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La scoperta della tomba di Tutankhamon e l’affermazione dell’identità nazionale egiziana

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Più di una volta è capitato che un mio articolo sia stato usato come riferimento per blog post, pezzi di giornali o riviste, addirittura voci di Wikipedia. Ma questa volta sono particolarmente orgoglioso di essere finito nella bibliografia di una tesi. Diversamente da quello che si potrebbe credere, però, il lavoro in questione non riguarda l’egittologia né  l’archeologia in senso stretto, ma si tratta di una tesi triennale in Storia contemporanea. Sì, perché nessun’altra scoperta archeologica come quella della tomba di Tutankhamon ha avuto un’influenza sulla società che l’ha vissuta e sulle vicende politiche del paese in cui è stata effettuata. Lascio così con piacere la ‘tastiera’ a Rebecca Stagno, studentessa presso la Sapienza di Roma, che ci parlerà di come sia stato importante quest’evento per l’affermazione dell’identità nazionale di un Egitto che si era appena liberato dall’occupazione britannica.

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Sebbene l’Egitto fosse diventato indipendente dalla Gran Bretagna nel gennaio del 1922, i sentimenti antibritannici dei nazionalisti egiziani erano tutt’altro che sopiti. Si trattava, infatti, di un’indipendenza puramente formale, in cui l’ingerenza straniera possedeva ancora una forte presa sui gangli principali del Paese.

È in questo contesto politico-sociale che si situa la scoperta della tomba di Tutankhamon, un evento destinato ad influenzare non soltanto la politica nazionalista, ma l’intera storia dell’Egitto contemporaneo. Nelle forze in gioco dell’inizio del XX secolo, infatti, Howard Carter rappresentava la Gran Bretagna, la tomba di Tutankhamon l’Egitto. Ma fino a che punto la figura di Howard Carter è stata elevata a simbolo dell’ingerenza britannica sul Paese?

Andiamo con ordine.

Howard Carter_Wikipedia

Howard Carter (wikipedia)

In seguito alla scoperta della KV62 (avvenuta nel novembre del 1922), lord Carnarvon, finanziatore della lunga campagna di scavi, prese una decisione che si rivelò fatale: firmò un contratto con il Times che diventava così il veicolo informativo ufficiale. Il quotidiano britannico, in pratica, aveva diritto a notizie e materiale relativi alla tomba (fotografie o disegni) in esclusiva. Il resto della stampa, compresa quella egiziana, avrebbe dovuto rifarsi al Times e pubblicare informazioni di seconda mano. Un tale stato di cose non fece che inasprire ulteriormente i rapporti tra i nazionalisti e il Regno Unito. Era assurdo per un egiziano, infatti, rifarsi a un quotidiano inglese per poter ricevere notizie su una tomba appartenente all’antica storia del suo Paese. Per questo, non appena si diffuse l’annuncio del contratto in esclusiva, Carter e Carnarvon vennero investiti da una valanga di accuse e proteste. Vennero accusati, ad esempio, di prostituire la scienza in cambio di denaro e di trattare un bene pubblico come una proprietà privata [1].  La risonanza politica fu immediata.

I rappresentanti della stampa egiziana si precipitarono nello studio di Pierre Lacau, allora direttore generale del Servizio delle Antichità, per protestare e rivendicare i propri diritti, mentre numerosi esponenti del Partito Nazionalista aprirono un’indagine per assicurarsi che nessuno dei reperti avesse lasciato l’Egitto. Ormai era chiaro che, indipendentemente dall’esistenza di una legge che regolava la spartizione dei reperti tra Egitto e ricercatori stranieri, i tesori di Tutankhamon sarebbero dovuti restare all’interno del Paese. Improvvisamente, Carter si era trasformato nello spettro dell’ingerenza britannica e la porta d’acciaio che aveva montato a difesa della tomba non poteva che essere la testimonianza di un male non ancora estirpato.

Lacau, pressato dalla stampa locale, chiese più volte all’archeologo londinese di riservare ad essa una giornata di visita alla tomba, ma l’archeologo rifiutò per non compromettere il buon andamento dei lavori. Carter era tra i migliori nel suo campo, ma di certo non era un diplomatico. Mentre i reperti più fragili venivano estratti indenni dal sepolcro, grazie alla meticolosità che mostrava nel lavoro, i suoi rapporti sociali si incrinavano inesorabilmente.

Le conseguenze a cui la sua testardaggine rischiava di condurlo erano ormai note a tutti, tranne che a lui. Un giorno, gli giunse persino un’accorata lettera dall’uomo più impensabile, un suo ex collega di nome Arthur Weigall che a quel tempo godeva di una pessima reputazione poiché sembrava che fosse coinvolto nel commercio di opere d’arte. Tuttavia, in quel momento, la sua fu la voce della ragione. Nella lettera, questi esortava i due soci a considerare il contesto politico in cui versava allora l’Egitto e ricordava loro, non senza utilizzare un chiaro tono di rimprovero, che non potevano pretendere di trattare una tomba egizia come una proprietà privata [2] (piccola precisazione: Weigall non era del tutto disinteressato poiché seguiva lo scavo per conto del Daily Mail e alcune sue fake news contribuirono alla nascita della leggenda sulla maledizione; Mattia Mancini).

Inutile dire che Carter, invece che prestare orecchio al consiglio di Weigall, montò su tutte le furie. Lord Carnarvon, invece, acconsentì a stabilire per il 26 gennaio una giornata di visita per la stampa locale. Eppure, era ormai chiaro che si era andati troppo oltre. La miccia era stata accesa e gettarle sopra un po’ d’acqua non avrebbe fermato l’esplosione che, da lì a breve, sarebbe stata devastante.

