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“La Mummia” (2017): blooper egittologici

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Ancora una mummia a minacciare le nostre esistenze… soprattutto quelle di chi, come me, è andato al cinema negli ultimi giorni. Ieri sera, infatti, ho visto in sala l’ennesimo prodotto cinematografico basato sul franchise del non-morto egizio che si risveglia dal suo sonno millenario per uccidere e conquistare il mondo. Questa volta, però, il mostro è donna e sexy (ma, come vedremo, non è nemmeno una trovata così originale). La seguente sarà un’analisi a caldo de “La Mummia” di Alex Kurtzman, uscita in Italia lo scorso giovedì, quindi meno particolareggiata delle altre recensioni della rubrica. Mi baserò su spunti notati a una prima visione e – siete avvertiti – ci saranno spoiler. Fra l’altro, oggi inizia l’ArcheoWeek, evento digitale nato in Francia ma diffusosi in tutto il mondo, proprio con una giornata dedicata alle #ArcheoFiction.

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Seguendo la moda delle serie dei cinecomics, anche la Universal Pictures ha deciso di creare il proprio universo narrativo condiviso popolandolo dei suoi mostri classici. La mummia è solo la prima creatura a comparire nella lunga lista del Dark Universe in cui vedremo anche il mostro di Frankhenstein, l’uomo invisibile, l’uomo lupo, Dracula, il mostro della laguna nera, il gobbo di Notre Dame, il fantasma dell’Opera, ecc. L’idea di fondo è che il Male (con la “m” maiuscola in quanto entità suprema; chiamatelo Satana se volete), fin dall’inizio dei tempi, abbia sempre provato a raggiungere il mondo incarnandosi in un corpo terreno. Da questi tentativi derivano i vari orripilanti personaggi cacciati da una società segreta, la Prodigium, che è diretta da Dr. Jekyll/Mr. Hyde (Russel Crowe). Si prospetta quindi un’alleanza di mostri buoni che combattono mostri cattivi sulla falsa riga della “Leggenda degli uomini straordinari”.

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“La Mummia” serve soprattutto a introdurre questo nuovo universo e, per farlo, toglie spazio alla vera protagonista che risulta un po’ troppo in ombra. Perciò, il prodotto non può essere considerato neanche un reboot di quello diretto da Sommers nel 1999, pur strizzando l’occhio ai suoi fan con molte citazioni (il colpo di pistola per attivare antichi meccanismi, il volto nel muro di sabbia, il libro di Amun-Ra ecc.). Dal punto di vista ‘egittologico’, c’è poco da dire anche perché, se si esclude il flashback iniziale e l’ultimissima scena conclusiva, nemmeno un secondo della narrazione è ambientato in Egitto. Nel complesso, ho trovato il film meno peggio di quello che mi aspettavo seppur macchiato da due gravi problemi: i buchi di trama – vengono inseriti espedienti assurdi nella sceneggiatura – e Tom Cruise, per niente credibile nel suo ruolo. Ma la pecca più grave è stata l’avermi illuso con “Paint It, Black” – una delle mie canzoni preferite – nel trailer per poi non utilizzare una singola nota degli Stones nella colonna sonora!

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La principessa Ahmanet (Sofia Boutella) è figlia ed erede al trono di un generico faraone di Nuovo Regno (anche se a volte si dice erroneamente 5000 anni fa, altre 3000; poi compare anche un cartiglio di Unas che ha regnato durante l’Antico Regno intorno al 2350 a.C.). Vedendo minacciata la sua successione dalla nascita di un altro principe maschio, stringe un patto con Seth -erroneamente definito dio dei morti- venendone impossessata e uccidendo tutti i membri della famiglia. La presenza malvagia nel suo corpo si manifesta con lo sdoppiamento delle iridi (un po’ come succede a me dopo una giornata passata a tradurre geroglifici…) e la comparsa di tatuaggi sulla pelle che sembrano più segni semitici. Il rituale per far venire al mondo il dio prevederebbe, come nelle classiche storie dell’Anticristo,  il concepimento di un bambino da un mortale e il suo sacrificio con il pugnale di Seth. Ma Ahmanet viene bloccata dai sacerdoti e condannata alla mummificazione in vita. Il suo sarcofago, poi, viene sepolto lontano, molto lontano dall’Egitto. Quindi, il villain non è più l’iconico Imhotep ma una donna, idea che, se seguite questa rubrica, non vi suonerà nuova. Già nel 1971, infatti, la Hammer aveva pensato a una mummia femminile in “Blood from the Mummy’s Tomb” (in Italia “Exorcismus – Cleo, la dea dell’amore”), ripreso 9 anni più tardi da Mike Newell per “The Awakening” (“Alla 39ª eclisse”).

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Da qui iniziano le trovate senza senso per tener in piedi il canovaccio del racconto e per giustificare l’ambientazione divisa tra Iraq e Inghilterra. Nel 1127, un gruppo di cavalieri crociati britannici invase l’Egitto (in realtà, lo fecero tra 1154 e 1169) portando in patria una serie di reliquie tra cui il Pugnale di Seth. Le loro tombe vengono scoperte fortuitamente nel sottosuolo di Londra durante lo scavo di una galleria ferroviaria. Di fronte all’eccezionale ritrovamento, gli uomini della Prodigium prendono in mano la direzione dei lavori e riescono a individuare solo la gemma rossa dell’arma. Nel frattempo, in Mesopotamia, nei pressi di Ninive, due soldati americani, Nick Morton (Tom Cruise) e  Chris Vail, approfittano della distruzione iconoclasta dell’ISIS per razziare a loro volta antichità e rivenderle al mercato nero. In particolare, si trovano nel leggendario sito di Haram portati da una mappa che Nick aveva rubato all’archeologa Jenny Halsey. Qui, dopo un bombardamento aereo, si apre una voragine nel terreno che rivela la presenza di una gigantesca caverna sotterranea con un mascherone egittizzante: si tratta del luogo di sepoltura di Ahmanet… ne hanno fatta di strada i sacerdoti! In fondo all’antro, un pozzo pieno di mercurio liquido, sorvegliato da sei statue di Anubi, custodisce il gotico sarcofago della principessa che viene issato con una fune e trasportato penzoloni in elicottero come se nulla fosse. Nel tirar su la bara, la principessa entra nella mente di Nick, ormai suo prescelto, maledendolo; i dialoghi nella visione sono resi abbastanza bene con la vocalizzazione convenzionale del tardo egiziano, cosa che presuppone la consulenza di egittologi che, però, non compaiono nei crediti. Il trasporto del sarcofago verso gli USA (perché?) avviene con un C-130 che, per esperienza personale, non è pressurizzato né silenzioso come nel film. L’aereo non arriva a destinazione perché Ahmanet lo fa precipitare nel mezzo dell’Inghilterra, proprio nelle vicinanze di una chiesa crociata dove è nascosto il pugnale. Lo scopo è chiaro: terminare il rituale d’invocazione di Seth usando questa volta Nick, sopravvissuto illeso all’incidente. La decrepita mummia comincia a riformarsi nel corpo succhiando l’anima di tutti coloro che le si parano davanti, ma non riesce nel suo intento perché la gemma rossa è stata divisa dall’arma con cui avrebbe dovuto uccidere la sua vittima sacrificale. Inoltre, catturata dagli uomini di Jekyll, viene portata nella loro base segreta sotto il Natural History Museum di Londra.

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È qui che la Prodigium raccoglie oggetti magici (tra cui il Libro di Amun-Ra) e i corpi dei mostri uccisi; stessa cosa vorrebbe fare con Ahmanet che, però, riesce a liberarsi e a distruggere mezza City con una tempesta di sabbia. S’impossessa perfino del pugnale e della gemma riunendoli per il rito finale, ma Nick, nonostante sia comandato mentalmente, decide di autopugnalarsi per prendere i poteri di Seth, sconfiggere il nemico e resuscitare la sua amata egittologa che nel frattempo era annegata. Qualcosa evidentemente non torna. Al di là dell’insensatezza della mummia che, pur controllando il soldato, non gli ordina cosa fare e si fa rubare il pugnale dalle mani, non si capisce la facilità di Nick nel ribellarsi dalla possessione di un dio e, anzi, di servirsene. Fatto sta che l’incarnazione di Seth sarà probabilmente tra i paladini che combatteranno il male nei prossimi film della Universal. Magari al fianco di Quasimodo…

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“I Dieci Comandamenti” (blooper egittologici)

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Dopo una vera e propria impresa biblica, sono riuscito finalmente a terminare di scrivere questo articolo! Infatti, nonostante le quasi 4 ore di film non fossero così invitanti, non potevo esimermi dal parlare di quello che, insieme a “Cleopatra”, è il kolossal più famoso sull’antico Egitto: “I Dieci Comandamenti”.

La storia è nota a tutti ed è stata sfruttata più volte dal mondo del cinema, come nel lungometraggio della DreamWorks “Il Principe d’Egitto” o nel recente “Exodus – Dèi e re” di Ridley Scott. Ma pochi sanno che la celeberrima pellicola del 1956 di Cecil B. DeMille è un remake dell’omonimo film diretto nel 1923 dallo stesso regista che, quindi, riprese il soggetto sfruttando del materiale girato oltre 30 anni prima – anche grazie a un uso sperimentale del Technicolor – e richiamando a recitare Julia Faye (Nefertari nel 1923, moglie di Aronne nel 1956). Una curiosità: nel 2012, un gruppo di archeologi ha scoperto nelle sabbie della California una sfinge colossale che faceva parte proprio della scenografia del primo film (immagine in basso).

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Source: livescience.com

Tornando alla ‘nuova’ versione, l’opera di DeMille può essere considerata, senza dubbio alcuno, una pietra miliare nella storia di Hollywood. Risalta ovviamente la spettacolarità della resa visiva garantita dalle tipiche opulenti ambientazioni anni ’50 e dagli effetti speciali che valsero l’unico premio Oscar su 7 nomination. Come dimenticarsi dell’iconica scena dell’apertura del Mar Rosso? Tuttavia, non va sottovalutato nemmeno il dualismo degli antagonisti Charlton Heston – scelto perché somigliante al Mosè di Michelangelo –  e Yul Brynner-Ramesse. L’estrema lunghezza, però, appesantisce la visione, nonostante gli evidenti tentativi di snellire la storia, come il taglio della piaga delle rane e il finale che appare sbrigativo. Dal punto di vista ‘egittologico’, invece, si riscontrano i classici errori del caso (nemes reale indossato anche da esponenti delle classi sociali più basse, geroglifici senza significato, pavimenti in marmo, edifici cartonati), ma, in generale, l’insieme è abbastanza credibile perché costumi e oggetti di scena sono stati riciclati dall’ottimo film “Sinuhe l’egiziano” uscito due anni prima. Si riscontra anche qualche abbozzo di ricerca storica, come nella scena del balletto durante il giubileo di Seti che prende spunto dai rilievi della tomba di Mehu a Saqqara (VI dinastia). Meno del 5% delle riprese è effettivamente girato in Egitto, soprattutto Monte Sinai e il deserto della penisola, mentre per il resto ci sono set ricostruiti e pannelli dipinti.

