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“Exodus – Dei e re” (blooper egittologici)

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Dopo aver parlato de “I Dieci Comandamenti”, mi occupo del suo ultimo remake (2014): “Exodus – Dei e re”. Ho affrontato il film abbastanza timoroso a causa delle pessime recensioni ottenute e delle tante polemiche scatenate: dalla solita protesta contro un cast troppo ‘bianco’ al divieto di uscita nelle sale di Marocco, Emirati Arabi e, ovviamente, Egitto per interpretazioni storiche errate e una eccessiva personalizzazione di Dio che è inconcepibile per l’islam. Inoltre, la regia di Ridley Scott (“Alien”, “Blade Runner”, “Il Gladiatore”, “Robin Hood”) faceva presagire una versione tutta CGI dell’Esodo. In effetti, il risultato è un ‘faraonico’ blockbuster da 140 milioni di dollari in cui vengono stravolti sia i dati storici che il racconto biblico. Se dovessi dare un voto per storia, geografia e religione, sarebbe una tripla insufficienza grave e conseguente bocciatura. Ma, dimenticandomi di essere un archeologo, inaspettatamente non ho trovato così male il film; anzi, il personalissimo tocco di Scott – agnostico dichiarato – ha portato a un’interessante versione che non si era mai vista nelle pellicole precedenti e che sopperisce in parte al tipico problema dei remake: si conosce già il finale. Detto questo, nonostante la consulenza dell’egittologo Alan Lloyd (Swansea University), dal punto di vista della materia qui trattata, Exodus è da buttare via e probabilmente presenta l’insieme più corposo di anacronismi in questa rubrica. Come vedrete, i blooper saranno anche particolarmente gravi; per la possibile spiegazione dell’attendibilità storica dei fatti raccontati nella Bibbia, invece, vi rimando alla precedente recensione che risulta fondamentale anche per capire le scelte di Scott.

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Diversamente dal solito, si parte con un Mosè (Christian Bale) già adulto, quindi tutta la parte dell’abbandono nel Nilo è solo raccontata. L’ambientazione storica è sempre la stessa, intorno al 1300 a.C. sotto il regno di Seti I. Siamo nella capitale Menfi (in realtà, era tornata a esserlo Tebe) che, vista dall’alto, mostra subito qualcosa che non va: bellissima ricostruzione virtuale, ma il palazzo del faraone è più simile a un tempio – con pilone, viale di sfingi criocefale intervallate da statue di dèi e obelischi e una grande sala ipostila ispirata a quella di Karnak – e un po’ ovunque spuntano piramidi dove non dovrebbero essere. È vero che Giza e Saqqara erano le necropoli reali di Menfi, ma, essendo città dei morti, si trovavano nel deserto a decine di chilometri dal centro abitato, l’attuale Mit Rahina; in ogni caso, manca la Grande Sfinge e c’è una piramide a gradoni di troppo. Scenografie e costumi, in generale, sono abbastanza credili; lo scenografo Arthur Max, ad esempio, ha compiuto un lungo viaggio per documentarsi, visitando siti in Egitto e musei come il British, il Petrie, il Metropolitan e l’Egizio di Torino. Tuttavia, ci sono comunque gravi sviste come il solito nemes (copricapo del re) indossato anche dalla gente comune, la presenza di cammelli (introdotti solo in età romana), pavoni (importati dall’India dai Romani) e cactus (originari del Nuovo Mondo), l’uso della cavalleria in guerra (gli Egiziani combattevano solo con fanti e carri) e delle staffe (arrivate in Europa dall’Asia centrale nell’Alto Medioevo).

