotitoli in inglese, su youtube. Detta così, in effetti, non sembrerebbe invitante, ma io ve lo consiglio vivamente perché è uno delle pellicole più interessanti tra quelle recensite finora per la rubrica “Blooper egittologici”. Parola di Guidobaldo Maria Riccardelli (e vediamo se capite il riferimento!). Però, non sarò io ad analizzare “Il Faraone”, ma lascerò la “tastiera” ad Andrea Fiorini da Bologna dopo aver letto e apprezzato molto il suo lavoro inviatomi via mail.

Faraon

“Il Faraone” (“Faraon”) è un film di produzione polacca del 1966 diretto da Jerzy Kawalerowicz, animato da seri propositi filologici che non sempre, nel corso delle oltre due ore di durata, riescono nell’intento.

Il film narra delle vicissitudini che portarono alla conclusione il Nuovo Regno egiziano (1551-1070 a.C.), quando la XX dinastia (1186-1070 a.C.) – nell’interpretazione degli sceneggiatori – termina di fatto con la morte violenta del giovane Ramesse XIII appena salito al trono. Questo re nella realtà non è mai esistito, ma la sua vicenda si pone al servizio della maggiore riuscita drammatica della finzione cinematografica.

I fatti si svolgono in uno dei più controversi momenti della storia egiziana quando la figura stessa del faraone – dio incarnato – viene messa in crisi dal conflitto che la monarchia ebbe con il clero di Amon a Tebe, il più influente del paese. La crisi sfociò nella scissione in due regni (endemica dinamica storica nell’Egitto faraonico), ponendo termine al momento di maggiore gloria dell’Egitto, allorché al nord andò a regnare il re Smendes. Egli regnerà dalla capitale fondata due secoli prima da Ramesse il Grande; il potentato del sud avrà il suo baricentro a Tebe – le insegne del potere in mano al Gran Sacerdote Herihor, già generale dell’esercito, che nel film è uno dei protagonisti. E’ da questo momento che i sacerdoti di Amon divennero i veri detentori del potere su tutta la Valle del Nilo, il così detto Alto Egitto.

Il contrasto tra il clero tebano ed il giovane principe Ramesse sfocia in aperta conflittualità quando le alte gerarchie del Tempio di Karnak scendono a compromessi con alcuni potenti mercanti fenici, doppiogiochisti consiglieri per gli affari esteri del faraone. Essi agiscono da intermediari con gli Assiri – regno mesopotamico in forte ascesa politica e militare – che in realtà si mostrano sprezzanti dinnanzi alle richieste della corona egiziana di fare fronte agli annosi arretrati che devono all’Egitto.

Alla morte dell’anziano re, Ramesse XII (1099-1070 a.C.), il figlio, l’impulsivo ed inesperto Ramesse XIII, per porre fine alle ingerenze di Karnak sulla politica della corona, dando mostra di scarso acume diplomatico, dichiara guerra agli Assiri. Per affrontare le enormi spese necessarie ad organizzare una spedizione bellica in grande stile, come si conviene all’ultimo dei Ramessidi, il neo-faraone dispone parte del depauperamento del tesoro di Stato. L’atteggiamento risoluto di Ramesse, al quale si frappone anche la Regina madre che lo consiglia ad agire con maggiore oculatezza, è teso anche a sfamare il popolo stremato da anni di crisi interna.

Tutto ciò è troppo per l’eminenza grigia di Tebe, e scatena la reazione del sommo sacerdote Herihor che dapprima scioglie i corpi ausiliari dell’esercito, tra cui i contingenti libici (che si danno al saccheggio di Menfi), impedendo poi al re di accedere al Tesoro di Stato, presente negli oscuri meandri sotterranei del tempio di Amon a Karnak. Che si tratti di Karnak si presume, non s’intuisce, dal momento che i fatti si svolgono in maniera sincopata tra una Menfi che mai si intravede ed una Tebe che si potrebbe definire uscita piuttosto dal cinema di Pasolini.

Herihor ponendo fine ad ogni problema (tagliando la testa al Toro possente potremo con ironia sottolineare), servendosi di un perfetto sosia del re, uno spiantato esule greco (?!), addestrato negli anni a muoversi e a parlare come l’originale, decide di eliminare Ramesse XIII. La scena finale che descrive la morte del re è, in assoluto, una delle più coinvolgenti del film.

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Il porre in risalto la contrapposizione tra la corona ed il clero più potente del paese è una palese metafora del dibattito sulla laicità che perdura da oltre un secolo in Europa. Ciò è più vero se si considera come la Polonia, paese produttore della pellicola, facesse parte, negli anni in cui il film fu realizzato, del Blocco Sovietico. E’ comprensibile, allora, e rivista oggi con comprensivo sguardo contemporaneo, come la qualità generale della sceneggiatura risenta in maniera marcata di un approccio ideologico (forse critico?) in chiave marxista.

Il parallelo tra l’Europa del 19° e 20° secolo e l’Egitto appena uscito dall’Età del Bronzo, è però un’evidente forzatura.

In quale misura la vera ragione che portò la scissione dei poteri nel paese del Nilo all’inizio del Primo Millennio a.C., sia stata, in effetti, lo spropositato potere del sacerdozio di Amon, è una realtà storica che gli studi egittologici hanno ricostruito con una certa nettezza (e tale potere partiva da molto lontano). Piuttosto si deve sottolineare come la monarchia ad elezione divina aveva connotati universali tali che, sul puro piano intellettuale, estendeva il proprio dominio su tutte le terre e su tutte le genti del mondo allora conosciuto. Il film di Kawalerowicz non coglie la connotazione culturale dell’Egitto a cavallo tra Nuovo Regno e Terzo Periodo Intemedio, ed, anzi, lo distorce, annullando in tal modo la vera dimensione documentaria che in potenza, poteva avere questo lodevole esperimento d’arte cinematografica.

Il faraone deteneva ogni potere decisionale sugli uomini che gestivano il culto dei templi, da qui uno dei paradossi del film: gli sceneggiatori hanno evidenziato tale assunto nella scena in cui Ramesse XIII appena investito degli attributi regali sceglie in modo arbitrario, nel novero dei presenti nella Sala del Trono, il sacerdote che lo dovrà sostituire nel culto giornaliero.

Al di là della debolezza di una dinastia che, è bene sottolinearlo, è stata composta vieppiù da sovrani la cui durata di regno fu assai breve, e che quindi aveva esplicite responsabilità sulla crisi della Corona, il clero di Amon a Karnak non era uno Stato nello Stato, come la storiografia della prima metà del 20° secolo ha con perniciosa insistenza sostenuto.

Tale pensiero, si diceva, veniva a riflettere non di meno ciò che che avvenne in Europa per effetto delle teorie marxiste, quando, dallo scontro tra Stato e Chiesa, verrà a dipendere il panorama storico di cui oggi il mondo occidentale è erede. In quest’ottica diviene forzatura anche la presenza nel film della giovane ebrea che darà l’erede a Ramesse.

La laicità non fu propria dell’Egitto dei Faraoni, e un Ramesse XIII, personaggio fittizio, che fa abbattere i portali del tempio è immagine improponibile, ancorché anacronistica.

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C’è un ulteriore aspetto del tutto ignorato da Kawalerowicz; una sfumatura che, nel complesso, avrebbe dato un carattere storico realmente filologico al film: l’omessa presenza di una figura fondamentale per gli equilibri politici nell’Egitto dell’epoca , ovvero la “Divina adoratrice di Amon”. Costei, figlia del faraone, veniva data in sposa, nell’Egitto dell’epoca, al Grande Sacerdote di Amon, quale matrimonio “diplomatico” teso ad unire, anche nella teologia, e nel rituale, le due parti in contrasto: monarchia/clero di Amon. La dinastia delle Divine adoratrici (chiamate anche “Spose di Dio”), diverrà, attraverso i secoli del Terzo periodo intermedio prima, e del Tardo periodo dopo, le reale detentrice del potere a Tebe, a cui verranno attribuiti tutti i crismi del potere che fu dei Faraoni.

Con la presenza di una Divina Adoratrice si può sostenere che il film avrebbe assunto tutt’altro spessore. Piuttosto, l’aspetto del Sacro Femminino, così peculiare nella teologia cosmica e faraonica (basti pensare ad Hathor e ad Iside), nell’opera di Kawalerowicz viene deputato alla presenza di una fantomatica sacerdotessa di Astarte, infida tessitrice di macchinazioni dietro le quinte della Sala del Trono. Ci sembra troppo poco.

Il film ha grandi meriti, primo fra tutti l’avere approcciato un Egitto antico lontano dai triti, assurdi stereotipi di altro tipo di cinematografia – vedi Hollywood e dintorni -, e, seppure con le sue falle, ha tentato di avvicinarsi con degne intenzioni (tentar non nuoce) alla civiltà egizia, descrivendo una realtà tanto lontano quanto diversa dalla nostra.

