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Alberto Angela: “CLEOPATRA: la regina che sfidò Roma e conquistò l’eternità” (recensione)

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Ho da poco terminato di leggere il libro di Alberto Angela e sono davvero deluso. Ma andiamo per ordine.

Il 25 novembre 2018, alla presenza della consueta folla di ammiratori, è stata presentata a Roma l’ultima fatica editoriale del divulgatore televisivo più amato d’Italia: “Cleopatra. La regina che sfidò Roma e conquistò l’eternità”. Da subito è parso evidente che per la HarperCollins – che ha ‘strappato’ Angela da Rizzoli per tre libri – questa operazione sarebbe stata un vero affare. Infatti, la popolarità dell’autore, la sua ferrea fanbase in costante crescita, ma anche la scelta di scrivere di una delle figure storiche più iconiche di sempre (tema già trattato in una puntata di Ulisse) non potevano che tradursi in un successo di vendite. 

Anch’io sono tra quelli che hanno acquistato il libro, spinto ovviamente dal tema trattato e dalla voglia di parlarne qui sul blog. Come già detto, “Cleopatra” è pubblicato da HarperCollins – la casa editrice degli Harmony (particolare che, come vedrete, non cito a caso) – in collaborazione con RaiEri, per un prezzo di 20 euro e 446 pagine. La seguente recensione sarà divisa in paragrafi, alcuni più oggettivi altri meno, per questo occorre fare un paio premesse:

  • è la prima volta che leggo qualcosa di Alberto Angela quindi il mio giudizio non è estendibile a tutta la sua bibliografia; 
  • anticipo sul nascere eventuali accuse di ‘snobismo da archeologo’ affermando tranquillamente – qualora non bastasse la mia attività di divulgazione – che stimo tutti coloro che parlano seriamente, ma in modo semplice, di storia e archeologia in TV, tra i quali Alberto è senza dubbio il più efficace. 

Copertina

Lo so, non si giudica un libro dalla copertina, ma sfido qualsiasi grafico a scontornare peggio una figura… Vabbè, passiamo alle cose serie.

Contenuto storico

Sull’attendibilità dei dati presentati non posso dir nulla non avendo rilevato errori importanti (tuttavia, c’è da specificare che mi riferisco solo alla minuscola parte egittologica; anzi, invito i colleghi classicisti a dire la loro). Infatti, seppur accompagnate – come vedremo – da una cospicua componente romanzata, le vicende sono tutte descritte seguendo fonti archeologiche, testi di storici antichi (con i riferimenti indicati in fondo al libro) e recenti lavori di studiosi contemporanei. Nei ringraziamenti, leggiamo che l’autore si è avvalso della consulenza di esperti quali Romolo Augusto Staccioli (professore di Epigrafia alla “Sapienza” di Roma), Giovanni Brizzi e Francesca Cenerini (professori di Storia romana all’Università di Bologna) e di “una squadra di egittologi” (sic) di cui purtroppo non cita i nomi. D’altronde, i programmi degli Angela ci hanno abituati bene e, anche se non scevri da topiche ed eccessive semplificazioni, sono una boccata di aria fresca nel panorama televisivo italiano e la prova che si può fare ascolti anche con la cultura.

Stile di scrittura

Tornando a valutazioni più soggettive, trovo che lo stile di Alberto si adatti poco alla forma scritta. In sostanza, l’autore utilizza lo stesso linguaggio parlato con cui riesce a coinvolgere il pubblico televisivo ma che, riportato su carta, rischia di far perdere il lettore. Il ritmo è spezzato da numerose subordinate e continue digressioni/spiegazioni che funzionano solo se nel frattempo passano in onda immagini che aiutano a comprendere il senso e a riprendere il filo del discorso. Allo stesso modo, trovo meno accattivante il tentativo di avere un rapporto diretto con chi legge tramite domande dirette e ‘ammiccamenti’ vari che hanno senso solo se accompagnati dal cambiamento del tono della voce, dall’espressività del volto o dalla gestualità delle mani. Anche gli onnipresenti puntini di sospensione risultano più fastidiosi che funzionali nel ricreare le tipiche pause allusive della narrazione ‘angeliana’.

Stile narrativo

Anche in questo caso, la formula adottata si rifà chiaramente al format televisivo. La classica descrizione degli eventi storici si accompagna a una narrazione più romanzata, proprio come quando, terminato di parlare, Alberto Angela lascia spazio a brevi filmati di sceneggiati in costume. In sostanza, c’è una continua alternanza tra spiegazione e fiction. Nel primo caso, l’autore fa ampio uso delle fonti e cita studiosi, ma utilizza anche rifermimenti moderni – a volte forse un po’ troppo azzardati (vedasi Cleopatra paragonata a Lady Gaga) – per rendere più chiari i concetti. A tal proposito, ho trovato forzata la continua volontà di presentare la regina come una donna moderna (“oggi sarebbe una top manager”) che riuscì ad imporsi in una società iper-maschilista. Ovviamente non furono molti i sovrani di sesso femminile a governare l’Egitto, ma Cleopatra VII non fu nemmeno l’unica. Spesso si rischia di miticizzare troppo personaggi che, al di là dei loro effettivi meriti, devono il loro posto nella memoria collettiva all’incrocio degli eventi in cui sono vissuti. Quindi, se proprio vogliamo dare un peso alle azioni dei protagonisti della storia, toglierei qualche oncia dal piatto di Cleopatra e la metterei su quelli di Cesare e Marco Antonio, troppo spesso presentati nel libro – soprattutto il secondo – quasi come succubi delle decisioni della regina.