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Un’analisi più accurata della sceneggiatura necessita, per forza di cose, la valutazione dell’attendibilità storica dell’epopea di Mosè e, quindi, del racconto biblico che, comunque, non è l’unica fonte d’ispirazione del film (alcuni spunti sono stati presi da Midrash, Corano e Giuseppe Flavio, altri sono completamente inventati). Uno studio del genere, però, risulta decisamente problematico a causa della sudditanza che la civiltà occidentale, a chiare radici cristiane, ha sempre avuto nei confronti della Bibbia. Nel corso dei secoli, le Sacre Scritture non sono mai state messe in discussione e l’archeologia biblica ha spesso cercato conferme dei dati presenti nei versetti. L’indagine scientifica laica è stata osteggiata per decenni e, in alcuni casi, lo è tuttora; per questo, rispetto alle altre civiltà del Vicino Oriente, quella ebraica è meno nota dal punto di vista archeologico. Perfino Sigmund Freud si è cimentato nell’argomento scrivendo nel suo ultimo saggio, “Der Mann Moses und die monotheistische Religion”, che Mosè era in realtà un principe della corte di Akhenaton che trasmise il monoteismo amarniano agli Ebrei. Bisogna ricordare, però, che la Bibbia comprende una serie di reinterpretazioni funzionali di periodi remoti che precedono di secoli, se non di millenni, la sua redazione (forse iniziata nel VII secolo a.C.). In pratica, il Vecchio Testamento non è altro che una ricostruzione, a fini religiosi, legislativi e propagandistici, della nascita dello Stato d’Israele; un po’ come l’Eneide di Virgilio mitizza la fondazione di Roma. Ma se è sbagliato inseguire la prova di eventi veramente accaduti, si possono comunque individuare possibili influenze storiche.

I Parte

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DeMille colloca l’intera vicenda nel XIII secolo a.C., durante i regni di Ramesse I (1292-1291), Seti I (1290-1279) e Ramesse II (1279-1212, nell’immagine in alto). Il primo compare solo all’inizio quando, spaventato dalla proliferazione degli Ebrei nella terra di Gessen (Delta orientale), dà ordine di uccidere tutti i loro neonati di sesso maschile. In realtà, la Bibbia fa riferimento a due soli sovrani, senza specificarne il nome, e che, quindi, possono essere definiti il “faraone dell’oppressione”e il “faraone dell’esodo”. La scelta di questi re è dovuta dal fatto che si legge (Es 1,1-22) che il popolo schiavizzato di Israele costruisce le città-granaio di Pitom (fondata già sotto Horemheb) e Pi-Ramesse, la nuova capitale di Ramesse II. Non essendoci fonti egiziane che parlano dell’Esodo, è difficile trovare un riscontro; la più antica menzione degli Ebrei, invece, si trova nella “Stele di Merenptah” (1213-1203), in cui il termine ysrỉr è incluso tra i popoli sconfitti. Per questo, alcuni pensano che Merenptah possa essere il “faraone dell’esodo”. Un’altra teoria farebbe coincidere gli Ebrei con gli Shasu, beduini nomadi attestati già sotto Amenofi III (1387-1348). Israel Finkelstein (Tel Aviv University), invece, crede che la storia sia molto più recente e che sia da ricondurre allo scontro tra Necao II (XXVI din.) e Giosia di Giuda (648-609). Più semplicemente, il racconto potrebbe non riferirsi ad alcun momento in particolare: la pressione di popolazioni asiatiche, anche semitiche, sui confini orientali è sempre stato un problema del Basso Egitto, così come sono numerosi i testi che parlano di campagne militari contro le tribù del deserto. Situazione che sfociò nelle dinastie straniere durante il II Periodo Intermedio. Quest’ultima circostanza, fra l’altro, è stata utilizzata pochi giorni fa da Mustafa Waziri, direttore delle Antichità di Luxor, per la sua personale interpretazione dell’Esodo che, quindi, risalirebbe al XV secolo a.C. Secondo la sua teoria, il Faraone non sarebbe stato nemmeno ‘egiziano’ ma Hyksos.

L’argomento schiavitù, invece, merita un approfondimento maggiore che svilupperò nella rubrica “bufale eGGizie”. Basti sapere solo che, durante una visita ufficiale al Museo Egizio del Cairo nel 1977, il Primo ministro israeliano Manachem Begin affermò orgoglioso: «Noi costruimmo le piramidi!». Poi ammise l’errore e chiese scusa.

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Tornando al film, per salvare il figlio appena nato dal massacro voluto da Ramesse, Iochebed lo ripone in una cesta e lo abbandona nel Nilo (luogo che, tra serpenti, coccodrilli, ippopotami e mulinelli, è sicuramente adatto a un neonato…) dove viene ritrovato proprio dalla figlia del faraone, Bithia. La principessa, vedova e sterile, decide di tenere il bambino e di adottarlo chiamandolo Mosè (Es 2,1-10). Le teorie sull’etimologia del nome sono varie, tutte da verificare, dalla classica biblica “salvato dalle acque” ad altre che prendono in considerazione la lingua egizia: da messw “generato/nato da (=bambino)” o da mw “acqua” e swt “giunco”, dove s’incastrò la cesta. Sembra comunque evidente che siamo nel campo delle speculazioni. Più interessante è l’origine del racconto, cioè il “mito dell’esposizione” che è un motivo letterario presente in molte civiltà del passato e che sembra avere come radice la Leggenda di Sargon di Akkad (XXIV-XXIII sec. a.C.): «Sargon, re potente, re di Akkad, sono io […] Mia madre, la somma sacerdotessa, mi ha concepito e nel segreto mi ha partorito. Ella mi ha posto in una cesta di giunchi, con la pece mi ha sigillato le porte. Mi ha lasciato nel fiume dal quale non potevo salire […]». L’abbandono del futuro eroe infante è riscontrabile anche dopo la nascita di Paride e di Romolo e Remo e ha significative somiglianze con il mito di Horus, nascosto dalla madre Iside proprio nelle paludi del Delta.

Gli anni passano e Mosè diventa principe al pari del fratellastro Ramesse con cui da subito ha un rapporto di competizione per il trono e di gelosia per il cuore della bella Nefertari (Anne Baxter): chi avesse sposato la favorita del re, infatti, sarebbe diventato il futuro faraone. Questo significa che Nefertari era figlia di Seti e che, quindi, si sarebbe prospettato un incesto, normalissimo per la civiltà egizia ma scabroso per la bigotta America degli anni ’50 e sottaciuto nel film. In ogni caso, la presenza della bella di turno è una completa invenzione degli sceneggiatori per inserire l’immancabile storia d’amore. Come si vede nella foto in alto, Mosè e Ramesse hanno una particolare ciocca di capelli che ricade sul lato destro della testa; peccato che si tratti della “treccia della gioventù” che i bambini maschi portavano fino al 10° anno di età. I due mi sembrano un po’ troppo grandicelli per quel taglio; inoltre, se vogliamo essere pignoli, solo Yul Brynner lo rispetta a pieno essendo calvo già di suo. Intanto, tra gli Ebrei si sparge la voce della futura venuta di un liberatore che li avrebbe affrancati dalla schiavitù e Ramesse assolda Dathan, una sorta di kapo, con talenti d’oro (ma in Egitto le monete compaiono solo nel VI-V sec. per pagare i mercenari greci) per avere informazioni a riguardo.

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Mosè scopre le sue vere origini e decide di abbandonare la corte per vivere come uno schiavo tra il suo popolo, ma viene arrestato e condotto di fronte a Seti durante il suo giubileo. Nell’antico Egitto, però, il giubileo, o Heb-Sed, era una festa celebrata al 30° anno regno, e poi ogni tre, per rinnovare la forza del faraone; Seti I rimase al trono solo per 10 anni circa. A questo punto, c’è un’incongruenza con il racconto biblico (Es 2,16-22) che vede Mosè fuggire nel deserto del Sinai; invece, nel film, l’ebreo viene condotto al confine orientale e bandito dall’Egitto. Sullo sfondo finto (nell’immagine in alto, si vede il diverso colore della sabbia), si stagliano due piramidi che, al di là del loro aspetto in rovina che ovviamente si riferisce ai giorni d’oggi, sono fuori luogo per un altro motivo. Si tratta, infatti, delle piramidi di V dinastia di Neferirkara Kakai (a destra) e di Sahura (sinistra) che si trovano ad Abusir, centinaia di km a sud del confine orientale e, per giunta, nel deserto occidentale. Nel paese di Madian, ai piedi del Monte Sinai, Mosè vive per anni in una tribù di pastori, si sposa con Sefora e ha due figli (nel film uno), fino a quando viene chiamato da Dio sotto forma di rovo ardente che gli dice di tornare indietro a liberare il suo popolo.

II Parte

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Il profeta si presenta a palazzo dove il nuovo faraone Ramesse sta ricevendo tributi dagli ambasciatori dei popoli stranieri. Tra questi, gli sceneggiatori aggiungono anche un improbabile legato di Priamo re di Troia. Da questo momento, inizia la rappresentazione delle 10 piaghe che, però, si limita solo alla tramutazione dell’acqua in sangue (immagine in alto),  alla grandine infuocata, all’oscurità e alla morte dei primogeniti egiziani . Le altre, rane (eliminate durante il final cut), zanzare, mosche/pidocchi, moria del bestiame e ulcere, sono solo nominate. Anche in questo caso, molti hanno provato a trovare una spiegazione più o meno scientifica alle piaghe. Perfino Ramesse nel film cerca di razionalizzare la prima dicendo di aver sentito che un pezzo di montagna si era staccato in Etiopia e aveva tinto di rosso il fiume. Effettivamente, prima che la Grande Diga di Assuan interrompesse il fenomeno, il Nilo diventava più scuro grazie all’apporto delle acque torbide del Nilo Bianco e dell’Atbara che nascono dall’Acrocoro Etiopico. Qui, all’arrivo delle piogge monsoniche, i due affluenti si caricavano di terreno ferroso e portavano in Egitto il fertile limo con la piena. IN generale, tutto sarebbe stato scatenato da una serie di fenomeni climatici successivi a un grande evento distruttivo. In particolare, Robert K. Ritner (Oriental Institute di Chicago) parla della celeberrima eruzione di Santorini (1628 a.C.) che proiettò pomici fino al Delta dove sono state trovate negli strati archeologici del II Periodo Intermedio (possibile grandine infuocata). La cenere vulcanica avrebbe poi oscurato il cielo per giorni (eclisse) e favorito la proliferazione di alghe rosse rendendo più acido il pH dell’acqua (tramutazione in sangue). Con questa nuova acqua meno salubre, sarebbero morti i pesci, lasciando spazio alle rane, e i capi di bestiame la cui putrefazione avrebbe attirato insetti, causa a loro volta delle pustole. Le cavallette, invece, con i loro escrementi avrebbero favorito la formazione di microtossine sul grano divenuto letale per chi, come i primogeniti, aveva doppia razione. Tutto troppo macchinoso e inutile! Le piaghe probabilmente sono solo una descrizione metaforica di un periodo caratterizzato da carestie e sconvolgimenti climatici.

