Articoli con tag: Ippolito Rosellini

TEMA – la Toscana Egittologica tra Musei e Archivi

Giuseppe Angelelli, La Spedizione franco-toscana in Egitto, 1836 (particolare)

Quando Champollion diceva che “La strada per Menfi e Tebe passa da Torino”, sottolineando l’importanza del Museo Egizio da poco inaugurato, sicuramente aveva in mente la tappa precedente, dove transitarono alcune tra le più importanti collezioni egittologiche d’Europa: la Toscana.

Durante il XIX secolo, infatti, il porto franco di Livorno era la vera porta del continente verso il Mediterraneo orientale, lo scalo obbligato delle navi che, insieme a grano, spezie e prodotti esotici, trasportavano anche merci particolari come reperti archeologici e mummie. Nel porto labronico arrivarono i nuclei di antichità che poi confluirono verso altri centri toscani e i grandi musei di Torino, Parigi, Londra, Berlino, Leida ecc. Lo stesso Champollion si era recato nei magazzini del porto – che bisogna immaginare straripanti di statue, sarcofagi e stele – per selezionare pezzi da portare al Louvre. Il passaggio di questi bastimenti e la notizia dei loro carichi speciali sono ancora presenti nei registri originali conservati presso l’Archivio di Stato di Livorno.

Ma l’importanza della Toscana nella formazione della disciplina egittologica non si limita al mero ruolo di snodo commerciale. A Ippolito Rosellini nel 1826 fu affidata la prima cattedra di Egittologia al mondo presso l’Università di Pisa. Successivamente, l’orientalista pisano riuscì a convincere il Granduca Leopoldo II a finanziare – insieme al re Carlo X di Francia – la prima vera spedizione scientifica in Egitto del 1828-1829 (i “savant” di Napoleone non sapevano ancora leggere il geroglifico) che diresse insieme all’amico Champollion. Da questa missione arrivarono un’eccezionale mole di documenti, manoscritti e splendidi disegni, oggi conservati presso la Biblioteca Universitaria di Pisa, e i circa 2000 reperti che formarono il nucleo principale del Museo Egizio di Firenze. Altri oggetti, invece, rimasero a Pisa e oggi fanno parte del patrimonio delle Collezioni Egittologiche dell’Università di Pisa e dell’Opera della Primaziale Pisana.

Dal 1° settembre ho il piacere di lavorare proprio su questo argomento, nell’ambito di un assegno di ricerca presso il Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa, cofinanziato dalla Regione Toscana (POR FSE 2014-2020). Nello specifico, il progetto TEMA – la Toscana Egittologica tra Musei e Archivi, diretto dalla prof.ssa Marilina Betrò, si propone di creare una rete di connessioni tra quegli operatori culturali della regione che conservano materiale sulla missione di Rosellini e sulla formazione delle collezioni egizie esistenti o comunque passate per la Toscana. In particolare, si vuole studiare, digitalizzare e indicizzare i documenti della Biblioteca Universitaria di Pisa e dell’Archivio di Stato di Livorno relativi alle collezioni giunte dall’Egitto nella prima metà dell’800, e collegarli tra loro e con gli oggetti stessi tramite un’app/web app e un sito web creati appositamente. Inoltre, coniugando il digital storytelling su diversi formati (testi, immagini HD, video, modelli 3D dei reperti dell’Opera della Primaziale Pisana e delle Collezioni Egittologiche dell’Università di Pisa) si racconteranno tutti i passaggi che dalla Valle del Nilo hanno portato alla creazione di altri grandi musei.

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Luxor, ri-trovata tomba scoperta da Champollion e Rosellini

Source: CSIC

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Dopo quasi 200 anni, una tomba viene scoperta per la seconda volta. Si tratta dell’ultima dimora di Djehuty-Nefer, “Soprintendente al tesoro” di Thutmosi III (1479-1424), che Champollion e Rosellini avevano individuato nel 1829 nella necropoli di Dra Abu el-Naga, Tebe Ovest. Da allora, nonostante ci siano diversi oggetti del corredo sparsi per i musei di tutto il mondo (compresi frammenti di una porta al Museo Egizio di Firenze), se ne erano perse le tracce. Fino a gennaio-febbraio di quest’anno, quando gli archeologi spagnoli diretti da José Manuel Galán (Consejo Superior de Investigaciones Científicas) hanno liberato la tomba dalla sabbia e dai detriti di altri scavi che l’avevano ricoperta, proprio vicino a quella del predecessore Djehuty. La particolarità della struttura consiste nella facciata, perfettamente conservata, realizzata a mattoni con sigilli reali che seguono il motivo decorativo della “facciata di palazzo” (vedi immagine in alto).