Vi sono scene che agli occhi dei più smaliziati conoscitori della cultura egizia appaiono inverosimili, come, ad esempio, mostrare i templi di Tebe nello stato di rovina attuale, quando invece all’epoca degli eventi narrati nel film questi avevano pochi secoli di vita, ed erano splendidi nella loro integrità – ma ciò crediamo sia dipeso dai costi di produzione. Questo è l’approccio artistico di cui si parlava all’inizio, che forse prende in prestito il cinema di Pier Paolo Pasolini.

Altre incongruenze si riscontrano qua e là, come nella scena di Palazzo dove si svolge una festicciola tra gli intimi di Ramesse, mentre fuori la città (quale?) è messa a fuoco e fiamme dalla dispersa soldataglia dello smantellato Corpo libico.

Tale scena è emblematica, in prima istanza nel marcare la decadenza della cerchia dei nobili, privilegiata casta che indugia, al sicuro tra mura inviolabili, in decadenti sollazzi mentre il popolo è vittima delle iniquità del sistema. Il secondo aspetto, in apparenza più superfluo, indugia piuttosto nell’antropologia documentaria che pare trarre spunto iconografico dal celebre libro di J.G. Wilkinson, Manners and Customs of the Ancient Egyptians. Ci riferiamo alla descrizione dell’ambiente nel quale la festicciola (o sarebbe più giusto parlare di orgia?) ha luogo: attraverso una tecnica di ripresa tutta giocata sull’effetto-capogiro, la suggestione scenica induce lo spettatore ad entrare a contatto con gli astanti accaldati e sovraeccitati dall’opprimente atmosfera di piacere, dove le ragazze divengono materiche nella loro sensualità di bronzee bellezze egizie. E la musica: il motivo di sottofondo, fatto soltanto di leggere percussioni, porta a ritenere incongrua a se stessa l’arte musicale che gli egizi stessi ci hanno tramandato, e davanti agli occhi appare, giocoforza, come immagine richiamata dalla coscienza mnemonica, il famoso dipinto della tomba di Nakht a Tebe delle Tre suonatrici. Dov’è che ci vuole condurre Kawalerowicz? Qual è, dove è, l’afflato che ha spinto il regista polacco a restituirci l’Egitto antico? E’ romanticismo, il suo? O cosa? Sappiamo quindi, anche grazie a Wilkinson, che gli Egizi invece usavano già strumenti a corda e a fiato, e la musica doveva avere un suo valore orchestrale ben più complesso e variegato.

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Lo scetticismo di matrice egittologica prende il sopravvento quando (cioè molto spesso) vengono mostrati gli interni sia degli edifici civili sia dei templi (si presume, sempre, quello di Karnak), con certe forzature interpretative – qui poco sostenute da genuina vis filologica – che esse siano sale di rappresentanza di palazzo o stanze private. Il tema cromatico dominante è uno spento color ocra grigiastro, quando sappiamo invece che i santuari sfolgoravano nel loro caldo e vivo bianco perlaceo sul quale spiccavano estesi e spettacolari rilievi multicolori. E le pareti delle stanze di Palazzo o solo delle abitazioni signorili erano dipinte con scene di ispirazione naturalistica dai toni vivaci e dai bellissimi colori, arricchite, non ultimo, con mobilio di elevata qualità artigianale.

Ma la dicotomia più appariscente del film sta nell’osservare la costante presenza della sabbia anche laddove invece, a fare da cornice alle abitazioni come ai templi, ai villaggi come alle città, la lussureggiante vegetazione della piana alluvionale del Nilo, con i suoi sconfinati palmizi, colorava di verde e dei colori della natura ogni angolo dell’ambiente vivibile ed ogni momento dell’esistenza di un popolo che con la natura stessa era ancestralmente compenetrato di simbiosi mistica, e che sfumava, tra l’altro, nei giardini delle case, microcosmi di delizia a cui ogni egizio non poteva fare a meno.

Per ultima, ma non ultima, mossa com’è da involontaria ironia, la scena, comunque suggestiva, in cui il vecchio Ramesse XII, a Palazzo, varca una progressiva e, dal punto di vista scenografico, ben studiata serie di porte. Queste si schiudono (pare per magia, e così forse è) una per una, per poi palesarlo nella sua viva regalità, accompagnato da un inno cantato che lo presenta come Osiride. “Osiri Ramsete” canta l’inno, “Osiri Ramseteee“. Se la regalità del faraone è, come detto, viva, perché egli è Osiride? Un-nefer era un epiteto del Dio della rinascita, “Essere compiuto, perfetto, bello”, in quanto rinato nell’Egitto eterno, quello oltremondano dei Campi di giunchi. Il film ha avuto la consulenza di Kazimierz Michalowski, forse l’egittologo polacco più autorevole del tempo; ebbene lo studioso non poteva correggere (almeno) questo passaggio della sceneggiatura? Far presente agli autori che Osiride era il Signore dell’oltretomba, e associare al suo nome qualcuno ancora in vita significava considerarlo piuttosto come un’entità dell’altro mondo? D’accordo che Ramesse XII nel film appare più là che di qua, e che magari la scena sia stata immaginata nell’ottica di un’imminente dipartita del vecchio re, sta di fatto che un antico egizio avrebbe fatto mille scongiuri e si sarebbe appellato con riverenza al proprio dio sentendosi definire “Osiride” ancora vivo, e vegeto (va beh, non nel caso del nostro…).

Ripetiamo, il film è bello ed ottimamente diretto, coinvolge, e i dialoghi sono scritti molto bene, così come è ben recitato dai bravi e credibili attori, senza eccezioni. Per un cultore dell’antico Egitto “Il faraone” è, allo stato attuale, l’unica opera cinematografica del mondo occidentale realizzata con tutta la cura ed il rispetto che si devono a quello straordinario trionfo dell’Uomo che fu l’Egitto dei Faraoni. Del fatto che le intenzioni siano andate in parte deluse l’abbiamo già espresso, è inutile tornarci.

Molto bella la scena d’apertura in cui due scarabei stercorari fanno ruzzolare sul terreno riarso dal sole la loro palletta di sterco al cui interno vi sono le uova che garantiranno la sopravvivenza della specie. La loro presenza sul campo di battaglia per ordine di Herihor, farà deviare il percorso dell’esercito guidato dal principe Ramesse in addestramento onde evitare di recare loro disturbo, in quanto ipostasi divina. Sin dall’inizio del film, allora, lo spettatore è partecipe dell’insanabile insofferenza che separa il giovane nobile dalla classe sacerdotale.

Ecco il riferimento ad Akhenaton, quando e come il re eretico della XVIII dinastia diviene strumentale all’approccio ideologico del film. “Libero Stato in libera Chiesa” era il mantra del laicismo europeo fino alla caduta del Muro; ma che senso ha un faraone miscredente o ateo, alla fine del Nuovo Regno? Comunque Akhenaton non era ateo, anti-casta forse, ateo di certo no. “Il faraone”: un bel film; una buona intenzione, sacrificata sull’altare dell’ideologia, quindi svilita, e mortificata.

Non pensiamoci più, e torniamo alla scena degli scarabei: gli sceneggiatori hanno colto alla perfezione lo spirito di un popolo che nella natura riconosceva il simbolo dell’eternità ciclica ed il mito del suo lineare essere sulla terra. In quella palla rotolata si riconosce il sole che viaggia dall’aurora della nascita al tramonto della sua scomparsa, fin dunque nel viaggio nei perigli delle tenebrose ore notturne in cui rischia di essere inghiottito dalle forze del Caos. Quella palla di sterco, nobile materia, contiene la vita del Mondo che ritorna con il sole all’alba.

E’ la rinascita, della vita, e della speranza.

Andrea Fiorini

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“The Pyramid” (blooper egittologici)

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«Dobbiamo trovare una via d’uscita!», gridarono gli spettatori nelle sale…

Per Halloween ho deciso di recensire un horror egizio e, sfortunatamente, ho scelto il più recente: “The Pyramid” (titolo tradotto in Italia, questa volta letteralmente, con “La Piramide”), film della fine del 2014 che è riuscito nell’insperato intento di strappare a “Natale sul Nilo” la palma di peggiore pellicola della rubrica “Blooper egittologici”.

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L’opera prima di Grégory Levasseur (meglio avesse continuato a fare solo lo sceneggiatore) è un falso documentario ambientato nell’Egitto post-rivoluzionario del 2013. Una troupe televisiva arriva nel Paese per girare un servizio su una stupefacente scoperta compiuta da una missione americana: una nuova piramide! Così, archeologi e giornalisti entrano nella struttura, ma vi incontreranno presenze malvagie (udite, udite, non si tratta di una mummia!). Il found footage con le riprese in prima persona (il mockumentary è piuttosto inflazionato nei film del terrore), location misteriosa, spazi angusti e labirintici, creature orribili sfuggenti sono gli ingredienti perfetti per incutere una paura claustrofobica. O meglio, avrebbero potuto esserlo perché il risultato è un andirivieni noiosissimo di 90 minuti dei protagonisti che corrono nel buio (ho perso qualche diottria nel vedermelo) da un angolo all’altro della piramide prima che vengano fatti fuori uno dopo l’altro da mostri realizzati (male) in CGI. Gli attori hanno espressioni facciali da soap argentina, si avventurano in discorsi demenziali e reagiscono alle situazioni in un modo per niente naturale (es. mentre uno dei personaggi sta morendo con un masso che gli spappola la gamba, si continua a parlare di geroglifici). Da questa premessa, sembrerebbe che stia parlando di un prodotto di serie B dell’Asylum, invece si tratta di una produzione da 6,5 milioni di dollari della 20th Century Fox.

