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“Frankenstein vs. The Mummy” (Blooper egittologici – Speciale Halloween)

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Che Halloween sarebbe senza un horror egittizzante da smontare frame dopo frame? Ormai è diventata una tradizione cercare per questa ricorrenza pellicole brutte su mummie e maledizioni, ma quest’anno mi sono superato… Vi basti sapere solo che la chicca che ho scoperto ha un gradimento dell’11% sul sito Rotten Tomatoes (per fare un paragone, l’inguardabile “The Pyramids” raggiunge il 22%). Tuttavia, a parziale giustificazione, va detto che “Frankenstein vs. The Mummy” (2015) è una produzione indipendente a basso costo pensata per il solo mercato home video e “sfortunatamente” non ancora arrivata in Italia. Quindi dubito che l’abbiate mai vista (e che lo farete in futuro, mi auguro). Come è ovvio già dal titolo, l’idea del regista e sceneggiatore Damien Leone era di far combattere tra loro due icone del cinema horror classico. In questo senso, da un lato segue la moda hollywoodiana e non solo del “Tizio contro Caio” in voga già dagli anni ’40, dall’altro anticipa il Dark Universe iniziato quest’anno con “La Mummia”. Ma il problema principale è che questo “memorabile” scontro tra mostri, come vedremo, dura solo 3 minuti alla fine del film.

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I fatti si svolgono a New York, dove due giovani professori universitari iniziano una relazione sentimentale: Victor Frankenstein (Max Rhyser) insegna filosofia della medicina, mentre Naihla Khalil (Ashton Leigh) è un’egittologa (foto in alto). Così, se si escludono poche scene di tensione, il regista ci ammorba per la prima ora con la loro storia d’amore infarcita di giochi di sguardi, fiorellini, inviti a cena, baci in biblioteca; insomma, il vero orrore! Questa tenera routine viene interrotta dalla pazzia di lui e dalla sfiga di lei. Il Doctor V., infatti, dietro il viso pulito da bravo ragazzo, nasconde manie di onnipotenza e una morbosa ossessione per la vita eterna; per questo, conduce esperimenti in uno scantinato lercio con parti di cadaveri recuperati dall’inquietante bidello dell’ateneo. Ora, d’accordo l’ambientazione splatter e l’ispirazione al racconto ottocentesco di Mary Shelley, ma in un laboratorio del III millennio, seppur clandestino, almeno un frigobar per conservare gli organi umani me lo aspetterei. E poi ci si meraviglia che il cervello arrivato in un sacchettino di plastica sia andato a male. Ma, evidentemente, il servizio non comprendeva il “soddisfatti o rimborsati” e, al rifiuto di pagamento, Frankenstein uccide il suo fornitore e ne usa l’encefalo per completare la sua creatura.

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Naihla, invece, oltre ad insegnare in una classe di decerebrati che crede che gli alieni abbiano costruito le piramidi, è appena tornata da una missione archeologica a Giza. Veniamo a sapere che, in quell’occasione, era stata ritrovata la mummia reale di Userkara, poi trasportata in USA per essere studiata. Peccato che in Egitto la partage – la spartizione dei reperti ritrovati tra scopritori stranieri e paese ospitante – sia stata abolita gradualmente dal 1922. Tale riforma fu accelerata dalla scoperta della tomba di Tutankhamon e dei suoi inestimabili tesori. In ogni caso, Userkara è effettivamente il nome di un faraone della VI dinastia che regnò intorno 2330 a.C. circa, secondo alcuni studiosi usurpando il trono per pochi anni tra Teti e Pepi I. Forse proprio per questo gli sceneggiatori lo hanno scelto per riferirsi a una mummia maledetta. Durante l’autopsia – condotta in maniera non proprio professionale – l’antropologo Prof. Walton trova un amuleto udjat in faience sotto le braccia e lo sradica letteralmente dalla cassa toracica con un bisturi. Così facendo, viene investito da un getto di gas velenoso che lo rende schiavo di Userkara la cui anima è intrappolata nel corpo imbalsamato. Infatti, in questo stato, il faraone non può muoversi e, per poter finalmente spezzare la maledizione e il suo tormento eterno, ha bisogno prima di risvegliarsi con sangue umano e poi di seguire le direttive scritte nella parte finale – ovviamente andata persa – del papiro ritrovato nella sua tomba.

