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Alberto Angela: “CLEOPATRA: la regina che sfidò Roma e conquistò l’eternità” (recensione)

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Ho da poco terminato di leggere il libro di Alberto Angela e sono davvero deluso. Ma andiamo per ordine.

Il 25 novembre 2018, alla presenza della consueta folla di ammiratori, è stata presentata a Roma l’ultima fatica editoriale del divulgatore televisivo più amato d’Italia: “Cleopatra. La regina che sfidò Roma e conquistò l’eternità”. Da subito è parso evidente che per la HarperCollins – che ha ‘strappato’ Angela da Rizzoli per tre libri – questa operazione sarebbe stata un vero affare. Infatti, la popolarità dell’autore, la sua ferrea fanbase in costante crescita, ma anche la scelta di scrivere di una delle figure storiche più iconiche di sempre (tema già trattato in una puntata di Ulisse) non potevano che tradursi in un successo di vendite. 

Anch’io sono tra quelli che hanno acquistato il libro, spinto ovviamente dal tema trattato e dalla voglia di parlarne qui sul blog. Come già detto, “Cleopatra” è pubblicato da HarperCollins – la casa editrice degli Harmony (particolare che, come vedrete, non cito a caso) – in collaborazione con RaiEri, per un prezzo di 20 euro e 446 pagine. La seguente recensione sarà divisa in paragrafi, alcuni più oggettivi altri meno, per questo occorre fare un paio premesse:

  • è la prima volta che leggo qualcosa di Alberto Angela quindi il mio giudizio non è estendibile a tutta la sua bibliografia; 
  • anticipo sul nascere eventuali accuse di ‘snobismo da archeologo’ affermando tranquillamente – qualora non bastasse la mia attività di divulgazione – che stimo tutti coloro che parlano seriamente, ma in modo semplice, di storia e archeologia in TV, tra i quali Alberto è senza dubbio il più efficace. 

Copertina

Lo so, non si giudica un libro dalla copertina, ma sfido qualsiasi grafico a scontornare peggio una figura… Vabbè, passiamo alle cose serie.

Contenuto storico

Sull’attendibilità dei dati presentati non posso dir nulla non avendo rilevato errori importanti (tuttavia, c’è da specificare che mi riferisco solo alla minuscola parte egittologica; anzi, invito i colleghi classicisti a dire la loro). Infatti, seppur accompagnate – come vedremo – da una cospicua componente romanzata, le vicende sono tutte descritte seguendo fonti archeologiche, testi di storici antichi (con i riferimenti indicati in fondo al libro) e recenti lavori di studiosi contemporanei. Nei ringraziamenti, leggiamo che l’autore si è avvalso della consulenza di esperti quali Romolo Augusto Staccioli (professore di Epigrafia alla “Sapienza” di Roma), Giovanni Brizzi e Francesca Cenerini (professori di Storia romana all’Università di Bologna) e di “una squadra di egittologi” (sic) di cui purtroppo non cita i nomi. D’altronde, i programmi degli Angela ci hanno abituati bene e, anche se non scevri da topiche ed eccessive semplificazioni, sono una boccata di aria fresca nel panorama televisivo italiano e la prova che si può fare ascolti anche con la cultura.

Stile di scrittura

Tornando a valutazioni più soggettive, trovo che lo stile di Alberto si adatti poco alla forma scritta. In sostanza, l’autore utilizza lo stesso linguaggio parlato con cui riesce a coinvolgere il pubblico televisivo ma che, riportato su carta, rischia di far perdere il lettore. Il ritmo è spezzato da numerose subordinate e continue digressioni/spiegazioni che funzionano solo se nel frattempo passano in onda immagini che aiutano a comprendere il senso e a riprendere il filo del discorso. Allo stesso modo, trovo meno accattivante il tentativo di avere un rapporto diretto con chi legge tramite domande dirette e ‘ammiccamenti’ vari che hanno senso solo se accompagnati dal cambiamento del tono della voce, dall’espressività del volto o dalla gestualità delle mani. Anche gli onnipresenti puntini di sospensione risultano più fastidiosi che funzionali nel ricreare le tipiche pause allusive della narrazione ‘angeliana’.