Ho già cominciato con gli spoiler dall’introduzione, ma chi se ne frega! Tanto si sa che, negli horror, la bella protagonista è l’unica che si salva e lo scemo di turno muore per ultimo per garantire al film qualche battuta che allenti la tensione. Quindi, partiamo con la storia.

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Il Dott. Miles Holden (Denis O’Hare) e sua figlia Nora (Ashley Hinshaw) scoprono 400 chilometri a sud del Cairo un’intera piramide sepolta nel deserto tramite immagini satellitari e altri sistemi futuribili. Quest’idea sarà sicuramente nata dalla bufala circolata nel 2012 di una autodefinitasi “satellite archaeology researcher” che sosteneva di aver individuato quattro piramidi, in realtà conformazioni naturali, con Google Earth. È evidente quanto possa essere improbabile che una costruzione alta 180 metri (quella di Cheope raggiunge “solo” i 146) e perfettamente conservata possa essere ricoperta dalla sabbia senza il minimo dislivello sul terreno. La particolarità del monumento è la base triangolare; per questo, il Dott. Holden l’attribuisce a quella di Akhenaton descritta dalle fonti, mentre la figlia è convinta che sia molto più antica. Bisogna ricordare, però, che l’utilizzo di questa tipologia di grandi tombe reali termina ben quattro secoli prima dell’età amarniana e, ovviamente, non esiste alcun testo che parli di una “piramide perduta”. I super sensori del satellite, a quanto pare, riescono a penetrare per metri anche nella roccia, così si scopre uno strano tunnel che, dal pyramidion, gira attorno alla struttura e arriva all’entrata nella base. Ma, nell’aprire l’ingresso, i presenti vengono investiti da una nube verde tossica (uno dei tanti cliché che caratterizza l’accezione popolare dell’antico Egitto); quindi, si manda avanti “Shorty”, un rover della NASA ispirato ai robot, Upuaut e poi Djedi, usati per indagare i canali di areazione della Piramide di Cheope. Una volta dentro, però, il mezzo perde il contatto radio a causa, secondo la squadra, di qualche cane randagio.

PyramidMovieNightNon è facile lasciare un’attrezzatura da tre milioni di dollari sotto terra e Michael, l’ingegnere responsabile, decide di andarla a recuperare, seguito dagli Holden, dalla giornalista Sunni e dal cameraman Fitzie. Il gruppo, nonostante sia equipaggiato di tutto punto (il kit “archeologico” prevede anche un cavo d’acciaio, respiratori, luminol e torcia UV), si perde tra i cunicoli e, ben presto, si accorge che Shorty non era stato danneggiato da qualche cane. Uno dopo l’altro muoiono a causa di trappole (altro cliché), di “gatti sfinge” cannibali messi lì da millenni come guardiani della piramide (eppure gli Sphynx sono così dolci) e di qualcosa di decisamente più grosso. Solo quando rimangono in due (come anticipato, la bella e lo scemo), si capisce che la creatura è addirittura Anubi. Nella camera funeraria, infatti, Nora legge sul sarcofago che quella è la tomba di Osiride, costruita dagli antichi Egizi per imprigionare il sanguinario dio sciacallo. Anubi, per seguire il padre nell’Aldilà, ha bisogno di trovare un cuore puro, così continua a mietere vittime  legandole a una bilancia, strappando loro il muscolo cardiaco e pesandolo con una statuetta di Maat. Si tratta del giudizio dei defunti descritto nel capitolo 125 del Libro dei Morti. Tra gli altri, anche Miles subisce questa sorte e, quando Anubi, erroneamente definito “Il divoratore”, mangia il suo cuore corrotto, si mummifica all’istante. Proprio qui sta l’errore più grande del film. Nella psicostasia, è effettivamente il dio a mettere sulla bilancia cuore e piuma, ma, in caso di esito negativo, è Ammit a papparsi l’anima. Eppure, poco prima, il gruppo era passato proprio davanti a una rappresentazione della “pesatura dell’anima” in cui compare anche la “Grande divoratrice”, mostro ibrido formato da parti di coccodrillo, leone e ippopotamo (vedi in basso). In ogni caso, Anubi cattura anche Nora che, però, riesce a slegarsi e a scappare attraverso un condotto fin quasi all’imbocco del tunnel (ah, dimenticavo, scavato da massoni alla fine dell’800…). Qui, stremata, viene raggiunta da un bambino che raccoglie la sua telecamera e… finale che lascia campo a un seguito, purtroppo.

Alcune cose non dovrebbero mai essere scoperte, come certi film.7

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“XXVI Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico” (Rovereto, 6-10 ottobre)

104796_rass_locand_2015Rovereto torna a essere la capitale della divulgazione in archeologia grazie alla XXVI Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico, manifestazione nata nel 1990 “con l’intento di raggiungere e sensibilizzare il grande pubblico sui temi della ricerca archeologica e della tutela del patrimonio culturale”. Tra il 6 e il 10 ottobre, grazie all’organizzazione della Fondazione Museo Civico di Rovereto, saranno proiettate decine di documentari italiani ed esteri riguardanti archeologia, storia, paleontologia e antropologia. Gli spettatori voteranno il vincitore del PremioCittà di Rovereto – ArcheologiaViva” tra i 58 film in gara, mentre una giuria internazionale, come ogni due anni, assegnerà il XII Premio “Paolo Orsi”.

Naturalmente, non mancheranno produzioni a carattere più o meno “egittologico” come:

  • “En busca de Djehuty” (2015), spettacolare documentario che illustra le scoperte della missione di José Manuel Galán a Dra Abu el-Naga e del Proyecto Djehuty che, se seguite il mio blog, sicuramente conoscerete (il video è temporaneamente disponibile in streaming qui);
  • “Viaggio al Silica Glass, il vetro delle stelle” (2015), spedizione di Alfredo e Angelo Castiglioni nel deserto libico alla ricerca del vetro naturale purissimo, forse di origine meteoritica, utilizzato anche per lo scarabeo di un pettorale di Tutankhamon;
  • “Journey of writing in Egypt” (2015), patrocinato dalla Bibliotheca Alexandrina, racconta il percorso evolutivo della scrittura, autoctona o straniera, in Egitto, dal geroglifico all’arabo.

Quest’anno, inoltre, a uno dei 22 film selezionati dall’organizzazione per il Premio Orsi sarà conferita anche  una menzione speciale da una giuria di archeoblogger di cui ho l’onore e il piacere di far parte insieme a:

Per il programma completo e altre informazioni: http://www.museocivico.rovereto.tn.it/UploadDocs/10575_libretto_2015_web.pdf

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“Natale sul Nilo” (blooper egittologici)

Q2Ss7Si avvicina Natale. Cade la neve, le vetrine dei negozi si riempiono di lucine colorate, le strade si congestionano per il traffico dei ritardatari del regalo e nelle multisale si proiettano i cinepanettoni. Ebbene sì, speravo che questo momento non arrivasse mai, ma mi tocca parlare di “Natale sul Nilo”

Per realizzare questo degno erede del filone di “Vacanze di Natale”, De Laurentiis decise di spostare la location dai campi di sci di St. Moritz e Cortina a mete più esotiche, purtroppo cominciando con l’Egitto. Così, nel 2002, la Filmauro affidò la direzione del film a Neri Parenti, “maestro” del genere e regista di svariati Fantozzi. La sceneggiatura è sempre la stessa: un’intreccio banale di storie demenziali condite da battute da scuola media, parolacce, tette, peti e deiezioni corporali varie. Basta ricordare la scena in cui le bende di una mummia vengono utilizzate come carta igienica. I protagonisti sono Boldi e De Sica, non ancora divorziati, Enzo Salvi, Biagio Izzo e i Fichi d’India, mentre, per la colonna sonora, come al solito si è sfruttato il tormentone estivo dell’anno, in questo caso Aserejé delle Las Ketchup. Non esattamente da premio oscar; ma, da un film che inizia e finisce con Maria De Filippi, cosa vi aspettate? Nonostante, o, più probabilmente, grazie a queste premesse, “Natale sul Nilo” ha incassato ben 28 milioni di euro, il 6° risultato più alto tra i film italiani e l’11° generale tra tutti quelli trasmessi nel Paese che ha dato i natali a gente come Fellini, Rossellini, Bertolucci, Visconti, Pasolini e De Sica (padre). Alla luce di tutto ciò, i blooper egittologici non smuovono di una virgola il risultato finale di una pellicola che, se non fosse stato per questa maledetta rubrica, non avrei mai visto. Ma, almeno, non troverò niente di peggio.