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Così, dopo un’ora e mezza, inizia finalmente la parte sanguinolenta del film con i mostri che cominciano ad effettuare i rispettivi efferati omicidi. Le due scie di sangue convergono verso la povera egittologa che il mostro di Frankenstein vuole sfruttare per convincere il suo creatore a dargli un corpo più giovane e sano, mentre la mummia crede essere l’unica in grado di formulare l’incantesimo che la libererebbe. Questa convinzione deriva dal fatto che le vede un ciondolo con l’occhio di Horus in uno sfondo di desktop photoshoppato male (immagine in alto) e poi che la sente parlare in un egiziano antico di fantasia.

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Siamo all’epilogo:

  • 1h42′: arriva lo scontro finale;
  • 1h45′: finisce il combattimento con il mostro di Frankenstein che strappa il cuore alla mummia e la uccide (di nuovo);
  • 1h51′: un morente Victor riesce a far fuggire la sua fidanzata piantando un machete nel cranio della sua creatura;
  • 1h54′: titoli di coda.

Riassumendo, l’epica battaglia tra gli antagonisti del film, pompata già nella locandina, si riduce a tre miseri minuti a ridosso della fine che, comunque, lascia il campo libero a un seguito (che si spera nessuno avrà il coraggio di girare).

 

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“The Pyramid” (blooper egittologici)

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«Dobbiamo trovare una via d’uscita!», gridarono gli spettatori nelle sale…

Per Halloween ho deciso di recensire un horror egizio e, sfortunatamente, ho scelto il più recente: “The Pyramid” (titolo tradotto in Italia, questa volta letteralmente, con “La Piramide”), film della fine del 2014 che è riuscito nell’insperato intento di strappare a “Natale sul Nilo” la palma di peggiore pellicola della rubrica “Blooper egittologici”.

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L’opera prima di Grégory Levasseur (meglio avesse continuato a fare solo lo sceneggiatore) è un falso documentario ambientato nell’Egitto post-rivoluzionario del 2013. Una troupe televisiva arriva nel Paese per girare un servizio su una stupefacente scoperta compiuta da una missione americana: una nuova piramide! Così, archeologi e giornalisti entrano nella struttura, ma vi incontreranno presenze malvagie (udite, udite, non si tratta di una mummia!). Il found footage con le riprese in prima persona (il mockumentary è piuttosto inflazionato nei film del terrore), location misteriosa, spazi angusti e labirintici, creature orribili sfuggenti sono gli ingredienti perfetti per incutere una paura claustrofobica. O meglio, avrebbero potuto esserlo perché il risultato è un andirivieni noiosissimo di 90 minuti dei protagonisti che corrono nel buio (ho perso qualche diottria nel vedermelo) da un angolo all’altro della piramide prima che vengano fatti fuori uno dopo l’altro da mostri realizzati (male) in CGI. Gli attori hanno espressioni facciali da soap argentina, si avventurano in discorsi demenziali e reagiscono alle situazioni in un modo per niente naturale (es. mentre uno dei personaggi sta morendo con un masso che gli spappola la gamba, si continua a parlare di geroglifici). Da questa premessa, sembrerebbe che stia parlando di un prodotto di serie B dell’Asylum, invece si tratta di una produzione da 6,5 milioni di dollari della 20th Century Fox.

Ho già cominciato con gli spoiler dall’introduzione, ma chi se ne frega! Tanto si sa che, negli horror, la bella protagonista è l’unica che si salva e lo scemo di turno muore per ultimo per garantire al film qualche battuta che allenti la tensione. Quindi, partiamo con la storia.