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Tornando alla storia, il faraone (John Turturro) invia Mosè e suo figlio Ramses (Joel Edgerton) a Qadesh, nell’odierna Siria occidentale, per fronteggiare i minacciosi Ittiti. Effettivamente, Seti organizzò una campagna militare per riconquistare la città che era stata perduta in età amarniana, ma i particolari che si vedono nel film si riferiscono senza dubbio alla celeberrima battaglia sul fiume Oronte del 5° anno di regno del successore (1274 a.C.): contesto geografico, strategia, nome delle divisioni, esito semi-fallimentare per gli Egiziani e addirittura il finto bollettino propagandistico enunciato da uno scriba al ritorno che è lo stesso riportato su tutti i templi di Ramesse II. Colpisce anche l’improbabile equipaggiamento di Ramses, bardato di un’inutile armatura d’oro e con in testa un elmo tutt’altro che virile (immagine in alto a sinistra); si tratta, infatti, del copricapo ad avvoltoio – associato alle dee Nekhbet e Mut – indossato dalle regine come Nefertari per enfatizzarne il ruolo materno. Inoltre, i due protagonisti lottano con due spade gemelle (in alto a destra), apparentemente in ferro – il cui uso, nell’Età del Bronzo, è attestato solo in rarissimi casi – e a forma di foglia, quando le armi degli Egiziani erano scudo, arco, lancia, mazza e khopesh (una specie di lama a falcetto). Spade del genere, che comunque erano in bronzo o rame, erano utilizzate dai mercenari Shardana – tra i Popoli del Mare – presenti nei rilievi della Battaglia di Qadesh.

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Intanto, nel Delta orientale (che non presenta aree montuose come mostrato nel film), gli schiavi ebrei costruiscono la città di Pithom l’antica Per-Atum di Horemheb (forse l’odierno sito di Tell el-Maskhuta) – e una grande piramide. Questo anacronismo è una delle cose che ha fatto arrabbiare di più i moderni Egiziani perché, nonostante i luoghi comuni, gli Ebrei non parteciparono alla realizzazione di nessuna piramide che, in ogni caso, è una tipologia di sepoltura reale adottata fino alla XIII dinastia con l’eccezione del cenotafio di Ahmose (fondatore della XVIII din.) ad Abido. Come è noto, i faraoni di Nuovo Regno adottarono tombe ipogee nelle necropoli di Tebe, prima a Dra Abu el-Naga e poi nella Valle dei Re. Di ritorno dalla guerra, Mosè si reca proprio a Pithom per controllare possibili rivolte degli Ebrei e per indagare sugli sprechi del Vicerè Hagep; qui, viene a sapere delle sue origini dall’anziano israelita Nun (Ben Kingsley, attore abbonato a film e serie TV sull’antico Egitto: “Tut“, “Una Notte al Museo 3“), ma sulle prime non ci crede. Solo dopo la morte di Seti – sepolto nel Tempio Grande di Abu Simbel che non era ancora stato realizzato all’epoca – e l’intronizzazione di Ramses, tutti scoprono la verità e Mosè (o Moshé) viene esiliato.

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Il confine egiziano orientale è segnalato dalla Sfinge già senza naso – in realtà distrutto nel 1378 (N.B.: d.C.) dallo sceicco Muhammad Sa’im al-Dahr – che non era stata collocata insieme alle piramidi, ma appare qui, a centinaia di chilometri da Giza. Durante il suo esilio, Mosè si fa una famiglia e, salendo sul Monte Sinai, vede Dio… apparentemente. Sì, perché, da qui in poi, il personale punto di vista ateo del regista indirizza la storia verso un’interpretazione razionale di tutti gli accadimenti miracolosi. La visione del sacro arbusto in fiamme, ad esempio, è fatta passare velatamente come un’allucinazione provocata da un masso che colpisce in testa il profeta durante la scalata della vetta. Inoltre, non è direttamente il Signore a parlargli ma un suo messaggero, Malak, un angelo sotto forma di bambino che guida Mosè verso il ritorno in Egitto e gli suggerisce le mosse per liberare il suo popolo. Anche in questo caso, appare evidente il pensiero di Scott che fa capire che Malak esiste solo nella mente di quello che ormai è diventato un pazzo visionario. Lo stesso Bale ha definito il suo personaggio “barbaro e schizofrenico”. Pazzo sì, ma anche fortunato perché, trascinato dalla casualità degli eventi, convince tutti gli altri, Egiziani ed Ebrei, dell’intervento divino dietro le sue azioni.

