Articoli con tag: mummia

Identificato il primo caso di bendaggio medicale in una mummia

https://bit.ly/35R9Fof; C: ©SMB, Agyptisches Museum und Papyrussammlung, Foto: Sandra Steiß

Di Flavia Bonaccorsi Micoevich

Ancora importanti informazioni egittologiche grazie all’applicazione della tomografia computerizzata nell’analisi dei corpi imbalsamati. Come nel caso della mummificazione indiretta di un feto di cui si era parlato lo scorso mese, si tratta di bambini e, nuovamente, di un unicum scientifico.

Albert Zink, direttore dell’Istituto per gli studi sulle mummie di Bolzano (celebre per lo studio e la conservazione del corpo di Ötzi), è tornato ad offrirci sorprendenti risultati diagnostici per mezzo della TAC che già nel 2012 gli aveva permesso di rintracciare sul corpo di Ramesse III la mortale ferita alla gola, causa inequivocabile della sua morte.
Questa volta il suo studio si è concentrato sulle mummie di 21 bambini, ben conservate, risalenti al periodo tolemaico e al periodo romano, riscontrando la morte per setticemia causata da infezioni. In particolare, il secondo caso analizzato ha rivelato un particolare inaspettato e finora inedito: una ferita fasciata sotto gli strati di lino dell’imbalsamazione.

Il corpo in questione, trovato nel Faiyum, ad Hawara, presso la “tomba di Alina”, appartiene a una bimba con età stimata tra i due anni e mezzo e i quattro, vissuta tra il I e il II secolo d.C. L’analisi tomografica ha mostrato un rigonfiamento della parte inferiore della piccola gamba sinistra e pus essiccato nei tessuti molli in concomitanza con quella che è stata identificata come una ferita, proprio in corrispondenza con il bendaggio “anomalo” (immagine in alto). La presenza del pus si è rivelata la chiave per riconoscere l’antica medicazione: secondo lo stesso Zink, è molto probabile che una diagnosi simile non sia mai stata effettettuata prima di oggi per via dei “limiti” dei sistemi d’indagine che, in assenza di materiale purulento visibile, potrebbero aver portato i ricercatori a confondere un vero e proprio medicamento con un semplice bendaggio più spesso del solito.

L’importanza della scoperta è evidente perché fornisce un esempio di messa in pratica di quelle tecniche che, nei papiri medici, sono dettagliatamente illustrate proprio per curare lesioni cutanee infette. Inoltre, per il team di Zink è plausibile che l’infezione della ferita sia continuata anche dopo la morte della bambina e che il bendaggio sia stato applicato dagli imbalsamatori nel tentativo di preservare al meglio il corpo della piccola per l’aldilà.

Occorrerebbero ulteriori analisi per poter verificare l’eventuale presenza di unguenti, balsami o natron utilizzati per placare l’infezione, ma ciò comporterebbe la necessità di sbendare la mummia – pratica che sappiamo bene non essere più privilegiata – oppure di effettuare un prelievo di campione dalla zona interessata. Per questo, pare che il team stia ancora valutando la seconda opzione per preservare il corpo al meglio. Resta comunque un significativo passo in avanti nella comprensione della vasta pratica medica egizia, che siamo certi che ci offrirà molte altre soprese.

L’articolo originale sull’ultimo numero dell’International Journal of Paleopathology: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1879981721000942?via%3Dihub

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Fayyum, scoperto sarcofago sigillato di epoca tolemaica con mummia e statuetta di Iside-Afrodite

Source: National Geographic “Lost Treasures of Egypt” 03×04

Recentemente ho dato un’occhiata alla terza stagione della serie di documentari National Geographic “Lost treasures of Egypt”, che verrà trasmessa in Italia dal 22 novembre con il nome “I grandi tesori d’Egitto”, ma che è stata già lanciata negli USA e in altri paesi. Le varie puntate presentano interessanti notizie in anteprima da diverse missioni archeologiche in Egitto, mostrando scoperte non ancora annunciate e di cui, solo in alcuni casi, sono uscite anticipazioni giornalistiche. Prenderò quindi spunto dagli 8 episodi per scrivere alcuni articoli, riservandomi la possibilità di integrarli con aggiornamenti quando e se ci saranno comunicazioni ufficiali da parte delle autorità egiziane o dei protagonisti degli scavi.