Stile narrativo

Anche in questo caso, la formula adottata si rifà chiaramente al format televisivo. La classica descrizione degli eventi storici si accompagna a una narrazione più romanzata, proprio come quando, terminato di parlare, Alberto Angela lascia spazio a brevi filmati di sceneggiati in costume. In sostanza, c’è una continua alternanza tra spiegazione e fiction. Nel primo caso, l’autore fa ampio uso delle fonti e cita studiosi, ma utilizza anche riferimenti moderni – a volte forse un po’ troppo azzardati (vedasi Cleopatra paragonata a Lady Gaga) – per rendere più chiari i concetti. A tal proposito, ho trovato forzata la continua volontà di presentare la regina come una donna moderna (“oggi sarebbe una top manager”) che riuscì ad imporsi in una società iper-maschilista. Ovviamente non furono molti i sovrani di sesso femminile a governare l’Egitto, ma Cleopatra VII non fu nemmeno l’unica. Spesso si rischia di miticizzare troppo personaggi che, al di là dei loro effettivi meriti, devono il loro posto nella memoria collettiva all’incrocio degli eventi in cui sono vissuti. Quindi, se proprio vogliamo dare un peso alle azioni dei protagonisti della storia, toglierei qualche oncia dal piatto di Cleopatra e la metterei su quelli di Cesare e Marco Antonio, troppo spesso presentati nel libro – soprattutto il secondo – quasi come succubi delle decisioni della regina.

Ma davvero vogliamo credere che due tra i più grandi generali e politici di Roma si siano mossi, seppur in minima parte, per amore o passione? Con il rischio di sembrare cinico, credo che in liaison di un certo livello i sentimenti contino poco o niente. Lo stesso Angela scrive: “Va ricordato comunque che le unioni in questo periodo non sono guidate tanto da un’attrazione fisica o sentimentale, quanto, anzi soprattutto, dalla volontà di suggellare unioni di politica, potere e ricchezze”. Tuttavia, per il resto del libro sembra dimenticarsene virando verso qualcosa che è stato definito da alcuni ‘soft porn’. Non so se questa sia una deriva recente più o meno voluta per avvicinarsi al target femminile di pubblico che si è creato come effetto della sua fama collaterale da sex symbol, ma in molte pagine sembra veramente di leggere un Harmony. Certo, aggiungere un po’ di pepe (Q.B.) al racconto storico può destare l’attenzione dei più riluttanti alla materia, ma in questo libro le dosi di spezie sono spesso ‘indiane’. In effetti, già gli scrittori latini ci erano andati pesanti con Cleopatra ingigantendo la sua fama di donna ammaliatrice, di prostituta orientale, ma lo facevano per mera propaganda pro-Ottaviano. D’altronde, anche Marco Antonio è screditato dalle fonti e presentato come schiavo del sesso e rammollito dalle attenzioni della meretrice straniera. Ma di certo si rimane un po’ perplessi quando si legge che al triumviro, incontrando a Tarso Cleopatra “forse nuda”, sarebbe “cascata a terra la mandibola come nella scena di The Mask”.

Nella narrazione più romanzata, si finisce spesso in descrizioni accurate – sia chiaro, mai volgari – degli incontri amorosi di Cleopatra. Prima si fa riferimento alla probabile rasatura pubica della regina, poi si fanno ipotesi su chi abbia preso la sua verginità trovando in Cesare il candidato più attendibile (e, poverina, le viene anche imputata una scarsa esperienza amatoria al cospetto del più anziano dittatore) e infine si indugia sulla foga scoppiata già al primo incontro con Antonio (“con il petto ampio e muscoloso, le spalle larghe, il corpo possente e massiccio di un Ercole”) che non riesce a tenere a posto le mani nonostante si stia giocando il dominio del Mediterraneo: “quasi certamente tra loro scatta la scintilla del sesso dalle prime serate”. Gli esempi di questo genere sono molti di più e mi fanno storcere il naso non perché io sia puritano ma perché così si rischia di banalizzare troppo gli intricati giochi di alleanze politiche che portarono – citando il titolo che originariamente era stato deciso per il libro – al tramonto di un regno e all’alba di un impero.