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Finalmente Ramesse si convince a lasciar partire gli Ebrei verso est, ma, spinto dalla voglia di vendetta, prepara l’esercito per l’inseguimento. Tra i soldati, vengono mostrate anche le guardie Shardana, gruppo di Popoli del Mare caratterizzato dall’elmo cornuto e rappresentato anche nei rilievi della battaglia di Qadesh (nel doppiaggio italiano, però, vengono chiamati ‘Sardi’, forse fomentando la fissa di alcuni fantarcheologi isolani che debunkerò prossimamente). Però, come tutti sanno, le truppe egiziane saranno ingoiate dalle acque del Mar Rosso e Ramesse tornerà da solo a palazzo, anche se la Bibbia non specifica la sorte del Faraone. Anche in questo caso, esiste una bufala che rispunta puntualmente ogni anno secondo la quale, a largo della città di Ras Gharib, sarebbero stati ritrovati oltre 400 scheletri e i resti di armi e carri da guerra inglobati nella barriera corallina. L’apertura miracolosa del mare, invece, è spiegata con tsunami o con forti venti da est.

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Ultimo particolare da rilevare è la forma del vitello d’oro, idolo pagano fatto realizzare da Dathan (nella Bibbia da Aronne) fondendo i gioielli delle donne e tutti i tesori portati dall’Egitto (Es 32,4). La statua s’ispira chiaramente al Toro Api, con il disco solare tra le corna, che, però, non era mai rappresentato seduto sulle zampe posteriori.

P.S. Ricordate il 13° comandamento: “Ricordati di condividere questo articolo!”

 

 

 

 

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“Gods of Egypt” (blooper egittologici)

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Per la prima volta da quando è nato questo blog, sono andato al cinema appositamente per scrivere un articolo da inserire nella rubrica Blooper egittologici: non avrei potuto scegliere occasione peggiore. “Gods of Egypt”, infatti, va dritto sul podio delle più brutte opere finora recensite, seppur non riuscendo a superare il primato assoluto che, in extremis, rimane a “The Pyramid”. E il fatto che non abbia potuto apprezzare a pieno tutte le potenzialità del film – nella mia città non era disponibile la versione in 3D – non fornisce di certo alcuna attenuante. Proprio per l’insolita genesi di questo post, esprimerò le mie reazioni a caldo senza soffermarmi sui particolari e utilizzerò immagini prese dalle pagine social ufficiali della pellicola.

CTtf7TtUwAApGdw.jpgIl film, diretto da Alex Proyas (“Il corvo”, “Io, Robot”), partiva con grandi ambizioni grazie a un budget di 140 milioni di dollari e a una pressante campagna pubblicitaria, cavalcando una moda egittomaniaca che sembra aver contagiato il grande e il piccolo schermo negli ultimi due o tre anni (“Exodus”, “The Pyramid”, “Notte al museo – Il segreto del faraone”, “Tut”). Nonostante ciò, negli USA, gli incassi sono stati veramente scarsi e, in Inghilterra, è probabile che sarà rilasciata solo la versione in DVD. Inoltre, ancor prima dell’uscita nelle sale, il regista è stato costretto a scusarsi per la scelta di un cast troppo ‘caucasico’; polemiche del genere sono frequenti nei film che trattano di Egitto antico, ma, questa volta, si è decisamente esagerato visto che gli attori di colore sono solo due – con parti marginali per giunta – e quelli bianchi hanno tratti tutt’altro che mediterranei. Fra l’altro, sembra che nella versione originale Gerard Butler, il villain della situazione, non si sia nemmeno sforzato di mascherare il suo accento scozzese.

La storia racconta di un giovane principe che lotta per il suo legittimo trono e vendica la morte del padre sconfiggendo il malvagio zio che si era appropriato della corona. No, non è il Re Leone ma una libera, molto libera, reinterpretazione del mito di Horus e Seth, arrivato fino a noi attraverso diverse versioni che, come vedremo, si discostano tutte dalla sceneggiatura del film. Siamo in un periodo fantastico in cui uomini e dèi vivono insieme nella Valle del Nilo. Effettivamente, all’inizio del “Canone Regio” di Torino (il papiro con un’importantissima lista dei faraoni redatta probabilmente sotto Ramesse II), sono indicati proprio Ptah e altre divinità al governo del Paese; il problema è che, in “Gods of Egypt”, le uniche differenze che questi esseri mitici hanno con le normali persone sono una maggiore altezza (avranno preso spunto dalla particolare scala gerarchica dell’arte egizia che, di solito, viene sfruttata come ‘prova’ dai fantarcheologi convinti dell’esistenza dei giganti) e la possibilità di trasformarsi. Quest’ultima caratteristica è forse la cosa peggiore del film: gli dèi sono tutti antropomorfi, ma possono acquisire i loro connotati zoomorfi con una specie di armatura da Cavalieri dello Zodiaco che spunta con effetti degni della prima serie dei Power Rangers. Per di più, Horus & Co. sono tutti mortali; d’accordo, la mitologia egizia dice che Osiride muore per mano di Seth, ma, qui, gli dèi possono rimetterci le penne anche precipitando dall’alto, schiacciati dalle macerie, avvelenati da serpenti, bruciati dal fuoco e perfino di vecchiaia dopo 1000 anni. In pratica, abbiamo poco più di supereroi con qualche potere speciale. La stessa CGI che ‘veste’ i protagonisti è stra-abusata per la creazione di un’ambientazione da parco tematico che sembra essere stata partorita dallo stesso scenografo del video “Dark Horse” di Katy Perry. Gli attori avranno passato mesi a recitare davanti a pannelli verdi e, se sono vere le proprietà psicologiche di quel colore, almeno avranno stemperato in parte lo stress dovuto alla partecipazione a un flop clamoroso. L’Egitto così rappresentato è il trionfo trash dell’oro, presente anche, se non bastasse già quello spalmato ovunque, nelle vene degli dèi. Dalle loro ferite, infatti, sgorga il prezioso metallo fuso rifacendosi, almeno per una volta, alla tradizione faraonica che vede le membra divine fatte proprio d’oro (ed è l’unica cosa che ho apprezzato in 127 minuti). Inutile, poi, analizzare l’attendibilità di edifici che appartengono a un mondo parallelo, a un universo fantasy glitterato in cui piramidi spuntano su isole nel Nilo e un obelisco supera i 1.100 metri (il grattacielo più alto oggi arriva a 828).

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Tornando alla storia, Osiride – che assomiglia al Re di cuori delle carte francesi – vorrebbe cedere il trono al giovane figlio Horus (Nikolaj Coster-Waldau), ma il fratello Seth (Gerard Butler) lo uccide insieme a Iside, strappa entrambi gli occhi al nipote e rende schiavi dèi e uomini. Il breve combattimento tra Horus e Seth è, senza esagerare, la fotocopia della scena di “300” in cui Leonida, qui con barba un po’ più corta e lustrini a coprire il petto, si lancia contro i Persiani con alternanza di rallenty e fast motion. In realtà, il mito narra che l’invidioso Seth sigilla con uno stratagemma il fratello in una bara e lo fa annegare, per poi trucidarlo e sparpagliarne i pezzi lungo il Nilo. Iside, dea anche della magia, riesce poi a recuperare tutti i brandelli del cadavere dello sposo a eccezione del pene – sostituito con un membro posticcio -, ricomporli e ad avere un rapporto sessuale con il cadavere di Osiride. Solo in questo momento viene concepito Horus che, quindi, non era ancora nato alla morte del padre. Il dio falco viene nascosto da Iside durante la giovinezza e poi perde SOLO un occhio durante lo scontro con Seth, prima di compiere la sua vendetta e prendersi il trono dell’Egitto (particolarmente interessante è la versione del Papiro Chester Beatty I in cui i due si contendono la corona di fronte a un vero e proprio tribunale con tentativi di depistaggio, inganni, liti, prove da superare e perfino scene prossime al porno).

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Nel film, invece, Horus, ormai cieco, è esiliato da Seth nel deserto dove viene contattato da un giovane ladro, Bek (Brenton Thwaites), che si propone di recuperare i suoi occhi in cambio della liberazione della ragazza, Zaya (Courtney Eaton). La giovane, infatti, è diventata la schiava dell’architetto di Seth ed è, così, in grado di arrivare ai progetti dei magazzini dove sono custoditi gli udjat. In questi sotterranei, Zak supera con la massima scioltezza diverse trappole mortali, in un misto tra “Indiana Jones” e “Prince of Persia”, ma riesce a prendere un solo occhio. Intanto, Zaya viene uccisa e, accompagnata da Anubi, arriva quasi al giudizio dell’anima durante il quale, a differenza di quello che si legge nel capitolo 125 del Libro dei Morti, si salvano solo i ricchi i cui tesori pesano più della piuma di Maat. A questo punto, c’è bisogno dell’aiuto del dio supremo Ra (Geoffrey Rush), che vive in una specie di stazione orbitante oltre l’atmosfera terrestre e che combatte, giorno dopo giorno, contro il serpente del caos Apofi (praticamente il Nulla de “La Storia Infinita” con la bocca di un Tremor). Horus e Bek raggiungono quest’astronave attraversando uno Stargate (come avete notato, il film è permeato da un continuo, fastidioso senso di déjà-vu che aggrava la scarsa originalità della storia) e prendono un’ampolla di un’acqua sacra da versare nel pozzo che va al centro del mondo, fonte del potere di Seth (anche questo non vi ricorda qualcosa?). Per arrivare alla meta, però, Horus e Bek, con l’aiuto del saggio Toth, risolvono perfino l’enigma della Sfinge. Peccato che questa caratteristica del leone a testa umana sia stata introdotta solo con Esiodo (VIII-VII sec. a.C.) nel mito di Edipo. In ogni caso, saltando un’altra inutile mezz’ora di girato, si va verso lo scontro finale tra Horus e Seth che combattono con lance laser alla “Star Wars” e allo scontatissimo finale che non vi anticipo.

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Il giudizio complessivo del film, pur non tenendo conto di una visione completamente distorta dell’antico Egitto e della sua religione, è ovviamente più che negativo. Per tutto ciò che ho scritto in precedenza, sconsiglio a chiunque di perdere tempo a guardarlo, nemmeno con l’ottica di farsi due risate con gli amici perché, nonostante sia un blockbuster uscito male, “Gods of Egypt” si prende sul serio mancando di una qualsiasi traccia di ironia e, soprattutto, di autoironia. Dal lato opposto, non c’è nemmeno l’epicità che ci si aspetterebbe da una storia mitologica. Le scene si susseguono velocemente senza pathos o suspense (Es. Horus: “Ra, ti prego, aiutami, non riesco a trasformarmi senza entrambi gli occhi”; un secondo dopo, puff, ecco l’armatura) e non sembrano nemmeno legate tra loro; i combattimenti sono troppo brevi; le altre scene d’azione sono stereotipate, per non dire scopiazzate altrove; tutte le reazioni sono innaturali; la sensualità dell’unica situazione ‘scabrosa’ è pari a quella di una soap argentina. In più, la computer grafica è veramente oppressiva e mal impiegata, soprattutto quando – e qui c’è voluto occhio – ci si accorge che alcune piramidi galleggiano senza un contatto fisico con la sabbia sottostante.

