Articoli con tag: mummia

Nag Hammadi: scoperta tomba con mummie di coccodrillo

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Source: nagaawya.weladelbalad.com

A Nag Hammadi, località della provincia di Qena – subito a nord dell’ansa del Nilo – famosa soprattutto per la scoperta di codici gnostici del III-IV sec. d.C.,  è stata individuata una tomba con mummie di coccodrillo e di altri animali, come bovini e roditori, integre o solo teste. Il rettile più grande raggiunge addirittura i 4 metri di lunghezza (vedi foto), mentre altri due superano 1,20 m. Nell’ipogeo, risalente al Periodo tardo, gli archeologi egiziani hanno recuperato anche alcuni degli strumenti utilizzati per l’imbalsamazione e bende di lino. Secondo l’ispettore locale del Ministero delle Antichità, Mohamed Hamdi, questo ritrovamento attesterebbe per la prima volta la venerazione del dio Sobek nella zona.

Il video della tomba:

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“Bubba Ho-Tep – Il re è qui” (blooper egittologici)

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82 anni fa (8 gennaio 1935), a Tupelo, Mississipi, nasceva uno dei cantanti più famosi della storia, l’icona stessa del rock ‘n’roll, semplicemente il Re: Elvis Presley. Una vera e propria leggenda che divenne oggetto di culto per milioni di fan, soprattutto dopo la sua morte avvenuta il 16 agosto 1977… forse. Secondo una leggenda metropolitana, infatti, Elvis avrebbe inscenato la sua morte per allontanarsi dal logorante mondo dello show business. E, quindi, dove sarebbe ora? In uno sperduto ospizio del Texas…

Questa è la versione proposta in “Bubba Ho-Tep – Il re è qui”, film diretto nel 2002 da Don Coscarelli (nome che probabilmente dirà qualcosa solo agli amanti dell’horror per la sua serie “Phantasm”): un ormai vecchio Elvis (interpretato dal grande Bruce Cambpell de “La Casa”, “La Casa 2” e “L’Armata delle Tenebre”), dopo aver scambiato identità 20 anni prima con un suo imitatore, è bloccato a letto per un cancro al pene e rimugina sulla sua vita passata, logorato più dalla noia e dalla frustrazione che dalla malattia. Fin qui, non sembrerebbe esserci alcun collegamento con l’antico Egitto; tuttavia, la monotona vita degli ospiti della casa di riposo ben presto verrà sconvolta da un’entità maligna proveniente dalla Valle del Nilo!

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I dubbi sulla pertinenza del film con questa rubrica vengono tolti dai primi fotogrammi che, con due definizioni da vocabolario, spiegano il significato del titolo: una fusione tra “bubba”, appellativo gergale che si dà tra uomini degli Stati Uniti del Sud, e “hotep” che, con il significato di “essere appagato/soddisfatto”, è usato in alcuni nomi egizi, di faraoni e non (Amenhotep, Imhotep, Hotepsekhemuy, Mentuhotep ecc.). Questo perché il nostro Elvis, aiutato da un vecchio di colore convinto di essere John Fitzgerald Kennedy, dovrà vedersela con una mummia vestita da cowboy… Lo so, la trama è completamente senza senso! Il risultato è un’assurda commedia horror diventata subito cult negli USA, ma poco conosciuta da noi (d’altronde, la pellicola è stata distribuita in Italia solo nel 2010 tramite DVD), che va avanti tra soliloqui introspettivi del protagonista e battute più che scurrili, senza che ci sia una sola canzone di Presley nella colonna sonora (per ovvi motivi di costo dei diritti d’autore).