Inizio parlando della quarta puntata, “Rise of the Mummies”, in cui, tra le altre cose, sono stati illustrati i risultati del team egiziano che, sotto la direzione di Basem Gehad (sulla sinistra nella foto in basso), lavora a Philadelphia, a nord-est del Fayyum. La città fu fondata da Tolomeo II (286-246 a.C.) e venne abbandonata probabilmente alla fine del IV sec. d.C., coprendo quindi buona parte del periodo greco-romano dell’Egitto. Il focus della missione, attiva dal 2016, è l’indagine della necropoli, in un’area desertica scelta grazie alle foto satellitari. In particolare, durante l’ultima stagione sono emerse sei tombe rupestri di epoca tolemaica, tra le quali una ha riservato una grande sorpresa: un sarcofago ancora sigillato.

Source: National Geographic “Lost Treasures of Egypt” 03×04

La peculiarità della scoperta non sta tanto nell’integrità del sarcofago – cosa abbastanza comune in Egitto – ma nella commistione di tradizioni funerarie locali ed ellenistiche riscontrabili nella sepoltura. Infatti, all’interno di una piccola struttura in mattoni crudi con copertura a volta, è stata recuperata una cassa lignea dipinta con coperchio a doppio spiovente. La tipologia non propriamente egiziana del sarcofago si nota anche nelle decorazioni a festoni di foglie e fiori sulle pareti laterali che, secondo Gehad, si daterebbero al II sec. a.C. All’interno, però, la giovane defunta conserva ancora tracce di mummificazione, a testimonianza della fusione delle due credenze.

Accanto al corpo, era adagiata una magnifica statuetta in terracotta dipinta (foto in alto), perfettamente conservata se se si escludono i piedi fratturati. La figurina rappresenta Iside-Afrodite, forma ibrida delle due dee tipica del periodo greco-romano, raffigurata nuda con le braccia stese lungo il corpo, i tipici boccoli detti “libici”, diversi gioielli, un velo sulle spalle e un elaborato copricapo che comprende ghirlande floreali e un kalathos (un tipo di contenitore che si allarga verso l’alto). La nudità e l’evidenziazione della zona pubica indicano chiaramente come l’oggetto servisse ad augurare fertilità e rinascita.

Per approfondire: https://www.academia.edu/43928414/The_Necropolis_of_Philadelphia_Preliminary_results_Basem_Gehad_Ahmed_Hammad_Adel_Saad_Mohamed_Samah_and_Mohamed_Hussein_With_contributions_of_Sherif_Abd_El_Moniem_Yasser_Mahmoud_Sara_Saber_Nermien_Aba_Yazied_Mahmoud_and_Ahmed_Gabr

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Il cuore mummificato di un visir di 4000 anni

Source: elindependiente.com (ph. Patricia Mora)

Nella primavera del 2017, la missione del Middle Kingdom Theban Project, diretta da Antonio Morales (Universidad de Alcalá), aveva effettuato un curioso ritrovamento nell’area tra el-Asasif e Deir el-Bahari, a Tebe Ovest (link al vecchio articolo). Ripulendo l’angolo nord-orientale del cortile della tomba di Ipi (TT 315) – visir sotto il faraone Amenemhat I (1994-1964 a.C.) –, gli archeologi spagnoli avevano individuato un corridoio lungo 8 metri e largo 3, ancora stipato di contenitori di ceramica. All’interno di questo cubicolo si trovavano 56 giare, già scavate nel 1921-22 dall’egittologo americano Herbert Winlock (Porter-Moss I-1, p. 390) che probabilmente aveva valutato poco interessanti questi reperti portandone in patria solo 4. In realtà, grazie a un’indagine più approfondita, è emerso che i vasi sigillati servissero a conservare resti di bende di lino, sudari, oli, resine e circa 200 sacchetti di natron (40/50 kg in tutto). In sostanza, si trattava di un ambiente accessorio atto a immagazzinare tutto il materiale di scarto del processo di mummificazione che, in quanto impuro, non poteva restare nella tomba vera e propria.

Tra i particolari più interessanti c’era un involucro il cui contenuto era stato già allora identificato come un possibile cuore umano; a distanza di oltre 4 anni, in un’intervista al giornale El Indipendiente, Morales ha confermato l’ipotesi e ha sottolineato la rarità del ritrovamento. La notizia è stata presentata da un pezzo (qui per ulteriori dati e foto), ma vale la pena approfondirla anche sul blog. In una delle giare, infatti, tra i vari sacchetti di natron che servivano a far disidratare il cadavere, c’era un pacchetto in lino che racchiudeva il muscolo cardiaco coperto da uno strato di resina. Il trattamento dell’aorta era particolarmente accurato con un bendaggio attento e la chiusura con un rotolo di lino.