 

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Gli Oscar dell’Egittologia

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Statuetta di Ptah, legno dorato, dalla tomba di Tutankhamon (Museo Egizio del Cairo, JE 60939)

Questa notte, si terrà l’88ª edizione degli Academy Awards durante la quale verranno assegnati oltre 20 Oscar. Nella storia del premio, qualche statuetta è finita anche a film che, in un modo o nell’altro, si sono occupati dell’antico Egitto e che ho recensito per la rubrica “Blooper egittologici”. Ovviamente, si tratta di quasi tutti riconoscimenti di carattere tecnico. Ecco quali (tra parentesi, l’anno di assegnazione):

Cleopatra (1935)

  • Miglior fotografia: Victor Milner

I Dieci Comandamenti (1957)

  • Migliori effetti speciali: John Fulton

Cleopatra (1964)

  • Miglior fotografia (colore): Leon Shamroy
  • Miglior scenografia (colore): John DeCuir, Jack Martin Smith, Hilyard Brown, Herman Blumenthal, Elven Webb, Maurice Pelling, Boris Juraga, Walter M. Scott, Paul S. Fox e Ray Moyer
  • Migliori costumi (colore): Irene Sharaff, Vittorio Nino Novarese e Renié
  • Migliori effetti speciali: Emil Kosa Jr.

Assassinio sul Nilo (1979)

  • Migliori costumi: Anthony Powell

I Predatori dell’Arca Perduta (1982)

  • Miglior scenografia: Norman Reynolds, Leslie Dilley e Michael Ford
  • Miglior montaggio: Michael Kahn
  • Miglior sonoro: Bill Varney, Steve Maslow, Gregg Landaker e Roy Charman
  • Migliori effetti speciali: Richard Edlund, Kit West, Bruce Nicholson e Joe Johnston
    • Miglior montaggio degli effetti sonori: Ben Burtt e Richard L. Anderson

Il Principe d’Egitto (1998)

  • Miglior canzone: “When You Believe”, musica e testo di Stephen Schwartz
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“Stargate” (blooper egittologici)

Stargateposter“Stargate” è sicuramente il film più legato, secondo l’immaginario comune più recente, all’Egitto. La pellicola, diretta nel 1994 da Roland Emmerich, ebbe un buon successo di pubblico facendo leva su argomenti fantascientifici d’interesse come la teoria degli universi paralleli e lo zampino extraterrestre nelle grandi costruzioni del passato. In più, erano gli anni in cui uscirono “best seller” scritti da giornalisti/saggisti/ingegneri/ciarlatani che, improvvisatisi egittologi (e ancora oggi fanno danni), inculcarono nella testa di milioni di persone che le piramidi sono molto più antiche rispetto alla datazione ufficiale e che gli Egizi altro non erano che i discendenti di chissà quale popolazione perduta ultratecnologica. Per tutti questi motivi, “Stargate” è il film di riferimento ogni amante della fantarcheologia. Ciò che ne viene fuori è un misto tra “Indiana Jones” e “Guerre Stellari” con tesi più che fantasiose sull’origine della civiltà egizia, ma che, al tempo stesso, si fregia della consulenza linguistica di un vero egittologo, Stuart Tyson Smith, professore presso la University of California Santa Barbara e presente anche alla realizzazione de “La Mummia” e “La Mummia – Il ritorno” (il che non è così onorevole per la sua carriera accademica). Smith, utilizzando la pronuncia del copto, si è occupato di tutti i dialoghi in lingua egizia, tranne una frase: la traduzione di «Sono morto?», «Yawa meton-i», è stata modificata in post-produzione perché suonava troppo come «You want me tonight!»

Cavalcando l’onda, venne realizzata anche una serie televisiva, “Stargate SG-1”, più altri spin-off e, lo scorso 29 maggio, la Warner Bros ha annunciato che ci sarà un reboot suddiviso in una trilogia, proprio come prevedeva il progetto originario. Da adesso in poi: ATTENZIONE SPOILER!

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8000 a.C.: nel deserto nordafricano, un giovane è rapito da un’astronave e il suo corpo viene parassitato dall’ultimo esponente di una razza aliena in via d’estinzione che darà il via allo sviluppo tecnologico delle popolazioni primitive sulla Terra. 9928 anni dopo, l’archeologo Robert Langford riporta alla luce a Giza un enorme coperchio di pietra con iscrizioni geroglifiche e un anello fatto in un metallo sconosciuto. Tutto il materiale finisce negli USA per essere studiato, fino ai giorni nostri, quando i militari fiutano una possibile applicazione bellica della scoperta e, sotto la direzione del Colonnello O’Neill (Kurt Russell), affidano la ricerca a Catherine, l’ormai anziana figlia di Langford, e ad altri scienziati.

Stargate_Coperchio_di_pietraMa, dopo numerosi insuccessi, viene chiamato il Dott. Daniel Jackson (James Spader), stereotipato egittologo occhialuto e imbranato che, però, alla fine conquisterà la bella di turno (alla faccia di Jena Plissken!). L’intervento di Jackson è dovuto alle sue teorie di retrodatazione della Grande Piramide che corrispondono ai risultati del C14 sull’anello: 10.000 anni fa. Poi, come abbiano fatto a esaminare una struttura in materiale inorganico con il radiocarbonio, possono spiegarcelo solo gli alieni… In ogni caso, Daniel arriva nel laboratorio segreto e subito corregge la traduzione errata del testo inscritto sul coperchio di pietra (vedi l’immagine in alto) affermando che chi l’aveva decifrato prima poteva aver utilizzato solo l’ormai superato dizionario di Budge. Questa battuta è sicuramente farina del sacco di Smith e l’avranno capita in pochi perché Sir Ernest Alfred Thompson Wallis Budge fu un egittologo inglese che lavorò per il British Museum a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Certo è che sarebbe stato come minimo strano l’utilizzo, da parte di uno studioso nel 1993, di “An Egyptian hieroglyphic dictionary: with an index of English words, king list and geological list with indexes, list of hieroglyphic characters, coptic and semitic alphabets, etc” che è stato pubblicato nel 1920. Tra tutti i geroglifici, ci sono 6 segni sconosciuti che Jackson inizialmente non riesce a decifrare. Durante i suoi tentativi, sul tavolo si vedono due libri all’epoca usciti da poco: “Egypt Before the Pharaohs” di Hoffmann e “The Face of Tutankhamun” di Frayling (decisamente meno utile del primo alla ricerca, ma una marchetta alla BBC, produttrice dei documentari a cui il testo si è ispirato, la si fa sempre volentieri). Finalmente, capisce che sono costellazioni, le coordinate spaziali che servono ad attivare lo Stargate e a collegare la Terra ad Abydos (una delle più antiche città d’Egitto), pianeta abitato da umani deportati come schiavi, millenni prima, dall’alieno che si fa chiamare Ra e che si fa venerare come un dio.

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Parte una spedizione composta da Jackson, O’Neill e altri soldati che si ritrovano in una sorta di tempio funerario ai piedi della copia esatta della Piramide di Cheope. La struttura, quasi completamente coperta dalla sabbia, è composta da una rampa processionale che parte da due obelischi (in blocchi e non monolitici come quelli egizi) e che arriva a un pilone. La piramide, invece, altro non è che il punto di “attracco” dell’astronave di Ra, a sua volta a forma piramidale. I locali scambiano Daniel per un messaggero di Ra a causa dell’amuleto con l’udjat che gli aveva dato Catherine come portafortuna per il viaggio; così, lo portano, insieme al colonnello e ad altri due uomini, nella città di Naqada (altro sito predinastico e riferimento a un’origine più antica della civiltà nilotica). Il resto della squadra viene attaccato e catturato dalle guardie di Ra che indossano maschere robotiche con le fattezze di Anubi e Horus.

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L’egittologo viene accompagnato dalla bella Sha’uri in un luogo segreto dove è scritta la storia del popolo (vedi in basso) ed è nascosta la combinazione per tornare indietro con lo Stargate. Imparato il dialetto locale e la pronuncia, Jackson capisce che Ra è un alieno che sfrutta il minerale del pianeta per portare avanti la sua tecnologia e per rigenerare all’infinito, in un sarcofago a forma di cartiglio, il corpo preso “in prestito” dal cavernicolo visto all’inizio del film. Si viene a sapere anche che gli uomini sulla Terra, però, si ribellarono alla sua tirannide seppellendo la Porta delle Stelle e interrompendo il collegamento con l’altro mondo dove venivano deportati per lavorare in miniera.

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Tagliando corto, anche perché finiscono i riferimenti all’Egitto, la stessa cosa succede su Abydos. Prima si ribellano i giovani aiutati dai soldati terrestri e poi tutti gli altri abitanti che sconfiggono le guardie, fino a poco tempo prima considerate divine, e costringono alla fuga Ra. Jakson e O’Neill, però, riescono a teletrasportare una bomba (che sarebbe servita fin dal principio a distruggere il portale in caso di pericoli) sulla navicella distruggendo per sempre l’alieno e il suo governo despotico. I superstiti della spedizione tornano a casa con lo Stargate, ma Daniel decide di rimanere lì, non so se più spinto dalla voglia di studiare quella civiltà o dalla consapevolezza di aver trovato una ragazza che si sarebbe sognato negli USA!

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I sequel anni ’40 de “La Mummia” (blooper egittologici)

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Il grandissimo successo de “La Mummia” ingolosì a tal punto i produttori della Universal Pictures che furono realizzati, negli anni ’40, quattro film impropriamente definiti sequel dell’originale del 1932. Infatti, nonostante siano stati riciclati scenografia e addirittura spezzoni della pellicola di Freund, la storia non continua quella precedente, ma è una sorta di reboot con personaggi diversi. Si racconta sempre del risveglio di una mummia maledetta, ma è quella del principe Kharis e non più del sacerdote Imhotep; per questo, si parla anche di “Ciclo di Kharis”.

Tale premessa è sufficiente a far capire lo spessore di questa tetralogia che è stata prodotta a bassissimi costi girando lungometraggi di poco più di un’ora che si svolgono in location limitate e che sfruttano, come già scritto, materiale esistente. Non vale la pena presentare un’analisi accurata per questi b-movies, come di solito faccio nella rubrica “blooper egittologici”, e ho deciso di presentarveli tutti insieme con le loro curiosità e divertenti castronerie. Inoltre, ho faticato un po’ a trovarli perché non sono mai usciti nelle sale italiane, quindi è probabile che non li abbiate visti e che non li vedrete nemmeno dopo aver letto l’articolo.