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Tornando alla storia, uno dopo l’altro, gli anziani dell’ospizio muoiono senza che nessuno si faccia domande fino a quando strani avvenimenti insospettiscono Elvis e JFK: giganti scarabei plasticosi irrompono nelle stanze di notte e un’iscrizione geroglifica incisa nel bagno (secondo Kennedy, che dice di saperlo tradurre, il testo dice: “Il faraone mangia le palle dell’asino – Cleopatra fa la zozza”… vedi immagine in alto) palesano la presenza della malvagia entità. Il mostro altri non è che la mummia di uno scriba fatto imbalsamare vivo dal re perché scoperto in flagrante con la regina. Millenni dopo, insieme ad altri reperti, il corpo viene prestato agli USA dal governo egiziano per una mostra itinerante, ma, dopo essere stato rubato, finisce nel fiume nei pressi della casa di riposo dopo un incidente stradale dei ladri. Così, la mummia maledetta trova un ambiente perfetto dove succhiare anime deboli per rimanere in “vita” e sproloquiare in geroglifico!

Riusciranno i nostri pensionati a fermarla?

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TAC su una mummia di falco rivela il feto di un bambino

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Source: kentonline.co.uk

Le TAC effettuate su mummie riservano spesso sorprese. Può capitare di trovare attrezzi per l’imbalsamazione dimenticati nel cadavere, di invertire il sesso del defunto o di scoprire veri e propri falsi. Ma immaginate la sorpresa di chi, convinto di analizzare i resti di un falco, si è ritrovato con un feto umano di sole 20 settimane! È successo ai medici del Kent Institute of Medicine and Surgery incaricati di scansionare le mummie conservate presso il Maidstone Museum, museo dell’Inghilterra meridionale che possiede anche una collezione egizia di circa 600 reperti. Tra i “pazienti” presi in carico dal KIMS Hospital, infatti, risultava anche un piccolo corpo coperto da cartonnage di età tolemaica (323-30 a.C.) che, per le ridotte dimensioni, si pensava appartenesse a un rapace. Invece, le immagini computerizzate hanno identificato le ossa di uno tra i più giovani bambini mummificati mai ritrovati (insieme ai casi di 16 settimane dello Swansea University’s Egypt Centre e del Fitzwilliam Museum di Cambridge).

http://museum.maidstone.gov.uk/findings-maidstone-museums-mummy-scan/

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Bufale eGGizie*: la “mummia sfortunata” che affondò il Titanic

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Source: wikipedia.org

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Dopo aver avuto il piacere di intervenire sul n° 287 di Focus (settembre 2016), intervistato da Maria Leonarda Leone sulla maledizione di Tutankhamon, colgo l’occasione per approfondire il discorso parlando di un’altra leggenda metropolitana che riguarda antico Egitto e superstizioni. Sì, perché, ancor prima della scoperta della KV62 e della conseguente ‘tutmania’, circolavano già storie su misteriose morti da imputare all’influenza maligna delle centinaia di mummie egizie arrivate nell’Inghilterra vittoriana.

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Source: britishmuseum.org

Una di queste è ancora ricordata con l’appellativo di “Unlucky Mummy” e si trova nella Sala 62 del British Museum (n° inv. EA22542). In realtà, non è un corpo mummificato ma un coperchio di sarcofago appartenuto a una donna della XXI dinastia (950 a.C. circa) e donato al museo nel luglio 1889 da Mrs. Warwick Hunt a nome di Arthur Wheeler. Non si conosce il nome della defunta, anche se, guardando la fattura dell’oggetto, è probabile che appartenesse a un’alta classe sociale. In ogni caso, nei primi cataloghi del British, è indicata come sacerdotessa di Amon-Ra. A incutere timore nei londinesi dell’epoca era soprattutto l’espressività del volto della maschera che fece nascere una serie di superstizioni e dicerie sulla presunta cattiva sorte toccata a tutti coloro che, per un motivo o l’altro, erano venuti a contatto con il reperto; voci che incuriosirono Bertram Fletcher Robinson, giornalista del Daily Express e amico/collaboratore di Sir Arthur Conan Doyle (curioso notare come siano nate leggende anche sul rapporto tra i due secondo le quali il padre di Sharlock Holmes avrebbe copiato il romanzo “Il mastino dei Baskerville” a Robinson e poi avrebbe avvelenato il vero autore per coprire il misfatto).