L’imbalsamazione a parte del cuore non è di certo una novità, anzi, si hanno diversi esempi soprattutto per il Terzo Periodo Intermedio; tuttavia, l’organo era sempre riposto nella cavità toracica alla fine del rituale. Diverso è questo caso. Il direttore della missione ha affermato che, se si esclude una mummia nubiana in Sudan, quello della TT 135 sarebbe il primo ritrovamento di un cuore all’esterno del corpo.

Ma allora a cosa è dovuta questa particolarità?

Da scartare subito è l’ipotesi damnatio memoriae. Sembra improbabile che la presenza del cuore tra il materiale impuro sia da imputare a un tentativo di punire il defunto privandolo dell’organo più importante e, di conseguenza, impedendo la sua esistenza nell’aldilà. Mancano infatti nella tomba altre tracce di deturpazione e il nome di Ipi sul sarcofago non presenta alcuna cancellazione, come invece ci si sarebbe aspettato in un caso simile. La spiegazione, invece, potrebbe essere molto più prosaica. Secondo Morales, infatti, i sacerdoti preposti alla mummificazione si sarebbero semplicemente sbagliati, confondendo l’involucro del cuore con uno dei tanti sacchetti di natron e riponendolo in una giara.

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Un raro involucro di fango per una mummia “australiana” di Nuovo Regno

Uno studio multidisciplinare, recentemente pubblicato su PlosOne, ha rivelato una curiosa pratica funeraria finora sconosciuta su una mummia conservata in Australia: un involucro di fango a ricoprire il corpo.

Fino a poco tempo fa, si riteneva che i resti – acquistati insieme al sarcofago e donati all’Università di Sidney nel 1860 dal politico e collezionista anglo-australiano Charles Nicholson – appartenessero a una donna di nome Meru(t)ah, vissuta intorno al 1000 a.C. In realtà, le datazioni al C14 hanno indicato come la mummia – oggi conservata presso il Chau Chak Wing Museum – fosse più antica di circa 200 anni, datandola tra la fine della XIX e l’inizio della XX dinastia. Il sarcofago di III Periodo Intermedio è quindi con molta probabilità un’aggiunta dei moderni venditori per rendere più appetibile il corpo mummificato.

La ricerca diretta da Karin Sowada (Macquarie University) ha portato altri interessanti risultati, in parte confermando vecchie analisi. Già nel 1999, infatti, una TAC aveva mostrato la presenza di uno strano involucro fangoso nascosto sotto le bende di lino. Con nuove tecnologie ed esami chimico-fisici si è visto che si tratta di una serie di impacchi di lino e un composto di fango, sabbia e paglia, applicati quando erano ancora freschi, un po’ come si fa con la cartapesta. Grazie alla spettrofotometria XRF e alla spettroscopia Raman, inoltre, sono stati individuati un pigmento bianco a base di calcite su tutta la superficie e una colorazione con ocra rossa in corrispondenza del volto.

L’inedita crosta – che forse ha un solo parallelo – sarebbe servita a stabilizzare e “riparare” il corpo di una donna di 26-35 anni, probabilmente per preservarne l’integrità, fondamentale per la vita dopo la morte. La mummia, infatti, mostra diversi traumi post-mortem. A distanza di una o due generazioni, qualcuno ha cercato di risolvere così un danno all’altezza del ginocchio e della parte inferiore della gamba sinistra, forse provocato da tombaroli. Molto più recente, invece, è il restauro con perni metallici nella parte destra del collo e della testa dove ad essere intaccato è anche l’involucro di fango e lino.

Oltre allo scopo appena descritto, potrebbe esserci stata anche la volontà di replicare in maniera più economica la pratica funeraria di rivestire le mummie degli appartententi all’élite di Nuovo Regno con bende imbevute di costose resine importate.

https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0245247

Source: Chau Chak Wing Museum and Macquarie Medical Imaging

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Saqqara, scoperta mummia di una mangusta

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Source: Dr. Mostafa Waziry

Ormai siamo abituati agli spoiler di Zahi Hawass che, aderente al suo personaggio istrionico, ha spesso anticipato scoperte la cui comunicazione sarebbe stata di competenza dei canali ufficiali del Ministero delle Antichità. Ma da qualche tempo a questa parte, anche Mostafa Waziry, segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità, ha cominciato a diffondere in anteprima interessanti foto dagli scavi che dirige.