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Per diversi motivi, che non ho assolutamente voglia di spiegare, i protagonisti si trovano tutti a passare le vacanze di Natale-Capodanno in Egitto e, come quasi sempre succede nei film ambientati nella Valle del Nilo, si procede attraverso tappe fisse stereotipate: Cairo, Luxor, Abu Simbel. Si inizia dalla Piana di Giza e, più precisamente, da quello che dovrebbe essere l’interno della Piramide di Chefren. Dovrebbe, perché ciò che si vede, in realtà, è la sala ipostila del Tempio Maggiore di Abu Simbel (distante solo 1100 km), palese dai pilastri osiriaci e, in fondo, dal sancta sanctorum con le statue di Ptah, Amon-Ra, Ramesse II e Ra-Harakhty (vedi foto in alto). Nella “piramide”, una guida parla della fantomatica leggenda degli “anelli della buona e della cattiva sorte di Chefren” che vengono scoperti dai Fichi d’India in un nascondiglio segreto (in basso a sinistra. Ho trovato alcuni miei quadernini delle elementari in cui disegnavo i geroglifici allo stesso modo). Intanto, in un’altra sala, Boldi ha problemi di dissenteria e non trova altro modo per pulirsi che approfittare di una mummia impilata a mo’ di kebab che la solita guida definisce come «l’unica perfettamente conservata» (a Ramesse II non piace questo elemento) e vecchia di 4000 anni (inutile dire che Chefren sia morto almeno 500 anni prima).

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Dopo decine di altre gag da spanciarsi dalle risate (sarcasmo mode ON), tutti partono per una crociera sul Nilo e pazienza che si veda il Lago Nasser. Comunque, si viene a sapere che il figlio del fedifrago De Sica è uno studente di egittologia che vuol presentare ai genitori la sua collega e fidanzata, ma lei, ovviamente, finirà a letto con il “suocero”. Il battello arriva, questa volta veramente, ad Abu Simbel dove ci sono «quei quattro capoccioni che mettono ansia» (a Ramesse II non piace questo elemento #2) e qui si ferma fino alla fine delle vacanze.

5Ma, senza tener conto della geografia, alcuni personaggi raggiungono Luxor e tornano indietro in serata. Sembra proprio che il problema delle distanze sia comune a quasi tutti i film che ho analizzato finora. Salvi, che interpreta un’impresario televisivo, chiama le sue ballerine dal minareto della Moschea di Abu el-Haggag (quella che si trova sulle rovine del Tempio di Luxor), mentre i Fichi d’India, subendo fortuna e sfiga provocata dai rispettivi anelli, vengono schiacciati da un blocco caduto dalla cima della Grande Sala Ipostila di Karnak. Stessa circostanza che si ritrova in “Assassinio sul Nilo” e, come vedremo, in “007 – La spia che mi amava” quindi, se fossi in voi, guarderei in alto visitando il tempio. Per il resto, c’è poco da dire, a parte una preziosa anfora del periodo Micerino in cui Boldi urina e il ciondolo magico di Cheope (la conoscenza egittologica degli sceneggiatori era limitata alla IV dinastia) che assomiglia a uno di quei cammelli “Made in China” che vendono nei suq.

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Le “mummie” della Hammer Film Productions (blooper egittologici)

Themummy1959poster

Cursemummystomb220px-The-Mummys-Shroud-posterBloodmummytombDopo i film degli anni ’40 della Universal Pictures, il filone di pellicole sulle mummie era tutt’altro che prosciugato. A “resuscitarlo” fu la Hammer Film Productions che, nel 1959, riprese le stesse sceneggiature hollywoodiane e ne ricavò dei remake più o meno ufficiali. La casa di produzione britannica è famosa soprattutto per gli horror prodotti dai ’50 ai ’70 e che hanno raccontato la storia di tutti i mostri dell’immaginario popolare. In modo particolare, con il passaggio dal bianco e nero al colore, tre opere sono diventate dei cult per il genere: “La maschera di Frankenstein” (1957), “Dracula il Vampiro” (1958) e proprio “La Mummia” (1959). Questi tre film sono accomunati dalla regia di Terence Fisher, dalla sceneggiatura di Jimmy Sangster e dalle interpretazioni di Peter Cushing e di Christopher Lee, la cui parte più nota è probabilmente quella di Saruman ne “Il Signore degli Anelli”, ma che, con i suoi 196 cm di altezza, era perfetto per interpretare creature spaventose (fu per 12 volte un vampiro). Con il passare degli anni, però, la fortuna della Hammer è andata affievolendosi a causa dell’incapacità di stare al passo con il cinema americano e i suoi effetti speciali. Così, come nel caso dei tre sequel della mummia, abbiamo solo b-movies, tra il gore e il sexy, che non meritano di essere analizzati seriamente.

 

“La mummia” (1959)

29137_410590554200_4607017_nLa Hammer riesce a strappare un accordo alla Universal per l’utilizzo di sceneggiature del Ciclo di Kharis. Così, viene girato un re-remake de “La Mummia” del 1932 sfruttando personaggi e tematiche già visti in “The Mummy’s Hand”, “The Mummy’s Tomb”“The Mummy’s Curse”.

Siamo in Egitto (o meglio, in uno studio con pietre di polistirolo, sabbia sul pavimento e fondali dipinti) nel 1895 e una famiglia di archeologi inglesi scopre la tomba della principessa Ananka, intatta da 4000 anni. John Bunning (Peter Cushing), suo padre Stephen e lo zio Whemple violano i sigilli della sepoltura non curanti degli avvertimenti di un egiziano, Mehemet Bey, che, in realtà, è un sacerdote del culto segreto del dio Karnak (sì, viene ancora riproposto questa inesistente divinità). Il primo ad entrare nella sala del sarcofago è Stephen che, leggendo il “Rotolo della Vita” (simile al “Rotolo di Thoth” del film originale), risveglia la mummia di Kharis (Lee), sacerdote innamorato di Ananka e condannato ad essere imbalsamato vivo per aver cercato di riportarla in vita. Anche in questo caso, viene riproposto un flashback con la morte della principessa, il corteo funebre, il sacrilegio e la punizione di Kharis che viene bendato e rinchiuso in una sorta di armadio a muro nella tomba. Per la scelta dei colori, questa scena mi ha ricordato molto il video di “Dark Horse” di Katy Perry… Comunque, a causa di questa visione terrificante, l’archeologo impazzisce e viene internato in un manicomio in Inghilterra, dove Bey, insieme alla mummia, arriva con l’intenzione di uccidere i tre membri della missione.

Nonostante la morte di quattro persone, la sorte peggiore e reale è toccata a Christopher Lee. L’attore, infatti, durante le riprese, si è ferito le gambe inciampando su tubi coperti dal fango, si è slogato la spalla sfondando una porta erroneamente bloccata, si è ustionato a causa degli effetti per i colpi di pistola e, dulcis in fundo, ha subito uno strappo alla schiena portando in braccio Yvonne Furneaux (anche ne “La Dolce Vita”) nella classica scena del rapimento della bella. Alla fine, rimane in vita solo John, salvato dalla somiglianza della moglie Isobel con Ananka che distrae Kharis e lo fa scappare verso la palude con la sua “amata”. Ma, a differenza di “The Mummy’s Curse”, qui c’è il lieto fine: la ragazza si salva e la mummia sparisce nella melma crivellata di proiettili.

 

“Il Mistero della Mummia” (1964)

851_curse-mummys-tombCome vedremo, i quattro film della Hammer non sono legati tra loro, quindi ho impropriamente parlato di sequel di “The Mummy”. “The Curse of the Mummy’s Tomb” (per una volta che c’è la parola maledizione nel titolo originale, in quello tradotto non la mettono) di Michael Carreras, pur avendo, per l’ennesima volta, come evento scatenante la scoperta di una tomba egizia e la conseguente maledizione, presenta una trama autonoma. Si nota anche un cambiamento nella concezione di cinema horror con il sangue più visibile e le prime scene un po’ truculente (per la precisione, un paio di mani mozzate). L’atmosfera gotica della Londra del 1900 attenua anche le ricostruzioni storiche kitsch. Quindi, direi che questo è il film che preferisco tra i quattro descritti in quest’articolo (è disponibile in italiano su youtube).