Robinson passò anni a raccogliere materiale da pubblicare sulle colonne del quotidiano per cui lavorava e continuò anche dopo il 1904, quando passò a Vanity Fair. Purtroppo, però, non riuscì a completare la sua inchiesta perché morì a soli 36 anni, il 21 gennaio 1907. La causa dell’improvviso decesso fu una febbre tifoide che portò a peritonite, ma Doyle, spiritista convinto, l’attribuì a uno spirito elementale intrappolato nel coperchio (spiegazione che userà successivamente anche per la maledizione di Tutankhamon). Fra l’altro, lo scrittore stesso aveva compiuto ricerche presso il British Museum nel 1891 per il suo racconto breve “Lot No. 249” in cui una mummia si risveglia a Oxford dopo la lettura di una formula magica su un papiro.

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Source: wikipedia.org

L’attenzione mediatica provocata dalle parole di Doyle convinse l’editore del Pearson’s Magazine, proprietario anche del Daily Express, a riprendere gli appunti di Robinson (nella foto qui accanto) e a farli riscrivere da G. Russel nell’agosto del 1909 (in alto a sinistra, l’iconica copertina del numero): intorno alla metà degli anni ’60 del XIX secolo, 5 ricchi britannici intraprendono un viaggio lungo il Nilo fino ad arrivare a Luxor dove sarebbe stato scoperto il coperchio. Già in Egitto, uno dei componenti della spedizione sparisce nel deserto e a un altro viene amputato il braccio per un colpo di pistola accidentale. Tornati in Inghilterra, un terzo uomo riceve un altro proiettile e l’anonimo Mr. W. (il Wheeler che donò il pezzo al British?), venuto in possesso del reperto, si accorge di aver perso gran parte dei suoi averi e muore poco dopo. Lo sfortunato oggetto passa alla sorella che, a sua volta, subisce gravi perdite finanziarie pur non credendo alla maledizione. Ma, dopo la morte dell’amico fotografo che aveva immortalato nella maschera il volto di una donna vivente e dopo che la celebre chiaroveggente Madame Helena Blavatsky aveva percepito una presenza malvagia, Mrs. W. si convince a cedere il coperchio al museo londinese. Perfino il trasferimento fa le sue vittime, con i due poveri facchini che ci lasciano le penne durante il trasporto della cassa. Appare ovvio che si trattasse di un mucchio di congetture non verificabili per mancanza di nomi e dati oggettivi.

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Source: wikipedia.org

Tuttavia, la storia non finisce qui intrecciandosi, 3 anni dopo, con la tragica vicenda del Titanic. Poco dopo il naufragio, infatti, quotidiani e riviste riportarono la notizia secondo la quale l’Unlucky Mummy sarebbe stata nella stiva del transatlantico, imbarcata da un archeologo americano. Successivamente, il coperchio, messo su una scialuppa di salvataggio e portato negli USA, sarebbe finito su un’altra nave protagonista di un grave incidente, il piroscafo inglese Empress of Ireland affondato il 29 maggio 1914 con oltre 1000 vittime. Insomma, un po’ troppo anche per l’internauta più fantasioso, ma i giornali dell’epoca (e non solo) approfittavano spesso della curiosità morbosa e della credulità dei lettori.

Questo improbabile collegamento nacque a causa delle credenze esoteriche di William T. Stead, giornalista che perse realmente la vita sul Titanic. Stead, durante le cene sul transatlantico, intratteneva i commensali con racconti di mummie e maledizioni, alcuni dei quali vissuti in prima persona. Come quella volta in cui, invitato a casa di amici per vedere il loro nuovo ‘acquisto’ d’antiquariato, avrebbe assistito all’esplosione di rabbia di uno spirito maligno, uscito dall’ormai noto sarcofago poi finito al British, che avrebbe infranto tutti i vetri della stanza e che avrebbe portato malattie e sfortuna tra i presenti. Uno dei sopravvissuti al naufragio, poi, rilasciò un’intervista al New York World riportando come vere proprio queste storie e ipotizzando l’influenza negativa della sacerdotessa di Amon-Ra sulla tragedia.