Proprio ieri ha postato sui suoi social alcuni scatti che ritraggono un importantissimo ritrovamento effettuato a Saqqara: una mummia di mangusta risalente al 700 a.C. circa. L’identificazione dell’animale è stata possibile grazie a una radiografia e alla vicina presenza di una statua in legno perfettamente conservata (foto in basso). Waziry ha affermato che si tratterebbe della prima scoperta del genere, e in effetti lo è sicuramente per dimensioni e fattezze. In realtà, però, mummie più piccole di manguste egiziane o icneumoni (Herpestes ichneumon) sono ben attestate nel Periodo Tardo e tolemaico. Da non confondere con i toporagni, questi animali erano associati anche in epoche più antiche a divinità solari come Horus di Latopolis e Atum perché, per la loro caratteristica naturale di cacciatori di serpenti, erano visti come nemici del malvagio Apofis. Per questo, i fedeli lasciavano nei santuari come ex voto statuine bronzee cave o figurine su piccoli sarcofagi che potevano contenere i resti della mangusta (alcuni esempi dal MET, dal British e dal Brooklyn Museum).

Waziry non ha fornito altre informazioni rimandando il tutto alla comunicazione ufficiale del Ministero, ma è ipotizzabile che il ritrovamento sia stato effettuato nella stessa area che lo scorso anno aveva fornito centinaia di reperti e mummie di animali come leoni, gatti, coccodrilli, serpenti e scarabei.

Già la scorsa settimana, l’archeologo egiziano avava diffuso foto sempre da Saqqara preannunciando la scoperta di diverse mummie e l’apertura di un sarcofago ben conservato con all’interno il corpo imbalsamato di una donna (foto in basso).

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Saqqara, scoperta mummia di leone?

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Source: wikipedia.org

La necropoli di Saqqara, oltre che per la piramide a gradoni, è celebre anche per i depositi votivi con milioni di mummie di animali – tra babbuini, ibis, cani, gatti, pesci, coccodrilli, roditori ecc. – che erano donate alle varie divinità. Questa volta, però, sarebbe stata individuata una specie (quasi) mai riscontrata tra questo tipo di ex voto. Ad annunciarlo è stato il ministro delle Antichità Khaled el-Enany che, arrivato a Londra per l’inaugurazione della mostra “Tutankhamun: Treasures of the Golden Pharaoh”, ha dichiarato ai microfoni del Daily Express che una missione egiziana avrebbe scoperto i resti imbalsamati di «Un animale molto strano, come un grosso gatto, forse un leone o una leonessa».

Non si sa altro del ritrovamento perché, giustamente, il ministro ha aggiunto che l’annuncio ufficiale sarà effettuato fra circa tre settimane, dopo opportuni esami, come TAC e analisi del DNA, che permettano di identificare con certezza cosa ci sia sotto le bende. Non è raro infatti trovare sorprese inaspettate nelle mummie animali, come esemplari multipli, costruzioni fittizie realizzate attorno a singole parti anatomiche o addirittura involucri vuoti. Tuttavia, la mancanza di notizie non ha impedito alle testate giornalistiche di tutto il mondo di creare titoli clickbait sulla faccenda, a partire dallo stesso Daily Express che allude a una vera sfinge.

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P. Chapuis / MAFB. Copyright Hypogees

Esiste un precedente simile, sempre da Saqqara, individuato nel 2001 dal team della Mission archéologique française du Bubasteion diretto da Alain-Pierre Zivie. La tomba di Maia, nutrice di Tutankhamun, era stata riutilizzata in Epoca Tarda come luogo di deposizione di mummie animali, soprattutto di gatti, dedicate alla dea Bastet. Tra queste, gli archeologi francesi trovarono lo scheletro ben conservato e indisturbato di un leone adulto (foto a sinistra). Nonostante le fonti egiziane parlino spesso di leoni allevati e sepolti, questo fu il primo caso attestato archeologicamente. Secondo Zivie il leone, tenuto in cattività fino a un’età avanzata, sarebbe stato sepolto come incarnazione del dio Mahes, figlio di Bastet (o di Sekhmet nell’Alto Egitto).