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New York Times, 17 febbraio 1923 (Source: rarenewspapers.com)

Il 5 aprile 1923, lord Carnarvon passò a miglior vita. Subito, i giornali di tutto il mondo attribuirono la causa della morte alla maledizione di Tutankhamon, anche questa conseguenza dell’accordo in esclusiva stipulato con il Times. Si diceva che, nell’istante esatto in cui il conte era morto, la città del Cairo fosse piombata nel buio. Nello stesso momento, nella sua residenza di Highclere Castle, il figlio avrebbe visto il cane preferito di suo padre spirare all’improvviso con un agghiacciante ululato. La superstizione che si era sparsa in ogni angolo del mondo si tramutò presto in isteria, tanto che venne persino interrogato il celebre scrittore Conan Doyle, creatore del personaggio di Sherlock Holmes e appassionato di occultismo. Egli avvertì il mondo intero che, sulla porta del secondo sacrario, esisteva una terribile profezia vergata in geroglifici che annunciava morte immediata per chiunque fosse entrato nel sepolcro [3]. Nessuna scritta del genere era stata trovata all’interno della tomba, ma ormai il morbo si era diffuso. È significativo, d’altronde, che ancora oggi molti si riferiscano alla maledizione di Tutankhamon con un certo timore referenziale (per approfondire la storia della maledizione: bufale eGGizie).

lord Carnarvon_Wikipedia

Lord Carnarvon (wikipedia)

Per Carter, rimasto solo, la situazione che si era venuta a creare aveva uno spirito tutt’altro che mistico. Non si trattava di fantasmi, ma di politica.

Tornato a Londra in seguito alla morte del suo finanziatore, Carter trascorse l’estate ad Highclere Castle in compagnia di John Maxwell, consigliere di Carnarvon, e la vedova lady Almina, alla quale era stato chiesto di mantenere la concessione succedendo al marito.

Nel frattempo, l’astio della stampa non si era placato e ci si interrogava costantemente sulla maledizione o sulla sua decisione riguardo alla mummia del faraone. Su quest’ultimo punto, Carter fu irremovibile: la mummia, qualora fosse stata trovata, sarebbe rimasta all’interno del suo sarcofago e della sua tomba.

L’8 ottobre, l’archeologo tornò in Egitto per dare inizio alla seconda stagione di lavoro. Tre giorni dopo, si incontrò con James Quibell, che faceva le veci di Pierre Lacau, per rinnovare la concessione. Durante la riunione, Carter informò Quibell che aveva assunto Arthur Merton, corrispondente del Times, come membro ufficiale dello staff così da farlo entrare nella KV62 senza suscitare critiche o rancori tra i corrispondenti degli altri giornali. Inoltre, Carter si impegnò a inoltrare gratuitamente informazioni quotidiane sull’andamento dei lavori alla stampa egiziana. Infine, per quanto concerneva il problema dei turisti che chiedevano di visitare il sepolcro, ne fu garantita l’apertura al pubblico quando si fossero smantellati i sacrari e giunti al sarcofago. Quibell si mostrò perplesso circa quest’ultimo punto spiegando infatti che molte delle richieste di visita alla tomba venivano dagli egiziani, i quali non avrebbero accettato di essere esclusi dalla storia della loro terra per volere di un inglese. Carter, come sempre, fu irremovibile, ma, quando il giorno dopo si recò ad Alessandria per firmare i documenti ufficiali dell’accordo preso, gli venne detto che c’erano state delle obiezioni e che, per accondiscendere alla necessità di entrambe le parti, il Servizio delle Antichità avrebbe avuto bisogno di più tempo; tuttavia, certi che nessun altro, se non Carter, avrebbe potuto svolgere un adeguato lavoro alla tomba e per evitare le ire del Times, alla fine si forzò la decisione dei membri in suo favore. Non venne detto all’archeologo che le obiezioni erano tante e che non riguardavano soltanto la questione delle visite, ma anche la presenza di Merton come membro ufficiale dello staff.

L’accordo mostrò tutta la sua precarierà nell’arco di pochi giorni. Non solo Carter fu informato che qualcuno del Servizio sarebbe giunto ogni mattina nei pressi del sepolcro per vigilare discretamente sul suo lavoro, ma gli fu anche proposta la pubblicazione di un bollettino serale con il resoconto giornaliero del lavoro. In questo modo, pubblicando le notizie alle nove di sera, nessun giornale europeo o inglese avrebbe potuto gareggiare con il Times che, a quell’ora, avrebbe già redatto la sua esclusiva.  Ma nonostante le proteste, si decise anche di togliere il nome di Merton dalla lista dei collaboratori.

La situazione si inasprì ulteriormente quando il potere venne assunto dal governo nazionalista di Sa‘d Zaghul, deciso a mantenere i reperti della tomba in Egitto. Il ruolo di ministro dei Lavori Pubblici, dal quale dipendeva l’intero dipartimento di Lacau, fu quindi ricoperto da un nazionalista, un copto di nome Morcos Bey Hanna.

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Sa’d Zaghlul Pascià  (Wikipedia)

Il 12 febbraio, Carter si apprestò a sollevare il coperchio del sarcofago rinvenuto all’interno della camera sepolcrale, formato da due grossi pezzi di granito. Con l’aiuto di alcune corde strette intorno ai due blocchi, essi vennero sollevati sopra la bara così da poter consentire a Carter di esplorarne l’interno. Coperta da veli di lino, c’era la bellissima immagine del faraone con le braccia incrociate forgiata sul primo di una serie di tre sarcofaghi.

Entusiasta per quell’incredibile scoperta, Carter organizzò una conferenza stampa per il giorno seguente e chiese al sottosegretario di Stato al Ministero dei Lavori Pubblici il permesso di visita al sepolcro per le mogli dei ricercatori prima della conferenza. Il sottosegretario gli rispose che avrebbe telefonato al ministro e che gli avrebbe fatto sapere, ma il giorno successivo arrivò una lettera in cui il permesso veniva negato. Per concretizzare l’ordine, erano stati inviati tre ufficiali affinché, cortesemente, impedissero alle donne di entrare nella tomba. L’archeologo, per protesta, non solo chiuse il sepolcro, ma portò con sé le uniche chiavi esistenti. Si rivelò un errore fatale. Da una parte, infatti, la stampa egiziana lo accusò che, scioperando, avrebbe potuto mettere in pericolo i tesori custoditi nella tomba, dall’altra, il fatto che avesse portato con sé il solo mazzo disponibile sembrò testimoniare il suo egoismo piuttosto che la sua reale preoccupazione per la sicurezza del sepolcro. Inoltre, Morcos Bey Hanna affermò che la sua richiesta riguardo al permesso di visita per le mogli dei suoi collaboratori risultava “discriminatoria”[4] nei confronti degli egiziani. Sottolineò poi che il governo aveva un reale interesse per la salvaguardia della tomba e che, al contrario degli archeologi britannici, si riferiva ad essa considerandola un patrimonio pubblico e non privato.