Bufale simili continuarono a propagarsi nel mondo per anni, tanto da costringere nel 1934 (ben 22 anni dopo; ma, d’altronde, c’è ancora chi ci crede ora…) Sir Wallis Budge, curatore della sezione egizia e assira del British dal 1894 al 1924, a scrivere: «[…] no mummy which ever did things of this kind was ever in the British Museum. […] The cover never went on the Titanic. It never went to America». Effettivamente, l’Unlucky Mummy non ha mai lasciato Londra fino al 1990, quando fu prestata per una mostra temporanea in Australia, e poi nel 2007 per un evento a Taiwan. Inutile aggiungere che, in entrambi i casi, non è stato riscontrato alcun incidente durante il trasporto.

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Scoperta sepoltura di figlia-moglie-madre di governatori di Elefantina

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Source: MSA

A Qubbet el-Hawa, Assuan Ovest, la missione diretta da  Alejandro Jimémez-Serrano (Universidad de Jaén) ha effettuato un’altra importante scoperta nell’area delle sepolture di Medio Regno (QH33). Gli archeologi spagnoli hanno individuato il sarcofago di Sat-tjeni, prominente nobildonna vissuta nella seconda metà della XII dinastia e già nota da fonti epigrafiche. Sat-tjeni V, infatti, era la sposa del governatore di Elefantina Heqaib II e madre di altri due nomarchi dell’isola sotto il regno di Amenemhat III (1853-1809), Heqaib IIIAmeny-Seneb, nelle cui tombe è presente il nome della donna. Tuttavia, il ruolo di Sat-tjeni sembra essere stato molto più attivo perché, a sua volta, era figlia di un governatore, probabilmente Sarenput II (regni di Sesostri II e III), e, di conseguenza, il veicolo della carica. Quest’ultimo dato è conosciuto solo da pochi anni grazie alla scoperta, sempre nella QH33, di una ciotola di ceramica per le offerte in cibo ai defunti con un’iscrizione in ieratico che dice: “La figlia dello ‘Hati-a’ (governatore), Sat-tjeni”.

Tornando alla scoperta, la mummia era avvolta nel lino e deposta in due sarcofagi in legno di cedro del Libano tra cui solo quello interno è in buone condizioni (vedi foto). Sono stati recuperati anche alcuni frammenti della maschera funeraria in cartonnage.

Il sito della missione: http://www.ujaen.es/investiga/qubbetelhawa/index.php

Per maggiori informazioni su Sat-tjeni: http://www.degruyter.com/dg/viewarticle.fullcontentlink:pdfeventlink/$002fj$002fzaes.2015.142.issue-2$002fzaes-2015-0013$002fzaes-2015-0013.pdf?t:ac=j$002fzaes.2015.142.issue-2$002fzaes-2015-0013$002fzaes-2015-0013.xml

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Mummia di gheppio soffocato come prova dell’allevamento dei rapaci

Source: sciencedirect.com

Source: sciencedirect.com

La mummia di un povero gheppio che ha fatto la fine di un’oca da foie gras; ingozzato fino alla morte. È questo l’oggetto di un recente studio dell’American University of Cairo e di due istituzioni sudafricane, la Stellenbosch University e il Stellenbosch Institute for Advanced Studies, diretto, ovviamente, da Salima Ikram, sempre presente in pubblicazioni che riguardano resti animali. Il piccolo rapace proviene dagli Iziko Museums di Ciittà del Capo (inv.: SACHM 2575) e ha subito un’autopsia virtuale tramite TAC che ha rivelato dati molto interessanti. L’uccello non è stato eviscerato durante l’imbalsamazione, quindi è stato possibile individuare l’ultimo pasto che ha coinciso anche con la causa della sua morte. La coda di un topo, infatti, ostruisce l’esofago e dovrebbe aver ucciso il gheppio per asfissia. Inoltre, nello stomaco sono stati trovati ossa e denti di altri roditori e di un passero che, insieme, sarebbero risultati decisamente eccessivi per il fabbisogno giornaliero dell’esemplare (vedi immagine in basso).