 

“The Mummy’s Hand” (1940)

6a00d8341c630a53ef0133ee4a4479970bCon soli 80.000 $ (per rendersi conto, otto anni prima il budget era stato di quasi 200 mila), Christy Cabanne gira un film che non può nemmeno essere accostato a “La Mummia” (qui potrete vederlo LEGALMENTE in inglese). Tutto è a risparmio: scenografie (in parte riutilizzate), ambientazioni (tre di numero), attori (il divo Boris Karloff è sostituito da Tom Tyler solo perché gli somigliava leggermente) e trucco (come si vede nell’immagine in alto, la mummia sembra portare dei pantaloni e, per quasi tutte le scene, il trattamento del volto è semplificato con una maschera di gomma). Inoltre, all’inizio, per introdurre la storia, vengono montati gli spezzoni del 1932 che raccontano la storia d’amore tra Imhotep e Anck-es-en-amun, la morte della principessa, il sacrilegio del sacerdote e la sua mummificazione forzata. Ovviamente, i primi piani di Karloff sono stati sostituiti con quelli di Tyler (anche per evitare di pagare i diritti di immagine alla star).

Come anticipato, i personaggi cambiano. La principessa si chiama Ananka, mentre la mummia appartiene al principe Kharis, condannato a vigilare sulla tomba della sua amata per l’eternità. Ma a proteggere la tomba c’è anche una setta segreta di seguaci del vecchio culto guidata dal sacerdote del dio Karnak (non serve che puntualizzi, vero?) Adhoneb. Quando due archeologi disoccupati, l’eroico Steve Banning (Dick Foran) e il comico Babe Jenson (Wollace Ford), grazie a un vaso acquistato in un mercato al Cairo, risalgono all’esistenza della sepoltura, Adhoneb fa risvegliare la mummia di Kharis con una pozione magica. La mummia uccide alcuni membri della missione, tra cui il direttore del Museo Egizio del Cairo, il Dott. Petrie (un chiaro riferimento a Flinders Petrie, grande egittologo britannico e padre della moderna archeologia), e rapisce la bella figlia del finanziatore dello scavo, rispettando uno dei più famosi stereotipi degli horror classici. Come Anck-es-en-amun, anche Ananka (e apprezzate l’allitterazione!) ha bisogno del sacrificio di una giovane in cui reincarnarsi, ma i due archeologi riescono a fermare il piano sparando al sacerdote e dando la mummia alle fiamme. Il film termina con i tre che tornano in America insieme al corpo della principessa e al suo corredo funebre.

L’effetto comico della coppia di egittologi fu così riuscito che, nel 1955, “The Mummy’s Hand” venne parodiato da un film di Gianni e Pinotto, “Il mistero della piramide” (Abbott and Costello Meet the Mummy”), sempre prodotto dalla Universal.

 

“The Mummy’s Tomb” (1942)

The Mummy's TombLa formula sembra funzionare, così la Universal decide di lanciare un seguito affidandolo a Harold Young, che occupa buona parte dei 61 minuti del film con spezzoni de “La Mummia” e “The Mummy’s Hand” più altro materiale d’archivio. Vedendo il finale precedente, è chiaro che la realizzazione di “The Mummy’s Tomb” non fosse prevista. Infatti, ci sono dei colpi di scena stiracchiati per far stare in piedi la trama: sono passati 30 anni dalla scoperta della tomba di Ananka e si viene a scoprire che Adhoneb (George Zucco) non è morto per le pallottole di Jenson (qui, inspiegabilmente diventa Hanson) e, desideroso di vendetta, invia negli USA il suo successore, Mehmet Bey (stesso cognome fittizio adottato da Imhotep nella Mummia originale), e la mummia di Kharis (che sembra non avere nemmeno una bruciacchiatura, ma tanto farà la stessa fine) per uccidere tutti i componenti rimasti della missione archeologica di Banning e i loro discendenti (avranno viaggiato in prima classe?). Il sacerdote si fa assumere come guardiano del cimitero di Mapleton, Massachusetts, dove somministra l’elisir di foglie di tana alla mummia e la fa risorgere. Il mostro, da qui in poi impersonato da Lon Chaney Jr., è ancora più impacciato trascinando la gamba sinistra e piegando perennemente il braccio destro contro il petto; ma, nonostante ciò, riesce a strangolare l’ormai anziano Banning e altre persone. Hanson avverte tutti, senza essere creduto, che gli omicidi sono opera di Kharis, fino a quando alcuni esami su una sostanza grigia trovata nei luoghi del delitto rilevano muffa di mummia… Poi, Bey fa rapire Isobel, la fidanzata del figlio dell’archeologo, per continuare la stirpe reale, ma lo sceriffo spara al sacerdote e un’orda inferocita armata di torce intrappola la mummia dando fuoco all’abitazione dove si trova (ogni riferimento a Frankenstein è puramente casuale). Happy end con la fine della maledizione e il matrimonio tra Isobel e John Banning.

La storia di “The Mummy’s Tomb”, insieme a quella di “The Mummy’s Hand”, verrà ripresa nel 1959 dalla Hammer Film Production per la sceneggiatura di “The Mummy”.

 

“The Mummy’s Ghost” (1944)

ImmaginefTerzo film della serie e unico a non utilizzare flashback. Un punto a favore di Reginald Le Borg e della sua originalità? No, semplicemente mancanza di volontà nel dare spiegazioni che colleghino la storia di “The Mummy’s Ghost” a ciò che era successo prima. In ogni caso, siamo negli anni ’70 e il decrepito Adhoneb, questa volta sacerdote di Arkham (???), invia in America un nuovo adepto, Yousef Bey, a riprendersi le mummie di Kharis e Ananka. Intanto, il Prof. Norman, egittologo di Mapleton, compie degli esperimenti con le mistiche foglie di tana studiando antichi geroglifici, ma Kharis appare (non chiedetevi il perché, Bey non è nemmeno ancora negli USA) strangolandolo. Il sacerdote e la mummia si recano presso un inventato “Scripps Museum” di New York (vedi immagine), dove è conservato il corpo della principessa e tutto il suo corredo, ma improvvisamente i resti di Ananka si polverizzano perché l’anima si reincarna in Amina Mansouri (Ramsay Ames), giovane studentessa di storia di origini egiziane. Kharis non la prende bene e, con un’inaspettata agilità, distrugge tutti i reperti esposti e uccide una guardia. Yousef capisce tutto e torna a Mapleton dove Amina, ipnotizzata, sviene ed è rapita dalla mummia. Ma succede che entrambi i cattivoni s’innamorano della ragazza e si sa… tra i due litiganti, il mostro immortale super potente gode; Bey vola dalla finestra e Kharis se ne va con la donna. Da qui in poi, ci sono scene trite e ritrite: l’orda inferocita di abitanti del luogo insegue la creatura, la creatura fugge nella foresta con la bella, la creatura viene fermata e uccisa, la bella viene salvata. No, un momento, colpo di scena! Amina muore! Mentre è tra le braccia della mummia, invecchia di colpo di 3000 anni e i due s’inabissano per sempre (in realtà, come vedremo, solo per qualche anno) in una palude.

 

“The Mummy’s Curse” (1944) 

The_mummy's_curseSempre nel 1944, esce il quarto ed ultimo (meno male!) episodio del “Ciclo di Kharis” e tornano i lunghi flashback di seconda/terza mano (qui il film completo in inglese). Il regista Leslie Goodwins fa ripartire la storia a 25 anni dagli ultimi eventi (quindi dovremmo essere intorno al 1995, ma non c’è alcun tentativo di rappresentare il futuro) in Louisiana dove, durante alcuni lavori di dragaggio di un fiume, viene ritrovata la mummia di Kharis. Come sia finita lì dal Massachusetts è un mistero perché ce n’è di strada da fare! Sul cantiere, si presentano due studiosi dello Scripps Museum in cerca delle mummie perdute, ma uno dei due, Ilzor Zandaab (Peter Coe), altro non è che l’ennesimo sommo sacerdote che non lascia in pace il povero principe maledetto. Ilzor, insieme a un suo sottoposto, porta la mummia nelle rovine di un monastero abbandonato e, con la solita pozione, la riporta in vita. Nel frattempo, anche Ananka, impersonata qui da Virginia Christine, si risveglia sbucando lentamente dal fango in quella che probabilmente è la sequenza più horror dell’intera tetralogia. Nonostante fosse invecchiata alla fine del film precedente, la principessa rinasce giovane e attraente e, dopo un bagno nel fiume, anche truccata e pettinata. La ragazza non ricorda niente e vaga in stato di shock tra gli arbusti fino a quando un operaio la trova e la porta nella locanda del posto. Ma nel locale rimane per poco perché Kharis la trova e, dopo aver lasciato in giro qualche cadavere, la trascina verso il monastero. Lì, intanto, scoppia una colluttazione tra Zandaab e il suo discepolo, ora pentito, Ragheb che scatena l’ira della mummia. Come abbiamo visto, l’agilità non è la prima qualità della creatura e, infatti, durante la lotta, abbatte un muro portante facendo crollare la struttura che seppellisce tutti ponendo fine, questa volta definitivamente, alla maledizione. Infine, la gente accorsa trova Ananka chiusa nel sarcofago di nuovo avvizzita.

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“Assassinio sul Nilo” (blooper egittologici)

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Prima di presentare il film, questa volta voglio farvi notare la splendida locandina di Richard Amsel, illustratore che ha realizzato, tra le altre, anche quelle di “Apocalypse Now”, “La Stangata”, “Superman” e “Indiana Jones e i Predatori dell’Arca Perduta“; un vero artista le cui opere pop sono esposte anche presso la National Portrait Gallery di Londra.

10491989_663977223689799_6741668747749051745_nTorniamo a noi. “Assassinio sul Nilo” è un classico del cinema giallo del 1978, diretto da John Guillermin (diventato famoso per il remake di “King Kong”) e ispirato al romanzo di Agatha Christie“Poirot sul Nilo” (il titolo originale è “Death on the Nile”). La scrittrice britannica ambientò molti dei casi del celeberrimo investigatore belga in luoghi esotici orientali; non a caso. Infatti, aveva sposato in seconde nozze un archeologo, Max Mallowan (apprendista di Leonard Woolley nel sito di Ur), che accompagnò nelle campagne in Siria e Iraq (a sinistra, i due si trovano proprio in Egitto). Lei stessa affermò che «un archeologo è il marito migliore che una donna possa avere: più lei invecchia, più lui la troverà interessante». In questo caso, le indagini di Poirot hanno come sfondo le affascinanti terre che si affacciano sul Nilo, dal Cairo fino al Sudan. La scenografia è, di fatto, la cosa più bella del film con scorci di deserto e di siti archeologici che s’inseriscono tra un delitto e l’altro. Per il resto, la pellicola non è memorabile, nonostante abbia ricevuto un premio oscar per i costumi e si possa fregiare delle musiche di Nino Rota (compositore del “Padrino” e di “Amarcord”) e di un cast stellare con grandissimi attori come Peter Ustinov (Hercule Poirot), David Niven, Mia Farrow, Bette Davis e, rimanendo in tema, la “Signora in giallo” Angela Lansbury.