Ma, la 14a missione del “Proyecto Djehutyha rivelato ulteriori sorprese. In un pozzo di un’altra sepoltura scoperta, ancora anonima, sono venuti fuori due archi di 1,70 m con la corda ancora arrotolata al legno, una dozzina di frecce a punta di selce e un vasetto in alabastro avvolto in un panno di lino (vedi in basso). Naturalmente, si è continuato a lavorare alla tomba di Djehuty il cui corridoio di accesso è stato restaurato mettendo in evidenza un centinaio di graffiti in demotico che testimoniano il riutilizzo nel II sec. a.C. per seppellirvi mummie di ibis e falchi.

Per il dispaccio ufficiale e altre foto: CSIC

Source: CSIC

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“L’Egitto di Provincia”: Kenamun e il Museo di Storia Naturale e del Territorio dell’Università di Pisa, Calci (PI)

10414929_691494364231421_6040645674822002271_nAppuntamento particolare per la rubrica “L’Egitto di Provincia” perché, questa volta, non parlerò di una collezione permanente ma di una mostra temporanea nata da un singolo reperto conservato, e nemmeno esposto fino a qualche mese fa, presso il Museo di Storia Naturale e del Territorio dell’Università di Pisa a Calci (PI). Il museo nacque a Pisa addirittura nel ‘500 come galleria di mirabilia per poi inglobare con il tempo le raccolte paleontologiche, mineralogiche e zoologiche dell’università. Nel 1986, venne spostato presso l’attuale sede della Certosa di Calci, ex convento fondato nel 1366, ma il cui aspetto si deve soprattutto alle decorazioni barocche del XVII secolo.

10003511_10152110725182800_284019685358021610_nIn questo splendido scenario, si sta tenendo la mostra “Kenamun. L’undicesima mummia”  (fino al 29 giugno; avete ancora poco tempo per visitarla), già presentata in un precedente articolo, ma per la quale vale la pena approfondire il discorso. La scelta della Certosa non è stata casuale perché è proprio da qui che parte la storia, o meglio, una delle tappe che hanno portato il povero Kenamun a ritrovarsi chiuso per quasi due secoli dentro una scatola. Nel novembre del 2012, fu rinvenuta nei magazzini del Museo di Storia Naturale una cassa contenente resti ossei sconosciuti e, se non fosse stato per un particolare, avremmo avuto l’ennesimo cold case irrisolto.  Infatti, sul teschio è inciso «3064. Scheletro di una delle mummie portate d’Egitto dal Prof. Rosellini» (foto a sinistra), nota  che ha permesso alla Prof.ssa Marilina Betrò (Università di Pisa) di iniziare le sue ricerche. Qualche mese prima, nell’ambito del “Progetto Rosellini“, aveva scoperto a Praga la lista delle antichità portate a Livorno dalla spedizione franco-toscana in Egitto (1828-29), tra cui spiccavano proprio una mummia e un sarcofago nero con decorazioni gialle di cui non si avevano più tracce. Quindi, spuntato il corpo, non restava altro che cercare il sarcofago che è stato individuato in pessimo stato di conservazione e senza coperchio nei magazzini del Museo Egizio di Firenze.

Grazie alla decifrazione dei geroglifici, la Prof.ssa Betrò è riuscita finalmente a ricostruire la storia del defunto: Kenamun era un importante funzionario della XVIII dinastia, “Gran Maggiordomo”, governatore della città di Perunefer (il principale porto del Delta) e fratello di latte del faraone Amenofi II (1424-1398 a.C.). La sua carriera, però, durò poco tempo perché Kenamun morì giovane, tra i 20 e i 30 anni, probabilmente dopo essere caduto in disgrazia come testimoniano le tracce di damnatio memoriae nella sua tomba a Tebe (TT93). Deve averla fatta grossa… In ogni caso, 3200 anni dopo, la mummia venne imbarcata ad Alessandria insieme ad altri 2000 pezzi diretti in Italia; ma, durante il viaggio, una falla nella chiglia della nave provocò un’infiltrazione di acqua marina nello scafo che danneggiò irreparabilmente una parte del carico. E’ per questo motivo che oggi abbiamo solo uno scheletro (i tessuti molli sono stati scarnificati per interrompere la decomposizione) e una bara con evidenti segni di asportazione dei punti più rovinati. Rosellini probabilmente si vergognò di presentarsi al Granduca Leopoldo II con questo materiale e deve aver regalato la mummia al suo amico Paolo Savi, l’allora direttore del Museo di Calci.