Source: sciencedirect.com

Source: sciencedirect.com

Sembra probabile, quindi, che l’animale sia stato alimentato a forza. Questo particolare è molto importante perché costituirebbe la prima prova di addomesticamento dei rapaci. Ormai è assodato che in Egitto, dall’epoca tarda a quella romana, esistesse una vera e propria produzione “industriale” di ex voto animali che i fedeli donavano agli dèi durante i pellegrinaggi. Milioni di cani, gatti, coccodrilli, ibis, babbuini erano allevati, uccisi, mummificati e venduti. Succedeva anche con i falchi e i rapaci in generale, soprattutto nel culto di Ra, ma ancora non si aveva una chiara dimostrazione archeologica; di certo, l’alto numero di casi non poteva essere spiegato con la caccia e con morti naturali.

L’articolo originale nel Journal of Archaeological Science Vol. 63: “Fatal force-feeding or Gluttonous Gagging? The death of Kestrel SACHM 2575” 

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Individuate le più antiche tracce di morte per insufficienza cardiaca

Tra le decine di lecture presentate durante l’XI International Congress of Egyptologists di Firenze, quella esposta mercoledì 26 dalla Dott.ssa Raffaella Bianucci (sezione di Medicina legale presso l’Università di Torino) è risultata particolarmente interessante. In “Unravelling the cause of death of a 18th dynasty élite individual (QV30)”, ha illustrato i risultati dello studio paleopatologico di una equipe internazionale sui resti mummificati di Nebiri, “Capo delle scuderie” sotto Thutmosi III (1479-1424). La tomba del funzionario, purtroppo depredata già in antico, fu scoperta nel 1904 nella Valle delle Regine da Ernesto Schiaparelli che portò al Museo Egizio di Torino ciò che rimaneva del corpo: la testa (cat: S.5109) e gli organi ancora contenuti nei quattro vasi canopi (S.5110, S.5111/02, S.5112, S.5113).

La testa della mummia, quasi completamente sbendata ma ben conservata, è stata sottoposta alla ormai consueta TAC che ha rilevato malattie tipiche dell’epoca come una forte paradontite, diversi ascessi e un’aterosclerosi mite alla carotide interna destra. La causa della morte, però, sopraggiunta tra i 45 e i 60 anni, è stata individuata grazie all’esame del polmone conservato nel canopo di Hapi (testa umana) che è parzialmente rotto e che, quindi, ha permesso il campionamento dell’organo. L’istologia è stata affidata al Prof. Andreas Nerlich (dipartimento di Patologia alla LudwigMaximilians-Universität di Monaco di Baviera) che ha riscontrato nel “paziente” un edema polmonare, cioè un aumento dei liquidi nello spazio extravascolare (interstizio e alveoli). Escluse, grazie alle colorazioni istochimiche, malattie come tubercolosi, granulomi o altre infezioni batteriche, si è capito che Nebiri morì per uno scompenso cardiaco acuto dovuto a un’insufficienza cronica al lato sinistro del cuore. Detto in parole povere, quando il cuore non è più in grado di pompare in modo efficiente, il sangue si accumula nei polmoni con conseguente emorragia interna a causa dell’aumento della pressione che spinge i globuli rossi contro le pareti dei capillari.

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Riprodotta in laboratorio la mummificazione egiziana su una gamba umana

Source: onlinelibrary.wiley.com

Source: onlinelibrary.wiley.com

Il processo di mummificazione inventato dagli antichi Egizi è, per molti versi, ancora poco chiaro. Infatti, la principale fonte storica sull’argomento, Erodoto (Storie II, 86-89), lascia dei dubbi proprio perché sicuramente non primaria. Nel corso degli anni, quindi, si è cercato più volte di verificare le informazioni fornite dallo storico di Alicarnasso con esperimenti su animali, singoli organi umani o interi corpi, ma mancava uno studio programmatico che documentasse passo dopo passo l’imbalsamazione. Così, un team di ricercatori diretto da Christina Papageorgopoulou (Democritus University of Thrace, Grecia) ha focalizzato l’attenzione sulla fase della disidratazione dei corpi tramite il “bagno” di natron che, secondo Erodoto, doveva durare 70 giorni. I risultati dello studio sono stati pubblicati sull’ultimo numero della rivista “The Anatomical Record”.