Ma davvero vogliamo credere che due tra i più grandi generali e politici di Roma si siano mossi, seppur in minima parte, per amore o passione? Con il rischio di sembrare cinico, credo che in liaison di un certo livello i sentimenti contino poco o niente. Lo stesso Angela scrive: “Va ricordato comunque che le unioni in questo periodo non sono guidate tanto da un’attrazione fisica o sentimentale, quanto, anzi soprattutto, dalla volontà di suggellare unioni di politica, potere e ricchezze”. Tuttavia, per il resto del libro sembra dimenticarsene virando verso qualcosa che è stato definito da alcuni ‘soft porn’. Non so se questa sia una deriva recente più o meno voluta per avvicinarsi al target femminile di pubblico che si è creato come effetto della sua fama collaterale da sex symbol, ma in molte pagine sembra veramente di leggere un Harmony. Certo, aggiungere un po’ di pepe (Q.B.) al racconto storico può destare l’attenzione dei più riluttanti alla materia, ma in questo libro le dosi di spezie sono spesso ‘indiane’. In effetti, già gli scrittori latini ci erano andati pesanti con Cleopatra ingigantendo la sua fama di donna ammaliatrice, di prostituta orientale, ma lo facevano per mera propaganda pro-Ottaviano. D’altronde, anche Marco Antonio è screditato dalle fonti e presentato come schiavo del sesso e rammollito dalle attenzioni della meretrice straniera. Ma di certo si rimane un po’ perplessi quando si legge che al triumviro, incontrando a Tarso Cleopatra “forse nuda”, sarebbe “cascata a terra la mandibola come nella scena di The Mask”.

Nella narrazione più romanzata, si finisce spesso in descrizioni accurate – sia chiaro, mai volgari – degli incontri amorosi di Cleopatra. Prima si fa riferimento alla probabile rasatura pubica della regina, poi si fanno ipotesi su chi abbia preso la sua verginità trovando in Cesare il candidato più attendibile (e, poverina, le viene anche imputata una scarsa esperienza amatoria al cospetto del più anziano dittatore) e infine si indugia sulla foga scoppiata già al primo incontro con Antonio (“con il petto ampio e muscoloso, le spalle larghe, il corpo possente e massiccio di un Ercole”) che non riesce a tenere a posto le mani nonostante si stia giocando il dominio del Mediterraneo: “quasi certamente tra loro scatta la scintilla del sesso dalle prime serate”. Gli esempi di questo genere sono molti di più e mi fanno storcere il naso non perché io sia puritano ma perché così si rischia di banalizzare troppo gli intricati giochi di alleanze politiche che portarono – citando il titolo che originariamente era stato deciso per il libro – al tramonto di un regno e all’alba di un impero.

Titolo

A proposito del titolo, la prima scelta sarebbe stata sicuramente più aderente al contenuto perché la vera protagonista non è tanto Cleopatra ma Roma. Infatti, bisogna aspettare quasi un terzo del volume (in cui viene descritto, passo dopo passo, l’assassinio di Cesare) per cominciare a leggere le vicende strettamente inerenti alla regina, mentre i successivi approfondimenti della sua figura vengono quasi soffocati dal racconto della guerra civile tra Ottaviano e Antonio. Certo, è giusto occuparsi di eventi così importanti che, fra l’altro, furono influenzati dalla stessa Cleopatra, ma il titolo lasciava presagire una maggiore attenzione sulla sua figura che io non ho rilevato. Inoltre – e qui parlo per interesse personale – l’Egitto è quasi del tutto assente con rarissimi paragrafetti dedicati alla descrizione del regno tolemaico e della città di Alessandria. Eppure in 423 pagine lo spazio ci sarebbe stato. 

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Nuova edizione di Ulisse: Alberto Angela parlerà di Cleopatra

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Source: repubblica.it (ph. Barbara Ledda)

Ieri, nel suggestivo scenario della Curia Iulia nei Fori Romani, Alberto Angela ha ufficialmente presentato la nuova edizione di Ulisse – Il Piacere della Scoperta, programma divulgativo che andrà in onda ogni sabato in prima serata su Rai 1. E se stasera si partirà con la prima puntata dedicata alla Cappella Sistina, il 6 ottobre la protagonista sarà Cleopatra (VII).

D’altronde, nonostante il tema sia stato già trattato dalla trasmissione quando era ancora su Rai 3, era piuttosto scontato che si tornasse a parlare della regina tolemaica per l’imminente uscita del nuovo libro di Angela, “Antonio e Cleopatra. Il tramonto di un regno, l’alba di un impero”, sia solo per scopi promozionali ma anche per sfruttare il materiale raccolto durante la stesura del testo.

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Source: twitter @ParcoColosseo

La location scelta per la conferenza stampa (foto in alto) non è casuale perché, oltre ad alcune scene riprese nel Museo Egizio di Torino, la puntata è stata girata quasi interamente tra i monumenti più importanti del Parco archeologico del Colosseo. Infatti, gli autori hanno scelto di focalizzare l’attenzione sui rapporti che l’ultimo faraone d’Egitto ebbe con Roma e in particolare con Cesare e Marco Antonio. Ricordate la vicenda di Beyoncé e del Colosseo occupato da Alberto Angela? Beh, nei giorni che la popstar americana avrebbe voluto prenotare per girare il suo videoclip si stava realizzando proprio questa puntata.