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La mostra celebra il ritorno di Kenamun nel suo sarcofago con la ricostruzione di un contesto funerario di XVIII dinastia e quasi 40 oggetti provenienti dal Museo Egizio di Firenze e dalle Collezioni Egittologiche dell’Università di Pisa: strumenti da toilette, vasi, sandali, ushabti, collane, amuleti, uno scarabeo del cuore, un poggiatesta, una stele e i quattro canopi con i Figli di Horo. Il Sarcofago di Kent illustra meglio la tipologia “a vernice nera”, la stessa di quello di Kenamun. Inoltre, è possibile ammirare gli altri due reperti provenienti dalla TT93: al momento della scoperta della tomba, Rosellini non era a Luxor e gli operai fecero sparire tutto tranne un arco e un rarissimo cocchio da corsa (gli altri 7 sono al Museo Egizio del Cairo, 6 dalla tomba di Tutankhamon e uno da quella di Yuya e Tuya),  il più antico mai ritrovato in Egitto. La fragilità del carro, però, non avrebbe permesso il trasporto da Firenze, così si è deciso di esporre una copia a grandezza naturale realizzata nel 2008.

http://www.msn.unipi.it/

Aggiornamento:

Dal 16 dicembre 2014, Kenamun e il suo sarcofago si trovano nelle Collezioni Egittologiche dell’Università di Pisa (via S.Frediano 12).

 

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“L’Egitto di Provincia”: le collezioni di Pisa

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Non poteva mancare un articolo che parlasse delle collezioni di Pisa, una delle due città dove ho studiato e, merito decisamente più rilevante, patria dell’egittologia italiana e non solo. È proprio qui, infatti, che nel 1826 il pisano Ippolito Rosellini fondò la prima cattedra di egittologia al mondo. L’anno prima, il giovane professore di Letterature Orientali e Lingua Ebraica aveva conosciuto Jean François Champollion del quale divenne discepolo e poi grande amico. I due organizzarono insieme la Spedizione franco-toscana (31 luglio 1828 – 27 novembre 1829), seconda grande campagna scientifica in Egitto dopo quella dei “savants” di Napoleone del 1798. Finanziati da re Carlo X di Francia e dal Granduca di Toscana Leopoldo II, Rosellini e Champollion (nel quadro di Giuseppe Angelelli in alto, sono al centro, rispettivamente l’uomo in piedi con la barba rossa e quello seduto con la barba nera) viaggiarono lungo il Nilo fino ad arrivare in Nubia e portarono in Europa una grandissima quantità di materiale proveniente da scavi e da acquisizioni. Quasi tutti i reperti andarono ad arricchire il Louvre di Parigi e il Museo Egizio di Firenze, ma una parte è ancora a Pisa, divisa tra le Collezioni Egittologiche dell’Ateneo e il Museo dell’Opera del Duomo.

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Il Museo dell’Opera del Duomo fu fondato nel 1986 nella ex sede del Seminario Vescovile che si affaccia su Piazza dei Miracoli. Qui sono raccolti i reperti che erano esposti nel Camposanto Monumentale da quando, nel 1807, Carlo Lasinio (1759-1838) ne divenne il conservatore. L’incisore ne fece un vero e proprio museo riunendo le opere di proprietà della curia e tutti i reperti archeologici (etruschi, romani e delle civiltà del Mediterraneo) che aveva acquistato in 30 anni di attività. All’inizio, l’unico oggetto egiziano era una sfinge tolemaica; nel 1830, però, Gaetano Rosellini, zio di Ippolito e disegnatore della missione, donò a Lisinio una piccola parte della sua collezione privata che ora si trova nella Sala XXIII del museo.

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Il gruppo era composto da 11 pezzi (ma un coperchio di vaso canopo venne trafugato durante la seconda guerra mondiale), tutti databili al Nuovo Regno ad eccezione di una stele e di un’altra sfinge del periodo tolemaico: due frammenti di decorazione parietale da tombe di Deir el Medina (dello scultore Ken e del medico Neferenmaat), una porzione di sarcofago in granito nero della XVIII din. (a destra nella foto), un bassorilievo in granito grigio con Seti I (a sinistra), due stele in calcare dipinto, una testa femminile con parrucca e fiore di loto e un altro frammento di statua.

Aggiornamento (18/10/2019):

Dopo 5 anni di chiusura per restauro, ho visitato il museo all’inaugurazione del rinnovato percorso espositivo che non comprende più i reperti archeologici, inclusi quelli egizi. Per il nuovo progetto museale, infatti, è stata fatta la scelta più omogenea di dare spazio al solo tesoro del Duomo e ai pezzi relativi ai monumenti di Piazza dei Miracoli. Gli oggetti egizi saranno prossimamente collocati in un’altra sede ancora da stabilire.

