Articoli con tag: Iside

La Svizzera restituirà all’Egitto stele rubata con Iside

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Source: tdg.ch

Ci sono voluti quasi 30 anni, ma, alla fine, Iside tornerà a casa. Un frammento di stele rubato nel 1990 dal tempio della dea a Behbeit el-Hagar (Delta centrale) sarà restituito all’Egitto dopo essere passato per la Svizzera. Nel 2014, infatti, le autorità doganali di Ginevra, durante un controllo inventariale degli oggetti di dubbia origine transitati per il locale porto franco, avevano individuato il reperto e fatto partire un’indagine. Così, grazie a Philippe Collombert, docente di egittologia presso l’Université de Genève che ha confrontato il pezzo con foto scattate negli anni ’70 dall’egittologa francese Christine Favard-Meeks, si è arrivati all’origine del rilievo in granito nero (106 x 92 cm) che rappresenta Iside, con scettro e ankh, di fronte a offerte di diverso tipo.

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Museo Archeologico Nazionale di Napoli: inaugurata la sala dei culti orientali

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Source: beniculturali.it

Domani, 29 giugno, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli metterà a disposizione un nuovo percorso espositivo dedicato alla diffusione dei culti orientali nel mondo romano. “Egitto-Napoli. Dall’Oriente”, a cura di Valeria Sampaolo, è la terza tappa del progetto “Egitto-Pompei”, in attesa della quarta e ultima che l’8 ottobre, sempre nel museo napoletano, vedrà finalmente la riapertura della sezione egizia. Una sala al secondo piano, in prosecuzione di quella dell’iseo pompeiano, conserverà testimonianze trovate in Campania dell’arrivo di divinità orientali – come Attis, Cibele, Sabazio, Mitra ma anche il Dio ebraico – tra cui Iside fu sicuramente la più amata. Spiccano gli affreschi con scene di cerimonie isiache dalla Palestra di Ercolano, la “nicchia isiaca” dai Praedia di Giulia Felice a Pompei (finora nei depositi del museo) e, soprattutto, le tre bellissime coppe in ossidiana (skyphoi) da Stabia, forse di produzione alessandrina (I sec. a.C.-I d.C.), con intarsi in pietra dura e lamelle d’oro (vedi foto).

http://www.museoarcheologiconapoli.it/mann/2016/06/egitto-napoli-dalloriente-dal-29-giugno-2016/

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MOSTRA: “Il Nilo a Pompei. Visioni d’Egitto nel mondo romano” (Museo Egizio di Torino)

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La scorsa settimana sono tornato al Museo Egizio di Torino e, con l’occasione, ho visitato la tanto attesa mostra “Il Nilo a Pompei. Visioni d’Egitto nel mondo romano”. Non a caso, come prima tappa del progetto “Egitto-Pompei”, l’esposizione, in poco più di due mesi dall’inaugurazione (5 marzo), ha raggiunto le 80.000 presenze per merito di un’intelligente campagna pubblicitaria e un argomento molto in voga negli ultimi anni: l’influenza dell’Egitto sulle culture del Mediterraneo e, in particolare, sul mondo romano. Come è chiaro dal titolo, l’attenzione è focalizzata sui siti campani che, come vedremo, sono stati i primi in Italia ad accogliere culti nilotici. Il visitatore si trova a compiere un viaggio dall’Egitto faraonico alla Roma imperiale, passando dall’Alessandria tolemaica e dalla Grecia arcaica e classica, attraverso più di 300 reperti provenienti da 20 musei italiani e stranieri (tra cui, 40 dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli e 10 dal Museo del Sannio) esposti nei nuovi spazi al terzo piano (circa 600 m²) intitolati alla memoria di Khaled al-Asaad. Appare ovvio che un percorso del genere non sia sempre così facile da comprendere; d’altronde, nemmeno i Romani capirono a pieno l’essenza dei culti che avevano recepito dall’Oriente. Per questo, conviene prepararsi alla visita, leggere bene le didascalie e le citazioni riportare sui muri e concentrarsi più sul complesso che sul singolo reperto. Io ho avuto la fortuna di contare sulla presenza dei curatori della mostra, i dott.ri Federico Poole e Alessia Fassone, che hanno gentilmente fornito interessanti informazioni sull’organizzazione e sulle scelte a monte dell’esposizione.