Verranno quindi mostrati luoghi simbolo di uno dei periodi storici più tumultuosi per l’Urbe, quello delle guerre civili, durante il quale Cleopatra si ritrovò a vivere a Roma (46-44 a.C.). Inoltre, si ricalcheranno gli ultimi passi di Cesare, dalla sua presunta abitazione fino a Largo Argentina, dove fu assassinato nelle celebri idi di marzo.

Tra le novità di questa edizione di Ulisse, spicca la partecipazione di Gigi Proietti e Luca Ward. L’attore romano, proprio nello stesso luogo nel Foro dove Antonio declamò le orazioni funebri di Cesare, reciterà la versione shakespeariana. Il doppiatore, invece (ma questo voglio proprio vedere come lo incastrano con il filone narrativo), all’interno dell’Anfiteatro Flavio riproporrà alcuni momenti salienti de “Il Gladiatore” con l’accompagnamento del duo di violoncellisti 2Cellos. Infine, grazie alle tecniche forensi del gruppo RIS dei Carabinieri, si cercherà di ricostruire il volto di Cleopatra partendo dai ritratti della regina noti da statue e monete.

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Kom Ombo, scoperte due stele di Tolomeo V

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Source: MoA

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Source: MoA

Continuano a riservare sorprese i lavori di abbassamento del livello della falda freatica che minaccia il sito di Kom Ombo, nella provincia di Assuan, in corso ormai da oltre un anno. Numerose scoperte, alcune delle quali molto interessanti (come quella recente del laboratorio di un vasaio dell’Antico Regno), vengono effettuate casualmente scavando a due passi da uno dei più importanti templi greco-romani d’Egitto.

Ieri è stato annunciato il ritrovamento di due grandi stele in arenaria di Tolomeo XII Aulete (80-51 a.C.). Il sovrano governò l’Egitto durante la crisi finale della casata tolemaica. Tra dispute dinastiche interne e la pressione crescente di Roma a cui Tolomeo XI aveva lasciato in eredità tutto il Paese in un testamento probabilmente falso, il faraone fu perfino costretto ad andare in esilio nell’Urbe tra il 58 e il 55. Tornato ad Alessandria solo grazie all’appoggio di Pompeo e di un ancora giovane Marco Antonio, Tolomeo XII regnò fino alla morte nel 51, quando il trono passò ai figli Tolomeo XIII e la celebre Cleopatra VII.

La prima stele (2,80 x 1,20 x 0,35 m; foto sulla sinistra) presenta al centro della lunetta, che è sormontata da un disco alato, il re mentre colpisce un prigioniero con una mazza; davanti a lui la triade tarda del santuario di Kom Ombo: Haroeris (Horus il Vecchio), Tasenetnofret (ipostasi di Hathor e sposa di Haroeris) e Panebtauy (il figlio dei due, Signore delle Due Terre). Alle sue spalle, invece, ci sono la regina Cleopatra V (da alcuni autori indicata come Cleopatra VI) e la figlia Arsinoe IV. Sotto la scena si sviluppa un lungo testo in 34 linee di geroglifico e 33 di demotico. La seconda lastra (2,53 x 1 x 0,24 m; foto in alto) è praticamente uguale alla precedente se non per la presenza di due figli della coppia reale (Tolomeo XIII e Arsinoe) e di ‘sole’ 29 righe di testo geroglifico.

Mostafa Waziry, segretario generale dello SCA, ha riferito che i due reperti saranno trasportati verso il Cairo, presso il National Museum of Egyptian Civilization dove si procederà al loro restauro e a una traduzione più completa dei documenti.

Aggiornamento (3/09/2018):

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Dopo il trasferimento presso il National Museum of Egyptian Civilization, sono state rilasciate nuove foto delle due stele che sembrano smentire quanto dichiarato dal Ministero delle Antichità in un primo momento. Grazie a questi scatti, infatti, sono riuscito a leggere i cartigli, prima troppo confusi, del faraone che non sarebbe Tolomeo XII, bensì Tolomeo V Epifane (204-180 a.C.). Alle sue spalle, quindi, potrebbero esserci la moglie Cleopatra I, la madre Arsinoe III e un altro Tolomeo, forse il padre Tolomeo IV o un suo successore, ma di questo sono meno sicuro. Inoltre, come si può leggere all’inizio della prima riga, il documento risale al 23° anno di regno, cioè al 182 a.C.

 

 

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“Asterix & Obelix – Missione Cleopatra” (blooper egittologici)

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A una settimana dal trionfo bleu ai mondiali di calcio, credo sia doveroso omaggiare la Francia, a modo mio, cioè demolendo un film transalpino a tema egittologico trovandone tutti gli errori! No, scherzo. La mia cattiveria per la rubrica “Blooper egittologici” è direttamente proporzionale alla serietà delle pellicole prese in esame e poi, si sa, i Galli sono suscettibili! Chiaramente parlerò di “Asterix e Obelix: missione Cleopatra”, remake del 2002 del lungometraggio animato “Asterix e Cleopatra” (1968), a sua volta adattamento del celebre fumetto ideato da René Goscinny e Albert Uderzo.