Qui una breve pubblicazione del 2004 su Nature: https://www.nature.com/articles/427211a.pdf

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Moderna protesi ortopetica nel ginocchio di una mummia rivelerebbe un’operazione chirurgica di 3000 anni fa (bufale eGGizie*)

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Source: RC Egyptian Museum

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

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Non è tra gli OOPart (Out Of Place ARTifacts, “reperti fuori posto”) classici della fantaegittologia, ma sicuramente una delle ‘prove’ più utilizzate nel web per testimoniare il presunto avanzato livello tecnologico della civiltà faraonica: una moderna protesi ortopetica impiantata nella gamba di una mummia di 3000 anni.

La sconvolgente “verità che l’archeologia ufficiale vi nasconde” viene dal Rosicrucian Egyptian Museum (San Jose, California), la più grande collezione egizia degli Stati Uniti occidentali ed emanazione dell’Antico e Mistico Ordine della Rosacroce. L’AMORC è un mix di misticismo e massoneria ideato nel 1915 dall’americano Harvey Spencer Lewis che lo credeva erede del primo Ordine Rosa-Croce ‘fondato’ da Thutmosi III. In una simile ideologia, un museo egizio appare decisamente funzionale e già negli anni ’30 Lewis cominciò a raccogliere reperti dalla Valle del Nilo. Qualche decennio più tardi, nel 1971, il museo acquistò  per circa 16,000 $ da Neiman Marcus – una catena di grande distribuzione del lusso – due sarcofagi ancora sigillati.

Con sorpresa ci si accorse che uno dei due feretri (inv. RC-1777), appartenuto al sacerdote di XXVI dinastia (572-525 a.C.) Usermontu, conteneva ancora una mummia (RC.1779) che, tuttavia, dall’analisi della tecnica d’imbalsamazione sembra più antica e risalire al Nuovo Regno. Quindi, non si sa quando, il corpo è stato ribendato e messo in un altro sarcofago. I misteri sarebbero finiti qui se nel 1995 non fossero stati effettuati esami ai raggi X alle mummie del museo e non fosse emerso qualcosa di strano proprio in quella di “Usermontu”.

team-of-experts-mummyLo studio, diretto da Charles Wilfred Griggs – egittologo e professore di scrittura antica presso la mormonica Brigham Young University (il quarto da destra nella foto) -, rilevò la presenza di un oggetto metallico all’interno del ginocchio sinistro della mummia: un perno di 23 cm a forma di vite che sembrava collegare le due parti della gamba. Richard Jackson – chirurgo ortopetico e membro del team di ricerca (il secondo da destra) – disse che era incredibilmente simile a una moderna protesi; per questo Griggs inizialmente pensò a un intervento non più antico di 100 anni, magari atto a tenere attaccata la gamba per un’eventuale vendita nel mercato antiquario («Somebody got an ancient mummy and put a modern pin in it to hold the leg together»). Ma quando l’anno dopo ebbe il permesso di sbendare il ginocchio, inserire una sonda e prelevare campioni del metallo (ferro) e dell’osso, vide che la zona era ancora coperta da resina e tessuto originari.

 

2cs88irLo stesso Jackson influenzò con il suo entusiasmo il giudizio di Griggs (forse già sensibile a idee ‘alternative’ a causa del suo credo) e diede il via alle speculazioni fantarcheologiche: si sarebbe di fronte alle prove di un’operazione chirurgica effettuata sul paziente ancora in vita! Il medico, infatti, disse che il perno, dalle incredibili proprietà biomeccaniche, era inserito tramite una vite nel femore e, dopo aver attraversato l’articolazione del ginocchio, s’innestava con tre flange zigrinate nella tibia, proprio come si fa oggi per stabilizzare la rotazione dell’osso. Questi accorgimenti avrebbero evitato che la protesi si muovesse provocando lancinanti dolori all’uomo e, di fatto, l’impossibilità a camminare.

Peccato che, anche in questo modo, la deambulazione sarebbe stata come minimo improbabile. Cercate voi di fare un passo con una spranga rigida di ferro che vi blocca la parte più mobile della gamba! Fra l’altro, mancano anche alcune ossa. Seppur sia già noto che la più antica protesi ortopetica finora scoperta è egiziana, non è questo il caso di parlare di miracolo della medicina. Appare evidente quindi che l’intervento avesse un altro scopo, seppur importantissimo dal punto di vista ideologico.