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Sala 1: L’Egitto e il mondo greco

Il percorso inizia con una sala piuttosto eterogenea per temi trattati e reperti esposti. Si tratta di un’introduzione che spiega i primi contatti, commerciali e culturali, tra l’Egitto e l’area dell’Egeo e il resto del Mediterraneo a partire dalle influenze minoiche riscontrate in una giara scoperta a Deir el-Medina fino agli aegyptiaca ritrovati nelle tombe italiche durante il “periodo orientalizzante” (VIII-VI sec.). Ciò che salta subito all’occhio è l’accostamento del cosiddetto Apollo Milani e una statua di faraone/dio di età tolemaica che da un lato evidenzia le somiglianze formali tra la statuaria egiziana e quella greca arcaica, dall’altro ne sottolinea le profonde differenze ideologiche. Il resto delle sculture presenti serve a sfatare un luogo comune che persiste dai tempi di Platone secondo cui l’arte egizia è sempre stata uguale per millenni.

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Sala 2: Osiride, Iside e la leggenda osiriaca

La principale causa della presenza di oggetti egiziani o egittizzanti in contesti romani è l’adozione nel pantheon classico di Iside e altre divinità nilotiche. Così, nella seconda sala, la più prettamente egittologica, vengono presentati i miti religiosi originali prima che fossero modificati dall’interpretatio graeca e romana. Troverete quindi statue della triade Iside-Osiride-Horus e papiri che illustrano il loro ruolo nell’immaginario egiziano (nella foto, il Libro dei Morti di Hor, XXVI din.), oltre a un sarcofago di XXI dinastia decorato con scene cosmogoniche. Presente anche uno dei capolavori del Museo Egizio, la statua di Iside-Hathor da Coptos che, di solito, dà il benvenuto ai visitatori al piano interrato, ma che è stata temporaneamente sostituita dall’Iside Pelagia da Pozzuoli, troppo pesante per il pavimento soppalcato del 3° piano.

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Sala 3: Serapide e Iside

Come anticipato, l’Egitto conosciuto dai Romani era quello tolemaico di Alessandria e gli oggetti che arrivarono nella penisola italica risultano spesso decontestualizzati e mal interpretati. Gli stessi dèi subirono una trasformazione che li adattò alla cultura d’adozione e li identificò con figure olimpiche. Abbiamo così gli accostamenti di Iside con Afrodite o con Fortuna, di Anubi o Thot con Hermes, di Amon con Giove, di Arpocrate con Eros ecc. Il simbolo di questo sincretismo, che testimonia un’apertura mentale maggiore rispetto ai moderni monoteismi, è Serapide, dio creato ‘a tavolino’ da Tolomeo I per fondere la tradizione egiziana con la nuova componente greca e che, non a caso, ebbe templi consacrati in tutto l’impero. La quarta sala -la più interessante secondo me- illustra proprio l’evoluzione di questi culti che, diventati misterici, arrivarono intorno alla fine del II sec. a.C. nei siti costieri campani come Pozzuoli e Cuma.

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Sala 4: L’Iseo di Benevento

Più tarda, invece, è l’attestazione della venerazione di Iside a Benevento dove probabilmente si trovava uno degli isei più importanti fuori dall’Egitto. Il condizionale è d’obbligo perché l’edificio non è mai stato individuato, ma la sua presenza nel Sannio è nota già nel 1826, quando Champollion in persona tradusse i geroglifici di due obelischi ritrovati in zona. Il testo, infatti, dice che il tempio fu costruito nell’88-89 per celebrare la vittoria in Dacia di Domiziano (forse rappresentato come faraone nella statua a sinsitra). Iside era diventata la divinità tutelare della dinastia flavia e il ritrovamento in zona di diverse statue importate dall’Egitto (sfingi, sacerdoti, Thot cinocefalo, Osiride-Canopo, Iside Pelasgia, Horus, toro Api) ne attesta l’importante ruolo diventato politico. La particolarità del santuario, che lo discosta dagli altri isei/serapei, sta nell’apparato decorativo che non è tipicamente romano, ma s’ispira a quello tradizionale egiziano.