Carter tentò di correre ai ripari ricorrendo alle vie legali e affermando che l’unico vero rischio per la tomba era causato dal governo egiziano. Nel frattempo, poiché risultava che, con il suo sciopero, era venuto meno ai termini di concessione, il primo ministro Zaghul prese la situazione nelle proprie mani e decise di aprire la tomba alla popolazione egiziana.

In quel marasma di liti e accuse reciproche, la KV62 stava davvero correndo un enorme rischio: le funi che tenevano sollevato il coperchio del sarcofago sopra la bara rischiavano di spezzarsi da un momento all’altro. Una settimana più tardi, giusto in tempo per scongiurare un danno di enorme gravità, Lacau e le forze governative forzarono i lucchetti, entrarono nella tomba e riabbassarono il coperchio sopra il sarcofago.

Per confermare la piena vittoria del popolo egiziano, il 6 marzo venne organizzata una cerimonia di riapertura della tomba che assunse i toni di una manifestazione politica [5].

Carter, a questo punto, deciso a riprendere la conduzione degli scavi e a ottenere la metà dei tesori ritrovati (o il loro equivalente in denaro), si rivolse a un avvocato inglese di nome F.M. Maxwell che esercitava al Cairo ed era rinomato per la sua conoscenza delle leggi egiziane.

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Lady Almina Carnarvon (Wikipedia)

Nel corso di una lunga disputa legale, che sembrava, per il momento, favorire Carter, Maxwell commise un grave errore: accusò gli egiziani di essersi comportati da “banditi” nel costringere l’archeologo ad abbondare la tomba. L’accusa di brigantaggio fu così grave da provocare una violenta rivolta nella capitale durante la quale si registrarono parecchi feriti e si rischiò persino l’intervento dell’esercito.

Tuttavia, nonostante l’ostilità che il popolo nutriva nei confronti di Carter, ben presto la stampa locale perse fiducia nei confronti di Morcos Bey Hanna e sottolineò che questi non era in grado di gestire autonomamente gli scavi. Era palese che, nonostante tutto, Carter fosse l’unico a poter portare a termine i lavori nella tomba e, di fronte alla pressione della stampa, Morcos Bey Hanna assicurò che, se lui e il suo avvocato avessero presentato al governo delle scuse ufficiali, gli avrebbe accordato una nuova concessione.

Nel frattempo, temendo che Carter, provato dalla situazione e non più in grado di ragionare lucidamente, potesse agire di impulso, i suoi collaboratori gli consigliarono di lasciare l’Egitto. Così, mentre in Egitto il suo team si dava da fare per risolvere la delicata questione legale, l’egittologo partì per una serie di conferenze in America dove fu accolto con tanti onori e gli fu addirittura conferito il titolo di membro onorario del Metropolitan Museum of Art di New York e una laurea ad honorem all’Università di Yale. Eppure, nonostante la fama e il successo, Carter desiderava tornare ai suoi scavi e, durante il suo viaggio di ritorno verso l’Inghilterra a bordo del Mauretania, firmò la sua resa garantendo la rinuncia ad ogni azione legale e pretesa sul tesoro [6].

Ovviamente, anche lady Almina Carnarvon rinunciò alla sua parte e alla causa di risarcimento, ma suggerì di tornare sull’argomento della spartizione quando i lavori alla tomba fossero finiti. Il governo, in risposta, le assicurò che poi avrebbe potuto scegliere tra i doppioni dei reperti in modo che il complesso degli oggetti destinati al Museo Egizio del Cairo sarebbe rimasto completo.

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Ahmad Ziwar Pascià (Wikipedia)

Proprio quando si era finalmente aggiunti ad un accordo pacifico, Morcos Bey Hanna perse il suo incarico a causa dell’attentato del 19 novembre 1924 a Lee Stack, governatore generale del Sudan. Mentre questi passava con la sua auto per le vie del Cairo, un gruppo di nazionalisti gli sparò e lo uccise a causa della questione del possesso del Sudan, nodo cruciale delle tensioni tra Egitto e Gran Bretagna [7]. Di fronte ad un evento tanto grave, cinque giorni più tardi Zaghul fu costretto a dare le sue dimissioni e il suo incarico venne quindi ricoperto da Ahmad Pascià Ziwar.

Nel giro di breve tempo, Carter venne informato che la nuova amministrazione desiderava riaprire la tomba per risollevare la reputazione politica della Gran Bretagna agli occhi degli egiziani. Tuttavia, per fare questo, era necessario che Carter e lady Almina rinunciassero anche ai doppioni, permettendo all’Egitto di godere in toto dei propri tesori. Naturalmente, precisò Ziwar, in futuro la questione sarebbe stata discussa nuovamente e il governo avrebbe potuto dimostrare a lady Almina tutta la propria riconoscenza concedendole i famosi doppioni. Così, il 13 gennaio, a Carter fu rilasciata una nuova autorizzazione della durata di un anno.

Come è noto, oggi i tesori di Tutankhamon si trovano nella loro completezza nelle teche del Museo Egizio del Cairo perché,  proprio durante gli ultimi lavori alla tomba nel 1930, tornarono al potere i Nazionalisti e, come primo atto legale, promulgarono una legge che vietava di portare fuori dall’Egitto qualsiasi oggetto del corredo, compresi i doppioni. Alla vedova Carnarvon, quindi, vennero inviate 36.000 sterline in sostituzione dei tesori che le erano stati promessi.

Quegli stessi tesori, e in particolare la maschera d’oro del faraone, sono oggi il simbolo di un’identità nazionale.