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Inizia così la sequenza delle 10 piaghe come se fossero presentate da uno scettico: 1) un’anomala quantità di argilla ferrosa nel Nilo è smossa dai coccodrilli rendendo l’acqua rossa e malsana; 2) di conseguenza, i pesci muoiono e le rane abbandonano il fiume invadendo la città; 3-4) poi, però, anche gli anfibi muoiono e si decompongono sulle strade attirando nugoli di mosche e zanzare; 5) tutti questi insetti provocano ulcere e infezioni sulla pelle di uomini e bestiame; 6) la piena del Nilo si diffonde sui campi facendo marcire ogni pianta con la conseguente moria dei bovini; 7) si aggiungono anche una violenta – ma non infuocata – grandine e 8) un’invasione di locuste che devasta il raccolto rimasto. Le ultime due piaghe sono forse le uniche che hanno una vaga origine misteriosa perché, all’ennesimo rifiuto di Ramses, un’alone di oscurità copre il Paese e tutti i primogeniti egiziani muoiono nel corso della notte. Così, il faraone è piegato e il popolo eletto può finalmente partire per Canaan.

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Di nuovo, però, Mosè appare come uno sprovveduto: guida gli Ebrei nel Sinai con l’intenzione di arrivare agli Stretti di Tiran per attraversare il Golfo di Aqaba – esteso solo una ventina di km in quel punto – durante la bassa marea, ma non conosce la strada, si perde, parla da solo invocando Dio senza risposta, fa finta di aver ricevuto un messaggio divino e arriva molto più a nord, dove il mare è più profondo e la penisola arabica più lontana. Così, i 400.000 fuggitivi, per aver dato retta a un predicatore esaltato, si ritrovano bloccati sulla costa mentre l’esercito di Ramses è alle loro calcagna. Ma la fortuna di Mosè torna a salvarlo perché, al suo risveglio, il livello dell’acqua comincia a calare – a causa di uno tsunami provocato da un meteorite – così da permettere alla sua gente di attraversare il Mar Rosso appena in tempo, prima che – per il ritorno dell’onda – si richiuda inghiottendo i soldati egiziani.

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Con una così grande massa di persone che staziona alle pendici del Monte Sinai in attesa di rimettersi in marcia verso la Palestina, Mosè capisce che ci sarà bisogno di regole, di una struttura giuridica per regolare la vita di questo nuovo Stato che si sta creando. Ed è anche conscio che gli Ebrei saranno visti come invasori dalle genti che vivono già a Canaan. Così, scalpella di suo pugno i Dieci Comandamenti sulle due Tavole della Legge: non c’è alcun intervento divino – se si esclude la presenza di Malak che, comunque, sparisce nelle inquadrature più larghe – nessun vortice infuocato che incide la pietra come nell’illustre precedente cinematografico del 1956. Questo patto tra Yahweh e il suo popolo, come scrive il prof. Liverani (“Antico Oriente”, pag. 665), prenderebbe spunto dai patti firmati nel Tardo Bronzo tra grande re e piccolo re, come tra il faraone e i governatori delle città-Stato del Levante. Ma quale lingua è stata adottata nel film per scrivere i comandamenti? Alan Lloyd dice di aver optato per il paleo-ebraico, una variante dell’alfabeto fenicio, le cui prime attestazioni, però, risalgono solo al X secolo a.C. Il racconto si chiude con un vecchio Mosè che, trasportato in un carro insieme all’Arca dell’Alleanza (nessun cherubino dorato, solo una semplice cassa di legno), è conscio che non ce la farà ad arrivare alla tanto agognata meta con il suo popolo.

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“I Dieci Comandamenti” (blooper egittologici)

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Dopo una vera e propria impresa biblica, sono riuscito finalmente a terminare di scrivere questo articolo! Infatti, nonostante le quasi 4 ore di film non fossero così invitanti, non potevo esimermi dal parlare di quello che, insieme a “Cleopatra”, è il kolossal più famoso sull’antico Egitto: “I Dieci Comandamenti”.

La storia è nota a tutti ed è stata sfruttata più volte dal mondo del cinema, come nel lungometraggio della DreamWorks “Il Principe d’Egitto” o nel recente “Exodus – Dèi e re” di Ridley Scott. Ma pochi sanno che la celeberrima pellicola del 1956 di Cecil B. DeMille è un remake dell’omonimo film diretto nel 1923 dallo stesso regista che, quindi, riprese il soggetto sfruttando del materiale girato oltre 30 anni prima – anche grazie a un uso sperimentale del Technicolor – e richiamando a recitare Julia Faye (Nefertari nel 1923, moglie di Aronne nel 1956). Una curiosità: nel 2012, un gruppo di archeologi ha scoperto nelle sabbie della California una sfinge colossale che faceva parte proprio della scenografia del primo film (immagine in basso).