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Sala 5: Il culto di Iside a Pompei

Infatti, l’iseo di Pompei, ad esempio, perse tutte le caratteristiche egiziane. Il tempio, scoperto nel 1764, sia nell’architettura che nella decorazione, può essere considerato pienamente romano, come si vede dalla scena in alto che si riferisce al mito di Io accolta da Iside a Canopo (affresco asportato dal cosiddetto ekklesiasteiron). Lo stato attuale dell’edificio risale agli interventi del liberto Numerio Popidio Ampliato che lo fece ricostruire completamente dopo il terremoto del 62 d.C., ma il nucleo originario è collocabile intorno al 100 a.C. Dal culto pubblico, si passa poi a quello privato attestato dal ritrovamento di un centinaio di statuine in bronzo o argento di Iside, Serapide, Arpocrate, Bes e Anubi che erano poste nei larari, piccoli tempietti domestici presenti in quasi tutte le case di Pompei.

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Sale 6, 7, 8: La Casa del Bracciale d’Oro, la Casa di Octavius Quartius e altre domus pompeiane

Tuttavia, nella città vesuviana, l’Egitto non era legato solo alla sfera religiosa. Oggetti egittizzanti o scene nilotiche esprimevano una vera e propria egittomania scoppiata dopo la vittoria di Ottaviano ad Azio nel 31 a.C. Sfingi, coccodrilli, pigmei diventarono semplici espedienti per rendere più esotica la propria dimora (come le statue poste ai lati del lungo canale nel giardino della Casa di Octavius Quartius; a destra nella foto) ma anche un simbolo propagandistico, in età augustea, per la celebrazione della conquista di un nuovo territorio. A quest’ultimo caso si riferiscono le splendide pitture del triclinio estivo della Casa del Bracciale d’Oro (a sinistra) che, pochi giorni fa, sono state raggiunte da un altro affresco con sfingi tornato in Italia -insieme a una rara statua di Hermes-Anubi da Cuma- dopo essere stato esposto a Madrid nella mostra “Cleopatra y la fascinación de Egipto”.

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Sala 9: Iside in Piemonte. Il sito di Industria

Il percorso termina chiudendo idealmente un circolo con il ritorno a Torino o, per la precisione, a 30 km dal capoluogo piemontese. L’ultima sala, infatti, è dedicata al sito di Industria, nell’attuale Monteu da Po, colonia romana fondata nel 124-123 a.C. L’insediamento era dedito al commercio e alle attività artigianali, in particolare alla lavorazione del bronzo. Qui, la presenza di numerosi bronzetti a tema egittizzante è stata spiegata con la scoperta, nel 1809, di un Serapeion di età augustea-tiberiana restaurato sotto Adriano.  Il tempio è stato identificato grazie ad alcune fonti epigrafiche, come una lastra bronzea del II sec. d.C. (a sinistra il rilievo) dedicata a Lucius Pompeius Herennianus, patrono del collegio dei pastophoroi (i sacerdoti preposti al culto di Iside).

 

 

 

Detto questo, consiglio caldamente di visitare la mostra perché, al di là del mio interesse personale per l’argomento, illustra con chiarezza le dinamiche che hanno portato la società romana a inglobare aspetti della cultura faraonica e, di conseguenza, spiega come mai tanti musei nostrani espongano reperti egizi o egittizzanti ritrovati in Italia. Avete tempo fino al 4 settembre (prorogata fino al 2 ottobre): http://www.museoegizio.it/nilo-pompei/

(Ringrazio Liliana Coviello per le foto)

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“Gods of Egypt” (blooper egittologici)

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Per la prima volta da quando è nato questo blog, sono andato al cinema appositamente per scrivere un articolo da inserire nella rubrica Blooper egittologici: non avrei potuto scegliere occasione peggiore. “Gods of Egypt”, infatti, va dritto sul podio delle più brutte opere finora recensite, seppur non riuscendo a superare il primato assoluto che, in extremis, rimane a “The Pyramid”. E il fatto che non abbia potuto apprezzare a pieno tutte le potenzialità del film – nella mia città non era disponibile la versione in 3D – non fornisce di certo alcuna attenuante. Proprio per l’insolita genesi di questo post, esprimerò le mie reazioni a caldo senza soffermarmi sui particolari e utilizzerò immagini prese dalle pagine social ufficiali della pellicola.