Stessa scenografia iniziale, stessi fondali dipinti, stessa tomba con reperti “presi in prestito” dal corredo di Tutankhamon (ma almeno qui li hanno ricoperti di polvere e ragnatele), ma non abbiamo più né Kharis né Ananka. La sepoltura appartiene al principe Ra-Antef, la cui storia viene spiegata con un flashback. Ra è il figlio prediletto di Ramesse VIII (1127 a.C., quindi la datazione di 3000 anni presentata nel film è piuttosto accettabile) e fratello del malvagio Vi che, geloso del suo successo, lo fa apparire agli occhi del popolo come un pericoloso mago e costringe il padre ad esiliarlo nel deserto. Nel Sahara, Ra incontra una tribù di nomadi e ne diventa il re acquisendo un antichissimo amuleto che ha il potere di risvegliare i morti. Quindi, al posto del classico rotolo di papiro, questa volta abbiamo un pendaglio con la forma che ricorda la Paletta di Narmer. Il suo regno, però, dura poco perché Vi manda dei sicari (che indossano la kefiah…) ad ucciderlo.

Il finanziatore della missione, il magnate americano Alexander King (Fred Clark), decide di sfruttare la scoperta mostrando il corredo in giro nel mondo (un po’ come è successo con il tesoro di Tutankhamon con Zahi Hawass). La prima tappa dell’esposizione itinerante è a Londra dove arriva anche il sarcofago con la mummia di Ra-Antef (Dickie Owen) che verrà resuscitata da un misterioso personaggio e che cercherà la vendetta sui profanatori della sua tomba. Vi ricorda qualcosa? Un mostro portato, con conseguenze disastrose, da un luogo esotico nella società civile per creare uno spettacolo sfruttando il clamore sulla gente: King Kong! Intanto, due degli archeologi, John Bray (Ronald Howard) e sua moglie Annette Dubois, sono ospitati nella capitale britannica da Adam Beauchamp che, in realtà, è Vi reso immortale dalla maledizione del padre morente. Stanco della vita, è proprio lui che risveglia il fratello, l’unico in grado di ucciderlo e porre fine alla sua punizione. Quindi, per la prima volta, l’antagonista non è un sacerdote egizio, cosa che rende il film un po’ meno razzista degli altri.

Le novità riguardano anche i metodi adottati dalla mummia per far fuori le sue vittime: abbandonato il classico strangolamento, preferisce gettare persone dalle scale, annegare, calpestare teste e fracassare crani con oggetti contundenti (finalmente l’evoluzione in Mumia habilis). Nel finale, Adam/Vi  seduce la “fedelissima” Annette con il solo scopo di portala con sé nell’Aldilà, ma Ra, vendicandosi del male subito, uccide solo il fratello e mette fine anche alla sua esistenza facendosi crollare addosso il soffitto.

 

“Il Sudario della Mummia” (1967)

The_Mummys_Shroud_06Nel 1932, il truccatore Jack Pierce impiegava 8 ore a trasformare Karloff in un’icona del terrore. Trentacinque anni dopo, Eddie Powell deve solo infilarsi in un tutone e chiudere la zip, tra l’altro visibilissima. Questo è il sunto di ciò che fa la differenza tra il capolavoro di Freund e la “cagata pazzesca” (cit.) di John Gilling. La trama è sempre la stessa, gli oggetti di scena vengono tramandati negli anni, la qualità però peggiora.

I primi sette minuti narrano la nascita, nel 2000 a.C., dell’erede al trono Kah-To-Bey, figlio di Man-Tah. Qualche anno dopo, il faraone viene ucciso in una congiura di palazzo ordita dal fratello Ar-Man-Tah, ma riesce a far fuggire nel deserto il giovane principe con l’aiuto del servo Prem. La lunga marcia senza acqua né cibo, però, è fatale a Kah-To-Bey che viene sepolto da Prem in una grotta. La tomba è scoperta solo nel 1920 da una missione diretta da Sir Basil Walden (André Morell) e finanziata dal ricco Stanley Preston (John Phillips). Data la situazione di emergenza appena descritta, il defunto non è mummificato, ma è semplicemente avvolto nel “sacro sudario” e ricoperto di sabbia, anche se l’archeologo dice che visceri e cuore (che non era conservato nei canopi) sono in una cassettina. Lo scarno corredo e i resti del principe vengono portati al Museo Egizio del Cairo, ma Ashmid, il beduino guardiano della tomba, ruba il sudario e recita le formule magiche che fanno tornare in vita Prem. Le sembianze della mummia sono state riprese da una realmente esistente di epoca romana esposta presso il British Museum e recentemente protagonista della mostra “Ancient Lives”. Forse l’avrete riconosciuta dalle basette. L’essere comincia ad uccidere tutti coloro che hanno profanato la tomba del suo padrone (c’è la morte più cruda di tutta la serie di film dedicati alle mummie, cioè con l’acido da sviluppo fotografico), manovrato dalla madre di Ashmid che vede tutto dalla sua sfera di cristallo. La scia di cadaveri è interrotta solo quando Maggie Claire de Sangre, assistente del professor Walden, riesce ad impossessarsi del sudario e a pronunciare le parole in egiziano antico che bloccano la mummia e la polverizzano.

 

“Exorcismus – Cleo, la dea dell’amore” (1971)

blood_from_mummys_tomb_01A Seth Holt viene affidato l’ultimo lavoro della Hammer sulle mummie, anche se la classica iconografia del mostro bendato è sostituita dal corpo magicamente integro ritrovato nella tomba della crudele principessa Tera (d’altronde, sarebbe stato proprio un peccato nasconderla con un costume). Ma partiamo dalla traduzione non proprio letterale del titolo originale “Blood from the Mummy’s Tomb”. 1) Exorcismus: non c’è traccia di esorcismi, ma il film è stato distribuito in Italia nel 1975, due anni dopo dell’uscita de “L’Esorcista” di cui si voleva sfruttare il successo; 2) Cleo: come anticipato, la cattiva della situazione si chiama Tera e non Cleo, ma, anche in questo caso, si è voluto cavalcare l’onda lunga della “Cleopatra” (1963) di Liz Taylor; 3) la dea dell’amore: Tera è una principessa e tutt’altro che “amorevole” visto che prima seduce il padre faraone e poi lo fa uccidere insieme a tutti i suoi collaboratori.

La storia è liberamente ispirata al romanzo di Bram Stoker “Il gioiello delle sette stelle” (1903) e verrà ripresa nel 1980 con “Alla 39ª Eclisse”. Agli inizi degli anni ’70, la Hammer è ormai in declino e, per cercare di trattenere il pubblico che cominciava ad abituarsi ad horror di ben altro tenore (nel ’68 era uscito “La notte dei morti viventi” di Romero), aggiunge un pizzico di erotismo che non rende più piccante la solita minestra riscaldata. L’archeologo britannico Julian Fuchs (Andrew Keir) scopre la tomba di Tera e ne diventa ossessionato a tal punto da portare a Londra tutto il corredo funebre e da costruire una cappella segreta sotto la sua abitazione per conservarlo. Nel momento stesso che viene aperto il sarcofago, nasce la figlia di Fuchs che verrà impossessata dallo spirito della principessa. Come detto, la “mummia” è perfettamente conservata (e l’attrice Valerie Leon non fa niente per nascondere i movimenti della respirazione), tranne che per una mano mozzata dai sacerdoti che usano una paletta protodinastica come tagliere (aspettatevi delle scene degne della Famiglia Addams). Diciotto anni dopo, Margaret è maggiorenne ed è identica al corpo imbalsamato. Così, contro la sua volontà, va alla ricerca degli altri tre membri della missione che posseggono i tre sacri oggetti, il cobra, il gatto e il teschio di sciacallo, fondamentali per far risuscitare Tera. Tutti muoiono sgozzati da un misterioso vento e gli amuleti tornano al cospetto di “Cleo” che risorge, almeno fino all’intervento di Fuchs che la pugnala scatenando un crollo che distrugge la cripta. Il finale lascia gli spettatori con un dubbio: in un ospedale, l’unica sopravvissuta è finalmente ricoperta da bende, anche se da ingessatura, ma è Margaret o Tera?

 

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“Belfagor – Il fantasma del Louvre” (blooper egittologici)

140427135745182068_f0_0Questa volta, mi sono veramente pentito di aver iniziato la rubrica “Blooper egittologici”. Se non avessi dovuto scrivere l’articolo, mi sarei fermato al terzo minuto di film! Comunque, semi-citando Montanelli, mi sono turato il naso e ho guardato fino all’ultimo fotogramma “Belfagor – Il fantasma del Louvre”, remake di Jean-Paul Salomé della famosa serie televisiva francese del 1965. In realtà, le analogie sono veramente poche, a partire dalla trama: nello sceneggiato (a sua volta basato su un romanzo di Arthur Bernède che ne trasse anche un film muto nel 1927), una misteriosa figura oscura si aggira nelle sale del museo provocando la morte di alcuni custodi. Si diffonde il panico e voci sulla presenza di un fantasma, ma le indagini di un investigatore riveleranno lo zampino della setta esoterica dei Rosa Croce interessata ai segreti alchemici dietro la statua di Belfagor (ecco il perché del nome che, nel film, viene ignorato completamente), divinità solare moabita poi inclusa nella schiera dei demoni con il Cristianesimo. Il bello della serie sta proprio nell’atmosfera noir, nel mistero, nella verità rivelata solo alla fine (cosa che, come vedremo, Salomé rovinerà subito), nelle presunte attività paranormali che, in realtà, si limitano al controllo ipnotico della mente.