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Source: livescience.com

Tornando alla ‘nuova’ versione, l’opera di DeMille può essere considerata, senza dubbio alcuno, una pietra miliare nella storia di Hollywood. Risalta ovviamente la spettacolarità della resa visiva garantita dalle tipiche opulenti ambientazioni anni ’50 e dagli effetti speciali che valsero l’unico premio Oscar su 7 nomination. Come dimenticarsi dell’iconica scena dell’apertura del Mar Rosso? Tuttavia, non va sottovalutato nemmeno il dualismo degli antagonisti Charlton Heston – scelto perché somigliante al Mosè di Michelangelo – e Yul Brynner-Ramesse. L’estrema lunghezza, però, appesantisce la visione, nonostante gli evidenti tentativi di snellire la storia, come il taglio della piaga delle rane e il finale che appare sbrigativo. Dal punto di vista ‘egittologico’, invece, si riscontrano i classici errori del caso (nemes reale indossato anche da esponenti delle classi sociali più basse, geroglifici senza significato, pavimenti in marmo, edifici cartonati), ma, in generale, l’insieme è abbastanza credibile perché costumi e oggetti di scena sono stati riciclati dall’ottimo film “Sinuhe l’egiziano” uscito due anni prima. Si riscontra anche qualche abbozzo di ricerca storica, come nella scena del balletto durante il giubileo di Seti che prende spunto dai rilievi della tomba di Mehu a Saqqara (VI dinastia). Meno del 5% delle riprese è effettivamente girato in Egitto, soprattutto Monte Sinai e il deserto della penisola, mentre per il resto ci sono set ricostruiti e pannelli dipinti.

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Un’analisi più accurata della sceneggiatura necessita, per forza di cose, la valutazione dell’attendibilità storica dell’epopea di Mosè e, quindi, del racconto biblico che, comunque, non è l’unica fonte d’ispirazione del film (alcuni spunti sono stati presi da Midrash, Corano e Giuseppe Flavio, altri sono completamente inventati). Uno studio del genere, però, risulta decisamente problematico a causa della sudditanza che la civiltà occidentale, a chiare radici cristiane, ha sempre avuto nei confronti della Bibbia. Nel corso dei secoli, le Sacre Scritture non sono mai state messe in discussione e l’archeologia biblica ha spesso cercato conferme dei dati presenti nei versetti. L’indagine scientifica laica è stata osteggiata per decenni e, in alcuni casi, lo è tuttora; per questo, rispetto alle altre civiltà del Vicino Oriente, quella ebraica è meno nota dal punto di vista archeologico. Perfino Sigmund Freud si è cimentato nell’argomento scrivendo nel suo ultimo saggio, “Der Mann Moses und die monotheistische Religion”, che Mosè era in realtà un principe della corte di Akhenaton che trasmise il monoteismo amarniano agli Ebrei. Bisogna ricordare, però, che la Bibbia comprende una serie di reinterpretazioni funzionali di periodi remoti che precedono di secoli, se non di millenni, la sua redazione (forse iniziata nel VII secolo a.C.). In pratica, il Vecchio Testamento non è altro che una ricostruzione, a fini religiosi, legislativi e propagandistici, della nascita dello Stato d’Israele; un po’ come l’Eneide di Virgilio mitizza la fondazione di Roma. Ma se è sbagliato inseguire la prova di eventi veramente accaduti, si possono comunque individuare possibili influenze storiche.