CTtf7TtUwAApGdw.jpgIl film, diretto da Alex Proyas (“Il corvo”, “Io, Robot”), partiva con grandi ambizioni grazie a un budget di 140 milioni di dollari e a una pressante campagna pubblicitaria, cavalcando una moda egittomaniaca che sembra aver contagiato il grande e il piccolo schermo negli ultimi due o tre anni (“Exodus”, “The Pyramid”, “Notte al museo – Il segreto del faraone”, “Tut”). Nonostante ciò, negli USA, gli incassi sono stati veramente scarsi e, in Inghilterra, è probabile che sarà rilasciata solo la versione in DVD. Inoltre, ancor prima dell’uscita nelle sale, il regista è stato costretto a scusarsi per la scelta di un cast troppo ‘caucasico’; polemiche del genere sono frequenti nei film che trattano di Egitto antico, ma, questa volta, si è decisamente esagerato visto che gli attori di colore sono solo due – con parti marginali per giunta – e quelli bianchi hanno tratti tutt’altro che mediterranei. Fra l’altro, sembra che nella versione originale Gerard Butler, il villain della situazione, non si sia nemmeno sforzato di mascherare il suo accento scozzese.

La storia racconta di un giovane principe che lotta per il suo legittimo trono e vendica la morte del padre sconfiggendo il malvagio zio che si era appropriato della corona. No, non è il Re Leone ma una libera, molto libera, reinterpretazione del mito di Horus e Seth, arrivato fino a noi attraverso diverse versioni che, come vedremo, si discostano tutte dalla sceneggiatura del film. Siamo in un periodo fantastico in cui uomini e dèi vivono insieme nella Valle del Nilo. Effettivamente, all’inizio del “Canone Regio” di Torino (il papiro con un’importantissima lista dei faraoni redatta probabilmente sotto Ramesse II), sono indicati proprio Ptah e altre divinità al governo del Paese; il problema è che, in “Gods of Egypt”, le uniche differenze che questi esseri mitici hanno con le normali persone sono una maggiore altezza (avranno preso spunto dalla particolare scala gerarchica dell’arte egizia che, di solito, viene sfruttata come ‘prova’ dai fantarcheologi convinti dell’esistenza dei giganti) e la possibilità di trasformarsi. Quest’ultima caratteristica è forse la cosa peggiore del film: gli dèi sono tutti antropomorfi, ma possono acquisire i loro connotati zoomorfi con una specie di armatura da Cavalieri dello Zodiaco che spunta con effetti degni della prima serie dei Power Rangers. Per di più, Horus & Co. sono tutti mortali; d’accordo, la mitologia egizia dice che Osiride muore per mano di Seth, ma, qui, gli dèi possono rimetterci le penne anche precipitando dall’alto, schiacciati dalle macerie, avvelenati da serpenti, bruciati dal fuoco e perfino di vecchiaia dopo 1000 anni. In pratica, abbiamo poco più di supereroi con qualche potere speciale. La stessa CGI che ‘veste’ i protagonisti è stra-abusata per la creazione di un’ambientazione da parco tematico che sembra essere stata partorita dallo stesso scenografo del video “Dark Horse” di Katy Perry. Gli attori avranno passato mesi a recitare davanti a pannelli verdi e, se sono vere le proprietà psicologiche di quel colore, almeno avranno stemperato in parte lo stress dovuto alla partecipazione a un flop clamoroso. L’Egitto così rappresentato è il trionfo trash dell’oro, presente anche, se non bastasse già quello spalmato ovunque, nelle vene degli dèi. Dalle loro ferite, infatti, sgorga il prezioso metallo fuso rifacendosi, almeno per una volta, alla tradizione faraonica che vede le membra divine fatte proprio d’oro (ed è l’unica cosa che ho apprezzato in 127 minuti). Inutile, poi, analizzare l’attendibilità di edifici che appartengono a un mondo parallelo, a un universo fantasy glitterato in cui piramidi spuntano su isole nel Nilo e un obelisco supera i 1.100 metri (il grattacielo più alto oggi arriva a 828).