Titolo

A proposito del titolo, la prima scelta sarebbe stata sicuramente più aderente al contenuto perché la vera protagonista non è tanto Cleopatra ma Roma. Infatti, bisogna aspettare quasi un terzo del volume (in cui viene descritto, passo dopo passo, l’assassinio di Cesare) per cominciare a leggere le vicende strettamente inerenti alla regina, mentre i successivi approfondimenti della sua figura vengono quasi soffocati dal racconto della guerra civile tra Ottaviano e Antonio. Certo, è giusto occuparsi di eventi così importanti che, fra l’altro, furono influenzati dalla stessa Cleopatra, ma il titolo lasciava presagire una maggiore attenzione sulla sua figura che io non ho rilevato. Inoltre – e qui parlo per interesse personale – l’Egitto è quasi del tutto assente con rarissimi paragrafetti dedicati alla descrizione del regno tolemaico e della città di Alessandria. Eppure in 423 pagine lo spazio ci sarebbe stato. 

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“Cleopatra” (1963): blooper egittologici

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Dopo la grande scorpacciata di notizie su Tutankhamon, passiamo all’altro grande personaggio storico in cui la gente identifica l’antico Egitto: Cleopatra (VII Thea Philopatore; sì, perché quella famosa viene dopo altre sei regine con lo stesso nome). Cleopatra (69-30 a.C.) fu l’ultima sovrana del regno tolemaico, o, più precisamente, la penultima perché, dopo il suo suicidio e prima che il Paese cadesse in mano ai Romani, rimase in carica per una decina di giorni il figlio e coreggente Tolomeo XV  detto “Cesarione”, poi ucciso per volontà di Augusto che pose fine all’indipendenza delle Due Terre. Personalità di gran fascino, la regina divenne un’icona pop già in vita, soprattutto quando, portata a Roma da Cesare nel 46 a.C., influenzò le mode dell’Urbe. La sua figura, distorta e “favoleggiata” dagli storici latini ovviamente ostili, è rimasta tra i temi esotici preferiti dalla letteratura e dalle arti figurative come simbolo di donna intelligente ed emancipata, ma anche bella (e vedremo che non è proprio così), lasciva e cospiratrice: in poche parole, il lato invitante del peccato. Non ha fatto eccezione il cinema che ha dedicato a Cleopatra, fin dagli albori del mezzo, un’ottantina di film, a partire dal cortometraggio francese del 1899 Cléopâtre” per poi arrivare al boom del genere peplum tra gli anni ’50 e ’60. Per la maggior parte, ovviamente, si tratta di pellicole storiche, ma non mancano commedie con mostri sacri dell’umorismo italiano come Totò (“Totò e Cleopatra”) e Alberto Sordi (“Due Notti con Cleopatra” dove la regina è impersonata da una giovanissima Sophia Loren). Ma, tra tutti, il film più famoso è sicuramente “Cleopatra” del 1963 diretto da Joseph L. Mankiewicz e con la bellissima Elizabeth Taylor come protagonista. Il colossal, e questa volta si può ben dirlo viste le 4 ore di durata (anche se il progetto iniziale del regista prevedeva addirittura 6 ore divise in due capitoli), vinse quattro Oscar (fotografia, scenografia, costumi ed effetti speciali), ma rischiò di far fallire la 20th Century Fox a causa dei costi di produzione lievitati da 2 a 44 milioni di dollari. La pellicola è anche tra le preferite dai cercatori di blooper per errori celeberrimi come il reggiseno di Cleopatra, l’orologio a lancette da tavola, la spugna gialla nel bagno di Marco Antonio, le foglie autunnali che cadono alle Idi di Marzo e tanti altri anacronismi che invito i miei colleghi classicisti a individuare. Qui di seguito, infatti, riporterò solo le sviste che riguardano più strettamente l’Egitto.