Rebecca Stagno

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Breve bibliografia


Campanini M., Storia del Medio Oriente contemporaneo, Bologna 2014;

Campanini M., Storia dell’Egitto dalla conquista araba ad oggi, Bologna 2017;

Carter H., Tutankhamen, Milano 1991;

Gelvin J. L., Storia del Medio Oriente moderno, Torino 2009;

Hourani A., Storia dei popoli arabi. Da Maometto ai nostri giorni, Milano 1998;

Hoving T., Tutankhamon. Una storia sconosciuta, Milano 1995;

Pizzo P., L’Egitto agli egiziani! Cristiani, musulmani e idea nazionale (1882-1936), Bologna 2017;

Rogan E., Gli arabi, Milano 2012;

Schulze R., Il mondo islamico nel XX secolo. Politica e società civile, Milano 2004;

Vandenberg P., Tutankhamen. Il faraone dimenticato, Varese 1992;

Winstone H.V.F., Alla scoperta della tomba di Tutankhamon, Roma 1994;


[1] Cf. le parole del Daily Express in T. Hoving, Tutankhamon, pag. 150.

[2] La lettera integrale può essere visionata in T. Hoving, Tutankhamon, pp. 157 – 159.

[3] Cf. T. Hoving, Tutankhamon, pag. 217.

[4] Citato in T. Hoving, Tutankhamon, pag. 280.

[5] T. Hoving, Tutankhamon, pp. 284 -285.

[6] Cf. T. Hoving, Tutankhamon, pag. 323.

[7] Cf. E. Rogan, Gli arabi, pag. 268.

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Un anno (il 5°!) di Djed Medu: le scoperte archeologiche più importanti in Egitto del 2018

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Fine anno, tempo di bilanci. A maggior ragione se cade anche l’anniversario della fondazione del blog. Ebbene sì: Djed Medu compie 5 anni!

Era il 29 dicembre 2013 quando pubblicai il primo degli 800 articoli che trovate qui, un breve sommario delle notizie più importanti uscite nel mese di inattività durante il passaggio dal vecchio blog su cui scrivevo (archeoblog di VOLO, dall’8 maggio 2012) a quello attuale.

Un lustro pieno di scoperte, mostre, pubblicazioni, clamorosi colpi di scena (vedasi l’infinita storia delle camere nascoste nella tomba di Tutankhamon), bufale eGGizie e bloopers egittologici. Un quinquennio in cui ho avuto il piacere di diventare articolista per National Geographic Italia e la possibilità di divulgare la storia e l’archeologia dell’antico Egitto anche offline grazie a conferenze, accrediti stampa, blog tour e collaborazioni varie con musei ed istituzioni culturali (Museo Egizio di Torino, Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico e Museo Civico di RoveretoPalazzo Strozzi e Museo Archeologico Nazionale di Firenze, BMTA di Paestum, Museo Archeologico Nazionale e gruppo FAI di Crotone, tourismA, Firenze Archeofilm, Festival dell’Inutile di Corigliano d’Otranto, Castello di Zumelle, ecc.).

kkkkkkColgo così l’occasione per ringraziare tutti voi che leggete le mie “parole dette” (che poi è proprio il significato del nome del blog), aficionados della prima ora e chi è capitato da queste parti solo recentemente. E non siete nemmeno così pochi visto che qualche giorno fa ho toccato – perdendo, dannazione!, l’attimo per screenshottare la cifra tonda – le 500.000 visualizzazioni. Spero che nel corso di tutto questo tempo abbiate apprezzato gli articoli proposti e che ci sia stato un miglioramento nella forma e nel contenuto. Dal canto mio, mi impegnerò a mantenere il più possibile la frequenza di pubblicazione e a portarvi le ultime notizie, sempre verificate e appofondite che non si limitino alla traduzione dei comunicati stampa. Fra l’altro, per chi non lo sapesse, potete trovare altri tipi di contenuti, ovviamente a tema egittologico, sui miei social: Facebook, Instagram e Twitter. Infine, ringrazio anche tutte le persone che hanno prestato tempo e conoscenza per scrivere guest post per Djed Medu.

Detto questo, passiamo a raccontare l’anno che sta per finire. Il 2018 è stato caratterizzato da un’intensificazione dell’attività archeologica egiziana e della diffusione mediatica dei relativi risultati. Ma tra i tanti ritrovamenti, importanti o visibilmente spettacolari, gli articoli più letti sul mio blog sono stati quelli concernenti la scoperta, l’apertura e lo studio del contenuto dell’ormai celebre sarcofago nero di Alessandria che, nonostante le attese, ha rivelato solo una brodaglia di liquami, ossa di tre individui e tre piccole placche d’oro (foto in alto). Un successo simile è derivato da una strana commistione tra interesse dei giornali, curiosità popolare, luoghi comuni e superstizione. In realtà, l’anno ha regalato molto di più. Ecco la lista dei principali eventi egittologici mese per mese:

GENNAIO

fcarrionmolinaIl 2018 si è aperto senza scoperte particolarmente eclatanti. L’evento più rilevante è stato la conclusione del megatrasloco del colosso di Ramesse II, in origine a Ramses Square, verso il Grand Egyptian Museum. Lo spostamento della statua, alta 11 metri e pesante 83 tonnellate, è stato effettuato in diretta TV, nel solco della recente e costante promozione pubblicitaria a favore del nuovo museo.

FEBBRAIO

113007709-ced24bc7-a42d-47d6-badb-01f6d6646c86Seguendo la tradizione iniziata nel 2017, il Ministero delle Antichità ha continuato ad annunciare le principali scoperte con conferenze stampa in pompa magna. Come il ritrovamento a Tuna el-Gebel di una necropoli (8 tombe e diversi pozzi funerari) in cui si trovavano oltre 40 sarcofagi di sacerdoti di Thot (approfondimento su National Geographic).

MARZO

114420864-9c8992d5-339f-4f1d-b28a-11fd69fba1bbUno studio agli infrarossi effettuato su due mummie predinastiche conservate presso il British Museum ha individuato le tracce dei più antichi tatuaggi figurativi al mondo (Naqada II, tra il 3351 e il 3017 a.C.). Il famoso Ginger (“Uomo A di Gebelein”) presenta un uro e una capra berbera sul braccio destro; la cosiddetta “Donna di Gebelein”, invece, 4 motivi ad “S” su una spalla e forse un bastone rituale sul braccio.