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La pellicola del 2001, invece, racconta di un fantasma vero e proprio che si risveglia da una mummia egizia in un magazzino perduto e ritrovato durante la costruzione della celebre piramide di vetro. I lavori di rimodernamento del Grand Louvre, con il progetto iniziato proprio con la realizzazione del discusso nuovo ingresso, erano stati completati solo da due anni, così sembra chiara la volontà dei produttori di sfruttare la conseguente attenzione mediatica. Ne viene fuori l’ennesimo scontato film sulla maledizione della mummia con espedienti forzati, attori improbabili, dialoghi ridicoli ed effetti speciali degni della peggiore fiction tedesca degli anni ’80. Il tutto peggiorato dal doppiaggio italiano che, come al solito, storpia spesso nomi e termini tecnici (per questo eviterò di segnalarli). Il risultato è un “horror” demenziale che vi consiglio di perdere.

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La mummia in questione viene scoperta nel 1935 dal Prof. Desfontaines, archeologo che più stereotipato di così non si poteva (vedi immagine in alto a sinistra), in una tomba a Luxor. Nell’aprire il sarcofago, però, l’egittologo viene impossessato dallo spirito del defunto che, durante il viaggio in nave verso la Francia, spinge al suicidio tutti i membri della ciurma. Lo stesso Desfontaines muore mummificato in un armadietto… Una volta portato al Louvre, il sarcofago è dimenticato fino ai già citati lavori di restauro del museo (in alto a destra); così, il direttore Bertrand Faussier affida lo studio del reperto alla studiosa del British Museum Glenda Spender. Da subito, si cerca l’identità del defunto il cui nome è stato cancellato dalla bara; a una prima analisi visiva, si sa solo che fosse un sacerdote, membro della famiglia reale durante la XX dinastia e l’epoca “ramsetea” (esempio degli scempi dell’adattamento italiano). Poi, iniziano gli esami scientifici con la TAC alla mummia che rivela la mancanza di amuleti e, pronti partenza via, già al minuto 5:27, viene buttata nel cestino ogni basilare regola della suspense mostrando l’invisibile e svolazzante ectoplasma arancione che abbandona il corpo del defunto (in basso a sinistra) e si va a infilare in una presa della corrente, come Slimer in “Ghostbusters”…

hLa presenza dell’entità crea subito problemi all’impianto elettrico del museo; nonostante ciò, la Spender (che a un certo punto si mette a giocherellare con le bende senza indossare guanti) continua lo studio della mummia con metodi decisamente invasivi: il corpo subisce una vera e propria autopsia da parte di un medico legale che gli apre l’addome e  il cranio con una sega circolare (in alto a destra). È superfluo puntualizzare che, ormai da decenni, si tende a toccare il meno possibile le mummie lasciandole nei loro involucri originali. Dalla prima incisione, l’egittologa estrae le viscere avvolte a parte (perché rimetterle nel cadavere quando c’erano i vasi canopi?); invece, sotto le bende del volto, viene trovata un’improbabile maschera di bronzo – primo stiracchiato espediente per ricollegarsi alla serie TV – che, una volta tolta, permette alla bocca di aprirsi improvvisamente (sì, lo so, i tessuti disidratati non dovrebbero avere una tale elasticità, ma concediamo almeno questa scena “d’impatto”). Il Direttore, manco fossimo al CERN di Ginevra, afferma che, grazie a un acceleratore di particelle, è stato stabilito che la mummia abbia 3502 anni (mese e giorno no?), datazione che, però, coinciderebbe con la XVIII dinastia e non con la XX (1188-1078 a.C.).

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A questo punto, Lisa, la protagonista del film interpretata da Sophie Marceau, tramite un tunnel scavato per sbaglio dagli operai che collega il museo a casa sua, si ritrova nei laboratori del Louvre e viene impossessata dallo spirito. Si scopre, infatti, che il fantasma è il ba di un uomo avvelenato a cui, per motivi punitivi, non fu garantita la cerimonia funebre; per questo, ha bisogno di un corpo tangibile per completare tutti i rituali e per raggiungere finalmente l’Aldilà. Così, Lisa indossa la maschera e il costumone cerimoniale (secondo collegamento con la serie) – “ricostruito partendo da un singolo frammento di tessuto” (vedi in alto) – e si aggira per la sezione egittologica alla ricerca di sette amuleti e di un anello-scarabeo. Quando non vengono usati gli effetti speciali, Belfagor scivola sul pavimento con evidenti rotelle, un po’ come gli arcangeli Gabriele e Michele nelle apparizioni mistiche di Fantozzi. I custodi cominciano a morire l’uno dopo l’altro, spinti al suicidio da proiezioni mentali delle loro peggiori fobie e la polizia richiama l’ispettore in pensione Verlac che si era occupato di casi simili negli anni ’60. La rabbia del fantasma non si placa perché l’anello si trova nel cimitero monumentale di Père-Lachaise, nella tomba a piramide di Desfontaines. L’ispettore fa riesumare il cadavere per recuperare lo scarabeo su cui Spender legge finalmente il nome del misterioso egiziano: Neb-Mes-Ur-Maa (=Il Grande Profeta Nebmose). Una volta invocato, Neb-Mes parla per bocca di Lisa in una lingua che l’egittologa definisce erroneamente copto. Il copto, infatti, è la fase linguistica dell’egiziano che usava l’alfabeto greco più altri 7 segni demotici e che nacque nel II sec. d.C., oltre un millennio dopo la XX dinastia a cui dovrebbe appartenere la mummia. Il sacerdote chiede che sia officiata l’ultimo rituale e, pur di liberarsi del problema, i protagonisti ricreano l’ambiente per la “cerimonia dell’apertura della bocca”. Il rito permetteva la vita eterna al defunto attraverso l’apertura simbolica e magica della bocca della statua o della mummia del morto affinché potesse respirare e parlare nell’Aldilà. Per far ciò, il sacerdote utilizzava l’ascia “setep” (in basso a destra, dalla tomba di Nakhtamon a Deir el-Medina, @osirisnet.net), molto diversa dal falcetto che si vede nel film (a sinistra). In ogni caso, tutti gli amuleti e l’anello vengono ricollocati al loro posto e il fantasma può finalmente raggiungere la Duat attraverso una falsa porta.

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“Adèle e l’enigma del faraone” (blooper egittologici)

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Dopo “La Mummia“, passiamo a una pellicola decisamente più recente. “Adèle e l’enigma del faraone” è un film del 2010 di Luc Besson basato sui primi volumi (Adele e la bestia, Il demonio della Tour Eiffel, Lo scienziato pazzo, Mummie matte) del fumetto “Les aventures extraordinaires d’Adèle Blanc-Sec” (1976-80, 1998, 2007) di Jacques Tardi. Il titolo originale corrisponde a quello del fumetto, mentre in Italia, come al solito, si è posto l’accento sul mistero (altrimenti, qui, l’Egitto non vende) e sulla figura del faraone che, in realtà, è marginale. Adèle, interpretata dalla bellissima Louise Bourgoin, è una giornalista e scrittrice che, durante la Belle Époque francese, gira il mondo in cerca di avventure. Besson è riuscito a trasporre sul grande schermo le tavole di Tardi mantenendo l’umorismo leggero e l’ambientazione che caratterizzano questa Lara Croft ante litteram. L’Egitto occupa soprattutto la prima e l’ultima parte del film. Solita avvertenza: ATTENZIONE SPOILER!

45Inviata in Perù dal suo editore (proprio nel 1911, Hiram Bigham “riscopre” Machu Picchu), Adèle, invece, si reca in Egitto alla ricerca della tomba di Patmosis, medico personale di Ramesse II, per salvare la sorella Agathe, in coma dopo uno stupido incidente di gioco durante una partita di tennis. Infatti, influenzata dal libro “C’è vita dopo la morte” del Prof. Esperandieu, Adèle vuole far rivivere la mummia e sfruttarne le grandi conoscenze scientifiche per guarire la sorella bloccata a letto con uno spillone che le attraversa il cranio. La spedizione parte dalla piana di Giza (foto a sinistra) e, dopo una cammellata di 6 ore nel deserto, arriva in una località sul Nilo. Cammelli decisamente veloci che superano i 140 km/h, visto che il sito in questione è Qubbet el-Hawa ad Assuan (distante oltre 8oo km in linea d’aria), come si vede dalle tombe rupestri, dalle rovine del monastero copto (foto a destra) e, soprattutto, dalla “Cupola dei Venti”, edificio in cui è sepolto un profeta musulmano e che dà il nome all’area.