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Partiamo dall’attrice scelta per interpretare il ruolo principale. Non c’è dubbio che Liz Taylor sia stata una delle donne più belle di Hollywood; lo stesso non si può dire per Cleopatra, stando almeno alle sue rappresentazioni su moneta. Saranno pure cambiati i gusti estetici, ma collo cadente, naso aquilino, mento sporgente, occhi infossati e ghigno disgustato non sono proprio attributi da Venere. Detto ciò, il mio non vuole essere un giudizio superficiale ma una critica all’intero canovaccio del film che si limita a ricondurre tutto al fascino della regina che riesce a far innamorare, rimbambendo, gli uomini più potenti del loro tempo. Nelle vicende che corrono tra i due triumvirati, invece, l’amore c’entra poco se non per niente. Prima Cesare e poi Antonio sposarono Cleopatra non perché ammaliati dalle sue forme ma per meri scopi politici. La posizione strategica nel Mediterraneo e le fertili terre del Nilo rendevano l’Egitto un alleato fondamentale in un periodo turbolento in cui, alla fine della Repubblica, i rapporti di forza non erano ancora definiti. Le legioni andavano sfamate e, non a caso, il Paese fu poi definito il “granaio dell’Impero”. Basta questo a far capire l’assenza di romanticismo nei flirt della regina con i due generali. Tra l’altro, nemmeno le fonti parlano dell’avvenenza di Cleopatra; anzi, Plutarco scrive: «A quanto dicono, la sua bellezza in sé non era del tutto incomparabile, né tale da colpire chi la guardava. Ma la sua conversazione aveva un fascino irresistibile […]» (“Vita di Antonio”, 27,2).

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Tornando a “Cleopatra”, la narrazione inizia dopo la battaglia di Farsalo (9 agosto 48 a.C.), scontro decisivo tra Giulio Cesare (Rex Harrison) e Pompeo, con quest’ultimo che, sconfitto, si rifugiò in Egitto. Tale scelta, però, gli fu fatale perché il giovane faraone Tolomeo XIII lo fece uccidere a tradimento per ingraziarsi Cesare. Il regno tolemaico, infatti, era in piena guerra civile dopo la morte di Tolomeo XII che aveva lasciato il trono in coreggenza a Cleopatra VII e a Tolomeo; ma il fratello minore, per accaparrarsi tutto il potere, cacciò la sorella da Alessandria. È evidente, quindi, come l’appoggio del console potesse essere appetibile nella lotta dinastica.

2Il film parte proprio dallo sbarco di Cesare nella capitale egiziana e si vede subito quanto l’Oscar per la scenografia sia stato meritato: la città, con tanto di Faro (vedi immagine in alto), è perfettamente rappresentata grazie a un sapiente gioco di fondali dipinti (che non si notano come in tanti altri polpettoni epici) e finte costruzioni realizzate tra Londra e Roma. Certo, il gong a forma di scarabeo è quanto meno bizzarro… Ma, tralasciando questi particolari naïf, vanno fatte un paio di considerazioni sugli schiavi che si vedranno da questo punto in poi, compresi quelli che suonano il bacarozzo gigante. Una costante delle pellicole sull’Egitto è che i protagonisti siano sempre bianchi mentre servitori e figure secondarie neri. Nonostante stia parlando di un film uscito un anno prima che il Civil Rights Act dichiarasse illegale ogni forma di segregazione razziale negli USA, tale argomento è ancora di strettissima attualità visto che Alex Proyas, regista di “Gods of Egypt” che uscirà il prossimo febbraio, è stato costretto a scusarsi per la scelta di troppi attori caucasici nel cast. In ogni caso, al di là del colore della pelle, nessuno schiavo avrebbe mai indossato il nemes, copricapo di stoffa esclusivamente reale.