I Parte

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DeMille colloca l’intera vicenda nel XIII secolo a.C., durante i regni di Ramesse I (1292-1291), Seti I (1290-1279) e Ramesse II (1279-1212, nell’immagine in alto). Il primo compare solo all’inizio quando, spaventato dalla proliferazione degli Ebrei nella terra di Gessen (Delta orientale), dà ordine di uccidere tutti i loro neonati di sesso maschile. In realtà, la Bibbia fa riferimento a due soli sovrani, senza specificarne il nome, e che, quindi, possono essere definiti il “faraone dell’oppressione”e il “faraone dell’esodo”. La scelta di questi re è dovuta dal fatto che si legge (Es 1,1-22) che il popolo schiavizzato di Israele costruisce le città-granaio di Pitom (fondata già sotto Horemheb) e Pi-Ramesse, la nuova capitale di Ramesse II. Non essendoci fonti egiziane che parlano dell’Esodo, è difficile trovare un riscontro; la più antica menzione degli Ebrei, invece, si trova nella “Stele di Merenptah” (1213-1203), in cui il termine ysrỉr è incluso tra i popoli sconfitti. Per questo, alcuni pensano che Merenptah possa essere il “faraone dell’esodo”. Un’altra teoria farebbe coincidere gli Ebrei con gli Shasu, beduini nomadi attestati già sotto Amenofi III (1387-1348). Israel Finkelstein (Tel Aviv University), invece, crede che la storia sia molto più recente e che sia da ricondurre allo scontro tra Necao II (XXVI din.) e Giosia di Giuda (648-609). Più semplicemente, il racconto potrebbe non riferirsi ad alcun momento in particolare: la pressione di popolazioni asiatiche, anche semitiche, sui confini orientali è sempre stato un problema del Basso Egitto, così come sono numerosi i testi che parlano di campagne militari contro le tribù del deserto. Situazione che sfociò nelle dinastie straniere durante il II Periodo Intermedio. Quest’ultima circostanza, fra l’altro, è stata utilizzata pochi giorni fa da Mustafa Waziri, direttore delle Antichità di Luxor, per la sua personale interpretazione dell’Esodo che, quindi, risalirebbe al XV secolo a.C. Secondo la sua teoria, il Faraone non sarebbe stato nemmeno ‘egiziano’ ma Hyksos.

L’argomento schiavitù, invece, merita un approfondimento maggiore che svilupperò nella rubrica “bufale eGGizie”. Basti sapere solo che, durante una visita ufficiale al Museo Egizio del Cairo nel 1977, il Primo ministro israeliano Manachem Begin affermò orgoglioso: «Noi costruimmo le piramidi!». Poi ammise l’errore e chiese scusa.

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Tornando al film, per salvare il figlio appena nato dal massacro voluto da Ramesse, Iochebed lo ripone in una cesta e lo abbandona nel Nilo (luogo che, tra serpenti, coccodrilli, ippopotami e mulinelli, è sicuramente adatto a un neonato…) dove viene ritrovato proprio dalla figlia del faraone, Bithia. La principessa, vedova e sterile, decide di tenere il bambino e di adottarlo chiamandolo Mosè (Es 2,1-10). Le teorie sull’etimologia del nome sono varie, tutte da verificare, dalla classica biblica “salvato dalle acque” ad altre che prendono in considerazione la lingua egizia: da messw “generato/nato da (=bambino)” o da mw “acqua” e swt “giunco”, dove s’incastrò la cesta. Sembra comunque evidente che siamo nel campo delle speculazioni. Più interessante è l’origine del racconto, cioè il “mito dell’esposizione” che è un motivo letterario presente in molte civiltà del passato e che sembra avere come radice la Leggenda di Sargon di Akkad (XXIV-XXIII sec. a.C.): «Sargon, re potente, re di Akkad, sono io […] Mia madre, la somma sacerdotessa, mi ha concepito e nel segreto mi ha partorito. Ella mi ha posto in una cesta di giunchi, con la pece mi ha sigillato le porte. Mi ha lasciato nel fiume dal quale non potevo salire […]». L’abbandono del futuro eroe infante è riscontrabile anche dopo la nascita di Paride e di Romolo e Remo e ha significative somiglianze con il mito di Horus, nascosto dalla madre Iside proprio nelle paludi del Delta.

Gli anni passano e Mosè diventa principe al pari del fratellastro Ramesse con cui da subito ha un rapporto di competizione per il trono e di gelosia per il cuore della bella Nefertari (Anne Baxter): chi avesse sposato la favorita del re, infatti, sarebbe diventato il futuro faraone. Questo significa che Nefertari era figlia di Seti e che, quindi, si sarebbe prospettato un incesto, normalissimo per la civiltà egizia ma scabroso per la bigotta America degli anni ’50 e sottaciuto nel film. In ogni caso, la presenza della bella di turno è una completa invenzione degli sceneggiatori per inserire l’immancabile storia d’amore. Come si vede nella foto in alto, Mosè e Ramesse hanno una particolare ciocca di capelli che ricade sul lato destro della testa; peccato che si tratti della “treccia della gioventù” che i bambini maschi portavano fino al 10° anno di età. I due mi sembrano un po’ troppo grandicelli per quel taglio; inoltre, se vogliamo essere pignoli, solo Yul Brynner lo rispetta a pieno essendo calvo già di suo. Intanto, tra gli Ebrei si sparge la voce della futura venuta di un liberatore che li avrebbe affrancati dalla schiavitù e Ramesse assolda Dathan, una sorta di kapo, con talenti d’oro (ma in Egitto le monete compaiono solo nel VI-V sec. per pagare i mercenari greci) per avere informazioni a riguardo.

