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“Ib”: il cuore nell’antico Egitto

Amuleto “ib”, diaspro rosso, Nuovo Regno (https://www.metmuseum.org/art/collection/search/545420)

Di Flavia Bonaccorsi Micoevich

Già da qualche giorno siamo bombardati da immagini romantiche legate alla festa degli innamorati: allora quale occasione migliore per parlare del cuore, simbolo indiscusso di questa data? Plachiamo immediatamente gli animi: no, il popolo della Valle del Nilo non aveva una festività analoga, nonostante disponiamo di notevole letteratura a tema amoroso proveniente per lo più dall’epoca del Nuovo Regno. Ma il cuore era un organo estremamente importante, tanto per la vita terrena quanto per quella dopo la morte, e proprio in quest’ottica ci apprestiamo a parlarne.

Come prima cosa bisogna ricordare che il cuore, in antico-egiziano “ib”, era il luogo in cui gli Egizi credevano fosse racchiuso il carattere della persona. Vi risiedevano le emozioni dalle quale scaturivano i sentimenti, l’intelletto che generava le azioni e, soprattutto, conteneva la memoria. Di conseguenza, il cuore serbava anche la morale dell’individuo, che doveva rimanere quanto più “giusta” possibile in previsione del momento della sua pesatura al cospetto degli dèi.

Tra gli organi interni, il cuore era dunque quello che vantava il privilegio di rimanere (quasi sempre) dentro il corpo del defunto durante il processo di mummificazione. In aggiunta, tra le bende venivano anche posti amuleti con la sua forma e, nella fase finale del processo, molti incantesimi venivano pronunciati per proteggerlo e renderlo forte per il momento del giudizio.

Forse non tutti, però, sono a conoscenza del fatto che le fattezze scelte per tali amuleti, che derivavano dal corrispettivo segno geroglifico, appartengono in realtà a un cuore bovino. Gli Egiziani sapevano comunque benissimo come fosse fatto il muscolo cardiaco ed ebbero delle brillanti intuizioni sul suo funzionamento. Nel papiro Smith, ad esempio, il cuore viene descritto come una massa di carne che dà origine alla vita e come centro del sistema vascolare; pulsando, “parla” ai vasi e alle membra del corpo. Tali vasi (“metu“) passano per tutto l’organismo e confluiscono nell’intestino trasportando i fluidi corporei, l’aria, il sangue e l’acqua; tuttavia, sono anche il “mezzo di trasmissione” degli spiriti maligni esterni che sarebbero potuti entrare nel corpo compromettendone le funzionalità.

Per un individuo era perciò fondamentale comunicare col proprio cuore per poter esprimere i suoi sentimenti o comprendere un eventuale stato di malessere. Possiamo trovare un ottimo riassunto di quanto detto finora nei primi versi della seconda stanza della raccolta “Inizio dei componimenti della grande gioia del cuore” nel papiro Chester Beatty I:

Con la sua voce,

il mio amato turba il mio cuore,

e fa che di me s’impadronisca la malattia.

Ritorniamo così in pieno tema romantico per la nostra giornata, soprattutto immaginando idilliaci scenari che facevano da sfondo alla recitazione cantata, con accompagnamento musicale, delle liriche d’amore. Mantenere il proprio cuore “puro”, lontano dalle nefandezze, dai cattivi propositi e dagli spiriti malvagi, era un precetto fondamentale per poter vivere nella giustizia di Maat. Dialogare con esso, ed esternare quanto da lui suggerito attraverso la poesia, era un delicato modo per donare quanto di più profondo e prezioso posseduto, magari alla persona amata.