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Il Dott. Miles Holden (Denis O’Hare) e sua figlia Nora (Ashley Hinshaw) scoprono 400 chilometri a sud del Cairo un’intera piramide sepolta nel deserto tramite immagini satellitari e altri sistemi futuribili. Quest’idea sarà sicuramente nata dalla bufala circolata nel 2012 di una autodefinitasi “satellite archaeology researcher” che sosteneva di aver individuato quattro piramidi, in realtà conformazioni naturali, con Google Earth. È evidente quanto possa essere improbabile che una costruzione alta 180 metri (quella di Cheope raggiunge “solo” i 146) e perfettamente conservata possa essere ricoperta dalla sabbia senza il minimo dislivello sul terreno. La particolarità del monumento è la base triangolare; per questo, il Dott. Holden l’attribuisce a quella di Akhenaton descritta dalle fonti, mentre la figlia è convinta che sia molto più antica. Bisogna ricordare, però, che l’utilizzo di questa tipologia di grandi tombe reali termina ben quattro secoli prima dell’età amarniana e, ovviamente, non esiste alcun testo che parli di una “piramide perduta”. I super sensori del satellite, a quanto pare, riescono a penetrare per metri anche nella roccia, così si scopre uno strano tunnel che, dal pyramidion, gira attorno alla struttura e arriva all’entrata nella base. Ma, nell’aprire l’ingresso, i presenti vengono investiti da una nube verde tossica (uno dei tanti cliché che caratterizza l’accezione popolare dell’antico Egitto); quindi, si manda avanti “Shorty”, un rover della NASA ispirato ai robot, Upuaut e poi Djedi, usati per indagare i canali di areazione della Piramide di Cheope. Una volta dentro, però, il mezzo perde il contatto radio a causa, secondo la squadra, di qualche cane randagio.

PyramidMovieNightNon è facile lasciare un’attrezzatura da tre milioni di dollari sotto terra e Michael, l’ingegnere responsabile, decide di andarla a recuperare, seguito dagli Holden, dalla giornalista Sunni e dal cameraman Fitzie. Il gruppo, nonostante sia equipaggiato di tutto punto (il kit “archeologico” prevede anche un cavo d’acciaio, respiratori, luminol e torcia UV), si perde tra i cunicoli e, ben presto, si accorge che Shorty non era stato danneggiato da qualche cane. Uno dopo l’altro muoiono a causa di trappole (altro cliché), di “gatti sfinge” cannibali messi lì da millenni come guardiani della piramide (eppure gli Sphynx sono così dolci) e di qualcosa di decisamente più grosso. Solo quando rimangono in due (come anticipato, la bella e lo scemo), si capisce che la creatura è addirittura Anubi. Nella camera funeraria, infatti, Nora legge sul sarcofago che quella è la tomba di Osiride, costruita dagli antichi Egizi per imprigionare il sanguinario dio sciacallo. Anubi, per seguire il padre nell’Aldilà, ha bisogno di trovare un cuore puro, così continua a mietere vittime  legandole a una bilancia, strappando loro il muscolo cardiaco e pesandolo con una statuetta di Maat. Si tratta del giudizio dei defunti descritto nel capitolo 125 del Libro dei Morti. Tra gli altri, anche Miles subisce questa sorte e, quando Anubi, erroneamente definito “Il divoratore”, mangia il suo cuore corrotto, si mummifica all’istante. Proprio qui sta l’errore più grande del film. Nella psicostasia, è effettivamente il dio a mettere sulla bilancia cuore e piuma, ma, in caso di esito negativo, è Ammit a papparsi l’anima. Eppure, poco prima, il gruppo era passato proprio davanti a una rappresentazione della “pesatura dell’anima” in cui compare anche la “Grande divoratrice”, mostro ibrido formato da parti di coccodrillo, leone e ippopotamo (vedi in basso). In ogni caso, Anubi cattura anche Nora che, però, riesce a slegarsi e a scappare attraverso un condotto fin quasi all’imbocco del tunnel (ah, dimenticavo, scavato da massoni alla fine dell’800…). Qui, stremata, viene raggiunta da un bambino che raccoglie la sua telecamera e… finale che lascia campo a un seguito, purtroppo.