L’operazione è avvenuta post mortem, durante il processo di mummificazione. L’individuo avrebbe subito l’amputazione dell’arto, cosa che poi probabilmente lo ha ucciso, e i sacerdoti imbalsamatori avrebbero risolto il problema almeno per l’aldilà. Nell’ideologia religiosa egizia, infatti, l’integrità del corpo era fondamentale per la ‘rinascita’ e la vita dopo la morte. L’archetipo di questa concezione coincide con il mito della ricomposizione da parte di Iside del cadavere di Osiride smembrato da Seth e si concretizza nella pratica stessa della mummificazione. Anche i testi funerari – fin dall’Antico Regno con i Testi delle Piramidi – sono pieni di formule magiche che salvaguardano la sanità del fisico dai pericoli della Duat o di riferimenti a pene che comprendono decapitazioni e amputazioni varie che avrebbero portato all’annullamento definitivo del defunto.

In conclusione, la “protesi” nella mummia non è la prova di un’eccezionale operazione chirurgica effettuata millenni fa ma un semplice accorgimento simbolico che avrebbe garantito un corretto passaggio verso la vita ultraterrena.

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Bufale eGGizie*: Kherima, la mummia del Museo Nazionale del Brasile che mandava in trance i visitatori

Custédio Coimbra

ph. Custédio Coimbra

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Solo due settimane fa, un catastrofico incendio distruggeva quasi completamente il Museu Nacional di Rio de Janeiro e il 90% dei 20 milioni di reperti in esso conservati, tra cui la maggiore collezione egizia del Sud America. Di questa raccolta la protagonista era senza dubbio la cosiddetta “Principessa Kherima”, una mummia ignota femminile di età romana che doveva la sua popolarità non tanto alla rarità delle fattezze ma a strane storie che la riguardavano. Strane storie che mi portano a scrivere dopo oltre un anno un articolo per la rubrica “bufale eGGizie”.

Sì, perché attorno a questa mummia, negli anni ’60 del secolo scorso, sono nate numerose leggende metropolitane da quando una studentessa, dopo averle toccato un piede, sarebbe entrata in trance e avrebbe affermato di essere Kherima, principessa vergine di Tebe pugnalata a morte. Da allora, nel corso di un decennio, si sarebbero ripetuti oltre cento casi di malesseri improvvisi, svenimenti, visioni, possessioni al solo starle vicini o guardarla. Accadimenti che ispirarono anche un romanzo, “O Segredo da Múmia”, scritto da Everton Ralph, non a caso rosacrociano (prima o poi parlerò anche di questo ordine segreto che molti collegamenti ha con l’antico Egitto).

IMG_3931.jpgMa andiamo per ordine. La mummia, così come la gran parte dei 700 oggetti della collezione, arrivò in Brasile nel 1824, portata da un italiano o francese che aveva intenzione di piazzarla in Argentina. Tuttavia, alcuni scontri politici e un’epidemia di febbre gialla spinsero il mercante a rimanere a Rio dove l’imperatore Pietro I l’acquistò dando vita alla prima raccolta egizia dell’America Latina. Non è ben chiaro da dove provenga il corpo, anche se probabilmente fa parte delle antichità raccolte da Belzoni a Tebe Ovest. Come anticipato, il suo aspetto la rende quasi unica al mondo perché le tecniche d’imbalsamazione adottate sono riscontrabili in soli altri 8 casi, tra cui ho trovato quelli del British Museum, Musée Calvet di Avignone, due al World Museum di Liverpool e due a Leida. Tutte queste mummie sono apparse sul mercato antiquario tra gli anni ’20 e ’30 del XIX secolo e forse sono state ritrovate nella stessa tomba, appartenenti a una sola famiglia o comunque frutto del lavoro di un singolo laboratorio d’imbalsamazione. Gli arti sono lasciati liberi, così come tutte le dita di mani e piedi che sono bendate separatamente; inoltre, alcune caratteristiche fisiche, come i tratti del volto, le unghie, i capezzoli, l’ombelico e il pube, sono dipinte sul lino. In particolare, nell’esemplare di Rio, la silhouette femminile era stata ricreata con pacchetti di tessuto e resina sul petto, fianchi e addome. La TAC sulla giovane donna, deceduta a 18-20 anni nel I-II sec. d.C., ha evidenziato fratture post mortem alle braccia che, comuni anche alle altre mummie simili, sono imputabili al trattamento del cadavere. Cervello e organi interni, compreso il cuore, erano stati asportati e non si sono riscontrate tracce di morte violenta. Quindi nessuna pugnalata (se non quella servita ad aprirle il ventre per l’imbalsamazione).