Asterix_e_CleopatraLa storia è nota: siamo intorno al 50 a.C. e la Gallia è stata quasi completamente conquistata dall’esercito di Giulio Cesare; quasi perché, all’estremità dell’odierna Bretagna, un piccolo villaggio resiste strenuamente all’avanzata romana grazie a una pozione magica, prodotta dal druido Panoramix, che rende invincibile chi la beve. Così, i soldati che hanno assoggettato gran parte del mondo conosciuto diventano semplici punchball che schizzano in aria ai pugni di Asterix, il biondo baffuto protagonista del fumetto, e Obelix, il suo grosso amico caduto nella pozione da piccolo. In particolare, nel 6° albo della serie, “Astérix et Cléopâtre” del 1965, i nostri eroi finiranno addirittura in Egitto, dove conosceranno la celebre regina Cleopatra VII, a soli due anni dall’uscita dell’iconico film di Mankiewicz. Non a caso, Goscinny e Uderzo, sia nel fumetto che nel cartone del ’68 diretto da loro stessi, s’ispirarono moltissimo al colossal hollywoodiano facendo continui asterix1riferimenti soprattutto alla figura di Liz Taylor (basti vedere la copertina dell’albo, qui in alto, che scimmiotta la locandina di “Cleopatra”). Purtroppo questa caratteristica si è persa nella versione di Alain Chabat, che ha ripreso in blocco la precedente di 72 minuti e, con l’aggiunta di qualche scena inedita (come, verso la fine, il combattimento marziale  in stile “La Tigre e il Dragone”), l’ha allungata a 107′ rendendola il film francese più costoso fino ad allora. Io preferisco senza dubbio il cartoon – anche se nella versione italiana c’è il solito vizio di stravolgere i testi e i nomi (il cagnolino Idefix diventa Ercolino) – che ha la lunghezza giusta e mantiene la geniale trovata dei dialoghi espressi in geroglifico nelle nuvolette.

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La narrazione si apre ad Alessandria d’Egitto con un’accesa discussione tra Cleopatra (Monica Bellucci) e Cesare (interpretato dal regista in persona; forse perché alla fine dovrà pomiciare con la bella attrice italiana?). In realtà, il generale romano arriverà in Egitto solo un paio di anni dopo la data fornita nell’incipit. In ogni caso, l’argomento del litigio tra i due è la grandezza del popolo egiziano, ormai decaduta secondo Cesare che è convinto che le monumentali opere come le piramidi appartengano a un passato perduto. Per dimostrare il contrario, Cleopatra lo sfida assicurando che avrebbe fatto costruire un grandioso palazzo in soli tre mesi. 6Il problema è che, oltre alle tempistiche ristrette, il progetto è affidato all’architetto più incompetente del regno, Numerobis (Jamel Debbouze). L’impresa appare subito impossibile senza un intervento magico; per questo Numerobis, in bilico tra l’essere ricoperto d’oro o gettato in pasto ai coccodrilli, si reca in Gallia per chiedere una mano a Panoramix (Claude Rich), vecchio amico del padre. Così, il druido accetta di aiutare l’alessandrino e, insieme ad Asterix (Christian Clavier), Obelix (Gérard Depardieu) e Idefix, parte per l’Egitto.

Il tempo stringe, ma gli operai sembrano comunque in grado di completare il palazzo nei due mesi restanti, anche perché, grazie alla pozione, riescono a trasportare a mano i pesanti blocchi di pietra. Una nota di merito, in questo caso, va a Goscinny e Uderzo per non aver menzionato gli schiavi e per aver fatto riferimento al primo sciopero della storia, verificatosi sotto il regno di Ramesse III (qui per approfondire). I lavori, infatti, vengono interrotti dal perfido Stocafis (gioco di parole già presente nella traduzione italiana del fumetto che sostituisce l’originale Amonbofis), altro architetto geloso di Numerobis che sobilla gli uomini inducendoli a chiedere un trattamento migliore, come il ricevere meno frustate. Divertente qui è la scena del passaggio di turno degli operai che s’invertono nel ruolo di trainatore e fustigatore scambiandosi la parrucca.

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Tra i tentativi di sabotaggio di Stocafis, c’è anche la corruzione del fornitore del materiale da costruzione, che costringe i Galli ad andare a risolvere il problema direttamente alla cava. Durante la navigazione del Nilo verso sud, il gruppo si ferma anche a Giza, dove veniamo a sapere perché la Sfinge abbia perso il naso: non per colpa dei soldati di Napoleone né per iconoclastia islamica, ma a causa di un goffo Obelix che si arrampica in cerca di una vista panoramica!

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Asterix e Obelix dovranno vedersela anche con i soldati romani che Cesare invierà per non perdere la scommessa, ma ovviamente, dopo la classica scazzottata a senso unico, il tutto si concluderà nel migliore dei modi: Stocafis verrà sconfitto, il sontuoso palazzo sarà completato, Numerobix ricompensato e il generale romano dovrà ammettere la grandezza del popolo egiziano durante il banchetto finale.

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Genius Bonus

I numerosi geroglifici presenti nel film sono puramente estetici e non hanno alcun significato, ma Alain Chabat, durante un’intervista (minuto 52:38), ha dichiarato che da qualche parte ci sarebbe un’unica iscrizione sensata da tradurre così: “Celui qui lit ça est un égyptologue”. Effettivamente, nei titoli di coda appare come consulente anche Guillemette Andreau-Lanoë, membro anziano dell’IFAO e direttrice della sezione egizia del Louvre dal 2007 al 2014. Tuttavia, io non l’ho scovata; avvertitemi se doveste riuscirci voi!