Per far ciò, sono state utilizzate due gambe di una donna deceduta da 24 ore che aveva donato il suo corpo all’Istituto di Anatomia dell’Università di Zurigo. Il primo arto è stato messo in un forno alla temperatura di 40°C con una bassa umidità del 10-20% per riprodurre il caratteristico clima caldo-secco del deserto e studiare gli effetti sulla mummificazione naturale; ma, dopo 7 giorni, il test è stato abbandonato per mancanza di progressi. L’altra gamba, invece, è stata ricoperta da 70 kg di una soluzione salina prodotta artificialmente per sostituire il natron che si estraeva dallo Wadi el-Natrun. La Papageorgopoulou ha puntualizzato che la scelta di non utilizzare tutto il cadavere è stata presa per evitare di dover asportare gli organi interni (anche se, e scusate la trivialità, l’operazione così mi è sembrata la salatura del prosciutto crudo).

Il campione è stato costantemente monitorato, anche tramite TAC, e, ad intervalli di tempo regolari, sono stati prelevati frammenti di carne per misurarne l’avanzamento della conservazione con esami al microscopio. La soluzione salina ha rimosso efficacemente l’acqua dai tessuti impedendo la proliferazione di funghi e batteri e la consequente decomposizione. Il problema, però, consiste nelle tempistiche perché, per la completa disidratazione, ci sono voluti ben 208 giorni, circa il triplo di quelli indicati da Erodoto. Quest’anomalia è stata spiegata dagli scienziati con i differenti fattori ambientali del laboratorio, molto più freddo e umido dell’Egitto.

http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/ar.23134/full 

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Francia, esposta la mummia che stava per essere gettata in discarica

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Source: telegraph.co.uk

A chi fa la raccolta differenziata della spazzatura, può capitare di essere indecisi su quale bidone utilizzare per un determinato tipo di rifiuto. Lo stesso dubbio sarà passato per la testa a una donna di Rueil-Malmaison, cittadina a ovest di Parigi, quando, nel 2000, volle sbarazzarsi degli oggetti trovati nella cantina di un palazzo appena acquistato. Presentatasi alla discarica comunale, infatti, chiese dove poter gettare una mummia (umido forse?) a un dipendente che, per fortuna, si rivolse al museo locale.

La famosa egittologa Christiane Desroches Noblecourt ne confermò l’autenticità, così vennero approntati esami più specifici. I resti imbalsamati, coperti da un involucro in cartonnage di media qualità, appartenevano a una bambina di cinque anni di nome Ta-Iset, vissuta intorno al 350 a.C. ad Akhmim (Alto Egitto). La radiografia ha evidenziato l’ottimo stato di conservazione dello scheletro e l’altezza di 92,5 cm. Sul fianco, invece, si trova un taglio apportato probabilmente da colui che portò il reperto in Francia, forse in cerca di un amuleto prezioso, cioè un generale di Napoleone che viveva a Rueil-Malmaison.

Ora, dopo tutto questo tempo, grazie anche a una raccolta di fondi che ha portato a un restauro di un anno, la mummia è stata da poco esposta presso il Musée d’histoire locale.

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“Alla 39ª eclisse” (blooper egittologici)

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Nel 1980, dopo solo nove anni, uno dei tanti B-movie sulle mummie della Hammer, “Exorcismus – Cleo, la dea dell’amore”, viene riciclato per la realizzazione di un film horror con ben più alte pretese. Come l’originale, “Alla 39ª eclisse” (il titolo originale è “The Awakening” = il risveglio) è liberamente ispirato al romanzo di Bram Stoker, “Il gioiello delle sette stelle”, e segue il filone delle possessioni che spopolava negli anni ’70. Per questo, Mike Newell (regista di “Quattro matrimoni e un funerale” e di un Harry Potter) dirige un thriller metafisico che cerca di confermatre il successo dei vari “Esorcista” o “Omen”, ma che appare come qualcosa di già visto. C’è sempre un archeologo, in questo caso nientepopodimeno che Charlton Heston, che va a scavare in Egitto e risveglia una maledizione che porterà alla distruzione sua e della sua famiglia. Ma, nonostante la mancanza di originalità e qualche castroneria egittologica di troppo, il film è diventato un cult per gli amanti del genere.