La trama ruota intorno alle indagini di Poirot e, quindi, è sfiorata solo marginalmente da ciò che riguarda la civiltà egizia dandomi modo, per questa volta, di segnalare gli errori, pochi a dir la verità, senza fare troppi spoiler.

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Siamo negli anni ’30 e la giovane ereditiera inglese Linnet Ridgeway sposa il bello e squattrinato Simon Doyle rubando letteralmente il fidanzato all’amica Jacqueline De Bellefort.  I due decidono di fare una crociera sul Nilo come viaggio di nozze e, come sempre per i film ambientati in Egitto, le prime inquadrature riprendono la piana di Giza, la Grande Piramide e la Sfinge. I neo-sposini cavalcano tra le rovine e si arrampicano sulla piramide di Micerino (hanno scelto la più bassa, pigri…), ma vengono interrotti da Jacqueline in cerca di vendetta che fornisce alcune misure sbagliate della struttura (altezza di 68 m invece dei 65,5 originali o dei 62 attuali e la base di 118,5 al posto di 103,5). Devo essere pignolo perché non ci sono molti blooper. In ogni caso, già al Cairo cominciamo a conoscere i personaggi e futuri indiziati/vittime che, per un motivo o l’altro, sembrano tutti odiare l’antipatica Linnet.

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La compagnia, che comprende anche il detective, prende il battello a vapore Karnak che dovrebbe partire dalla capitale, ma alle spalle dell’imbarcadero si vede chiaramente il bel palazzo vittoriano dell’Old Cataract Hotel di Assuan (nell’immagine in alto a sinistra), oltre 800 km più a sud. La prima tappa del viaggio corrisponde a Luxor, dove il gruppo visita il tempio di Karnak (a destra si vede il portico di Sheshonq I nella Grande Corte e le criosfingi di Amenofi III). Durante la passeggiata, Poirot osserva attento i comportamenti di tutti e stuzzica l’avvocato Pennington, interessato al denaro della Ridgeway, raccontandogli una storia completamente inventata sull’antico Egitto: il Gran Visir Takotep sarebbe stato giustiziato sotto il peso di mille monete d’argento perché si era appropriato dei beni del faraone. Nella Grande Sala Ipostila (che il dott. Bessner, controverso medico svizzero, data erroneamente al 1788 a.C., quando, invece, la struttura venne iniziata da Hatschepsut, circa 300 anni dopo), avviene il primo tentativo di omicidio, ma il masso lanciato dalla cima di una colonna non riesce a colpire la coppia di sposi che, ripresisi dallo spavento, decidono di arrivare al tempio di Abu Simbel in serata. E’ ovvio che, senza un’aereo privato, l’intenzione sarebbe stata impossibile da realizzare negli anni ’30 perché il sito è distante 470 km in linea d’aria da Luxor, ma Linnet e Simon arrivano comunque al cospetto delle statue colossali di Ramesse II, in tempo per sentir “parlare” il colosso di destra. Evidentemente, gli sceneggiatori si erano confusi con i Colossi di Memnone, le due statue del tempio funerario di Amenofi III a Kom el-Hettan che, secondo la leggenda, all’alba (e non al tramonto) emettevano strani lamenti. Rispunta di nuovo Jacqueline con i suoi dati imprecisi: larghezza della facciata 26 m (in realtà 33 ) e altezza delle statue 22,5 (20).

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Nella notte, il battello riparte verso Wadi Halfa, città del Sudan del nord oggi sul Lago Nasser, ma Linnet viene uccisa con un colpo di pistola alla tempia. Al contrario di quello che dice il titolo italiano, non sarà l’unico omicidio, così Poirot inizia le indagini aiutato dall’amico colonnello Race. Ogni mistero è dipanato e, come da tradizione, tutti i sospettati vengono convocati in una stanza dove l’investigatore spiega gli indizi e i ragionamenti che lo hanno portato a capire che il colpevole è… beh, guardatevi il film per saperlo.

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“La Mummia” (1932): blooper egittologici

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Dopo aver analizzato “Indiana Jones e i Predatori dell’Arca Perduta”, continuo le pseudo-recensioni di film che parlano di Egitto prendendo in considerazione “La Mummia”, classico dell’horror del 1932 diretto da Karl Freund e interpretato da un magistrale Boris Karloff. Questa è la prima pellicola che ha diffuso nel pubblico cinematografico la mania per l’Egitto e per i suoi misteri preconfezionati. In realtà, già nel 1918 era stato girato un film muto in Germania sull’argomento, “Die Augen der Mumie Ma“, ma è solo con la Universal Pictures che nasce una vera e propria serie che porterà a diversi remake, fino a quello inguardabile del 1999 (nel frattempo, ne è stato girato un altro!). Negli anni ’30, Hollywood era invasa da mostri come “Dracula” con Bela Lugosi, “L’uomo invisibile” e “Frankenstein” che rese celebre lo stesso Karloff. Così, la Universal decise di cavalcare questa moda sfruttando un evento che aveva colpito l’opinione pubblica 10 anni prima e la cui eco non si era ancora affievolita: la scoperta della tomba di Tutankhamon.

Da quando, nel 1922, Howard Carter aveva individuato la sepoltura del giovane faraone, si diffuse in tutto il mondo un interesse paragonabile a quello per i concerti dei Beatles. La straordinaria ricchezza dei reperti del corredo, unita a un alone di mistero spesso creato ad arte dai giornalisti, diede il via alla Tutmania che influenzò i gusti degli anni ’20. Il finanziatore della missione, Lord Carnarvon, aveva venduto l’esclusiva a un solo giornale statunitense e le notizie uscivano con il contagocce; così, le testate concorrenti cominciarono a scrivere articoli palesemente inventati che alimentarono la leggenda della maledizione di Tutankhamon, secondo la quale tutti i partecipanti alla scoperta sarebbero morti di lì a poco in circostanze misteriose (malattie, avvelenamenti, omicidi, incidenti). In realtà, l’unico deceduto un anno dopo fu Carnarvon per un’infezione con varie complicazioni. Tutti gli altri ebbero, in media, una vita abbastanza lunga. Lo stesso Carter trapassò 17 anni dopo, mentre la figlia del conte addirittura nel 1980.

Non esiste nessuna maledizione contro i predatori della tomba, ma ormai la bufala era stata lanciata e vendeva (anzi, vende tutt’oggi); per questo fu trasposta sul grande schermo. Il film racconta di Imhotep (nome del famoso architetto della piramide di Djoser) riportato alla vita dopo che la sua mummia viene scoperta dagli archeologi del British Museum. Tornato nel mondo dei viventi, il sacerdote cerca di far resuscitare anche la sua amata Anck-es-en-Amon (anche in questo caso, viene usato un nome noto, quello della moglie di Tutankhamon), figlia del faraone “Amenophis il Magnifico” della XVIII dinastia (1700 a.C.), lasciando dietro di sé una scia di terrore e morte. In sostanza, è la storia di un amore così forte da superare le imposizioni religiose e il passare dei millenni; così forte da portare alla pazzia e al male puro. Dal punto di vista archeologico, “La Mummia” è molto più attendibile di “Indiana Jones”, sempre considerando che si tratta di un film fantastico di oltre 80 anni. Anzi, la prima parte è piuttosto accurata anche nei particolari; poi si scade nei luoghi comuni e in una ricostruzione storica meno attenta. Anche in questo caso, vi avverto che ci saranno spoiler, ma d’altronde avete avuto 82 anni per guardarvi il film!

 

I titoli di testa (foto a sinistra) scorrono su un modellino della Piana di Giza, anche se l’ambientazione iniziale è Tebe Ovest. Poi una voce narrante spiega la storia introducendo il “Rotolo di Thoth”, antico papiro che reca le formule magiche con cui Iside riportò in vita Osiride. E’ evidente che tale documento sia ispirato al “Libro dei Morti” (la vignetta con Anubi sul rotolo è parte della psicostasia del Papiro di Hunefer) che, bisogna ricordare, non era un libro come lo intendiamo noi ma una raccolta di formule magico-religiose utili a proteggere il defunto nell’aldilà. Quindi, da questo punto di vista, anche se usa un nome di fantasia, “La Mummia” del 1932 è più corretta rispetto a quella del 1999 in cui viene presentata una sotto specie di diario segreto del cuore con tanto di lucchetto.

Il film vero e proprio inizia nel 1921 (volutamente un anno prima della scoperta della tomba di Tutankhamon) con una serie di riprese del tempio di Hatshepsut a Deir el Bahari, Tebe Ovest, e con il cantiere di scavo della missione del British Museum diretta da Sir Joseph Whemple. L’archeologo, insieme al suo assistente Ralph Norton e al Dr. Müller, un non identificato esperto in arti occulte, cataloga i ritrovamenti appena fatti. Sir Whemple appare subito molto più esperto e giudizioso del giovane Norton proferendo frasi decisamente deontologiche come «Il metodo è tutto in archeologia»«La scienza ha più da imparare da questi pezzi di terracotta che da scoperte eccezionali». Poi, i tre si concentrano sulla mummia di Imhotep (il povero Karloff doveva sorbirsi 8 ore di trucco) e scoprono che il corpo non presenta il taglio dell’imbalsamatore, non è stato eviscerato e presenta i muscoli contratti. La cosa viene interpretata come una mummificazione forzata, un’esecuzione per alto tradimento o sacrilegio. In realtà, la conservazione del corpo dopo la morte era fondamentale per la vita nell’aldilà, quindi un sacrilego peccatore non avrebbe mai subito un trattamento del genere. Müller, tra il serio e il faceto, aggiunge un’ipotesi (che si rivelerà giusta): Imhotep potrebbe essersi messo nei guai con qualche sacra vestale, una sacerdotessa del Sole e figlia del faraone. La vestale, però, è una figura che riguarda il mondo romano e non quello egizio. Viene letta un’iscrizione nel sarcofago: “Imhotep, Gran Sacerdote del Tempio del Sole a Karnak”. Premesso che la dicitura non è esatta, almeno i geroglifici che sono riuscito a scorgere sono giusti (nell’immagine in alto a destra), […] Hm nTr tp(y) Ii-m-Htp. Dall’altra parte della bara, invece, i segni che proteggono lo spirito negli inferi sono stati cancellati, quando ci si sarebbe aspettata l’eliminazione del nome come in ogni damnatio memoriae.