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L’interesse popolare era dovuto in parte a queste caratteristiche che rendevano la mummia simile a una bambola di pezza. Inoltre, all’epoca, i curatori del museo le avevano coperto il volto con una maschera dorata di età tolemaica (immagine in alto), non pertinente perché più antica ma sicuramente suggestiva, e l’avevano esposta senza alcuna protezione, permettendo a chiunque di toccarla. È facile intuire, quindi, come per un visitatore, influenzato dalla fama esotica e favolistica dell’antico Egitto, potesse essere forte un’esperienza del genere. Ma il carico da 90 alla vicenda lo diede Victor Stawiarski (foto a destra), funzionario del Museo Nazionale, biologo e professore di Storia naturale. Personalità eclettica, Stawiarski si dilettava anche nell’insegnamento di egittologia e di scrittura geroglifica, organizzando sessioni speciali accanto alla cosiddetta “Principessa del Sole” e spingendo gli studenti a toccarla. Tale scelta dipendeva sia da fattori prettamente pubblicitari sia dalle sue eccentriche convinzioni. Il professore, infatti, era un seguace della filosofia ermetica ed era solito a pratiche esoteriche; promuoveva esperimenti di parapsicologia e durante le lezioni spesso invitava medium o, indossando la maschera della mummia, teneva sedute di ipnosi collettiva. In questo mix di suggestione teatralizzata e di manipolazione mentale, è normale che i soggetti più sensibili sentissero profumo di rose durante la spiegazione della forma sDmn.f

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Colgo l’occasione per annunciare che il 28 settembre 2018 parteciperò a BRIGHT Toscana proprio con un intervento incentrate sulle bufale in archeologia: “Alieni e piramidi: fake news e disinformazione web in archeologia”. La conferenza si terrà alle ore 18.00 presso la Gipsoteca di Arte Antica dell’Università di Pisa (Piazza S. Paolo All’Orto 20, Pisa). Vi aspetto!

Il programma completo: https://goo.gl/4rM4hS

 

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Deir el-Banat, scoperta mummia greco-romana

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Source: MoA

La missione del Centro per gli Studi Egittologici dell’Accademia Russa delle Scienze (CESRAS) ha scoperto un sarcofago con una mummia di età greco-romana. Il ritrovamento è stato effettuato a Deir el-Banat, necropoli situata in pieno deserto oltre il bordo sud-orientale del Fayyum. Nonostante la bara di legno sia piuttosto danneggiata (foto in basso), la mummia, avvolta in un sudario di lino, è fortunatamente in ottimo stato di conservazione e presenta ancora maschera con lamina d’oro per il volto e copertura in cartonnage dai colori vividi (foto in alto, con tanto di dito sull’obiettivo). Mancano iscrizioni, ma sul torso, sotto la parrucca, si vedono il collare usekh, la dea alata del cielo Nut e i 4 figli di Horus (Duamutef, Hapi, Qebehsenuef, Imsety). Le tombe di questo cimitero vanno dal periodo tolemaico a quello copto e sono state quasi tutte depredate, ma gli archeologi del CESRAS, diretti da Galina Belova, hanno individuato diverse sepolture intatte.

http://www.cesras.ru/deyatelnost/arheologiya/fajjum-dejr-al-banat

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Source: MoA

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“Frankenstein vs. The Mummy” (Blooper egittologici – Speciale Halloween)

http-media.cineblog.it6654Frankenstein-vs.-The-Mummy-trailer-e-poster-del-film-horror-di-Damien-Leone-1

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Che Halloween sarebbe senza un horror egittizzante da smontare frame dopo frame? Ormai è diventata una tradizione cercare per questa ricorrenza pellicole brutte su mummie e maledizioni, ma quest’anno mi sono superato… Vi basti sapere solo che la chicca che ho scoperto ha un gradimento dell’11% sul sito Rotten Tomatoes (per fare un paragone, l’inguardabile “The Pyramids” raggiunge il 22%). Tuttavia, a parziale giustificazione, va detto che “Frankenstein vs. The Mummy” (2015) è una produzione indipendente a basso costo pensata per il solo mercato home video e “sfortunatamente” non ancora arrivata in Italia. Quindi dubito che l’abbiate mai vista (e che lo farete in futuro, mi auguro). Come è ovvio già dal titolo, l’idea del regista e sceneggiatore Damien Leone era di far combattere tra loro due icone del cinema horror classico. In questo senso, da un lato segue la moda hollywoodiana e non solo del “Tizio contro Caio” in voga già dagli anni ’40, dall’altro anticipa il Dark Universe iniziato quest’anno con “La Mummia”. Ma il problema principale è che questo “memorabile” scontro tra mostri, come vedremo, dura solo 3 minuti alla fine del film.