Alcune cose non dovrebbero mai essere scoperte, come certi film.7

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“Alla 39ª eclisse” (blooper egittologici)

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Nel 1980, dopo solo nove anni, uno dei tanti B-movie sulle mummie della Hammer, “Exorcismus – Cleo, la dea dell’amore”, viene riciclato per la realizzazione di un film horror con ben più alte pretese. Come l’originale, “Alla 39ª eclisse” (il titolo in inglese è “The Awakening” = il risveglio) è liberamente ispirato al romanzo di Bram Stoker, “Il gioiello delle sette stelle”, e segue il filone delle possessioni che spopolava negli anni ’70. Per questo, Mike Newell (regista di “Quattro matrimoni e un funerale” e di un Harry Potter) dirige un thriller metafisico che cerca di confermatre il successo dei vari “Esorcista” o “Omen”, ma che appare come qualcosa di già visto. C’è sempre un archeologo, in questo caso nientepopodimeno che Charlton Heston, che va a scavare in Egitto e risveglia una maledizione che porterà alla distruzione sua e della sua famiglia. Ma, nonostante la mancanza di originalità e qualche castroneria egittologica di troppo, il film è diventato un cult per gli amanti del genere.

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Nel 1961, il professor Matthew Corbeck (Heston) e la sua giovane assistente Jane si recano a Luxor alla ricerca della tomba di una regina egizia dimenticata, Kara, sulla base di vecchi appunti di un viaggiatore olandese del ‘600. Sulle prime, lo scavo nella Valle dei Re (in alto a sinistra. Almeno c’è da apprezzare che il film non sia stato girato con i soliti cartonati dipinti) sembra fallimentare, fino a quando Corbeck, che trascura perfino Anne, la moglie incinta, costringendola alla scomoda vita da campo, si mette a picconare da solo e a caso contro la falesia. Qualche metro più in alto, cade un sasso e rivela la presenza di un’iscrizione (che c…aso!) che viene tradotta dall’assistente, nonostante la legga al contrario (da sinistra verso destra). Continuando a scavare, viene liberata l’entrata di una tomba che sembrerebbe trovarsi nell’area più meridionale della valle, dove è la tomba di Thutmosi III (KV34).

5Nell’istante stesso in cui la sepoltura viene aperta dopo millenni, Anne è colta dalle doglie. A questo punto, anche senza aver visto “Exorcismus”, lo spettatore capisce come andranno le cose. L’anticamera della tomba è decorata con scene che ricordano molto quelle della QV66 e un’ulteriore porta, ancora sigillata, vede la presenza della regina con il volto scalpellato e il nome Ka-Ra nel cartiglio (che, in caso di damnatio memoriae, non sarebbe stato di certo risparmiato). L’egittologo decide di aspettare l’indomani per continuare l’esplorazione della struttura, ma, tornato al campo base (che dovrebbe essere la Metropolitan House nell’Assasif, dove risiede la missione polacca), trova la moglie in stato catatonico. Ed eccoci con il solito errore di valutazione delle distanze: Corbeck prendere Anne e la porta in jeep al Cairo dove, da buon marito, la deposita in un ospedale per tornare immediatamente a Luxor. Circa 2500 km nell’arco di una notte…

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L’indomani, l’archeologo è di nuovo sullo scavo, apre anche la seconda porta sigillata e, insieme all’assistente, entra in una tomba di tipo ramesside. In questo esatto momento, la moglie partorisce, ma la bambina non respira e viene dichiarata morta. La camera del tesoro è, come spesso succede con film che parlano d’Egitto, ispirata a quella di Tutankhamon. Molti oggetti sono gli stessi di quelli del corredo della KV62 (quella che si vede in alto a sinistra è chiaramente la barca su piedistallo di alabastro ritrovata da Carter, ma ci sono tanti altri esempi). Anche sarcofago e maschera funeraria ricordano ciò che ora possiamo ammirare al Museo Egizio del Cairo, pur essendoci una netta caratterizzazione dei tratti facciali femminili (in alto a destra) che verrà spiegata in seguito. All’apertura del sarcofago stesso, la bambina miracolosamente torna a respirare: la possessione è bella che pronta. Infatti, si comincia già a notare un’interesse quasi morboso di Corbeck per la mummia (de gustibus non disputandum est).

Senza aspettare nemmeno un giorno, tutti gli oggetti vengono portati fuori dalla tomba (per dire, Carter impiegò quasi tre mesi per sgomberare solo l’anticamera della tomba di Tut) con l’intenzione di essere spediti verso la capitale. Un ispettore locale cerca di impedire che il sarcofago sia toccato, ma fa una brutta fine rimanendo impiccato e scaraventato sulle rocce dalle funi usate per calare giù dalla falesia il sarcofago.