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Tornando alla storia, Osiride – che assomiglia al Re di cuori delle carte francesi – vorrebbe cedere il trono al giovane figlio Horus (Nikolaj Coster-Waldau), ma il fratello Seth (Gerard Butler) lo uccide insieme a Iside, strappa entrambi gli occhi al nipote e rende schiavi dèi e uomini. Il breve combattimento tra Horus e Seth è, senza esagerare, la fotocopia della scena di “300” in cui Leonida, qui con barba un po’ più corta e lustrini a coprire il petto, si lancia contro i Persiani con alternanza di rallenty e fast motion. In realtà, il mito narra che l’invidioso Seth sigilla con uno stratagemma il fratello in una bara e lo fa annegare, per poi trucidarlo e sparpagliarne i pezzi lungo il Nilo. Iside, dea anche della magia, riesce poi a recuperare tutti i brandelli del cadavere dello sposo a eccezione del pene – sostituito con un membro posticcio -, ricomporli e ad avere un rapporto sessuale con il cadavere di Osiride. Solo in questo momento viene concepito Horus che, quindi, non era ancora nato alla morte del padre. Il dio falco viene nascosto da Iside durante la giovinezza e poi perde SOLO un occhio durante lo scontro con Seth, prima di compiere la sua vendetta e prendersi il trono dell’Egitto (particolarmente interessante è la versione del Papiro Chester Beatty I in cui i due si contendono la corona di fronte a un vero e proprio tribunale con tentativi di depistaggio, inganni, liti, prove da superare e perfino scene prossime al porno).

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Nel film, invece, Horus, ormai cieco, è esiliato da Seth nel deserto dove viene contattato da un giovane ladro, Bek (Brenton Thwaites), che si propone di recuperare i suoi occhi in cambio della liberazione della ragazza, Zaya (Courtney Eaton). La giovane, infatti, è diventata la schiava dell’architetto di Seth ed è, così, in grado di arrivare ai progetti dei magazzini dove sono custoditi gli udjat. In questi sotterranei, Zak supera con la massima scioltezza diverse trappole mortali, in un misto tra “Indiana Jones” e “Prince of Persia”, ma riesce a prendere un solo occhio. Intanto, Zaya viene uccisa e, accompagnata da Anubi, arriva quasi al giudizio dell’anima durante il quale, a differenza di quello che si legge nel capitolo 125 del Libro dei Morti, si salvano solo i ricchi i cui tesori pesano più della piuma di Maat. A questo punto, c’è bisogno dell’aiuto del dio supremo Ra (Geoffrey Rush), che vive in una specie di stazione orbitante oltre l’atmosfera terrestre e che combatte, giorno dopo giorno, contro il serpente del caos Apofi (praticamente il Nulla de “La Storia Infinita” con la bocca di un Tremor). Horus e Bek raggiungono quest’astronave attraversando uno Stargate (come avete notato, il film è permeato da un continuo, fastidioso senso di déjà-vu che aggrava la scarsa originalità della storia) e prendono un’ampolla di un’acqua sacra da versare nel pozzo che va al centro del mondo, fonte del potere di Seth (anche questo non vi ricorda qualcosa?). Per arrivare alla meta, però, Horus e Bek, con l’aiuto del saggio Toth, risolvono perfino l’enigma della Sfinge. Peccato che questa caratteristica del leone a testa umana sia stata introdotta solo con Esiodo (VIII-VII sec. a.C.) nel mito di Edipo. In ogni caso, saltando un’altra inutile mezz’ora di girato, si va verso lo scontro finale tra Horus e Seth che combattono con lance laser alla “Star Wars” e allo scontatissimo finale che non vi anticipo.

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Il giudizio complessivo del film, pur non tenendo conto di una visione completamente distorta dell’antico Egitto e della sua religione, è ovviamente più che negativo. Per tutto ciò che ho scritto in precedenza, sconsiglio a chiunque di perdere tempo a guardarlo, nemmeno con l’ottica di farsi due risate con gli amici perché, nonostante sia un blockbuster uscito male, “Gods of Egypt” si prende sul serio mancando di una qualsiasi traccia di ironia e, soprattutto, di autoironia. Dal lato opposto, non c’è nemmeno l’epicità che ci si aspetterebbe da una storia mitologica. Le scene si susseguono velocemente senza pathos o suspense (Es. Horus: “Ra, ti prego, aiutami, non riesco a trasformarmi senza entrambi gli occhi”; un secondo dopo, puff, ecco l’armatura) e non sembrano nemmeno legate tra loro; i combattimenti sono troppo brevi; le altre scene d’azione sono stereotipate, per non dire scopiazzate altrove; tutte le reazioni sono innaturali; la sensualità dell’unica situazione ‘scabrosa’ è pari a quella di una soap argentina. In più, la computer grafica è veramente oppressiva e mal impiegata, soprattutto quando – e qui c’è voluto occhio – ci si accorge che alcune piramidi galleggiano senza un contatto fisico con la sabbia sottostante.