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Nel 1961, il professor Matthew Corbeck (Heston) e la sua giovane assistente Jane si recano a Luxor alla ricerca della tomba di una regina egizia dimenticata, Kara, sulla base di vecchi appunti di un viaggiatore olandese del ‘600. Sulle prime, lo scavo nella Valle dei Re (in alto a sinistra. Almeno c’è da apprezzare che il film non sia stato girato con i soliti cartonati dipinti) sembra fallimentare, fino a quando Corbeck, che trascura perfino Anne, la moglie incinta, costringendola alla scomoda vita da campo, si mette a picconare da solo e a caso contro la falesia. Qualche metro più in alto, cade un sasso e rivela la presenza di un’iscrizione (che c…aso!) che viene tradotta dall’assistente, nonostante la legga al contrario (da sinistra verso destra). Continuando a scavare, viene liberata l’entrata di una tomba che sembrerebbe trovarsi nell’area più meridionale della valle, dove è la tomba di Thutmosi III (KV34).

5Nell’istante stesso in cui la sepoltura viene aperta dopo millenni, Anne è colta dalle doglie. A questo punto, anche senza aver visto “Exorcismus”, lo spettatore capisce come andranno le cose. L’anticamera della tomba è decorata con scene che ricordano molto quelle della QV66 e un’ulteriore porta, ancora sigillata, vede la presenza della regina con il volto scalpellato e il nome Ka-Ra nel cartiglio (che, in caso di damnatio memoriae, non sarebbe stato di certo risparmiato). L’egittologo decide di aspettare l’indomani per continuare l’esplorazione della struttura, ma, tornato al campo base (che dovrebbe essere la Metropolitan House nell’Assasif, dove risiede la missione polacca), trova la moglie in stato catatonico. Ed eccoci con il solito errore di valutazione delle distanze: Corbeck prendere Anne e la porta in jeep al Cairo dove, da buon marito, la deposita in un ospedale per tornare immediatamente a Luxor. Circa 2500 km nell’arco di una notte…

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L’indomani, l’archeologo è di nuovo sullo scavo, apre anche la seconda porta sigillata e, insieme all’assistente, entra in una tomba di tipo ramesside. In questo esatto momento, la moglie partorisce, ma la bambina non respira e viene dichiarata morta. La camera del tesoro è, come spesso succede con film che parlano d’Egitto, ispirata a quella di Tutankhamon. Molti oggetti sono gli stessi di quelli del corredo della KV62 (quella che si vede in alto a sinistra è chiaramente la barca su piedistallo di alabastro ritrovata da Carter, ma ci sono tanti altri esempi). Anche sarcofago e maschera funeraria ricordano ciò che ora possiamo ammirare al Museo Egizio del Cairo, pur essendoci una netta caratterizzazione dei tratti facciali femminili (in alto a destra) che verrà spiegata in seguito. All’apertura del sarcofago stesso, la bambina miracolosamente torna a respirare: la possessione è bella che pronta. Infatti, si comincia già a notare un’interesse quasi morboso di Corbeck per la mummia (de gustibus non disputandum est).

Senza aspettare nemmeno un giorno, tutti gli oggetti vengono portati fuori dalla tomba (per dire, Carter impiegò quasi tre mesi per sgomberare solo l’anticamera della tomba di Tut) con l’intenzione di essere spediti verso la capitale. Un ispettore locale cerca di impedire che il sarcofago sia toccato, ma fa una brutta fine rimanendo impiccato e scaraventato sulle rocce dalle funi usate per calare giù dalla falesia il sarcofago.