4La tomba di Patmosis rispetta tutti i luoghi comuni sull’Egitto della letteratura fantastica. La struttura, accessibile da un pozzo, è piena di trappole, marchingegni (come la macchina automatica per bendare le mummie), ingranaggi e passaggi segreti. Nessun appunto da fare; è una storia inventata che prende spunto dai romanzi ottocenteschi e come tale va presa. Le indicazioni per arrivare alla sala del sarcofago vengono fornite da un papiro con immagini che sembrano prese dal “Libro dell’Amduat” (a sinistra). La stanza è colma di tesori: statue, un naos, barche solari e, qui casca l’asino, monete d’oro che, nella loro accezione classica, non vennero mai usate né nel XIII sec. a.C. né nel resto dell’età faraonica. Comunque, la mummia di Patmosis è tolta dal sarcofago di pietra e dai due di legno e, dopo mille peripezie, portata a Parigi.

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Va ora presentata la figura del Professor Esperandieu, egittologo, fisico e occultista convinto che lo spirito sia immortale e che possa essere richiamato nei corpi morti. Infatti, lo scienziato riesce con la forza della mente a far schiudere un uovo di pterodattilo vecchio 135 milioni di anni e a far scorrazzare per la capitale il dinosauro alato da esso nato. Adèle spera che Esperandieu riesca a fare lo stesso con la mummia (che abbastanza approssimativamente, e sospetto per colpa del doppiaggio italiano, viene definita di 4000 o 5000 anni quando, invece, risalirebbe al 1200 a.C. circa); in effetti, Patmosis torna a vivere, ma si scopre che è un ingegnere e non un medico. Per fortuna della nostra eroina, però, il potere del professore si propaga nel raggio di 2 km, risvegliando le mummie di Ramesse II e della sua corte esposte in una mostra straordinaria al Louvre. Adèle porta furtivamente la sorella nel museo e, chiara citazione della Mummia, Patmosis fa svenire le guardie con un solo gesto della mano. Il faraone, che in realtà si trova nella Sala delle Mummie Reali presso il Museo Egizio del Cairo, è collocato erroneamente nel sarcofago di Tutankhamon (in basso a sinistra; fra l’altro, si vedono anche le statue dei guardiani della KV62 che non era ancora stata scoperta nel 1911), ma fisicamente somiglia molto all’originale, a partire dal naso aquilino (in basso a destra).

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Naturalmente, c’è il lieto fine. Il vero medico reale Nosibis riesce a curare Agathe sfilandole lo spillone dalla testa e applicandole un impacco magico realizzato con le viscere di Ramesse conservate nel vaso canopo con le fattezze di Duamutef (il figlio di Horo dalla testa di sciacallo). Infine, vi consiglio di aspettare i simpatici titoli di coda con pseudo-geroglifici inventati per ogni categoria della troupe come, ad esempio, per le musiche originali e il montaggio:

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“La Mummia” (1932): blooper egittologici

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Dopo aver analizzato “Indiana Jones e i Predatori dell’Arca Perduta”, continuo le pseudo-recensioni di film che parlano di Egitto prendendo in considerazione “La Mummia”, classico dell’horror del 1932 diretto da Karl Freund e interpretato da un magistrale Boris Karloff. Questa è la prima pellicola che ha diffuso nel pubblico cinematografico la mania per l’Egitto e per i suoi misteri preconfezionati. In realtà, già nel 1918 era stato girato un film muto in Germania sull’argomento, “Die Augen der Mumie Ma“, ma è solo con la Universal Pictures che nasce una vera e propria serie che porterà a diversi remake, fino a quello inguardabile del 1999. Negli anni ’30, Hollywood era invasa da mostri come “Dracula” con Bela Lugosi, “L’uomo invisibile” e “Frankenstein” che rese celebre lo stesso Karloff. Così, la Universal decise di cavalcare questa moda sfruttando un evento che aveva colpito l’opinione pubblica 10 anni prima e la cui eco non si era ancora affievolita: la scoperta della tomba di Tutankhamon.

Da quando, nel 1922, Howard Carter aveva individuato la sepoltura del giovane faraone, si diffuse in tutto il mondo un interesse paragonabile a quello per i concerti dei Beatles. La straordinaria ricchezza dei reperti del corredo, unita a un alone di mistero spesso creato ad arte dai giornalisti, diede il via alla Tutmania che influenzò i gusti degli anni ’20. Il finanziatore della missione, Lord Carnarvon, aveva venduto l’esclusiva a un solo giornale statunitense e le notizie uscivano con il contagocce; così, le testate concorrenti cominciarono a scrivere articoli palesemente inventati che alimentarono la leggenda della maledizione di Tutankhamon, secondo la quale tutti i partecipanti alla scoperta sarebbero morti di lì a poco in circostanze misteriose (malattie, avvelenamenti, omicidi, incidenti). In realtà, l’unico deceduto un anno dopo fu Carnarvon per un’infezione con varie complicazioni. Tutti gli altri ebbero, in media, una vita abbastanza lunga. Lo stesso Carter trapassò 17 anni dopo, mentre la figlia del conte addirittura nel 1980.

Non esiste nessuna maledizione contro i predatori della tomba, ma ormai la bufala era stata lanciata e vendeva (anzi, vende tutt’oggi); per questo fu trasposta sul grande schermo. Il film racconta di Imhotep (nome del famoso architetto della piramide di Djoser) riportato alla vita dopo che la sua mummia viene scoperta dagli archeologi del British Museum. Tornato nel mondo dei viventi, il sacerdote cerca di far resuscitare anche la sua amata Anck-es-en-Amon (anche in questo caso, viene usato un nome noto, quello della moglie di Tutankhamon), figlia del faraone “Amenophis il Magnifico” della XVIII dinastia (1700 a.C.), lasciando dietro di sé una scia di terrore e morte. In sostanza, è la storia di un amore così forte da superare le imposizioni religiose e il passare dei millenni; così forte da portare alla pazzia e al male puro. Dal punto di vista archeologico, “La Mummia” è molto più attendibile di “Indiana Jones”, sempre considerando che si tratta di un film fantastico di oltre 80 anni. Anzi, la prima parte è piuttosto accurata anche nei particolari; poi si scade nei luoghi comuni e in una ricostruzione storica meno attenta. Anche in questo caso, vi avverto che ci saranno spoiler, ma d’altronde avete avuto 82 anni per guardarvi il film!

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I titoli di testa (foto a sinistra) scorrono su un modellino della Piana di Giza, anche se l’ambientazione iniziale è Tebe Ovest. Poi una voce narrante spiega la storia introducendo il “Rotolo di Thoth”, antico papiro che reca le formule magiche con cui Iside riportò in vita Osiride. E’ evidente che tale documento sia ispirato al “Libro dei Morti” (la vignetta con Anubi sul rotolo è parte della psicostasia del Papiro di Hunefer) che, bisogna ricordare, non era un libro come lo intendiamo noi ma una raccolta di formule magico-religiose utili a proteggere il defunto nell’aldilà. Quindi, da questo punto di vista, anche se usa un nome di fantasia, “La Mummia” del 1932 è più corretta rispetto a quella del 1999 in cui viene presentata una sotto specie di diario segreto del cuore con tanto di lucchetto.

5) mummia 6) iscrizione

 

 

 

 

 

 

Il film vero e proprio inizia nel 1921 (volutamente un anno prima della scoperta della tomba di Tutankhamon) con una serie di riprese del tempio di Hatshepsut a Deir el Bahari, Tebe Ovest, e con il cantiere di scavo della missione del British Museum diretta da Sir Joseph Whemple. L’archeologo, insieme al suo assistente Ralph Norton e al Dr. Müller, un non identificato esperto in arti occulte, cataloga i ritrovamenti appena fatti. Sir Whemple appare subito molto più esperto e giudizioso del giovane Norton proferendo frasi decisamente deontologiche come «Il metodo è tutto in archeologia»«La scienza ha più da imparare da questi pezzi di terracotta che da scoperte eccezionali». Poi, i tre si concentrano sulla mummia di Imhotep (il povero Karloff doveva sorbirsi 8 ore di trucco) e scoprono che il corpo non presenta il taglio dell’imbalsamatore, non è stato eviscerato e presenta i muscoli contratti. La cosa viene interpretata come una mummificazione forzata, un’esecuzione per alto tradimento o sacrilegio. In realtà, la conservazione del corpo dopo la morte era fondamentale per la vita nell’aldilà, quindi un sacrilego peccatore non avrebbe mai subito un trattamento del genere. Müller, tra il serio e il faceto, aggiunge un’ipotesi (che si rivelerà giusta): Imhotep potrebbe essersi messo nei guai con qualche sacra vestale, una sacerdotessa del Sole e figlia del faraone. La vestale, però, è una figura che riguarda il mondo romano e non quello egizio. Viene letta un’iscrizione nel sarcofago: “Imhotep, Gran Sacerdote del Tempio del Sole a Karnak”. Premesso che la dicitura non è esatta, almeno i geroglifici che sono riuscito a scorgere sono giusti (nell’immagine in alto a destra), […] Hm nTr tp(y) Ii-m-Htp. Dall’altra parte della bara, invece, i segni che proteggono lo spirito negli inferi sono stati cancellati, quando ci si sarebbe aspettata l’eliminazione del nome come in ogni damnatio memoriae.