APRILE

100943816-17ecaffd-8f9a-45c8-8d37-71ef5b543dbdDoppia scoperta per Aprile con una rara testa di Marco Aurelio ritrovata fortuitamente durante i lavori di abbassamento della falda freatica a Kom Ombo (articolo NG) e il podio cermoniale per il giubileo di Ramesse II individuato a Eliopoli dalla missione dell’ex ministro delle Antichità Mamdouh el-Damaty.

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MAGGIO

32072966_1772518269460482_1866311672642142208_nEnnesima puntata della soap Tutfertiti con colpo di scena finale (si spera): nella tomba di Tutankhamon non c’è nessuna camera nascosta! Il team italiano diretto da Franco Porcelli (Politecnico di Torino) ha reso noti gli esiti della terza mandata di prospezioni al georadar effettuate a gennaio che hanno messo fine alla questione non avendo rilevato alcun vuoto dietro le pareti nord e ovest della camera funeraria.

GIUGNO

36189165_1827775780601397_4158860542598971392_nLa necropoli di el-Asasif, come si vedrà soprattutto nei mesi successivi, è stata con Saqqara il sito protagonista dell’anno. Ma già per giugno va segnalata la scoperta nella già nota tomba di Karabasken (TT391) di 4 vasi canopi in calcite riposti in una fossa quadrangolare scavata nel pavimento.

LUGLIO

001808838-de6b8d1f-8739-407f-b294-a30ff4844eb0Anche se l’attenzione mediatica si è concentrata tutta sul sarcofago nero di Alessandria, la scoperta del mese – forse dell’anno – è stata quella a Saqqara di un laboratorio d’imbalsamazione, una cachette con gli attrezzi utilizzati nel trattamento dei cadaveri, un pozzo funerario e oltre 35 mummie di XXVI dinastia. Tra i reperti del corredo, spicca una rarissima maschera funeraria in argento.

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AGOSTO

ac-2018-02535h_0001Ancora Saqqara ma con i risultati di uno studio portato avanti dall’Università di Catania che è riuscito a stabilire l’età del più antico formaggio solido conosciuto: ben 3200 anni! Altre analisi scientifiche, realizzate sulla mummia predinastica del Museo Egizio di Torino, avrebbero stabilito che l’imbalsamazione sarebbe stata praticata volutamente già intorno al 3600 a.C.

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SETTEMBRE 

2018-636727046374386457-438Tra i tanti ritrovamenti fortuiti che in questi anni stanno venendo dal cantiere di Kom Ombo, quello della sfinge tolemaica è stato il più apprezzato dai lettori, sia per lo stato perfetto di conservazione che, forse, per l’espressività del volto. Altro evento da ricordare, purtroppo, è stato il devastante incendio che ha distrutto il Museo Nazionale di Rio de Janeiro e la più grande collezione egizia del Sud America.

OTTOBRE

110938065-5a7b8a20-c8cd-4b51-8b0e-45839fe30422Ad Abusir, la storica missione ceca di Miroslav Barta ha individuato la tomba di Kairis (approfondimento su NG), alto funzionario della V dinastia che poteva fregiarsi di importanti titoli, come “Custode del Segreto della Casa del Mattino”, che lo legavano strettamente al faraone. Del defunto si è conservata anche una statua in granito rosa.

NOVEMBRE

222715984-165d114e-9f2d-4bf5-8404-2f28c4b0b1e1Tanta roba! Anche se di queste scoperte si vociferava almeno da settembre. Partiamo da Saqqara con una serie di tombe riutizzate in Epoca Tarda per la deposizione di mummie animali: gatti, coccodrilli, serpenti e addirittura scarabei. Passiamo poi a el-Asasif con ben quattro sarcofagi: due di Epoca Tarda ritrovati dagli egiziani e due dell’inizio XVIII din. aperti in diretta dalla missione francese.

DICEMBRE

DufHAqFWsAAjlfPL’anno si è chiuso alla grande per gli archeologi egiziani con la scoperta a Saqqara della tomba di un sacerdote di V dinastia. Le spettacolari decorazioni parietali hanno spinto Mostafa Waziry a definirla la tomba più bella ritrovata nel 2018.

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el-Asasif, scoperta tomba con due sarcofagi integri di Epoca Tarda

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Source: Luxor Times

Finalmente è arrivato l’annuncio della seconda delle tre grandi scoperte con cui il Ministero delle Antichità sta creando hype da mesi. Dopo le sepolture a Saqqara con mummie animali, stamattina il ministro El-Damaty e Mostafa Waziry hanno ufficalizzato alla stampa ciò di cui si vociferava già da settembre: una tomba nella necropoli tebana di el-Asasif con due mummie.

L’ipogeo, che conserva ancora le decorazioni parietali e del soffitto, databile al Medio Regno (come sembrerebbe dalla presenza di bastoni magici in avorio di ippopotamo e altri oggetti del corredo; altre fonti parlano di periodo ramesside come appare invece dalle pitture), ma sarebbe stato riutilizzato in Epoca Tarda. I primi proprietari della tomba sarebbero uno “Scriba della cappella della mummificazione nel tempio di Mut”, e sua moglie, una cantante del dio Amon. I sarcofagi, invece, risalirebbero alla XXV-XXVI dinastia (foto in basso). Nel corso dello stesso scavo, è stato individuato anche l’ingresso originario della già nota TT28, ultima dimora del funzionario ramesside Hori.

In ogni caso, ci sono ancora molti dati che non quadrano ed è probabile che le testate giornalistiche egiziane abbiano mescolato le foto scattate in questa tomba e quelle dell’apertura, effettuata sempre nella mattinata, di un sarcofago di XVIII dinastia scoperto recentemente dalla missione francese a el-Asasif (spunta anche un sarcofago “rishi” che è tipico del II Periodo Intermedio). Per questo, vi rimando all’articolo di domani su National Geographic in cui riporterò aggiornamenti e nuove foto.

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ph. Khaled Elfiqi

 

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“Antonio e Cleopatra”: il prossimo libro di Alberto Angela sarà sull’antico Egitto

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Antico Egitto + Roma + Alberto Angela = successo editoriale assicurato.