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Senza più nessuna opposizione, l’intero corredo viene trasferito al Museo del Cairo per l’allestimento di una mostra e il governo egiziano, in segno di riconoscenza per la grande scoperta, dona a Corbeck lo specchio appartenuto a Kara (quello a forma di ankh che potete vedere in alto a sinistra, simile a uno ritrovato nella KV62). Specchio che, 18 anni dopo, passa alla figlia Margaret, ormai maggiorenne e spaventosamente somigliante alla maschera della regina. In tutti questi anni, tante cose sono cambiate. Il professore, in versione barbuta, lavora al British Museum e ha sposato l’assistente perché, giustamente, dopo il trattamento subito in Egitto, Anne lo lascia e va a vivere a New York con la figlia. Intanto, lo stato di conservazione della mummia peggiora improvvisamente, tanto che Matthew cerca di portarla a Londra per il restauro incontrando il parere contrario del curatore del museo, il dott. Khalid, che, però, viene investito da un’auto. Il bello del film è che non si vede quasi mai l’intervento sovrannaturale e ogni strano avvenimento potrebbe sembrare solo un incidente o una proiezione della mente, sulla falsa riga di “Rosemary’s Baby” di Polansky. La mummia arriva al British, proprio come quando, il 26 settembre 1976, il corpo di Ramesse II fu inviato a Parigi per tamponare la proliferazione di funghi che ne stavano distruggendo i tessuti. Probabile che, data la vicinanza temporale, l’avvenimento sia stato preso come spunto dal regista.

L’archeologo è sempre più attratto morbosamente dall’antica regina e vuole che la figlia ne visiti il luogo di sepoltura. Così, i due tornano a vedersi dopo tanto tempo e vanno in Egitto. Nella tomba, Margaret bacia Corbeck ripercorrendo l’incesto che aveva fatto sposare Kara con suo padre. Intanto, una guida locale trova un passaggio segreto premendo le stelle dell’Orsa Maggiore rappresentate sullo stipite dell’entrata alla sala del sarcofago, ma viene trafitto da una trappola a forma di babbuino (Spielberg deve aver visto il film). Sarebbe l’accesso al serdab che, in realtà, è una struttura utilizzata solo nell’Antico Regno per conservare la statua del Ka del defunto. La stanza contiene il busto sfregiato della regina e la copia esatta del naos porta canopi di Tutankhamon (in alto a destra). Infatti, si vedono chiaramente le quattro dee, Iside, Nefti, Selket e Neith, che abbracciano la cappella in legno dorato. All’interno, ci sono quattro vasi che contengono polmoni, intestino, fegato e cuore (che non era posto nei canopi) di Kara, oltre a un amuleto, il “gioiello delle sette stelle”. Sulle pareti del sacello, una profezia descrive il rituale per far tornare in vita la defunta dopo la 39ª eclissi dalla morte che, in base al C14, viene calcolata al 1800 a.C. Peccato che quella data corrisponda più o meno alla fine della XII dinastia, contesto completamente diverso da quello rappresentato. Inoltre, la Valle dei Re non era ancora utilizzata.

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Padre e figlia, ormai completamente succubi della volontà di Kara, tornano a Londra portandosi dietro gli oggetti appena scoperti per compiere il rito. L’eclissi designata, infatti, è alle porte con l’Orsa Maggiore che tornerebbe nella stessa posizione di 1800 anni prima. In un momento di lucidità, Corbeck percepisce la malvagità della regina e chiede di distruggere i canopi a Jane che, però, precipita dalla finestra spaventata da Anubi apparso in un’allucinazione. Quando il posizionamento delle costellazioni sono di nuovo propizie, il rito deve essere compiuto, così il professore s’introduce di notte nel British Museum portando con se tutti gli oggetti necessari e spostando il sarcofago di Kara davanti a una falsa porta (immagine in alto a sinistra. Scena ripresa nel finale di “Belfagor – Il Fantasma del Louvre”). Capisce troppo tardi che lo spirito della regina, in realtà, vuole rubare il corpo della figlia, quindi distrugge invano la mummia prima di morire schiacciato da una statua di una divinità, lasciando via libera alla perfida, e truccata (in alto a destra), entità, pronta dopo millenni a portare il male nel mondo.

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