 

Insieme al sarcofago, era stata scoperta anche una cassa di legno contenente uno scrigno d’oro con il sigillo intatto del faraone Amenophis (qui, invece, come si vede in alto a sinistra, i segni non corrispondono) al cui interno c’è un’altra cassa più piccola decorata con figure del dio Thoth sugli angoli (a destra). Nonostante la maledizione,“Morte, punizione eterna per chiunque osi aprire questo scrigno nel nome di Amon-Ra, re degli dei”, il giovane assistente apre lo stesso lo scrigno, prende il Rotolo di Thot e legge le formule che riportano in vita la mummia:

Norton impazzisce e Sir Whemple decide di non tornare più in Egitto; infatti, nel 1932, è il raccomandato figlio (nella versione italiana è il nipote) Frank a dirigere la missione del British, missione a dir poco fallimentare fino a quando si presenta un misterioso locale, Ardath Bey (in realtà, Imhotep) che conduce gli archeologi inglesi alla tomba di Anck-es-en-Amon. Questa situazione non è così insolita, soprattutto per l’egittologia ottocentesca. Ad esempio, la famiglia di tombaroli di Abdel Rassoul, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, consentì la scoperta della cachette di Bab el-Gasus e della tomba di Amenofi II. Le scene del cantiere, girate nella Death Valley in California, ricordano alla perfezione l’atmosfera degli scavi dell’epoca, con file di operai che si passano ceste piene di terra sotto le grida del rais (quante volte ho sentito anch’io “yalla yalla!”). Prima, vengono portati alla luce tre gradini e poi una porta con i sigilli ancora integri (chiaro riferimento alle immagini che provenivano da dieci anni dalla Valle dei Re): il cartiglio della principessa (in basso a sinistra) e il “Suggello degli sciacalli” (a destra) che mostra i quattro figli di Horo, ma che dovrebbe far riferimento al sigillo della necropoli reale di Tebe.

 

 

I giornali annunciano la grande scoperta e al Museo Egizio del Cairo si allestisce un’intera galleria per il corredo della principessa. Tra gli oggetti in mostra, spiccano il sarcofago, un canopo un po’ troppo cresciuto, vari gioielli e la copia di un vaso di alabastro della KV62. Così, Ardath si reca al museo per trovare la mummia della sua amata, si nasconde fino alla chiusura e comincia a recitare le formule per far tornare in vita Anck-es-en-Amun; ma un guardiano, che fa una brutta fine, interrompe il rituale e l’anima della principessa si reincarna in Helen Grosvenor, figlia del governatore britannico del Sudan e di una donna egiziana. Da questo punto, Helen si divide tra l’influenza magica di Ardath e il fascino dell’inutile belloccio Frank che la porta a casa mentre è ancora in trance. Il momento coincide con l’inizio della seconda parte del film caratterizzata da una improvvisa e poco credibile storia d’amore (fra l’altro, segnalo la frase più romantica nella storia del cinema: il giovane Whemple dice a Helen che si è innamorato di lei perché somiglia alla mummia di Anck-es-en-Amon…) e un mix tra avvenimenti sovrannaturali e una ricostruzione storica da recita scolastica (ricordo ancora, siamo nel 1932 e le pellicole moderne non sono di certo migliori). La donna invoca nel sonno Imhotep in egiziano antico, ma se ne accorge solo Sir Whemple confermando l’incompetenza del figlio che non capisce il significato delle parole sussurrate. Muller comprende tutto (d’altronde è lui l’esperto in arti occulte) e suggerisce all’anziano egittologo di bruciare il Rotolo di Thoth, ma Ardath sfrutta i poteri del suo anello-scarabeo per fermarlo: osserva tutta la scena dalla vasca della sua casa del Cairo (come la strega di Biancaneve nello specchio magico), uccide Whemple procurandogli un collasso cardiaco e si fa portare il papiro da un servitore della villa che diventa il suo “schiavo nubiano”.

17) passatoArdath cerca di uccidere anche Frank che si salva grazie a un amuleto con le fattezze di Iside ma, nonostante ciò, perde i sensi lasciando che Helen possa seguire il richiamo del sacerdote e raggiungerlo a casa dove, nella solita vasca a 62 pollici, vede il suo passato. Ihmotep, al capezzale della figlia del faraone, è talmente innamorato che non si dà pace per la morte della principessa. Viene mostrato tutto il corteo funebre con prefiche, carri trainati da buoi che trasportano gli oggetti del corredo, officianti, il faraone Amenophis e lo stesso protagonista con la pelle di leopardo (come i sacerdoti sem) che poi ruba il sacro scrigno con il Rotolo nascosto sotto una statua di una divinità non identificata (per farlo sfiora appena la base che si apre come una porta automatica da supermercato). Il suo tentativo di far risorgere Anck-es-en-Amon, però, è scoperto e Imhotep, accusato di sacrilegio, subisce la bendatura da vivo. Il suo sarcofago perde ogni simbolo di élite e viene sepolto insieme al rotolo stesso per far sì che un’azione così abietta non si ripetesse mai più. La damnatio menoriae si conclude con l’uccisione dei servi che avevano lavorato alla tomba, ma ormai tutti dovrebbero essere a conoscenza del mito sfatato della schiavitù egizia.

Helen si riprende dalla visione, ma viene condotta di notte nel Museo Egizio dove, rivestita dei gioielli del corredo, attende il piano malefico di Imhotep che vuole che l’incarnazione sia completata bruciando la vera mummia di Anck-es-en-Amon, sacrificando la donna sul “Tavolo di Anubis” e mummificandola per riportarla di nuovo in vita con le formule del Rotolo (nel frattempo, lo schiavo nubiano prepara il “bagno di natron” in un calderone fumante quando, in realtà, avrebbe dovuto essere il sale utilizzato per disidratare i cadaveri).

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Ma, proprio mentre Imhotep sta per affondare il pugnale in selce, Muller e Frank irrompono nella galleria e riescono a far svegliare Helen che invoca la protezione di Iside con antiche preghiere che le tornano in mente. La statua della dea alza la mano che regge un ankh (l’altra ha un sistro) e carbonizza il Rotolo di Thot polverizzando di conseguenza il corpo del malvagio sacerdote. Curioso che la croce della vita abbia portato la morte.

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“Indiana Jones e i Predatori dell’Arca Perduta” (blooper egittologici)

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Nei giorni scorsi, ricadeva l’anniversario di uscita, 30 e 25 anni, di due tra i più famosi film di Hollywood, rispettivamente “Indiana Jones e l’Ultima Crociata” e “Il Tempio Maledetto”. Così, ho pensato di parlare del capostipite della trilogia  che racconta le avventure del Prof. Jones (damnatio memoriae su “I Teschi di Cristallo”), perché è una pellicola in gran parte ambientata in Egitto: “I Predatori dell’Arca Perduta”. Era il 1981 quando, da un’idea di George Lucas e grazie alla regia di Steven Spielberg, nacque un cult iconico che ha influenzato il mondo cinematografico (basti vedere quante imitazioni sono state girate nel tempo) e la cultura popolare. Da quel momento, milioni di bambini hanno cominciato a sognare di diventare archeologi credendo che sullo scavo si lavori con frusta e revolver. Ovviamente, non c’è niente di più lontano dalla professione archeologica, anche rispetto a quella degli anni ’30, periodo in cui è ambientato il film. Indy è molto più vicino agli esploratori ottocenteschi come Giovanni Belzoni piuttosto che a un docente universitario (insegna a Princeton). Lo scopo principale del protagonista è la ricerca di rare reliquie senza badare alla stratigrafia o al contesto circostante (una divertente lettera immaginaria elenca tutti i motivi per cui il professore avrebbe perso la sua cattedra).

Detto questo e avvertita la gente (soprattutto chi deve scegliere cosa fare da grande) che la realtà non è così, non posso non ammettere che “I Predatori dell’Arca Perduta” sia una pietra miliare (attenzione, non ho scritto “capolavoro”) della settima arte. Sono la persona meno oggettiva per fare una critica del genere, ma penso che tutti (o quasi) gli elementi siano perfetti: il soggetto, la regia, la colonna sonora di John Williams, la faccia di Harrison Ford (e pensare che per il ruolo era stato scelto Tom Selleck che, però, rifiutò perché impegnato con “Magnum P.I”) e, soprattutto, l’ironia con cui il film non si prende mai sul serio rendendo, per assurdo, accettabili anche le peripezie più esagerate. Alcune scene, come quella iniziale del masso gigante rotolante o quella della pistolettata al sicario egiziano (altra casualità: Indiana avrebbe dovuto bloccare la scimitarra con la frusta, ma tutta la troupe era stata colpita dalla dissenteria e lo stesso Ford pensò di semplificare così le cose), sono entrate nel mito nel periodo più pop della storia del cinema americano (gli anni ’80 hanno sfornato, tra gli altri, “Ghostbuster”, “Ritorno al Futuro”, “Terminator”, “E.T.”, “Guerre Stellari”).

Ma basta con lo zucchero e cominciamo a fare i pignoli. Di seguito riporterò i riferimenti, giusti o sbagliati, alla civiltà egizia presenti nel film e, quindi, sarò costretto a fare degli spoiler (ma tanto chi è che non l’ha mai visto?). Gli errori storici sono tanti e riguardano anche la situazione geo-politica tra le due guerre mondiali e l’allora stato tecnologico degli armamenti, ma sono spunti che lascio agli esperti del settore.

Siamo nel 1936 e Indiana, di ritorno da una sfortunata missione in Perù, viene contattato dai servizi segreti statunitensi in merito a un interessamento di Hitler per l’Arca dell’Alleanza, la cassa che conterrebbe le Tavole della Legge di Mosè. Effettivamente, il nazismo era caratterizzato da una corrente mistica che si nutriva di credenze occultistiche ed esoteriche, tanto che vennero finanziate missioni archeologiche in Francia  alla ricerca del Santo Graal e in Tibet per arrivare alla mitica patria degli Ariani (consiglio di leggere “Egyptology from the First World War to the Third Reich“). Tornando alla storia, gli agenti informano Jones e il suo collega Marcus Brody che i tedeschi sono riusciti ad individuare la città di Tanis in Egitto dove, secondo la leggenda, si troverebbe l’Arca. Tanis, l’attuale San el-Hagar, era una città del Delta nord-orientale già nota nell’800 grazie agli scavi di Petrie e Mariette, quindi ben prima degli anni ’30 del XX secolo, e dove Montet scoprì nel 39-40 le ricchissime tombe intatte di Psusenne I, Amenemope e Sheshonq II. Corrisponde all’antica Djanet, luogo di nascita di Smendes (1078-1043 a.C.), fondatore della XXI dinastia, e capitale anche durante la XXII, in pieno Terzo Periodo Intermedio, ma probabilmente risale alla fine del Nuovo Regno quando venne abbandonata la ramesside Qantir (le numerose testimonianze di materiale di riuso attribuibili a Ramesse II, infatti, l’avevano fatta erroneamente interpretare come Pi-Ramesse).