Gran bel colpo per la HarperCollins Italia grazie al contratto firmato con il divulgatore più amato della televisione italiana che pubblicherà con la casa editrice newyorkese ben tre libri. Il primo della serie, che uscirà il prossimo autunno in collaborazione con Rai Eri, riguarderà in gran parte vicende accadute ad Alessandria riprendendo un tema già portato sugli schermi con una puntata di Ulisse: “Antonio e Cleopatra. Il tramonto di un regno, l’alba di un impero”.

Come s’intuisce dal titolo, quindi, il saggio di Angela parlerà della fase storica a cavallo tra la fine del regno tolemaico e la nascita dell’impero romano, ponendo l’accento sulla guerra civile tra Antonio e Ottaviano, la fine dell’indipendenza egiziana e, si spera non troppo, la presunta storia d’amore più famosa dell’antichità.

https://www.harpercollins.it/NEWS/Alberto-Angela-pubblichera-con-HarperCollins-Italia

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Ringrazio Stefania Piccin, admin del gruppo facebook Angelers – Fan di Alberto Angela, per avermi segnalato la notizia.

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PERET: il nuovo sito dei giovani egittologi e nubiologi italiani

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Il 14 e il 15 dicembre 2017, oltre 20 giovani egittologi e nubiologi italiani si sono incontrati a Pisa per illustrare le loro ricerche e per creare una rete di contatti con lo scopo di portare avanti possibili progetti condivisi. Da questo evento, organizzato e finanziato dall’associazione culturale VOLO – Viaggiando Oltre L’Orizzonte, è nata l’idea di realizzare un sito internet dove raccogliere l’esperienza, una sorta di vetrina virtuale in cui dottorandi e post-doc potessero presentarsi e mostrare i loro ambiti di ricerca. Il nome scelto, PERET, rievoca volutamente la stagione dell’anno che segnava l’emergere delle terre coltivabili al ritirarsi delle acque del Nilo, nella speranza di far ‘sbocciare’ nuovi contatti, aprire stimolanti confronti e generare scambi di idee e opinioni.

https://peretresearchers.wordpress.com/

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“Firenze Archeofilm” (14-18 marzo 2018)

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Nuovo appuntamento con la divulgazione archeologica che vede come protagonista il mezzo cinematografico. Nell’ambito delle manifestazioni organizzate da Archeologia Viva per tourismA,  tra il 14 e il 18 Marzo 2018, si terrà la prima edizione di Firenze Archeofilm – Festival Internazionale del Cinema di Archeologia Arte Ambiente. La rassegna vedrà la proiezione di decine di film a carattere archeologico che potranno essere fruite gratuitamente da tutti presso il cinema La Compagnia (via Cavour 50r, Firenze). Ovviamente non mancherà l’antico Egitto che verrà raccontato attraverso 5 pellicole:

Mercoledì 14

CEAlex, 25 anni
(Sala Piccola, 11:30)
Creato nel 1990 da Jean-Yves Empereur, direttore di ricerca al CNRS, il Centro di Studi Alessandrini (CEAlex) fa capo a diverse missioni, organizzate in collaborazione con il Ministero di Antichità Egiziane, per la salvaguardia e la valorizzazione dell’eccezionale patrimonio di Alessandria. 25 anni dopo la sua fondazione, il CEAlex conta più di 80 persone: ingegneri, tecnici, ricercatori… J-Y Empereur rievoca la creazione del Centro e le tappe più importanti, grazie a immagini di archivio, anche inedite.

Giovedì 15

Le statue di Alessandria si muovono
(Sala Grande, 11:30)
Ad Alessandria le statue si muovono. E anche gli obelischi… I Tolemei, che hanno governato l’Egitto in età ellenistica, le hanno fatte scolpire per decorare la loro nuova capitale. In seguito, queste pietre millenarie hanno viaggiato fino a Roma, Londra e New York, dove si trovano attualmente. In età moderna sono state commissionate statue in marmo e in bronzo a Parigi e ad Atene per decorare le piazze di Alessandria. Anche queste statue sono comparse, scomparse e riapparse nel corso della storia della città.

Fotografare l’invisibile
(Sala Grande, 22.45)
La ricerca dell’invisibile interessa anche gli archeologi. Fotografie di oggetti, tombe, sarcofagi, mummie, lasciano intendere che sono andati persi alcuni elementi pittorici. D’altra parte, alcune tecniche di ripresa e di trattamento delle immagini permettono di rendere visibili tracce scomparse da secoli. André Pelle, ingegnere del CNRS, illustra questa avventura e ci porta ai confini dell’invisibile, tra l’archeologia, la fisica, e l’arte.

Venerdì 16

Alla scoperta del tempio di Amenophis III
(Sala Piccola, 10:00)
A Luxor, i colossi di Memnone, segnano l’ingresso del maestoso tempio di Amenophis III. A partire dall’inizio degli anni 2000, una équipe internazionale ha ridato vita a questo tempio, di cui, a parte i due colossi, ben poco era rimasto visibile. Seguiamo, insieme a tutta la squadra di archeologi, le grandi tappe di questa impresa, filmata a partire dal 2004, e prendiamo dunque consapevolezza del carattere grandioso di questo tempio, costruito da un faraone durante il suo regno pacifico e prospero.

Sabato 17

L’harem del Faraone del Sole
(Sala Grande, 17:45)
Nel gennaio del 2011, mentre la regione del Cairo subiva gli attacchi della rivoluzione egiziana, l’Università di Basilea realizzava due importanti scoperte nella Valle dei Re: una cripta contenente decine di corpi e una tomba fino a quel momento sconosciuta. Mentre gli archeologi e gli studiosi riflettono sull’identità dei resti contenuti in queste tombe, giungono a una conclusione stupefacente…

Per il programma completo: http://www.firenzearcheofilm.it/programma-completo/

 

Inoltre, tra i vari premi che verranno assegnati nella giornata conclusiva, ho il piacere di presentare la menzione speciale “WebAward” che verrà data «al film che più ha saputo coniugare l’intento didattico con quello divulgativo e ha presentato la scoperta o lo studio archeologico come facente parte del tessuto storico e sociale di una comunità». La giuria sarà composta dal sottoscritto e da altri archeoblogger:

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Incontro dei Giovani Egittologi Italiani (Pisa, 14-15 dicembre 2017)

0001-709x1024Metti una trentina di egittologi (e nubiologi) in una stanza; che succede? Tranquilli, nessun ferito, anzi… Nonostante tutto quello che si dice del mondo accademico – arrivismo, gelosie, autoreferenzialità (e lungi da me affermare che queste cose non esistano) -, dall’Incontro dei Giovani Egittologi Italiani sono emersi solo interessanti interventi, utili spunti e presupposti per collaborazioni future.