4Una volta a palazzo, Cesare non è per niente contento della testa di Pompeo in dono e cerca di rimettere sul trono anche Cleopatra perché colpito dal suo fascino. Nella realtà, invece, pur concependo un figlio con lei, la fece sposare con il fratello per ripristinare l’equilibrio precedente. La residenza reale è un’accozzaglia di reperti noti, egiziani e greci, che vede la presenza, sotto lo stesso tetto, di cariatidi dell’Acropoli di Atene, statue di Chefren, mobili (come la sedia della foto) dalla tomba della regina Hetepheres I, moglie di Snefru, e altri oggetti, come al solito, dal corredo funerario di Tutankhamon. Nonostante l’accordo matrimoniale, le tensioni sfociarono nello scontro del 48-47 tra l’esercito di Tolomeo XIII e Arsinoe IV, altra sorella pretendente al trono, e quello di Cesare. Durante gli scontri, s’incendiò fortuitamente parte della celeberrima Biblioteca di Alessandria senza però arrivare alla distruzione completa come è indicato nel film. Infatti, le fonti parlano dei danni all’edificio, ma la sua fine probabilmente fu causata degli Arabi nel VII secolo d.C. Morto Tolomeo XIII, Cesare fece sposare Cleopatra con l’altro fratello minore, Tolomeo XIV (innamorato perso, eh?), e tornò a Roma.

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Nel luglio del 46, Cesare celebrò i trionfi su Gallia, Egitto, Ponto e Mauretania, durante i quali vennero invitati a Roma anche Cleopatra e suo fratello/novello sposo Tolomeo XIV che il regista sembra essersi dimenticato. Non è chiaro se ci fosse anche il piccolo Cesarione nato l’anno prima. Famosa è la scena dell’ingresso in un fittizio Foro della regina con il figlioletto troppo cresciuto e con un corteo che non avrebbe sfigurato a Viareggio (compreso un improbabile corpo di ballo tribale dall’Africa Nera). Il carro a forma di sfinge (vedi foto in alto) attraversa la copia dell’Arco di Costantino che, piccolo particolare, sarebbe stato inaugurato “solo” 371 anni dopo. Cleopatra sogna già un futuro da imperatrice, ma le Idi di Marzo del 44 le scombinano i piani; così torna ad Alessandria subito dopo la morte dell’appena nominato dittatore perpetuo.

96942-004-ADA0F6B3Poco male. Passati tre anni, la sovrana d’Egitto trova un altro pollo, Marco Antonio, luogotenente di Cesare che da tempo aveva perso la testa per quegli occhi viola. Non solo nella finzione perché Richard Burton sposò veramente Liz Taylor per ben due volte con altrettanti divorzi. Appartenente al secondo triumvirato con Ottaviano e Lepido, Antonio ebbe le provincie orientali e, ben presto, trovò in Cleopatra un’ottima alleata per le sue mire espansionistiche. Nel film, invece, è rappresentato come un alcolizzato, piagnucoloso, inetto affetto dal complesso d’inferiorità verso il Divo Giulio e che regala alla sua amante Cipro, Siria, Cirenaica, Libia, Media, Partia e Armenia. In realtà, la coppia era riuscita ad accaparrarsi più di 1/3 dei domini di Roma. Ovviamente Ottaviano non è d’accordo e, con il supporto del Senato, attacca l’odiato nemico. La battaglia decisiva si svolge ad Azio (2 settembre 31 a.C.), a largo della costa occidentale della Grecia. Anche in guerra, Antonio è ubriaco e si lancia in un assalto frontale sconsiderato, mentre Cleopatra, visto il brutto, fugge verso casa sulla sua nave d’oro (ah, come è innamorata). L’anno dopo, il futuro Augusto assedia Alessandria passando per la Siria e non lascia altra via d’uscita ad Antonio che il suicidio.

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La regina e le sue due ancelle si asserragliano nella tomba (vedi foto in alto), un simil Tempio minore di Abu Simbel, ma vengono raggiunte dai soldati romani che le imprigionano a palazzo. Intanto, viene ucciso Cesarione anche se, come ho scritto all’inizio, sappiamo che morì 11 giorni dopo la madre. Del suicidio di Cleopatra si è detto tanto: il 12 agosto del 30 a.C., insieme a Iras e Charmion, si sarebbe fatta mordere da un aspide, identificato con un cobra o una vipera, nascosto in un cesto di fichi. Leggenda o verità? Secondo Andrew Gray, curatore della sezione di erpetologia del Manchester Museum, leggenda perché, come ha recentemente affermato, sarebbe stato impossibile per un singolo serpente avere il veleno sufficiente a far morire in poco tempo tre persone. Noi, non avendo altri dati, facciamo finta di credere a Plutarco e ci gustiamo l’ending che, per una volta, non è happy.

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