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I fatti si svolgono a New York, dove due giovani professori universitari iniziano una relazione sentimentale: Victor Frankenstein (Max Rhyser) insegna filosofia della medicina, mentre Naihla Khalil (Ashton Leigh) è un’egittologa (foto in alto). Così, se si escludono poche scene di tensione, il regista ci ammorba per la prima ora con la loro storia d’amore infarcita di giochi di sguardi, fiorellini, inviti a cena, baci in biblioteca; insomma, il vero orrore! Questa tenera routine viene interrotta dalla pazzia di lui e dalla sfiga di lei. Il Doctor V., infatti, dietro il viso pulito da bravo ragazzo, nasconde manie di onnipotenza e una morbosa ossessione per la vita eterna; per questo, conduce esperimenti in uno scantinato lercio con parti di cadaveri recuperati dall’inquietante bidello dell’ateneo. Ora, d’accordo l’ambientazione splatter e l’ispirazione al racconto ottocentesco di Mary Shelley, ma in un laboratorio del III millennio, seppur clandestino, almeno un frigobar per conservare gli organi umani me lo aspetterei. E poi ci si meraviglia che il cervello arrivato in un sacchettino di plastica sia andato a male. Ma, evidentemente, il servizio non comprendeva il “soddisfatti o rimborsati” e, al rifiuto di pagamento, Frankenstein uccide il suo fornitore e ne usa l’encefalo per completare la sua creatura.

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Naihla, invece, oltre ad insegnare in una classe di decerebrati che crede che gli alieni abbiano costruito le piramidi, è appena tornata da una missione archeologica a Giza. Veniamo a sapere che, in quell’occasione, era stata ritrovata la mummia reale di Userkara, poi trasportata in USA per essere studiata. Peccato che in Egitto la partage – la spartizione dei reperti ritrovati tra scopritori stranieri e paese ospitante – sia stata abolita gradualmente dal 1922. Tale riforma fu accelerata dalla scoperta della tomba di Tutankhamon e dei suoi inestimabili tesori. In ogni caso, Userkara è effettivamente il nome di un faraone della VI dinastia che regnò intorno 2330 a.C. circa, secondo alcuni studiosi usurpando il trono per pochi anni tra Teti e Pepi I. Forse proprio per questo gli sceneggiatori lo hanno scelto per riferirsi a una mummia maledetta. Durante l’autopsia – condotta in maniera non proprio professionale – l’antropologo Prof. Walton trova un amuleto udjat in faience sotto le braccia e lo sradica letteralmente dalla cassa toracica con un bisturi. Così facendo, viene investito da un getto di gas velenoso che lo rende schiavo di Userkara la cui anima è intrappolata nel corpo imbalsamato. Infatti, in questo stato, il faraone non può muoversi e, per poter finalmente spezzare la maledizione e il suo tormento eterno, ha bisogno prima di risvegliarsi con sangue umano e poi di seguire le direttive scritte nella parte finale – ovviamente andata persa – del papiro ritrovato nella sua tomba.

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Così, dopo un’ora e mezza, inizia finalmente la parte sanguinolenta del film con i mostri che cominciano ad effettuare i rispettivi efferati omicidi. Le due scie di sangue convergono verso la povera egittologa che il mostro di Frankenstein vuole sfruttare per convincere il suo creatore a dargli un corpo più giovane e sano, mentre la mummia crede essere l’unica in grado di formulare l’incantesimo che la libererebbe. Questa convinzione deriva dal fatto che le vede un ciondolo con l’occhio di Horus in uno sfondo di desktop photoshoppato male (immagine in alto) e poi che la sente parlare in un egiziano antico di fantasia.

frankenstein-vs-the-mummy-fight

Siamo all’epilogo:

  • 1h42′: arriva lo scontro finale;
  • 1h45′: finisce il combattimento con il mostro di Frankenstein che strappa il cuore alla mummia e la uccide (di nuovo);
  • 1h51′: un morente Victor riesce a far fuggire la sua fidanzata piantando un machete nel cranio della sua creatura;
  • 1h54′: titoli di coda.

Riassumendo, l’epica battaglia tra gli antagonisti del film, pompata già nella locandina, si riduce a tre miseri minuti a ridosso della fine che, comunque, lascia il campo libero a un seguito (che si spera nessuno avrà il coraggio di girare).

 

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