 

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“L’Egitto di Provincia”: la Centrale Montemartini di Roma (e Archeoracconto)

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Come spesso succede per questa rubrica, torno a parlare di Roma, città ovviamente ricchissima di musei e da sempre legata all’Egitto. Appartenente al polo espositivo dei Musei Capitolini e -neanche a farlo apposta- a una fermata di metro dalla Piramide Cestia, la Centrale Montemartini è un ottimo esempio di come si possa riconvertire al meglio, per scopi culturali, vecchie aree industriali dismesse, perché già la sede stessa diventa scopo di visita. Infatti, l’ex Centrale Termoelettrica Giovanni Montemartini, attiva dal 1912 al 1963, non è solo un semplice contenitore ma un piacevole connubio tra archeologia classica e industriale, in cui statue e mosaici si integrano alla perfezione con tubi, caldaie e gigantesche turbine. La seconda vita della struttura iniziò nel 1995, quando fu scelta per ospitare temporaneamente alcune sculture dei settori chiusi per restauro di Palazzo dei Conservatori  in Campidoglio; dieci anni dopo, completati i lavori, la Centrale è diventata sede museale permanente con i pezzi rimasti e altri aggiunti.

Tra questi, spicca un ritratto ellenistico (foto in alto) che, sul sito web ufficiale, viene annoverato tra i capolavori del museo. Scoperta nel 1886 in Via Labicana, la testa apparterrebbe a una principessa tolemaica acconciata come Iside, identificata da alcuni con la celebre Cleopatra VII. Egittizzante, invece, è uno splendido mosaico con scena nilotica (foto in basso) scoperto nel 1882 in Via Nazionale. La composizione musiva risale alla seconda metà del I sec. a.C., periodo in cui si diffusero a Roma rappresentazioni del genere; in particolare, ritrarrebbe sacerdoti intenti in un rito religioso in onore di Sobek.

Poi, se si escludono un busto di Antinoo -l’amante dell’imperatore Adriano divinizzato dopo essere affogato nel Nilo- e un’urna con due teste di Giove-Ammone, non ci sono altri reperti riconducibili all’Egitto. Infatti, il motivo per cui sono tornato a visitare questo stupendo museo non è stato per cercare una collezione egizia minore ma per partecipare ad #ArcheoRacconto, progetto ideato dalle amiche Stefania Berutti (Memorie dal Mediterraneo) e Marina Lo Blundo (Generazione di Archeologi) che prevede la visita di un’esposizione e la creazione di racconti, ovviamente a tema storico-archeologico, ispirati all’esperienza (per maggiori info vi rimando alla loro pagina Facebook). Nel secondo volume, quello appunto nato dalla visita alla Centrale Montemartini, c’è anche il mio racconto che riguarda la nostra Cleopatra VII e le sue disavventure con i Romani. Potete leggerlo, insieme a tutti gli altri lavori, scaricando gratuitamente l’ebook al link seguente:

http://www.memoriedalmediterraneo.com/wp-content/uploads/2017/06/Archeoracconto-2.pdf

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Totò e l’antico Egitto (blooper egittologici)

#AccaddeOggi: il 15 febbraio 1898, nasceva Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio, in arte semplicemente Totò. Inutile spiegarvi chi fosse e l’importanza che ha avuto per il cinema italiano. Forse, invece, è meno nota la sua capatina nel mondo dell’Egitto antico attraverso due film che, lo specifico fin da subito, non sono di certo annoverabili tra i capolavori del comico partenopeo, anzi… Si tratta, infatti, di due pellicole che, insieme a “Totò contro il pirata nero”, fanno parte di una ‘dimenticabile’ trilogia parodistica a carattere storico del regista Fernando Cerchio: “Totò contro Maciste” e “Totò e Cleopatra”.

Siamo agli inizi degli anni ’60, quando il genere peplum era all’apice del gradimento del pubblico. Cinecittà sfornava decine e decine di film in costume su miti classici, racconti biblici ed eventi storici che, nonostante fossero spesso ripetitivi e di scarsa qualità, riempivano le sale cinematografiche. Inoltre, per ogni grande successo, spuntavano miriadi di parodie umoristiche che tentavano di sfruttare la conseguente pubblicità di riflesso. In quest’ultimo filone, rientrano i due lungometraggi di cui mi occuperò in questo articolo che vedono come protagonista un Totò ormai a fine carriera e quasi completamente cieco, ma ancora molto popolare. Per questo, i produttori lo piazzavano in progetti a basso costo (si girava in due o tre settimane per cavalcare l’onda lunga dei colossal presi in giro) confidando nelle sue capacità d’improvvisazione. Infatti, anche i due film ‘egiziani’ del Principe de Curtis, caratterizzati da una sceneggiatura nulla e da improbabili scenografie (fondali di cartone e scene di massa rubate da altre pellicole), si poggiano solo sulla recitazione di Totò e sull’ambientazione in un periodo storico che ha sempre fatto presa sulla gente. Detto ciò, mi sembra superfluo aggiungere che, in questo caso, non starò a sindacare sull’attendibilità dei dati egittologici presenti.

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“Totò contro Maciste”

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Del 1962, è il primo film della trilogia di Cerchio (che aveva già diretto “Il Sepolcro dei Re” e “Nefertite, regina del Nilo”) che pescò nella rinnovata serie dell’invincibile eroe dalla forza sovrumana. Maciste è un personaggio cinematografico – il cui nome forse è stato inventato da D’Annunzio – comparso per la prima volta nel 1914 in “Cabiria”. Seguiranno poi molti altri titoli fino agli anni ’20, per poi riprendere nel 1960 con “Maciste nella Valle dei Re” (prossimamente in questa rubrica). Il soggetto è stato spremuto al massimo con oltre 20 film in soli 4 anni e innumerevoli nemici affrontati – alcuni dei quali veramente improbabili (addirittura Zorro) – tra cui, appunto, figura anche Totò.