L’evento è stato organizzato dall’associazione universitaria VOLO a Pisa, il 14 e il 15 dicembre, proprio con lo scopo di creare una rete tra dottorandi, assegnisti e giovani ricercatori negli ambiti di studio dell’Egitto e del Sudan. Dopo l’introduzione iniziale della prof.ssa Marilina Betrò, ordinario di Egittologia all’Università di Pisa, ognuno di noi ha presentato il proprio progetto toccando gli argomenti più disparati: dal Predinastico al Periodo copto, dalla filologia all’archeologia, dall’antropologia alla museologia. Tuttavia, in tutta questa eterogeneità abbiamo trovato interessi comuni, l’intenzione di rendere più visibili i nostri lavori e, soprattutto, la voglia di fare squadra. Si è ovviamente ancora a una fase embrionale dell’idea, ma già ritrovare insieme studiosi da Napoli, Roma, Pisa, Pavia, Torino, Venezia (ma c’era perfino qualcuno dall’estero) fa ben sperare. E con l’augurio di veder crescere sempre di più questo gruppo, presto arriveranno novità.

La scaletta degli interventi: http://www.associazionevolo.it/wp-content/uploads/2017/12/scaletta-aggiornata.pdf

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“Egitto e Vicino Oriente Antichi. Tra passato e futuro”: gli orientalisti italiani s’incontrano a Pisa

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All’ombra della Torre pendente, si prospetta un evento da non perdere. A Pisa (Polo Carmignani, Aula 2 – Piazza dei Cavalieri 8), il 5 e 6 giugno, si riuniranno tutti i principali studiosi italiani della macroarea dell’Egitto e del Vicino Oriente antichi per discutere del passato e, soprattutto, del futuro dell’Orientalistica del nostro Paese. In un ambito che, per divisioni geografiche e cronologiche, comprende mondi spesso molto distanti, si è finalmente capito l’importanza del dialogo e della condivisione delle esperienze per arrivare a scopi comuni e a un miglioramento della ricerca. Tutto questo grazie alla spinta catalizzatrice del Comitato organizzativo (Prof. Marilina Betrò, Dr. Gianluca Miniaci, Prof. Stefano De Martino, Prof. Frances Pinnock) e dell’Università di Pisa, ateneo dalle gloriose tradizioni nel settore (solo per fare un esempio – per niente casuale! – proprio qui, nel 1826, fu istituita la prima cattedra di Egittologia al mondo con Ippolito Rosellini).

Tra l’apertura di Edda Bresciani e Paolo Matthiae e la chiusura di Mario Liverani (immagino siano superflue le presentazioni), una due-giorni fitta d’interessanti interventi vedrà il confronto tra grandi nomi delle diverse discipline orientalistiche e giovani studiosi formatisi in Italia e all’estero. Non a caso, la formula adottata sarà innovativa perché, accanto alle presentazioni di famosi relatori invitati a rappresentare l’Anatolistica (Clelia Mora e Stefano De Martino), l’Archeologia del Vicino Oriente (Stefania Mazzoni), l’Assiriologia (Francesco Pomponio), l’Egittologia (Patrizia Piacentini), la Semitistica (Riccardo Contini) e la Storia del Vicino Oriente antico (Lucio Milano), brevi sessioni tematiche lasceranno il tempo per un dibattito condiviso anche con il pubblico. Infatti, dal 15 maggio, sarà possibile scaricare i testi degli interventi (link) così da approfondire i diversi temi trattati e da partecipare attivamente al Convegno con interventi, domande, discussioni.

Questo spirito di apertura e partecipazione si rispecchia anche nella presenza di studenti e dottorandi dell’Università di Pisa (tra cui ho il piacere di figurare per la gestione del sito web e dei social) nell’organizzazione dell’evento. Come detto, tutti – addetti ai lavori e semplici appassionati – possono partecipare gratuitamente al Convegno, ma è necessaria la registrazione, entro il 15 maggio, tramite il seguente link:

https://www.eventbrite.it/e/biglietti-egitto-e-vicino-oriente-antichi-tra-passato-e-futuro-33113747109

Invece, chi non sarà presente di persona, oltre al mio blog, potrà seguire aggiornamenti live e, probabilmente, la diretta streaming sui social network ufficiali: la pagina Facebook (Egittologia UniPi) e il profilo Twitter (@evoa2017).

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Per maggiori info: evoa.pisa@gmail.com, http://egittologia.cfs.unipi.it/it/convegno-di-orientalistica/

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Il programma di “Egitto e Vicino Oriente antichi: Tra passato e futuro”:

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“Agente 007 – La spia che mi amava” (blooper egittologici)

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Ebbene sì: l’agente di Sua Maestà con licenza di uccidere è andato in missione segreta anche tra piramidi e templi egizi. Nemmeno 007 poteva rimanere impassibile di fronte al fascino della Valle del Nilo e delle sue bellezze (non solo monumentali); così, in Egitto è ambientato, almeno in parte, il decimo film ispirato dalla penna di Ian Fleming: “La spia che mi amava”. Il ruolo di James Bond è ricoperto da Roger Moore, mentre la regia è affidata a Lewis Gilbert che aveva già diretto “Si vive solo due volte” con Sean Connery. In piena Guerra Fredda (siamo nel 1977), viene raccontata un’alleanza anglo-sovietica contro un nemico comune, Karl Stromberg, che minaccia di cancellare l’intera umanità per creare una nuova civiltà atlantidea nel profondo degli abissi; il tutto, condito con l’ironia tipica delle pellicole di 007 con Moore.