Nella spiegazione che Jones e Brody danno della leggenda, s’intromette lo scempio del doppiaggio italiano che spazza via la ricostruzione storica, la tradizione religiosa ebraica e la credibilità del film stesso. Si viene a sapere che un fantomatico faraone di nome Shisha (il narghilè egiziano; scontata la domanda su cosa si sia fumato il responsabile delle traduzioni dei testi) nel 98 a.C. (quando in realtà regnava Tolomeo X) conquistò Gerusalemme e riportò a Tanis il tesoro del Tempio di Salomone, Arca inclusa. In realtà, la versione originale cita uno Shishak e lo colloca al 980 a.C., in riferimento al passo biblico (Re 14:25-26) che racconta la vera invasione di Canaan di Sheshonq I (XXII din., 945-924). Quando uno zero e una k in meno possono stravolgere il senso di un racconto… L’Arca, poi, sarebbe stata nascosta in una camera segreta, il “Pozzo delle Anime” (esiste veramente una cavità chiamata così, ma a Gerusalemme, sotto la “Cupola della Roccia”), per un anno, fino a quando l’ira di Dio si sarebbe abbattuta su Tanis distruggendola con una tempesta di sabbia. Dagli scavi, invece, sappiamo che la città fu abitata fino al VI sec. d.C., quando subì le inondazioni del vicino lago di Manzana. Altri errori sulle Sacre Scritture riguardano le due tavole dei Dieci Comandamenti che non vengono collocate rotte nell’Arca, ma riconsegnate di nuovo integre da Dio a Mosè (Deuteronomio 10:1-5) sul monte Oreb e non Herob. In più, non è scritto da nessuna parte che l’Arca possa “spianare le montagne e portare alla distruzione intere regioni”, ma immagino si dovesse cercare un appiglio per giustificare l’intervento del Führer.

Headpiece_of_the_Staff_of_RaIndiana Jones accetta l’incarico di arrivare per primo alla reliquia, ma per farlo sa che dovrà utilizzare un amuleto, l’Asta di Ra, composto da un bastone sormontato da un medaglione (qui a sinistra una ricostruzione dallo stampo originale degli Elstree Studios) scoperto nel 1926 dal Dott. Ravenwood, suo defunto insegnante nonché padre dell’ex fiamma Marion. Appare subito che il manufatto abbia poco di egizio, inoltre, l’iscrizione del bordo è in alfabeto fenicio. Non chiedetemi il perché. La pietra rossa al centro serve a indirizzare la luce del sole verso l’ubicazione del Pozzo delle Anime, a patto di collocare l’amuleto all’ora e nel punto giusti nella “Stanza del Plastico” (Map Room), sala già scavata dai nazisti dove è conservata la riproduzione in scala di Tanis. Così, dopo essere passato per il Nepal dove recupera ragazza e medaglione, il nostro eroe arriva al Cairo. Quella che appare, però, non è la metropoli egiziana ma Kairoum in Tunisia. Infatti, nessuna scena è stata girata in Egitto. Comunque, l’esimio professore di archeologia non è in grado di decifrare l’iscrizione e viene portato dall’amico Sallah presso un vecchio imam. Anche qui non chiedetemi perché un imam cairota debba conoscere una lingua morta. In ogni caso, il testo dice: «Non si deve violare l’Arca dell’Alleanza» e «Alta 6 Kadam, ma togliete un Kadam per onorare il Dio degli Ebrei a cui appartiene l’Arca». Viene specificato che 6 kadam corrispondono a circa 72 pollici (1,82 m), quindi 5 cadam sono 1,52 m (il calcolo non è inutile; ricordatevi questa misura).

sala del plasticoGrazie a quest’informazione, Indiana s’intrufola nell’enorme cantiere dei nazisti diretto dal rivale francese Belloq e si cala nella Sala del Plastico (vedi foto in alto), una struttura ipogea con volta a botte che somiglia molto alle tombe di Deir el-Medina (infatti, la coppia di sciacalli Anubi/Upuaut nella lunetta di fondo ricorda la decorazione della sepoltura di Senndjem, la TT1). Lungo le pareti ci sono scene chiaramente riprese dalle vignette del Libro dei Morti, come il particolare con Osiride della psicostasia nel Papiro di Hunefer. Per quanto riguarda il modellino, si vedono una piccola piramide, due obelischi sproporzionatamente alti, un tempio da un’improbabile facciata porticata e due colossi solitari (dietro il primo obelisco) che, come originariamente anche quelli di Memnone, avrebbero dovuto trovarsi davanti a un pilone. Una tavola traforata, invece, funge da base per l’Asta di Ra e, per sua fortuna, l’archeologo questa volta riesce a tradurre l’iscrizione geroglifica (non sarò così pignolo da dire che i segni non hanno alcun significato), anche grazie ad appunti scritti sulla sua agendina, magari copiati dalla prima edizione dell’Egyptian Grammar di Gardiner (1927). Alle 9:00 in punto, la luce del sole passa attraverso l’occhio del volatile (ma l’asta sormonta Harrison Ford che è alto 1,85 m) e punta in maniera un po’ scontata sull’altare nella corte del tempio principale.

AnubisDopo aver preso le misure, Jones individua con un teodolite il luogo dove scavare su una collinetta (anche se nel plastico sembrava fosse tutto in piano). Alla rimozione di una lastra, viene aperto l’accesso al Pozzo delle Anime con la comparsa di un pupazzoso colosso di Anubi con ghigno e bocca spalancata verso l’alto, uno dei quattro telamoni che sorreggono il soffitto. Questa scelta si allontana moltissimo dalle rappresentazioni statiche egizie ed è un evidente punto di contatto, forse anche voluto, con i peplum degli anni ’50. Finalmente siamo al dunque! In fondo alla stanza c’è il sarcofago in pietra nera che contiene l’Arca. Ma qui vanno segnalate due divertenti easter egg che rimandano a “Guerre Stellari” (il cui regista, ricordo, è anche l’ideatore del soggetto di Indiana Jones). Su uno dei pilastrini dorati che circondano il sarcofago, si vede un bizzarro segno geroglifico che rappresenta la principessa Leila mentre inserisce i piani segreti della Morte Nera dentro C1-P8 (a sinistra nella foto in basso). In uno dei rilievi alle pareti, invece, c’è ancora il piccolo robot insieme a C-3PO (a destra).

wwwPrima di passare alla scoperta dell’Arca, riporterò la descrizione dell’oggetto data dalla Bibbia (Esodo 25:10-21):

[10]Faranno dunque un’arca di legno di acacia: avrà due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza. [11]La rivestirai d’oro puro: dentro e fuori la rivestirai e le farai intorno un bordo d’oro. [12]Fonderai per essa quattro anelli d’oro e li fisserai ai suoi quattro piedi: due anelli su di un lato e due anelli sull’altro. [13]Farai stanghe di legno di acacia e le rivestirai d’oro. [14]Introdurrai le stanghe negli anelli sui due lati dell’arca per trasportare l’arca con esse. [15]Le stanghe dovranno rimanere negli anelli dell’arca: non verranno tolte di lì. [16]Nell’arca collocherai la Testimonianza che io ti darò. [17]Farai il coperchio, o propiziatorio, d’oro puro; avrà due cubiti e mezzo di lunghezza e un cubito e mezzo di larghezza. [18]Farai due cherubini d’oro: li farai lavorati a martello sulle due estremità del coperchio. [19]Fa’ un cherubino ad una estremità e un cherubino all’altra estremità. Farete i cherubini tutti di un pezzo con il coperchio alle sue due estremità. [20]I cherubini avranno le due ali stese di sopra, proteggendo con le ali il coperchio; saranno rivolti l’uno verso l’altro e le facce dei cherubini saranno rivolte verso il coperchio. [21]Porrai il coperchio sulla parte superiore dell’arca e collocherai nell’arca la Testimonianza che io ti darò.

arcaNoterete da soli le differenze. Se è più difficile regolarsi con le dimensioni (l’Arca del film sembra non corrispondere ai 110×66 cm dichiarati nell’Esodo), è chiaro che ci sia un errore nella collocazione degli anelli, al centro invece che alla base, e dei cherubini, sopra al coperchio piuttosto che all’estremità. La modanatura a gola egizia, invece, non è così fuori luogo perché utilizzata anche nel Levante e poi gli Ebrei in fuga erano pur sempre egiziani di nascita. L’Arca finisce in mano ai tedeschi e Indiana, rimasto intrappolato nel Pozzo, si crea un varco facendo cadere uno dei pupazzoni di polistirolo su un muro. La via di fuga passa per un corridoio pieno di mummie stile “copertina degli Iron Maiden” in piedi (i sarcofagi sono verticali solo nei musei) e sbocca in un naos che affiora in superficie (Belloq proprio non se ne era accorto?). E qui termino la lista degli bloopers “egittologici” con il rilievo sulla facciata della cappella che rappresenta una classica scena amarniana con Akhenaton e il disco solare (vedi in basso), anacronismo di circa 400 anni.

akhenaton

Il resto della storia è ben noto e si svolge fuori dall’Egitto. Nonostante tutti questi errori, “Indiana Jones e i Predatori dell’Arca Perduta” rimane un gran film, anche se, secondo me, non il migliore della serie. E voi cosa ne pensate? Avete notato qualche particolare che mi è sfuggito? O volete che analizzi altre pellicole? Fatemi sapere commentando l’articolo.

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Film, “Exodus: Gods and Kings”

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Source: empireonline.com

La scorsa settimana è uscito nelle sale italiane “Noah”, film biblico diretto da Aronofsky e interpretato da Russell Crowe. Questa pellicola è solo la prima di una serie incentrata sulle storie del Vecchio e del Nuovo Testamento. Sembra, infatti, che gli sceneggiatori hollywoodiani, terminata la stra-sfruttata fonte dei fumetti Marvel e DC Comics, abbiano cominciato ad attingere idee nella Bibbia.

Il prossimo ad uscire (il 12 dicembre negli USA) sarà “Exodus: Gods and Kings”, incentrato sulla storia di Mosè e della fuga degli Ebrei dall’Egitto verso la Terra Promessa. La regia è stata affidata a Ridley Scott (“Alien”, “Blade Runner”, “Il Gladiatore”, “Robin Hood” ecc.) e il ruolo principale sarà ricoperto dall’ex Batman Christian Bale. Già questa accoppiata potrebbe far pensare a una versione tutta “effetti speciali” dell’Esodo e, tra magie, miracoli, invasioni di insetti, morti di massa e l’apertura del Mar Rosso, gli spunti non mancherebbero. Soprattutto se si pensa che il dichiaratamente agnostico Scott ha rilasciato una sola vaga intervista in cui dice di aver optato per una rappresentazione non convenzionale di Dio.

Il cast è completato da Joel Edgerton (“Il Grande Gatsby”) nei panni di Ramses, Sigourney Weaver e John Turturro, in quelli dei genitori Tuya e Seti I, e Aaron Paul (nella serie “Breaking Bad”) che interpreterà Giosuè. Già la scelta dei personaggi crea qualche perplessità. Nella Bibbia, infatti, non c’è il nome del sovrano, ma il riferimento alle città di Pi-Ramesse e Pitom fa pensare ai più che il primo faraone, il “faraone dell’oppressione”, possa essere stato ispirato da Ramesse II e che il “faraone dell’esodo” corrisponda a Merenptah, sotto il regno del quale venne redatta la “Stele di Merenptah”, primo documento egizio conosciuto che parla del popolo ebraico. In ogni caso, l’utilizzo di Ramesse II come villain non è una novità ad Hollywood perché si ritrova anche nel colossal del 1956, “I Dieci Comandamenti”. Riuscirà Bale ad essere all’altezza di Charlton Heston?

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