Totokamen è un ciarlatano che, spalleggiato dal suo agente Tarantenkamen (l’ottima spalla Nino Taranto), fa spettacoli nei night club dell’Egitto spacciandosi per il figlio di Amon. Così, il faraone Ramsise VIII (sic) lo costringe ad affrontare Maciste (il culturista americano Samson Burke) che aveva abbandonato il suo paese per allearsi con gli Assiri. In realtà, la colpa del tradimento è della «bella faraona, scambiata per una padovana» che vuole il trono tutto per sé e, quindi, strega Maciste con una pozione magica e lo spinge ad attaccare suo marito. Totokamen è tutt’altro che un eroe, ma riesce a battere ugualmente il muscoloso nemico con una serie di colpi di fortuna e con «il coraggio della paura». Tutto qua: una sequela di battute e giochi di parole piuttosto infantili del tipo «Nefertite? Oh, mi dispiace! Con la nefrite dovrebbe rimanere a letto», «La devi finire con questo incenso! Quante volte devo dirti che sono incensurato?», «Nella locandina ha i geroglifici più piccoli di Peppino del Cairo!», “Tu, prode! – A me non prode niente». Ma almeno, in battaglia, Totò indossa giustamente la corona kepresh… mica il copricapo da regina come in altri film ben più ‘seri’ (ogni riferimento ad “Exodus” è puramente casuale).

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“Totò e Cleopatra”

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L’anno dopo, Cerchio confermò l’ambientazione esotica dell’Egitto non tanto per il successo del film precedente ma per il clamore provocato a Roma, e non solo, nel 1963 dalla realizzazione di “Cleopatra” con Elizabeth Taylor. In una vera e propria corsa contro il tempo, infatti, la parodia uscì nelle sale dopo soli due mesi dal rilascio ufficiale del film di Mankiewicz.

La storia di base è la stessa, ma rivisitata in chiave comica. Marco Antonio (Totò), arrivato in Egitto, subisce il fascino della bella Cleopatra (Magali Noël, neanche minimamente vicina ai livelli di Liz), abbandona Roma e resta ad Alessandria. Fulvia (Moira Orfei!), che vuole che il marito firmi il divorzio per assicurarsi almeno gli alimenti, convince il cognato Totonno, uno schiavista imbroglione, a sostituire il fratello gemello Marco Antonio. Evidentemente, un solo Totò non sarebbe bastato a salvare un film ancora meno divertente dell’altro e in cui la commedia degli equivoci è l’unico spunto per portare avanti la sceneggiatura. Famosa è la scena in cui un doppio Totò si guarda in uno specchio rotto. Il timbro delle battute, invece, diventa più volgare, quasi sempre riferito al sesso (sarà stata colpa della ‘lasciva’ regina tolemaica?), come il «Viva la biga!», gli schiavi Proci con chiari atteggiamenti effeminati e l’elenco delle provincie romane, ‘georeferenziate’ sul formoso corpo di Cleopatra (immagine in alto).

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Metropolitan di New York: inaugurata la nuova sezione dell’Egitto tolemaico

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Source: metmuseum.org

Il Metropolitan Museum of Art di New York conserva una delle più importanti e corpose collezioni egizie del mondo, compreso un intero tempio, quello di Dendur, donato dall’Egitto agli Stati Uniti per l’impegno nel salvare il patrimonio archeologico messo in pericolo dalla diga di Assuan. Tra le 40 gallerie dedicate ai reperti nilotici, la 133 e la 134 sono state adibite alla nuova istallazione sul periodo tolemaico (332-30 a.C.). L’inaugurazione è avvenuta il 30 giugno, dopo anni di studio e progettazione e uno di trasferimento dei pezzi. Il rinnovato allestimento si basa su due temi principali: i grandi templi dei centri cittadini e la “ritrattistica” di sovrani, funzionari e sacerdoti. Ovviamente, grande attenzione è riservata alla commistione tra le due anime dell’Egitto dell’epoca, quella faraonica e quella greca portata dai nuovi dominatori con Alessandro Magno. Ad esempio, i faraoni potevano essere rappresentati attraverso il canone tradizionale, ellenistico o ibrido mescolando, a seconda della situazione, simboli religiosi e/o politici delle due culture.

http://www.metmuseum.org/blogs/now-at-the-met/2016/egyptian-ptolemaic-art-installation

 

P.S. Questo è il 500° articolo del blog… Troppe candeline su cui soffiare!

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“Cleopatra” (1963): blooper egittologici