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La storia si sviluppa in diverse parti del mondo compreso, come anticipato, l’Egitto che, in poco più di mezz’ora, viene mostrato in tutti i suoi luoghi più iconici (e scontati). Due sottomarini nucleari, uno inglese e uno russo, vengono catturati da Stromberg grazie a un sistema di telerilevamento satellitare che, per un tradimento interno, viene rivenduto in segreto. Così, James Bond si reca proprio al Cairo dove si trova la persona venuta in possesso del microfilm con i codici per rintracciare i sommergibili. Si inizia subito con un cliché perché l’agente, vestito come Lawrence d’Arabia, cavalca nel deserto fino a un accampamento in un’oasi a pochi chilometri dalle piramidi di Saqqara (immagine in alto). La scena, poi, si sposta nei vicoletti della Vecchia Cairo, nel cortile della moschea di Ibn Tulun e nelle magnifiche stanze del Gayer-Anderson Museum. L’incontro decisivo con il contatto di 007, però, è a Giza, durante uno dei famosi spettacoli serali di luci e suoni che, tutt’oggi, colorano piramidi e sfinge con un sottofondo musicale. Tuttavia, all’appuntamento si presentano anche il Maggiore Amasova del KGB (Barbara Bach), anch’essa interessata ai codici, e uno dei nemici più popolari dell’intera saga, Squalo o, nella versione originale, Jaws (Richard Kiel; in basso a destra).

Le riprese in notturna a Giza devono essere state problematiche, tanto che il regista fu costretto a rigirare gli spezzoni dei primi piani utilizzando finti fondali e modellini delle piramidi (come è evidente nell’immagine in alto a sinistra). In ogni caso, il killer dalle fauci d’acciaio recupera il microfilm, uccide tutti coloro che ne erano venuti in contatto e fugge verso sud con un furgone nel cui retro s’intrufolano le due spie. Un viaggio che dura una notte con destinazione Luxor. Ed è qui che iniziano i blooper, sostanzialmente dovuti al menefreghismo del regista che incolla nella stessa sequenza luoghi lontani anche centinaia di chilometri.

Il veicolo entra nel tempio funerario di Ramesse III a Medinet Habu attraversando il cosiddetto migdol (Fig. 1; min. 39:53); subito dopo, però, passa sotto il portale (Fig. 2; min. 39:55) che è sul lato est del migdol, non dietro. Si tratta, infatti, dell’ingresso del piccolo tempio di Amon costruito sotto la XVIII dinastia (Amenofi I, Hatshepsut e Thutmosi III), inglobato nel grande complesso ramesside e ampliato in epoca greco-romana. Scesi dal furgone, Bond e la compagna (in questo caso, termine di doppia valenza) si aggirano tra le colonne della grande sala ipostila di Karnak (Fig. 3; min. 40:39) che, in realtà, si trova sull’altra sponda del Nilo. Qui Squalo tende loro un agguato scagliando dall’alto un pesante blocco, scena ripresa in “Assassinio sul Nilo” e in “Natale sul Nilo”. Il masso, però, cade nel Ramesseum (Fig. 4; min. 42:12). Siamo tornati sulla Riva Ovest con la terza location in poco più di due minuti: comincio ad avere il mal di mare…

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Stessa cosa succede dopo un viaggio in feluca che avrebbe dovuto portare 007 al Cairo, ma che, invece, lo conduce ad Abu Simbel (Fig. 51:06) dove si trova il quartier generale dell’MI6, il servizio di spionaggio britannico per l’estero. Ancora una volta, pochi secondi bastano per spostamenti di miglia perché viene inquadrato prima il II pilone di Medinet Habu (Fig. 6; min. 51:10) e poi, dopo un passaggio segreto, il sancta sanctorum (ricostruito) del Tempio maggiore di Abu Simbel (Fig. 7; min. 51:50) usato come ufficio della segretaria dell’agenzia, Miss Meneypenny. Il labirintico rimbalzare da un posto all’altro continua con una finta tomba tebana (Fig. 8; min: 52:10), decorata con scene tratte dalle sepolture di Tutankhamon, Ramesse VI, Seti I, Sennedjem, Nakht ecc., e con la sala ipostila, di nuovo ricostruita, del tempio di Abu Simbel (Fig. 9; min. 53:25).

Finita la parte in Egitto, il film prosegue per un’altra mezz’ora, ma mi scuserete se non continuo a parlarne: mi sono perso!

 

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“Voci e volti dall’antico Egitto”, prossima mostra a Benevento

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ph. L. Coviello

Continuando la collaborazione con il Museo Egizio di Torino e cercando di sfruttare il successo de “Il Nilo a Pompei”, anche Benevento avrà la sua mostra egittologica. “Voci e volti dall’antico Egitto” è il progetto lanciato dalla Provincia che ha già chiesto alla Regione Campania di finanziare i 200.000 € necessari alla realizzazione: da ottobre 2016 fino a luglio 2017, presso l’ARCOS (Museo d’Arte Contemporanea Sannio), saranno esposti i reperti egizi ed egittizzanti scoperti nella città e alcuni pezzi prestati dal museo torinese come ringraziamento per le 10 antichità beneventane che attualmente si trovano nella Sala 4 della mostra dell’Egizio. Inoltre, saranno organizzati convegni sul tema e altri eventi collegati.

A Benevento, infatti, si trovava uno dei più importanti templi di Iside dell’Impero romano, costruito nell’88-89 d.C. in onore di Domiziano. La quantità e la qualità dei ritrovamenti nilotici compiuti soprattutto nel 1903 testimoniano la presenza di un santuario fuori dalla norma, in particolare per l’apparato decorativo che, diversamente dagli altri esempi italiani, s’ispira direttamente all’arte egiziana. Un viale fiancheggiato da sfingi e statue di Horus-falco (in foto), Thot-babbuino, sacerdoti e sacerdotesse di culti faraonici conduceva all’edificio sacro che, tuttavia, non è mai stato individuato. Il primo ad accorgersene fu addirittura Champollion che, nel 1826, tradusse i testi geroglifici dei due obelischi beneventani che parlano proprio della fondazione del tempio da parte del legato Marco Rutilio Lupo. Uno dei monoliti di granito si trova in Piazza Papiniano mentre l’altro, frammentario, è esposto presso l’ARCOS e sarà restaurato da esperti del Getty Museum in cambio del prestito di alcuni reperti per una mostra a prevista a Los Angeles per il 2018.

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