9) sigillo10) scrigno

 

 

 

 

 

 

 

Insieme al sarcofago, era stata scoperta anche una cassa di legno contenente uno scrigno d’oro con il sigillo intatto del faraone Amenophis (qui, invece, come si vede in alto a sinistra, i segni non corrispondono) al cui interno c’è un’altra cassa più piccola decorata con figure del dio Thoth sugli angoli (a destra). Nonostante la maledizione,“Morte, punizione eterna per chiunque osi aprire questo scrigno nel nome di Amon-Ra, re degli dei”, il giovane assistente apre lo stesso lo scrigno, prende il Rotolo di Thot e legge le formule che riportano in vita la mummia:

Norton impazzisce e Sir Whemple decide di non tornare più in Egitto; infatti, nel 1932, è il raccomandato figlio (nella versione italiana è il nipote) Frank a dirigere la missione del British, missione a dir poco fallimentare fino a quando si presenta un misterioso locale, Ardath Bey (in realtà, Imhotep) che conduce gli archeologi inglesi alla tomba di Anck-es-en-Amon. Questa situazione non è così insolita, soprattutto per l’egittologia ottocentesca. Ad esempio, la famiglia di tombaroli di Abdel Rassoul, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, consentì la scoperta della cachette di Bab el-Gasus e della tomba di Amenofi II. Le scene del cantiere, girate nella Death Valley in California, ricordano alla perfezione l’atmosfera degli scavi dell’epoca, con file di operai che si passano ceste piene di terra sotto le grida del rais (quante volte ho sentito anch’io “yalla yalla!”). Prima, vengono portati alla luce tre gradini e poi una porta con i sigilli ancora integri (chiaro riferimento alle immagini che provenivano da dieci anni dalla Valle dei Re): il cartiglio della principessa (in basso a sinistra) e il “Suggello degli sciacalli” (a destra) che mostra i quattro figli di Horo, ma che dovrebbe far riferimento al sigillo della necropoli reale di Tebe.

14)sigilli ankh

15) sugello degli sciacalli

 

 

 

 

 

 

 

I giornali annunciano la grande scoperta e al Museo Egizio del Cairo si allestisce un’intera galleria per il corredo della principessa. Tra gli oggetti in mostra, spiccano il sarcofago, un canopo un po’ troppo cresciuto, vari gioielli e la copia di un vaso di alabastro della KV62. Così, Ardath si reca al museo per trovare la mummia della sua amata, si nasconde fino alla chiusura e comincia a recitare le formule per far tornare in vita Anck-es-en-Amun; ma un guardiano, che fa una brutta fine, interrompe il rituale e l’anima della principessa si reincarna in Helen Grosvenor, figlia del governatore britannico del Sudan e di una donna egiziana. Da questo punto, Helen si divide tra l’influenza magica di Ardath e il fascino dell’inutile belloccio Frank che la porta a casa mentre è ancora in trance. Il momento coincide con l’inizio della seconda parte del film caratterizzata da una improvvisa e poco credibile storia d’amore (fra l’altro, segnalo la frase più romantica nella storia del cinema: il giovane Whemple dice a Helen che si è innamorato di lei perché somiglia alla mummia di Anck-es-en-Amon…) e un mix tra avvenimenti sovrannaturali e una ricostruzione storica da recita scolastica (ricordo ancora, siamo nel 1932 e le pellicole moderne non sono di certo migliori). La donna invoca nel sonno Imhotep in egiziano antico, ma se ne accorge solo Sir Whemple confermando l’incompetenza del figlio che non capisce il significato delle parole sussurrate. Muller comprende tutto (d’altronde è lui l’esperto in arti occulte) e suggerisce all’anziano egittologo di bruciare il Rotolo di Thoth, ma Ardath sfrutta i poteri del suo anello-scarabeo per fermarlo: osserva tutta la scena dalla vasca della sua casa del Cairo (come la strega di Biancaneve nello specchio magico), uccide Whemple procurandogli un collasso cardiaco e si fa portare il papiro da un servitore della villa che diventa il suo “schiavo nubiano”.

17) passatoArdath cerca di uccidere anche Frank che si salva grazie a un amuleto con le fattezze di Iside ma, nonostante ciò, perde i sensi lasciando che Helen possa seguire il richiamo del sacerdote e raggiungerlo a casa dove, nella solita vasca a 62 pollici, vede il suo passato. Ihmotep, al capezzale della figlia del faraone, è talmente innamorato che non si dà pace per la morte della principessa. Viene mostrato tutto il corteo funebre con prefiche, carri trainati da buoi che trasportano gli oggetti del corredo, officianti, il faraone Amenophis e lo stesso protagonista con la pelle di leopardo (come i sacerdoti sem) che poi ruba il sacro scrigno con il Rotolo nascosto sotto una statua di una divinità non identificata (per farlo sfiora appena la base che si apre come una porta automatica da supermercato). Il suo tentativo di far risorgere Anck-es-en-Amon, però, è scoperto e Imhotep, accusato di sacrilegio, subisce la bendatura da vivo. Il suo sarcofago perde ogni simbolo di élite e viene sepolto insieme al rotolo stesso per far sì che un’azione così abietta non si ripetesse mai più. La damnatio menoriae si conclude con l’uccisione dei servi che avevano lavorato alla tomba, ma ormai tutti dovrebbero essere a conoscenza del mito sfatato della schiavitù egizia.

Helen si riprende dalla visione, ma viene condotta di notte nel Museo Egizio dove, rivestita dei gioielli del corredo, attende il piano malefico di Imhotep che vuole che l’incarnazione sia completata bruciando la vera mummia di Anck-es-en-Amon, sacrificando la donna sul “Tavolo di Anubis” e mummificandola per riportarla di nuovo in vita con le formule del Rotolo (nel frattempo, lo schiavo nubiano prepara il “bagno di natron” in un calderone fumante quando, in realtà, avrebbe dovuto essere il sale utilizzato per disidratare i cadaveri).

22)sacrificio23)iside

 

 

 

 

 

 

 

Ma, proprio mentre Imhotep sta per affondare il pugnale in selce, Muller e Frank irrompono nella galleria e riescono a far svegliare Helen che invoca la protezione di Iside con antiche preghiere che le tornano in mente. La statua della dea alza la mano che regge un ankh (l’altra ha un sistro) e carbonizza il Rotolo di Thot polverizzando di conseguenza il corpo del malvagio sacerdote. Curioso che la croce della vita abbia portato la morte.

 

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Film, “Exodus: Gods and Kings”

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Source: empireonline.com

La scorsa settimana è uscito nelle sale italiane “Noah”, film biblico diretto da Aronofsky e interpretato da Russell Crowe. Questa pellicola è solo la prima di una serie incentrata sulle storie del Vecchio e del Nuovo Testamento. Sembra, infatti, che gli sceneggiatori hollywoodiani, terminata la stra-sfruttata fonte dei fumetti Marvel e DC Comics, abbiano cominciato ad attingere idee nella Bibbia.

Il prossimo ad uscire (il 12 dicembre negli USA) sarà “Exodus: Gods and Kings”, incentrato sulla storia di Mosè e della fuga degli Ebrei dall’Egitto verso la Terra Promessa. La regia è stata affidata a Ridley Scott (“Alien”, “Blade Runner”, “Il Gladiatore”, “Robin Hood” ecc.) e il ruolo principale sarà ricoperto dall’ex Batman Christian Bale. Già questa accoppiata potrebbe far pensare a una versione tutta “effetti speciali” dell’Esodo e, tra magie, miracoli, invasioni di insetti, morti di massa e l’apertura del Mar Rosso, gli spunti non mancherebbero. Soprattutto se si pensa che il dichiaratamente agnostico Scott ha rilasciato una sola vaga intervista in cui dice di aver optato per una rappresentazione non convenzionale di Dio.

Il cast è completato da Joel Edgerton (“Il Grande Gatsby”) nei panni di Ramses, Sigourney Weaver e John Turturro, in quelli dei genitori Tuya e Seti I, e Aaron Paul (nella serie “Breaking Bad”) che interpreterà Giosuè. Già la scelta dei personaggi crea qualche perplessità. Nella Bibbia, infatti, non c’è il nome del sovrano, ma il riferimento alle città di Pi-Ramesse e Pitom fa pensare ai più che il primo faraone, il “faraone dell’oppressione”, possa essere stato ispirato da Ramesse II e che il “faraone dell’esodo” corrisponda a Merenptah, sotto il regno del quale venne redatta la “Stele di Merenptah”, primo documento egizio conosciuto che parla del popolo ebraico. In ogni caso, l’utilizzo di Ramesse II come villain non è una novità ad Hollywood perché si ritrova anche nel colossal del 1956, “I Dieci Comandamenti”. Riuscirà Bale ad essere all’altezza di Charlton Heston?

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