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Dopo la grande scorpacciata di notizie su Tutankhamon, passiamo all’altro grande personaggio storico in cui la gente identifica l’antico Egitto: Cleopatra (VII Thea Philopatore; sì, perché quella famosa viene dopo altre sei regine con lo stesso nome). Cleopatra (69-30 a.C.) fu l’ultima sovrana del regno tolemaico, o, più precisamente, la penultima perché, dopo il suo suicidio e prima che il Paese cadesse in mano ai Romani, rimase in carica per una decina di giorni il figlio e coreggente Tolomeo XV  detto “Cesarione”, poi ucciso per volontà di Augusto che pose fine all’indipendenza delle Due Terre. Personalità di gran fascino, la regina divenne un’icona pop già in vita, soprattutto quando, portata a Roma da Cesare nel 46 a.C., influenzò le mode dell’Urbe. La sua figura, distorta e “favoleggiata” dagli storici latini ovviamente ostili, è rimasta tra i temi esotici preferiti dalla letteratura e dalle arti figurative come simbolo di donna intelligente ed emancipata, ma anche bella (e vedremo che non è proprio così), lasciva e cospiratrice: in poche parole, il lato invitante del peccato. Non ha fatto eccezione il cinema che ha dedicato a Cleopatra, fin dagli albori del mezzo, un’ottantina di film, a partire dal cortometraggio francese del 1899 Cléopâtre” per poi arrivare al boom del genere peplum tra gli anni ’50 e ’60. Per la maggior parte, ovviamente, si tratta di pellicole storiche, ma non mancano commedie con mostri sacri dell’umorismo italiano come Totò (“Totò e Cleopatra”) e Alberto Sordi (“Due Notti con Cleopatra” dove la regina è impersonata da una giovanissima Sophia Loren). Ma, tra tutti, il film più famoso è sicuramente “Cleopatra” del 1963 diretto da Joseph L. Mankiewicz e con la bellissima Elizabeth Taylor come protagonista. Il colossal, e questa volta si può ben dirlo viste le 4 ore di durata (anche se il progetto iniziale del regista prevedeva addirittura 6 ore divise in due capitoli), vinse quattro Oscar (fotografia, scenografia, costumi ed effetti speciali), ma rischiò di far fallire la 20th Century Fox a causa dei costi di produzione lievitati da 2 a 44 milioni di dollari. La pellicola è anche tra le preferite dai cercatori di blooper per errori celeberrimi come il reggiseno di Cleopatra, l’orologio a lancette da tavola, la spugna gialla nel bagno di Marco Antonio, le foglie autunnali che cadono alle Idi di Marzo e tanti altri anacronismi che invito i miei colleghi classicisti a individuare. Qui di seguito, infatti, riporterò solo le sviste che riguardano più strettamente l’Egitto.

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Partiamo dall’attrice scelta per interpretare il ruolo principale. Non c’è dubbio che Liz Taylor sia stata una delle donne più belle di Hollywood; lo stesso non si può dire per Cleopatra, stando almeno alle sue rappresentazioni su moneta. Saranno pure cambiati i gusti estetici, ma collo cadente, naso aquilino, mento sporgente, occhi infossati e ghigno disgustato non sono proprio attributi da Venere. Detto ciò, il mio non vuole essere un giudizio superficiale ma una critica all’intero canovaccio del film che si limita a ricondurre tutto al fascino della regina che riesce a far innamorare, rimbambendo, gli uomini più potenti del loro tempo. Nelle vicende che corrono tra i due triumvirati, invece, l’amore c’entra poco se non per niente. Prima Cesare e poi Antonio sposarono Cleopatra non perché ammaliati dalle sue forme ma per meri scopi politici. La posizione strategica nel Mediterraneo e le fertili terre del Nilo rendevano l’Egitto un alleato fondamentale in un periodo turbolento in cui, alla fine della Repubblica, i rapporti di forza non erano ancora definiti. Le legioni andavano sfamate e, non a caso, il Paese fu poi definito il “granaio dell’Impero”. Basta questo a far capire l’assenza di romanticismo nei flirt della regina con i due generali. Tra l’altro, nemmeno le fonti parlano dell’avvenenza di Cleopatra; anzi, Plutarco scrive: «A quanto dicono, la sua bellezza in sé non era del tutto incomparabile, né tale da colpire chi la guardava. Ma la sua conversazione aveva un fascino irresistibile […]» (“Vita di Antonio”, 27,2).

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Tornando a “Cleopatra”, la narrazione inizia dopo la battaglia di Farsalo (9 agosto 48 a.C.), scontro decisivo tra Giulio Cesare (Rex Harrison) e Pompeo, con quest’ultimo che, sconfitto, si rifugiò in Egitto. Tale scelta, però, gli fu fatale perché il giovane faraone Tolomeo XIII lo fece uccidere a tradimento per ingraziarsi Cesare. Il regno tolemaico, infatti, era in piena guerra civile dopo la morte di Tolomeo XII che aveva lasciato il trono in coreggenza a Cleopatra VII e a Tolomeo; ma il fratello minore, per accaparrarsi tutto il potere, cacciò la sorella da Alessandria. È evidente, quindi, come l’appoggio del console potesse essere appetibile nella lotta dinastica.

2Il film parte proprio dallo sbarco di Cesare nella capitale egiziana e si vede subito quanto l’Oscar per la scenografia sia stato meritato: la città, con tanto di Faro (vedi immagine in alto), è perfettamente rappresentata grazie a un sapiente gioco di fondali dipinti (che non si notano come in tanti altri polpettoni epici) e finte costruzioni realizzate tra Londra e Roma. Certo, il gong a forma di scarabeo è quanto meno bizzarro… Ma, tralasciando questi particolari naïf, vanno fatte un paio di considerazioni sugli schiavi che si vedranno da questo punto in poi, compresi quelli che suonano il bacarozzo gigante. Una costante delle pellicole sull’Egitto è che i protagonisti siano sempre bianchi mentre servitori e figure secondarie neri. Nonostante stia parlando di un film uscito un anno prima che il Civil Rights Act dichiarasse illegale ogni forma di segregazione razziale negli USA, tale argomento è ancora di strettissima attualità visto che Alex Proyas, regista di “Gods of Egypt” che uscirà il prossimo febbraio, è stato costretto a scusarsi per la scelta di troppi attori caucasici nel cast. In ogni caso, al di là del colore della pelle, nessuno schiavo avrebbe mai indossato il nemes, copricapo di stoffa esclusivamente reale.