 

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“Egitto Pompei”: il progetto espositivo che unisce l’Egizio di Torino, il MANN e Pompei

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Ieri, presso la sede del MiBACT a Roma, è stato presentato ufficialmente “Egitto Pompei”, ambizioso progetto espositivo che vede coinvolte tre grandi istituzioni culturali italiane: Soprintendenza Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) e Museo Egizio di Torino. Una mostra, articolata in tre sedi e quattro eventi, racconterà l’influenza della cultura egiziana sugli altri popoli del Mediterraneo e, in particolare, lo stretto rapporto intercorso tra la Valle del Nilo e Roma. Infatti, come spesso ho avuto modo di scrivere nel blog soprattutto riguardo alle piccole collezioni egizie presenti nel nostro Paese, non è così raro trovare reperti egizi in contesti locali grazie alla diffusione, già in età repubblicana, del culto di Iside e Serapide (ma anche di Arpocrate, Anubi, Bes, Osiride). Ma fu soprattutto dopo l’arrivo di Cleopatra VII nell’Urbe (46-44 a.C.) che scoppiò una vera e propria egittomania che ebbe ripercussioni sull’arte e la società dell’epoca.

La prima tappa del progetto consisterà nella mostra “Il Nilo a Pompei. Visioni d’Egitto nel mondo romano”, dal 5 marzo al 4 settembre presso il Museo Egizio di Torino (nel video, la preparazione dell’allestimento). Si tratta della prima esposizione temporanea organizzata dopo il rinnovamento del museo e, con l’occasione, verranno inaugurati i nuovi spazi di 600 m² al primo piano. Con circa 330 reperti, di cui 172 prestati da altri musei italiani ed esteri, s’illustreranno i tratti principali dell’Egitto tolemaico e i successivi contatti, commerciali, culturali, religiosi, con il mondo romano, privilegiando ovviamente i siti vesuviani. Proprio a Pompei, infatti, è attestata la più antica presenza del culto isiaco in Italia (II sec. a.C.). La mostra, divisa in nove sezioni, presenterà, tra gli altri, 40 oggetti del MANN, quasi tutti scoperti nel Tempio di Iside di Pompei, 10 dal Museo Iseo di Benevento e il bellissimo “Toro cozzante”, bronzetto ellenistico scoperto nel 2004 e oggi conservato nel Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide. Inoltre, saranno ricreati in 3D gli ambienti decorati a tema egittizzante delle domus del Bracciale d’Oro (a cui appartiene l’affresco sullo sfondo della foto in alto) e di Loreio Tiburtino (Pompei).

1456398002713_Egitto-Pompei-cartella_stampaIl 16 aprile, a Pompei arriveranno dall’Egizio 7 statue monumentali di Sekhmet (un esempio) e quella di Thutmosi I seduto in trono (Cat. 1374) che torneranno a “viaggiare” dopo quasi 200 anni dall’ultima volta. Le sculture saranno esposte nella Palestra Grande (invece, spero siano infondate alcune voci che vedrebbero il riciclo dell’orrenda “piramide” allestita nell’anfiteatro per i calchi in gesso). Sarà poi segnalato un percorso che unisce tutte le domus con motivi decorativi nilotici e il già citato tempio di Iside.

L’ultima fase della mostra itinerante riguarderà il Museo Archeologico Nazionale di Napoli che, in due date, finalmente si riaprirà all’Egitto. Il 28 giugno, verrà inaugurata la “Sala dei culti orientali”, nuovo percorso dedicato ai culti egiziani e asiatici in Campania e che includerà anche le meravigliose coppe alessandrine in ossidiana scoperte a Stabia. Infine, come anticipato, dall’8 ottobre saranno di nuovo fruibili dal pubblico le cinque sale della collezione egizia del MANN: Uomini e Faraoni, La Tomba e il Corredo Funerario, La Mummificazione, Il Mondo magico e religioso, La Scrittura, i Mestieri e l’Egitto in Campania.