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Senza più nessuna opposizione, l’intero corredo viene trasferito al Museo del Cairo per l’allestimento di una mostra e il governo egiziano, in segno di riconoscenza per la grande scoperta, dona a Corbeck lo specchio appartenuto a Kara (quello a forma di ankh che potete vedere in alto a sinistra, simile a uno ritrovato nella KV62). Specchio che, 18 anni dopo, passa alla figlia Margaret, ormai maggiorenne e spaventosamente somigliante alla maschera della regina. In tutti questi anni, tante cose sono cambiate. Il professore, in versione barbuta, lavora al British Museum e ha sposato l’assistente perché, giustamente, dopo il trattamento subito in Egitto, Anne lo lascia e va a vivere a New York con la figlia. Intanto, lo stato di conservazione della mummia peggiora improvvisamente, tanto che Matthew cerca di portarla a Londra per il restauro incontrando il parere contrario del curatore del museo, il dott. Khalid, che, però, viene investito da un’auto. Il bello del film è che non si vede quasi mai l’intervento sovrannaturale e ogni strano avvenimento potrebbe sembrare solo un incidente o una proiezione della mente, sulla falsa riga di “Rosemary’s Baby” di Polansky. La mummia arriva al British, proprio come quando, il 26 settembre 1976, il corpo di Ramesse II fu inviato a Parigi per tamponare la proliferazione di funghi che ne stavano distruggendo i tessuti. Probabile che, data la vicinanza temporale, l’avvenimento sia stato preso come spunto dal regista.

L’archeologo è sempre più attratto morbosamente dall’antica regina e vuole che la figlia ne visiti il luogo di sepoltura. Così, i due tornano a vedersi dopo tanto tempo e vanno in Egitto. Nella tomba, Margaret bacia Corbeck ripercorrendo l’incesto che aveva fatto sposare Kara con suo padre. Intanto, una guida locale trova un passaggio segreto premendo le stelle dell’Orsa Maggiore rappresentate sullo stipite dell’entrata alla sala del sarcofago, ma viene trafitto da una trappola a forma di babbuino (Spielberg deve aver visto il film). Sarebbe l’accesso al serdab che, in realtà, è una struttura utilizzata solo nell’Antico Regno per conservare la statua del Ka del defunto. La stanza contiene il busto sfregiato della regina e la copia esatta del naos porta canopi di Tutankhamon (in alto a destra). Infatti, si vedono chiaramente le quattro dee, Iside, Nefti, Selket e Neith, che abbracciano la cappella in legno dorato. All’interno, ci sono quattro vasi che contengono polmoni, intestino, fegato e cuore (che non era posto nei canopi) di Kara, oltre a un amuleto, il “gioiello delle sette stelle”. Sulle pareti del sacello, una profezia descrive il rituale per far tornare in vita la defunta dopo la 39ª eclissi dalla morte che, in base al C14, viene calcolata al 1800 a.C. Peccato che quella data corrisponda più o meno alla fine della XII dinastia, contesto completamente diverso da quello rappresentato. Inoltre, la Valle dei Re non era ancora utilizzata.

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Padre e figlia, ormai completamente succubi della volontà di Kara, tornano a Londra portandosi dietro gli oggetti appena scoperti per compiere il rito. L’eclissi designata, infatti, è alle porte con l’Orsa Maggiore che tornerebbe nella stessa posizione di 1800 anni prima. In un momento di lucidità, Corbeck percepisce la malvagità della regina e chiede di distruggere i canopi a Jane che, però, precipita dalla finestra spaventata da Anubi apparso in un’allucinazione. Quando il posizionamento delle costellazioni sono di nuovo propizie, il rito deve essere compiuto, così il professore s’introduce di notte nel British Museum portando con se tutti gli oggetti necessari e spostando il sarcofago di Kara davanti a una falsa porta (immagine in alto a sinistra. Scena ripresa nel finale di “Belfagor – Il Fantasma del Louvre”). Capisce troppo tardi che lo spirito della regina, in realtà, vuole rubare il corpo della figlia, quindi distrugge invano la mummia prima di morire schiacciato da una statua di una divinità, lasciando via libera alla perfida, e truccata (in alto a destra), entità, pronta dopo millenni a portare il male nel mondo.

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