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Breve bibliografia

  • Bresciani E., Letteratura e poesia dell’antico Egitto. Cultura e società attraverso i testi, Torino 2020.
  • Contin F.,  La medicina nell’Antico Egitto, in Antrocom 1/2 (2005).
  • Nunn J. F., Ancient Egyptian Medicine, Norman 2002.
  • Redford D. B., The Oxford Encyclopedia of Ancient Egypt, Oxford 2001.
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Il cuore mummificato di un visir di 4000 anni

Source: elindependiente.com (ph. Patricia Mora)

Nella primavera del 2017, la missione del Middle Kingdom Theban Project, diretta da Antonio Morales (Universidad de Alcalá), aveva effettuato un curioso ritrovamento nell’area tra el-Asasif e Deir el-Bahari, a Tebe Ovest (link al vecchio articolo). Ripulendo l’angolo nord-orientale del cortile della tomba di Ipi (TT 315) – visir sotto il faraone Amenemhat I (1994-1964 a.C.) –, gli archeologi spagnoli avevano individuato un corridoio lungo 8 metri e largo 3, ancora stipato di contenitori di ceramica. All’interno di questo cubicolo si trovavano 56 giare, già scavate nel 1921-22 dall’egittologo americano Herbert Winlock (Porter-Moss I-1, p. 390) che probabilmente aveva valutato poco interessanti questi reperti portandone in patria solo 4. In realtà, grazie a un’indagine più approfondita, è emerso che i vasi sigillati servissero a conservare resti di bende di lino, sudari, oli, resine e circa 200 sacchetti di natron (40/50 kg in tutto). In sostanza, si trattava di un ambiente accessorio atto a immagazzinare tutto il materiale di scarto del processo di mummificazione che, in quanto impuro, non poteva restare nella tomba vera e propria.

Tra i particolari più interessanti c’era un involucro il cui contenuto era stato già allora identificato come un possibile cuore umano; a distanza di oltre 4 anni, in un’intervista al giornale El Indipendiente, Morales ha confermato l’ipotesi e ha sottolineato la rarità del ritrovamento. La notizia è stata presentata da un pezzo (qui per ulteriori dati e foto), ma vale la pena approfondirla anche sul blog. In una delle giare, infatti, tra i vari sacchetti di natron che servivano a far disidratare il cadavere, c’era un pacchetto in lino che racchiudeva il muscolo cardiaco coperto da uno strato di resina. Il trattamento dell’aorta era particolarmente accurato con un bendaggio attento e la chiusura con un rotolo di lino.

L’imbalsamazione a parte del cuore non è di certo una novità, anzi, si hanno diversi esempi soprattutto per il Terzo Periodo Intermedio; tuttavia, l’organo era sempre riposto nella cavità toracica alla fine del rituale. Diverso è questo caso. Il direttore della missione ha affermato che, se si esclude una mummia nubiana in Sudan, quello della TT 135 sarebbe il primo ritrovamento di un cuore all’esterno del corpo.

Ma allora a cosa è dovuta questa particolarità?

Da scartare subito è l’ipotesi damnatio memoriae. Sembra improbabile che la presenza del cuore tra il materiale impuro sia da imputare a un tentativo di punire il defunto privandolo dell’organo più importante e, di conseguenza, impedendo la sua esistenza nell’aldilà. Mancano infatti nella tomba altre tracce di deturpazione e il nome di Ipi sul sarcofago non presenta alcuna cancellazione, come invece ci si sarebbe aspettato in un caso simile. La spiegazione, invece, potrebbe essere molto più prosaica. Secondo Morales, infatti, i sacerdoti preposti alla mummificazione si sarebbero semplicemente sbagliati, confondendo l’involucro del cuore con uno dei tanti sacchetti di natron e riponendolo in una giara.

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Una spatola dimenticata nel cranio, la mummia senza cuore ma con cervello e altri dati dalle TAC

Una bella donna con cervello ma senza cuore… Rassicuro i lettori di sesso maschile: è morta da 1700 anni! Si tratta, infatti, di una mummia (vedi foto in alto) conservata presso il Redpath Museum di Montreal che è finita per l’ennesima volta sul lettino di una TAC. Già nel 2012 era uscito uno studio a riguardo sulla rivista RSNA RadioGraphics e, l’anno scorso, era stato addirittura ricostruito il volto (con la bella acconciatura “alla Faustina Maggiore”), ma il team di Andrew Wade della McMaster University (Hamilton, Canada) ha estrapolato nuovi dati dalla tomografia computerizzata. La donna, morta tra i 30 e i 50 anni, visse nel 300 d.C. circa, un periodo in cui l’Egitto era sotto il controllo di Roma e sempre più influenzato dal cristianesimo. Evidentemente, però, la sua famiglia rimase fedele alla tradizione pagana scegliendo una mummificazione inusuale. Infatti, l’addome è svuotato anche del cuore, asportato con gli altri organi da un foro inciso sul perineo, mentre il cervello è intatto. Tutto il contrario di ciò che sappiamo da Erodoto, anche se, sempre da un recente studio di Wade, sembrerebbe che tale pratica non fosse così rara. Altra particolarità è la presenza di due placche in materiale simile al cartonnage sullo sterno e al lato dell’addome. Di solito, oggetti del genere servivano a sanare le ferite provocate dall’imbalsamatore, ma in questo caso le porzioni di pelle interessate sono intonse, quindi si pensa servissero come sostituto del cuore e come mezzo di guarigione rituale da un male che affliggeva la donna quando era in vita.