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Mosè scopre le sue vere origini e decide di abbandonare la corte per vivere come uno schiavo tra il suo popolo, ma viene arrestato e condotto di fronte a Seti durante il suo giubileo. Nell’antico Egitto, però, il giubileo, o Heb-Sed, era una festa celebrata al 30° anno regno, e poi ogni tre, per rinnovare la forza del faraone; Seti I rimase al trono solo per 10 anni circa. A questo punto, c’è un’incongruenza con il racconto biblico (Es 2,16-22) che vede Mosè fuggire nel deserto del Sinai; invece, nel film, l’ebreo viene condotto al confine orientale e bandito dall’Egitto. Sullo sfondo finto (nell’immagine in alto, si vede il diverso colore della sabbia), si stagliano due piramidi che, al di là del loro aspetto in rovina che ovviamente si riferisce ai giorni d’oggi, sono fuori luogo per un altro motivo. Si tratta, infatti, delle piramidi di V dinastia di Neferirkara Kakai (a destra) e di Sahura (sinistra) che si trovano ad Abusir, centinaia di km a sud del confine orientale e, per giunta, nel deserto occidentale. Nel paese di Madian, ai piedi del Monte Sinai, Mosè vive per anni in una tribù di pastori, si sposa con Sefora e ha due figli (nel film uno), fino a quando viene chiamato da Dio sotto forma di rovo ardente che gli dice di tornare indietro a liberare il suo popolo.

II Parte

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Il profeta si presenta a palazzo dove il nuovo faraone Ramesse sta ricevendo tributi dagli ambasciatori dei popoli stranieri. Tra questi, gli sceneggiatori aggiungono anche un improbabile legato di Priamo re di Troia. Da questo momento, inizia la rappresentazione delle 10 piaghe che, però, si limita solo alla tramutazione dell’acqua in sangue (immagine in alto), alla grandine infuocata, all’oscurità e alla morte dei primogeniti egiziani . Le altre, rane (eliminate durante il final cut), zanzare, mosche/pidocchi, moria del bestiame e ulcere, sono solo nominate. Anche in questo caso, molti hanno provato a trovare una spiegazione più o meno scientifica alle piaghe. Perfino Ramesse nel film cerca di razionalizzare la prima dicendo di aver sentito che un pezzo di montagna si era staccato in Etiopia e aveva tinto di rosso il fiume. Effettivamente, prima che la Grande Diga di Assuan interrompesse il fenomeno, il Nilo diventava più scuro grazie all’apporto delle acque torbide del Nilo Bianco e dell’Atbara che nascono dall’Acrocoro Etiopico. Qui, all’arrivo delle piogge monsoniche, i due affluenti si caricavano di terreno ferroso e portavano in Egitto il fertile limo con la piena.

In generale, alcuni studiosi pensano che tutti questi fenomeni straordinari potrebbero essere stati scatenati da una serie di fenomeni climatici successivi a un grande evento distruttivo. In particolare, Robert K. Ritner (Oriental Institute di Chicago) parla della celeberrima eruzione di Santorini (1628 a.C.) che proiettò pomici fino al Delta dove sono state trovate negli strati archeologici del II Periodo Intermedio (possibile grandine infuocata). La cenere vulcanica avrebbe poi oscurato il cielo per giorni (eclisse) e favorito la proliferazione di alghe rosse rendendo più acido il pH dell’acqua (tramutazione in sangue). Con questa nuova acqua meno salubre, sarebbero morti i pesci, lasciando spazio alle rane, e morti molti capi di bestiame, la cui putrefazione avrebbe attirato insetti, causa a loro volta delle pustole. Le cavallette, invece, con i loro escrementi avrebbero favorito la formazione di microtossine sul grano divenuto letale per chi, come i primogeniti, aveva doppia razione. Tutto un po’ troppo macchinoso… Le piaghe (in realtà è definita ‘piaga’ solo l’ultima; le prime 9 sono ‘segni’ o ‘prodigi’) probabilmente sono solo una descrizione metaforica di un periodo caratterizzato da carestie e sconvolgimenti climatici.