4Una volta a palazzo, Cesare non è per niente contento della testa di Pompeo in dono e cerca di rimettere sul trono anche Cleopatra perché colpito dal suo fascino. Nella realtà, invece, pur concependo un figlio con lei, la fece sposare con il fratello per ripristinare l’equilibrio precedente. La residenza reale è un’accozzaglia di reperti noti, egiziani e greci, che vede la presenza, sotto lo stesso tetto, di cariatidi dell’Acropoli di Atene, statue di Chefren, mobili (come la sedia della foto) dalla tomba della regina Hetepheres I, moglie di Snefru, e altri oggetti, come al solito, dal corredo funerario di Tutankhamon. Nonostante l’accordo matrimoniale, le tensioni sfociarono nello scontro del 48-47 tra l’esercito di Tolomeo XIII e Arsinoe IV, altra sorella pretendente al trono, e quello di Cesare. Durante gli scontri, s’incendiò fortuitamente parte della celeberrima Biblioteca di Alessandria senza però arrivare alla distruzione completa come è indicato nel film. Infatti, le fonti parlano dei danni all’edificio, ma la sua fine probabilmente fu causata degli Arabi nel VII secolo d.C. Morto Tolomeo XIII, Cesare fece sposare Cleopatra con l’altro fratello minore, Tolomeo XIV (innamorato perso, eh?), e tornò a Roma.

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Nel luglio del 46, Cesare celebrò i trionfi su Gallia, Egitto, Ponto e Mauretania, durante i quali vennero invitati a Roma anche Cleopatra e suo fratello/novello sposo Tolomeo XIV che il regista sembra essersi dimenticato. Non è chiaro se ci fosse anche il piccolo Cesarione nato l’anno prima. Famosa è la scena dell’ingresso in un fittizio Foro della regina con il figlioletto troppo cresciuto e con un corteo che non avrebbe sfigurato a Viareggio (compreso un improbabile corpo di ballo tribale dall’Africa Nera). Il carro a forma di sfinge (vedi foto in alto) attraversa la copia dell’Arco di Costantino che, piccolo particolare, sarebbe stato inaugurato “solo” 371 anni dopo. Cleopatra sogna già un futuro da imperatrice, ma le Idi di Marzo del 44 le scombinano i piani; così torna ad Alessandria subito dopo la morte dell’appena nominato dittatore perpetuo.

96942-004-ADA0F6B3Poco male. Passati tre anni, la sovrana d’Egitto trova un altro pollo, Marco Antonio, luogotenente di Cesare che da tempo aveva perso la testa per quegli occhi viola. Non solo nella finzione perché Richard Burton sposò veramente Liz Taylor per ben due volte con altrettanti divorzi. Appartenente al secondo triumvirato con Ottaviano e Lepido, Antonio ebbe le provincie orientali e, ben presto, trovò in Cleopatra un’ottima alleata per le sue mire espansionistiche. Nel film, invece, è rappresentato come un alcolizzato, piagnucoloso, inetto affetto dal complesso d’inferiorità verso il Divo Giulio e che regala alla sua amante Cipro, Siria, Cirenaica, Libia, Media, Partia e Armenia. In realtà, la coppia era riuscita ad accaparrarsi più di 1/3 dei domini di Roma. Ovviamente Ottaviano non è d’accordo e, con il supporto del Senato, attacca l’odiato nemico. La battaglia decisiva si svolge ad Azio (2 settembre 31 a.C.), a largo della costa occidentale della Grecia. Anche in guerra, Antonio è ubriaco e si lancia in un assalto frontale sconsiderato, mentre Cleopatra, visto il brutto, fugge verso casa sulla sua nave d’oro (ah, come è innamorata). L’anno dopo, il futuro Augusto assedia Alessandria passando per la Siria e non lascia altra via d’uscita ad Antonio che il suicidio.

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La regina e le sue due ancelle si asserragliano nella tomba (vedi foto in alto), un simil Tempio minore di Abu Simbel, ma vengono raggiunte dai soldati romani che le imprigionano a palazzo. Intanto, viene ucciso Cesarione anche se, come ho scritto all’inizio, sappiamo che morì 11 giorni dopo la madre. Del suicidio di Cleopatra si è detto tanto: il 12 agosto del 30 a.C., insieme a Iras e Charmion, si sarebbe fatta mordere da un aspide, identificato con un cobra o una vipera, nascosto in un cesto di fichi. Leggenda o verità? Secondo Andrew Gray, curatore della sezione di erpetologia del Manchester Museum, leggenda perché, come ha recentemente affermato, sarebbe stato impossibile per un singolo serpente avere il veleno sufficiente a far morire in poco tempo tre persone. Noi, non avendo altri dati, facciamo finta di credere a Plutarco e ci gustiamo l’ending che, per una volta, non è happy.

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Scoperta stele tolemaica a Taposiris Magna

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Source: MSA

La missione egiziano-domenicana diretta da Kathleen Martinez (Università Cattolica di Santo Domingo) ha scoperto una stele tolemaica a Taporis Magna. Il blocco in calcare (105 x 65 x 18 cm) presenta 20 linee in geroglifico e 5 in demotico con la stessa versione di un testo che racconta di offerte di Tolomeo V Epifane al tempio di Iside a File. La stele risale al settimo anno di regno del faraone (198 a.C.) e presenta anche i cartigli della moglie/sorella Cleopatra I, del padre Tolomeo IV e della madre Arsinoe III.

La ripetizione del testo in due tipi di scrittura accosta il reperto alla ben più famosa Stele di Rosetta, che in più ha la versione in greco, realizzata solo due anni dopo, durante il nono anno di regno.

Il sito di Taposiris Magna, oggi Abusir, si trova sulle rive del lago Maryut, a circa 50 km a sud-ovest di Alessandria ed è scavato dalla missione da 6 anni.

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