article-2600526-1CF5D58900000578-36_634x552Dal British Museum, invece, la mostra “Ancient Lives: new discoveries” riserva altre sorprese. Tra le otto mummie analizzate con la TAC, ce n’è una di un uomo vissuto a Tebe intorno al 600 a.C. L’autopsia virtuale ha rilevato la presenza di un oggetto nel cranio, una spatola di legno o un pezzo di canna, probabilmente spezzato durante la rimozione del cervello dalle narici (vedi a sinistra). Curioso, ma non un caso isolato (un altro esempio proviene dal Museo di Zagabria).

Una seconda mummia appartiene a Tamut, “cantante di Amon” nel 900 a.C. La donna morì intorno ai 35 anni, forse a causa di un infarto o un ictus. Infatti, gran parte dell’arteria femorale è occlusa da un pezzo di grasso. Il corpo, conservato in un ricco sarcofago (vedi in basso), presenta numerosi amuleti anche interni oltre che a lamine d’oro sulle dita dei piedi e a piastre metalliche sulle ferite lasciate dai sacerdoti. I capelli sono corti perché coperti da una lunga parrucca nera.

 

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Abido, Presentati i risultati dello scavo su tomba con piramide del 1300 a.C.

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Source: livescience.com

Durante il meeting annuale dell’American Research Center in Egypt (4-6 aprile), saranno presentati i risultati dello scavo della University of Pennsylvania di una tomba del 1300 a.C. ad Abido. Questa missione, tra 2013 e 2014, ha compiuto scoperte straordinarie, tra cui le sepolture dei faraoni Sobekhotep I (XIII din.) e Senebkay, sempre del II P.I. e forse il primo re ad essere individuato di una sconosciuta “Dinastia di Abido” che non ha lasciato tracce sulle fonti storiche.

La tomba in questione è più recente (Nuovo Regno) e apparterrebbe a uno scriba di nome Horemheb. La struttura era completamente ipogea se si esclude la piramide all’ingresso che doveva raggiungere i 7 metri d’altezza. Il nome del defunto è sul bel sarcofago in arenaria dipinta di rosso e finemente lavorato con figure di divinità e formule tratte dal Libro dei Morti. Non è stata ritrovata la mummia all’interno perché la tomba era stata depredata più volte già in antichità; tuttavia, sono stati individuati i resti ossei disarticolati di 3 o 4 uomini, 10/12 donne e due bambini. Kevin Cahail, che ha diretto lo scavo, afferma che il numero di ossa femminili potrebbe essere spiegato non solo con la poligamia, ma anche con sepolture familiari appartenenti a più generazioni o a inumazioni abusive successive.

Source: ancient-origins.net

Source: ancient-origins.net

 

Tra i ritrovamenti più importanti, spicca un rarissimo amuleto in diaspro verde e rosso (qui a sinistra) che rappresenta il cuore ib. Probabilmente legato alla psicostasia, la “pesatura dell’anima” del cap. 125 del Libro dei Morti, il piccolo oggetto potrebbe essere stato inserito nel petto di uno dei morti oppure semplicemente al collo come pendente. Altra reperto interessante è un ushabti dipinto individuato in un’altra camera funeraria, questa volta senza sarcofago. Sulla statuetta si legge il nome di quello che potrebbe essere, secondo gli archeologi americani, il padre o il fratello maggiore di Horemheb, cioè Ramessu “Sovrintendente alle Scuderie”.

 

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