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http://www.opapisa.it/it/la-piazza-dei-miracoli/museo-dellopera-del-duomo/ledificio.html

 

Un’altra parte della raccolta di Gaetano venne lasciata in eredità da Laura Birga, sua nipote, all’Università di Pisa nel 1962 e costituisce il nucleo originario delle Collezioni Egittologiche di Ateneo (via S.Frediano 12). La “Collezione Picozzi” conta un centinaio di piccoli oggetti, soprattutto amuleti, scarabei e statuine di divinità, esposti insieme a prodotti di interesse etnografico (collane, armi e vasi delle tribù locali e 7 barattoli di vetro con la sabbia di diverse località) in un mobiletto in stile egittizzante costruito appositamente. Due anni dopo, si aggiunse la “Collezione Schiff Giorgini”, 400 reperti provenienti dagli scavi sudanesi di Soleb e Sedeinga condotti da Michela Schiff Giorgini e che fanno del museo una delle principali raccolte di antichità meroitiche d’Europa. Spiccano uno specchio in elettro, oro e rame, un grande scarabeo di Amenofi III e quello che è forse l’oggetto più famoso del museo, il calice in vetro blu con decorazione egittizzante e iscrizione in greco (III sec. d.C.; nel centro destra della foto in alto). Poi, nel 1968, le Collezioni acquisirono anche 1500 ostraka in demotico provenienti da Ossirinco (Oasi di Bahariya), ma donazioni e nuovi acquisti non si sono fermati, arrivando fino all’inizio del III millennio.

Aggiornamento:

18010001_1314091138638404_7435540624826839753_nIl 16 dicembre 2014, in occasione dei due anni del Sistema Museale di Ateneo, è stato presentato l’arrivo ufficiale della mummia di Kenamun e del suo sarcofago che resteranno esposti nella prima sala delle Collezioni (immagine a sinistra). Sulla pagina Facebook “Djed Medu – Blog di Egittologia”, potete trovare l’album completo con le foto del nuovo allestimento del museo.

http://www.egittologia.unipi.it/pisaegypt/collezioni.htm

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71399555_941902576175765_5897478310635503616_nMolto probabilmente, appartengono al gruppo di oggetti portati in Toscana da Rosellini anche le due mummie, di cui una corredata di sarcofago, provenienti da Tebe e conservate presso il Museo di Anatomia Umana “Filippo Civinini”. La raccolta, appartenente al Dip. di Ricerca traslazionale e delle Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia dell’Università di Pisa, fin dal 1832 possiede una cospicua quantità di reperti archeologici. In particolare, una delle mummie, in perfetto stato di conservazione, mostra gli evidenti segni dell’imbalsamazione come il taglio per l’eviscerazione sul lato sinistro dell’addome e la narice sinistra dilatata per l’estrazione del cervello.

http://museoanatomia.med.unipi.it/

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Mostra: “Kenamun. L’undicesima mummia”

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I magazzini dei musei sono spesso luoghi di interessanti scoperte o, a volte, di riscoperte. Come nel caso di una mummia ritrovata durante la missione franco-toscana in Egitto (1828-1829), andata perduta per oltre un secolo e ricomparsa meno di due anni fa. La mostra “Kenamun. L’undicesima mummia” sarà incentrata proprio su questo caso di “archeologia museale”, dal 12 aprile al 29 giugno presso il Museo di Storia Naturale di Calci (PI).

Di ritorno dall’Egitto, Ippolito Rosellini fece arrivare al porto di Livorno 11 mummie, una delle quali, però, deterioratasi durante il viaggio, fu probabilmente regalata a Paolo Savi, direttore del museo di Calci, e mai consegnata al Granduca Leopoldo II. Da questo momento, se ne perdono le tracce fino a quando, nel 2012, è rispuntata in una scatola del magazzino del museo (che analizzerò meglio in futuro per la rubrica “L’Egitto di Provincia”). Ciò che ne rimane si riduce allo scheletro, ripulito dalle bende e dalle membra già nel XIX secolo; sul teschio, però, si legge una nota chiarificatrice:  «3064. Scheletro di una delle mummie portate d’Egitto dal Prof. Rosellini». Ad accorgersi che quelli erano i resti dell’undicesima mummia è stata la Prof.ssa Marilina Betrò (Università di Pisa) che è riuscita anche a dare un nome al defunto: Kenamun, “Gran Maggiordomo del Re” e fratello di latte di Amenofi II (1424-1398).

Quest’ulteriore scoperta è avvenuta grazie alla lettura dei testi geroglifici sul sarcofago, deteriorato e mancante del coperchio, anch’esso smarrito, ma nei magazzini del Museo Egizio di Firenze. Quindi, finalmente, corpo e bara torneranno insieme, esposti con altri quaranta reperti da Firenze e dalle Collezioni Egittologiche dell’Università di Pisa.

Per maggiori informazioni: http://archeoblog.associazionevolo.it/2014/04/06/kenamun-lundicesima-mummia/

                                          https://www.facebook.com/events/609331612492897/

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