http://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/documents/1456396987283_Egitto-Pompei-cartella_stampa.pdf

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“L’Egitto di Provincia”: Villa Adriana e l’Antiquarium del Canopo

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Source: s377.photobucket.com

Lo scorso 7 dicembre, approfittando della bella giornata e della “Domenica al Museo” del MiBAC, sono andato a Tivoli per visitare Villa Adriana, la spettacolare residenza extra moenia dell’imperatore Adriano (76-138). L’enorme sistema di costruzioni, oggi patrimonio dell’umanità UNESCO, venne realizzato tra il 118 e il 138 e doveva coprire almeno 120 ettari. La complessità della Villa, oltre a dipendere dall’andamento irregolare del territorio, rispecchia la personalità e, di conseguenza, la politica di Adriano che, amante delle arti e della filosofia, passò gran parte del suo regno lontano da Roma per visitare tutte le provincie dell’impero, soprattutto quelle orientali. Di questi viaggi, l’imperatore volle mantenere il ricordo portando in Italia opere d’arte e riproducendo a Tivoli edifici caratteristici delle diverse mete toccate. Non mancò di certo l’Egitto in cui Adriano soggiornò per 10 mesi, tra il il 130 e il 131, e dove perse il suo giovane amante, Antinoo, annegato nel Nilo e, per questo, divinizzato.

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Source: tibursuperbum.it

Nell’architettura della Villa, la presenza di elementi egittizzanti è cospicua, rispecchiando la moda esotica che era esplosa nell’arte decorativa romana soprattutto dopo la battaglia di Azio (30 a.C.). Nel corso dei secoli, già a partire dal ‘500, sono stati molti i ritrovamenti legati alla Valle del Nilo, anche se nella quasi totalità si tratta solo di rielaborazioni locali di temi faraonici. Statue di Iside, Serapide, sacerdoti, sfingi e coccodrilli riflettono anche l’apertura e la ricettività della religione romana per i culti esteri. Per l’opinione comune, l’area più legata all’Egitto è quella del Canopo e del Serapeo (vedi foto in cima all’articolo) a causa, però, di errate interpretazioni del passato. Fu l’architetto Pirro Ligorio, che nel XVI sec. scavò nel sito su commissione d’Ippolito d’Este, a chiamare la lunga vasca come il canale che collegava l’omonima città ad Alessandria. Ma la presenza di un coccodrillo, una Iside e della personificazione del Nilo (vedi in alto) non basta ad avvallare tale ipotesi; inoltre, la struttura venne costruita prima del 130. Invece, la grotta-ninfeo sul fondo fu definita come tempio di Serapide (Piranesi la definiva “Sacrario di Nettuno”) negli anni ’50 perché si pensava che da qui provenissero due telamoni in granito rosso che rappresentano Antinoo con nemes e shendit (oggi ai Musei Vaticani. Vedi a sinistra).

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Source: antinopolis.org

Statue che, invece, appartengono all’Antinoeion (vedi ricostruzione in alto), tomba-tempio realizzata per celebrare Antinoo-Osiride e, forse, per conservarne i resti mummificati. Scoperta solo nel 2002 di fronte alle “Cento Camerelle”, la struttura ricalca la planimetria dei serapei e, probabilmente, vedeva la presenza del cosiddetto “Obelisco Barberini” (ora sul Pincio), su cui sono incise in geroglifico le regole del culto del giovane identificato con il dio dei morti. L’Antinoeion era adornato da marmi pregiati e conservava diverse opere egizie o egittizzanti, come statue di divinità e sacerdoti, un capitello hathorico, un rilievo con rappresentazione di un trono e sema-tawy, una sfinge, un ureo con disco solare e un frammento faraonico originale di una statua assisa con il cartiglio di Ramesse II.