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Finalmente Ramesse si convince a lasciar partire gli Ebrei verso est, ma, spinto dalla voglia di vendetta, prepara l’esercito per l’inseguimento. Tra i soldati, vengono mostrate anche le guardie Shardana, gruppo di Popoli del Mare caratterizzato dall’elmo cornuto e rappresentato anche nei rilievi della battaglia di Qadesh (nel doppiaggio italiano, però, vengono chiamati ‘Sardi’, forse fomentando la fissa di alcuni fantarcheologi isolani che debunkerò prossimamente). Però, come tutti sanno, le truppe egiziane saranno ingoiate dalle acque del Mar Rosso e Ramesse tornerà da solo a palazzo, anche se la Bibbia non specifica la sorte del Faraone. Anche in questo caso, esiste una bufala che rispunta puntualmente ogni anno secondo la quale, a largo della città di Ras Gharib, sarebbero stati ritrovati oltre 400 scheletri e i resti di armi e carri da guerra inglobati nella barriera corallina. L’apertura miracolosa del mare, invece, è spiegata con tsunami o con forti venti da est.

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Ultimo particolare da rilevare è la forma del vitello d’oro, idolo pagano fatto realizzare da Dathan (nella Bibbia da Aronne) fondendo i gioielli delle donne e tutti i tesori portati dall’Egitto (Es 32,4). La statua s’ispira chiaramente al Toro Api, con il disco solare tra le corna, che, però, non era mai rappresentato seduto sulle zampe posteriori.

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Elefantina, rimosso blocco con stelle di David

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Source: MSA

Situazione paradossale quella che si sta verificando a ElefantinaAssuan. In una nota ufficiale, il Ministero delle Antichità ha annunciato la rimozione di un blocco del Tempio di Khnum perché forse vandalizzato da graffiti la cui origine è ancora da appurare. Si tratta di due stelle di David di circa 10 cm, scoperte da un ispettore del ministero sicuro che prima non ci fossero. Gli organi di stampa egiziani si sono divisi attribuendo la responsabilità a visitatori o addirittura a un presunto archeologo straniero ebreo, membro della missione svizzero-tedesca (il Deutsches Archäologisches Institut in Kairo in collaborazione con lo Schweizerisches Institut für Ägyptische Bauforschung und Altertumskunde in Kairo) che da decenni scava sull’isola e si occupa della ricostruzione del santuario.

Infatti, per ordine di Mamdouh Afifi, capo del dip. di Antichità Egizie del ministero, il team è stato costretto a smontare la pietra imputata e a compilare un resoconto dettagliato per discolparsi dell’incidente. Nasr Salama, direttore generale dell’area di Assuan, si è perfino spinto oltre minacciando di revocare la concessione di scavo ai Tedeschi perché non convinto delle loro spiegazioni che vedrebbero una possibile origine islamica dei simboli (qui la sua intervista in arabo). Il blocco rimosso ora è nel deposito archeologico di Assuan in attesa di verifiche. Ma era necessaria un’indagine simile? Secondo me, si sta andando verso una probabile figuraccia. Il Tempio di Khnum è stato edificato durante la XVIII dinastia (Hatshepsut/Thutmosi III), anche se ebbe origini molto più antiche perché il dio dalla testa di ariete, insieme a Satis e Anuket, componeva la triade divina locale. Fonti archeologiche e, soprattutto, i Papiri di Elefantina, scritti anche in aramaico, attestano che l’isola, probabilmente dal VII secolo a.C., fu abitata da una colonia giudaica che consacrò un piccolo tempio a Yahweh. L’edificio fu poi inglobato dal tempio di Khnum ampliato sotto Nectanebo II (360-343). Le stelle, quindi, potrebbero essere semplicemente una testimonianza di quel periodo o di un successivo riutilizzo musulmano della struttura (non è raro, infatti, trovare questi segni anche in moschee).

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Il blocco rimosso

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