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Source: archeologia.beniculturali.it/index.php?it/142/scavi/scaviarcheologici_4e048966cfa3a/386

L’altra area strettamente legata all’Egitto si trova ai margini della Villa ed è conosciuta come “Palestra”. Anche questa è una vecchia interpretazione errata, ormai adottata stabilmente, di Pirro  Ligorio che, alla ricerca di statue per abbellire Villa d’Este, scoprì tre busti in marmo rosso che identificò come atleti, ma che, in realtà, rappresentano sacerdoti di Iside (conservati presso i Musei Capitolini), riconoscibili dal capo rasato e dal colore stesso del materiale scelto. Il complesso, infatti, non era adibito agli esercizi ginnici ma, con tutta probabilità, ai culti egiziani. L’area è stata sottoposta a nuovi interventi di scavo e restauro dal 2005, tutt’ora in corso, quindi non è compresa nel consueto percorso di visita. Ma, proprio il 7 dicembre, in occasione della “Giornata Nazionale dell’Archeologia, del Patrimonio Artistico e del Restauro”, i turisti hanno potuto accedere al cantiere accompagnati da una guida di eccezione, Zaccaria Mari, il responsabile dello scavo.

Grazie al lavoro degli archeologi della Soprintendenza del Lazio, si è compresa la vera destinazione dei sette edifici. Il centro religioso era composto da una sala con doppio portico (detta “Piazza”, ma con soffitto e aperta ai lati), un giardino pensile, un cortile porticato, un’aula ipostila basilicale preceduta da una larga scala (vedi foto in alto) e tre grandi aule monumentali a croce greca ancora non scavate. Oltre ai busti dei sacerdoti, sono state trovate molte altre statue a carattere egittizzante: Iside, Iside-Demetra (ai Vaticani), un offerente con vaso canopo, il corpo di un ibis in marmo (testa e zampe, che erano in bronzo, sono andate perdute) e, soprattutto, una sfinge acefala (2006) e, nella scorsa primavera, uno splendido Horus in forma di falco (vedi in basso). Un affresco da Ercolano mostra proprio una celebrazione isiaca con sacerdoti, ibis, sfingi e scalinata, confermando, così, l’interpretazione di tempio della dea per l’aula basilicale.

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La sfinge e Horus sono i pezzi forti del nuovo allestimento dell’Antiquarium del Canopo dedicato alle ultime scoperte effettuate nella “Palestra”, compresi alcuni esempi di statuaria classica, come una copia del “Doriforo” di Policleto. Inoltre, al piano superiore, c’è anche l’esposizione permanente del ciclo del Canopo con gli originali del coccodrillo e della personificazione del Nilo. Ovviamente, trattandosi di materiale inedito, non ho potuto fare foto né al cantiere né alle opere esposte nell’Antiquarium, ma potete vedere il tutto nel servizio di RaiNews (dove, fra l’altro, spunta anche il sottoscritto al secondo 38).

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Villa Adriana, domenica 7 sarà visitabile il cantiere del “Tempio di Iside”

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Source: roma.repubblica.it

Domenica 7 dicembre, a Villa Adriana (Tivoli), sarà visitabile il cantiere di scavo/restauro della cosiddetta “Palestra” che, in realtà, potrebbe rivelarsi un centro di culto di divinità egizie. Il complesso monumentale era stato chiamato così da Pirro Ligorio che aveva interpretato come atleti tre busti da lui ritrovati nell’area. Ma si è dovuto aspettare il 2005 per un’indagine archeologica approfondita che ha messo in luce sette edifici tra cui una sala con doppio portico, un giardino pensile e un’aula basilicale già inclusi nel percorso di visita. L’attuale cantiere, invece, è stato avviato l’anno scorso dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio. L’interpretazione, ancora non confermata, come Tempio di Iside deriva da una serie di ritrovamenti effettuati nel corso dei secoli di materiale egittizzante, come un busto colossale di Iside, busti di sacerdoti isiaci e la sfinge acefala scoperta ancora in situ nel 2006. La scorsa primavera, invece, sono emerse altre statue, tra cui uno splendido Horus in forma di falco (vedi foto). Non deve stupire la presenza di un culto egizio in Italia sia per l’apertura dei Romani alle religioni dei popoli assoggettati (Iside e Serapide erano tra le divinità più diffuse nell’impero) sia per l’amore dell’imperatore Adriano per l’Oriente e, in particolare, per l’Egitto in cui visse circa due anni.

L’area di scavo sarà accessibile con visite guidate alle 10.30, 12.00, 14.30 e 15.30, mentre la sfinge, Horus e le altre statue recentemente scoperte saranno esposte nell’Antiquarium del Canopo tutto il giorno. L’ingresso sarà gratuito nell’ambito dell’iniziativa del MiBAC “Domenica al Museo”.

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